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domenica 11 febbraio 2018

Il tramonto della razza

Si noti che avevo cercato "racial differences" su wiki
 commons e non esiste nulla.
Esiste invece ethnic differences e viene fuori questa sciocchezza.
decisamente "disputable" come è ammesso nella presentazione.
Si sta discutendo su più fronti se proporre la cancellazione della parola “razza” dall’articolo 3 della Costituzione Italiana. In particolare, sono gli antropologi fisici e i genetisti a far notare l’assurdità dell’utilizzo di un termine assolutamente non scientifico nella Costituzione, che darebbe adito a giustificazioni postume sul suo utilizzo, come quella del candidato del centro-destra alla Regione Lombardia.
Ribadendo che anche l’antropologia culturale italiana ritiene il concetto del tutto non scientifico, non corrispondente ad alcunché di reale nello spazio fisico, vorrei, da antropologo culturale, impostare la cosa in modo diverso, per provare – udite udite – a dimostrare che il termine “razza” non andrebbe tolto dalla Costituzione, per il fatto che le costituzioni sono creazioni politico-culturali, non scientifiche, e devono parlare il linguaggio naturale delle popolazioni di cui sono le costituzioni, non il linguaggio formale della comunità scientifica (che lavora, almeno idealmente, oltre le differenze culturali e politiche).
Parto da un sintomo. Per giustificare la richiesta di rimozione del termine, l’antropologo fisico Gianfranco Biondi (primo firmatario con la mia collega di Tor Vergata Olga Rickards, anche lei antropologa fisica, o genetista che dir si voglia, di fatto) ha dichiarato al manifesto che i padri costituenti, usando “razza” all’articolo 3, “è come se avessero scritto che il sole gira attorno alla terra”.
Ora, la concezione corretta (scientifica) dell’eliocentrismo non ci impedisce, nel linguaggio ordinario (anche il quello tecnico degli almanacchi e delle comunicazioni ufficiali), di usare espressioni come “il sole sorge alle ore” e “il sole tramonta alle ore”. Si tratta di un errore o di una convenzione culturale, per cui, dal punto di vista del linguaggio ordinario (dal punto di vista culturale, diremmo noi antropologi culturali), fingiamo (o mettete il verbo che volete, basta non mettiate “crediamo”, che non corrisponde a quel che succede per la maggior parte di coloro che usano i verbi sorgere o tramontare) che il sole si muova nel cielo e quindi possa tramontare e sorgere di moto proprio? Dovremmo cancellare Machado, che chiedeva al poeta cosa cercava nel tramonto, visto che il tramonto è un errore prospettico? Oppure dovremmo rimproverare due volte al giorno gli istituti geografici che insistono nel dirci a che ora il sole “sorgerà” domani?
Le culture, vivaddio, creano loro costruzioni che sono perfettamente reali dentro la rete semiotica che le costituisce, e si interessano molto poco del fatto che queste costruzioni siano scientifiche o meno, corrispondenti cioè a oggetti fisici misurabili con indicatori indipendenti dal soggetto. Del resto, se dovessimo togliere razza dalla Costituzione, allora dovremmo cancellare anche democrazia perché non mi pare esista un oggetto reale effettivo in grado di manifestarsi con autoevidenza che corrisponda al contenuto semantico del termine.
Dobbiamo insomma distinguere tra razza1, di cui parlano giustamente gli scienziati, e razza2, di cui può parlare il senso comune.
Razza1 è un non ente fisico, semplicemente non esiste, è una sciocchezza, una stupidaggine, una bestialità, un assurdo: pretendere che gli esseri umani siano compartimentabili in gruppi distinti in base a caratteristiche fisiche osservabili (colore della pelle eccetera, si dice fenotipicamente, in antropologia fisica) e, soprattutto, pretendere che a queste caratteristiche fisiche nettamente separabili corrispondano in modo biunivoco capacità intellettuali o qualità morali è una schifezza vergognosa che non ha ragione d’essere. E’, insomma, spacciare per vera una visione geocentrica del sistema solare.
Razza2 è invece il modo in cui io, cittadino italiano che ha visto il primo uomo “di colore” all’età di 12 anni (ricordo perfettamente lo choc, in un supermercato veneziano, e lo choc fu ancora maggiore quando il signore mi guardò cogliendo il mio stupore e mi apostrofò in dialetto) posso riconoscere se una persona ha, molto genericamente, i suoi antenati in alcune zone dell’Africa settentrionale o subsahariana, da zone dell’Asia o tra i nativi amerindiani. Devo imparare che questa informazione non significa nulla, che il signore di colore mi può parlare in veneziano, come Balotelli parla con un riconoscibile accento bresciano e molti dei ragazzini di Torpignattara parlano un romanaccio pesante indipendentemente dal colore della pelle e della forma degli occhi. Le razze2, dal punto di vista culturale esistono eccome, esattamente come esiste la democrazia, l’amore, il libero arbitrio e l’anima (per chi crede in questi enti culturali).
Il lavoro che va fatto, secondo me, non è quello dei censori, imponendo un uso tecnico per un termine del linguaggio comune, ma quello dei maestri. Che poi è quello che hanno fatto i padri costituenti, dicendoci che le differenze fisiche, per quanto evidenti possano essere, per quanto ci possano stupire, sorprendere e addirittura spaventare, non significano nulla anzi, non vogliamo che significhino nulla. Certo, è confortante sapere che non c’è alcuna base biologica del razzismo, che il principio su cui si basa il razzismo (vale a dire la differenza biologica tra esseri umani raggruppati) è falsificato proprio dalla scienza stessa (alla quale, originariamente, i razzisti fecero appello).
Ma il fatto che la scienza abbia definitivamente collocato la razza1 negli enti non esistenti non ci aiuta a risolvere i casi come quello di Fontana: lui dice razza2, dice differenze visibili, dice Romeni e musulmani, dice Ghanesi e neri, fa un mischione pretendendo che attorno a quell’uso vergognoso (associare differenze visibili a qualità morali) si coaguli un consenso possibile.
Continuiamo (con circospezione, mi raccomando) allora a parlare di razze2 come costruzioni culturali e lasciamo ai padri costituenti il merito che spetta loro, vale a dire di aver scritto a chiare lettere che quelle differenze (che noi, nel nostro sistema culturale, abbiamo imparato a riconoscere come “oggettive”) non possono e addirittura non devono significare nulla sul piano della convivenza sociale. Aumentiamo non la repressione, ma la consapevolezza semmai: lavoriamo assieme perché chi usa razze sappia che sono oggetti del modo in cui le nostre culture ci spingono a costruire il mondo delle differenze, sono oggetti che abbiamo imparato a percepire ma non significano nulla di nulla, perché quei segni esteriori (e attenti che il gioco vale anche per la parola etnia, che ormai ha sostituito il termine razza nell’uso comune delle persone sensibili, rischiando di occultarne gli aspetti politicamente pericolosi) nulla ci dicono di cosa sa, come pensa e come agisce quella persona con quel colore di pelle, con quegli abiti, con quell’accento. Riconosciamo che dentro il nostro senso comune, il senso dell’ovvio dentro cui ci immerge la nostra cultura, le razze2 esistono, ma non significano nulla. A meno che non ci inducano a riflettere, affascinati come di fronte a un bel tramonto, sulla straordinaria bellezza della differenza che ci fa tutte e tutti umani.

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