Visualizzazione post con etichetta media. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta media. Mostra tutti i post

martedì 17 giugno 2008

Vacanza e nostalgia


A metà giugno finisce la radio e finisce la televisione. Si tratta di un rituale talmente assodato che neppure ci facciamo più caso, ma guardate i palinsesti e vedrete che strage di programmi si realizza nelle prime due settimane di giugno. C’è in particolar modo una categoria duramente colpita, ed è quella dei programmi “a striscia”, che occupano cioè una porzione stabile e quotidiana del palinsesto: Striscia la notizia, Affari tuoi, Viva Radio 2, Condor, Caterpillar e dozzine di altri titoli sono andati “in vacanza” alla fine della settimana scorsa o al termine di quella precedente. È vero che il secondo periodo di garanzia si è completato, ma questo non basta a giustificare una scelta che di fatto non ha equivalenti nel mondo del lavoro, e che trova l’unico vero corrispondente nella scuola. A metà giugno, cioè, i conduttori di questi programmi vanno “in vacanza”, e torneranno in video o in audio più o meno fra tre mesi, attorno a metà settembre (l’unica eccezione è il Fiorello di Viva Radio 2, che può imporre i tempi che vuole, e quest’anno “ha fatto sega” fino a febbraio).
Non c’è alcuna ragione intrinseca per questa periodizzazione del palinsesto, dato che i fruitori dei programmi radiofonici e televisivi continuano ancora per diverse settimane a fare la vita di sempre, fatta di lavoro, di ingorghi nel traffico, di spese al supermercato e di ritorni a casa. Le audience di I fatti vostri o di Caterpillar non muterebbero sostanzialmente tranne che per le prime due settimane di agosto, periodo in cui la concentrazione dei villeggianti è tale da modificare sensibilmente il quadro degli utenti radiotelevisivi. La prova che non vi sarebbe alcuna necessità di interrompere molti programmi ai primi di giugno è offerta dal fatto che poi quei programmi vengono rimpiazzati da cloni perfettamente identici (come il caso di Aria condizionata, che sostituisce durante l’estate Caterpillar ma con un formato identico fin nell’intonazione delle voci dei conduttori).
Allora, perché si celebra regolarmente, ogni giugno, il rito del “cari spettatori/ascoltatori, andiamo in vacanza, ci sentiamo/vediamo a settembre”? Io credo che una parte della risposta si debba cercare nella forza evocativa dei mass media cui accennava una citazione di La Cecla che riportavo qualche post fa. I media, proprio perché innescano un simulacro di presenza, attivano necessariamente un atteggiamento nostalgico, la saudade per un passato che si può anche non aver mai vissuto (su questo punto, un esempio classico: pensate a una limousine che passa in bianco e nero tra due ali di folla, l’uomo seduto sul sedile di dietro saluta con la mano ma poi si accascia di colpo, tra lo sgomento della donna che gli siede a fianco: potete ora “vedere” quell’uomo, e sareste in grado di riconoscerlo molto meglio di quanto non potreste riconoscere una fotografia di un vostro bisnonno, eppure cosa avete a che fare voi con John Kennedy?).
Quand’è l’ultima volta che avete avuto tre mesi di vacanza? Io devo tornare alla terza media, perché dall’estate successiva iniziai a fare le stagioni. Tutti voi, comunque, dovete tornare al tempo della scuola, dato che anche all’università si fanno almeno esami fino a metà luglio. I conduttori che vanno in vacanza con i nostri figli o i nostri fratelli minori sono una reminiscenza di quell’epoca. Luca Sofri (Rosario Fiorello, Cirri e Solibello e cento altri) che va in vacanza ai primi di giugno mi garantisce la nostalgica illusione che quel tempo della scuola sia ancora disponibile, che per qualcuno (e allora: perché non anch’io?) l’estate in toto sia un periodo di sospensione dagli impegni, dalle routine, dai “compiti” (notare il doppio senso).
Se Carlo Conti continuasse la sua striscia quotidiana (traduzione: continuasse a lavorare tutti i giorni) fino a fine luglio e poi ricomparisse ai primi di settembre, il suo lavoro suonerebbe maledettamente “normale”, così simile al nostro. Tanto simile al punto di rischiare di essere repellente. Per questo l’effetto “vacanza estiva” colpisce soprattutto i programmi a striscia, quelli cioè in cui la presenza dei conduttori è costante come il nostro obbligo di timbrare il cartellino, e puntuale come dobbiamo essere noi quando ci presentiamo in ufficio.
La radio e la televisione vanno in vacanza per far sì che noi si continui ad andare a lavorare. Un po’ più accaldati, anche un po’ più frustrati, forse. Ma con quel filo di nostalgia per i nostri anni giovanili che ci illanguidisca al punto da non avere più la voglia di ribellarci.

mercoledì 4 giugno 2008

Nostalgia da tavolino

In Surrogati di presenza, un libro che per alcuni versi trovo irritante ma comunque ricco di ottime intuizioni, Franco La Cecla offre un’interessante interpretazione di un tema che ho affrontato altre volte in questo blog, vale a dire il rapporto tra Internet e nostalgia, e in generale tra identità e revival. Dice La Cecla:

I media sono formidabili provocatori di nostalgia, perché sono essenzialmente evocativi: è l’evocazione la vera trasmissione che producono […] Chi oggi parla di ciò che accade nella rete, per esempio, parla di cinismo, di nichilismo, ma non afferra a fondo che il carattere nostalgico della rete stessa è sostanziale, non accessorio. La rete, simulando la realtà, sostituendola, la evoca, evoca con struggimento l’incontro che postula (p. 19).

Il punto forte è che ci spiega l’effetto Blade Runner che sembra pervadere il mondo: se i media trasmettono l’evocazione, posso provare effettivamente nostalgia per qualcosa che non ho mai sperimentato, dato che vengo colpito mediaticamente dalla sua ombra, dal suo “ricordo” (che è ricordato da qualcun altro, ma che posso esperire come fosse un ricordo mio).

Il punto debole è che anche questa proposta interpretativa tende a separare “la realtà” da “i media” (almeno i new ones), come se stare di fronte a un computer pigiando tasti o facendosi venire dolore al braccio a forza di mouse non fosse “reale”, tanto quanto scrivere una lettera o parlare al telefono.

lunedì 5 maggio 2008

Effetto Rutelli


Ho votato Rutelli, anche al ballottaggio, e a una settimana dal fattaccio vorrei dire la mia. Non mi piace come sia passata senza ostacoli l’interpretazione che “Rutelli ha perso sulla sicurezza”. Dopo l’uscita sul braccialetto elettronico, e dopo aver “rinfacciato” ad Alemanno di essere colpevole di aver regolarizzato centinaia di migliaia di immigrati che lavoravano in Italia senza permesso di soggiorno, non si capisce proprio cos’altro poteva fare il bel mascelluto sulla sicurezza (riaprire le camere a gas?). A guardare le cose con un filo di distacco (no, proprio non ce la faccio a strapparmi le vesti perché ha vinto Alemanno) mi sembra che ci siano stati due fattori del tutto trascurati nell’analisi, che hanno contribuito, uno al primo turno, e l’altro al ballottaggio, alla sonora sconfitta del Partito Democratico romano.

1. Il primo fattore lo chiamerei semplicemente “effetto Rutelli” e si misura con lo scarto tra la percentuale bulgara dell’ultimo Veltroni capitolino e lo striminzito 44 per cento di Rutelli al primo turno. Le migliaia di voti perduti sono conseguenza del fatto puro e semplice che a Roma Rutelli è stato vissuto come un candidato bollito, vecchio, stantio, rifritto, senza un minimo di appeal. Alemanno gli è stato alle calcagna al primo turno semplicemente perché era quello “contro Rutelli”, e se avessero candidato me nelle liste del popolo delle libertà avrei preso più o meno lo stesso. Rutelli se ne è andato da Roma che doveva fare sfaceli nell’Ulivo, e invece l’abbiamo visto diventare un margheritiano sempre più di palazzo, sempre meno in giro in motorino (per non parlare della bicicletta). Eletto sindaco come ex radicale, ex verde, a Roma nel 1993 Rutelli dava l’impressione del nuovo in agguato. Eravamo in piena Mani Pulite, e ci sembrava (era, ovviamente) una faccia onesta, che per la prima volta potevamo votare “noi”.
Nel 2008 Rutelli sembrava lo zio pedante e rancoroso di quel giovanotto. Una maschera da Vecchio Regime. Io “mi sono turato il naso” e l’ho votato, ma molti altri semplicemente non ne hanno visto la ragione. Tutto qui.

2. Al secondo turno, invece ha pesato in maniera fondamentale quel che la sociologia dei media chiama spirale del silenzio. Elisabeth Noelle Neumann ha individuato questo meccanismo negli anni Settanta (il libro è tradotto da Meltemi, una sintesi della sua teoria si trova in Mauro Wolf, Gli effetti sociali dei media, Milano, Bompiani, 1992, pp. 65-78) e si può riassumere in una formula:
una porzione rilevante del pubblico comincia a credere vero quel che crede che gli altri credano.

In pratica, la vittoria di Berlusconi ha fatto sì che molti, a Roma, abbiano cominciato a pensare che “forse Alemanno ce la può fare” e tra gli indecisi questo si è presto tradotto in “Alemanno vincerà le elezioni”. Dato che per molti tra questi soggetti indecisi un fattore fondamentale di scelta del voto è la gratificazione di aver votato per la parte “giusta” (cioè per chi ha vinto), convinti che avrebbe vinto Alemanno, hanno votato per Alemanno per poter dire (in cuor loro più che pubblicamente) di essersi schierati dalla parte del vincitore. Noelle Neumann racconta come scoprì sulla sua pelle questo meccanismo alle elezioni tedesche del 1965: aveva previsto (sondaggi alla mano) un testa a testa tra Cristiano Democratici e Socialdemocratici, ma i primi vinsero con oltre 10 punti di scarto (do you remember?) perché quasi tutti gli indecisi, una volta che cominciò a consolidarsi silenziosamente l’idea che avrebbero vinto i Democristiani, votarono effettivamente per quelli che loro erano sicuri avrebbero vinto, e che con il loro comportamento in effetti vinsero. Dico che per Alemanno è valsa la stessa regola.

Ci tengo a proporre questa mia interpretazione degli ultimi fatti elettorali anche per dare qualcosa da pensare ai Democratici che non sia semplicemente come affrontare la “questione sicurezza”. Certo, avrà avuto un suo peso, ma non quanto l’effetto Rutelli e la spirale del silenzio. Magari la prossima volta propongono un candidato scelto con le primarie e organizzano la campagna elettorale su temi loro, senza andare a rimorchio di quelli del rivale. E senza fare a gara a chi ce l’ha più duro con gli immigrati.

Non è serio ciò che è serio, è serio ciò che si studia seriamente


Spero di essere il primo a dare la notizia. Sull'ultimo numero di Media, Culture and Society, una rivista molto seria e apprezzata, è stato pubblicato il seguente articolo: Headlining the head-butt: Zinedine Zidane/Marco Materazzi portrayals in prominent English, Irish and Scottish newspapers, che tradurrei così: Titolando la testata: la rappresentazione del caso Materazzi/Zidane nei principali giornali inglesi, irlandesi e scozzesi.
Non l'ho ancora letto, ma sfoggia una bibliografia sterminata e me lo tengo buono per zittire i miei critici quando racconto loro che, tra le varie cose, mi occupo per ragioni di ricerca anche di Maria de Filippi. Tiè.

martedì 22 aprile 2008

Mi voglio rovinare


Alla fine vi ci metto sopra anche la bici mountain bike con cambio shimano. Però prima abbiate un'altra prova del mio tempismo da ufficio stampa aggressivo.
Qui potete trovare un mio pezzo (questa volta serio, non come il precedente) sull'immagine degli albanesi visti dall'Italia. Si intitola Pinocchi, balordi e ballerini. il mutamento dell’immagine degli albanesi nei mezzi di comunicazione italiani (1997-2006) e l'ha pubblicato una bella rivista di antropologia, Achab, che potete scaricare per intero in pdf.

domenica 13 aprile 2008

In Albania (gennaio 2008)

Sono stato in Albania nel gennaio scorso, con Il motore di ricerca, un gruppo di artisti e architetti che ha base in Puglia ma che sa muoversi bene anche altrove. Non li ho mai ringraziati per il tempo passato assieme, per tutto quel che mi hanno dato durante il viaggio. Ne approfitto per farlo ora. tra poco uscirà il primo numero di Albania 1 e 1000, una rivista da loro progettata che si rivolge alla comunità albanese in Italia. Dopo il rientro in Italia non ho più avuto tempo di seguire il loro lavoro, e ho vergognosamente declinato ogni loro invito a partecipare alle iniziative attivate nel frattempo.
Ora mi hanno chiesto un pezzo per il primo numero di Albania 1 e 1000. Sono riuscito a tagliare via queste due cartelle, che certo non bastano a raccontare quel che abbiamo fatto in quella settimana di gennaio, ma che sono un piccolo segno di riconoscenza verso quel meraviglioso paese e verso il Motore di Ricerca.

La prima immagine dell’Albania è “mediatica”. Siamo seduti in un bar lungo la rotta tra Gjirokastër e Korcë, fuori è già buio e dobbiamo sbrigarci, non sappiamo come sarà la strada e siamo un po’ preoccupati. Ma abbiamo anche voglia di staccare un momento, di confrontarci dopo due giorni intensi di immagini e parole.
Entrare in Albania dalla Grecia ci ha permesso di fare i terzisti, di porci un poco di lato rispetto all’opposizione canonica tra italiani e albanesi di cui comunque tutti sappiamo qualcosa. Abbiamo incontrato albanesi della minoranza greca, e altri arumeni. Questa mattina, uscendo dall’albergo di Saranda, abbiamo conosciuto una coppia greca, di Cefalonia, in Albania per vacanza. Non so se ai miei compagni di viaggio ha fatto lo stesso effetto, ma io sono rimasto particolarmente colpito di sentire anche solo parlare di Albania come luogo di vacanza, per di più per cittadini greci. Ho ancora freschi ricordi del disprezzo che gli albanesi suscitano molto spesso nei giudizi in Grecia, e trovo piacevole questo cambiamento.
Gjirokastër, poi, mi è caduta addosso con le sue mura di pietra disposte in saliscendi, e un paesaggio montano dolorosamente intenso. Il crocevia del centro, con le sue insegne scolorate e le vetrine dei negozi di legno, sembra il set di uno spaghetti western, con maschere felliniane a fare da comparse, ma c’è anche un ufficio turistico dove due giovani impiegate mi hanno dato i normali depliant di una città turistica, le mappe, le indicazioni, i posti.
L’Albania ci sta venendo incontro sempre più veloce, in questo viaggio disorganizzato perfettamente dal Motore di Ricerca. Le nostre macchine traballano spesso lungo la carreggiata, ma traballiamo più spesso noi, di dentro. Se quindici anni fa, quando venivo qui le prime volte, l’Albania era un viaggio nel tempo, dove potevo trovare senza sforzo i gilet di mio nonno, gli sguardi dei vecchi del paesino di mio padre che ricordo nelle osterie quand’ero bambino, ora faccio fatica a orientarmi, il “prima” che mi ricordo si incrocia costantemente con un “ora”, a volte con un “dopo”, come quando (tra un paio di giorni, a Tirana) chiacchiererò con uno studente italiano in un locale notturno.
Ma dicevo dell’immagine mediatica che l’Albania mi ha lasciato. Siamo in quel bar, allora. Beviamo tè e chiacchieriamo, cercando di guardarci negli occhi per vedere cosa gli altri hanno visto. Siamo attorno a un tavolino, ci siamo tutti: io, Matteo, Roberto, Michele, Nico e Valentina. Le nostre macchine da presa, le nostre fotocamere, hanno già inghiottito chilometri di strada, facce, monumenti, muri, capitelli stradali, bunker, posti di frontiera. Ogni macchina poggiata ora sul tavolino del bar sembra un polifemo addormentato, pronto a risvegliarsi per ricominciare a inghiottire la realtà con il suo occhio, un’immagine alla volta. Anche questo è un modo di controllare non solo quel che ci sta attorno, ma anche i rapporti di potere: se siamo noi a guardare, ancora non viene messa in dubbio la nostra “soggettività” (e, di converso, la loro “oggettivabilità”).
Più o meno mentre penso a questo, guardo il televisore appoggiato a un mobile alto, che trasmette le notizie di Top-Channel, il canale televisivo che dal 2001 si sta affermando come uno dei più importanti del “nuovo corso” albanese. Lo stile delle news è simile a quello imposto dal modello CNN, che ormai conosciamo tutti: notizie rapide con titoli in sovrimpressione e un “rullo” continuo di testo che scivola sotto le immagini. Ci vuole poco a capire che il notiziario parla di noi, cioè parla dell’Italia. Riporta due notizie: la prima racconta, con dovizia di dettagli iconici, l’emergenza spazzatura in Campania. La seconda, invece, parla dell’emergenza meningite che proprio in quei giorni stava creando allarme, soprattutto nel Veneto.
In un paio di minuti tutta l’arroganza e il senso di superiorità dello sguardo italiano sono cancellati. Proveniamo da un paese invaso dall’immondizia e dove la gente muore di meningite. Penso al 1991, alle “carrette del mare”. Penso al 1997, al crollo delle piramidi finanziarie e alla “guerra civile”. A come abbiamo raccontato quelle storie nei nostri mezzi di comunicazione in un trionfo di semplificazioni e stereotipi che sono andati ad alimentare il nostro pre-giudizio.
Ora, si direbbe, veniamo ripagati con la stessa moneta. Ben ci sta, mi viene da pensare. Ma poi mi dico che non è con una duplice raccolta di prevenzioni che potremo capirci più a fondo e quindi vivere meglio. Abbiamo invece ancora più bisogno di parlarci, di incontrarci. Ecco perché risaliamo in macchina, perché Roberto e Michele si rimettono al telefono a fissare appuntamenti. Ecco perché valeva la pena di venire qui, in Albania.

mercoledì 30 maggio 2007

E poi dicono che ti viene l'ansia...

Ora, io faccio il possibile per capire che aria tira e non sentirmi del tutto spaesato di fronte al recente turbinio del Web2.0 e del social networking. Giuro, faccio tutto quello che posso. Ma poi mi tocca leggere questo:

Enrico Beltramini è uno che apre scenari. Ha spiegato come YouTube sia ormai roba vecchia.

E allora mi chiedo se non si tratti dell'ennesimo gioco a chi è più edgy, non per cercare di capire il mondo, ma per trovare l'ennesima forma di distinzione, non basata sul gusto, ma sulla quota di conoscenza disponibile.
Con l'appiattimento delle differenze di censo (capitale economico) e con la crescita del titolo medio di studio (capitale culturale), mi pare che una delle forme dominanti della distinzione sociale sia diventata la capacità di porsi (attenti, ho scritto "di porsi", non "di essere") esattamente al limite di quel che si conosce, di essere insomma in testa alla corsa.
A questo punto, la sparo anch'io per entrare nel club. Il modello delle KMT (per voi poveracci, che non lo sapete: Knowledge Management Technologies) è vecchiume ottocentesco, che pretende di imbrigliare in forme di "oggetti" quelle che non sono altro che reti di relazioni. Tiè. Beccati sto "scenario aperto".

giovedì 24 maggio 2007

broadcasting de noantri

Per la prima volta in vita mia, ho potuto dire tranquillamente "chi se ne frega" di fronte all'eventualità di una censura del servizio pubblico.
Leggendo la pseudopolemica sul video Sex Crimes and the Vatican mandato in onda lo scorso ottobre dalla BBC (all'interno del programma Panorama) mi sono infatti reso conto (come molti di noi)che la posizione della Rai, di Mediaset o di qualunque altro broadcaster era del tutto irrilevante per la mia libertà di scelta. Il video circola da mesi (come il testo integrale, in latino e in inglese, del Crimen Sollicitationis la cui scoperta ha dato il via all'inchiesta) ma è diventato di interesse pubblico solo ora, che c'è l'eventualità che NON venga mandato in onda durante il programma di Santoro (non so com'è finita la faccenda, me ne sono ovviamente disinteressato). Bene, l'altro ieri ho finalmente messo in pratica quello che leggo teorizzato da almeno tre anni, cioè la fine del sistema del broadcasting come sistema centrale dell'informazione visiva. Mi segno la data. Non mi pare che Rai e Mediaset abbiano capito veramente quel che sta succedendo.

venerdì 18 maggio 2007

La lunga coda diacronica (quando un post scriptum ti prende la mano)


Gianluca Nicoletti è stato per anni responsabiledi uno dei programmi più belli della radio italiana. Si chiamava Golem, andava in onda alle 8.35 su Radio 1 e parlava di mezzi di comunicazione in modo intelligentee provocatorio senza mai essere pedante, senza mai essere gossipparo. E' stato grazie a lui che ho scoperto le radio sul web e un sacco di altre cose, in un'epoca in cui non solo non c'era il web2.0, ma pure il web1.0 era un bene a disponibilità limitata (si andava tutti a 54kb e a consumo, ricordo che accendevamo il modem e facevamo partire il cronometro per cercare di chiudere alla fine dello scatto, che a un certo punto di sera era ogni 12 minuti).
Visto che era un bel programma, la Rai pensò bene di chiuderlo, così, senza una motivazione sensata. Protestammo in molti, noi ascoltatori, ma non servì a nulla. Non so se c'entrasse (temo) la "politica", ma Gianluca Nicoletti sparì dal mio panorama acustico, se non dal mio immaginario.
Me lo sono ritrovato da poco (una settimana) a Radio24. Alle 8 e mezza conduce Melog (l'inverso di Golem) e parla ancora di media con intelligenza e acume. Il programma è diverso, ci sono le telefonate degli ascoltatori, la voce di Nicoletti è quella vera (Golem parlava con una voce sintetica, una delle prime) e mi pare si parli più di televisione, ma è sempre buono e consiglio di ascoltarlo.

PS Questo post è il sintomo di questo blog, che ha un sottotitolo segreto: Fuori Tempo Massimo, e si basa sulla seguente filosofia:

ci sono un sacco di notizie che non sono etimologicamente tali (non sono nuove, insomma) ma che vale la pena di far circolare ancora e di mantenere in circolazione, perché c'è ancora (e molto probabilmente ci sarà in un futuro anche non prossimo) qualcuno che le trova interessanti e utili. La disposizione di questi soggetti accumunati dall'interesse per un'informazione non è quindi sincronica, ma diacronicamente si costituisce in una comunità sociologicamente rilevante (lunga coda diacronica, appunto).

Quando ho scoperto Nicoletti su Radio24 ho infilato questa sequenza di pensieri:
1. Che bello è tornato Nicoletti
2. Lo devo dire sul blog
3. Ma che dici? Magari Melog è iniziato il giorno dopo che è finito Golem! Non è una novità.
4. Ma se non lo sapevo io, può darsi benissimo che ci sia qualcun altro che non lo sa.
5. Allora vale la pena che lo metto sul blog.

Sì, una delle caratteristiche della Rete intesa come social network è proprio quella di MANTENERE disponibile porzioni di informazione che il mercato di per sé non ha ragione di continuare a supportare. Proprio il costo bassissimo dell'archiviazione e la sempre migliore qualità del retrivial dentro il web2.0 rendono sensata la riproposizione di informazioni lente, apparentemente scadute. Internet quindi non è solo il luogo dell'edgy, dell'ultraaggiornato, del nuovissimo. A quello ci pensano già le agenzie ufficiali di informazione, che vivono proprio sulla capacità di vendere il nuovo, e i geek nevrotici che devono dimostrare, prima di tutto a se stessi, di essere in cima alla corsa verso il presente.
Noi che ci connettiamo non per vendere o per spargere adrenalina ma per cercare (anche comprare, nel caso) informazione, possiamo aver bisogno di un dato antiquato.

Mi pare insomma che valga la pena di riflettere sulla dimensione diacronica della coda lunga di cui parla Chris Anderson di Wired: non solo porzioni attuali sempre più specifiche di utenti attuali frammentati sul globo possono essere accorpate attorno a specifiche porizioni di informazione attuale. Come dire, non si tratta solo delle tremila persone che nel mondo si occupano oggi di formati di baveri per giacche da uomo, e attorno a questa loro specializzazione trovano una rete di servizi. Io penso ai casi come il mio e come si possano concepire spalmati nel tempo: può darsi che una notizia che non è più tale per me o per i professionisti dell'informazione lo sia invece per qualcun altro tra qualche mese. Con l'aumento esponenziale di informazione resa disponibile dalla tecnologia sono sempre più frequenti i casi di informazione andata persa nel pagliaio.
Ridondanza, insomma, sii la benvenuta, perché ci permetti di liberarci dall'ansia: mi sarò mica perso qualcosa? No, non si perde nulla, quando l'informazione non funziona più solo in base al principio della pila limitata (first in last out). Sì, certo, anche i blog funzionano su questa base (il prossimo post scalzerà questo dal primo posto, e così via) ma dentro la rete sociale il principio della disponibilità limitata dell'informazione viene superato proprio dalla dimensione diacronica della coda: tra sei mesi, qualcuno scoprirà Nicoletti su Radio24, e ci farà un post sul suo blog, portando nuovamente in testa una notizia vecchia, e qualcuno la leggerà e la troverà utile. Io e quel qualcuno del futuro siamo nella stessa lunga coda, frammentata nel tempo e non solo nello spazio.

Per la serie "l'avevo detto, io!"



Se mi incontrate, non chiedetemi mai un consiglio su temi economici o finanziari.
Nel corso della mia vita sono riuscito a buttare via più di dieci milioni in un progetto editoriale che chiunque altro avrebbe giudicato ovviamente destinato al fallimento. In quanto esperto dei Balcani, ho consigliato mio padre di investire in Albania giusto tre mesi prima che crollasse il sistema delle piramidi finanziarie (1997) e che il paese sprofondasse nel caos. Per fortuna mia padre è un uomo con la testa sulle spalle e non ci ha pensato proprio di ascoltare il mio consiglio. Mi ha invece ascoltato un paio d'anni dopo, quando gli dicevo "entra in borsa, entra in borsa!". Peccato che fosse pochi mesi prima dello scoppio della bolla speculativa di fine millennio, e lui ne è uscito non benissimo...
Insomma, se si tratta di fare soldi io sono un disastro. E' proprio il fiuto che mi manca. Quindi sono stato felicissimo di leggere su Nòva24 (il settimanale del Sole24ore che tratta di media e tecnologia, una vera miniera di informazioni) del 10 maggio (per la serie notizie vecchie, su cui ho già "teorizzato") la seguente notizia in un articolo (E il libro di testo diventa su misura) da New Delhi di Marco Masciaga:

[...] Mentre la vendita all'estero dei diritti di traduzione e pubblicazione degli autori indiani è un fenomeno ormai in via di consolidamento, la trasformazione che si sta profilando all'orizzonte è quella della customizzazione, su larga scala, dei libri di testo universitari. La Wiley sta appoggiandosi in maniera massiccia alla propria succursale indiana per confezionare i testi di quello che ha battezzato «Precise textbook project».
«L'obiettivo in questo caso non è tanto quello di creare un prodotto fruibile a livello universale, quanto dei libri che possano essere confezionati in base alle esigenze delle singole università - spiega Vikas Gupta, managing director della succursale indiana del colosso americano dell'editoria Wiley -. Ogni corso potrà commissionare il proprio libro di testo scegliendo i temi che reputa più interessanti, invece di raccomandare l'acquisto di tre o quattro volumi destinati a essere studiati solo in parte. Noi assembleremo il tutto utilizzando il materiale di cui deteniamo i diritti e commissionando agli accademici, prevalentemente indiani, le parti mancanti. Una volta pronto, il libro potrà essere consegnato sia in formato cartaceo che elettronico (.pdf)». Il progetto, a cui la Wiley lavora da oltre un anno, si trova già nella fase sperimentale e nel giro di 6-9 mesi dovrebbe essere ufficialmente lanciato in India. Se funzionerà, il libro su misura potrebbe diventare una realtà anche nel resto del mondo.

Bene, quando lavoravo alla casa editrice Meltemi, era il 2001, in uno dei deliri collettivi che chiamavamo amabilmente riunioni di redazione mi sono rivolto ai proprietari, Marco della Lena e Luisa Capelli, e gli ho detto: "Immaginate di prendere tutto il catalogo Meltemi, scopertinare tutti i volumi e mettere su un lungo scaffale di libreria tutte le segnature [sarebbero i fogli piegati in 16, 24 o 32 parti, tagliati e cuciti uno a fianco all'altro per formare il libro "dentro" la copertina] una di fianco all'altra. Dimenticatevi l'idea di libro con cui siamo cresciuti noi, è roba del passato, per noi editori universitari. Noi dobbiamo andare dai nostri clienti, fargli vedere questa biblioteca sbrindellata di segnature affiancate una all'altra e dirgli: scegli quel che ti serve, un pezzo qua e un pezzo là, come ti pare, poi il libro te lo monto io, te lo stampo con la stampante laser, ti ci faccio la copertina con le rilegatrici a caldo e poi te lo spedisco alla libreria che serve la tua università".

La cosa non si fece perché gestire i diritti d'autore in questo modo è un casino inconcepibile per un piccolo editore come Meltemi, ma l'idea mi era venuta sei anni fa.
Sospetto: non è che proprio il fatto che sia venuta a me è una garanzia del fatto che l'idea è bislacca e non porterà una lira a quanti stanno provando a realizzarla?

Misteri delle audience

Il povero Canino, col suo Votantonio, l'anno veramente massacrato, con il 5 per cento di share su Rai Due in prima serata. E l'hanno massacrato da dentro la Rai: "E non è possibile", "e non si può andare avanti così", "e il servizio pubblico, signora mia".
Facendo l'editing per l'annuario della fiction italiana scopro che la fiction Roma (andata in onda tra il 17 marzo e il 21 aprile 2006) ha avuto un range di share tra il 5,29 e il 10,06, quindi ben al di sotto della media di rete e del tutto comparabile al disastro di Votantonio. Eppure il programma non è stato tagliato (12 puntate), e non ricordo polemiche così infuocate dentro l'azienda. Forse perché in quel caso la Rai aveva partecipato a un progetto "fichissimo" con HBO (figuriamoci, il più trendy dei canali pay americani) e BBC (figuriamoci, la più colta delle reti televisive) e quindi non se la sono sentita di sparare alzo zero su un progetto "culturale". E' vero, ricordo qualcuno parlare e scrivere di "americanata" , ma questo dopo che era andata male, non prima, e a pararsi un poco il culo son bravi tutti.
La verità è che qui si miagola tutti nel buio, quando si tratta di capire il perché di un successo o di un insuccesso. Figuriamoci prevederlo! A me certi critici (non necessariamente critici televisivi, parlo di persone che criticano "la televisione" quando magari ci lavorano dentro) ricordano gli storici che stilano le "cause della prima guerra mondiale". Ce ne fosse mai uno che prova stilare le cause della prossima guerra. Sempre a cose fatte. E sempre alla ricerca di qualche serbo sfigato cui far fare il capro espiatorio.

venerdì 2 marzo 2007

Foto choc

Mjtia, 9 anni, di Berlino, viene sequestrato da un uomo mentre va a scuola in tram. L’uomo lo porta a casa sua, lo violenta e lo uccide. Dopo una caccia forsennata, la polizia riesce a catturare il mostro (non c’è un’altra parola, in questo caso) che tenta di ammazzarsi buttandosi sotto un tram, quasi a voler finire lì dov’era iniziata questa storia spaventosa per chiunque, e forse un po’ di più per chi abbia figli.
Si potrebbe discutere sul fatto che il pedofilo assassino fosse stato “più volte condannato per atti di pedofilia” e sul confine sempre incerto tra pena come tentativo di recupero e reclusione come protezione per la società, ma oltre a questo necessario e ovvio punto da dibattere, vorrei portare l’attenzione su un aspetto forse meno appariscente.
Molti giornali (il Corriere a pagina 23 del 2 marzo) hanno pubblicato una “foto choc”, descritta proprio dal Corriere come “il documento più agghiacciante del delitto”. È una foto ripresa da una telecamera istallata sul tram. Si vede un bambino dai capelli corti, seduto sul sedile del tram, con la spalla sinistra appoggiata al finestrino. Guarda fuori dal vetro, le mani in grembo. Forse (la foto è sgranata) indossa un impermeabile col cappuccio calato dietro il collo. Forse sorride. La sua spalla destra tocca il braccio sinistro dell’uomo che gli siede a fianco. Questi indossa un paio di jeans, una maglia con la zip (potrebbe essere il pezzo superiore di una tuta da ginnastica) e un giubbotto giallognolo. L’uomo guarda appena a sinistra della telecamera che lo sta riprendendo. Come il bimbo, ha le mani in grembo e, forse, sorride.
Se non sapessimo che quel bimbo tra poche ore verrà violentato e massacrato, e se non sapessimo che a compiere una simile mostruosità sarà proprio l’uomo che gli siede a fianco, l’immagine non avrebbe nulla di scioccante. Sarebbe una foto a bassa risoluzione di un uomo e un bambino seduti in tram. Anzi, le espressioni che si possono intuire dietro i pixel grossolani sono confortanti. I due hanno espressioni complici, un padre e un figlio che magari si stanno facendo beffe di qualche passeggero buffo. Viene loro da ridere ma un po’ si trattengono per pudore. Distolgono lo sguardo uno dall’altro per non scoppiare a ridere. Il bimbo guarda fuori come fosse attratto da qualcosa per la strada, l’uomo guarda di traverso come chi pensa ai fatti suoi...
L’orrore profondo che sentiamo guardando la foto, il senso di frenesia e il groppo alla gola che ci assale, dipendono tutti da quello che in questa immagine non c’è ma che sappiamo ineluttabile. Dentro di noi quella foto ci costringe a visualizzare l’approccio: sarà stato amichevole, l’avrà convinto a seguirlo con quale trucco, con quali moine? E ci costringe a visualizzare il momento in cui quel sorriso amichevole dell’uomo si è trasformato in ghigno mostruoso, mentre il viso disteso e sorridente del bambino veniva devastato dalla paura.
La foto, con tutta l’assenza che contiene, ci costinge ad essere testimoni oculari di quel che è successo. E questo nostro essere testimoni si carica inconsciamente di senso di colpa. Scappa! urla una voce dentro di noi mentre guardiamo la foto. Vattene! Scendi da quel tram! Lo sai che non devi dare ascolto agli sconosciuti. Te l’ha detto mille volte la mamma. Lo sai, mannaggia a te. E vorremmo essere lì, uno di quei passeggeri di cui nel fotogramma si scorgono le gambe dietro l’uomo e il bambino. Prendere quel bambino per mano, strapparlo via di lì, abbracciarlo dopo averlo sgridato per la sua imprudenza. Proteggerlo. Questo ci costringe a pensare quel che vediamo. Che non abbiamo fatto nulla di tutto questo, non lo abbiamo protetto.
Certo, a livello cosciente sappiamo benissimo che non potevamo fare niente, che quella foto ha senso oggi solo per il dramma che si è consumato dopo, ma dentro ci rimane questo terribile destino di essere stati testimoni impotenti di una mostruosità. La forza devastante delle immagini è questa, che ci interpellano, ci chiamano per nome portandoci davanti alle cose, anche a quelle di cui non portiamo responsabilità. Se avessi solo letto la storia disgraziata di Mitja avrei avuto un filtro più sottile con cui elaborarla. I nomi non sono le facce, e nessuna ricostruzione giornalistica di questo orrore totale avrebbe avuto mai l’impatto emotivo dello sguardo di Mitja che lancia il suo sorriso oltre il finestrino, mentre il suo prossimo carnefice storce quasi la bocca per trattenere il riso.
Non so da dove venga questa forza dell’immagine che ci impone il ruolo di testimoni impotenti (da antropologo culturale, dovrei dire che sta nella storia della nostra cultura dell’immagine, ma ho il forte sospetto che la base biologica sia dominante, che molto dipenda dal modo in cui ci siamo evoluti dando priorità a quel che vedevamo) ma so che a volte si fa proprio intollerabile.

venerdì 23 febbraio 2007

Immagini e immaginazione

Come si capisce dal roboante silenzio che gli dedico, le vicende dell'ex governo Prodi non mi entusiasmano.
Tutto proteso a contemplare il mio magnifico ombelico, stavo riflettendo su una correlazione di cui comincio a sospettare. Al mattino ricordo con molta più nitidezza i sogni della notte la sera prima non ho visto televisione e se ho letto narrativa. Come se avessi una quota giornaliera di immagini che posso spendere comprandole già fatte o che invece mi devo costruire da me nel sonno. Qualcuno ha notato qualcosa di simile nella sua esperienza? Se fosse vero che ci ricordiamo meno i sogni quanto più veniamo esposti alle immagini dei mass media, si aprirebbe un interessante spazio di riflessione su pragmatismo e idealismo, su voglia di cambiare (voi, sognatori) e rassegnazione (voi, sottoposti). Si accettano volentieri esperienze e suggerimenti in proposito.

martedì 13 febbraio 2007

Quarantene comunicative

Elie Wiesel, scrittore premio nobel per la pace, è stato aggredito da un negazionista qualche giorno fa nell'ascensore dell'albergo dove alloggiava, a San Francisco. Un giovane (tale Eric Hunt), secondo la ricostruzione di Wiesel, gli si è avvicinato "prentendendo" con la forza di intervistarlo. Al suo rifiuto Hunt ha messo in atto il tentativo di portarlo a forza nella sua stanza, tentativo da cui ha desistito dopo che Wiesel ha iniziato a invocare aiuto.
Di questo spiacevole incidente mi ha colpito in particolare la motivazione: "I negazionisti esistono in tutto il mondo e la mia regola è sempre stata di non concedere loro l'onore di un dibattito, perché li considero moralmente malati. Per questo mi odiano".
In sostanza, dice Wiesel, la sua strategia è quella di negare ai negazionisti uno spazio di discussione pubblica. Attenzione, non si tratta di un divieto di parola, ma di una sanzione morale che li nega come interlocutori legittimi. Parlate pure, dite quel che vi pare a chi vi pare, ma non avrete mai l'onore di parlare "con me".
Chissà se in questo stile comunicativo si può rinvenire qualche spiraglio tra il monologo delle dittature e la cacofonia dello sbragamento politically correct. Così, a spanne, sembra un criterio interessante. Pensiamo a come si potrebbe applicare nel mondo della comunicazione di massa. Come direttore di giornale, non pretenderei certo che la realtà sociale si uniformi ai miei giudizi e ai miei criteri di moralità, ma potrei semplicemente dire: nel mio giornale certe opinioni non voglio che abbiano spazio, per non concedere credibilità morale a chi le emette.
Esempio pratico: sullo stesso numero del Corriere della Sera che riporta la notizia di Wiesel si riportano le interviste ad alcuni conoscenti dell'adolescente catanese accusato di essere l'assassino dell'ispettore Filippo Raciti. Tra queste la voce di Salvo, 16 anni: "Ma quale ultrà? È uno bonaccione"; e quella del gestore del locale dove sono state raccolte le interviste: "Sono picciriddi e lui era il più debole del gruppo. Comunque sono tutti figli di lavoratori e gente onesta. Niente malavita. Gli ultrà pericolosi sono da altre parti". Forse, ma dico forse, un direttore di giornale che provasse a usare la strategia di Wiesel dovrebbe assumersi la responsabilità di non pubblicare cose del genere, perché "moralmente malate". Certo, quella che per un editore privato di contenuti potrebbe risultare un'opzione morale forse anche vantaggiosa come strategia di marketing (quanti sceglierebbero felici un giornale sapendo che lì, poniamo, non si citano mai gli interventi di Mario Borghezio o di Vittorio Sgarbi, per fare un paio di esempi al volo?) porrebbe dei seri problemi per il servizio pubblico, ma visto che buona parte dell'informazione è in mano ai privati, tanto vale pensarci. Un patto con gli utenti del tipo: "Sieti adulti e senzienti, se volete leggere/vedere schifezze su questo tema e quest'altro non avete che da accomodarvi altrove. Mica vogliamo impedire a chiunque di dire sconcezze e a chiunque di esserne utente, ma noi preferiamo fare altro". Io dico che un patto del genere reggerebbe.

mercoledì 15 novembre 2006

Museale e visuale. Una lettura del numero 14 della rivista AM Antropologia museale.

Culture visive: parole chiave degli antropologi.
Mi piacciono gli elenchi, le liste, le parole chiave. Mi pare veicolino un sano intento pedagogico, che vedo duplice: da un lato invogliano al dettaglio, a non trascurare i particolari; dall’altro spingono il lettore a creare connessioni altrimenti improbabili, a cercare piste interpretative poco battute. Mi piacciono meno, gli elenchi, quando aspirano all’esaustività, quando pretendono di essere enciclopedici e quindi completi. Allora ne diffido quasi pregiudizialmente, perché credo soffochino proprio quello che dovrebbe essere (almeno per come lo concepisco io) lo spirito della ricerca e della pratica antropologica, che è proprio l’impegno sistematico a creare nessi poco evidenti, a sviluppare incroci impuri. Quando Saussure diceva che “tutto si tiene”, non credo (o non voglio credere) che stesse dandoci un’informazione sul reale, quanto un’indicazione programmatica, un progetto di ricerca. “Tutto si tiene” è una sfida. Tutto si tiene? Fammelo vedere, su, bello. Abito e inquadrare; immagine e voce; violenza e iperluogo. Tutto si tiene.
Il numero 14 (speciale) di AM è concepito e (dis)organizzato esattamente secondo questi principi: un elenco che affastella in una struttura quasi barocca voci apparentemente incongrue (che c’entrano i confini (Fabietti), e che c’entra lo sviluppo (Malighetti), con le culture visive? Poi uno legge che i Baluch hanno una concezione “liquida” dei confini agricoli, e inizia a riflettere sulla non necessità di certe visibilità che diamo per scontate; poi uno legge che lo sviluppo oggi si declina in emergenza, e che questa ha necessità di un apparato mediatico di sostegno per sopravvivere come prassi politicamente legittima) a fianco di voci più prevedibili (digitale, etnofiction, immagine, inquadrare, produzione, visualismo). La sfida, credo, consiste nell’accettare il mandato della nostra disciplina, fatta di dettagli “inessenziali” che rapidamente si agganciano in quadri fluidi di significazione per scompaginarsi e riaggregarsi lungo altre direttrici, secondo altri campi semantici. Le voci, per dichiarata volontà redazionale, sono compresse (non nei 1300 caratteri indicati da Padiglione nell’introduzione, ma in 13.000) e non pretendono esaustività di sorta. Sono, inutile quasi dirlo, prospettive, modi di riflettere sulla nostra disciplina da un determinato punto di vista. Come i giochi linguistici dell’Oulipo o certi libri di Pennac o Queneau; come alcune strutture chiuse della poesia (il sonetto, costretto a dire tutto in quattordici versi), queste voci accettano una mutilazione preventiva, che è poi il modo più onesto per riconoscere la necessaria incompletezza e ricorsività del nostro sapere (non solo antropologico, ovviamente).
Un altro modo per cogliere lo spirito che anima questo numero speciale di AM è annotarsi a parte i testi citati alla fine di ogni voce: tranne rarissimi casi, non esistono praticamente sovrapposizioni, autori o titoli citati da più di un paio di voci per volta. Come a dire che abbiamo rinunciato a un canone disciplinare (se mai l’abbiamo avuto) e ci affidiamo serenamente a percorsi e specialismi spesso individuali, che non temono di sforare i permeabili confini disciplinari.
Se penso che tra qualche giorno dovrò aiutare Paola de Sanctis Ricciardone a “insegnare” questo testo ai ragazzi del corso di Storia della Cultura Materiale dell’Unical, da un lato mi tremano le vene ai polsi, ma dall’altro mi rendo conto che – se riusciamo a trasmettere lo spirito del progetto – avremo veicolato uno dei cardini della disciplina.
Proverò quindi a ricostruire con le parole rese disponibili in questo numero di AM il discorso della relazione tra musei e dimensione visiva.
Il progetto perseguito da Vito Lattanzi, Paolo Piquereddu e Vincenzo Padiglione e realizzato in tempi rapidissimi dalla redazione di AM (a cui vanno i miei complimenti per la qualità finale, oltre che tutta la mia solidarietà di redattore editoriale che sa cosa significhi lavorare d’estate con più di trenta autori sotto la pressione dell’urgenza) è estremamente complicato e va dipanato almeno in alcuni dei suoi elementi costitutivi. L’intento primario è quello di far dialogare due settori (o due approcci) dell’antropologia, e cioè l’antropologia visuale da un lato e l’antropologia museale dall’altro, riconoscendo di primo acchito un legame tra i due, come racconta bene Padiglione nella sua presentazione. Ma qual è la natura di questo legame? Ovviamente, si tratta di un intreccio storico complesso. Da un lato è evidente che il museo si leghi alla visibilità dell’oggetto e anzi sia sostanzialmente il luogo del visibilio dell’oggetto (Kezich, Museo). Ma se si introduce la tecnica, a uno sguardo ingenuo (che è quello che intendo in parte mantenere in questa mia lettura) il museo e l’immagine in formato archiviabile sembrano, come oggetti della tradizione antropologica, figli di approcci diversi, se non antitetici. Da un lato il museo come luogo chosiste della documentazione, dall’altro la visualità cine-foto-ottica come espressione critica della museificazione. Di qui il museo come staticità, di là il visuale come spazio della dinamicità relazionale. Su un versante il museo della ricerca “a tavolino”, sull’altro il visuale come supporto sempre più imprescindibile del “campo” e filtro quasi inevitabile dell’osservazione partecipante (Paggi). Non dobbiamo dare troppo credito a questa irritante opposizione tra musei e tecnologie della riproduzione dell’immagine: basta leggere la voce visualismo (Faeta) per ricordare come l’antropologia sia stata, fin dai suoi esordi, ossessionata contemporaneamente dal possedere e dal rappresentare visivamente i nativi. Ma non mi sembra neppure giusto sminuirla come un residuo di letture imprecise. Con tutte le cautele del caso, dobbiamo ammettere che museo e immagine archiviabile si oppongono costitutivamente almeno nella loro genesi, dato che il museo si fonda come uno spazio che sottrae gli oggetti della cultura materiale dal loro contesto per renderli fruibili (o almeno osservabili e studiabili) in altro contesto, mentre l’antropologia visuale porta la propria tecnologia in situ e ritorna con rappresentazioni degli oggetti e delle loro relazioni, ma senza la necessità di sottrarli materialmente dal luogo originario della loro fruizione.
Che ne è, oggi, di questa divergente genealogia? Sempre semplificando, possiamo dire che la “rivalità” costitutiva tra tecnica museale e tecnica visuale è divenuta una solida alleanza quanto più si sono consolidati due mutamenti, uno per ognuno dei due settori.
1. Il museo DEA è sempre meno luogo di oggettivazione dell’altro per divenire sempre più spazio di riflessione del noi. I musei DEA – sempre più locali per fruizione e manufatti esposti – stanno diventando consapevolmente campi in cui tra utenti e produttori degli oggetti esposti si pone un legame diretto e continuativo. La memoria (Marano) gioca in questo tipo di museo un ruolo nuovo e sostanzialmente assente in precedenza dato che l’intento classificatore e differenziante in senso bourdieano viene sostituito da una funzione identificante spesso tramite il collante emozionale del ricordo. Da spazio chiuso e altro in cui regna l’ordine (Pasquinelli) della differenza materiale, il museo inizia a farsi luogo che si apre all’immateriale (Ricci e Tucci), consapevole da un lato dei limiti del realismo (Simonicca) e delle complicanze epistemologiche della mimesi (La Cecla) e conscio dall’altro della necessità di incorporare nel suo progetto nuove fonti (Puccini) e nuove strategie anche di marketing (de Sanctis Ricciardone) se vuole continuare ad avere un futuro. Non mancano inoltre i “musei del presente” e della quotidianità, che implicitamente criticano il presupposto che l’oggetto, per essere museificabile, debba essere eccezionale. L’accento sulla quotidianità e l’uso dell’oggetto “normale” impongono al museo nuove poetiche (Clemente) sottraendolo almeno in parte alla logica angosciante della predazione o della preservazione a tutti i costi. Da soggetto rapace, il museo si è fatto spazio tenace di ricomposizione dell’appartenenza. Da macchina generatrice di tratti contrastivi a spazio di discussione sulle scelte identitarie potenziali e praticabili. La stessa abitazione domestica subisce questo processo di museificazione (Padiglione, souvenir) di noi stessi. In sintesi, il passaggio mi pare quello dal museo come forma rigida della differenza (Lattanzi) a struttura potenziale e flessibile dell’identità. Sulle cause di questo mutamento vale la pena di rileggere la voce oggetto (Mirizzi) che spiega con rapidi esempi il suo divenire segno. Che questo possa avvenire modificando i nostri canoni dell’arte (Cossa e Tiberini) e della cultura materiale in generale (cfr. abito, Gri) e soprattutto accettando un cosciente rapporto tra dimensione emotiva e dimensione conoscitiva del museo è una condizione che garantisce vitalità allo stato attuale del contesto museale.
2. Il secondo mutamento cui accennavo riguarda direttamente il visuale, che non è più, nel suo dominio tecnico, patrimonio dell’etnografo o del documentarista. I mutamenti tecnologici che consentono strumentazioni maneggevoli ed economiche per inquadrare (Tiragallo) e la rivoluzione digitale (Marazzi) hanno aperto lo spazio all’etnofiction (Canevacci) e in generale agli indigenous media cioè all’uso dei mezzi di comunicazione da parte degli stessi tenutari per preservare i loro patrimoni culturali .
Non dobbiamo ovviamente far coincidere la dimensione della vista come senso biologicamente e culturalmente determinato con la questione tecnica della registrazione, conservazione e riproducibilità del veduto su supporti elettronici. Lo spazio figurativo (Putti), cioè la capacità dell’uomo di resecare il reale per riprodurlo in forma visiva, accompagna la nostra specie da tempi immemori. Ma se la mano nativa non preme più solo il colore sulla roccia e può invece spingere anche il pulsante rec o play, è chiaro che siamo di fronte a un mutamento radicale. Il visuale tecnologicamente assistito sta al pretecnologico come la voce sta alla scrittura, dato che apre spazi omologhi di ricorsività e replicabilità che mutano la sostanza stessa del rapporto con il senso della vista. E se l’uomo ha sempre avuto una sua percezione e concezione dello spazio tridimensionale di cui è parte (paesaggio, Angioni) e se è certo oggi che la visione non è un prerequisito dell’azione ma ne costituisce una forma basilare (ecologia, Grasseni e Ronzon), è evidente che qualunque modifica sostanziale della modalità della visione modifica radicalmente il contesto vissuto e le potenzialità dell’azione in quel contesto. Detto altrimenti, da quando sono disponibili (non solo agli specialisti) mezzi di archiviazione elettronica della visione è mutato il rapporto tra soggetti e reale. Non si tratta ovviamente di dare credito eccessivo all’estremismo baudrillardiano, ma di riconoscere che l’alfabetizzazione elettronica non è una prerogativa “occidentale” e, fatte salve le sperequazioni economiche, oggi si rende disponibile a chiunque. Può suonare paradossale che l’antropologia abbia messo in discussione il suo visualismo (Faeta) proprio quando il dominio dell’immagine diveniva patrimonio comune, ma questo sembra essere un destino comune a gran parte del sapere antropologico, di cui tendiamo a liberarci nel momento in cui diventa condiviso.
Nato come sguardo oggettivante dell’Occidente, il frame tecnologico si è decolonizzato e indigenizzato, liberando – per quanto in forme paradossali – nuove strategie di resistenza all’omogeneizzazione culturale.

Museale a visuale, quindi, hanno vissuto ognuno nelle sue forme il generale movimento che nell’antropologia culturale ha portato a una progressiva perdita di fuoco dell’oggetto: nel museale la fine dell’oggettivazione dell’altro è passata (o sta passando) per un’apertura alla museificazione del noi, mentre nel visuale questa stessa de-oggettivazione passa con forza attraverso l’appropriazione indigena delle tecnologie di riproduzione. Credo che tutto questo emerga dalla lettura incrociata delle parole chiave di AM, che offrono un quadro sufficientemente complesso di questo rapporto.

Quando qualcuno ha il coraggio di tentare un’operazione come questa, uno degli esercizi più facili (e quindi più sterili) che si possano fare, leggendo il risultato, è andare a caccia di quel che manca: quale voce, quale riferimento, quale spunto. Non intendo quindi pormi in questa chiave critica, ora che mi limito a porre una domanda: anche se sono presenti utili riflessioni sul film (Pennacini) – come oggetto non necessariamente etnografico ma comunque degno di riflessione antropologica – come mai non c’è una voce come mass media o televisione nella lista delle parole chiave? Se parliamo della dominanza del visuale nelle culture contemporanee e del rapporto tra visuale e museale, la televisione diviene uno snodo quasi necessario.
Pietro Clemente nella voce poetiche ci ricorda i tre principi che guidano la pratica museale: educare, conoscere, dilettare. Già Boas nel 1907 aveva proposto un terzetto simile (divertimento, istruzione, ricerca) , pensando ai tre potenziali pubblici del museo (bambini e masse da divertire, colti da educare, studiosi per ricercare) ma vale la pena di ricordare che, con una sola differenza dovuta alla specificità del mezzo (informare al posto di conoscere o ricercare), gli studiosi di mass media attribuiscono questa stessa tripletta al servizio pubblico di diffusione radiofonica prima, e poi televisiva. Insomma, ancora oggi la BBC dichiara di seguire i principi del servizio pubblico stabiliti negli anni Venti dall’allora direttore John Reith: “to inform, educate and entertain” . È ovvio che non tutta la televisione si identifica con la BBC, ma forse è il caso di distinguere (come si è fatto per il film) tra mezzi di comunicazione di massa intesi come oggetto di studio dell’antropologia e come strumenti di lavoro e comunicazione del sapere antropologico. In questa seconda accezione credo che vi sia una solidarietà costitutiva tra musei e mass media. Se è vero che i grandi dirigenti del servizio pubblico hanno concepito la radio e la televisione come strumenti finalizzati a realizzare gli stessi scopi dei musei, possiamo azzardare un anacronismo, e dire che i gradi museologi dell’Ottocento stavano facendo comunicazione di massa con i mezzi tecnologici allora disponibili. Non avendo la possibilità di portare le immagini e gli oggetti dentro le case degli utenti, cercavano di portare gli utenti nei musei. Il museo, quindi, è una sorta di tele-visione prima della televisione.
Oggi la rivoluzione digitale significa, al di là degli ovvi vantaggi sulla produzione e l’archiviazione, un mutamento sostanziale nel sistema della distribuzione delle immagini: il broadcasting analogico (che è condizionato dai limiti fisici di disponibilità dello spettro elettromagnetico delle frequenze) viene affiancato (e spesso rimpiazzato) dal broadcasting digitale (che supera di fatto il problema della banda elettromagnetica come risorsa limitata, togliendo legittimità ai monopoli e agli oligopoli) e soprattutto dal narrowcasting (reti tematiche) e da tutte le forme di ricezione on demand (tra cui inizia a farsi piede il podcasting, cioè il download di una specifica porzione di informazione selezionata dall’utente). Esperimenti fortunati come le radio via Internet e YouTube.com prefigurano un nuovo modo di fare comunicazione e tele-visione in cui salta il rapporto verticistico e gerarchico tra emittente centrale e riceventi finali, in cui cioè il mondo dei mezzi di comunicazione di massa si apre al peer to peer. Come potrebbe interagire tutto questo con il patrimonio museale e in generale con i beni DEA? Se i musei si pensassero più radicalmente tele-visivi si otterrebbe il contemporaneo vantaggio di rendere culturalmente spendibile la televisione, almeno in alcuni suoi settori. Spero e credo che il numero speciale di AM dedicato alle culture visive apra lo spazio per una riflessione sistematica su questi temi.

lunedì 13 novembre 2006

Il sequel di King Kong

Guardavo King Kong di Peter Jackson in dvd assieme a mia figlia Rebecca, quasi cinque anni.
Carl, uno dei personaggi principali del film è un regista spiantato e fanfarone, che per una serie di traversie si trova a filmare attori vanesi, tirannosauri, insettoni e King Kong.
Rebecca – Che fa quel signore?
Io – Fa delle riprese, fa un film.
Rebecca – Ah! Sta facendo il secondo film?
Non capisco bene cosa voglia dire, ma credo si riferisca alla distinzione tra questo film, che stiamo guardando, e quello che filma lui.
– Sì, sta facendo l’altro film, un film dentro il film.
Dopo un’inutile scena di dinosauri in fuga (non sono contro gli effetti speciali, anzi. Solo che il film è così bello come storia, così ricco di spunti metafilmici sul rapporto con l’alterità, umana e animale, che proprio non si capisce perché aggiungerci scene del tutto superflue che lo riducono narrativamente a un b-movie in certi passaggi) la cinepresa di Carl si trova a terra, con tutta la pellicola (bruciata) sparpagliata in giro. Vista la faccia distrutta di Carl, mia figlia chiede spiegazioni.
– Vedi, la pellicola si è tutta bruciata, perché era una cinepresa vecchia, di una volta, e quindi Carl ha perso tutte le riprese che aveva fatto. Ha rovinato il film che stava facendo.
– Ma no, lo vedi che è a colori? Questo è un film nuovo, mica vecchio. Fanno finta di essere vecchi. Quindi King Kong 2 lo stava facendo con una macchina nuova come quella che hai tu e quindi non si rovina la pellicola.
¬– King Kong 2?
– Certo. Questo che vediamo è l’uno, e lui stava intanto facendo il due. Papà, non capisci proprio nulla.
Sedotta dalla serie infinita di sequel in dvd dei cartoni animati (hanno osato pure fare Peter Pan 2!) Rebecca aveva interpretato la presenza della cinepresa dentro il film come una garanzia dell’esistenza di un sequel. Di cui ha iniziato a chiedermi notizia.