2011/12: INFORMAZIONI PER CHI AVEVA 12 CFU E TUTTI GLI MP3 DELLE LEZIONI

lunedì 21 ottobre 2019

umano#8 al Macro

Riprendiamo il nostro cammino attorno alla parola #umano al MACRO ASILO di Roma.
Questa volta abbiamo chiesto a Costantino Albini di condividere la sua concezione di Umano e umanità con noi, per aprire le porte a una concezione non dualistica della nostra condizione.
Siete tutti invitati a questo nuovo incontro per tessere assieme la trama intricata di un percorso di riflessione che non pretende certo di essere esaustivo, ma che aspira ad essere polimorfo, cangiante e complicato come deve essere nella natura dell'Umano.
Dopo Vereni, Farinelli, Dei, Casolino, Botti, Cimatti e Scarpa, Costantino Albini ci porterà a un incontro con la terra e con il cielo, con l'umiltà e con l'immensità della nostra natura.
Vi aspettiamo martedì 22 ottobre, alle ore 17 in punto, ingresso da via Nizza. Gli studenti di Antropologia culturale di Tor Vergata sono pregati di compilare questo modulo online per confermare la loro partecipazione.

giovedì 10 ottobre 2019

Mafiosi e ergastolo


 Mentre aspettavo le mie studentesse americane per visitare l’Istituto Tevere, stamattina ho scritto di getto questo post su Facebook:
Sto per prendere la tessera del Partito Democratico. Lo faccio convinto, sereno che non ci sarà mai il posto perfetto dove veder rappresentate tutte e sole le mie idee politiche. Lo faccio però addolorato di sapere che il mio partito sostiene un governo il cui ministro della giustizia è un forcaiolo che non ha capito nulla del senso della sentenza di Strasburgo sull'ergastolo ostativo. Governare con questa gente è indecente. Lo so che sembra apodittico e puzza tanto di radical chic, ma chiunque ha lavorato in carcere sa che il "fine pena mai" prodotto dal 4bis è una mostruosità giuridica e una crudeltà indegna di qualunque paese civile. Un ministro della giustizia che non capisce questo è un politico meschino che non dovrebbe neppure essere degno della considerazione di un partito con la tradizione giuridica e garantista del PD.

A parte i commenti sulla mia tessera, un caro amico con non trascurabili competente giuridiche commenta così:
quanto invece al fine pena mai, potrei anche essere d'accordo con te, ma ti faccio una domanda: un Provenzano, un Totò Riina, un Matteo Messina Denaro dopo 25 anni di carcere, li rimetteresti in libertà?
Un altro amico, Giorgio, ribadisce:
Caro Piero ti seguo sempre nei tuoi commenti e sai che ho molta considerazione su quello che dici però penso che personaggi di quel calibro non conoscano pentimenti e di questo ne sono quasi certo e pur vero che se vogliono anche in carcere possono coordinare attività malavitose. Purtroppo noi porgiamo la guancia a persone che non hanno scrupoli è difficile essere garantisti in questi frangenti! Ciao Piero!
Così, da qui, con un filo di calma in più, rispondo al mio amico Matteo e al mio amico Giorgio, ma mi piacerebbe (scusate l’ardire) che queste due cosette che vorrei dire fossero lette anche dal Ministro Bonafede.
Provenzano e Riina sono morti in carcere, Matteo Messina Denaro è latitante, quindi a loro la discussione sull’ergastolo ostativo continua a non fare un baffo. Io considero però questo esteso lapsus estremamente significativo del fatto che ormai pensiamo alla mafia (“ormai” è dalla Piovra in giù) come a una lunga fiction con i suoi protagonisti, di cui si siamo persi un sacco di puntate ma di cui ogni tanto ci torna in mente qualche protagonista. La spettacolarizzazione della mafia (inevitabile nella nostra società dello spettacolo, non ne faccio colpa a nessuno) produce questo strano effetto per cui due capimafia morti in carcere e un capomafia irreperibile dal 1993 diventano un argomento per sostenere la legittimità o almeno la giustezza dell’ergastolo ostativo.
Tutto si basa, temo, sulla diffusa ignoranza di come stanno le cose, vale a dire la distinzione tra due articoli dell’ordinamento penitenziario italiano. Il 41bis era una norma (“carcere duro”) che in origine (nella modifica del 1986 dell’ordinamento penitenziario del 1975) si applicava solo ai casi di emergenza (rivolte nelle carceri) e dopo le stragi mafiose del 1992 venne estesa ai capimafia. In pratica col 41bis si è sottoposti alla sorveglianza continua e i contatti con l’esterno sono ridottissimi. NON è un ergastolo, è solo un modo speciale di scontare la pena, quale che sia.
L’articolo 4 bis invece è tutt’altra cosa, non è “carcere duro” ma istituisce una condizione speciale sulla pena di coloro che lo subiscono. La pena ordinaria, in effetti, viene intaccata da diversi benefici, tra cui la possibilità di accedere a permessi dopo un certo periodo (metà della pena) e il conteggio dei giorni, vale a dire lo “sconto” di 45 giorni di condanna ogni sei mesi trascorsi in buona condotta. Se si subisce una condanna ostativa significa che, per quella porzione di condanna, non si possono conteggiare i benefici e “ci si fa la galera”. Se uno, poniamo, è stato condannato a 10 anni di cui 6 ostativi, significa che fino al compimento del sesto anno “se la fa tutta” e dopo inizia a scontare una pena ordinaria, con il conteggio dei giorni, la possibilità di permessi, le possibilità di richiedere misure alternative (domiciliari o altro).
Chi sono i condannati che subiscono il 4bis? Sono coloro che hanno subito la condanna anche per “associazione a delinquere” (mafia o spaccio internazionale, di fatto) e non sono diventati collaboratori di giustizia, non hanno cioè attivamente fornito informazioni utili a smantellare l’organizzazione di cui fanno parte. Di fronte a un reato “di mafia”, quindi se ci si pente in questo senso (si coinvolgono altre persone consentendo la loro incriminazione) si possono beneficiare di molti sconti di pena e di altri vantaggi. Succede così che Giovanni Brusca (soprannominato lo scannacristiani) condannato per la Strage di Capaci, condannato per la strage di via D’Amelio, condannato per l’omicidio di Giuseppe Di Matteo (rapito a tredici anni perché figlio di un boss rivale, tenuto in ostaggio per due anni e infine strangolato e sciolto nell’acido), essendosi pentito ha ottenuto così tanti benefici che nel 2021 avrà finito di scontare la sua pena e sarà un uomo libero.
Invece, ci sono nelle galere italiane centinaia di uomini della bassa manovalanza mafiosa, criminali professionisti (nel senso di stipendiati) che a venti o venticinque anni sono entrati in galera per uno, due, o dieci omicidi e assieme alla condanna per omicidio stanno scontando la condanna per associazione e, non avendo parlato, non essendosi “pentiti”, hanno subito la condanna nel regime del 4 bis, vale a dire senza poter usufruire di alcun beneficio. In questi casi, l’ergastolano non può usufruire dei benefici di legge, che di fatto lo fanno terminare dopo 25 anni di reclusione, fatte salve le garanzie pretese dal giudice di sorveglianza, e il suo ergastolo nominale diventa “fine pena mai”. Questi uomini non si sono pentiti, e questo potremmo dire che è un male, ma è anche vero che in molti casi non sono rimasti chiusi in sé stessi, e tutti sono cambiati dentro il carcere. F.R., in carcere da 27 anni, è entrato con la seconda elementare e tra qualche giorno sosterrà la discussione della sua tesi di laurea in giurisprudenza. Altri ostativi che conosco hanno fatto un percorso veramente inimmaginabile nel carcere, e ora che hanno passato i cinquanta, dopo venticinque o trent’anni dentro, sono persone totalmente diverse da quei ragazzi criminali che erano entrati.
Il dramma di questi uomini è che il loro cambiamento non è riconoscibile con gli occhiali della giustizia italiana. Non possono più pentirsi perché i fatti in cui sono stati coinvolti molti anni fa sono ormai del tutto risolti, o i loro coautori sono già in galera, o sono morti. Il loro pentimento (per quanto possa essere sincero nello spazio della loro coscienza) non ha alcun valore per la giustizia perché non serve a nulla, non può produrre nuovi arresti e non conduce a nuove indagini. Questi uomini sono allora definiti “inesigibili”, vere nullità giuridiche che, indipendentemente da quel che hanno commesso e ormai indipendentemente da quello che sono diventati dietro le sbarre, sono costretti a morire in carcere.
Ecco, forse se pensassimo un po’ meno a Gomorra e un po’ di più al vecchio pensionato che vive la porta accanto, capiremmo un po’ meglio che la corte di Strasburgo ha detto solo che tutto questo non è giusto. Che un mostro come Brusca il prossimo anno uscirà perché si è “pentito”, mentre la trasformazione profonda e totale di tanti uomini non trovi alcun riconoscimento pubblico e li tenga a marcire in carcere.
Io mi chiamo fuori, il Ministro Bonafede sappia che non mi rappresenta, che io non voglio essere rappresentato da lui e da quelli che la pensano come lui. Una giustizia che cessa di essere umana cessa di essere giustizia.

mercoledì 2 ottobre 2019

I giovedì del LaPE

Per i distratti che oggi si sono persi la prima lezione del Modulo A di Antropologia culturale, ricordo che la valutazione finale sarà fatta su:
1. voto dello scritto in aula
2. voto della tesina
3. punteggio per la partecipazione alle attività extradidattiche.

Se, putacaso, domani giovedì 3 ottobre, venite alle 21 spaccate (famo pure 20.50) al polo culturale ex Fienile, in largo Mengaroni 29, potete assistere al film Once were warriors come primo film del cineforum didattico che abbiamo attivato.
Chi partecipa vince popcorn e aranciata e anche un terzo di punto da sommare al voto finale del suo percorso di Antropologia culturale.
Chi partecipa al dibattito dopo il film con una domanda intelligente prende .05 punti...

venerdì 20 settembre 2019

I padri e la patria


Note per la lettura di Consigli per essere un bravo immigrato, di Elvira Mujčic, Lit Edizioni srl (Elliot), Roma, 2019, pp. 91.

Ho letto i primi lavori di Elvira Mujčic in quanto “esperto dei Balcani” e ora mi ritrovo a leggere l’ultimo lavoro in quanto “esperto di immigrazione” o qualcosa del genere.
Verrebbe voglia di tornare ai comodi modelli dello strutturalismo per comprendere il filo del libro: Elvira, bionda, bianca, italiana accolta bambina come rifugiata bosniaca in un mondo in cui ancora esisteva la compassione, si trova ad aiutare (ci torno dopo, su questo verbo) Ismail, africano gambiano, nero, dinoccolato, che non riesce a farsi riconoscere la protezione internazionale per il suo caso di perseguitato politico.
Li uniscono due tratti, uno più superficiale (ma molto connotativo dello straniero, in Italia), vale a dire la tradizione familiare musulmana (che per Ismail permane nella recitazione delle sure del Corano ascoltate con le cuffiette, mentre per Elvira è solo il ricordo dei riti di fine Ramadan celebrati dal nonno a riportarla in quella sfera); e una invece più profonda, personale, vale a dire la tendenza al controllo eccessivo.
Che cosa mai dovrà fare, Elvira, con il suo status rassicurante di scrittrice italiana ex straniera, per poter aiutare questo straniero incapace di scrivere, di compilare cioè in modo credibile il modulo C3, la domanda per la richiesta di protezione che include il racconto biografico dettagliato degli eventi che legittimano la richiesta di essere accolto nel nostro paese? Una non-abbastanza-straniera con un eccesso di scrittura che deve aiutare un troppo-straniero con una carenza di credibilità come narratore. È Maurizio (un operatore del terzo settore che amava la Bosnia da prima della guerra e che lavora con gli immigrati) a fare il mezzano di questa coppia sbilenca, in cui una ex straniera dovrebbe spiegare a un futuro immigrato come si scrive una storia credibile. Ecco, il punto centrale di tutto il libro è la disamina di questo aggettivo associato al racconto. Che cosa fa di una storia una storia credibile?
Si scoprirà (e dopo Nietzsche non abbiamo scampo) che la verità narrativa è una struttura retorica, una serie di tropi letterati, di stilemi e di aspettative del lettore portate a compimento. Quel che è successo non ha alcuna importanza. Oppure, per provare a dirlo in modo meno pessimistico, quel che conta della narrazione non è quel che è successo, ma quel che significa che sia successo. Una narrazione condotta dentro un senso, per quanto artefatta, sarà sempre più credibile di quella che gli antropologi chiamano thin description, vale a dire un racconto senza un ordito significativo a sostenere la trama.
Se non si entra in questa logica del senso del racconto, non succede praticamente nulla nelle pagine del libro: una richiesta di protezione internazionale viene rigettata, e una scrittrice dovrebbe aiutare un immigrato a compilare un ricorso facendo leva sulle strategie retoriche del racconto credibile. Si badi che Elvira è interpellata da Maurizio in questo ruolo di assistente dell’eroe per la sua duplice natura di scrittrice e di ex straniera, vale a dire di una che dovrebbe saperla lunga su come si articola una storia per essere accolti in Italia. Solo che Elvira non ha mai dovuto esercitare le sue competenze di narratrice come richiedente asilo perché veniva da Srebrenica, e nel massacro del luglio 1995 ha perso il padre e lo zio ma non ha avuto bisogno di raccontare questa storia per essere ammessa in Italia, quella era un’altra epoca, in cui ancora la compassione era un sentimento spendibile in pubblico e dalle pubbliche istituzioni. Ismail invece cerca di entrare in un mondo che parla di responsabilità e opzioni individuali, di codici e regolamenti, e ha bisogno di uniformare il suo racconto ai modelli accettabili.
In realtà Elvira non ha consigli da dare a Ismail per essere un bravo immigrato, e condivide con lui racconti, cercando di comprendere cosa c’è che non va nella storia del giovane gambiano.
In questi incontri tutti vissuti nel quartiere romano di San Lorenzo, appaiono all’orizzonte le due altre figure narrative del libro, che sono insieme la radice dello spaesamento e del dolore, e il perno del ricordo e del possibile riorientamento morale dei due. Non aspettatevi lunghe pagine, né ritratti dettagliati, sono però cunei narrativi che tengono in piedi tutto il romanzo: sono il padre di Elvira e il padre di Ismail.
Il primo compare già nel sogno all’inizio del libro (Elvira bambina entra in un cinema “vieni, vieni a vedere cose finte che sembrano vere”, ma poi un’ascia squarcia lo schermo e una mano trascina Elvira oltre la parete della finzione: “vieni, qui le cose sono vere, ma sembrano finte”), ma è alla fine del decimo capitolo che prende la forma inaspettata di un fenicottero:

…la prima volta che li avevo visti volare nel cielo di Cagliari erano una ventina, si erano levati in volo dalla salina e i loro corpi rosa si erano stagliati nella luce del tramonto […] Con mio padre guardavamo i documentari sui fenicotteri che, per i nostri climi e latitudini, ci apparivano come animali fantasmagorici, e fare un viaggio per accertarne l’esistenza era stato uno dei progetti più grandiosi della mia infanzia.
Quel giorno a Cagliari, l’incontro con questi uccelli formidabili mi aveva fatto pensare a mio padre […] Lui non aveva fatto in tempo a vedere i fenicotteri nei trentaquattro anni della sua vita e questa brevità del tempo, quest’atto mancato, l’innaturalezza dell’essere una figlia più vecchia del padre, la definitività con la quale tutte le sue esperienze si erano arrestate, mentre le mie andavano avanti, l’impossibilità di stabilire un dove e un quando di quella morte aveva fatto sì che lui non fosse mai diventato passato. Era presente come una sottile mancanza tenuta viva da un dialogo immaginario… (pp.70-71).

Di nuovo, non c’è alcun evento, non c’è bisogno che succeda nulla per suscitare questo ricordo e questo legame, basta l’immagine di una bambina in divano con il padre, a fantasticare su viaggi esotici alla caccia di uccelli visti in tv. Troppo poco, verrebbe da dire, per essere credibile come storia…
Anche il padre di Ismail appare la prima volta in un episodio parimenti privo di eventi. È il primo giorno di scuola per Ismail, ma il padre non si vede, la sua barca forse non è rientrata dalla pesca e il figlio lo cerca con un crescente presentimento:

Inciampava nelle reti da pesca e quando stava quasi per arrendersi alla disperazione, la mano grande dalle dita callose di suo padre si era posata sulla sua testa; lui aveva sentito qualcosa sciogliersi nel petto e si era messo a piangere come fosse un bambino piccolo, mentre il padre rideva e gli accarezzava la testa e domandava: «Come hai potuto pensare che tuo padre ti avrebbe abbandonato?»
In seguito era successo molte volte di essere lì lì per arrendersi alla disperazione, ma quando arrivava a quell’esatto punto si ricordava di quel giorno in spiaggia e allora, come per una questione di superstizione, si riprendeva e diceva che no, non si sarebbe lasciato andare così, le cose sarebbero andate bene, come se il solo fatto che una volta aveva ritrovato il padre perduto garantisse tutti i ritrovamenti futuri. (p. 73).

“La mano grande dalle dita callose” non è vista da Ismail, ma percepita con il tatto, mentre suo padre lo carezza. Il padre è prima di tutto un contatto, uno spazio che solitamente lasciamo alle madri, ma questo padre materico e nodoso (“io sento che sono due persone: sono me e sono mio padre” dirà a pagina 78) sembra il converso del padre di Elvira, ricordato tramite la visione della sua eterea alterità animale.
Sono entrambi padri perduti, nomi, ricordi da nulla, un documentario alla televisione, una paura da bambini. Eppure, è dentro quei ricordi che il lettore sente la commozione del tempo ritrovato come senso. Non c’è bisogno, verrebbe da dire con ritrosia, che ci raccontiate le azioni bestiali degli assedianti di Srebrenica e della polizia del dittatore del Gambia, perché il vostro dolore e la vostra sofferenza sono tutte raccolte in quella mancanza del padre che non può che essere anche mancanza della patria, di un posto e di un tempo in cui il futuro non aveva ancora preso la forma che poi vi avrebbe portati fino a questo bisogno o necessità di raccontarlo. Un futuro segnato da una perdita insanabile, dalla perdita per eccellenza, si dice.
Cosa possiamo ancora raccontare di fronte alla perdita del padre? Quale altra storia ha senso, dopo quella? Elvira e Ismail si pongono, di nuovo, in posizione speculare con le loro risposte. Elvira diventa addirittura scrittrice, fa di quella apparente ineffabilità il motore della sua vita, mentre Ismail deve convertire quel racconto che non sa dire in un agire compensatorio (devo restare nel vago per evitare accuse gravi di spoileraggio…): se non può dire quella mancanza, deve fare qualcosa per equilibrarla: “riparare, recuperare, salvare quello che si può per rimediare a quello che non si è potuto fare” (p.85).
C’è, infine, un ultimo tratto che mi ha colpito di questo libro esile e denso, ed è la presenza dei sogni. Per Elvira sono un modo per aprirsi al racconto, ma per Ismail sono un legame con i defunti: quando smette di sognare, teme di aver perso contatto con i suoi antenati, che loro si siano scordati di lui. Per entrambi i protagonisti, così, il sogno è il tramite necessario all’apertura di un senso, orientato al futuro della scrittura per Elvira o radicato, per Ismail, nel passato della propria storia, per quanto indicibile. Il sogno quindi lega il tempo e il racconto, consente di affacciarsi sui volti sconosciuti dei prossimi lettori e nei tratti consueti dei familiari perduti, e lascia in chi legge una sottile malinconia di storie altrui, che così poco somigliano alle nostre, eppure riusciamo, nel mistero della scrittura, a sentirle parte di noi.

giovedì 5 settembre 2019

Ecco cos’è


Vista la lista dei ministri, alti e bassi come stato d’animo. Mi sorprende che gli esponenti del M5S abbiano accettato Luciana Lamorgese (la prefetta anti-lega) al posto di Matteo Salvini, con cui avevano “governato tanto bene”, a sentire loro. Ma è stata una sorpresa di breve respiro, subito accoppiata da un’illuminazione. Ecco cos’è che mi ha fatto sospettare dall’inizio del Conte 2, la mancanza di fiducia.

Non ho mai provato simpatia per il MoVimento, probabilmente per ragioni insieme di stile (la rabbia come espressione pubblica mi ripugna) e di distinzione sociale (mi considero, ebbene sì, decisamente più colto e informato del “grillino medio”, oltre che inserito in un tessuto sociale che non mi fa vivere con frustrazione il mio ambiente lavorativo e la mia rete familiare e amicale, insomma, probabilmente sto troppo bene con me stesso nel mio ambiente per potermi identificare con un travaso di bile costante); ma è anche vero che ho spesso manifestato una certa indulgenza proprio per il tipo umano grillino, tutto ingrifato nei suoi risentimenti, nei suoi vaffa, nel suo vantarsi di essere un anti-PD ignorante fino a suscitare tenerezza. In questi anni romani (dove sono onnipresenti nelle amministrazioni municipali, con monocolori ovunque nelle periferie) ho anzi avuto modo di conoscerne diversi nelle posizioni di decisori pubblici, e ne ho spesso apprezzato l’onestà adamantina e il vero spirito di servizio con cui hanno assunto l’ingrato compito di vedersi bombardati dai whattsapp dei meetup incarogniti perché non gli hanno ancora spostato i cassonetti e perché la grondaia della scuola ancora perde. Insomma, ho considerato gli attivisti 5 stelle degli idealisti sprovveduti, spesso totalmente incompetenti su tutto ma bonaccioni e volenterosi, pronti a sbattersi per la buca sulla via e insomma dei potenziali ottimi portieri di condominio, goffi, certo, ma disposti a mettere le mani in pasta nella cosa pubblica (per la prima volta in vita loro, fulminati sulla via dei vari Grillo tour).
Per questo, ero estremamente favorevole al dialogo col PD dopo le elezioni del 2018 e ho accolto con stizza il narcisismo plebeo di Renzi e la sua odiosa “politica dei popcorn”.

Ma ora che il destrorso Luigi di Maio ha prodotto una metamorfosi così profonda del movimento (iniziata però già nella scorsa legislatura, quando i 5S si rifiutarono di votare lo ius soli temperato per le seconde generazioni) e ha dimostrato (con gentaglia come Toninelli) che si può essere carogne fino in fondo pur essendo della prima leva del MoVimento; che insomma dietro la rabbia dei vaffa day non c’era solo l’indignazione goliardica della cittadinanza ferita, ma anche (e molto solido, in effetti, al punto da diventarne il Portavoce politico) il ghigno del gangster senza scrupoli pur di gestire la banda, ecco a quel punto a me è venuta meno la naturale fiducia che provo per il genere umano, tanto più se molto diverso da me.

Lo so che è del tutto improduttivo come atteggiamento, ma sono troppo vecchio per cambiare uno stile che mi porto dietro da sempre, vale a dire la convinzione che chi di sta di fronte è una persona tutto sommato per bene, che non tira necessariamente a fregarmi e che sta cercando di dirmi con sincerità come la pensa. Questo approccio ottimista mi ha ovviamente procurato qualche rogna, ma in generale mi ha facilitato tantissimo il mio lavoro di antropologo, soprattutto sul campo, perché instaura fin da subito un patto di fiducia con l’interlocutore. Bene, questo patto, con i 5 stelle del primo Governo Conti, è completamente saltato. Io di ’sta gente proprio non mi fido, mi sembrano infidi oltre qualunque accettabilità e proprio la nuova Ministra degli Interni mi sembra un sintomo gravissimo che la mia sensazione è fondata: se gli sta bene Lamorgese dopo Salvini, vuol dire che proprio gli sta bene tutto, pur di comandare. Gli avessero proposto Martin Luther King o Joseph Goebbels, andava bene uguale.

Spero che il PD resti sempre in allerta, pronto a staccare la spina appena si scoprissero ulteriori voltafaccia in arrivo. Il contatto tra PD e M5S andava fatto prima di tutto sui territori, nelle amministrazioni locali, provando a stanare i 5 stelle dalla loro bulimica apatia ideologica, che gli fa ingoiare tutto e il contrario di tutto. Il PD si sarebbe dovuto assumere la responsabilità del fratello maggiore che deve prendersi cura del fratello un po’ tonto ma con tanto potenziale. Ho veramente paura che questa alchimia delle stanze arcane non porterà nulla di buono alla base del PD (tutto a vantaggio della faciloneria e superficialità ideologica della base dei 5S) e spero tra l’altro di uscire presto da questo stato d’ansia cui da qualche settimana somatizzo i miei timori politici.

mercoledì 4 settembre 2019

E allora il PD!


(Sistemo e aggiorno qui alcune cose che ho scritto a frammenti su Facebook in queste settimane di crisi di governo).
Ora che le acque, almeno per un po’, si calmeranno, vale la pena di fare una rapida riflessione sui pro e contro di questo nuovo governo. Come al solito, non mi interessano i rapporti materiali, ma quelli simbolici, e che forma stiano prendendo o abbiano preso in questo mese agostano.
Io vedo due direzioni contraddittorie, una di sviluppo negativo, l’altra invece più ottimista e quindi con quella concluderò questa mia nota.

1. Non siamo tutti uguali
L’aspetto più deleterio di questo governo è che fa, inevitabilmente un mischione. Governare con gli stessi che solo un mese fa governavano con la destra più becera mai vista nell’Italia repubblicana è un danno di immagine grave per il PD, una macchia identitaria che solo una buona prassi (sui cui dubito molto, con questi alleati) potrà rimuovere. Al di là degli aspetti morali (governare con questa feccia? Mai!) che trovo stucchevoli, mi preoccupa la confusione cognitiva, che si sta espandendo anche dentro il partito. Secondo questa confusione, il PD è solo un altro partito come gli altri, senza alcuna specificità (non parlo di superiorità morale, eh), una cinica macchina di governo e potere senza alcuna motivazione di ordine ideale. Questa postura ha già prodotto l’effetto interno del renzismo, e quello esterno dell’antirenzismo tradotto in antipiddismo viscerale. Intendo che Minniti senza Renzi non avrebbe praticato le sue imbarazzanti politiche di contenimento all’immigrazione e non avrebbe in un certo senso sdoganato il razzismo sottotraccia della sinistra italiana. La conseguenza di questo sdoganamento è soprattutto la convinzione, anche da parte di membri del Partito Democratico, che vi sia una qualche continuità tra le politiche del PD renziano (e alcuni tornano indietro fino a come Veltroni trattò (vergognosamente) la questione rom a Roma) e quelle dei Decreti sicurezza, e che quindi non ci può ora essere scandalo se il PD governa con quelli che quei decreti li hanno comunque votati e se ne sono anzi assunti la responsabilità. Sul fronte opposto, antirenziano, l’argomento della continuità è utilizzato per sancire la totale commistione del Partito con la destra e la sua ideologia, deridendo chiunque ancora veda nel PD un partito di Centrosinistra. Io credo che questo argomento continuista (sottutugualidanavita) sia non solo nocivo alla sopravvivenza del PD, ma profondamente errato.
L'argomento "e allora il PD?" è noto e stantio. Che i governi precedenti abbiano lavorato poco e male per i diritti dei migranti è cosa nota e risaputa almeno dalla Bossi-Fini (e si può ragionevolmente argomentare dalla legge Martelli e dal sistematico uso della nozione di emergenza che ha condotto a casi costanti di eccezionalità, girati dal positivo al negativo negli anni). Ricordo però, dieci anni fa, un bastardissimo Maroni gongolare il suo "finalmente cattivi!" dopo l'ennesima porcheria e quel ricordo è per me promemoria indelebile che NON dobbiamo dimenticare che ogni legge ha un contenuto tecnico e una dimensione valoriale, definendo cioè non solo cosa fare ma anche cosa il mondo è simbolicamente per le persone sottoposte a quella legge. L'intento valoriale dei decreti sicurezza (come nel caso della legge sulla legittima difesa) è preponderante su quello tecnico fattivo. Dicono che le ONG sono associazioni a delinquere e che ci sono esseri umani di seconda categoria rispetto agli italiani. Nessuna legge (dopo le leggi razziali del 1938), aveva più osato formulare un tale sistema di valori. Ridurre tutto ai tecnicismi del contenuto legale significa cedere alla logica salviniana incorporata dai 5S.
Dobbiamo semplicemente distinguere i legislatori come Turco-Napolitano e financo Minniti da fomentatori dell'odio pubblico come CasaPound e Salvini. Se è tutto uguale poi si finisce nella palude morale in cui è finito il M5S, che per non essere né di destra né di sinistra ha avallato le peggio sconcezze definitorie e se ne vanta pure. In questa fase, se non siamo in grado di distinguere i nemici dai compagni (per quanto compagni "che sbagliano") rischiamo di fare più danni col fuoco amico. Magari pure benintenzionato. Siamo nel pieno di una guerra culturale: dobbiamo dire da che parte stiamo e rimproverare i nostri sodali se sbagliano, ma non confonderli mai, mai, coi nostri avversari.

2. La politica è dire alle persone che cosa sono
Questo argomento negativo nella valutazione del governo in fieri può essere però anche impiegato per trovare uno spiraglio di luce. Dire che la Legge istituisce di fatto quel reale che si limiterebbe a regolare è un argomento che si può estendere alla Politica in generale. La politica, infatti, non è solo l’arte del possibile, la capacità di realizzare i propri obiettivi o una forma regolata di conflitto. La politica è anche un discorso sulla realtà sociale, una “definizione” di quella realtà parimenti istitutiva.
Per sconfiggere il salvinismo “sul campo” (battaglia che deve ancora cominciare) si sarebbe dovuto chiedere alla gente comune, ai colleghi, ai vicini, ai parenti, agli amici, di smettere di credere di somigliare all'immagine che di loro hanno dato i politici del primo governo Conti. Non siamo un popolo di individualisti frustrati, di tremebonde beghine, di criminali corrotti e odiatori di professione. Quelli sono gli sfigati del mondo, che sempre ci sono stati e sempre ci saranno, nelle loro patetiche frustrazioni individuali, nelle loro sconfitte personali, nelle loro meschine e anche commiserevoli solitudini. Gli italiani sono un popolo impegnato nell'associazionismo, nel volontariato, nei progetti di realizzazione del bene comune. Gli italiani sono un popolo da lunghissimo tempo abituato alla differenza e senz'altro non spaventato storicamente dalla differenza. Gli italiani non hanno una fede incrollabile, hanno pratiche tolleranti, e anche se spesso fa loro comodo che qualcuno tiri la carretta al loro posto, non gli va mai che poi quel qualcuno cominci a pisciare fuori dal vaso, a supporsi predestinato, a dare ordini non richiesti. Gli italiani sono, nella loro grandissima maggioranza, poco interessati a questioni di razza e primazia, tutti bastardi come sono, figli dei nord e del sud, dell'est e dell'ovest, sempre in cerca di radici ma sempre capaci di portarsele a spasso.
Gli italiani sono pigri, questo è vero, ma la pigrizia è un segno di intelligenza, la capacità di fare le cose con il minimo dispendio di energie. Non sono corrotti, però, non sono fascisti, però, non sono escludenti per brama di potere, però. Se il governo che si prepara, nella sua componente 5S, pretende che ci rispecchieremo ancora a lungo in questa immagine distorta del paese, sia informato che non attacca. Torneremo alle nostre case, ai nostri affetti allargati, al lavoro nei quartieri, al nostro volontariato, al nostro associazionismo, a quei corpi intermedi che tengono in piedi questo paese e che il Conti1 ha cercato di spazzare via in nome di quel che Salvini ha chiamato "pieni poteri": un rapporto unico e diretto tra una massa di individui amorfi e il Caro Leader che li blandisce fin quando non li bastona. Siamo ancora nelle sezioni, nei comitati di quartiere, nelle parrocchie, nelle associazioni territoriali, nelle ONG, nelle feste dei comitati e nelle cene tra amici delle superiori. Molti di noi si sono stufati di vedersi rappresentati in questo modo schifoso e hanno smesso di votare, ma io spero che questo nuovo governo trovi il coraggio di darci voce, di non soffocarci, di non confonderci con la massa rancorosa.
Non perché la massa rancorosa non ci sia, certo. Per anni Grillo prima e poi Salvini in corsa sulla brace della frustrazione hanno soffiato convinti forse anche solo di esserne i portavoce, mentre ne erano i macchinisti alla caldaia. Ma io so bene che la gente non “è”, la gente “diventa” secondo la spirale del silenzio: ai tanti che hanno elaborato una loro prospettiva e una visione del mondo si contrappongono i tantissimi che fiutano l’aria, e scoreggiano se sentono puzza, mentre invece si danno un tono se in giro sembra prevalere la buona educazione.
Se questo governo dirà agli italiani che hanno tanto da fare, che non sono individui scalcinati in lotta con il mondo, ma sono parte di un tessuto sociale sano che deve ancora rafforzarsi, allora, forse, sarà valsa la pena di ingoiare questo rospo da entrambe le parti.

lunedì 12 agosto 2019

Per capire che aria tira (cittadinanza e inclusione)


Lontano dalle incombenze didattiche, sto finalmente studiando un po’ a ruota libera, una bella lista di libri e pdf soprattutto in vista di un articolo commissionato da consegnare a metà novembre e un libro che nei miei sogni dovrebbe essere finito a metà settembre. Entrambi affrontano tematiche religiose per cui mi capita di leggere cose interessanti come queste (che prendo da Cinzia Sciuto, Non c’è fede che tenga, Feltrinelli 2018, un libro che per altro mi convince poco, sottotitolato un po’ furbescamente “manifesto laico contro il multiculturalismo”, frase che mette insieme quattro parole che apprezzo pochissimo, tanto più in questa combinazione) che trovo a pagina 58:

…il sociologo Farhad Khosrokhavar [che è uno che ha etnografato terroristi islamici in carcere, per dire, mica uno che parla per sentito dire] distingue un “islam dell’integrazione”, un “islam dell’esclusione” e un “islamismo radicale” [la fonte è un saggio in una vecchia raccolta curata da Annamaria Rivera nel 2002].
Nel primo tipo – il più diffuso ma anche il meno visibile perché meno militante – l’islam è vissuto non come appartenenza a un gruppo ma come “costruzione di una identità singolare in seno alla società francese”. L’islam dell’esclusione è invece, sempre nelle parole di Khosrokhavar, “una forma di costruzione neo-comunitaria di un senso che fa riferimento al sacro, in cui il soggetto […] cerca di conferire un significato alla propria esistenza tenendosi in disparte rispetto a una società nella quale non crede più di avere la possibilità di fare parte degli ‘inclusi’. Mentre l’islam dell’integrazione cerca un riconoscimento in seno alla nazione, l’islam dell’esclusione è caratterizzato dall’assenza di fiducia in una società che ha rifiutato a questi giovani l’integrazione”.
Questa è la forma di islam più problematica per un sistema democratico e liberale, non solo perché, essendo “per sua natura ambiguo”, può rappresentare un piano inclinato che porta verso la terza tipologia di islam, ossia quella della radicalizzazione fondamentalista, ma anche perché, anche quando rimane del tutto non violenta, contribuisce a creare divisioni, ad alimentare un senso di esclusione e non dà il suo contributo a una società coesa.


Sono in vacanza in Sicilia, con internet razionato, ma le vicende politiche degli ultimi giorni e la crisi in atto mi si intrecciano costantemente con quel che leggo (un’altra serie di suggestioni in questo senso, una specie di attualizzazione dell’antropologia politica, mi viene dalla lettura conclusiva delle bozze di Il potere dei re, di David Graeber e Marshall Sahlins, che ho tradotto assieme a Chiara Cacciotti e Simone Cerulli e che uscirà con una mia introduzione a ottobre per Raffaello Cortina editore) per cui mi è partita involontaria la connessione tra questa tripartizione del mondo islamico nel contesto francese e una più generale tripartizione su come gestiamo la cittadinanza negli stati in cui viviamo, in particolare in Italia. Molti di noi si sentono partecipi di una “cittadinanza dell’integrazione”: credono di avere certi diritti e doveri, e pensano che questo modello di cittadinanza cui partecipano sia un progetto in gran parte individuale che costituisce una porzione rilevante della propria posizione in seno alla comunità nazionale. Io, per dire, mi sento chiaramente parte di questo tipo di cittadinanza: ho un lavoro nel settore pubblico che mi piace molto ed è remunerato in modo decente, lavoro che mi permette di pagare una quota considerevole di tasse dirette e indirette, grazie a cui accedo a una serie di servizi per me e i miei cari, dalla sanità, all’istruzione, alla mobilità pubblica. Il patto sociale, per così dire, per me funziona e anche se avrei certo richieste di miglioramento non posso certo lamentarmi, guardandomi intorno. Perché se mi guardo attorno vedo un altro tipo di cittadinanza, la “cittadinanza dell’esclusione”, dei molti (in numero crescente) che per un motivo o per un altro non si sentono più parte degli “inclusi” come me. Si tratta di molte persone che non hanno un lavoro adeguato a quelle che considerano le loro qualità, o che non hanno un lavoro stabile, o non è abbastanza pagato, o non c’è del tutto. Persone che vivono lontane dai posti che loro considerano importanti per la loro vita e faticano a raggiungerli; che hanno abitazioni non adeguate, o del tutto insufficienti; o che comunque, quale che sia la loro situazione lavorativa, si sentono defraudati, manca loro qualche cosa, fosse anche solo il riconoscimento delle loro vere capacità, e non prendono più parte attiva alla vita sociale del loro paese perché non possono o perché hanno sviluppato un senso di rifiuto, una specie di mancanza di significato del loro agire. Queste persone tendono a ritirarsi vagheggiando un tempo o uno spazio in cui, invece, quella dimensione includente c’era: si colloca in un tempo mitologico che spesso dipende dalle proprie predilezioni morali e politiche, ma è un passato comunque migliore dello “schifo” attuale. E questi cittadini “dell’esclusione” più di tutto sviluppano un cupo risentimento perché sanno che la vita va così, ora, ma non è un destino ineluttabile, e se non fosse per questo o per quel motivo, per questa o quella causa, la loro vita sarebbe (o almeno sarebbe stata) ben altra cosa.
Il lavoro della politica, nel nostro paese ma non solo, era stato finora quello di attrarre (producendo ovviamente le necessarie condizioni politiche ed economiche) i cittadini “dell’esclusione” verso gli spazi “dell’inclusione” ma da qualche anno (diciamo un decennio, circa, a cavallo della crisi economica del 2008) si è aperta una nuova opzione di attrazione per i cittadini che si sentivano esclusi, vale a dire uno scivolamento verso una terza opzione, in crescita vertiginosa direi in tutto il mondo occidentale, vale a dire una cittadinanza “radicale”, fatta di manicheismo identitario (se non sei mio amico sei mio nemico) e una vena di megalomania etnica (“noi”, definiti vagamente come gruppo etno-razziale, siamo comunque migliori e abbiamo la precedenza su chiunque altro). Certo, gruppuscoli fascisti ci sono sempre stati in tutti gli stati moderni, ma dal secondo dopoguerra fino a tempi recentissimi erano, appunto, gruppuscoli, che potevano attrarre solo la marginalità estrema. Oggi, e basta veramente guardarsi intorno in Europa, in Asia e in America, questa concezione “estremista” della cittadinanza sta provando a diventare maggioritaria, e in certi spazi lo è già.
Se questo quadro fosse corretto, si potrebbero leggere le tendenze di voto di questi ultimi due anni in Italia come un travaso dalla cittadinanza “dell’esclusione” a quella “radicale”, con la cittadinanza “dell’inclusione” incapace di mettere bocca in questo gioco al massacro. La lotta politica che ci si apre davanti, quindi, non è quella parlamentare per capire se si debba fare o meno un governo o andare a votare, ma quella culturale, per capire che cosa intendono fare i cittadini “dell’esclusione”, visto che è evidente che da soli non hanno i numeri per auto-affrancarsi con un’azione politica diretta e tutta autonoma (come ha cercato di fare prima di questo governo il M5S), non fosse altro che molti “dell’esclusione” non partecipano (per definizione) in alcun modo alla vita politica, e non votando non possono certo contribuire a un processo di emancipazione degli esclusi. Possiamo quindi valutare questi esclusi (se prendiamo la somma M5S+non voto come un proxy attendibile di questa condizione, stiamo parlando del primo partito d’Italia, altro che Lega) che hanno diverse opzioni di qui ai prossimi mesi:
1. travasare nei cittadini “radicali” (ma forse questa opzione è già stata portata termine praticamente per intero; gli esclusi che vedevano un’opzione nel rafforzamento etnico della loro identità hanno già fatto il salto in questi mesi, come sembrano indicare i flussi elettorali dal M5S alla Lega)
2. restare esclusi inattivi o iniziare ad esserlo (quindi continuare a non partecipare al voto o smettere di votare se lo si era fatto di recente, coltivando il proprio risentimento come forma dell’identità; questa è al momento l’opzione più probabile)
3. attivarsi al margine, quindi riversare nel MoVimento (o continuare a farlo) la speranza che si possa coagulare il benedetto 90 percento di grillina memoria e produrre la palingenesi sociale.
4. aprire una trattativa con la cittadinanza “dell’inclusione” e vedere che margini ci sono per una collaborazione (ma a che questa, alla luce del sole, sembra più un’apertura tattica da politicanti, che non una vera mutazione culturale)

Come cittadino e come partecipe del mondo dell’istruzione io mi impegno a lavorare con i gruppi 2 e 3, per evitare che cedano alle sirene di 1 e provando ad aprire degli spazi di interlocuzione verso 4. I cittadini che “si sentono” esclusi non sono ipso facto esclusi e almeno alcuni, a mio modesto parere, ci marciano attivando la nota tendenza nazionale al piagnisteo deresponsabilizzante, ma resta verissimo che questo paese ha ancora molto lavoro da fare per realizzare l’articolo 3 della Costituzione nella sua interezza. Al di là delle questioni elettorali, si apre una grande battaglia culturale nel nostro paese, per decidere se la cittadinanza che pratichiamo o subiamo debba essere prima di tutto inclusiva, esclusiva o escludente. Tutti abbiamo il dovere di partecipare a questa battaglia, discutendo, difendendo le nostre idee e restando disponibili a cambiarle quando qualcuno ne avanzasse di migliori.



venerdì 7 giugno 2019

Lavorare a Fienile


Sono più di due anni che, come Tor Vergata, ci sbattiamo per il polo ex Fienile, cercando di farlo diventare uno spazio comune per il territorio, senza ridurlo a spazio esclusivo di un pugno di abitanti delle strade lì attorno, e senza farlo diventare una specie di avamposto dei Servizi sociali per il disagio delle periferie.

Da una parte ci rendiamo conto che “il territorio” ha diritto di esprimere le sue esigenze, di trovare spazi di espressione (artistica e ludica), ma crediamo anche che il Fienile abbia le potenzialità per diventare un posto più inclusivo, un hub per attività anche piccolo-borghesi (come la Scuola di politica) e decisamente culte (come certe presentazioni di libri), oppure aperto agli abitanti romani non di Tor Bella Monaca, di altri quartieri, di altri spazi.

Il dramma di Torbella, se possiamo dire così, è il suo assurdo orgoglio identitario. Non c’è nessuna ragione, veramente, nessuna, per essere “orgogliosi” di appartenere a Tor Bella Monaca. Attenzione, non fraintendete il senso: non è che pensiamo che, invece, venire da Talenti o Monti potrebbe legittimare altri orgogli identitari, figuriamoci. Siamo sempre più convinti che la vera sciagura della città di Roma è il suo coltivare micro-identità tutte tronfie: siano quelle della borghesia papalina arroccata nel Centro storico; del generone convertito alla pubblica amministrazione della periferia storica; del proletariato sottoproletariato angustiato dalla crisi e dalla cronica carenza di servizi nella periferia stremata a cavallo del GRA.

Se non fosse che c’è un sito bruttissimo che ne ha fatto un’orrida bandiera del “decoro”, vorremmo dire a gran voce che “Roma fa schifo”, tutta ripiegata in sé stessa, nei suoi quartieri (curati o anonimi, di destra e di sinistra, proletari e borghesi), miope, incapace di vedere quel che semplicemente le sta a fianco, sospettosa di chiunque venga appena un poco da fuori (da fuori del cerchio di vie che è “il mio territorio”), rancorosa verso i cafoni quando piccolo-borghese, e roca di sospetto populista quando sottoproletaria e stracciona. Quella “mamma Roma” da cui veramente scappava incazzato Remo Remotti (attenti, ragazzi, lui era pieno di rabbia, non confondete la sua invettiva con la patetica malinconia del remake di Cranio Randagio, vittima inconsapevole della stessa mentalità che aveva fatto andare ai matti Remotti), fatta soprattutto di «sto nel mio piccolo, e per quanto merdoso è “mio”, quindi non mi cagate il cazzo, ed è “piccolo”, quindi non mi angoscia quanto invece mi angoscia questo schifo di spappolamento urbano, di dispersione, di confusione».
Ecco, Tor Vergata al Fienile, con le attività del LaPE in particolare, ha cercato di combattere l’emarginazione che diventa auto-ghettizzazione, il gusto da Sinn Féin Amháin ("ourselves only / ourselves alone / solely us") che detestiamo da quando siamo tornati dall’Irlanda, vent’anni fa.

Litigando quando necessario, e rompendo anche qualche ponte che si era rivelato un muro refrattario, Tor Vergata va avanti col suo lavoro di raccordo, per fare del Fienile un posto di espressione locale e di intersezione cittadina, un posto pubblico nel senso compiuto della parola.
Continueremo a lavorare in sintonia con l’Associazione 21 Luglio e con l’Associazione Culturale Psicoanalisi Contro (con cui gestiamo il polo ex Fienile secondo il progetto del Comune che ce lo ha assegnato), ma anche con chiunque, privati cittadini, imprenditori e associazioni locali e territoriali, associazioni cittadine e nazionali, vogliono fare del polo ex Fienile uno spazio di condivisione, non identitario. Uno spazio in cui le diversità si confrontano, non competono ma collaborano, con un fine generale condiviso: produrre cittadinanza, consapevolezza, conoscenza, partecipazione trasversale interclassista, interlocale, interetnica. Perché crediamo che la politica è la capacità di articolare un discorso pubblico collettivo, finalizzato alla consapevolezza del vivere associato. Tutto il resto è guerra tra bande.

Sabato 8 giugno ci incontriamo per raccontarci quel che abbiamo fatto quest’anno e per aprire nuove piste di lavoro per l’estate e l’anno entrante. Si parla, come al solito ci sarà arte, musica e scienze sociali, ma offriamo anche un aperitivo. Vorrei che veniste se siete di Torbella, se non siete di Torbella, se siete cittadini romani e se non lo siete, se siete italiani e se non lo siete, se siete giovani e se siete anziani. Se vi interessa che questa città acquisti una forma, ecco, quello è il vero criterio sulla base di cui vi invito: venire a vedere, a partecipare a condividere un progetto di costruzione dello spazio pubblico nella città di Roma. Non ce ne sono tanti, di spazi come questo (un altro in costituzione, con altre risorse, potrebbe essere questo). È uno spazio ancora neonato, con un sacco di gelosie e ritrosie, ma se tutti, locali e non locali, ne prendiamo idealmente possesso, potrà diventare veramente un luogo speciale, un nucleo per pensare alla città di Roma in modo diverso e per farla funzionare diversamente. 




lunedì 27 maggio 2019

Il doppio record del Municipio delle Torri


Guardando a queste europee dalla periferia romana, colpisce il doppio dato del VI municipio, detto delle Torri, quello dove si trova l’università per cui lavoro, Tor Vergata, e il polo culturale ex Fienile con cui lavoro sul territorio.

Il dato è il doppio record, di voti alla Lega (il massimo in città, 36,8%, mentre nel comune è al 26%) e di affluenza alle urne (in questo caso il minimo a Roma, 42,4, nettamente inferiore al 56,5 dell’intero comune). Allora, dalle mie parti si vota pochissimo, e si vota a destra alquanto arrabbiati, pare.
Non ho idea di come la prenderanno i locali amici 5S, convinti che la valanga che aveva eletto Virginia Raggi avesse un’impronta sanamente popolare, e non biecamente populista come altri temevano.

A me resta il senso di sgomento per le prospettive di questa città. Per prendere il 26 (e quasi il 37 in periferia) la Lega ha potuto pescare candidati ovunque nel paese, date le dimensioni ultraregionali dei collegi elettorali. Ma se spera di bissare il successo alle prossime comunali (come sembra aver puntato da mesi, da quando Salvini ha iniziato a stuzzicare la sindaca ad ogni occasione) la Lega dovrà trovare candidati nella città metropolitana, e su questo c’è veramente da temere.

Se il M5S poteva far conto su una marea sbriciolata di semplicioni un po’ bislacchi ma anche bonari e fondamentalmente innocui (ormai è evidente: si sono candidati e sono stati eletti quasi tutti “individui”, veri cani sciolti con pochissimi precedenti legami intermedi con il corpo sociale e politico della città, e senza veri contatti con l’associazionismo, che è invece la spina dorsale che ancora impedisce a Roma di collassare su sé stessa), la strategia di reclutamento della Lega dovrà essere ben altra. Per fare l’amministratore grillino bastava avere un po’ di buon cuore, tanto amore per il popolo e una dose di risentimento adeguata, ma per candidarti nella Lega a Roma devi proprio essere cattivo, di quelli duri, che gli viene la bavetta all’angolo della bocca a forza di parlare nel megafono; che parla male di papa Francesco e dei suoi cardinali comunisti; che strizza l’occhio agli ultrà più violenti e che pensa che la crisi abitativa (cronica in questa città) vada risolta una volta per tutte con gli sgomberi; che crede veramente che i rom non si meritino le case popolari in nessun caso (ma non meritino neppure di vivere nei campi, e vai di ruspa); che credono veramente che “Mussolini ha fatto anche cose buone”; che non hanno alcun ritegno nell’incazzarsi e nel mostrare i bicipiti; che amano indossare divise, possibilmente di Forze dell’ordine.

Dove li andrà a reclutare, tutti questi celoduristi in una città come Roma, da sempre attenta ad essere tollerante, molliccia fino al fastidioso, pigra fino al punto di essere pacifica pur di risparmiare energie? Io ho il timore che dovrà proprio raschiare il fondo del barile sociale della città, prendersi il peggio del peggio e consegnargli la città: tiè, fanne strame.

Per questo dobbiamo continuare a lavorare, a fare il nostro lavoro di formazione, di inclusione, di preparazione. Portare i tanti disillusi a partecipare, a votare, a far sentire la loro voce anche se non è un urlo incazzato, anche se è solo una storia di periferia, di vita quotidiana, di battaglia coi bus e con i servizi che mancano.
Per questo non molliamo, noi del fienile, con la nostra Scuola di politica, e domani ospitiamo Renato Curcio. Un nome condannato dalla sua condanna (scontata tutta), un sociologo che ha molte cose da insegnare (più ora, direi, di quante non ne avesse quando è stato messo in galera) e una testa che non ha mai smesso di pensare connettendosi al pensiero di altri. Vi aspettiamo, alle 18, a largo Mengaroni, a Torbellamonaca.

martedì 21 maggio 2019

Tiziano Scarpa al Macro


Giovedì 23 maggio Tiziano Scarpa sarà al Macro Asilo per parlarci di “figura umana”, vale a dire di tutto. Di tutto quello di cui si è occupato e di cui ha scritto; per contribuire con la sua sapienza al percorso di messa a fuoco dell’UMANO, la parola che mi è stata affidata per la Stanza delle parole di quest’anno.
Credo che Tiziano Scarpa sia un importante autore della letteratura italiana dei nostri tempi. Molto importante. Non ho le competenze per porlo in qualche graduatoria, ma le cose che ho letto di lui sono sempre state importanti non solo per il mio grandissimo piacere di lettore (di nuovo, non ho un quadro comparativo amplio, ma come non notare il folle lavoro di cura che Tiziano Scarpa mette nella sua scrittura?) ma anche, non so come dirlo altrimenti, nel mio impegno di cittadino.
La sua politica dell’umano è nitida, ed è lo sforzo di essere verace, di parlare proprio di quell’umanità comune, spesso pochissimo eroica se non affettuosamente meschina, nella quale siamo tutti ingolfati noi che non pretendiamo di essere eletti alla prossima tornata, che non ci mettiamo di profilo perché ci devono premiare, che non accettiamo il sopruso, la prevaricazione e la violenza come nostre strategie dominanti. Una mansuetudine però del tutto irrequieta, non pacificata, mai sottomessa, insomma uno stile umano che io trovo molto vicino alla mia vita, e che mi pare raffiguri un ritratto sociale molto importante per capire dove stiamo e cosa facciamo.
Io dico che questo evento è imperdibile. Il LaPE sarà al Macro per documentare tutto, giovedì 23 maggio ore 17.

sabato 18 maggio 2019

Come siamo diventati novax

Roma Today, per noi poracci cittadini capitolini, non è male come giornale online. Una città così sbriciolata come Roma, incapace di produrre un'immagine complessiva e comprensibile di sé e sempre ancorata alle sue millanta microscopiche identità locali e rivali ha bisogno di uno spazio almeno nominale di raccordo (altro che anulare) e Roma Today con le sue sezioni per municipio costruisce le notizie fino a farle diventare qualcosa che somiglia più a un picasso ubriaco che a un compiuto ritratto borghese, ma del resto non si può cavare sangue dalle rape e ognuno ritrae quel che c'è, e se quel che c'è è frammentato è giusto che così venga rappresentanto.

Insomma, non ce l'ho con Roma Today, ma vorrei ricostruire un dettaglio sottile della comunicazione, del tutto irriflesso immagino, e prenderlo come sintomo di qualcosa di più grande, forse di quel che sta succedendo e che fatichiamo ancora a delineare.
Guardate l'immagine qui a sinistra, una schermata del mio cellulare. Il "caso xylella" ha già i suoi esegeti (Luciano Capone ha fatto un lavoro certosino) che ne hanno evidenziato la natura esemplare nel tenere assieme: cattiva magistratura (i magistrati che si mettono a fare ipotesi "scientifiche" è un fatto ributtante in un paese civilizzato), cattiva informazione (ci arrivo subito), cattiva politica (il modo il cui il M5S ha cavalcato fobie irragionevoli più che irrazionali è imbarazzante) e cattiva cittadinanza (una battaglia completamente sbagliata è stata assunta come senso comune del popolo).

Morale? La xyella si è diffusa e continua ad essere una peste ingestibile perché "la gente" aveva paura che si diffondesse; "la giustizia" ha interrotto il lavoro della "scienza" provando a sostituirla, e "l'informazione", con pochissime eccezioni, ha lucrato sulla paura per vendere copie e click.
Tornate ora a guardare l'immagine in alto a sinistra e guardate il soggetto e il verbo: l'Unione Europea AMMETTE. Nel significato qui impiegato, ammettere, ci dice il vocabolario Treccani, significa

"b. Riconoscere, consentire: ail proprio erroreadi aver tortoain giudizio le proprie responsabilitàala buona fede dell’avversarioammetto che sia così

Ammettere, in sintesi, è ritrarsi da un errore commesso. Quindi l'Unione Europea, a pochi giorni dalla richiesta di archiviazione che lo stesso tribunale di Lecce è stato costretto a fare per le accuse agli scienziati sul caso xylella, sembrerebbe riconoscere qualche suo errore o torto. Se questo non bastasse, il sommario dell'articolo sembra inoltre confermare che una sedicente cura è efficace:

Xylella, l'Ue ammette: "C'è un'alternativa agli abbattimenti, ma non elimina il batterio"
Secondo l'Autorità europea per la sicurezza alimentare, "una diminuzione statisticamente significativa della gravità della malattia è stata osservata negli alberi trattati" con il metodo del ricercatore italiano Marco Scortichini.


Quindi il titolo e il sommario sembrano indicare che la battaglia popolare (giudici veramente a servizio del popolo, politici non corrotti  e cittadini consapevoli e non sottomessi) era una battaglia giusta, visto che l'UE ha ammesso un suo errore, e la cura sembra efficace.

Eppure, se leggiamo il contenuto dell'articolo leggiamo una storia completamente, diversa, addirittura opposta:

Xylella, l'Ue ammette: "C'è un'alternativa agli abbattimenti, ma non elimina il batterio"
Xylella, l'Ue ammette: "C'è un'alternativa agli abbattimenti, ma non elimina il batterio"

Il documento era balzato agli onori della cronaca nei giorni scorsi perché, di fatto, ha sancito che finora non esiste una cura scientificamente provata che elimini il batterio della Xylella. Motivo per cui, ha ribadito l'autorità, le uniche misure da attuare per fermare il contagio sempre più devastante, come denunciato dalla stessa Efsa, sono quelle che prevedono l'abbattimento degli ulivi malati. Che stando a dati della Coldiretti, avrebbero raggiunto i 21 milioni

Xylella, l'Ue ammette: "C'è un'alternativa agli abbattimenti, ma non elimina il batterio"

Il danno al settore olivicolo pugliese e italiano è enorme. E la paura è che il contagio possa colpire il resto dell'Europa. Eppure, c'è chi ancora si oppone agli abbattimenti. E lo fa anche portando l'esempio delle ricerche effettuate negli ultimi tre anni dal batteriologo Marco Scortichini e dal suo team


Luca Sofri riflette da tempo sul sistema della titolazione attribuendone le storture anche alle ristrettezze dello spazio disponbile, ma è chiaro che qui stiamo assistendo a qualcosa di più complicato. Un giornale fa dell'informazione corretta (dice che la cura è inefficace e che non ci sono alternative all'eradicazione delle piante per fermare il contagio) ma nasconde questa notizia corretta sotto una titolazione che invece sembra messa lì apposta per attrarre i complottisti (ecco, l'UE ammette!) e i cultori delle cure para-scientifiche (te l'avevo detto che c'era una cura, basta affidarsi agli scienziati "veri", mica a quel magna magna di professoroni e Big Pharma).

Nella corsa folle a capire il senso di un mondo semplicemente troppo complicato per poter essere lasciato a stesso, che ci interpella quindi e pretende che gli diamo un senso, scorriamo le news tra un whattsapp e l'attesa della metro, mentre la figlia si organizza per la scuola e il collega vuole sapere se abbiamo presentato quel rapporto al direttore.

Di tutta la storia della xylella (giudici sempre più convinti di essere il baluardo della civiltà; panico tra la folla; politici che raccattano consenso sullo sdegno ignorante) ci resteranno in tasca e in qualche meandro subconscio del cervello solo "l'UE ammette" e "la diminuzione statisticamente significativa della malattia" e riprenderemo la nostra marcia angosciata nel mondo convinti di aver avuto un'altra conferma che è tutto un magna magna e che noi, cittadini accorti e informati, la sappiamo lunga, sappiamo veramente come stanno le cose.