2011/12: INFORMAZIONI PER CHI AVEVA 12 CFU E TUTTI GLI MP3 DELLE LEZIONI

venerdì 7 giugno 2019

Lavorare a Fienile


Sono più di due anni che, come Tor Vergata, ci sbattiamo per il polo ex Fienile, cercando di farlo diventare uno spazio comune per il territorio, senza ridurlo a spazio esclusivo di un pugno di abitanti delle strade lì attorno, e senza farlo diventare una specie di avamposto dei Servizi sociali per il disagio delle periferie.

Da una parte ci rendiamo conto che “il territorio” ha diritto di esprimere le sue esigenze, di trovare spazi di espressione (artistica e ludica), ma crediamo anche che il Fienile abbia le potenzialità per diventare un posto più inclusivo, un hub per attività anche piccolo-borghesi (come la Scuola di politica) e decisamente culte (come certe presentazioni di libri), oppure aperto agli abitanti romani non di Tor Bella Monaca, di altri quartieri, di altri spazi.

Il dramma di Torbella, se possiamo dire così, è il suo assurdo orgoglio identitario. Non c’è nessuna ragione, veramente, nessuna, per essere “orgogliosi” di appartenere a Tor Bella Monaca. Attenzione, non fraintendete il senso: non è che pensiamo che, invece, venire da Talenti o Monti potrebbe legittimare altri orgogli identitari, figuriamoci. Siamo sempre più convinti che la vera sciagura della città di Roma è il suo coltivare micro-identità tutte tronfie: siano quelle della borghesia papalina arroccata nel Centro storico; del generone convertito alla pubblica amministrazione della periferia storica; del proletariato sottoproletariato angustiato dalla crisi e dalla cronica carenza di servizi nella periferia stremata a cavallo del GRA.

Se non fosse che c’è un sito bruttissimo che ne ha fatto un’orrida bandiera del “decoro”, vorremmo dire a gran voce che “Roma fa schifo”, tutta ripiegata in sé stessa, nei suoi quartieri (curati o anonimi, di destra e di sinistra, proletari e borghesi), miope, incapace di vedere quel che semplicemente le sta a fianco, sospettosa di chiunque venga appena un poco da fuori (da fuori del cerchio di vie che è “il mio territorio”), rancorosa verso i cafoni quando piccolo-borghese, e roca di sospetto populista quando sottoproletaria e stracciona. Quella “mamma Roma” da cui veramente scappava incazzato Remo Remotti (attenti, ragazzi, lui era pieno di rabbia, non confondete la sua invettiva con la patetica malinconia del remake di Cranio Randagio, vittima inconsapevole della stessa mentalità che aveva fatto andare ai matti Remotti), fatta soprattutto di «sto nel mio piccolo, e per quanto merdoso è “mio”, quindi non mi cagate il cazzo, ed è “piccolo”, quindi non mi angoscia quanto invece mi angoscia questo schifo di spappolamento urbano, di dispersione, di confusione».
Ecco, Tor Vergata al Fienile, con le attività del LaPE in particolare, ha cercato di combattere l’emarginazione che diventa auto-ghettizzazione, il gusto da Sinn Féin Amháin ("ourselves only / ourselves alone / solely us") che detestiamo da quando siamo tornati dall’Irlanda, vent’anni fa.

Litigando quando necessario, e rompendo anche qualche ponte che si era rivelato un muro refrattario, Tor Vergata va avanti col suo lavoro di raccordo, per fare del Fienile un posto di espressione locale e di intersezione cittadina, un posto pubblico nel senso compiuto della parola.
Continueremo a lavorare in sintonia con l’Associazione 21 Luglio e con l’Associazione Culturale Psicoanalisi Contro (con cui gestiamo il polo ex Fienile secondo il progetto del Comune che ce lo ha assegnato), ma anche con chiunque, privati cittadini, imprenditori e associazioni locali e territoriali, associazioni cittadine e nazionali, vogliono fare del polo ex Fienile uno spazio di condivisione, non identitario. Uno spazio in cui le diversità si confrontano, non competono ma collaborano, con un fine generale condiviso: produrre cittadinanza, consapevolezza, conoscenza, partecipazione trasversale interclassista, interlocale, interetnica. Perché crediamo che la politica è la capacità di articolare un discorso pubblico collettivo, finalizzato alla consapevolezza del vivere associato. Tutto il resto è guerra tra bande.

Sabato 8 giugno ci incontriamo per raccontarci quel che abbiamo fatto quest’anno e per aprire nuove piste di lavoro per l’estate e l’anno entrante. Si parla, come al solito ci sarà arte, musica e scienze sociali, ma offriamo anche un aperitivo. Vorrei che veniste se siete di Torbella, se non siete di Torbella, se siete cittadini romani e se non lo siete, se siete italiani e se non lo siete, se siete giovani e se siete anziani. Se vi interessa che questa città acquisti una forma, ecco, quello è il vero criterio sulla base di cui vi invito: venire a vedere, a partecipare a condividere un progetto di costruzione dello spazio pubblico nella città di Roma. Non ce ne sono tanti, di spazi come questo (un altro in costituzione, con altre risorse, potrebbe essere questo). È uno spazio ancora neonato, con un sacco di gelosie e ritrosie, ma se tutti, locali e non locali, ne prendiamo idealmente possesso, potrà diventare veramente un luogo speciale, un nucleo per pensare alla città di Roma in modo diverso e per farla funzionare diversamente. 




lunedì 27 maggio 2019

Il doppio record del Municipio delle Torri


Guardando a queste europee dalla periferia romana, colpisce il doppio dato del VI municipio, detto delle Torri, quello dove si trova l’università per cui lavoro, Tor Vergata, e il polo culturale ex Fienile con cui lavoro sul territorio.

Il dato è il doppio record, di voti alla Lega (il massimo in città, 36,8%, mentre nel comune è al 26%) e di affluenza alle urne (in questo caso il minimo a Roma, 42,4, nettamente inferiore al 56,5 dell’intero comune). Allora, dalle mie parti si vota pochissimo, e si vota a destra alquanto arrabbiati, pare.
Non ho idea di come la prenderanno i locali amici 5S, convinti che la valanga che aveva eletto Virginia Raggi avesse un’impronta sanamente popolare, e non biecamente populista come altri temevano.

A me resta il senso di sgomento per le prospettive di questa città. Per prendere il 26 (e quasi il 37 in periferia) la Lega ha potuto pescare candidati ovunque nel paese, date le dimensioni ultraregionali dei collegi elettorali. Ma se spera di bissare il successo alle prossime comunali (come sembra aver puntato da mesi, da quando Salvini ha iniziato a stuzzicare la sindaca ad ogni occasione) la Lega dovrà trovare candidati nella città metropolitana, e su questo c’è veramente da temere.

Se il M5S poteva far conto su una marea sbriciolata di semplicioni un po’ bislacchi ma anche bonari e fondamentalmente innocui (ormai è evidente: si sono candidati e sono stati eletti quasi tutti “individui”, veri cani sciolti con pochissimi precedenti legami intermedi con il corpo sociale e politico della città, e senza veri contatti con l’associazionismo, che è invece la spina dorsale che ancora impedisce a Roma di collassare su sé stessa), la strategia di reclutamento della Lega dovrà essere ben altra. Per fare l’amministratore grillino bastava avere un po’ di buon cuore, tanto amore per il popolo e una dose di risentimento adeguata, ma per candidarti nella Lega a Roma devi proprio essere cattivo, di quelli duri, che gli viene la bavetta all’angolo della bocca a forza di parlare nel megafono; che parla male di papa Francesco e dei suoi cardinali comunisti; che strizza l’occhio agli ultrà più violenti e che pensa che la crisi abitativa (cronica in questa città) vada risolta una volta per tutte con gli sgomberi; che crede veramente che i rom non si meritino le case popolari in nessun caso (ma non meritino neppure di vivere nei campi, e vai di ruspa); che credono veramente che “Mussolini ha fatto anche cose buone”; che non hanno alcun ritegno nell’incazzarsi e nel mostrare i bicipiti; che amano indossare divise, possibilmente di Forze dell’ordine.

Dove li andrà a reclutare, tutti questi celoduristi in una città come Roma, da sempre attenta ad essere tollerante, molliccia fino al fastidioso, pigra fino al punto di essere pacifica pur di risparmiare energie? Io ho il timore che dovrà proprio raschiare il fondo del barile sociale della città, prendersi il peggio del peggio e consegnargli la città: tiè, fanne strame.

Per questo dobbiamo continuare a lavorare, a fare il nostro lavoro di formazione, di inclusione, di preparazione. Portare i tanti disillusi a partecipare, a votare, a far sentire la loro voce anche se non è un urlo incazzato, anche se è solo una storia di periferia, di vita quotidiana, di battaglia coi bus e con i servizi che mancano.
Per questo non molliamo, noi del fienile, con la nostra Scuola di politica, e domani ospitiamo Renato Curcio. Un nome condannato dalla sua condanna (scontata tutta), un sociologo che ha molte cose da insegnare (più ora, direi, di quante non ne avesse quando è stato messo in galera) e una testa che non ha mai smesso di pensare connettendosi al pensiero di altri. Vi aspettiamo, alle 18, a largo Mengaroni, a Torbellamonaca.

martedì 21 maggio 2019

Tiziano Scarpa al Macro


Giovedì 23 maggio Tiziano Scarpa sarà al Macro Asilo per parlarci di “figura umana”, vale a dire di tutto. Di tutto quello di cui si è occupato e di cui ha scritto; per contribuire con la sua sapienza al percorso di messa a fuoco dell’UMANO, la parola che mi è stata affidata per la Stanza delle parole di quest’anno.
Credo che Tiziano Scarpa sia un importante autore della letteratura italiana dei nostri tempi. Molto importante. Non ho le competenze per porlo in qualche graduatoria, ma le cose che ho letto di lui sono sempre state importanti non solo per il mio grandissimo piacere di lettore (di nuovo, non ho un quadro comparativo amplio, ma come non notare il folle lavoro di cura che Tiziano Scarpa mette nella sua scrittura?) ma anche, non so come dirlo altrimenti, nel mio impegno di cittadino.
La sua politica dell’umano è nitida, ed è lo sforzo di essere verace, di parlare proprio di quell’umanità comune, spesso pochissimo eroica se non affettuosamente meschina, nella quale siamo tutti ingolfati noi che non pretendiamo di essere eletti alla prossima tornata, che non ci mettiamo di profilo perché ci devono premiare, che non accettiamo il sopruso, la prevaricazione e la violenza come nostre strategie dominanti. Una mansuetudine però del tutto irrequieta, non pacificata, mai sottomessa, insomma uno stile umano che io trovo molto vicino alla mia vita, e che mi pare raffiguri un ritratto sociale molto importante per capire dove stiamo e cosa facciamo.
Io dico che questo evento è imperdibile. Il LaPE sarà al Macro per documentare tutto, giovedì 23 maggio ore 17.

sabato 18 maggio 2019

Come siamo diventati novax

Roma Today, per noi poracci cittadini capitolini, non è male come giornale online. Una città così sbriciolata come Roma, incapace di produrre un'immagine complessiva e comprensibile di sé e sempre ancorata alle sue millanta microscopiche identità locali e rivali ha bisogno di uno spazio almeno nominale di raccordo (altro che anulare) e Roma Today con le sue sezioni per municipio costruisce le notizie fino a farle diventare qualcosa che somiglia più a un picasso ubriaco che a un compiuto ritratto borghese, ma del resto non si può cavare sangue dalle rape e ognuno ritrae quel che c'è, e se quel che c'è è frammentato è giusto che così venga rappresentanto.

Insomma, non ce l'ho con Roma Today, ma vorrei ricostruire un dettaglio sottile della comunicazione, del tutto irriflesso immagino, e prenderlo come sintomo di qualcosa di più grande, forse di quel che sta succedendo e che fatichiamo ancora a delineare.
Guardate l'immagine qui a sinistra, una schermata del mio cellulare. Il "caso xylella" ha già i suoi esegeti (Luciano Capone ha fatto un lavoro certosino) che ne hanno evidenziato la natura esemplare nel tenere assieme: cattiva magistratura (i magistrati che si mettono a fare ipotesi "scientifiche" è un fatto ributtante in un paese civilizzato), cattiva informazione (ci arrivo subito), cattiva politica (il modo il cui il M5S ha cavalcato fobie irragionevoli più che irrazionali è imbarazzante) e cattiva cittadinanza (una battaglia completamente sbagliata è stata assunta come senso comune del popolo).

Morale? La xyella si è diffusa e continua ad essere una peste ingestibile perché "la gente" aveva paura che si diffondesse; "la giustizia" ha interrotto il lavoro della "scienza" provando a sostituirla, e "l'informazione", con pochissime eccezioni, ha lucrato sulla paura per vendere copie e click.
Tornate ora a guardare l'immagine in alto a sinistra e guardate il soggetto e il verbo: l'Unione Europea AMMETTE. Nel significato qui impiegato, ammettere, ci dice il vocabolario Treccani, significa

"b. Riconoscere, consentire: ail proprio erroreadi aver tortoain giudizio le proprie responsabilitàala buona fede dell’avversarioammetto che sia così

Ammettere, in sintesi, è ritrarsi da un errore commesso. Quindi l'Unione Europea, a pochi giorni dalla richiesta di archiviazione che lo stesso tribunale di Lecce è stato costretto a fare per le accuse agli scienziati sul caso xylella, sembrerebbe riconoscere qualche suo errore o torto. Se questo non bastasse, il sommario dell'articolo sembra inoltre confermare che una sedicente cura è efficace:

Xylella, l'Ue ammette: "C'è un'alternativa agli abbattimenti, ma non elimina il batterio"
Secondo l'Autorità europea per la sicurezza alimentare, "una diminuzione statisticamente significativa della gravità della malattia è stata osservata negli alberi trattati" con il metodo del ricercatore italiano Marco Scortichini.


Quindi il titolo e il sommario sembrano indicare che la battaglia popolare (giudici veramente a servizio del popolo, politici non corrotti  e cittadini consapevoli e non sottomessi) era una battaglia giusta, visto che l'UE ha ammesso un suo errore, e la cura sembra efficace.

Eppure, se leggiamo il contenuto dell'articolo leggiamo una storia completamente, diversa, addirittura opposta:

Xylella, l'Ue ammette: "C'è un'alternativa agli abbattimenti, ma non elimina il batterio"
Xylella, l'Ue ammette: "C'è un'alternativa agli abbattimenti, ma non elimina il batterio"

Il documento era balzato agli onori della cronaca nei giorni scorsi perché, di fatto, ha sancito che finora non esiste una cura scientificamente provata che elimini il batterio della Xylella. Motivo per cui, ha ribadito l'autorità, le uniche misure da attuare per fermare il contagio sempre più devastante, come denunciato dalla stessa Efsa, sono quelle che prevedono l'abbattimento degli ulivi malati. Che stando a dati della Coldiretti, avrebbero raggiunto i 21 milioni

Xylella, l'Ue ammette: "C'è un'alternativa agli abbattimenti, ma non elimina il batterio"

Il danno al settore olivicolo pugliese e italiano è enorme. E la paura è che il contagio possa colpire il resto dell'Europa. Eppure, c'è chi ancora si oppone agli abbattimenti. E lo fa anche portando l'esempio delle ricerche effettuate negli ultimi tre anni dal batteriologo Marco Scortichini e dal suo team


Luca Sofri riflette da tempo sul sistema della titolazione attribuendone le storture anche alle ristrettezze dello spazio disponbile, ma è chiaro che qui stiamo assistendo a qualcosa di più complicato. Un giornale fa dell'informazione corretta (dice che la cura è inefficace e che non ci sono alternative all'eradicazione delle piante per fermare il contagio) ma nasconde questa notizia corretta sotto una titolazione che invece sembra messa lì apposta per attrarre i complottisti (ecco, l'UE ammette!) e i cultori delle cure para-scientifiche (te l'avevo detto che c'era una cura, basta affidarsi agli scienziati "veri", mica a quel magna magna di professoroni e Big Pharma).

Nella corsa folle a capire il senso di un mondo semplicemente troppo complicato per poter essere lasciato a stesso, che ci interpella quindi e pretende che gli diamo un senso, scorriamo le news tra un whattsapp e l'attesa della metro, mentre la figlia si organizza per la scuola e il collega vuole sapere se abbiamo presentato quel rapporto al direttore.

Di tutta la storia della xylella (giudici sempre più convinti di essere il baluardo della civiltà; panico tra la folla; politici che raccattano consenso sullo sdegno ignorante) ci resteranno in tasca e in qualche meandro subconscio del cervello solo "l'UE ammette" e "la diminuzione statisticamente significativa della malattia" e riprenderemo la nostra marcia angosciata nel mondo convinti di aver avuto un'altra conferma che è tutto un magna magna e che noi, cittadini accorti e informati, la sappiamo lunga, sappiamo veramente come stanno le cose.

venerdì 17 maggio 2019

Diritti e rovesci. Un FATTO che non riesce a diventare NOTIZIA

Le righe seguenti hanno il solo scopo di convincervi a firmare questo appello per portare all'attenzione dell'opinione pubblica il caso di palese violazione dei diritti umani in corso a Giugliano. L'intento è quello di restituire un poco di umanità all'immagine pubblica dei rom. Che finora SOLO la Chiesa Cattolica si sia fatta sentire è un segnale molto grave dello stato morale del nostro paese.

450 persone, esseri umani, moltissimi minori, anche neonati, sono stati "espulsi" dal Comune di Giugliano, in provincia di Napoli, da alcuni giorni, con i comuni limitrofi che diramavano "note informative" di questo tenore:

Comune di Casapesenna
NOTA INFORMATIVA
Invitiamo la cittadinanza a rimanere in stretto contatto con le forze dell’ordine per segnalare eventuali anomalie che si potrebbero verificare dopo lo smantellamento del campo rom di Giugliano. Come amministrazione abbiamo recepito e divulgato alla nostra comunità l’informativa che abbiamo ricevuto. L’inclusione e la solidarietà sono valori imprescindibili per la nostra amministrazione e su questi abbiamo costruito la nostra azione di governo. Allo stesso tempo la sicurezza e la prevenzione rappresentano delle priorità assolute, anche perché solo gli abitanti di Casapesenna sanno quanto abbiamo faticato per contrastare l’illegalità nel nostro Paese. La nostra comunità ha certamente compreso lo spirito di comunicazione e saprà utilizzarla nella maniera più corretta senza allarmismi e discriminazioni.
#AvantiCasapesenna
#CasapesennaSolidale
#CasapesennaSicura
Oggi, venerdì 17 maggio, il quotidiano Avvenire riporta la fotonotizia in prima pagina, con un articolo a pagina 11, ma sul resto della "grande stampa" non c'è traccia di questo scandalo. L'Associazione 21 luglio segue da giorni la situazione, il suo Presidente, Carlo Stasolla, è al quinto giorno di sciopero della fame,  e alla Camera dei Deputati il 15 maggio è stata convocata una dolorosa conferenza stampa dove anche padre Zanotelli ha dato la sua accorata testimonianza.
Ci aggiorna Carlo Stasolla da Facebook:
La vicenda di Giugliano, come ogni violazione istituzionale dei diritti umani, tende a nascere e restare nel buio della cronaca. Gradualmente però sta diventato un caso internazionale.
Grazie al nostro lavoro di sensibilizzazione, frutto anche dell'appello sottoscritto sino ad ora da più di 1.000 persone, organisni ed istituzioni del Consiglio d'Europa e delle Nazioni Unite, per il nostro tramite, seguono costantemente gli sviluppi, ERIO (European Roma Information Office) ha rilanciato la notiza dello sgombero a livello europeo e Amnesty International, da Londra, ha lanciato un appello urgente internazionale indirizzando al primo ministro Conte una lettera nella quale si esortano le autorità italiane "a garantire alla comunità di Giugliano un alloggio, acqua e servizi igienici adeguati".
Quinto giorno di sciopero della fame, che si concluderà solo quando l'asticella che misura il livello di una condizione umana che può definirsi dignitosa, verrà riscontrata nella comunità rom accampata a Giugliano.
Importante è continuare a firmare l'appello, al quale ieri ha aderito l'attivista ed eurodeputata svedese Soraya Post, padre ebreo, madre rom.
Quel che è raccapricciante, dal mio punto di vista di antropologo che si occupa anche di mezzi di comunicazione di massa e di cittadino è che non sembra esserci nulla da fare: questo FATTO non è una NOTIZIA, non si riesce a farne parlare nel dibattito pubblico. Non mi accoderò alla lagna sui "giornalisti prezzolati" e mi chiedo piuttosto se questo sistema dell'informazione stia veramente selezionando la professionalità o non piuttosto il peggior professionismo. Vedo sempre più sopraccigli sollevati nel cinismo di chi la sa lunga, e sempre meno occhi puntati a cercare di capire la realtà in cui siamo immersi. Prima di esserne definitivamente sommersi.

lunedì 13 maggio 2019

Poveri noi

Quello che temiamo più di tutto, ormai è evidente, non è la diversità religiosa, non è la diversità culturale, non è la diversità di lingua e costumi. Della Diversità ormai ci facciamo vanto, ce ne ammantiamo, ce ne cibiamo, la ascoltiamo nei nostri apparecchi. Fin quando resta ricca e luccicante, quella Diversità non ci incute alcun timore, anzi, ci attrae, un poco ci scuote dalla noia mortifera dentro cui ci stiamo rassegnando.

E' invece la Povertà quello che non possiamo sopportare, quel che veramente ci fa orrore, che non sappiamo gestire. Guardatevi intorno, e vedrete che tutto quel che viene spacciato come "sicurezza" è solo il tentativo di negare la Povertà, di allontanarla dal nostro misero sguardo borghese. Ne parliamo assieme con chi ci ha ragionato, e con chi quella Povertà non vuole rimuoverla occultandola, ma combatterla modificando alla radice le forme della sua produzione.

Martedì 14 maggio, all'Università di Roma "Tor Vergata", macroarea di Lettere, con Oxfam Italia, PaD e Clap.
Aula P9 nella palazzina A di via Columbia, 1, Roma.

mercoledì 8 maggio 2019

Casal Bruciato


Quello che sta succedendo a Roma va compreso a fondo. Più che il banchetto di Altaforte al Salone del Libro va rimosso dalle autorità il gazebo con il presidio di Casapound di fronte allo stabile dove si trova l’appartamento di edilizia popolare assegnato alla famiglia rom che non riesce ad entrare.

Troia ti stupro” detto da un militante dello stesso partito degli stupratori di Velletri è un’affermazione molto più grave di qualunque cosa possa essere detta nella biografia di Salvini o in qualunque altro libro fascista pubblicato finora da Altaforte.

La chiave di lettura spaziale è ancora essenziale: a Torino c’è un Noi anti-fascista che non vuole la compresenza con il Fascista; a Casal Bruciato c’è, purtroppo, un Noi fascista indisturbato (i vigili non rimuovono il gazebo perché non ci sono state richieste in questo senso da parte di nessuno) che non vuole condividere lo spazio con il Rom, immagine dell’Altro totale, che si può anche pubblicamente minacciare di stupro per quanto è Altro.

Forse il discrimine, la pratica politica da mettere in atto, non è tanto evitare sacralmente il contatto con l’Altro, ma impedire che la violenza legittimi operazioni di sradicamento dell’Altro dal suo spazio legittimo. La stessa logica dei respingimenti in mare e dei non approdi si ripercuote nelle case di Roma ed è questo il pensiero purulento che va rimosso.

Proviamo a dirla così, con uno schema: a Torino una certa visione della politica si sottrae allo spazio condiviso perché c’è l’Altro; a Casal Bruciato la politica entra in azione per impedire che l’Altro venga espulso dallo spazio condiviso della città. Il LaPE ci sarà a Casal Bruciato.


martedì 7 maggio 2019

Fascismi, libri e produzione dello spazio


Il Laboratorio di Pratiche Etnografiche (LaPE) segue con attenzione la questione scoppiata con le dimissioni di Christian Raimo dal suo ruolo di Consulente per il Salone del Libro di Torino. In particolare, condivide la visione di Luca Sofri (e altri) che le diverse risposte che stanno emergendo (non vado; vado) siano egualmente argomentabili dentro una visione politica che rimane comunque antifascista e non dovrebbero portare a gettare discredito su quelli che, conti alla mano, stanno dalla stessa parte e non è proprio il caso che si frammentino con l’aria che tira. Siamo sinceramente dispiaciuti che un collega prezioso come Claudio Sopranzetti abbia deciso di non andare a Salone, ma non ci sono da parte nostra giudizi negativi sulla sua scelta, solo il rammarico che la graphic novel che ha scritto (che cerca di spostare l’antropologia culturale su nuovi piani comunicativi) non possa beneficiare di una platea così attenta e curiosa.

Non siamo però sicuri che le giustificazioni finora avanzate per sostenere una posizione (non vado per non legittimare i fascisti) o l’altra (vado per non dare ai fascisti più rilevanza di quanta già non abbiano) tengano nella giusta considerazione un punto “simbolico” che ci pare vada invece enfatizzato. Altaforte, l’editore dichiaratamente fascista di cui si discute, esiste da prima del Salone, e pubblica testi ispirati all’ideologia fascista da tempo (anche se il catalogo del servizio bibliotecario nazionale, cioè l’insieme delle biblioteche pubbliche italiane, contiene due soli volumi di questo editore, segno di una sua scarsa penetrazione sul piano istituzionale, almeno). La sua presenza al Salone non sarebbe dunque legittimante in senso politico (i fasci esistono, e pubblicano da mo’, in effetti), ma lo è senz’altro in senso spaziale (i fasci ammessi nello stesso spazio finora detenuto dall’imprenditoria intellettuale).

(Una riflessione a parte andrebbe fatta sull’oggetto del contendere, vale a dire libri e case editrici, che si trascinano dietro un’aura sacrale dovuta a un tempo antico, in cui fare i libri era un impegno materiale notevole che quindi si poteva compiere solo a patto che il contenuto ne valesse la pena. Oggi basta un portatile con un paio di programmi taroccati per impaginare alla perfezione, a costo letteralmente zero, quel che ha tutta l’apparenza di un libro, ma non è detto contenga una briciola di pensiero, scrittura, redazione editoriale, programmazione, promozione, stampa e distribuzione. Intendo dire che l’elettronica non ha creato solo gli ebook, ma anche prodotto un aumento impensabile dei titoli-fantasma di case editrici fantasma, veri zombie del mercato editoriale che non vedono l’ora si scateni qualche casino per acchiappare un goccio di visibilità).

Molta della vita politica (quale che sia l’orientamento) si svolge attraverso la delimitazione di confini noi/loro. E non parliamo di confini “simbolici” in senso morale, ma di confini veri e propri che stabiliscono dove si possa fisicamente stare, quali spazi si possano occupare e quindi produrre culturalmente con il proprio esserci. Abitare, e anche solo “stare lì (e non altrove)” sono azioni simboliche complessissime, che sottendono la natura territoriale dell’identità, la nostra concezione spaziale dell’appartenenza. (Le orrende rimostranze contro l’assegnazione di case o di spazi abitativi a “migranti” e “rom” sono un sintomo evidente di questo principio).

Quel che una certa concezione della politica (che noi troviamo del tutto legittima, non stiamo contestando, stiamo descrivendo) non tollera è la compresenza nel medesimo spazio di soggetti percepiti come Altro, come Nemico. Vista da Roma (dove questa concezione dello spazio come risorsa limitata che va accuratamente gestita per evitare il contagio dell’impurità è particolarmente forte per pure ragioni urbanistiche) questa postura spaziale (mai nello stesso spazio con il nemico) è interessante perché sembra, soprattutto, poco efficace nell’obiettivo, se l’obiettivo è il contrasto al fascismo, e non solo la salvaguardia di una propria comfort zone.

Si accetta l’Esistenza dell’Altro, ma non si accetta la sua Prossimità, in una specie di primitivo “aiutamoli a casa loro” che securitizza il nostro spazio non dall’esistenza, ma dalla presenza di questo Altro. È la concezione igienica dello spazio domestico che prevede un dentro/fuori marcato con nettezza. Con tutto il bene che gli vogliamo, Christian Raimo pensa ad Altaforte al Salone nella stessa modalità spaziale con cui nostra nonna pensava alle formiche nel suo salotto. La nonna non contestava la possibilità che il mondo potesse avere delle formiche, ma negava con tutta la forza del suo apparato detergente che le formiche potessero coabitare con lei nello spazio domestico, quello che concepiva sotto la sua assoluta giurisdizione.

Lo ripetiamo, a scanso di equivoci: Christian Raimo, Claudio Sopranzetti, Zerocalcare e quanti hanno deciso di non andare a Torino raccolgono tutta la nostra comprensione, ma ci chiediamo, come antropologi interessati a comprendere le dinamiche del qui e ora, se sia una mossa politicamente efficace. Il LaPE è antifascista ma pensiamo che l’antifascismo dovrebbe essere una prassi politica de-territorializzata e non territorializzante: c’è un’atmosfera fascistoide che prende piede, che si legittima nei corpi e nelle voci delle persone, non negli spazi di rappresentazione in quanto tali. Essere anti-fascisti oggi significa inseguire quell’atmosfera e combatterla a viso aperto, non pretendere di presidiare come fortini nel deserto spazi che non hanno più nulla di sacro, simulacri intercambiabili che confermano, forse, solo l’atteggiamento difensivo di una sinistra timorosa del clima attuale.

Fare la resistenza è importante, ma abbiamo bisogno di presidiare di nuovo il senso comune, più che il Salone del Libro o qualunque altro tempio fasullo (fasullo perché qualunque versione spazializzata delle identità e delle appartenenze è comunque destinata a subire i colpi del primo account twitter o instagram manovrato con cura). Riprendiamoci la legittimità di dire cose banali, nel senso che siano colte dal senso comune come ovvietà per tutti, e non ci sarà più bisogno di zittire la propria voce come segnale simbolico perché una volta sradicato dal senso comune il fascismo non avrà spazio al Salone. Il fascismo fa schifo, ecco, ma lo fa sempre, mica solo se parla da dentro il Lingotto Fiere di Torino e se ci parla a pochi metri di distanza. Lo fa, soprattutto, quando entra nei discorsi da bar, nei modi di dire, nelle posture dei selfie, nella programmazione televisiva generalista. È lì che dobbiamo agire, è quello lo spazio da presidiare, non impendendo all’altro di esserci, ma imponendo la forza della voce che dà forma alle nostre idee.

mercoledì 6 marzo 2019

Il sogno europeo

Non sappiamo nulla di come funziona l'Unione Europea, lo abbiamo capito al precedente incontro della Scuola di politica, quando Chiara Favilli ci ha spiegato alcuni meccanismi delle politiche dell'UE.
Forse questa ignoranza è uno dei motivi che hanno indotto a sviluppare il cosiddetto euroscetticismo, un senso di distacco morale che  altro non è che il riconoscimento di una distanza conoscitiva, dato che non si può certo amare ciò che non si conosce.
Ma con l'euroscetticismo ci siamo portati dietro anche un buco di memoria, abbiamo cioè completamente dimenticato che l'Europa, dopo la Prima guerra mondiale e ben oltre il disastro della Seconda, era un sogno da realizzare, un obiettivo utopico pensato e voluto da uomini e donne che non ne potevano più dei mali del nazionalismo.
In un'epoca di risorgenti primazie nazionali è fondamentale che recuperiamo un poco di quel sogno, che ricominciamo a toccare le radici dell'Unione nel patto di fratellanza europea, nella voglia federalista di superare i confini per sempre, nel bisogno di costruire guardando al futuro, tenendo a debita distanza gli odi del passato.
Emma Bonino è la persona probabilmente oggi più adatta, in Italia, per parlare di quel sogno, di come si è trasformato in realtà e in parte in incubo. Venire, non potete perdere questo incontro bellissimo e importantissimo perché, come al solito, capire il passato è il solo modo per guardare a un futuro migliore. La Scuola di politica continua a seminare concetti, idee e speranze.

lunedì 18 febbraio 2019

Conoscere per giudicare


Peccato che non ci sia stato un coordinamento sui tempi, altrimenti la lezione della Scuola di politica del 19 febbraio 2019 sarebbe stata di particolare interesse per gli utenti della piattaforma Rousseau che sono stati chiamati a decidere (non si sa su quali basi giuridiche e con quali competenze) se Salvini abbia agito con le persone sequestrate sulla nave Diciotti in nome dello Stato o per il suo personale tornaconto. Alla Scuola di politica del Polo culturale ex Fienile, in effetti, ospitiamo martedì 19 febbraio 2019 Chiara Favilli, professore associato di Diritto dell’Unione Europea, che ha saputo dire cose importanti in proposito, e Antonio Marchesi, che oltre che professore di Diritto internazionale è anche presidente di Amnesty International, una delle ONG più importanti al mondo, che non ha mancato di far sentire la propria voca anche sul caso Diciotti.
Come sempre, la Scuola di politica è un’occasione per imparare con un poco di umiltà, per ascoltare senza bisogno che nessuno alzi la voce, per acquisire gli strumenti che meglio ci consentano di orientarci in un mondo sempre più intricato e complesso. Lo facciamo dalla periferia romana, dal cuore cioè pensante di una città a volte sonnolenta, che però non si tira indietro, non ha paura di prendere posizione, ma lo fa una volta informata, con cognizione di causa, sapendo che la politica non è l’espressione di un’opinione, ma un processo decisionale che si realizza sulla base di scelte informate.
Se avete ancora voglia di imparare, se non siete convinti di saperla già abbastanza lunga, se credete che prima di commentare è importante conoscere, non potete perdervi la Scuola di politica del Polo culturale ex Fienile, a Torbellamonaca, Roma, Italia, Mondo.

venerdì 15 febbraio 2019

Massimo Rosati Seminars. Seconda edizione


Ho conosciuto Massimo Rosati nel 2000, quando era un giovane ricercatore e si era appassionato di Durkheim al puto di proporre una nuova traduzione delle Forme elementari della vita religiosa alla casa editrice Meltemi, dove allora lavoravo come redattore. Mi era subito piaciuto quel giovane studioso dal tono pacato, non certo espansivo nei modi, scrupolosissimo nel fare il suo lavoro.
L’ho ritrovato nel 2008 all’Università di Roma Tor Vergata, quando ho vinto il mio posto da ricercatore e lui, provenendo dall’Università di Salerno, era già professore associato di Sociologia generale. Abbiamo presto iniziato a collaborare, a organizzare qualche cosa assieme, anche a parlare un poco dell’orizzonte più ampio degli studi delle nostre rispettive discipline.
Massimo Rosati se ne è andato troppo presto, all’improvviso, cinque anni fa.
Oggi, a pochi giorni dall’anniversario della sua morte, vogliamo ricordarlo per il suo tema di ricerca principale, quello cui stava lavorando quando è mancato, vale a dire il tema del Postsecolare e come questo approccio imponga un ripensamento profondo del modo in cui ci avviciniamo allo studio scientifico delle religioni.
Kristina Stoekl ha lavorato con Massimo proprio a Tor Vergata e ora da Innsbruck riprende con vigore la questione del postsecolare applicandola al mondo del Cristianesimo Ortodosso, in particolare al caso russo.
Se vorrete essere presenti sarà un modo per aggiornarsi su un tema di punta delle riflessione sugli studi religiosi e per ricordare, anche nel piccolo momento conviviale al termine del seminario, un giovane studioso che, purtroppo, non è vissuto abbastanza per diventare il maestro che molti di noi stanno cercando da tanto tempo.

martedì 12 febbraio 2019

Umanamente


Da quando mi sono impegnato di prendermi cura della parola #Umano al Macro Asilo di Roma ho avuto più di un’occasione per pensare in modo divergente rispetto al tema proposto, ma solo con questo nuovo appuntamento, il 13 febbraio 2019, mi rendo conto del profondo pregiudizio che la parola scelta ha importo al mio lavoro.
Ho pensato cioè all’Umano come neutro, vale a dire neutralizzato rispetto alla differenza di genere, e invece e per fortuna viene Caterina Botti a portarci la consapevolezza che non c’è un solo modo di essere umano e sempre (sempre) qualche che sia il contesto, l’epoca storica, il livello sociale, lo sfondo economico, il quadro politico, il retroterra simbolico, tutto è sempre declinato, almeno, in maschile e femminile, #Umano e #Umana.
Maschi e femmine sembrano fare sempre più fatica a riconoscere il percorso di costruzione del loro genere e, per quanto si parli di genere, sono sempre molte le persone che si sentono naturalmente ancorate al loro sesso come al colore dei capelli. Abbiamo invece bisogno di ascoltare parole che ci guidino alla scoperta di quello che siamo quando viviamo, quando lavoriamo. Caterina Botti ci può accompagnare in questo percorso come poche altre nel nostro Paese, unendo sempre la sua competenza di studiosa alla sua passione di attivista.
Io spero veramente che verrete in tantissime e tantissimi a sentire le sue parole, a riflettere assieme, a vederci un poco più a fondo per quel siamo, sperando così di orientare la direzione verso cui vogliamo essere.

martedì 22 gennaio 2019

Fare politica, fare scuola di politica


Ormai da diversi anni mi occupo di antropologia urbana, un trucco un po’ da imbonitori per dire che mi occupo di quel che mi pare a Roma, che è la città dove vivo da (ormai troppi) anni. In questo quadro, mi sono occupato di rappresentazioni mediatiche degli immigrati albanesi, di uomini del Bangladesh, di occupazioni a scopo abitativo e di uomini in carcere, ma non ho smesso di seguire le vicende dell’area balcanica (dove mi sono formato come antropologo professionista) o di provare ad aprire qualche pista ulteriore di riflessione nel campo dell’antropologia economica. Di fatto, vengo da una formazione di antropologia politica (identità etniche e nazionali in Macedonia, tensioni politiche e sociali sul confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda) che mi ha portato fuori dall’Italia, mentre l’antropologia urbana è stata vissuta come un ripiego una volta che gli impegni professionali (e ancor più quelli familiari) mi hanno tenuto ancorato alla Città Eterna: visto che sto qui, e non si schioda, meglio fare di necessità virtù e riciclare le mie competenze in nuove direzioni.
In realtà, questo strabismo tra antropologia politica e antropologia urbana dipende da un malinteso di cui sono stato vittima fino a quando la Scuola di politica “Confini al Centro” del polo ex Fienile non mi ha riportato alla radice etimologica del politico e dell’urbano, che è semanticamente la stessa, vale a dire lo spazio della città, le cose della città, i luoghi della città. Città intesa come correlativo oggettivo dell’esigenza di socialità dell’umano. Fare antropologia urbana e fare antropologia politica sono, dunque, esattamente la stessa cosa, una declinata in latino, l’altra in greco. Resta la comune sostanza: cercare di comprendere quali sono i concetti e i riferimenti valoriali che le persone usano e articolano per vivere il loro stare assieme, confliggere, cercarsi, respingersi, cooperare e competere.
Fare una “scuola di politica”, dunque, è un progetto necessariamente ancorato all’urbano, dato che fare politica (diversamente dalla guerra che è un puro agire) è l’articolazione di un discorso sulle forme possibili, perseguibili o deprecabili della vita associata (insieme = nella città come spazio comune). Fare politica è, dunque, prima di tutto, un parlare (con buona pace dei sostenitori della prassi) e parlare in un contesto educativo (scuola vuol dire quello) è ipso facto un’azione politica.
Chi può parlare, in una scuola di politica? Quelli della mia parte? I miei avversari? Persone non schierate? Scrupolosi osservatori oggettivi? Fanatici oltranzisti invasati? Per quel che mi riguarda, a una scuola partecipo perché ho bisogno di imparare, ed è più facile che io possa imparare se a insegnarmi sono – oltre che consolidati maestri che avranno ancora mille cose da insegnarmi che non so – anche persone da me ideologicamente lontane o addirittura avversari politici dichiarati. Da un sodale, da un vicino, posso imparare sempre tantissime cose se ha le risorse per farlo, ma da un avversario imparerò sempre e comunque, perché dovrò apprendere un modo per me inconsueto di individuare connessioni, di dare per scontate alcune cose e non altre, e di valorizzare cose e idee che per me, dentro il mio guscio, possono essere triviali finche non le vedo dalla prospettiva straniante impostami a uno sguardo molto diverso dal mio.
La Scuola di politica Confini al Centro ha questo intento, quindi: è una scuola di politica nel senso che non finge di essere super partes o di non avere una presa sul reale sociale, limitandosi a scrutarlo con lo sguardo asettico e disinfettato di un entomologo; ma è una scuola di politica anche perché accetta voci di ogni sorta, non pretende di orientare con la voce e il pensiero dei suoi relatori il pensiero di chi vi partecipa. Non sarà mai la singola lezione a caratterizzare la scuola di politica, ma solo l’articolato fluire delle lezioni costituisce una grammatica, una cassetta degli attrezzi dell’argomentazione politica. Chi cerca partiti presi, quadri impostati e posture ortodosse nella Scuola di politica Confini al Centro lasci perdere e segua piuttosto le scuole dei partiti politici (se ancora se ne fanno). Parimenti, stia alla larga dalla Scuola di politica chi vuole invece analisi “scientifiche” e “spassionate”, una scuola di scienza della politica che proprio non ci interessa e non ci riguarda.
Siamo una scuola di politica, e come in ogni scuola passiamo al setaccio le parole del vocabolario, tutte, quelle che ci piacciono, quelle che ci fanno innamorare, quelle che fanno schifo e, quando serve, perfino le parolacce.

lunedì 14 gennaio 2019

Altro giro, altra corsa Macro Asilo, #Umano, #StanzaDelleParole

Continua il percorso #Umano al Macro Asilo di Roma. Nel prossimo appuntamento di mercoledì 16 gennaio ore 11:00 Daniele Casolino ci pianta un casino di quelli clamorosi: amore, morte, dolore, gioia, secrezioni, deiezioni, nulla verrà lasciato al disumano, tutto verrà umanizzato, umidificato, umettato, e tutto sarà umido e urticante assieme. Il nostro viaggio dentro la #StanzaDelleParole prosegue, questa volta pieno di amorevole follia.


Per questo giro, al Macro, ci sarà UN PUNTO disponibile per gli studenti, e si prenderanno per la prima volta le firme in entrata e in uscita.