2011/12: INFORMAZIONI PER CHI AVEVA 12 CFU E TUTTI GLI MP3 DELLE LEZIONI

lunedì 21 novembre 2011

Banglatown

Giovedì 24 novembre alle 16.30 saremo alla scuola Pisacane, via dell'Acqua Bullicante 30,  a Roma, per presentare il libro curato da Francesco Pompeo
Pigneto-Banglatown. Migrazioni e conflitti di cittadinanza in una periferia storica romana


L'Osservatorio sul Razzismo e le Diversità “M.G.Favara”, attivo presso il Dipartimento di Scienze dell'Educazione dell'Università degli Studi Roma Tre presenta, all’interno della Scuola Carlo Pisacane, il libro Pigneto-Banglatown. Migrazioni e conflitti di cittadinanza in una periferi storica romana”. Nel volume, curato da Francesco Pompeo, sono raccolti dati, rilfessioni e analisi emerse in un percorso di ricerca-intervento condotto nella periferia romana della zona Pigneto-Casilino-Marranella-Torpignattara.
Dall’indagine emerge un processo di radicamento dei migranti nel territorio di Torpiganttara che ha trasformato il tessuto sociale locale  generando nuovi modelli di relazionalità, nuovi bisogni e dando vita a quella che gli stessi protagonisti di questo processo definiscono la prima “Banglatown italiana”.
Sarà un momento importante per riflettere assieme su quello che sta succedendo in uno dei quartieri più in mutamento di Roma, per ragionare di cittadinanza e appartenenza. Più siamo più l'iniziativa avrà valore. Anch'io porterò il mio contributo di riflessione.



venerdì 18 novembre 2011

Stretta attualità

“Nobody panics when things are going according to plan, even if the plan is horrifying.”

-- The Joker (Heath Ledger), The Dark Knight (2008)


Ho letto quanto sopra un minuto fa, e mi è parso quanto mai adatto al momento. Da un lato il piano a:
Baciate il rospo perché non c'è alternativa
Dall'altro il piano di B.:
baciatelo finché vi farà così schifo che tornerete ad avere nostalgia di me (diciamo febbraio 2012?)


E noi, qui, nell'angolo, che proviamo ancora a credere che il piano in corso, semplicemente, non sia l'unico possibile.

mercoledì 19 ottobre 2011

BICINCHIESTA a Pietralata

"Domenica 23 ottobre si svolgerà a Pietralata la I° edizione di "Bicinchiesta: prendiamo a pedalate i problemi del quartiere". L'iniziativa, organizzata dalla Rete Ti.Pi. attivi di Pietralata-Tiburtina, con la collaborazione dell'equipe di Mediazione Sociale, sarà all'impronta dell'ecologia, con una simpatica biciclettata che partirà alle ore 10 dal Parco di Via Meda, con arrivo previsto, due ore dopo, al Parco Lanciani. Il tragitto, lungo circa 4 km, attraverserà alcuni luoghi simbolo del degrado del quartiere per denunciarne, simbolicamente, il degrado e l'incuria. Divertimento e aggregazione dunque, ma anche impegno sociale per sensibilizzare residenti e Istituzioni rispetto ai problemi ambientali e urbanistici: questo l'obiettivo dichiarato della manifestazione cui è invitata tutta la cittadinanza."

lunedì 10 ottobre 2011

Lezioni contro la crisi

Mercoledì 12 sarò al Scienze di Tor Vergata, via della Ricerca Scientifica, per parlare insieme a molti ospiti della crisi e di cosa possiamo dire/fare (eventualmente anche baciare) noi intellettuali a riguardo. Ci troviamo alle 14, ora impegnativa, ma l'argomento lo è altrettanto e vale veramente la pena di tenere il cervello acceso. Noi ci proviamo, e vi aspettiamo numerosissimi, anche in vista della manifestazione del 15 ottobre.
Se volete i dettagli degli interventi cliccate sull'immagine della locandina.

giovedì 6 ottobre 2011

Il corpo di Steve


La morte di Steve Jobs ha rimesso in circolazione un filmato di qualche anno fa, quando tenne la prolusione per la laurea del 2005 all’Università di Stanford. Ho rivisto Jobs raccontare la sua storia di bambino dato in adozione, la sua storia di licenziato dalla Apple, il racconto di come gli diagnosticarono il tumore al pancreas e c’era qualcosa di molto americano in quel che vedevo, come in quel che ascoltavo. Ho già notato come gli americani siano in grado di fare discorsi che noi italiani ce li sogniamo. Anzi, non ce li sogniamo proprio. Lo spazio pubblico del discorso qui da noi è tutto relegato alla fredda comunicazione, non c’è alcuna conoscenza profonda che venga tramandata nei nostri discorsi, non ci sono sfide alte da affrontare, ma sempre la pedanteria delle piccole cose. Siano numeri o concetti, se ne parla, da qui, dall’Italia (ma ho il sospetto sia una tendenza europea, il che potrebbe spiegare alcune cose sul declino del nostro continente) sempre con un po’ di sopracciglio sollevato, sempre un po’ distaccati (quando non del tutto distaccati), sul filo tra ironia e noia. Steve Jobs (che dicono avesse poi un pessimo carattere sul lavoro) invece no, in quel discorso ci ha messo un sacco di passione, di energia, di ingenua sincerità. Robe americane, viene da dire, ma poi sono quelle robe lì, se ce l’hai, che ti fanno inventare il MacIntosh, l’iMac, l’iPod, l’iPhone, l’iPad. Se non sei un pazzo visionario, un esaltato che vede attraverso il mondo per trasformarlo con la tua testa, allora non puoi né fare quei discorsi (Stay hungry! Stay foolish!, ce li vedete Marchionne, Della Valle, Montezemolo?) né inventare quelle cose.
Ma è il corpo che mi ha colpito più di tutto. Perché, uno pensa di primo acchito, il corpo non manca certo nella sfera pubblica italiana: siamo letteralmente invasi dai corpi, da quello volgarmente conturbante della Minetti a quello raccapricciante di Emilio Fede, per non parlare ovviamente del corpo di Lui, abbronzato, liposucchiato, botulinato, trapiantato, ferito, naylonato, in tutte le salse.
Ma è proprio questo il punto. Quando parla Obama o quando parla Seve Jobs (ce l’avete presente l’immagine filiforme di questi ultimi anni nelle presentazioni allo Yerba Buena Center di San Francisco, con il maglione nero girocollo e i jeans sempre più larghi) vedete dei corpi tutti dentro quello che fanno, in totale contatto armonico con le parole e il significato di quelle parole, mentre la comunicazione pubblica italiana è del tutto schizofrenica, il corpo tracima nelle notti di Arcore da un Reale Politico che invece lo indoppiopetta, lo imbrillantina, lo sfina nei gessati verticali. Non so come dire, anzi lo so come dire: quelli sono dei pupazzi, delle marionette che con la voce chioccia dicono parole senz’anima, e tali rimangono, pupazzi, anche quando se ne fanno otto in una sera (solo un pinocchio gonfio di viagra può mettere in scena il sesso ridotto a fordismo), e poi nei discorsi pubblici non c’è una parola, un gesto, un’espressione facciale che non suonino false, e l’unico modo per conquistare l’uditorio è raccontare patetiche barzellette zozze, mentre Steve Jobs che prende la bottiglietta d’acqua da mezzo per bere tra una frase e l’altra, ed è evidente che lo deve fare perché si sta emozionando, è un essere umano, cioè un corpo vivo che dice parole vive.
Ancora oggi è molto più vivo quel suo discorso di sei anni fa di tutto il ciarpame senz’anima della parola pubblica italiota.

venerdì 23 settembre 2011

Teatro dell'assurdo

La scena si svolge in una stanza piena di roba: quadri ammassati a terra, resti archeologici, souvenir di vario gusto, un bailamme che rivela una lunga storia, solo in parte prestigiosa, ma comunque una storia vivace per quella stanza.
Ogni parete ha almeno una porta. Alcune sono spalancate, altre socchiuse, altre chiuse a momenti. Dalle porte entra ed esce di tutto: persone e cose, suoni, musica, immagini, oggetti di lusso e robaccia di pessima qualità. Le persone che entrano a volte si fermano, altre sono solo di passaggio. I più, che rimangano o vadano, lasciano traccie materiali del loro esserci stati: un piatto sporco, un'agenda consunta, un telefonino nuovo.
Nella stanza, fin dall'inizio, vi sono tre uomini. Ne sono i responsabili, spetta a loro averne cura, fare in modo che la vita lì dentro possa essere decente, e garantire a chi verrà dopo di loro che la stanza continuerà ad essere riconoscibilmente tale (e non uno sgabuzzino, non un mercato all'aperto, non lo scantinato di qualche altra stanza).
Il primo uomo è vecchio, basso e pelato, e gira per la stanza ossessionato dai suoi ricordi di gioventù. Canticchia una canzone napoletana con accento strano, ribalta un po' di roba a caso, aumentando il disordine in giro, convinto che da qualche parte, nascosta con malizia dai suoi nemici, ci sia la sua giovinezza, ma che lui saprà ritrovare, per dio. Di quel che entra ed esce dalla stanza non gliene potrebbe importare di meno, in questo momento come in tutti i momenti precedenti della sua vita.
Il secondo uomo è praticamente una larva. Biascica e si trascina zoppicante mentre la bava gli gocciola sul mento, si vede che ha sofferto gravemente nel fisico e che questo ha lasciato tracce pesanti sul suo animo. Un tempo uomo veramente potente, in grado di trascinare le folle dei suoi seguaci con slogan rozzi ma emotivamente coinvolgenti, ora vive come un re Lear inconsapevole (è troppo ignorante per sapere chi fosse re Lear), timoroso di perdere fisicamente lo scettro che simbolicamente non regge più da tanto tempo, e trasforma questa naturale paura in patetica vis polemica, che rivolge più o meno a caso contro questo o quello degli uomini che entrano nella stanza: Fuori dalle palle! Tiè! Fanculo qui, fanculo lì. Tutti (anche gli altri due reggenti) lo guardano ormai come si guarda a un errore di gioventù, con un misto di compassione e rimorso.
Il terzo uomo in realtà è un bambino. Impacciato e timidissimo, si è convinto per una serie di curiose coincidenze di essere intelligente, anzi, di essere un genio. E' sempre arrabbiato con gli altri due perché, a suo dire, non gli riconoscerebbero la sua genialità, ma si dimentica che se è uno dei tre responsabili della stanza lo deve solo a quei due disgraziati, che avevano bisogno di un coglioncello affidabile e l'hanno messo lì dove ora sta. Gravato di un difetto di pronuncia che lo rendeva lo zimbello della scuola fin dall'asilo, ha convertito i suoi complessi di inferiorità e la sua goffaggine in sdegno rugginoso,  che elargisce all'universo mondo senza il minimo senso del pudore. Diversamente dagli altri due, che non hanno alcun interesse vero per quel che succede fuori dalla stanza e vi entra dalle numerose porte, il bimbo antipatico crede di sapere perfettamente come vanno le cose, e ogni tanto si lancia in un predicozzo che qualcuno finge di ascoltare.
Intanto la stanza continua a mutare, il passaggio costante di cose e persone diventa sempre più frenetico, sempre più ingestibile in quel caos sregolato dei tre che dovrebbero esserne i guardiani. Alcuni di quelli che arrivano vorrebbero stabilirsi, chiedono come si fa, ma nessuno spiega loro alcunché. Le voci che entrano ed escono si contraddicono, si sovrappongono, il rumore è sempre più indescrivibile. Il bimbo con le automobiline dice che se ne va a giocare da un'altra parte, il nonno napoletano gli prende uno stranguglione ogni giorno per il dispiacere a vedere tutto quel casino e i tre che non fanno nulla.
Siamo un paese moderno.
Viva l'Italia


venerdì 19 agosto 2011

D'in sulla vetta della torre antica

Da qui, dalla Sicilia, dove Internet arriva molto ma molto lentamente, e dove c’è poco spazio per altre forme di intrattenimento telematico, mi rendo conto che quel che cerco è una posizione liminare, appena fuori dal confine di quel che succede. Non me la sento più di starci immerso, lì, nel mondo, fatto di ultime agenzie, siti sempre aggiornati di notizie, e poi video, chat, tweet, foto postate, e commenti a tutto questo e commenti ai commenti di tutto questo. Ma mi sembrerebbe proprio fuori tempo staccare completamente la spina, introglodirmi nella mia grotta di silenzio e disegni rupestri. Vorrei starmene giusto al bordo, abbastanza vicino per poterci dare un’occhiata ogni tanto e non perdermi qualche figata clamorosa, ma non vicino abbastanza per farmene travolgere, per farmi perdere, come troppo spesso mi capita, la percezione di me stesso.

mercoledì 20 luglio 2011

Quando la spocchia diventa prestigio

L'avranno notato in migliaia, immagino, ma resto sempre più sbalordito nel leggere e sentire che Giulio Tremonti è l'unico appiglio che ci starebbe salvando dal baratro. Resta per me un mistero come possa avere una così buona nomea un uomo che ancora il 13 aprile scorso aveva preso una toppa clamorosa di questo tipo:
«Non abbiamo nessuna emergenza o urgenza»: il ministro dell' Economia, Giulio Tremonti, esclude la necessità di una manovra correttiva nel corso di quest' anno. Per il 2011 e il 2012 l'economia crescerà un po' meno del previsto, ma si tratterà di fare soltanto la «manutenzione» della manovra triennale varata l'anno scorso.
Un uomo che era stato criticato per non aver capito nulla ma proprio nulla di quel che stava succedendo, e di cui erano stati messe in luce con estremo dettaglio e con largo anticipo le mancanze e le pecche.
Tocca ammettere una cosa che gli antropologi sanno da sempre: che è l'abito a fare il monaco, e tanto basta. Un qualunque commercialista - messo a tirare le leve dell'economia nazionale solo perché il capo della ghenga era abituato a confondere gli economisti coi fiscalisti abili in elusioni ed evasioni - diventa un intellettuale da ascoltare con rispetto, solo perché ha un difetto di pronuncia che da bambino scatenava le prese in giro ma che da adulto gli dà un tono; solo perché la sua rabbia repressa di classico sfigato della scuola si è tramutata in boria spocchiosa contro il mondo intero, o almeno quella parte non in grado di coglierne il genio.
Mi torna in mente Chance Giardiniere, il protagonista di Presenze (reso famoso da Peter Sellers nella versione cinematografica Oltre il giardino). Come Chance, Tremonti non ha la minima idea di cosa gli hanno messo in mano. Ma diversamente dal pacifico Chance, tonto sereno, Giulio è roso da un tarlo profondo, che si chiama rivalsa e che porta alla rovina chi ne è affetto e coloro su cui ricade, in questo caso tutti noi.
 

sabato 14 maggio 2011

Far finta di essere greci!

Visto il recente tracollo economico, la Grecia si appresta a diventare nuovamente terra di vacanze a costi contenuti, anche per noi italiani. Cosa quindi di meglio che un corso dove imparare a fingersi un poco greci? Domani domenica 15 maggio, alle ore 15.30 (puntaulissimi) condurrò un laboratorio nell'ambito del ROMA SKILL SHARE, un bellissimo progretto dove chi sa fare qualcosa mette a disposizione degli altri il suo sapere per condividerlo. Oggi Amanda ha imparato a fare le olive ascolane e anche a fare una tartaruga di creta! Io ho preso parte (solo all'inizio poi sono dovuto scappare) al laboratorio su come camminare a Roma (guidato da Lorenzo Romito e Giulia Fiocca, di Primavera Romana e Beppe Taviani, di Insieme per l'Aniene).

Insomma, domani venite e imparate a cucinare le polpette greche (con melanzane), a fare lo tzatziki (salsa di yogurt e cetriolo con aglio) e a bere tsipouro come si deve! Mentre imparate queste arti culinarie vi insegnerò anche alcuni elementi base di greco moderno, in modo che possiate spacciarvi per connazionali dei vostri ospiti ed essere trattati con tutti i riguardi! Alla fine del laboratorio, spero, amerete anche voi la Grecia quanto la amo io, oppure la detesterete un po' di meno!

giovedì 12 maggio 2011

Corpo icona ombra

Ieri Valeria (34 anni) ha fatto una video-chiamata tramite skype a un’amica che ora vive a Milano. Ha assistito (e partecipato) alla telefonata anche Amanda (33 mesi) che ha una profonda simpatia per quest’amica di mamma. Sono entrato nello stanza-studio dove si stava svolgendo la scena per annunciare che la cena era pronta e quando Amanda mi ha visto ha puntato il suo ditino verso lo schermo, per farmi vedere il riquadro (contenuto nel riquadro maggiore dove si vedeva l’amica a Milano) da cui spuntavano l’immagine sua e della madre. Mi devo essere avvicinato abbastanza da entrare nel campo della telecamera, tant’è che Amanda mi ha visto sul monitor e ha detto: “Ih, guarda, c’è anche l’ombra di papà. C’è l’ombra di Amanda e anche di papà!”

Amanda assimila la sua ombra all’immagine di sé in diretta. Mentre le foto o le diverse riprese in cui si vede all’opera sono riconosciute come proiezione “totale” di sé (Mi fai vedere la foto? Mi fai vedere il film? Amanda gioca, Amanda balla), la proiezione in simultanea sul monitor è percepita come un’ombra. Cos’è un’ombra? Dal punto di vista di Amanda, mi pare di poter dire, un’ombra è un doppio indebolito del sé nel momento in cui esiste. L’immagine può essere registrata e archiviata, e quindi riprodotta nella sua interezza, mentre l’ombra è una specie di versione fiacca di noi stessi, una versione disossata, mi verrebbe da dire.

C’è il fondamento di un pensiero mito-logico, in questo piccolo aneddoto: abbiamo tutti un corpo ulteriore, un corpo vagamente più sbiadito, che vediamo nelle ombre. Questo corpo-doppio accompagna tutte le cose, non solo gli esseri umani, ed è diverso dalla rappresentazione, dall’icona degli oggetti, perché l’icona normalmente è scollegata dall’oggetto, può essere da lui allontanata, permane anche quando l’oggetto non c’è più, vive una sua vita autonoma, mentre l’ombra-doppio di cui sto parlando, che ci accompagna da ancor prima che fossimo in grado di produrre icone, dipende direttamente dal nostro corpo e dalla materia degli oggetti di cui è ombra. Oltre che nell’ombra, vediamo questo doppio anche quando non mettiamo bene a fuoco una cosa, come quando fissiamo un oggetto ma stiamo per addormentarci e allora sfugge al controllo della nostra messa a fuoco. A quel punto, non vediamo più l’oggetto “reale” ma il suo doppio sbiadito. Non si tratta di alcunché di magico o di esoterico, vedere ombre e vedere questi oggetti sfocati nel dormiveglia è un’esperienza comune che abbiamo iniziato a fare molto piccoli. A due anni i bambini hanno una completa e quasi banale esperienza di questo modo di vedere la realtà, distinguendo “le cose” non solo dalle loro “icone”, ma anche dalle loro “ombre”. L’ombra è sfuggente ma anche certa, non è una fantasticheria ma ha la curiosa qualità di essere una realtà empirica priva di corporeità, pur se dipendente dalla fisicità dei corpi da cui promana. Non si tocca, pur essendo percepita dai nostri sensi senza ambiguità, l’ombra non ha corpo, cioè non subisce il decadimento della materia.

La mia ipotesi è che questa entità di cui sto scrivendo e di cui così poco spesso ragioniamo, anche se nella nostra infanzia l’abbiamo sperimentata con la stessa vividezza con cui possiamo sperimentare la luce solare o il freddo della neve, sia tornata a farsi strada prepotentemente nei nostri immaginari pubblici. Centinaia di milioni di utenti di Facebook che “si vedono” online mi pare facciano la stessa associazione mito-logica che ha fatto Amanda vedendo la sua “ombra” nel monitor. Quel che vediamo non è ovviamente il nostro corpo reale, ma non è neppure una “semplice” icona autonomizzabile. Su Fb proiettiamo veramente la nostra ombra: quella parte di noi che dipende da noi qui e ora, che non potrebbe esistere scollegata da noi. Non abbiamo mai saputo bene dove collocare quell’ombra nella nostra vita, quel suo essere parte di noi ma anche priva di noi, quel suo essere noi senza che noi ci siamo. L’assenza di materialità della nostra ombra è sempre stata il suo fascino e la sua condanna: ci ha illuso che potessimo esistere oltre il nostro corpo, che ci sia un “io” che non ha bisogno della fisicità, ma la sua natura eterea ce l’ha anche resa ingestibile. Possiamo giocare con le ombre facendo finta che siano altro, ma non possiamo giocarle in quanto tali. Solo Peter Pan può vedere la sua ombra che si stacca, e può vedere Gwendy che gliela ricuce. Per tutta la vita ci siamo portati dietro quest’anima pendula e appiccicosa senza saperci bene cosa fare. Ora Fb ci ha liberati, possiamo giocare la nostra ombra in modi mai pensati prima. Rimane attaccata a noi, senza di noi non è nulla, senza di noi non c’è, ma il nostro profilo (silouette!) su Fb rende giustizia alla nostre aspirazioni infantili più profonde: vivere senza corpo, ma vivere “sul serio”.

Onore, vergogna e nuovi media

Domani sono ai colloqui di Sensibilia a raccontare di come gli antropologi hanno parlato dell'onore e della vergogna e delle conseguenze del mondo della comunicazione elettronica nella produzione di un sistema "svergognato" di relazioni sociali.
Si passa dai beduini Awlad Ali ai troll della Rete, dai Kabyle d'Algeria a Facebook.
Dalle 10.30 a Villa Mondragone, via Frascati 51, Monte Porzio Catone (RM)

martedì 3 maggio 2011

Il pudore coatto di Facebook

Peppino Ortoleva, introducendo le sue illuminanti riflessioni su come la “società dell’informazione” abbia prodotto un modello culturale “svergognato”, in cui la parola d’onore non ha più senso e il pudore dell’atto sessuale e del corpo in generale non ha più luogo, individua una fulminante sintesi morale del senso della pornografia:

E’ in questa chiave, d’altra parte, che possiamo comprendere anche l’aspetto più rassicurante per il singolo utente [...] del consumo di pornografia: l’esperienza in cui la più disincarnata delle merci, l’informazione, prende il posto di uno dei più intimamente rischiosi tra gli atti personali, il rapporto erotico (Il secolo dei media, il Saggiatore, Milano, 2009, p. 134, enfasi aggiunta da me).

Non posso non pensare che questo effetto rassicurante della
trasformazione del corpo in informazione sia in realtà molto più esteso del solo consumo di porno, e si possa considerare alla radice del successo della dimensione cosiddetta social della Rete, massime di Facebook.
La metafora dell’amicizia dentro Fb andrebbe presa per quel che è: la relazione fisica che intercorre comunque tra due amici e in generale tra due persone che interagiscono (al di là, cioè molto prima, del “rapporto erotico”),  che nel social network viene ricondotta a più miti consigli, ammansita dentro l’informazione che ognuno di noi decide (o pensa di decidere) di rendere disponibile.
In termini rigorosamente cibernetici (vale a dire di informazioni quantificabili) il corpo è una macchina del tutto fuori controllo, che letteralmente “perde” informazioni da tutte le parti. La pelle, gli occhi, i muscoli facciali, la postura, il tono di voce, l’odore che emaniamo: tutto questo ci disvela continuamente. Il corpo è quel coglione che non sa tenere un segreto molto prima di essere nudo in un letto. Il corpo la dice lunga anche quando noi vorremmo farla breve.

- Ciao come stai? (Madonna che colorito, deve avere minimo un cancro)
- Che hai fatto lì sopra? (Dio che puzza)
- Niente, una botta (Dio che buon odore che ha)
- Guarda come ti stanno bene i capelli (Guarda come perde i capelli)
- Ti trovo in forma (non mi ero mai reso conto che avesse caviglie così sottili)
- Ti vedo un po’ giù (quando si gira sul profilo sinistro si vede un ciuffo di peli che gli escono dalla narice, che orrore)
- Aspetta che raccolgo la penna (si accorgerà che sono ingrassato?)
- Prego passi pure (guarda che culo)
- Ce l’ha biglietti dell’ATAC? (guarda che orecchie strane/che occhi belli/ che mani sgraziate/ che X connotato in modo Y)

Ognuno di noi può continuare per ore a simulare battute come queste, che danno forma a qualunque conversazione, e che ci costringono ad ammettere che non siamo veramente padroni di quel che comunichiamo se non in parte.
Facebook, allora, prende su di sé l’incarico di ridarci un onore, per quanto posticcio; di farci provare un po’ di pudore illudendoci che quell’assenza corporale stia per un suo controllo da parte nostra. Siamo incapaci, cioè dentro di noi il nostro corpo non si capacita, non ci sta, travalica per forza, deborda, spruzza e schizza ben prima del piacere sessuale e allora, intimoriti dalla mancanza di controllo, tremebondi per quella spudoratezza dei nostri corpi (che tutto il resto del sistema delle merci ci dice invece di esporre, di rendere appetibili e sessualmente aggressivi) invece di provare a farci i conti in maniera umana (ok, sono qui, non sono Clooney e la tartaruga l’ho lasciata allo zoo, ma esisto e ho questo e questo da dire e da fare) preferiamo rimuovere il problema alla radice, creando una nuova forma di comunicazione che sembra fisica quanto più elimina il corpo vero dalla scena effettiva.
Certo, lo so bene  che oltre a Facebook c’è la vita offline, e che anche volendo non possiamo rinunciare a “fratello asino” (come Francesco d’Assisi chiamava il corpo) ma trovo triste e preoccupante che un numero sempre maggiore delle nostre relazioni possa passare per uno strumento che intenzionalmente soffoca la voce e riduce il resto del corpo a un’effigie innocua, a una foto postata, magari dopo un ritocchino con Fotoshop.

PS Posto queste righe sul mio blog. Se le leggete attraverso Facebook, fate finta che ve le abbia lette di fronte a voi, uno per uno.

mercoledì 20 aprile 2011

Vietato cambiare

Tramite il Post (praticamente l'unica mia fonte di informazione italiana, a questo punto) che lo ha segnalato, ho letto un pezzo di Ilvo Diamanti pubblicato su Repubblica, in cui il politologo racconta la terribile esperienza di essere colto da un infarto, e delle conseguenze psicologiche che questo evento ha prodotto in lui.
A me ha fatto molta impressione il finale del pezzo, vale a dire il motivo per cui ammette di averlo  scritto:
Per impedirmi di ritornare. Indietro.
Mi pare che questo sia il punto chiave. Che qualunque cosa ci capiti, siamo sempre pronti, come esseri umani, a "tornare indietro", a far finta di nulla. Neanche un infarto a cui sei sopravissuto ti da la certezza che "d'ora in poi" vedrai le cose in modo diverso, che vivrai diversamente, più intensamente, più veramente.
Siamo così proni al nostro piano inclinato esistenziale che poco alla volta anche un evento così assolutamente eccezionale e straordinario come sopravvivere a un infarto diventa null'altro che una tacca un po' più nitida nel sismografo della vita.
E rischiamo di riprendere in tran tran. Di parlare (per Diamanti) ancora di Lega e Berlusconi, di cagate senza alcun senso, ma proprio nessuno nessuno. E mentre durante la fase acuta avevamo chiaro benissimo che il 99 percento delle cose che facciamo sono insensate e ci ripromettiamo che "d'ora in poi" non sarà più così, poco alla volta la quotidianità ci travolge di nuovo con la sua inesauribile e folle pazienza.
Per questo scriviamo, per questo diciamo a tutti quel che ci è successo, perché speriamo che quel nero su bianco sia un memento indelebile, vogliamo che il sentimento che abbiamo provato di senso della vita (proprio mentre temevamo di perderla) non se ne vada, e allora proviamo a inchiodarlo con le lettere che stendiamo sul foglio o sullo schermo.
Scriviamo tutti per quel motivo, che Diamanti così candidamente confessa: per non tornare indietro.
Perché tanto lo sappiamo, che indietro ci torneremo, e quelle parole sarnno tra poco solo un altro pezzo, un altro articolo, un modo di essere stato, in cui raccontiamo che per qualche tempo, per qualche giorno, abbiamo avuto una percezione diversa della vita. E quella percezione, ora, ora che tutto è passato, già non ce l'abbiamo più, già sentiamo che ci è rimasta come ricordo ma non più come percezione, sappiamo che vedevamo le cose in modo diverso ma non sappiamo più bene dire in cosa consisteva quella diversità, quel senso dentro di consapevolezza, come quando si è ai primi periodi di innamoramento.
Per questo scriviamo, mica perché siamo cambiati (non cambieremo mai): scriviamo per non morire di fronte all'orrore della consapevolezza che non riusciamo a cambiare. Mai.

mercoledì 23 marzo 2011

Buon compleanno, Marshall McLuhan!

Il prossimo 21 luglio Marshall McLuhan avrebbe compiuto cento anni. Per festeggiare l'evento e ricordare una delle menti più acuminate del Novecento, l'Università di Bologna ha organizzato un sacco di iniziative, tra cui un bel convegno (Rappresentare e comunicare la nazione), al quale sono stato invitato a partecipare. Parlo giovedì 24 marzo, ma il convegno prosegue fino a sabato compreso, con relatori ben più prestigiosi di me.

venerdì 4 marzo 2011

E' successo qualcosa alla città

La s.v. è gentilmente invitata, l'argomento merita, e tutti noi proveremo a dire qualcosa di intelligente...

MARTEDÌ 8 MARZO 2011 ore 15.00-17.00
Nell'AULA SABATINO MOSCATI della facoltà di Lettere e Filosofia di Roma Tor Vergata
via Columbia 1, primo piano edificio B

Presentazione del volume a cura di PAOLO BARBERI:
E’ SUCCESSO QUALCOSA ALLA CITTÀ. MANUALE DI ANTROPOLOGIA URBANA
Donzelli, Roma 2010

Introduce il prof. Giulio Latini (Università di Roma Tor Vergata)
Partecipano:
Dott. Paolo Barberi (autore del libro)
Dott. Piero Vereni (Università di Roma Tor Vergata)
Dott. Marco Maggioli (La Sapienza Università di Roma)

Negli ultimi anni, per la prima volta nella storia del genere umano, la popolazione urbana del pianeta ha superato quella rurale. Siamo diventati una specie a predominanza urbana. Questa evoluzione ha trasformato il volto delle città, il cui spazio, sempre più dilatato, sfugge spesso alla progettazione. A partire da tali
premesse, gli autori di questo testo tentano di delineare le fondamenta di una disciplina, l’antropologia urbana, che oggi appare decisiva per comprendere il volto delle società contemporanee.

martedì 15 febbraio 2011

Multiculturalismo, relativismo e altre amenità

Domenica scorsa, 13 febbraio, il direttore Gianni Riotta ha pubblicato sull'inserto domenicale del Sole24ore un articolo dedicato a discutere la questione del multiculturalismo dopo le uscite della cancelliera tedesca Merkel e del premier britannico Cameron. Gli ho mandato una mail in cui contesto la sua posizione su tre punti. Eccola.


Egregio direttore,
sono un antropologo culturale (ricercatore a Roma Tor Vergata e professore al Trinity College – Rome Campus) e ho letto con interesse e attenzione il suo articolo sull’ultimo domenicale. In quanto professionista dell’argomento, mi permetto di evidenziare alcuni punti del suo testo che non mi trovano d’accordo, proponendoli come “tesi” cui vorrei controbattere con la forza argomentativa di cui sono capace.

Tesi n.1: Il multiculturalismo “non funziona”, neppure nelle sue versioni più sofisticate (o forse funziona peggio tanto quanto più lo si prova a raffinare).
Bene, possiamo concordare su questo punto, ma mi chiedo cosa ci sia di così specifico nel multiculturalismo da rendere impellente il suo superamento. Se pensiamo ad altre gloriose istituzioni o aggregati politico-ideologici come “democrazia” o “stato” (a fianco di stato può aggiungere l’aggettivo che preferisce: “liberale”, “democratico”, “pluralista”), mi pare altrettanto evidente il loro fallimento storico nel raggiungere gli obiettivi principali che si erano ripromessi. Dal punto di vista strettamente politico, non basta che un’idea o un’istituzione “non ce l’abbia fatta” per decretare la necessità del suo superamento. In politica vale sempre la sfiducia costruttiva: se non si hanno alternative ragionevoli, mi sa che dobbiamo tenerci ancora la democrazia e lo stato. Idem per il multiculturalismo, se l’alternativa resta l’omogeneizzazione forzata, la repressione della diversità culturale e la sovrapposizione di qualità morali e qualità economiche, per cui la cultura “migliore” è la cultura delle classi dominanti. Grazie, abbiamo già dato.

2. Il multiculturalismo è degenerato quando ha incontrato il post modernismo nichilista, vale a dire il “relativismo degli ultimi post moderni” á la Richard Rorty.
Certo, forse esiste nei meandri di qualche centro sociale qualche fricchettone che pensa che quanta più diversità si immette in un sistema culturale, tanto più automaticamente quel sistema brillerà per tolleranza e reciproca ammirazione, ma le assicuro (trattando con persone diverse da me praticamente tutti i giorni) che il legame tra pratiche a salvaguardia della specificità culturale e relativismo assoluto è molto meno forte di quel che lei (o Sua Santità) pensano. Gli AK47 che crepitano nei ghetti (e le bombe e i proiettili di qualunque provenienza e diretti contro qualunque obiettivo) non sono il frutto di troppo relativismo, ma l’opposto: lo stolido convincimento di essere assolutamente nel giusto, la convinzione etnocentrica che “io so’ io, e voi nun siete un cazzo”. La brutale fedeltà alle proprie radici, comunque siano intese (culturali, razziali, territoriali, religiose) non ha nulla a che fare con il relativismo, che è invece foriero di dubbi, prima di tutto su se stessi e la propria rete sociale di riferimento. Il multiculturalismo, insomma, è degenerato non perché ha incontrato il debosciato relativismo, ma perché è rimasto preda, su piccola scala, dello stesso male che ha attanagliato lo stato moderno nella prima metà del Novecento, vale a dire l’urgenza della purezza e il terrore della contaminazione. Se i rappresentanti delle specifiche, fluttuanti, cangianti e sempre in movimento identità fossero veramente un po’ più relativisti, accetterebbero di buon grado sia il necessario cambiamento della loro prospettiva (che lei giustamente auspica) sia la fragilità relativa della propria costituzione identitaria. Si guardi intorno e pensi a chi pratica il sopruso o la violenza, verbale o fisica: lo fa sempre perché è molto sicuro di essere nel giusto (quindi è anti-relativista per definizione) non perché predica il volemosse bbène del multiculturalismo da macchietta.

3. Non si crea un paese senza una lingua comune.
Questa era una convinzione di Arthur Schlesinger jr che lei riporta, ma la vedo anche nel sommario dell’articolo e quindi immagino che possa considerarsi la sua posizione. Storicamente, non ha ragion d’essere, dato che sono innumerevoli i controesempi, dagli imperi storici (tutti ampiamente plurilingui, da Roma all’Impero Sovietico) agli stati plurilingue come la storica Jugoslavia, il Belgio e la Svizzera. E l’ironia facile sull’assenza di governo in Belgio e sul collasso della Jugoslavia dovrebbe piuttosto convertirsi in riflessione seria: come mai da qualche decennio in Occidente (e solo in Occidente: basti pensare all’Indonesia, o all’India, che è un paese, dal punto di vista politico, ma è un vero continente in senso culturale e linguistico) sta tornando di moda l’idea che ci debba essere una sorta di omogeneità culturale per rendere credibile un’istituzione politica come lo stato? Cosa sta succedendo che ci sta facendo dimenticare la lezione delle due guerre mondiali, che con le loro devastazioni ci avrebbero almeno dovuto dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che qualunque progetto di uniformazione, di omogeneizzazione culturale non è la risposta ai drammi della modernità, ma una sua disastrosa conseguenza?

Egregio direttore, maneggiamo tutti concetti e problemi più grandi di noi, e quindi ognuno di noi ha il dovere di guardare con acume dentro le acque torbide del presente per trovare risposte ai dilemmi cui siamo di fronte. Pensare però che la colpa del disagio sociale nelle periferie sia da attribuire a un filosofo dandy e provocatore mi pare guardare nella pozza d’acqua sbagliata.
Il male di oggi è dovuto al fatto che le differenze si sfregano l’una contro l’altra sempre più da vicino. È facile essere tolleranti coi tagliatori di teste, fin quando se ne restano in Amazzonia e noi restiamo nei nostri tinelli del bergamasco. Molto più difficile, lo vediamo ogni giorno, sopportare il vicino macedone che cucina usando spezie sconosciute, che appestano la tromba delle scale. Ecco, invece di denunciare la morte di un progetto politico tollerante, di incolpare il sordido relativismo e di prospettare un ritorno alle prediche sui “nostri antenati Galli” da ammannire nelle scuole a bimbi di pelle scura e dai tratti sempre meno celtici, forse faremmo bene ad affacciarci alla porta del nostro vicino, con un nostro piatto (una ricetta tradizionale, mi raccomando) e fargliene dono cercando di capire che sapore potrà mai avere la pentola che bolle in casa sua.

Un caro saluto e un sincero complimento per l’inserto della domenica,
piero vereni

lunedì 14 febbraio 2011

Rubrica radiofonica

All'interno di Jalla! Jalla!, il programma di Popolare Network che va in onda da lunedì a  venerdì alle 14, ogni due lunedì tengo una piccola rubrica (circa dalle 15.00 alle 15.15) che va in onda dagli studi di Radio Popolare Roma. Cerco di raccontare lo sguardo di un antropologo nella città di Roma. Due settimane fa ho raccontato il bellissimo documentario di Simone Amendola, Alysia nel paese delle meraviglie, mentre oggi converserò con Sabrina Lei, direttrice di Jay Editore, filosofa romana convertita all'Islam.
Se scorrete il blog di Jalla! Jalla! potete risentire la presentazione di Alysia e dopo il programma di oggi sarà online anche la conversazione con Sabrina.
Qui trovate l'elenco di tutte le radio che costituiscono il network di Radio Popolare. Qui invece potete sentire lo streaming di Radio Popolare Roma.
AGGIORNAMENTO: mi informano dalla radio che devono cambiare palinsesto. La conversazione con Sabrina Lei viene registrata oggi e mandata in onda domani, alla stessa ora.

venerdì 28 gennaio 2011

Il dilemma algerino o il paradosso della democrazia


Nel 1991 il Fronte Islamico di Salvezza Nazionale vinse le libere elezioni democratiche indette in Algeria. Paventando un’iranizzazione del paese, vale a dire la consegna del potere politico nelle mani dei capi religiosi – e quindi di fatto la fine della democrazia di stampo occidentale che si stava cercando di affermare nel paese – le forze armate presero il potere, sciolsero il Fronte islamico e repressero le libertà civili. Come conseguenza di quell’atto repressivo, si formò il Gruppo Armato Islamico che terrorizzò il paese per tutti gli anni Novanta.
Il dilemma algerino quindi è chiaro: fino a che punto una democrazia deve essere democratica? Fino al punto che arrivi al centro del potere una forza che ha come obiettivo dichiarato la sovversione dei principi della democrazia? Ovviamente no, altrimenti la democrazia cederebbe il passo a una forza non democratica e quindi cesserebbe di esistere. Ma se quella democrazia, per salvarsi, mette in atto una rimozione forzata della componente non democratica ma democraticamente eletta, non sta forse negando se stessa, il principio stesso della rappresentanza democratica? Certamente sì, e quindi ecco il punto morto: se la democrazia accoglie (per rispetto al suo principio) chi la vuole distruggere, cessa di essere democrazia; ma se usa la forza per rimuovere quella stessa forza, nega sé stessa di fatto.
Credo che dovremmo pensare a questo dilemma paradossale quando riflettiamo sull’attuale politica italiana. Da un canto è evidente che SB sta modificando alla radice il modo di fare la democrazia in Italia, riducendone vistosamente gli spazi. La sua gestione del potere mediatico restringe ogni giorno la libertà d’espressione: dall’editto bulgaro al “mi fa orrore” di Marina Berlusconi rivolto alla dedica di Saviano, è infinito il florilegio di interferenze di un grande leader politico nel sistema della comunicazione di cui è in gran parte proprietario. Sul piano legislativo le numerose leggi ad personam, il suo sprezzo dichiarato per l’attività del Parlamento e dei “politici di professione” e il suo dirigismo aziendale hanno notevolmente ristretto le forme della rappresentanza, le libertà politiche più elementari alla base del sistema democratico. Gli ultimi scandali sessuali, poi, espongono al ridicolo il principio simbolico che il capo di una democrazia non debba essere un uomo eccezionale ma piuttosto normale” che le sue funzioni di guardiano delle istituzioni e propugnatore del bene del paese si realizzino meglio nella mediocrità del lavoro quotidiano piuttosto che nell’eccezionalità del deus ex machina. La democrazia, per definizione, non ha bisogno di pochissimi uomini straordinari, ma di una massa innumerevole di persone normali e perbene. Il priapismo di SB è degno dei re-sacerdoti, che al mattino si ponevano al centro del villaggio reggendo la loro turgida erezione (poi sublimata nello scettro) in attesa di essere sfidati dall’eventuale pretendente al trono, ma nulla ha a che fare con le funzioni di un primo ministro moderno.
Quindi, sul piano formale, su quello sostanziale e pure su quello simbolico SB sta chiaramente soffocando la democrazia in questo paese, e in quanto tale è un male per la democrazia del nostro paese.
Fanno allora bene quanti fanno il tifo per le procure più impegnate a cercare una soluzione giudiziaria che produca la sua rimozione? Non ne sono così sicuro, per il semplice fatto che SB è lì per via della democrazia, perché è stato regolarmente e democraticamente eletto, e se si ripresentasse oggi alle elezioni verrebbe quasi sicuramente rieletto con gli stessi numeri dell’ultima tornata elettorale. SB sta smantellando la democrazia perché è stato messo in quella posizione dalla maggioranza dell’elettorato, probabilmente proprio per fare quel che sta facendo.
Non ci sono scuse: SB è il prodotto italiano più tipico del suo progetto culturale (cittadino come consumatore) ed è stato eletto da persone che in questo ultimo quarto di secolo sono diventate cittadini consoni al suo progetto culturale prima ancora che politico, ma che con questo non hanno certo perso i loro diritti civili, e che quindi l’hanno eletto con i crismi della democrazia.
Dobbiamo smetterla di preoccuparci di SB, credo, e dobbiamo cominciare a interessarci seriamente delle “donne del Pdl” e delle “donne della Lega” che questa settimana a Caterpillar, su Radio2, hanno dato pubblicamente la loro adesione al progetto politico di SB sostenendolo e difendendolo dal “complotto” ordito per scalzarlo proditoriamente dalla posizione di potere legittimamente raggiunta.
Fino a quando SB sarà politicamente plausibile, sarà anche politicamente reale. Penso sia ora di lasciare alla psicologia le ragioni del perché SB è così, per provare invece a capire meglio quali sono i confini culturali collettivi entro cui la figura di SB come primo ministro non solo non fa orrore, non solo non fa ridere, ma anzi è vista come un auspicabile progetto da perseguire.

mercoledì 19 gennaio 2011

Un vero signore

A futura memoria, mi piace ricordare in questi giorni che Rocco Siffredi si è ritirato dalla scene appena compiuti i 40 anni. La motivazione è stata questa:
«Quando ho iniziato questa carriera, a 20 anni, le ragazze che dovevano girare scene con quelli più "vecchi" mi facevano pena».
Rocco for President, allora.

mercoledì 5 gennaio 2011

La morte di Rambo

Il Post ha pubblicato una infografica (si dice così, scopro; le chiamavo "cartine", le cose del genere, mappe dove ti spiegano una cosa ma in forma visiva) sui dati dei suicidi in carcere. Fa impressione vedere lo Stivale cosparso di cappi, tubi del gas, rasoi, flaconi di medicinali e sacchetti di plastica, a indicare il metodo scelto da chi si è tolto la vita dietro le sbarre.
Ho scorso rapidamente i nomi, tanti stranieri: Ramon Berloso, Gheghi Plasnicj, Giacomo Attolini... Qualcuno senza nome (Detenuto Marocchino, Detenuto Italiano) e mi sono chiesto perché, per "lapràivasi" oppure perché non sono neppure riusciti a identificarlo, e stava in galera senza nome?
Tra i tanti nomi, mi ha colpito l'ultimo in sequenza cronologica, Rambo Djurdjevic, morto suicida a Roma il 29 dicembre, all'età di anni 24, si dovrebbe dire.
Rambo Djurdjevic me lo sono immaginato, nei suoi 24 anni, giovane che potrebbe essere senza scandalo mio figlio. Forse rom, con quel cognome, e ancor più con quel nome. Ho visto il padre che tra una risata e una pacca sulle spalle, pagando da bere a tutti, comunicava agli amici la decisione di chiamarlo Rambo "come il film" (che è dell'82, mentre Rambo il figlio era del 1986; ma Rambo II: la vendetta è del 1985, giusto in tempo), orgoglioso come tutti i padri, appena gli sfornano "il maschio". Ho visto il piccolo Rambo crescere con questo nome sul groppone, una benedizione e una maledizione assieme.
No, non credo assolutamente che il destino del giovane Djurdjevic sia stato segnato dal nome che portava. Penso invece che abbiano pesato molto di più le sue "condizioni materiali di esistenza", i modelli parentali, il gruppo dei pari. Sarebbe finito in galera e si sarebbe ammazzato anche se si fosse chiamato  Dragan, o Giorgio.
Ma mi fa tenerezza e mi riempie di tristezza vedere quel nome da gradasso coprire il viso di un giovane suicida. Il Rambo cui pensava sicuramente il padre è un vincitore, è uno che alla fine "ce la fa", che non molla, che combatte fino a ottenere quel che ritiene giusto. Rambo Djurdjevic invece è stato sconfitto,  si è impiccato in galera come un vecchio senza speranze, a un'età in cui io bighellonavo all'università decidendo cosa fare "da grande", a un'età in cui oggi ci si può ancora considerare di fatto adolescenti.

martedì 4 gennaio 2011

Ti amo anch'io

Cercavo di fare un po' di spazio nel mio cellulare tra gli sms di troppo, e sono finito nella sezione Messaggi salvati, che non sapevo di avere. Che messaggi mai avrò salvato, mi sono detto? In realtà la cartella era vuota, ma ne contiene un'altra, Modelli, che raccoglie messaggi che con tutta evidenza il fabbricante del mio comunissimo telefono considera standard, e rende quindi già disponibili per il cliente. Senza quindi prendersi la briga di digitare il testo, se si ha fretta o si è molto pigri si può rispondere a un sms ricevuto con risposte preconfezionate: "Sono in ritardo. Arriverò alle", "Sono in riunione, chiamami alle", "Adesso sono impegnato. Richiamerò più tardi", e così via.
Anzi, no, non "e così via". Già mi ha dato fastidio riconoscere in quei messaggi il tono di alcuni che io stesso ho ricevuto, trattato dall'interlocutore come una pratica da sbrigare, ma mi ha procurato un vero capogiro il seguente messaggio:
Ti amo anch'io!
Con tanto di punto esclamativo. E' la congiunzione anche che mi ha stroncato. Implica che questo messaggio è una risposta a qualcuno che ti ha scritto finendo con "ti amo", e allora tu, che stai facendoti i cazzi tuoi, che non hai proprio voglia o tempo di rispondere, a una persona che ti scrive "Ti amo" rispondi con un pacchetto preconfezionato, prendi un grumo di lettere e gliele butti in faccia facendo finta di averci pensato, di aver spostato il pollice 14 volte sopra la tastiera, pigiato il numero necessario di volte i tasti adeguati per far sì che un pezzetto di sentimento che dal cuore è arrivato al cervello, è stato processato rapidamente da qualche milione di neuroni per formularsi in pensiero ("Anch'io provo per questa persona lo stesso sentimento che lei mi ha appena comunicato") e quindi per produrre una serie di impulsi elettrici verso il braccio, la mano, le dita, atti a manifestare la correlazione adeguata tra il sentimento e il gesto compiuto.
E invece no, hai fatto solo finta di fare tutto questo e invece hai pigiato il tasto "modelli" e scelto quello più adeguato.
Il mio terrore, d'ora in poi, sarà leggere "Ti amo anch'io" nelle risposte della mia compagna...

PS A meno che non ci sia, da qualche parte, in qualche cellulare, un modello che dice "Ciao amore mi manchi tanto, pensavo proprio a te in questo momento. Ti amo". Sarebbe la fine del mio universo, credo.
Intanto ho smesso di trafficare tra le funzioni del mio cellulare, non si sa mai.