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martedì 2 novembre 2021

L'ARTE COME LOCAL KNOWLEDGE (Lezione 11 del Modulo A registrata il 27 ottobre 2021)

 



Ho dedicato la prima parte a concludere il tema della RICERCA SUL CAMPO, mentre nella seconda parte ho discusso il saggio di Clifford Geertz L'arte come sistema culturale, uno di quei saggi in cui più diventa chiara la rilevanza della prospettiva antropologica in molti settori di studio.

Nella prima parte della lezione [FINO AL MINUTO 48:38] abbiamo ripreso la lettura di Olivier de Sardan sulla RICERCA SUL CAMPO.

Abbiamo fatto una sintesi di alcuni aspetti importanti (ma NON di TUTTI, anche se TUTTI i temi del saggio verranno verificati nel test dell’esonero o dell’esame) e riporto qui una rapida carrellata di come si potrebbe impostare la parte residua del saggio per lo studio (questa sintesi non è stata presentata per intero a lezione, ma secondo me fareste bene a tener conto di tutti i concetti qui almeno riportati).

i colloqui

Costituiscono in effetti una parte rilevante dei “taccuini” gli appunti presi da conversazioni che il ricercatore produce intenzionalmente dato che molti aspetti della cultura studiata non sono “osservabili” né in senso letterale né figurato.

Consulenza e racconto sono i due estremi tra cui si collocano i colloqui condotti. L’intento del colloquio deve essere quello di avvicinarsi più possibile alle forme spontanee della conversazione secondo la cultura locale, e quindi il più lontano possibile dall’interrogatorio. La guida al colloquio tende a una lista di domande, mentre il canovaccio di colloquio seleziona una serie di temi che si vogliono sviluppare durante il colloquio.

La caratteristica fondamentale del colloquio antropologico è la sua natura ricorsiva, per cui una riposta può suscitare nuove domande o rendere pertinenti in modo nuovo vecchie domande. Naturalmente, la ricorsività di inscrive bene in un’altra caratteristica del colloquio antropologico, che è la dimensione diacronica. Lo stesso informatore può diventare soggetto di numerosi colloqui, per mettere a punto diversi aspetti dell’indagine in diversi momenti. Anche in questo senso il colloquio antropologico si differenzia dall’intervista giornalistica e dal questionario sociologico.

Le procedure di censimento

Proprio per la natura sfuggente del suo oggetto, spesso l’antropologo si aggancia a procedure di censimento, il cui intento è fornire un corpus di dati quanto più “completo” possibile. Una tipica procedura di censimento degli antropologi è la ricostruzione degli alberi genealogici o le strutture matrimoniali. I censimenti sono dati -etic contrapposti ai dai derivati dagli enunciati degli indigeni, che sono invece dati -emic.

fonti scritte

Sono almeno di tre tipi per gli antropologi

1. fonti propedeutiche alla ricerca sul campo. Sono paragonabili alle fonti secondarie degli storici, ovviamente.

2. fonti integrate nel campo, come diari, lettere, quaderni e pubblicistica locale. A queste si devono aggiungere le fonti audiovisive locali.

3. corpus autonomi come stampa e archivi esistenti, nonché tutto il materiale audiovisivo disponibile online.

Queste forme di produzione del dato antropologico vanno sottoposte a quella che Olivier de Sardan chiama “politica del campo”, basata su alcuni punti fermi.

Triangolazione semplice (che ricostruisce la realtà degli eventi indagati) e quella complessa, che consente invece l’individuazione dei gruppi strategici rispetto al tema indagato.

Sulla TRIANGOLAZIONE COMPLESSA [DAL MINUTO 40:20] abbiamo aperto una parentesi sul possibile TO che vorrei fare con gli studenti e le studentesse disponibili.

Iterazione nel senso concreto di produzione non lineare di informazioni (tizio mi manda caio che mi manda da sempronio che mi rimanda da tizio) e nel senso teoretico di costante modifica dei temi dell’indagine in base ai dati raccolti. L’esempio di un sondaggio in una via (dal numero 1 al numero 100) e della rete dei contatti (tizio è amico mio, poi vai da caio, che ti manderà da sempronio) dell’etnografo che tende a riprodurre la realtà sociale.

Esplicitazione interpretativa nel diario di campo come spazio del dialogo anche teorico (memoing vs data collection vs coding)

Saturazione per stabilire quando la ricerca “finisce”.

Il gruppo sociale testimone.

Gli informatori privilegiati.

Individuazione dei fattori di disturbo: l’incliccaggio, il monopolio delle fonti, la rappresentatività del gruppo testimone, e la soggettività del ricercatore

[MINUTO 48:38] Lettura di L’arte come sistema culturale, saggio di CLIFFORD GEERTZ. Per questa sintesi mi avvalgo degli appunti presi ascoltando la registrazione della lezione da un mio studente ormai moltissimi anni fa (era il 2012, in effetti…). Lo studente si chiama MASSIMILIANO PALUMBO e lo ringrazio molto per la sua collaborazione. Non c’è solo quel che ho detto a lezione quest’oggi (e neanche tutto), ma è una sintesi che può comunque consentire un approfondimento di questo bel saggio.

L'ARTE COME SISTEMA CULTURALE

L'arte per Geertz rende concreti i pensieri. L'attribuzione di significati culturali è sempre un problema locale, pertanto ogni prodotto artistico deve essere contestualizzato per comprenderlo.

Geertz, ci dimostra come la linea e i colori, due dei principi fondanti del formalismo occidentale assumono nuovi significati contestualizzati in culture differenti dalla nostra.

Linee Yoruba (ROBERT F. THOMPSON): Sono linee di profondità, direzione e lunghezza variabile incise sulle guance e lasciate cicatrizzare e servono come mezzo di identificazione del lignaggio, del portamento personale, nonché espressione di status. Gli Yoruba associano la linea alla civilizzazione ne consegue che la civiltà per gli Yoruba è un volto segnato da linee.

Per gli Yoruba, i significati delle cose sono le cicatrici che gli uomini lasciano su di esse. In particolare, il taglio, l'apertura, lascia uscire lo splendore della qualità interiore, della sostanza.

Questo distoglie anche dalla concezione funzionalista dell'arte come mezzo per definire i rapporti sociali: la società Yoruba non crollerebbe se gli scultori non si interessassero della finezza della loro linea.

Pittura piatta a 4 colori degli Abelam Nuova Guinea. (ANTHONY FORGE): In essa ritroviamo come motivo ricorrente un ovale appuntito che rappresenta il ventre di una donna che a sua volta esprime la naturale creatività della donna. Gli Abelam ritengono la creatività femminile pre-culturale, primaria.

Per quanto riguarda la creatività maschile, essa viene ritenuta culturale quindi appresa e dipende dall' accesso degli uomini al potere sopranaturale attraverso il rituale.

Il potere maschile è incapsulato dentro il potere femminile dipendente dalla biologia è proprio di questo fatto prodigioso che trattano i dipinti ovali rossi, gialli, bianchi e neri. La cultura è generata nel grembo della natura come l'uomo lo è nel grembo della donna.

Per quanto riguarda i colori per gli Abelam, essi indicano il potere nell’ambito delle raffigurazioni d'arte rituale.

Gli Abelam non hanno un sistema di classificazione basato sui colori tranne i casi in cui l'oggetto che viene descritto dal punto di vista del colore ha una valenza simbolica, totemica per esempio. Cioè, non è il colore nei suoi aspetti formali che ne determina il valore culturale, ma la sua valenza sempre culturale, il significato che viene attribuito in base alle sue relazioni simboliche di potere.

Infatti, gli uccelli sono accuratamente distinti in base al colore perché sono animali clanici, quindi raffigurano il potere sociale. Il colore per gli Abelam diventa visibile, un tratto significativo, solo se riguarda oggetti legati al potere.

Geertz a questo punto passa a dimostrare che la concezione dell’arte come “formare per formare” e sfera totalmente autonoma sia un prodotto della modernità, mentre fino a tutto il Quattrocento era indispensabile collegare quella forma allo spazio culturale che le dà il suo senso.

Per gli occidentali, da quando l'artista firma la sua opera producendo arte consapevolmente, l'arte si stacca da quel magma culturale in cui l'arte primitiva sarebbe ancora immersa. Geertz vuole dimostrare invece che ancora per tutto il Quattrocento, quando ormai l’artista era nominabile e riconoscibile come autore unico, prevaleva una concezione culturale della sua produzione artistica, che doveva essere fruita secondo le regole culturali locali.

MICHAEL BAXANDALL Pittura esperienza sociali nell’Italia del Quattrocento,  individua il concetto di occhio del periodo, con cui intende ricostruire la visione come un atto culturale.

Baxandall individua tre forme culturali che determinano il modo con cui gli spettatori guardavano i quadri, dimostrando come l'opera pittorica rinascimentale  viene oggi vista sovrapponendo la nostra grammatica semplicemente perché non possediamo (più) gli schemi culturali dell’uomo rinascimentale. E che quindi il nostro lavoro di storici deve essere quello di ricostruire proprio i modi di vedere dell’epoca, l’occhio del periodo, appunto.

1) Prediche popolari: genere letterario codificato in cui uno degli obbiettivi principali era far sì che l'ascoltatore riuscisse a immaginare la persona della sacra scrittura di cui si parla. Gli ascoltatori incorporavano un modello di immagine proposto dalla predica, ed erano così  pronti a riconoscerlo nelle riproduzioni pittoriche. Nel quadro si ritrova il modello che si è interiorizzato ascoltando i racconti e le descrizioni dei predicatori.

2) Bassa danza: Una forma di danza sociale dove l'espressione individuale non ha alcun ruolo. Uno spettatore, per esempio, guarda la primavera del Botticelli in quella particolare postura, applicandovi una sorta di filtro visivo, imposto dalle posture apprese nella visione o nella pratica della bassa danza.

3) Valutazione: Committenti e pittori erano spesso commercianti e uno dei problemi centrali del commerciante era quello di non disporre di un sistema metrico decimale che consentisse di valutare i volumi delle merci scambiate. Piero della Francesca, scrive un trattato sulla valutazione dove si evince come il mondo visto da un commerciante si può leggere come un sistema di forme geometriche di base.

In definitiva la pittura di Beato Angelico è una pittura predicata, quella di Botticelli è danzata, quella di Pier della Francesca è valutata.

Questi sono tre casi di pittura in cui possiamo vedere questi schemi culturali prima ancora che la forma in quanto forma.

Quindi gli antropologi guardano l'arte cercando di vedere dentro il sistema culturale che l'ha prodotta, cercando di ricostruire l'occhio del periodo.

Un' altro esempio studiato da Geertz –questa volta quasi di prima mano, dato che ha utilizzato gli appunti di campo di quella che allora era sua moglie, HILDRED STOREY GEERTZ – è la poesia marocchina che non si comprende se non nel quadro complessivo di una analisi della cultura mussulmana, in particolare del ruolo della lingua coranica. La poesia marocchina è una sorta di omaggio sacrilego a quella lingua sacra, dato che si sforza tutto il tempo di prenderla a modello, ma per parlare di temi spesso “profani”.

Insomma, il succo della lezione dovrebbe essere chiaro: l’arte, non solo l’arte primitiva, è sempre una forma “locale” di conoscenza, che per essere compresa deve essere letta come un enunciato pronunciato in una lingua specifica, dentro una cultura specifica.