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giovedì 7 febbraio 2008

Il metodo Wiesel


Io sto con Israele. Questo l’ho detto chiaramente in diverse occasioni e ho argomentato la mia scelta: Israele è l’unico stato al mondo di cui attualmente si discute in termini di “legittimità” e “diritto all’esistenza”, e l’unico argomento sollevato a sostegno del dubbio sul fatto che Israele abbia tutti i crismi per continuare ad esistere è quello che si tratterebbe di uno stato artificiale, creato dalla volontà politica e non da un’effettiva corrispondenza tra popolazione e territorio. Ora, questo argomento è insostenibile in quanto tutti gli stati condividono questa medesima natura artificiale. Non esistono stati naturali, in cui il legame tra popolazione e territorio preceda il dibattito politico e la scelta politica, quindi quel che vale per Israele deve valere per qualunque altro stato. Eppure no, la discussione sulla sua legittimità vale solo per Israele. L’effetto paradossale di questo approccio è che naturalizza tutti gli altri stati: se credo veramente che solo Israele sia “artificiale” sto dicendo che gli altri Stati sono naturali: l’antisionismo come nazionalismo degli stupidi, verrebbe da dire.
Ma qualche ignorante dei fatti storici a questo punto ribatte che la critica a Israele muove dal fatto che la nascita di Israele avrebbe soffocato le legittime aspirazioni del popolo palestinese ad avere un suo stato. Si tratta di un’affermazione semplicemente falsa. La risoluzione dell’ONU n. 181 del 29 novembre 1947 prevedeva la nascita contemporanea di uno stato di Israele e di uno stato di Palestina, lasciando Gerusalemme (e Betlemme) città internazionali. Sono stati i paesi arabi (in primis Egitto, Giordania e Siria) a non accettare questa risoluzione e a scatenare la guerra del 1948.
Non sto dicendo che sono d’accordo con la politica israeliana dal 1948 in poi. In molti casi il mio dissenso è stato totale: i territori occupati con la guerra del 67 andavano restituiti in toto appena cessate le ostilità militari. Non si doveva procedere all’insediamento in quelle zone dei coloni. Tutti i confini dovevano tornare quelli dell’originaria risoluzione ONU. La politica di molti governi israeliani verso i cittadini arabi dei territori occupati è stata vergognosamente discriminatoria. Molti politici e militari israeliani si sono macchiati di vero razzismo e alcuni avrebbero dovuto essere processati per crimini contro l’umanità.
Se è per questo, sono in totale disaccordo anche con i giudizi e le prassi di moltissimi politici italiani. Ma non per questo metto in dubbio la legittimità dello stato italiano ad esistere (idem per Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna; per quel che mi riguarda: penso che le nazioni e i loro diritti sullo scacchiere internazionale vadano separati dagli stati e dalle loro pratiche politiche).
Quindi, ribadisco, io sto con Israele. La sua esistenza non ha argomenti per essere messa in discussione. Sono altresì convinto che si debba tornare alla risoluzione del 47 e creare uno stato palestinese pienamente sovrano. Non credo però che la soluzione sia “due popoli, due stati”: avendo lavorato nei Balcani e in Irlanda credo di poter dire con una certa sicurezza che il peggio delle violenze si concretizza proprio quando gli stati si convincono della fattibilità di realizzare stati etnicamente “puri”. Come Israele non è uno stato confessionale e ha centinaia di migliaia di cittadini arabi di religione musulmana, così spero che la Palestina indipendente sia uno stato in cui non è obbligatorio essere riconosciuti come arabi o come musulmani per avere diritto di cittadinanza.

Premesso questo, credo che la proposta di boicottare il prossimo Salone di Libro di Torino, colpevole di aver assegnato a Israele il ruolo di ospite d’onore, vada presa per quel che è: una proposta politica cui va data una risposta politica. Boicottare una manifestazione culturale, infatti, non significa impedire a chicchessia di parlare (questo si chiama fascismo), ma piuttosto sottrarre la propria presenza al confronto. Se alcuni gruppuscoli internazional-piemontesi hanno deciso di boicottare il Salone del Libro, mi pare una loro scelta legittima, fino a quando il verbo indica che loro non saranno presenti, non certo che intendono impedire agli scrittori israeliani di parlare al Lingotto. A questo boicottaggio non mi sembra utile rispondere (come fa Magdi Allam sul CdS del 4 febbraio) con un ulteriore boicottaggio, questa volta di quanti negano per Israele il diritto di esistere. Sarebbe più sensato andare a vedere le carte in mano dell’avversario, e chiamare a una pubblica partecipazione al Lingotto: venite al Salone del Libro, partecipate ai dibattiti, riconoscete legittimità agli interlocutori israeliani. Alla fine della Fiera, si potrebbero trarre le somme e stabilire quale iniziativa ha avuto più successo.
Si tratta cioè di applicare un po’ di rigore logico e di distinguere il diritto all’espressione (sempre garantito a tutti, in qualunque caso) dal mio obbligo di espormi a quell’espressione come uditorio. Lo chiamo “metodo Wiesel” perché questa è la strategia, come ho già raccontato, adottata dal premio Nobel con i negazionisti: invece di impedire loro di parlare, Wiesel si rifiuta di concedersi come interlocutore, ben sapendo che una delle qualità necessarie di ogni identità è la categorizzazione esterna (cioè il riconoscimento da parte degli altri, l’altra essendo l’autoidentificazione esterna, cioè l’affermazione ad alta voce della propria identità). Allora, di fronte a una posizione che considera inaccettabile, il “metodo Wiesel” non impedisce la presa pubblica di quella posizione, ma cerca di sottrarle spazio di legittimità escludendosi come interlocutore (non parlatemi di Aventino, per favore: i rapporti di forza sono tutt’altro che scontati, quando il boicottaggio riguarda il sistema dei media, non certo la rappresentanza parlamentare e l’esercizio del voto).

Pensate a come si sarebbe potuta svolgere tutta la querelle “papa alla Sapienza” se invece di sbracare di fronte a venti lanugginosi fuoricorso che avevano “occupato” il Rettorato conquistandosi il diritto a “manifestare” (attivando così il riflesso del martire in Vaticano) il Rettore avesse tenuto duro su questo punto: il papa viene, e parla. E chi non lo vuole fa un gesto clamoroso: quando inizia a parlare si alza e se ne va dall’aula magna, per tornare solo a fine discorso, quando avrebbero dovuto parlare altri soggetti, considerati dai protestatari più legittimati ad esprimersi in quella sede. E niente altoparlanti, megafoni, urla e schiamazzi. Niente nel senso che come Rettore non permetto che si soffochi una voce urlandole sopra.
Il metodo Wiesel consente a ognuno (ripeto, ognuno: per quel che mi riguarda anche i peggiori razzisti, nazisti, fanatici e intolleranti hanno diritto di parola, per dire le peggiori schifezze, se ne sentono l’urgenza) di esprimersi, ma consente a ognuno di non sentirsi obbligato con la propria presenza di uditore a prestare legittimità a quel dire. Un po’ di sano libero mercato delle idee: metti in piazza quel che vuoi, ma se non hai un numero sufficiente di acquirenti la tua voce rimarrà sempre flebile.
A me non fa paura un gruppetto di venti fessacchiotti piemontesi che sbraitano contro la legittimità di Israele ad esistere. Mi spaventa molto di più che la cassa di risonanza dei mass media consenta loro di produrre effetti politici infinitamente maggiori al loro peso reale. Ben venga quindi il boicottaggio, ma questo non dovrebbe mettere a rischio la presenza di Israele a Torino, semmai compattare il senso civico e la voglia di partecipare di quanti credono che lo stato di Israele abbia il diritto di esistere, e i suoi migliori intellettuali e cittadini (Oz, Grossman, Yehoshua, scrittori che da sempre si battono contro le ingiustizie della politica israeliana e per la nascita di uno stato palestinese) tutto il diritto di esprimere le loro idee. Senza che nessuno si arroghi la petulante spocchia di mettere in discussione il loro passaporto.

4 commenti:

tEatiNa ha detto...

Concordo con tutto quanto espresso su questo post. Ormai l'antisemitismo è diventato "idea" quasi comune, che sia di destra, che sia di sinistra. Anzi, con stupore e riprovazione, ad oggi l'accanimento politico, etnico, culturale contro gli ebrei è soprattutto di sinistra. E' di sinistra il boicottaggio verso Israele, lo sono le "rivoluzioni", le sommosse che i figli di papà, inneggiatori di Che Guevara ed impavidi lottatori per la legalizzazione, organizzano magistralmente, professando al negazionismo più assoluto. Riprovevole. E' riprovevole l'accanimento d'ogni tipo contro uno stato, perchè STATO è, e contro una popolazione che esiste, che ha il SACROSANTO diritto d'esistere. Come scriveva bene una giornalista italiana, LA giornalista italiana, Oriana Fallaci: "Io trovo vergognoso che in Italia si faccia un corteo di individui che vestiti da kamikaze verciano infami ingiure a Israele, alzano fotografie di capi israeliani sulla cui fronte hanno disegnato una svastica, incitano il popolo a odiare gli ebrei e che pur di rivedere gli ebrei nei campi di sterminio, nelle camere a gas e nei forni crematori di Dachau, di Mauthausen,di Buchenwald e di Bergen-Belsen venderebbero a un harem la propria madre. Io trovo vergognoso che la chiesa cattolica permetta ad un vescovo, per altro alloggiato in Vaticano, di partecipare a quel corteo e piazzarsi a un microfono per ringraziare in nome di Dio i kamikaze che massacrano gli ebrei nelle pizzerie e nei supermarket, chiamarli martiri che vanno alla morte come ad una festa. Io trovo vergognoso che in Francia, la Francia del Libertè, Legalitè, Fraternitè si brucino le sinagoghe, si terrorizzino gli ebrei, si profanino i loro cimiteri; trovo vergognoso che in Olanda, in Germania, in Danimarca eccetera, i giovani sfoggino il Kafha come gli avanguardisti di Mussolini sfoggiavano il bastone e il distintivo fascista" e poi ancora: "...sto con Israele, sto con gli ebrei....difendo il loro diritto ad esistere, a difendersi, a non farsi sterminare una seconda volta. E disgustata dall'antisemitismo di tanti italiani e di tanti europei mi vergogno di questa vergogna che disonora il mio paese e l'Europa; nel migliore dei casi l'Europa, non una comunità di stati, ma un puzzo di ponzi pilato..". Credo che tali parole descrivano alla perfezione, senza bisogno di ulteriori aggiunte, quella che è oggi l'essenza antisionista d'Europa, anzi, d'Eurabia. E la vicenda di Torino ne è stata solo una leggerissima sfumatura, una piccola goccia nel mare. Come Oriana, mi vergogno di questa vergogna; come lei, nonostante le mie idee nazionaliste, condanno l'antisemitismo, STO CON ISRAELE e difendo il loro diritto ad esistere. Forse i nuovi negazionisti d'oggi la pensano come Claude Levi Strauss, circa la sua teoria dei treni paralleli. Ma la verità dell'antropologia, come lei stesso afferma, è che, in realtà, siamo tutti sullo stesso treno, vi coesistiamo tutti, nonostante tutto.

Anonimo ha detto...

Ma la verità dell'antropologia, come lei stesso afferma, è che, in realtà, siamo tutti sullo stesso treno, vi coesistiamo tutti, nonostante tutto.
............

l'antropologia non ha una verità. l'antropologia se mai studia quel che le persone fanno con questa idea/teorema, e quali significati le attribuiscono.

attraverso l'antropologia, per quel poco che ne so, si cercano domande sugli idiomi intorno ai quali una collettività si riunisce, organizzandoli e facendone uso.

da qui deduco due cose:

1. il modo in cui Israele viene tematizzato nel blog e il modo in cui viene tematizzato nel precedente commento sono due modi diversi e incompatibili.

2. l'antisemitismo di matrice fascista e nazista è simile, per certi versi (per il suo valore d'uso), alla logica dell'argomento di Fallaci e teatina.


articolo brevemente i due punti

1. Israele nel post è uno dei tanti stati nel mondo: una costruzione artificiale intorno a cui una collettività si ritrova e immagina se stessa. Questa è la ragione per cui non si capisce perchè dovrebbe essere messa in discussione la sua esistenza.
Teatina concepisce lo stato come un'entità contro la quale è riprovevole un accanimento politico, in quanto tale entità si giustifica in sé ('perchè STATO'). In altre parole, l'esistenza di uno stato non può venire messa in discussione perchè si tratta di un'esistenza che-si-pone-come-inviolabile. Esattamente l'opposto della nozione contestuale, storica e artificiale di stato persente nel post.

2. in teatina l'odio per gli ebrei, da causa e strumento di esclusione dalla polis, di terrore, di distruzione e di genocidio, diventa strumento per organizzare un discorso di odio contro il mondo musulmano ('Eurabia' non è un refuso, e sappiamo le connotazioni valoriali che assume). Si potrebbe dire che invece che per una soluzione finale, come nel terzo reich, nei discorsi di Fallaci e teatina il sentimento antisemita viene usato per un altro fine. Per generare una prospettiva razzista contro il mondo arabo. Il discorso di Fallaci e teatina finisce quindi per riprodurre la stessa logica sulla quale si basa tutta la mitologia antisemita moderna: l'inferiorizzazione di alcune persone in quanto ritenute appartenenti ad una specifica comunità o ad uno specifico gruppo. Altrimenti detta: razzismo.

difendere il diritto di Israele ad esistere può portare a posizioni MOLTO diverse, soprattutto sull'antisemitismo. Da una parte vedo un post che non ha neanche menzionato "antisemitismo". Dall'altra vedo un discorso la cui condizione di possibilità sta altrove, in quel che quel discorso non dice apertamente. Cioè, a cosa gli serve parlare di antisemitismo in un commento ad un post che di antisemitismo non parla.

L'accanimento politico etnico culturale contro gli ebrei, seppur vero che ci sia a sinistra, non c'è solo a sinistra. Insomma, la vostra amata Tradizione non vi è più cara? Suvvia.

gopk

Diego ha detto...

Tralasciando le derive fasciste e xenofobe della discussione, c'è un punto della sua argomentazione che non mi convince.

E' giusto ribadire che l'artificialità dello stato di israele non significa la sua illegittimità, poichè tutti gli stati (meglio: tutte le collettività politiche) lo sono.

ma il punto è che nessuno dei promotori del boicottaggio lo fa. le argomentazioni a favore del boicottaggio sono diverse, condivisibili o meno. nessuna di queste tuttavia si spinge a negare la legittimità di israele.

barghouti parla di complicità degli scrittori invitati con la politica di occupazione (http://www.forumpalestina.org/news/2008/Gennaio08/DibattitoFieraLibro/DibattitoFieraLibro_OmarBarghouti.htm), altri evidenziano il rischio che gli scrittori siano sfruttati per pulire l'immagine di israele di fronte alla comunità internazionale, molti pensano semplicemente che 60 anni di occupazione, bombardamenti, pulizie etniche, check-points, segregazioni, muri e quant'altro ha accompagnato la difficile storia dello stato di israele rendono eticamente problematica la celebrazione del suo "compleanno".

detto ciò, la validità del boicottaggio come metodo può essere senz'altro criticata. contestarne l'efficacia e la democraticità è senz'altro ragionevole, se non condivisibile.

ma appunto per questo non credo sia necessario attribuire alla controparte posizioni che non ha assunto. questo è un punto che va sottolineato soprattutto quando si parla di israele.

troppo spesso, infatti, si viene tacciati di antisemitismo o si viene accusati di negare la legittimità di israele ad esistere quando si prendono posizioni fortemente critiche nei confronti dell'occupazione.

il cinismo con cui l'olocausto e lo spettro dell'antisemitismo vengono usati da molti filoisraeliani per fare da scudo alle critiche è qualcosa che fa ribrezzo. e che, da un dibattito laico tra persone illuministe e tolleranti, dovrebbe essere tenuto fuori.

Diego Andreucci

风风 ha detto...
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