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lunedì 16 aprile 2018

La ninfa e lo scoglio. Riflessioni sul senso dell’antropologia culturale


Insegnare, tanto più in questo clima diffuso di non-mi-intorti-tanto-io-la-so-lunga, figurati-se-ti-credo, comunque-controllo-su-internet, in questo clima insomma a metà tra miocuggino e la end of deference, come dice Stefan Collini (il principio per cui quanto più ci sentiamo offesi dal Mondo, tanto più ci sentiamo liberi di offenderlo in sereno livore) è un mestiere complicato. Insegnare quando l’Autorità del Sapere è andata a farsi friggere diventa un vero pasticcio. Lo Stato, almeno una sua diafana epifania, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, si pone da decenni questo problema e ha cercato di risolverlo lavorando insistentemente sulla “formazione degli insegnanti” o come pare si dica per risparmiare tempo, sulla “formazione insegnanti”.

Pedagoghi, pedagogisti generali e della didattica, psicologi, educatori, istruttori, allenatori, tutti coloro che, a vario titolo, si sono occupati della trasmissione intergenerazionale del sapere sono stati chiamati a raccolta e a contribuire con le loro proposte, prospettive, suggerimenti, indicazioni, piani strategici e, vivaddio, riforme. La parola magica di questo ventennio è stata “riforma”. Rivoluzione aveva certo perso l’appeal e toccava comunque fare qualcosa, perché non si poteva più far finta che la giostra non girasse a mille. Hai voglia che girava.
Il mondo intorno cambiava, la fine dei blocchi contrapposti (che avevano reso fino ad allora tutto sommato facile dire chi fossero i Buoni e chi i Cattivi), l’emergere degli small media (pensate alla rivoluzione delle videocamere con le videocassette come luogo di autoproduzione del sé e delle collettività), lo spostamento sul pianeta sempre più facile, sempre più reversibile e sempre più a basso costo dovuto alla deregulation neoliberista, l’esplodere della comunicazione elettronica e la trasformazione dei consumatori di media in prosumer: tutto questo (e molto altro ancora) rimbalzava sul fortino della scuola sgretolandone le certezze.

In particolare, una parola diventava centrale, la parola nemica della Scuola (di base) Tradizionale (ST). Quella parola era Diversità.
La ST aveva avuto, classicamente, un compito primario: quello di formare cittadini uniformi, in grado di essere efficienti produttori e consumatori su tutto il territorio nazionale servito dalla ST. C’era un concetto che stava alla radice di questo odio, ed era il concetto di località: la ST doveva livellare il più possibile i dialetti, le parlate, i panini con la frittata, le pizze bisunte, i costumi locali, e rimpiazzarli con italiano standard (tollerate le pronunce regionali), mense con grammatura standard e grembiuli tutti uguali. L’obiettivo finale era la produzione di un cittadino compatto e replicabile, semovente ed equipollente su tutto il territorio nazionale: “Una d'arme, di lingua, d'altare / Di memorie, di sangue e di cor”, ovviamente “dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno”, più o meno…
Se c’è stata un’istituzione nazionalista in Italia, tra la fine del fascismo e la vittoria del Mundial 1982, quell’istituzione è stata la scuola. Tutta la scuola, direi, elementare, media inferiore e pure superiore. Con l’unica differenza tollerata, quella di classe, che cominciava a farsi evidente con le superiori.
Quel bel mondo compatto di alunni italiani tutti uguali, tutte formichine nerovestite che solo alle superiori cominciavano a evidenziare connotazioni di classe (licei vs istituti tecnici vs professionali = dirigenti vs impiegati vs operai) è saltato per le contingenze esterne indicate, cui si è sommata la fine del fordismo, che ha fatto implodere quel sistema di produzione e reso inutile l’omogeneizzazione spinta.
Questa finalità unificante è divenuta ancora più incomprensibile quando la diversità che ha cominciato a brulicare nelle scuole non era più riducibile alle varietà regionali, quando la “calata” diventava “lingua straniera”, quando addirittura il Dio pregato era straniero. A quel punto, Houston, abbiamo un problema.

Nell’ultima riforma, della Buona Scuola, questa ingestibilità anche solo quantitativa della differenza culturale è divenuto uno snodo centrale. Morale della favola: gli antropologi italiani (una sparuta e alquanto sgangherata presenza accademica, senza prestigio, e senza una vera storia disciplinare condivisa) sono stati investiti dello stesso onere che spetta di diritto ai pedagogisti e agli psicologi e, udite udite, sono stati convocati a contribuire alla formazione insegnanti. Chi voglia poter accedere al concorso che porterà all'insegnamento deve ora dimostrare di aver conseguito crediti formativi anche di antropologia culturale, non solo pedagogia, didattica e psicologia. Lo so, gli esperti del DM 616 staranno già lì coi fucili puntati dicendo che non è vero, che l'antropologia non è obbligatoria, visto che gli ambiti (pedagogia, didattica, psicologia, antropologia) da coprire sono solo tre su quattro, ma il senso non cambia: per la prima volta l’antropologia culturale è considerata, in Italia, alla stessa stregua della pedagogia, della didattica e della psicologia nella formazione degli insegnanti. Siamo entrati nel club delle discipline “che contano”.
Con il libro La ninfa e lo scoglio, (che dovrebbe prestissimo essere acquistabile online, e si può già comperare dall’editore Universitalia, in via di passolombardo, 421, 00133 – Roma) offro la mia prospettiva su questo mutamento significativo della significatività della mia disciplina. Qui potete leggere il primo capitolo.
Con fare un po’ sospettoso (pur sapendo quando alcuni colleghi, e in particolare una stimatissima collega, si sono battuti perché finalmente l’antropologia contasse qualcosa, alla faccia di tutti i sociologi, assai più potenti di noi e rimasti a becco asciutto in questa riforma per la formazione insegnanti) mi chiedo cosa voglia il Ministero da noi: che cosa c’è di tanto importante nel nostro specialismo, nelle minuzie spesso assurde di cui ci occupiamo, da essere considerato addirittura un prerequisito per diventare insegnanti? Non è che quel che vuole il Ministero è forse un po’ diverso da quel che siamo in grado di dare noi? Per spiegare cosa dalla mia prospettiva il Ministero si aspetta e cosa sempre dalla mia prospettiva l’antropologia è in grado di dare ai futuri insegnanti, mi trovo a parlare dell’orologio di mio nonno visto da un marziano, di un principio estetico giapponese e di quel che è successo alla “scuola Pisacane” alcuni anni fa, quando alcuni solerti politici provarono a chiuderla perché aveva “troppi alunni stranieri” anche se il problema era piuttosto che non c’erano abbastanza alunni italiani perché i genitori avevano smesso da tempo di mandarceli. Ah, e parlo anche di cosa sia una pubblicazione scientifica, e di cosa, forse, vada considerato scientifico nel sapere antropologico. Secondo me si legge bene.

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