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domenica 17 dicembre 2017

Cose strane

C’è un momento di Alisya nel paese della meraviglie, il bellissimo documentario di Simone Amendola, in cui Bonzo, il diciottenne egiziano di seconda generazione racconta, seduto su una poltrona in un anfratto delle “case rosse” di Cinquina le sue disavventure con la burocrazia italiana, e a un certo punto, con il suo accento romanesco molto forte dice, con un sorriso a mezza bocca, qualcosa come “succedono cose strane in ’sto paese” riferendosi al fatto che il fratello manco riesce ad avere il permesso di soggiorno, pur essendo come lui nato a Roma.
Un altro pensiero fisso di questi giorni sono un paio di versi di una canzone poco conosciuta che Roberto Vecchioni, migliaia di anni fa, dedicò al fratello Sergio. E lì si dice: “Eh sì di cose qui ne succedono / ma ci illudiamo di inventarle noi”.
Insomma sono afflitto da una forma lieve di fatalismo antropologico, a volte mi chiedo se vale la pena tutto questo sbattimento, le centinaia di studenti, le ore trascorse al freddo in attesa di un appuntamento saltato, le tesi di laurea, le iniziative al Fienile.
Stiamo andando avanti da quasi un anno con il progetto Mondi di mamme: un po’ è vero che non facciamo altro che arrabattarci, o ciondolare con diciamo ridendo con mia figlia Amanda (ciondolare è un verbo ridicolo in sé, forse per imitare il ridicolo dell’azione o non-azione che indica), ma di certo ci proviamo, con Daniela, Agnese e Maria Ludovica, a raccogliere le storie di Dzemila, Nijiba, Sulta, Irina, Carmen, e poi Lucy, Cinzia, Deborah e le altre donne, giovani e meno giovani, che si stanno avvicinando, che provano ad annusare l’ambiente mentre si annusano tra di loro. Una volta al mese, non è tanto spesso, ma si devono tessere i fili, tenere l’interesse acceso, e ogni tanto, ripeto, mi dico cose come “cose strane” o “di cose qui ne succedono / ma ci illudiamo di inventarle noi”.
Poi, per fortuna, o per testardaggine, mi imbatto testimonianze come quella di Caterina Re, mia studentessa, spero presto mia laureanda, a cui ho chiesto una mano la domenica dell’8 dicembre, e che mi ha restituito in profondità il senso del nostro lavoro, non solo per Mondi di mamme, non solo al Fienile, ma anche all’università, a Rebibbia, in giro per questa città, quando cerco di tenere assieme i tasselli di questa benedetta antropologia culturale e non ce la faccio più a vederla come una “disciplina”, perché la vita è un’altra cosa, e l’antropologia, quando è tale e non è fuffa, apre spazi di vita:

La giornata dello scorso venerdì 8 dicembre sono stata contattata dal professor Vereni che mi ha chiesto se potevo arrivare con la macchina al campo Rom di via Salone, prendere alcune delle donne mamme che abitano lì e portarle al Fienile.
La cosa mi andava e così ho fatto, sono arrivata al campo, e subito dopo le presentazioni, sono salite nella mia macchina tre donne con i loro bambini. Tempo di spiegarmi la ricetta della Pita (un piatto, mi hanno detto, che non manca mai nelle loro occasioni di festa), siamo arrivati al fienile -ovviamente grazie alle loro indicazioni stradali visto che io sapevo a malapena come ero riuscita ad arrivare fino a casa loro-.
Non sapevo bene cosa avessero organizzato per quella giornata al Fienile ma, appena arrivata ho capito che c’entrava col progetto “Mondi di Mamme” che porta avanti il professore insieme ad altre 3 ragazze sue collaboratrici: una volta al mese infatti si incontrano al Fienile insieme a delle Donne che condividono gioie e difficoltà del loro essere Mamma confrontandosi sui loro diversi modi di accudire.
Quello, per loro, era un giorno di festa in cui c’era chi aveva già partecipato agli incontri passati e chi invece si affacciava per la prima volta con figli e figlie.
Dopo aver addobbato l’albero di natale insieme ai bambini e dopo aver bevuto e mangiato (tra le tante cose ovviamente anche la Pita), tutte le mamme si sono sedute in cerchio e con l’aiuto del professore hanno cominciato a presentarsi, ognuna di loro diceva da dove veniva e quanti figli aveva, provando a spiegare perché aveva deciso di ritrovarsi lì. C’erano mamme Etiopi, del Bangladesh, di Tor Bella, dall’Albania, mamme Rom e del Montenegro.
Dopo aver superato le prime timidezze tra di loro, l’ambiente si è fatto più caldo e mi sono accorta di come la mamma più giovane, nata e cresciuta a Tor Bella Monaca, ascoltava interessata la mamma più anziana vissuta invece in una baraccopoli Rom che le raccontava della sua parentela, dei suoi otto figli, e delle sue drammatiche vicende con il marito.
In quel momento, due persone con storie di vita tanto diverse, si sono avvicinate, si sono guardate e ascoltate per condividere un pezzetto della loro storia che in fondo le unisce: il loro essere Mamma.
Tornando a casa mi sono chiesta che atteggiamento avrebbe avuto quella ragazza se, trovandosi al parco con la sua bambina, le si fosse seduta accanto quella stessa donna con cui parlava al Fienile. Mi sono immaginata, forse anche con un po’ di presunzione, che quella ragazza l’avrebbe guardata con diffidenza facendo in modo di allontanarsi con sua figlia il prima possibile. Ho pensato che le cose sarebbero potute andare così perché nel nostro immaginario le donne rom sono quelle che potrebbero rapire i “nostri” bambini nascondendoli sotto le loro gonne lunghe e quindi a pensarla così è comprensibile anche la diffidenza di una madre non-rom.
Ma in quell’occasione al Fienile ho visto come cambiano gli atteggiamenti e le parole quando ci si avvicina e ho sentito quanto valgono questi momenti in grado di aiutare persone diverse a conoscersi, in grado di rendere le differenze delle occasioni per farci sentire meglio e più in grado di affrontare quell’altra realtà che prova sempre a metterci l’uno contro l’altro.
Quel giorno di festa al fienile ha permesso a quelle due mamme così diverse di avvicinarsi, e ha permesso a tutti e tutte noi che eravamo lì di provare a “rafforzare la nostra immaginazione, la nostra capacità di comprendere chi ci sta di fronte”.


1 commento:

Unknown ha detto...

Spesso me lo chiedo anch'io, se ha senso lottare, sbattersi, credere in qualcosa che c'è, ma non c'è. Poi mi dico che tutto questo ha senso nella misura in cui ci sono persone che ci credono. Io vengo da una famiglia difficile ed il mio approccio è in parte timoroso, ma l'antropologia mi ha cambiato dentro: mi sembra come se aprisse vie làddove prima vedevo solo strade sbarrate e sporche, piene di fango. Mi hanno insegnato a non fidarmi di nessuno, a tenere a distanza il diverso, ed ogni giorno grazie a questa disciplina faccio qualche nuovo passo meravigliato, ogni giorno il cuore mi si apre un po' di più. Questa testimonianza è meravigliosa.
Quando più sono stanca,penso alla canzone "shòmer ma mi llaillah" di Guccini (in ebraico: "quanto della notte?").
La notte sta per finire, ma il giorno ancora non è arrivato. Voi domandate, andate avanti, insistete.
Il senso dello sbattersi sta nello sbattersi in sé, ed io la ammiro per questo e la ringrazio per contribuire alla mia formazione, anche e soprattutto umana.