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martedì 22 aprile 2008

Venghino siori venghino


Come PR (di me stesso o di chiunque altro) sono un fiasco totale. Per questo, con soli dodici anni di ritardo rendo pubblico un pezzo che ho scritto in una notte tessalononicese di sofferenza. Si intitola

DANZARE IN GRECIA FA MALE ALLA SALUTE
OVVERO: DI ALCUNE PERIPEZIE ACCADUTE ALL’AUTORE MENTRE CERCAVA DI SVAGARSI DAL SUO LAVORO DI ANTROPOLOGO E DI COME QUESTI EVENTI LO ABBIANO PRONTAMENTE RICONDOTTO A FARE IL SUO MESTIERE.
IN CUI INOLTRE SI DIMOSTRA SENZA TEMA DI CONFUTAZIONE CHE LE DONNE GRECHE SONO MEDIAMENTE ASSAI PIÙ INTELLIGENTI DELLA MAGGIORANZA DEI LORO COMPATRIOTI MASCHI, DATO DI FATTO CHE PER ALTRO L’AUTORE COMINCIA A SOSPETTARE SIA GENERALIZZABILE ALL’UNIVERSO MONDO

e lo trovate qui
Danzare in Grecia
Danzare in Grecia....
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Aggiungo solo che ero proprio nero, e non è che la penso proprio così, dei miei amici greci (signomi s'ollous)

domenica 13 aprile 2008

Descrizione etnografica

Spesso, al termine di un primo ciclo di lezioni, chiedo agli studenti di portarmi un breve esercizio di descrizione dal vivo che chiamiamo pomposamente "esercizio di etnografia". Poi ne prendo qualcuno e lo analizzo in classe. La cosa mi serve per rendere gli studenti un po' più consapevoli delle strategie retoriche dell'oggettività e di solito funziona. Quest'anno, Domenica Carosi, una mia studentesse dell'Università di Teramo, mi ha presentato un esercizio in cui l'oggetto descritto ero io. Ho trovato particolarmente interessante la mia oggettivazione, anche perchè non vi posso riversare alcun compiacimento narcisistico: l'oggetto "lezione universitaria" è completamente spogliato del suo contenuto semantico per essere rivoltato come un calzino-significante, tutt'altro che insignificante, mi pare.
Lo condivido anche sperando che faccia il paio con l'immagine da supersfigato che un'altra rappresentazione di me ha dato qualche tempo fa.


Descrizione etnografica del Prof. Vereni durante una lezione di antropologia culturale
12 Marzo 2008, Ore 15:44; aula 16. L’aula, con capienza massima di 280 persone, ha banchi uniti a dieci a dieci, divisi da un corridoio, e quattordici file per ogni ala. Le finestre sono coperte a tratti da tende blu. In fondo all’aula c’è una lavagna appesa al muro, ancora sporca di gesso, al di sotto della quale è posizionata una pedana con sopra una cattedra e una sedia girevole. Guardando la pedana dal corridoio che porta ai banchi si nota alla sua destra un piccolo tavolo con sopra un proiettore e alla sua sinistra una sedia e un mobile con due aperture. Al di sopra della lavagna c’è un telo che penzola da una custodia, di cui ignoro il nome, utilizzato per proiettare. Il professore, al nostro ingresso, è già seduto dietro la scrivania e legge un libro, forse è qualcosa che gli occorre per la lezione che si appresta a iniziare. Le sue cose sono disposte ordinatamente sulla scrivania: alla sua sinistra uno zainetto nero semi aperto, alla sua destra un cellulare e dei libri, di fronte a lui forse un agenda con sopra cavetto grigio e un libro che sfoglia velocemente. Noi alunni ci disponiamo sulle prime tre file di destra e di sinistra, come da richiesta del professore, i posti sono occupati in ordine sparso. A lezione si contano 19 persone, tra cui 3 ragazzi e 16 ragazze. Il professore è di media altezza, capelli corti neri brizzolati, barba rasa, corporatura esile, carnagione chiara, orecchino nella parte superiore dell’orecchio sinistro. Al polso ha un orologio con cinturino nero e il quadrante, che non riesco a vedere bene dalla mia posizione, forse rotondo. Al collo ha un laccio con un lettore MP3 blu legato e le cuffie di questo che si posano sul petto. Squilla il suo cellulare, parla per qualche minuto in modo confidenziale. Riaggancia, sfoglia velocemente un libro o forse un’agenda. Si alza, in questo modo posso osservare il suo abbigliamento che prima vedevo parzialmente a causa della cattedra. Indossa un completo giacca e pantaloni nero con sotto una camicia grigio scuro, una cravatta di colore scuro e delle scarpe nere forse in pelle. Si toglie la giacca, all’interno foderata di rosso. Si dirige alla finestra e apprezza ad alta voce il panorama. Torna di nuovo sulla pedana, inforca gli occhiali, prende tra le mani l’MP3 che gli penzola dal collo, lo attiva e comincia la lezione. Spiega velocemente qual è il programma che seguirà durante questa lezione, gesticola guardando il corridoio al di fuori della classe. Ora s’appoggia alla cattedra mentre la classe è intenta ad ascoltare le sue parole. Dalla porta, ancora aperta, si sentono le voci delle persone che sono al bar, qualcuno batte più volte una matita sul tavolo. Il professore scende dalla pedana, passeggia mentre parla, gesticolando con una mano e mettendo l’altra nella tasca dei pantaloni. Le voci provenienti dall’esterno dell’aula si fanno più insistenti, infastidiscono me e forse anche il professore che si dirige verso la porta e la chiude, mentre continua il suo discorso alzando il suo tono di voce per permetterci di ascoltarlo anche a distanza. Dopo aver chiuso la porta torna indietro, senza interrompere il discorso, toglie la mano destra dalla tasca e gesticola di nuovo, ma questa volta con entrambe le mani. Torna sulla pedana si piega sulla cattedra e sfoglia un libro; si tocca il viso. Il suo linguaggio è semplice a tratti complicato, quando usa termini specifici della materia, il tono è alto e la cadenza lenta ma decisa. Il movimento delle mani è deciso e spesso, mentre gesticola, lascia trasparire un timido sorriso che sembra esprimere di compiacimento di averci reso partecipi della sua conoscenza. Torna ad appoggiarsi alla cattedra per poi di nuovo abbandonarla e rimettere la mano destra in tasca. Questa volta con la mano sinistra tocca la fibbia di metallo della sua cinta nera. Mentre spiega le parti del libro che sta leggendo calca, con un’intonazione più marcata e lenta, le parole chiave. Indica una pagina e di nuovo nella classe si ode il voltare delle pagine, si ferma per sorseggiare dell’acqua e torna al suo discorso. Passeggia e torna a mettere la mano destra in tasca muovendo la sinistra; sarà forse mancino? Un annuncio dagli altoparlanti interrompe la lezione per chiamare il proprietario di un’auto parcheggiata male, il professore si ferma, beve dell’acqua. Chiede se la macchina è di qualcuno, ha in risposta un no. Continua la lezione. Qualcuno mastica in modo rumoroso una gomma, una ragazza scrive facendo rumore con il suo bracciale che graffia il banco, intanto il professore prende il libro tra le mani mette gli occhiali e si ferma per un attimo a far notare alla classe che è poco attenta. Richiama l’attenzione perché deve spiegare una frase “tosta”, che forse sta per poco comprensibile a una classe del primo anno di studi che non ha le conoscenze adatte in materia. Pone una domanda alla classe, dirigendosi verso la cattedra beve ancora un sorso d’acqua e tocca un’altra volta la fibbia della cinta. Scende dalla pedana avvicinandosi ai banchi e quasi trascinando i piedi. Fa qualche domanda come per fare un sondaggio, qualcuno alza timidamente la mano, scruta i visi di chi lo ascolta per cercare di capire se ciò di cui parla è chiaro. Il mio sguardo è distratto da alcune persone che passeggiano sul corridoio. Torno a occuparmi della lezione, la classe è silenziosa. Il suo modo di fare lezione è poco convenzionale, a cominciare dal modo di passeggiare tra gli alunni, per finire a modi di parlare tipicamente giovanili che forse usa per fissare meglio i concetti che espone. Pone una domanda, attende una risposta che arriva timidamente. Ho l’impressione che durante i suoi discorsi non ami essere interrotto, se non per suo volere con domande dirette. Torna a camminare e a muovere la mano destra, perché questa volta la sinistra è in tasca. Tira su le spalle sincronizzandone il movimento con quello della mano. Di nuovo una domanda, pronunciata ad alta voce. Si disseta poi fa un sospiro di soddisfazione e torna di nuovo a camminare davanti la pedana. Ora ha la mano sinistra in tasca, forse non è mancino! Tutti lo seguono con lo sguardo, si ferma e voltandosi verso la classe nota una certa stanchezza. Quindi decide di fare una pausa. Spegne l’mp3, toglie gli occhiali e passeggia in silenzio osservando la stanza.

giovedì 20 marzo 2008

Ben mi sta


Come antropologo, so benissimo che molto spesso mi trovo a sintetizzare il pensiero dei miei “informatori”, magari condensando in un paio di frasi una discussione che si è protratta per ore, o giorni. Cerco quindi di stare attento al mio lavoro interpretativo, e visto che l’antropologia è vedere le cose “dal punto di vista dei nativi”, la domanda che mi pongo spesso è: siamo sicuri che il mio informatore sarebbe d’accordo con la sintesi che sto facendo del suo pensiero?
Comunque sia, sento spesso nel sottobosco delle mie ricerche l’arroganza della nostra disciplina, che pretende comunque di parlare “in vece di” e facilmente prevarica. Mi sono sempre chiesto cosa si prova a sentirsi pubblicamente interpretati in un modo inaspettato, secondo modalità non tanto “errrate” quanto sentite come non proprie. Bene, ora lo so.
Stavo facendo una cosa che - mi dicono - non si dovrebbe fare, e cioè stavo guggolando il mio nome (guggolare è un calco fonetico che mi sono inventato io, dall’inglese to google = fare una ricerca su internet tramite il motore di ricerca per antonomasia) quando è uscito questo:

Gli adulti molto spesso hanno una famiglia o comunque un lavoro, quindi si “alienano” in internet in modo molto diverso rispetto ai giovani; essi ad esempio hanno ritmi di vita che li impossibilitano a stare troppe ore sulla Rete e sempre per il principio della “desiderabilità sociale” tendono, molto più che i giovani, a giustificare la loro alienazione spesso affermando che è l’unico modo per sfuggire ai problemi quotidiani, a cui comunque, in un modo o in un altro, provano di fanno fronte. Un classico esempio che dimostra questa tendenza è il blog di Piero Vereni, editor, antropologo e ricercatore a tempo determinato all’università della Calabria. Quest’uomo, divorziato con una figlia da mantenere, non ha una vita agiata, anzi al contrario lavora 15 ore al giorno, 7 giorni su 7 e tiene un blog nel quale racconta la sua vita e i suoi problemi. Egli sostiene che scrivere i post è un modo per sfuggire dalla routine quotidiana e dai problemi economici che incombono alla fine di ogni mese. Tra le sue parole si può leggere l’amarezza, il desiderio di essere da un’altra parte, di essere qualcun altro, egli sostiene di non avere il tempo per una seconda vita su internet e quindi giustifica i suoi post sostenendo che sono l’unico “spiraglio di originalità” della sua vita poiché i suoi 3 lavori non gli permettono di mostrare tutta la sua “verve intellettuale”. In qualche modo egli cerca di giustificare la sua presenza in Internet come unico momento di fuga dalla realtà, come unico luogo in cui può essere veramente se stesso, imputando la colpa ai suoi lavori. Se così fosse il blog gli sarebbe di grande aiuto, proprio perché diventerebbe l’unico strumento con cui soddisfare la sua voglia di scrivere e la sua originalità, l’unico modo per esprimere il suo vero essere; bisognerebbe però vedere se quello che scrive è vero o sono solo parole dette per giustificare i suoi lunghi post con i quali, come lui stesso ammette, toglie tempo alla sua vita e alla sua bambina. Pietro si ritrae come un uomo a cui il proprio lavoro non piace, o meglio 2 dei suoi 3 lavori, egli afferma di lavorare per il denaro e di fare l’editor per passione, critica la sua società e nel blog non fa altro che giustificare le sue parole come momento di evasione: cerca in tutti i modi di dimostrare ai lettori dei suoi post che la sua presenza nel blog non è una perdita di tempo, ma una necessità; il tema del tempo e della sua scarsità è uno degli argomenti più sentiti all’interno dei blog visitati dagli adulti. Per il principio della “desiderabilità sociale” l’uomo medio è un uomo che non ha tempo da perdere, che deve lavorare, guadagnare e portare a casa uno stipendio degno, quindi un uomo che in teoria non dovrebbe essere su un blog perché ciò sarebbe una disdicevole perdita di tempo, per questo motivo i blog degli adulti appaiono proprio come un insieme di post nei quali essi parlano del loro lavoro e giustificano la loro presenza in Rete, come se fosse necessario giustificare il loro esserci con persone che stanno, in fondo, facendo proprio la stessa cosa.


Qui trovate il link al pezzo intero, che credo sia una relazione per una tesina universitaria.
Mi sono visto non tanto “oggettivato”, quanto reso pubblico e quindi fruibile come immagine da parte di terzi. Ho cioè cominciato a pensare che forma assuma il segno “pierovereni” nella testa del docente che quella tesina ha corretto. È questa incontrollabilità della mia immagine che più trovo spaesante. Non metto in discussione la legittimità dell’autrice del pezzo a vedermi così, né il suo diritto di riportare il mio pensiero secondo le sue necessità, ma vedermi rappresentato, come dire, con la barba lunga e la camicia fuori dai pantaloni sulla schiena mi sta facendo impressione. Come antropologo, mi pare una bella lezione di metodologia della ricerca.

mercoledì 5 dicembre 2007

Precarietà e blogging (i conti della serva certe volte sono l’unica cosa vera di cui si può parlare)


Temo di aver lasciato l’impressione che il netto calo di miei post in questi ultimi due mesi sia dovuto a una scelta, quasi una protesta contro certi ritmi frenetici della produzione intellettuale su internet (sempre preoccupatissima di essere aggiornata, e ancor più di sembrarlo) o come una specie di perorazione in nome della sacralità della vita “vera” contro le artificialità della vita “virtuale”.
Certo, ho scritto gli ultimi post attorno a questi temi, e resto convinto che l’impossibilità di elaborare un “tempo virtuale” renda impossibile di fatto la duplicazione delle nostre vite su internet (a meno di non rinunciare alla vita fatta di interazioni fisiche) ma i motivi per cui ho praticamente smesso di scrivere sono altri, molto meno filosofici e molto più contingenti.
Tanto per chiarire, sono gli stessi motivi per cui ho ridotto drasticamente la lunghezza media dei resoconti che stendo per il mio privatissimo diario quotidiano: dalla pagina, sono passato alla mezza pagina, e addirittura la settimana scorsa ho dovuto condensare in un unico paragrafo cinque giorni pieni, che non avevo avuto modo di raccontare per totale e cronica carenza di tempo.
La scarsità di tempo disponibile è stata aggravata dal fatto che per quasi un mese sono stato senza portatile (monitor rotto, tra consegna e restituzione se ne sono andate quattro settimane). Solitamente scrivo qualche nota per i miei post proprio in treno, e ovviamente non se ne parla neanche di scrivere a mano e poi ricopiare. Dove lo troverei il tempo?
La ragione per cui non ho scritto è quindi la stessa per cui non ho risposto a diverse mail, in questo periodo, né mi sono preso la briga di rispondere ai post di chi ancora mi legge sul blog. Vivendo in un sistema di produzione intellettuale che non mi consente non dico una certa agiatezza, ma neppure il minimo per il sostentamento, sono costretto ad arrabattarmi con lavori diversi, facendo così un po’ di tutto, ma tutto un po’ male, senza alcun incentivo alla cura o anche alla semplice professionalizzazione di quel che produco. Come ricercatore a tempo determinato, ricevo uno stipendio di 1.150 euro al mese. Dato che però lavoro all’Università della Calabria ma ho la mia famiglia a Roma (e non posso spostarla perché sono separato con una bimba di 6 anni, che ovviamente ha diritto di passare metà del suo tempo con la mamma e metà con il papà) faccio su e giù tutte le settimane, il che significa che di quello stipendio 300 euro vanno in biglietti del treno (senza alcuna possibilità di rimborso, o anche solo di detrazione dalle tasse) e 200 vanno nel costo dell’alloggio al campus, dove dormo tre notti a settimana. Dello stipendio iniziale, quindi, mi restano 650 euro scarsi, cui vanno tolti i 300 euro al mese che passo alla mia ex moglie come contributo per il mantenimento di nostra figlia. Si capisce quindi che non posso vivere con 350 euro al mese, da cui i lavori extra come editor per alcune case editrici.
So che molti trovano disdicevole o almeno imbarazzante parlare così francamente della precarietà della propria situazione economica, ma io credo che l’imbarazzo altro non sia che un trucco per rendere meno visibile una condizione di vera umiliazione, facendola quindi passare per normale, dato che se ne parla poco. No, dico, parliamone.
Non mi riferisco al fatto che il mio lavoro è precario, ma alla precarietà della mia condizione economica, cioè al fatto che il mio lavoro di ricercatore è pagato troppo poco per consentirmi di sopravvivere. Certo, posso ancora fare lo spiritoso e il brillante coi miei post (ho una sfilza di ideuzze niente male, nel mio taccuino) ma poi mi chiedo cosa c’entri questo con la mia vita, con lo strazio di passare i sabati e le domeniche quando non sono con mia figlia Rebecca a lavorare anche 15 ore al giorno, per guadagnare quel po’ di tempo che mi permetta poi in treno di preparare con un certo agio le lezioni da tenere per i due moduli che insegno in contemporanea all’università.
La stesura di un post “bello” mi sembra allora l’ultimo tassello di un’ipocrisia produttiva disperante, che io con la mia “brillantezza” paradossalmente contribuisco a perpetuare: certo, mi pagano di merda, certo, lavoro sedici ore al giorno, ma vuoi mettere come sono figo, coi miei post brillanti e intelligenti? Mica come i miei colleghi professori associati, che hanno uno stipendio doppio del mio ma non hanno tutta la mia verve intellettuale!
Smettere di scrivere sarebbe del resto altrettanto subalterno, come atteggiamento, dato che – come ho potuto constatare in queste ultime tremende settimane di tour de force – sarebbe la resa totale all’alienazione produttiva: non esisto assolutamente più come persona dotata di propri interessi e in grado di comunicarli, sono ridotto a una pura macchina produttiva, da un lato studenti da preparare e esami da fare, dall’altro libri da editare e bozze da correggere.
Forse, e paradossalmente, la soluzione è costituita da post come questo, in cui non cerco per forza di compensare la frustrazione della mia condizione lavorativa, ma provo seriamente a farci i conti. Il problema è che post come questi chi mai può avere voglia di leggerli?

sabato 29 settembre 2007

Abbasso il multitasking

Prendo spunto da un bel post di un’amica (che affronta da pasionaria un tema collegato), per sintetizzare il mio disagio corrente, che diventa anche un modo di rispondere a qualche (altro/a) amico/a che mi aveva sollecitato a una maggior partecipazione a certe iniziative in rete.
Da qualche tempo ho preso l’abitudine di non rimanere più collegato a internet tutto il tempo che sono davanti al computer. Soprattutto, quando inizio a lavorare, al mattino, NON controllo la posta elettronica e non controllo il mio aggregatore per nuovi post. In questo modo, mi metto a lavorare a un unico obiettivo, e vedo che funziona, dato che il mio livello di produttività sale vertiginosamente, il mio livello di stress scende di conseguenza ed è meno probabile che alle tre di notte sia ancora davanti al pc a smadonnare perché non ho finito il lavoro che devo spedire domani mattina oppure ad alienarmi con l’ennesima partita di Asteroids.
Non dico che per tutti debba essere così. È probabile che personalità più salde della mia abbiano gli strumenti per non naufragare sistematicamente nel mare della rete, ma per me – e mi pare anche per altri, a leggere in giro – non è così, e la semplice possibilità di cliccare su qualche cosa che potrebbe vagamente avere attinenza con quel che faccio in quel momento è una sorta di imperativo a cliccare, con conseguente dispersione totale di quel che sto facendo. Se, ad esempio, traduco e sono online, ogni dubbio diventa un mare magnum nel quale mi lancio, a fondo (affondo). Se invece sono offline mi segno a parte i veri dubbi. Poi, alla fine, diciamo dopo quattro ore di vero lavoro, mi collego e mi metto a cercare le informazioni che mi servono per risolvere i dubbi che mi sono annotato.
Certo, in questo modo leggo meno post, e questo per certi versi è un male. Ma, di fatto, mi accorgo che leggo quel che mi serve di più (o mi piace veramente). Soprattutto, non ho più il minimo tempo da buttare per twitter o altre cazzate. Il social networking è divertente quando hai tempo di farlo, ed è improbabile che di tempo vero per cose del genere ce ne resti dopo il compimento del 24esimo anno d’età (o il conseguimento della laurea), a meno di non sottrarlo al lavoro, cosa che mi pare insensata non solo se si è veramente schiavi del lavoro, ma anche se dal lavoro si vuole essere veramente liberi. Ora non twitto più, ma vedo che telefono più spesso a quelle cinque-sei persone cui tengo e che sono lontane. Non passo tante ore a navigare, ma mi resta un sacco di tempo in più per qualche spritz con la mia compagna. Insomma, ho bisogno di una pedagogia della rete, o di una disciplina, per usare una parola fuori moda.

sabato 18 agosto 2007

I Nomi (poesia di Billy Collins)


La poesia fa strani scherzi. L'avevo letta e subito associata alle mie liste. Quella delle elementari (Cozzolino, Galvan, Mini, Moro, Narduzzi, Nordio, Paolini, Pasin, Sartori, Stevanato, Valent, Vereni, Violi, Zanetti, Zattin) o quella del liceo (che si sovrappone per un terzo con quella delle medie: Benacchio, Benedetti, Bonaldo, Brass, Busetto, Cerchiai, Cimmino, Cipressa, Da Canal, D'Antiga, Da Tos, Favaretto, Fontanella, Frattin, Mantovan, Minella, Miozzo, Mognato, Nardi, Padoan, Polato, Quarisa, Riolfo, Rizzo, Rosada, Scarpa, Serafini, Serra, Tonon, Valonta, Vatrella, Vereni, Vian, Volpato).
Solo cercando su Google lumi su un'espressione oscura mentre traducevo ho scoperto quel che leggerete alla fine. A me, aveva fatto pensare ai nomi delle persone incontrate, ai compagni di classe, alle liste del militare, ai nomi che erano volti e che poco alla volta diventano suoni e poi sbiadiscono e non sono più nulla.
Come dire, il tempo è il più efficiente terrorista.
Leggere questa poesia mi ha dato un po' di malinconia e la voglia di fare qualche telefonata tirando fuori numeri sepolti in qualche vecchia agenda. Ma non lo faro, giuro. Forse. Credo.

The Names

Yesterday, I lay awake in the palm of the night.
A soft rain stole in, unhelped by any breeze,
And when I saw the silver glaze on the windows,
I started with A, with Ackerman, as it happened,
Then Baxter and Calabro,
Davis and Eberling, names falling into place
As droplets fell through the dark.
Names printed on the ceiling of the night.
Names slipping around a watery bend.
Twenty-six willows on the banks of a stream.
In the morning, I walked out barefoot
Among thousands of flowers
Heavy with dew like the eyes of tears,
And each had a name --
Fiori inscribed on a yellow petal
Then Gonzalez and Han, Ishikawa and Jenkins.
Names written in the air
And stiched into the cloth of the day.
A name under a photograph taped to a mailbox.
Monogram on a torn shirt,
I see you spelled out on storefront windows
And on the bright unfurled awning of this city.
I say the syllables as I turn a corner --
Kelly and Lee,
Medina, Nardella, and O'Connor.
When I peer into the woods,
I see a thick tangle where letters are hidden
As in a puzzle concocted for children.
Parker and Quigley in the twigs of an ash,
Rizzo, Schubert, Torres, and Upton,
Secrets in the boughs of an ancient maple.
Names written in the pale sky.
Names rising in the updraft amid buildings.
Names silent in stone
Or cried out behind a door.
Names blown over the earth and out to sea.
In the evening -- weakening light, the last swallows.
A boy on a lake lifts his oars.
A woman by a window puts a match to a candle,
And the names are outlined on the rose clouds --
Vanacore and Wallace,
(let X stand, if it can, for the ones unfound)
Then Young and Ziminsky, the final jolt of Z.
Names etched on the head of a pin.
One name spanning a bridge, another undergoing a tunnel.
A blue name needled into the skin.
Names of citizens, workers, mothers and fathers,
The bright-eyed daughter, the quick son.
Alphabet of names in a green field.
Names in the small tracks of birds.
Names lifted from a hat
Or balanced on the tip of the tongue.
Names wheeled into the dim warehouse of memory.
So many names, there is barely room on the walls of the heart.

[Billy Collins - This poem is dedicated to the victims of September 11, and to their survivors]


I Nomi


Ieri, ero disteso, sveglio, nel palmo della notte.
Una pioggia leggera è entrata furtiva, senza aiuto di vento;
E quando ho visto il luccichio d’argento alle finestre,
Ho iniziato dalla A, da Ackerman per la precisione,
Poi Baxter e Calabro,
Davis e Eberling, nomi che cadevano a proposito
Come le gocce cadevano nel buio.
Nomi stampati sul soffitto della notte.
Nomi che scivolavano attorno a una piega colma d’acqua.
Ventisei salici sulle rive di un fosso.
Al mattino, sono uscito a piedi scalzi
Tra migliaia di fiori
Gonfi di rugiada come gli occhi di lacrime,
E ognuno aveva un nome –
Fiori inciso su un petalo giallo
Poi Gonzalez e Han, Ishikawa e Jenkins.
Nomi scritti nell’aria
E cuciti al vestito del giorno.
Un nome dietro una foto attaccata a una cassetta della posta.
Monogramma su una maglia strappata,
Ti ho visto sillabato nella vetrina di un negozio
E sulle luminose tende aperte di questa città.
Recito le sillabe mentre svolto un angolo –
Kelly e Lee,
Medina, Nardella e O’Connor.
Quando scruto nel verde,
Vedo un fitto groviglio dove le lettere sono nascoste
Come in un rompicapo per bambini.
Parker e Quigley nei ramoscelli di un frassino,
Rizzo, Schubert, Torres e Upton,
Nascosti nei rami di un vecchio acero.
Nomi scritti nel pallido cielo.
Nomi che salgono con la corrente che si forma tra i palazzi.
Nomi silenziosi nella pietra
O urlati dietro una porta.
Nomi esplosi sulla terra e nel mare.
Nella sera – luce calante, le ultime rondini.
Un ragazzo sul lago alza i remi dall’acqua.
Una donna alla finestra accende una candela,
e il profilo dei nomi si vede nelle nuvole rosa –
Vanacore e Wallace,
(e la X, se può, stia per i nomi di tutti i dispersi)
Poi Young e Ziminsky, l’ultima scossa della zeta.
Nomi incisi sulla punta di uno spillo.
Un nome disteso su un ponte, un altro infilato in un tunnel.
Un nome azzurro iniettato sotto pelle.
Nomi di cittadini, lavoratori, madri e padri,
La figlia dagli occhi luminosi, il figlio intraprendente.
Alfabeti di nomi in un campo verde.
Nomi nelle piccole impronte degli uccelli.
Nomi cavati da un cappello
O in bilico sulla punta della lingua.
Nomi rotolati nell’oscuro magazzino della memoria.
Così tanti nomi, manca quasi lo spazio sui muri del cuore.

[Traduzione di Piero Vereni – Questa poesia è dedicata alle vittime dell’11 settembre e a quanti sono loro sopravvissuti]

giovedì 1 marzo 2007

Marzo, andiamo. E' tempo di migrare

Lo so che rischia di diventare sempre più un diario intimo, altro che un blog, ma forse mi salvo se premetto che il tutto non è altro che un'esemplificazione della condizione di precario.
Ecco qua. Nel mese di marzo mi trovo con questo calendario:
Ogni lunedì mattina parto da Roma per andare ad Arcavacata di Rende, di solito con l'eurostar delle 6.45, ma ora che ho la macchina a Paola posso permettermi di prendere l'intercity che parte un'ora dopo (recupero il tempo evitando il collegamento in treno Paola-Castiglione). A Paola faccio il mio lavoro di ricercatore a tempo determinato portando avanti la mia ricerca e seguendo gli studenti.
Ogni martedì sera, alle 22.15, lascio l'università della Calabria per andare a Paola. Lí prendo l'espresso delle 23.01, posto in cuccetta, per arrivare a Firenze Campo di Marte il mercoledì mattina alle 6.40. Faccio colazione in stazione in attesa del treno regionale delle 7.17, che mi porta a Prato Porta al Serraglio, dove arrivo pochi minuti prima delle 8. Mi organizzo nell'aula professori del Polo universitario di Prato (università di Firenze) prima di fare lezione dalle 9.00 alle 12.00. Prendo il treno regionale delle 12.40 che mi porta a Firenze S.M.N. alle 13.20. Se non ci sono intoppi, prendo l'eurostar delle 13.31 che arriva a Roma Termini alle 15.06. Giusto il tempo di darmi una strizzatina al cervello e si fa pomeriggio tardi, magari un cinemino. Ma che non sia l'ultimo spettacolo perché il giorno dopo, giovedì, mi alzo alle 5.20 per essere alla stazione Termini prima delle 6.45, ora in cui parte il mio eurostar. È lo stesso che il lunedì mi porta in Calabria, ma stavolta scendo a Napoli Mergellina attorno alle 8.30, prendo lì il locale metropolitano e scendo a Napoli Montesanto verso le 8.45, giusto in tempo per arrivare al palazzo dell'Orientale dove tengo un seminario dalle 9.30 alle 11.30. Finito il seminario scappo in stazione per tornare a Roma entro le 15.30, dato che alle 16.00 in punto devo stare all'asilo di mia figlia Rebecca, che poi accompagno in piscina e che cena e dorme da me. Il mattino dopo, venerdì, mi rialzo alle 5.30 (accompagna Rebecca all'asilo Valeria, la mia compagna) per prendere il treno delle 6.52 che arriva a Firenze S.M.N. alle 8.32, dove prendo la coincidenza per Prato alle 8.38. Dopo la lezione a Prato, prendo il treno delle 12.39, per salire a Firenze sull'eurostar che mi lascia a Roma Termini alle 15.06. Verifico che non ci siano appuntamenti alla Rai (qualche bozza da ritirare o consegnare) e posso andare alle 18.00 a prendere Rebecca a scuola di danza. Siamo a casa verso le 18.30.
Naturalmente, si tratta di un mese eccezionale: i seminari a Napoli sono veramente una tantum e il corso di Prato dura in fondo cinque settimane (poi ci andrò solo saltuariamente, per gli appelli d'esame e qualche seduta di laurea a Firenze), ma anche quando non ho impegni didattici fuori della Calabria, il lavoro di editor si fa sentire e ho sempre qualche testo da editare, qualche indice analitico da fare o qualche bozza da verificare nei giorni (giovedì - se non ci sono consigli - e venerdì) in cui sono a Roma.
Quando ho tempo metto in linea il costo economico di questi spostamenti. Anche il previsione dei prossimi aumenti FFSS (sono pazzi).

martedì 12 dicembre 2006

Scoperto l’inghippo

Il sudoku del Corriere di ieri era veramente insolubile. Guardando la soluzione sul numero di oggi risulta che hanno sbagliato a mettere i numeri iniziali. Il 9 e 4 che erano indicati all’ultima riga in sesta e settima posizione andavano invece in quinta e sesta. Neanche una parola di scuse. ‘Gnoranti.

mercoledì 29 novembre 2006

Essere (blogger) e tempo (disponibile)

Tenere un blog senza avere un collegamento internet fisso ma dovendosi appoggiare all'università, agli amici o ai colleghi è da idioti, lo so. Ci sarebbe da dire di Little miss sunshine, che ho visto al cinema due sere fa, oppure di Tsotsi e Crash, che ho visto in dvd questa settimana, e poi del papa in Turchia e di nuovo del relativismo (ma noi antropologi diremo qualcosa, prima o poi, visto che è un tema nostro?) o del compleanno di Rebecca. Spero di farcela nel pomeriggio. Spero.

martedì 14 novembre 2006

Dilemma

Se si è stati traditi in qualunque modo da una persona nella quale si era riposta totale fiducia (ok, chiamatelo amore, se vi pare) si soffre, signor Lapalisse.
Ma cosa succede se quella persona dopo torna? Il sentimento del tradito può essere immutato, ma cambia necessariamente il rapporto. Infatti:
1. quella persona insiste nel dire che ha continuato ad amarvi anche mentre vi tradiva. Allora, come traditi, non avete scampo, e non potete più basarvi sull’amore come garanzia di fiducia. Se vi ha tradito mentre vi amava, e se dice di amarvi, può tradirvi ancora. In qualunque momento. Questa non era una cosa che avevate messo in conto prima.
2. quella persona insiste a dire che era confusa, che per un periodo credeva di non amarvi, che non vi sentiva più vicina (normalmente per colpa vostra, avete fatto qualcosa che l’ha allontanata). Allora avrete la prova che il sentimento dell’altro si può spegnere e accendere, che non c’è patto o giuramento su cui fondare il vostro rapporto. E anche questo, prima, non l’avevate messo in conto.
Avrete comunque una cosa nuova con cui fare i conti, nel vostro rapporto.