2011/12: INFORMAZIONI PER CHI AVEVA 12 CFU E TUTTI GLI MP3 DELLE LEZIONI

domenica 5 novembre 2017

Antropologia culturale #14 e #15

2 e 3 11 2017. Due lezioni sulla parentela (prima e seconda). Non mi soffermerò qui sui tecnicismi che abbiamo affrontato, ma sulla ragione del perché è importante apprendere quei tecnicismi. Si tratta di comprendere che l’azione antropoietica della cultura si concretizza anche nel nostro sistema cognitivo e morale: la cultura ci modella non solo fisicamente, facendoci maschi, femmine e cantanti (come diceva De Andrè, in una canzone che si potrebbe ascoltare come l’ammissione del fallimento della parentela nel Novecento occidentale), non solo nell’organizzazione neuronale del nostro cervello (come abbiamo visto con l’esempio dei tassisti londinesi) ma entra nel modo in cui pensiamo e consideriamo normale o naturale qualunque cosa. È dentro l’ovvio che la cultura è più attiva, più produttiva. In quel che diamo per indiscutibile, che non ha bisogno di un confronto o di una studio, in quel che nessuno dovrebbe mai mettere in discussione perché è indiscutibile.
Per questo vale la pena di studiare la parentela, come l’ovvio delle relazioni sociali, l’imprescindibile di quel che diamo per scontato nel modo più assoluto. Tutti noi abbiamo chiara la distinzione tra parentela e amicizia come la distinzione tra relazione assegnate, ascritte, e invece relazioni scelte, volute. Bene, l’antropologia culturale ci dimostra che questa distinzione esiste in tutte le culture, perché tutte le culture vogliono avere a loro fondamento delle relazioni sentite come necessario e imprescindibile, ma dove si debba collocare quel confine tra necessario e voluto è una questione interamente culturale, non naturale. Se questo punto, con le due lezioni in oggetto, è chiaro, allora abbiamo fatto il salto e siamo entrati nella prospettiva dell’antropologia culturale.
Tutti i diversi tecnicismi analizzati stanno negli appunti disponibili, e ripeto che qui non sintetizzerò il perché della differenza tra cugini paralleli e cugini incrociati, o su come funziona lo scambio diretto o la residenza postmatrimoniale avuncolocale, ma tutto questo materiale di studio deve diventare oggetto di riflessione su questo tema:


Q1. Misurate lo scarto che esiste tra la vostra rete di parenti biologici e la vostra rete di relazioni simil-parentali sociali. Potete anche pensarlo in forma grafica con i simboli che abbiamo studiato in classe.

199 commenti:

Lisa Pavone ha detto...
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Lisa Pavone ha detto...
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Lisa Pavone ha detto...

In questa giornata uggiosa, mi è tornata alla mente una canzone di Claudio Baglioni, “Ti amo ancora”, ed un verso recita così: “Sarò lo zio per i tuoi bambini io”. Insomma è la storia di un ragazzo che, nonostante siano passati 6 anni, pensa ancora alla sua ex-fidanzata implorandola di non escluderlo dalla sua vita poiché, amandola, vorrebbe rimanere almeno suo amico ed essere parte di lei. Ed in effetti le chiede il permesso di essere lo zio dei suoi figli. Ed approfondendo questa richiesta, mi vengono in mente le centinaia di persone che da piccola pensavo fossero miei zii e le altrettante che, conseguentemente, avrei dovuto avere come cugini: zia Manuela- semplice dirimpettaia- zia Angelina- collega di mia madre- zio Bruno- barista sotto casa- zio Pino e zia Pina- amici di mio padre attorno a cui, tra l’altro, avevo creato una storia tutta mia, poiché in realtà, il nome della signora era Silvana. Nessuna assonanza ma per me doveva chiamarsi come il marito! E potrei continuare con un lungo elenco di persone di cui non ricordo neanche la fisionomia o che nel quartiere saluto con imbarazzo dal momento che fino a circa 10 anni fa chiamavo con appellativi che non appartenevano loro... Quando ho aperto gli occhi e ho capito che con esse non avevo alcuna parentela, mi è sorto spontaneo andare da mamma e chiederle per quale motivo fino a quel momento mi avesse detto che quelle persone erano miei zii. Lei mi ha risposto che era solo un modo per farmi capire che andavamo a casa di amici che mi volevano tanto bene e che quindi, Zio o Zia, avevano una connotazione ed identificazione dolce ed affettiva. Ok potevo essere d’accordo ma personalmente con i miei veri zii non avevo mai avuto un rapporto ottimale poiché, dalla parte di mamma, incrinato dalla presenza di un cugino maleducato, animalesco e viziato, dalla parte di papà, a causa di una zia che non ha mai accettato noi 3 figli nati dal secondo matrimonio, mentre ha sempre venerato gli altri 3 nati dal primo. Dunque, con il senno di poi, chiamarle zia o zio, non era stato proprio adeguato. Ma questi sono stereotipi che nonostante tutto condivido: quando mia sorella diventerà madre, come potrei non voler bene al suo bambino e voler condividere con lei il momento più bello della sua vita? D’altronde, se la mia migliore amica avesse un bambino, non verrebbe spontaneo essere chiamata anche io zia? Questo per me è l’esempio calzante di come le relazioni familiari possano andare ad influire il vivere sociale, necessaria ed imprescindibile realtà che vede l’intrecciarsi delle innumerevoli “vite” che viviamo... non abbiamo una famiglia senza l’amicizia e l’amore, come non abbiamo l’amore senza l’amicizia ed il rispetto del vivere comune, come ancora non possiamo avere l’amicizia escludendo ogni rapporto, seppur non naturale, di familiarità: quest’ultimo è l’esempio di due amiche che seppur non vincolate dal sangue, condividono più di quanto non facciano due fratelli, legati da una parentela naturale... è il caso dei miei fratelli, nati dal precedente matrimonio di papà, con cui ho un rapporto neanche minimamente paragonabile a quella che intercorre con la mia “BFF”. E allora sorge un’altra domanda: perché due amiche strette sono definite sorelle e non altro? Semplice. I fratelli crescono insieme, condividono i giochi, la camera, l’affetto più importante che è quello dei genitori, litigano e con uno sguardo fanno pace, si sostengono a vicenda nelle bugie, e nei momenti bui sono la spalla più dolce su cui piangere e quella più forte da cui mettersi in piedi e slanciarsi verso il mondo di prima per vederlo con occhi diversi, dove averli asciugati, con la sua manica della felpa, dalle lacrime più amare...
Mai però sono riuscita a dare a qualche signora anziana della Nonna, poiché il suo ruolo, come quello della Mamma, nella mia vita, non è riscontrabile in nessun altro elemento della società cui faccio parte, per la loro unicità ed irripetibilità!

Francesco Gazzini ha detto...

Non credo di essere il solo a considerare un amico come un fratello per varie affinità di carattere e di interessi, così come non credo di essere il solo ad avere rapporti distanti con alcuni parenti; dalla mia esperienza avevo già avuto modo di notare che i legami di sangue non sono necessariamente sinonimo di vicinanza e di amicizia ma che siamo liberi, chi più chi meno, di gestire le nostre relazioni come meglio crediamo.
Nel mio caso i legami di sangue passano in secondo piano rispetto a variabili quali l'affinità caratteriale, la quantità di interessi condivisi, persino la vicinanza del luogo di residenza: non mi stupisce che io ed alcuni amici di Roma ci trattiamo alla stregua di fratelli, né che non ho alcun rapporto con i miei cugini di primo grado che vivono in Veneto e che in vent'anni avrò incontrato forse tre volte.

GIULIA VINCIGUERRA ha detto...

Parlando di quanto sia scorretto pensare la parentela come un legame "naturale" mi è venuto subito in mente uno degli esempi citati a lezione tempo fa della nonna trasteverina e di suo nipote: anche se si parlava di un altro aspetto di quel rapporto, mi sembra doveroso sottolineare come rientri anche negli esempi che possono mostrare come la parentela abbia poco a che vedere con i legami affettivi (la nonna passava le sue giornate con la badante straniera, non sua parente).
Detto ciò non ho molte basi su cui misurare la mia personale esperienza, poichè per fortuna tutti coloro che sono riconosciuti come miei parenti dal nostro sistema culturale li sento davvero come tali: non ho problemi con nessuno di loro, anzi siamo in ottimi rapporti. Al contrario posso dire che il mio migliore amico lo sento davvero come se fosse un fratello di sangue; ci conosciamo da molti anni e abbiamo passato molto tempo insieme, festività o vacanze; condividiamo molte cose e per cui lo considero alla pari di un fratello. Questo legame non è giuridicamente riconoscibile nella nostra cultura ma effettivamente esiste, ed aver riflettuto su questa mancanza di riconoscimento mi ha fatto pensare a quale sia il vero valore dei rapporti affettivi per il nostro sistema culturale.
Un'altra esperienza personale che può risultare particolare è il rapporto che ho con mio cugino di terzo grado: mi abita di fronte, siamo cresciuti insieme e sappiamo molto l'uno dell'altra, sua madre è stata la mia madrina per la Confermazione. Nonostante non siano parenti diretti io li considero tali poichè la mia affezione a loro è pari a quella che ho per i miei zii ed i miei cugini diretti.

Giulia Vinciguerra
0243980

Dell'Orco Alessandra ha detto...

DELL'ORCO ALESSANDRA

Tante volte mi sono chiesta come sia possibile che mio padre, la persona che mi ha messo al mondo, non mi conosca.
Questa è una domanda sulla quale mi sono sempre interrogata profondamente, e Professore mi è difficile spiegarLe quale sia la risposta, perché ancora non l’ho trovata nemmeno io.
L’unica conclusione a cui sono giunta, è che reputo profondamente limitante considerare “parente” chi condivide il tuo stesso sangue, e chi in questo caso specifico condivide anche il tuo stesso cognome e ha condiviso con te anche la stessa casa.
Sa quanto sia brutto e quanto faccia male provare soggezione verso la persona che ti ha messo al mondo?
Ecco io provo questo verso mio padre. Soggezione.
Mi sento molto più a mio agio a scrivere questo commento a Lei che “conosco” da un mese.
Partendo dal presupposto che la famiglia non si sceglie, so che mio padre è mio padre perché l’ho appreso col passare degli anni, perché mi sono “ritrovata” ad avere lui come padre, ma posso garantire che se dovessi scegliere se passare del tempo con lui o con la mia migliore amica non sceglierei assolutamente mio padre.
Questo perché credo che di fronte a una tale empatia, di fronte a una tale sintonia, di fronte a una tale conoscenza il rapporto che c'è tra me e mio padre si riduce ad essere solo un rapporto giuridicamente riconosciuto, un rapporto solamente sanguigno.
Con la mia migliore amica che reputo ormai mia sorella (e questa volta per MIA scelta), invece, non mi sento in imbarazzo nel fare niente, non ho bisogno neanche di spiegare, non ho bisogno di chiedere, non ho bisogno di sforzarmi per apparire la persona che lei vorrebbe che io fossi. C'è alla base una conoscenza che abbiamo costruito e preservato giorno dopo giorno, c'è alla base un rapporto che non è mai stato dato per scontato.
Nonostante ci capiti anche di discutere, ho la totale certezza che potrò sempre trovare un conforto ed un aiuto in lei.
Nonostante il nostro legame non sia giuridicamente riconosciuto, nonostante lei porti un cognome diverso dal mio e nonostante il sangue che ci scorre nelle vene sia totalmente diverso, scommetterei sempre su di lei perché lei è mia sorella. La sorella che mi sono scelta.

Simone Agati ha detto...

I miei rapporti con i parenti sono pessimi. Sarà la distanza che non aiuta (quasi tutti i parenti si trovano in Germania o in Sicilia), sarà la mancanza di intesa praticamente su qualsiasi argomento, in sostanza i rapporti sono solo con una delle mie tre zie. (invidia e desiderio di primeggiare muovono il mondo). Tuttavia, gli amici di famiglia ricompensano ampiamente un vuoto che si poteva creare con la mancanza di figure importanti quali possono essere gli zii. Li vedo girare per casa da quando sono piccolo o spesso andavo da loro, quando i miei non erano a casa (a chi affidare i tuoi figli in casi di "emergenza" se non alle persone cui ti fidi di più?), o semplicemente per passare un po' di tempo insieme. Ricordo i famosi 20 euro per comprare il gelato (doveva essere enorme questo gelato) oppure i più recenti regali per soddisfare tutte le mie richieste e capricci annessi (ero trattato come il "figlio" che loro non erano mai riusciti ad avere). Da quando sono piccolo sono stato abituato a chiamarli zii (gli zii li vediamo normalmente svolgere queste e tante altre azioni) . Questo perchè,nel nostro immaginario, un parente è una persona che ci vuole bene e che in qualche modo ci assiste. Ne consegue che: gli amici di famiglia saranno paragonati a degli zii; i tuoi ,di amici di lunga data, li chiami fratelli. "Fra", "frate", "bro" sono abbreviazioni che uso e che sento spesso usare dai ragazzi della mia età per rivolgersi a un amico caro. La parola fratello/sorella per indicare un amico, è usata per evidenziare un rapporto speciale che intercorre tra te e l'altro. Io sono fortunato perché ho quell'amico che dall'infanzia mi accompagna ancora oggi. Altro che i parenti...

Davide Di Buono ha detto...




link foto diagramma: https://imgur.com/a/duHaQ
(era l'unico modo per allegare la foto dato che ho deciso di provare a fare il diagramma)

In questo diagramma ho incluso la mia parentela biologica più stretta con la rete di relazioni simil-parentali più rilevanti. "Ego" è collegato, in alto, con la rete parentale biologico e i due diagrammi in basso rappresentano le due relazioni simil-parentali sociali.
Nel diagramma 1 la relazione illustrata è quella con il mio migliore amico. Nel diagramma 2 viene illustrata la relazione tra me e la mia fidanzata e di conseguenza la relazione con la sua famiglia.

Alex DeLarge ha detto...

Alla domanda che il professore ha fatto in classe, “Chi di voi non ha una zia che non è una zia?”, mi è subito salito il pensiero che due delle persone più importanti nella mia vita che mi hanno conosciuto alla mia nascita e senza i quali io non sarei così, non hanno nessun legame biologico o genetico con me.
Premetto che non ho avuto dei nonni presenti, sia per problemi familiari, sia per lontananza; i miei genitori hanno sempre lavorato, mia sorella non poteva prendersi cura di me in quanto era troppo piccola, perciò due conoscenti di famiglia, che ne fanno parte ma che non hanno legami biologici con me o i miei genitori, mi hanno allevato dall’età di due mesi fino a quando non è stato necessario, si parla di anni.
Ogni giorno mio padre e mia madre, prima di andare a lavoro, mi portavano da questi due signori che non avendo figli hanno cresciuto me come loro unico figlio. Non li ho mai chiamati mamma e papà perché sapevo chi erano i miei genitori e per questo divennero gli zii, i miei zii preferiti.
Sono cresciuto con loro e grazie al loro amore, ho viaggiato con loro, ho imparato tante cose grazie ai loro consigli. Ora mia zia è ancora qui, mentre mio zio no e quando ci ha lasciati sono stato male più di quanto io potessi mai immaginare, in fondo non avevo nulla di concreto che mi legasse a lui ma solo quell’affetto che si è instaurato dopo anni e anni. Tutto questo per dire che questi zii, che in effetti non sono zii a livello biologico, li sento più vicini a me di tutti gli altri parenti e questo legame non lo sento solo con mia zia che è ancora qui, ma anche con mio zio che non c’è più.
Un altro tipo di rapporto lo sento con alcuni miei amici; li sento talmente vicini a me che non li considero solo amici e quindi ragazzi che ho conosciuto con cui non ho nulla di biologico in comune, ma fratelli maschi che non ho mai avuto.
Mi hanno aiutato e mi aiutano tutt’ora come farebbe un fratello.
Non sono il primo e non sarò l’ultimo ad avere amici così o degli zii come i miei ed è proprio questo che mi fa rendere conto di come opera la cultura su di noi e su quello che pensiamo sia normale o meglio naturale e di come una relazione ascritta possa valere meno di una relazione scelta.




Trincia Leonardo


Noemi Flore ha detto...

La parentela ci appare un legame sociale fondato sulla natura, ma come abbiamo visto, non è propriamente così. Per esempio nella rete che chiamo biologica, c’è la sorella di mia madre sposata con un umbro, con due figli, i miei cugini. Questa zia di primo grado, è andata a vivere in un paesino dell’Umbria, si è sposata lì, i figli sono nati lì e vive tuttora lì. Con lei e la sua famiglia, io e la mia avevamo molti più rapporti quando erano vivi i miei nonni materni, erano il tramite tra noi e loro perché ogni fine settimana andavano a trovarli, mentre noi andavamo di solito per le festività. In questi giorni di festa, di solito uscivano sempre piccole discussioni e i nostri rapporti tenuti a bada dai miei nonni, sono andati deteriorandosi quando sono venuti a mancare. Con questi zii, sia per distanza geografica che affettiva, non ho mai avuto molti rapporti. Da bambini giocavo assieme ai miei cugini, eravamo legati, ma dopo questa rottura tra i nostri genitori non ci siamo più sentiti, anzi, sono nati anche dei risentimenti tra noi. Considero molto più zii e cugini, quelli di mia madre, di secondo grado che ci abitano di fronte, mi hanno vista nascere e crescere. Ricordo che quando dovevo alzare il sellino della bicicletta correvo da mio zio e lui mi aggiustava tutto. In autunno lo aiutavo a raccogliere le foglie del giardino, e le cose nel suo orto, quando stavo mamma mi lasciava a sua zia. Per le relazioni simil – parentali, potrei parlare della madre della mia migliore amica che chiamo zia, e lo stesso fa lei con la mia. Se mia madre aveva problemi a tenermi per questioni lavorative mi lasciava da questa “pseudo” zia, io sapevo di andare da una persona che mi avrebbe trattato come mia madre. A quei tempi ero consapevole che lei non centrasse nulla con la “mia” parentela biologica, ma nonostante questo la considero parte della famiglia. Con sua figlia, la mia migliore amica, ci sentiamo come sorelle, ci chiamavamo proprio così quando eravamo più piccole.Crescendo abbiamo capito di non poter essere sorelle a livello “biologico” ma solo nella nostra autoidentificazione e riconoscimento di quel ruolo che ci siamo auto attribuite e che ognuna ha confermato nell’altra. Per le relazioni simil – parentali, potrei parlare di tutte quelle bambine che vediamo con braccialetti o collanine uguali, con dei simboli, che indicano la loro appartenenza a un determinato gruppo. Sono in commercio una serie di oggetti specifici per questi tipi di relazioni, nei negozi che vendono bigiotteria, tipo Clair’s, c’è una sezione dedicata, con questi codici identificativi: “sorelle per la vita, migliori amiche per sempre, bf per best friend” e quando capita di trovarsi in quel negozio c’è sempre un piccolo gruppetto di bambine o ragazzine che sta lì a scegliere la sigla che meglio identifica il loro rapporto di simil parentela. Partono dalla parentela nota, quella che sembra biologica, per esempio il legame con una sorella di sangue e da questo costruiscono una rete parentale più ampia, estesa, identificando in una persona esterna, non parente di sangue, delle caratteristiche e qualità che riscontriamo nel legame di sangue, chiamando “sorella” un’amica, “zia” la migliore amica della mamma. La parentela è presente anche nei social network, in facebook. Premettendo che non sono iscritta, so che miei amici nella sezione del loro profilo hanno una parte dove rendono manifeste le loro relazioni parentali, scrivono chi tra gli amici che hanno è lo zio, la cugina, il fratello…ma la cosa più sorprendente è che attribuiscono molto spesso questi ruoli, oltre che ai parenti biologici, agli amici. Per esempio la migliore amica diventa “sorella”, il migliore amico “zio”, l’amico o l’amica più saggio diventa “madre o padre”, il più anziano del gruppo “nonno” e così via. Questo è un chiaro esempio di come si creino relazioni simil - parentali sociali.
Noemi Flore

Alessia Concetti ha detto...

A due mesi di distanza della morte della mia nonna materna mi ritrovo di nuovo a riflettere sul significato di famiglia. In quell’occasione la famiglia di mia madre si riunisce dopo anni e rifletto che l’unica cosa che ci ha unito fino a quel momento è stato il bene che provavamo per quella persona. Lei ha cresciuto tre generazioni (figli, nipoti e pronipoti), ci ha trasmesso i suoi principi e ci teneva uniti. Mi ritrovai a dover salutare un mio zio che dopo aver avuto un litigio con i miei genitori tolse il saluto a loro e anche a me. In quell’occasione riflettei sul fatto che io e lui in realtà abbiamo un legame di sangue che ci lega, la stessa rete di parentela, lui e mia madre hanno lo stesso cognome, ma in realtà non so niente di lui e lo chiamo zio solo perché lo ritengo il fratello di mia madre. nonostante ciò mi ritrovo a considerare mia nonna una persona che non lo è, solo quando sono con lei mi sento di essere in famiglia e mi ricorda come una nonna fa sentire i suoi nipoti.
La differenza che c’è tra i parenti biologici e la rete di relazioni simil-parentali sociale secondo la mia situazione ma rispecchiata nella sua globalità è che siamo stati cresciuti con la convinzione e costrizione di dover volere bene ad una persona solo perché abbiamo un legame di sangue e che il secondo tipo di relazioni sono di minore importanza.

Orlandi Sara ha detto...

Queste due lezioni mi hanno fatto pensare... riflettendoci ho due amiche carissime che conosco dall'infanzia che considero sorelle, con le quali vado più d'accordo e ho più interessi in comune rispetto a mia sorella di sangue alla quale ovviamente voglio un mondo di bene. Questo perché io e loro ci siamo scelte, la nostra relazione è più forte del legame di sangue. Inoltre ho una nonna che in realtà non è la vera mamma di mia madre eppure io , mia sorella e le mie cugine la consideriamo tale.Un altro esempio in cui il legame di sangue non comporta una vera relazione famigliare è: tra mio padre e sua zia che allo stesso tempo è anche cugina:è zia perché è sposata con il fratello della madre e cugina perché è la figlia della sorella del padre. Tra mio padre e questa signora non "corre buon sangue", ovvero non si parlano da anni non hanno nessun tipo di rapporto.

lucy ha detto...

Un anno fa, esattamente un anno fa, quello specchio rotto tenuto insieme solo dalla cornice è caduto a terra in frantumi una volta per tutte. Si, proprio un anno fa, ricordo ancora con precisione l’ora e il luogo, mi giunse la telefonata che annunciava la morte di mia nonna paterna. Ognuno di noi, chi prima, chi dopo, ha attraversato questo terribile momento, ma tutti consapevoli del fatto che sarebbe dovuto accadere prima o poi, che era inevitabile; e così anche io, sebben colpita dall’avvenimento improvviso, non immaginavo neanche lontanamente ciò che sarebbe successo di lì a pochi giorni. La famiglia di mio padre è di origini francesi, dunque, quasi tutti i miei parenti vivono e lavorano in Francia. Quando ci giunse la notizia del decesso, decidemmo subito di partire e di raggiungere la “famiglia”. Una volta arrivati a Nizza, però, iniziammo subito a notare un’atmosfera rigida, fredda, come se vi fosse qualcosa di più del doloroso lutto familiare. Ad oggi, alla luce degli avvenimenti che seguirono, mi rendo conto che quello che stava succedendo in quei giorni era lo sgretolarsi della famiglia che, fino ad allora, era rimasta in piedi solo grazie alla presenza di mia nonna. È stato doloroso e difficile da sopportare sia per me che per mio padre, ma in quel momento mi sono resa conto che la vera famiglia, quella che avevo sempre dato per scontata non c’era più; sentivo come più vicini a noi l’anziana vicina di casa che si preoccupava di prepararci pietanze di ogni tipo, i migliori amici dei miei genitori che facevano in modo di non fargli pesare la scomparsa di quel quadro che da sempre credevano di aver alle spalle, i miei amici, quelli veri, quelli che hanno sopportato il mio dolore e la mia paura di andare avanti. Alla luce di queste cose, posso affermare con convinzione che la famiglia non è affatto scontata, la famiglia non ci viene assegnata, la famiglia è una scelta, è una rinuncia, è la forza di decidere con chi condividere la nostra vita.

Elena Carnevale


Giulia Bonsangue ha detto...

Il legame "biogenetico" condiviso con la famiglia è un legame in un certo senso imposto dalla natura. Mi spiego meglio: i genitori non te li scegli, i parenti in generale non te li scegli. Persone fuori dalla cerchia familiare in senso stretto, magari con cui hai anche un rapporto maggiore e migliore, potrebbero rappresentare invece quella famiglia in senso lato, cioè quell'insieme di individui con cui si condivide affetto, idee e abitudini, senza necessariamente condividere un legame di sangue. È in quell'insieme di valori e affetti condivisi che sta la cultura. Con questo non intendo sminuire l'importanza della famiglia in senso stretto, anche perché per alcuni il rapporto con i familiari non si limita solo alla condivisione di sangue e geni, ma è anche cultura e via dicendo. Dico solo che il concetto di famiglia è anche molto altro, perché anche gli amici possono essere famiglia ed esserlo anche in maniera più stretta dato che di fondo c'è una scelta fatta con coscienza e cognizione di causa e non imposta dalla natura stessa del rapporto madre-figlio o sorella-fratello. Io per esempio ricordo che da piccola chiamavo gli amici dei mie genitori zio o zia, eppure con loro non avevo nessun legame di sangue. Le mie amiche, quelle vere, le considero sorelle, perché ho raggiunto una tale confidenza con loro che per me sono famiglia. Eppure nessuno mi ha detto di "categorizzarli" in questo modo, è venuto tutto naturale. Ho inconsciamente paragonato gli individui in questione alle figure più simili all'interno della famiglia di sangue: zio/zia per gli amici dei miei, e "sorelle/fratelli" le mie amiche e i miei amici più stretti.

Annamaria ha detto...

Giunta a questo punto del corso di antropologia culturale non posso fare a meno di notare, quanto tutto ciò che ho avuto modo di apprendere, mi chiarisca e giustifichi alcuni miei pensieri.
Sono sempre stata un po' "stretta" in quel sistema di vincoli parentali che delineano la nostra cultura, ma non ho mai preso in considerazione l'idea che può essere così............., ma non necessariamente DEVE essere così!
Ho compreso che anche la parentela, considerata come il sistema più naturale per eccellenza, rientra in quell'arbitrarietà che ogni cultura le "cuce" addosso a proprio piacimento, e che quello che a noi appare naturale, ad altri può sembrare parecchio strano.
Io prediligo i rapporti con chi riesco a stabilire un buon rapporto empatico e non quelli legati soltanto da parentela, reputo il matrimonio una pura formalità burocratica atta solo al riconoscimento di alcuni diritti, e mi sento soffocare da quel sistema convenzionale di pratiche o gerarchie, comunemente usate. Le conoscenze acquisite mi permettono quindi di sentirmi meno "strana e sempre un po' controcorrente".
Naturalmente riconosco e prediligo i legami di sangue riconosciuti dalla nostra cultura, ma mi rendo conto che può capitare di avere un rapporto migliore con un amico, piuttosto che con un fratello...... e che la figura di "zio" per i miei figli, può essere meglio rappresentata da quell'amico di vecchia data di mio marito, piuttosto che da suo fratello, con il quale non ha quasi alcun rapporto.
In conclusione l'importanza e la gerarchia dei componenti di un gruppo familiare, vengono stabilite sulla base di necessità sociali, che ogni cultura modella in base alle proprie esigenze, e non esiste il prototipo perfetto o il modello per eccellenza che predomina rispetto agli altri, anzi, se proviamo a guardare più attentamente, anche quel fenomeno più bizzarro ci potrà apparire comprensibile (non necessariamente condivisibile), se visto da un altro punto di vista.

ANNAMARIA RAVIOLI




Matteo Colafrancesco ha detto...

Salve prof, questo è un argomento sicuramente interessante a cui mi sento di dare una risposta elaborata. Come abbiamo visto dai numerosi esempi che discutevamo in classe, in realtà il legame che abbiamo con i nostri parenti, quindi con delle persone che condividono il nostro stesso sangue, è dato da fattori culturali e non naturali o biologici. Cosa vuol dire questo? In classe con l esempio della badante abbiamo visto che spesso si hanno rapporti piu stretti con delle persone che non condividono lo stesso sangue, piuttosto che familiari. Parlando in prima persona, posso dire che non ho degli "zii" che non sono tali, poiché per fortuna con la mia famiglia abbiamo un rapporto molto stretto, che ci lega come tali. Importante e quindi fondamentale è il rapporto sociale e quindi culturale che condivido con i miei amici, ne conosco alcuni da quando ho tre anni, abbiamo stipulato un rapporto che va oltre la semplice amicizia, condividiamo gioie dolori, feste e tante di quelle cose che difficilmente posso elencare. Siamo fratelli acquisiti, ognuno darebbe la propria vita per l altro. Questo è sicuramente un aspetto fondamentale, perché ci fa capire che non è soltanto il rapporto di sangue che ci lega a una persona, ma ci sono aspetti culturali e di altro genere, che sono di fondamentale importanza. La famiglia non ce la scegliamo noi, gli amici si, e questo dimostra come la via biologica non è la sola che ci rende legati a una persona. Matteo Colafrancesco

mariagiulia mattozzi ha detto...

Quante volte ci capita di dire alla propria migliore amica ( nel mio caso) : sei come una sorella! Questo perché si instaura una rapporto profondo e sincero che va oltre qualsiasi legame di sangue. Ci sono parenti che vedi solo a natale o a pasqua eppure sono meno "famiglia" di quanto lo sia una persona che con te non ha legami di sangue. Una mia amica è stata adottata, non conosce i genitori che l'hanno concepita. Allora deve considerare questi estranei come mamma e papà? Assolutamente no. I suoi veri genitori sono quelli che l'hanno cresciuta, fatta sentire protetta e al sicuro. Quindi ogni legame nella vita va oltre qualsiasi parentela. Non serve il sangue per sentirti unito a qualcuno.

Silvia Della Bella ha detto...

Pensare la parentela come un concetto sconnesso con il rapporto sanguigno è un'idea che, teoricamente, non si sposa con quella che è la nostra rete di significati. Eppure, al di là di qualsiasi teoria o pensiero, paradossalmente, ognuno di noi deve riconoscere che, nella maggior parte dei casi, ci troviamo a vivere una realtà dalla quale emerge tutto l'opposto. È come se continuassimo a nuotare per inerzia in direzione della corrente, pur essendo consapevoli che la verità che ci ostiniamo a rincorrere e raggiungere, si trovi dalla parte opposta, ma comunque cerchiamo di conformarci a ciò che ci viene insegnato fin da piccoli, seguiamo delle "regole" prestabilite, per cui è come se ognuno di noi si sentisse in dovere di accettare e di considerare indiscutibili, determinati "schemi" imposti dalla società nella quale viviamo. Sotto la superficie però, tutti siamo disposti a mettere in discussione l'oggettività di tali teorie. Sembrerebbe "innaturale" pensare al rapporto instaurato con un nostro genitore come un "prodotto culturale", eppure, come nel mio caso, spesso siamo pronti ad ammettere che ciò che ci lega ad un amico o a qualsiasi altra persona biologicamente estranea a noi, è molto più forte e autentico.
Nella mia esperienza personale, ho avuto modo di verificare la veridicità di tutto questo dal momento che, nonostante il rapporto ottimo che vivo con la maggior parte dei miei parenti, nutro un affetto maggiore nei confronti di persone con le quali non ho un vincolo biologico piuttosto che con altre con cui, secondo il pensiero comune, si instaura un legame palesemente indiscutibile dal momento in cui nasciamo, come quello con un genitore.
Questo perché il concetto di parentela come legame biologico altro non è che un elemento aggiunto alla lista di tutto ciò che l'uomo acquisisce culturalmente e NON una nostra componente INNATA.

Miriam D'Ascenzi ha detto...

La differenza tra un parente e un amico sta nel fatto che la parentela dipende dal caso e l’amicizia dalle scelte. Bisogna fare attenzione però perché anche quello che noi pensiamo appartenga all’ordine naturale, e quindi la parentela, è in realtà socialmente costruito. Infatti non è sufficiente il legame biologico per essere considerati genitori. C’è bisogno di qualcos’altro, del legame culturale.
Credo che ognuno di noi consideri zia/zio o sorella/fratello una persona che in realtà non ha nessun legame biologico con noi. Questo perché un parente è colui che ci sta accanto, che si prende cura di noi e su cui possiamo sempre contare. Io ad esempio considero miei zii i testimoni di matrimonio dei miei genitori. Questo perché passavamo molto tempo insieme, a natale mi facevano sempre dei piccoli regali ed essendo sempre presenti nella mia vita, fin dalla nascita, io li ho sempre considerati degli zii. Adesso le loro figlie, che hanno 8 e 10 anni, mi considerano una loro cugina a tutti gli effetti. Mi chiamano sempre per andare a stare con loro e giocare insieme. Anche queste bambine chiamano zia e zio i miei genitori. È come se fossimo una famiglia “allargata”, nel senso che ci consideriamo tutti parenti anche se tra noi non c’è alcun legame biologico. Un altro legame per me importante è quello con una mia cara amica con cui sono cresciuta insieme. Lei per me è una sorella. Ci siamo conosciute all’età di 5 anni e da quel momento non ci siamo mai separate. Viene a casa mia, dorme da me e ormai anche lei fa parte della mia famiglia. Mia madre sostiene che lei è la sua figlia acquisita. Quando ci sono dei pranzi in famiglia, dei compleanni, lei è sempre invitata perché è considerata da tutti un componente della nostra famiglia.
Quindi, noi tendiamo a considerare parenti non solo coloro con cui abbiamo un legame biologico, ma anche coloro che per noi possono ricoprire il ruolo di parente.

Giada Giorgi ha detto...

Se è vero che ci si rende conto di fare realmente antropologia solo quando ci si trova scossi, come lei dice, beh...credo di star capendo l’antropologia. Ad ogni lezione, di colpo, la lettura del mondo mi viene mostrata attraverso strumenti che non avrei mai creduto e ciò provoca in me un certo senso di smarrimento. Quest’ultima lezione ci ha mostrato come la parentela sia la necessità di avere delle relazioni da considerare sacre e imprescindibili, niente di più e niente di meno, con tutte le connotazioni che questa necessità determina nelle varie culture.
Riconsiderando questo aspetto nella mia vita, devo dire che mi si son fatte chiare molte cose che consideravo incomprensibili.
La mia famiglia è costituita da mio padre e mia madre, che sono separati ma si vedono praticamente ogni giorno. Nonostante mio padre abiti in un’altra casa, sente il bisogno di avere un nucleo intorno, così viene spesso a casa mia e fa favori alle figlie ed alla ex-compagna. Questo è perchè mio padre è stato rifiutato dal nucleo familiare di origine (padre e madre), con il quale non ha intrattenuto rapporti negli ultimi trent’anni. Fino a qualche tempo fa, la mia famiglia era di stampo matrilocale. Mia madre, dopo essersi sposata, è restata in casa con mia nonna e mio padre è andato ad abitare con lei. Il corpus familiare era, in qualche modo, unilineare, precisamente matrilineare: io pur avendo cugini da parte di padre e di madre (mio padre ha tre fratelli con i quali mantiene un rapporto distante ma buono, mia madre una sorella), ho avuto contatti solo con mia zia materna (con la quale mia madre e mia nonna gestivano un’attività di caffetteria) ed i figli di mia zia.
All’età di sedici anni ho deciso di andare a conoscere mio fratello da parte di padre (che, in seguito ad una separazione tra mio padre e la sua prima moglie, è restato a casa con i miei nonni paterni). Ho stabilito un rapporto con lui, tuttavia con estrema difficoltà e non lo considero propriamente un fratello. I miei nonni paterni, che ho conosciuto in tarda età, non mi considerano una nipote. E’ interessante pensare come mio padre subito dopo il matrimonio abbia perso quasi del tutto i contatti con la famiglia d’origine (non si vedono neanche per le feste) e come invece abbia intessuto relazioni molto strette con la famiglia di mia madre: infatti, sul letto di morte del marito di mia zia materna, quest’ultimo gli ha fatto promettere di prendersi cura dei figli come se fossero suoi.
Al giorno d’oggi, la situazione è ingarbugliata, poiché in seguito a forti litigi mia madre e sua sorella non si parlano più, ma nonostante tutto, mio padre continua a svolgere approssimativamente il ruolo di padre e marito sia in casa mia che in casa di mia zia. Peraltro, la casa in cui abita mia zia materna è di proprietà di mio padre, mentre lui abita in un altro posto, per cui paga l’affitto. Questo mi fa molto riflettere circa alla necessità di ognuno di noi di avere dei legami necessitanti.
Al momento, i rami di parentela da parte di madre e di padre sono stati tagliati, li considererei quasi dei rami secchi.
Ho una madrina ed un padrino di battesimo amici dei miei genitori, che ho scelto io (sono stata battezzata all’età di otto anni), ecco, loro si comportano come dei veri zii: ci sono sempre ad ogni festeggiamento e sono le persone più di fiducia rispetto alla famiglia.
Parlando della nuova generazione, ossia della mia: ho un’amica che conosco da quando avevo sei anni, la cui madre era migliore amica di mia madre. Sono sicura che qualora dovessi avere delle prole, lei sarebbe la “zia non zia” di cui abbiamo parlato a lezione.

Letizia Del Gizzi ha detto...

Essere parenti non significa che si ha per forza un legame stretto con tutti, si può essere legati anche a persone esterne che non hanno alcun legame biologico con te. Nella mia famiglia, per esempio, ho un legame stretto con mia cugina, ci consideriamo sorelle fin da quando ero piccola e ho un bellissimo rapporto con i suoi due bambini, in particolare con la femminuccia, la considero la mia figlioccia. Quando la bambina era piccola, mia cugina me la lasciava tranquillamente per tutta la mattina e così è stato per qualche anno, infatti la bambina mi chiama “tata” come nomignolo affettuoso invece di chiamarmi per nome o zia (visto che di zii ne ha già tanti). Ho un bel rapporto con una ex collega di mia madre che ha l’età di mia nonna, l’ho sempre considerata una terza nonna, quando ero piccola mi portava alle giostre mentre mia madre lavorava, mi ha sempre chiamato ai compleanni e anche all’onomastico (cosa che non fa mai nessuno). In famiglia possono esserci anche parenti con i quali non si hanno rapporti: per esempio con mio cugino, sempre stato indipendente da tutto e tutti, non ho alcun rapporto. Ci vediamo alle cene delle feste che passiamo in famiglia ma finisce lì, non c’è alcun scambio di chiamate o sms. Poi ci sono gli amici che possono essere considerati dei parenti che puoi sceglierti, ci sono amici con i quali instauri un rapporto così profondo da considerarli parte della famiglia, fratelli o sorelle addirittura. Con i parenti, di solito, si è quasi obbligati a mantenere un rapporto solo perché si è parenti e non perché ci sia davvero, con persone esterne, che siano amici dei genitori o nostri, si può effettivamente instaurare un rapporto che può essere più forte di qualsiasi rapporto con un parente.

Alice Dionisi ha detto...

La differenza tra le relazioni assegnate e quelle volute può essere molto marcata e mi pare di capire che molti di noi hanno parenti di sangue che non considerano tali, mentre sentiamo molto più vicine persone con le quali abbiamo arbitrariamente deciso di condividere vari aspetti della nostra vita. Io infatti non sarò l'eccezione, potrei riportare diversi esempi di parentela sanguigna con i quali non ho nessun rapporto o quasi: con i miei cugini non parlo da anni a causa di un litigio che coinvolse anche i miei zii. Oggi l'unico di loro che saluto e con cui intrattengo conversazioni quantomeno civili è mio zio essendo stato tendenzialmente neutrale nella vicenda, ma trovo profondamente ingiusto considerare più vicini loro di un qualunque amico solo per una questione puramente biologica. Mia zia non è mai stata molto presente nella mia vita ed è forse anche per questo che la "separazione" non è stata poi tanto difficile. Al contrario la madre del mio ragazzo che ormai conosco da anni è per me concettualmente molto più zia di quanto non lo fosse quella vera, così come il figlio degli amici di famiglia è per me molto più cugino dei miei veri cugini. Posso fare un esempio molto pratico di come io senta particolarmente la differenza tra i due tipi di relazioni della quale parlavo. Sono molto legata ai miei animali domestici e quando è capitato di dovermi assentare da casa, nonostante la famiglia di mio zio abiti di fronte casa e abbiano un ampio giardino, ho preferito lasciare il mio cane e i miei coniglietti dalla mamma del mio ragazzo -in un ambiente magari un po' più ristretto- che abita comunque dalla parte opposta della città, ma consapevole che non mi sarei mai preoccupata di nulla. Può essere una dimostrazione sciocca ma è una cosa a cui tengo molto e che evidenzia l'abbondante differenza che può esistere tra parenti biologici e relazioni simil-parentali sociali, nonchè la mia frustrazione nei riguardi dell'imposizione di una gerarchia che non rispecchia per niente la mia effettiva vicinanza alle persone che mi circondano.

Lorenzo Natella ha detto...


Ho una rete di relazioni per via della militanza in un'associazione, che in parte si accavalla con alcune relazioni parentali "ascritte", per cui posso misurare abbastanza bene la distanza e l'intersezione tra le due reti di relazioni sociali. Mia sorella e mio padre condividono con me entrambe le sfere di relazioni, quella obbligata della parentela e quella "scelta" della militanza. La mia ragazza appartiene alla seconda sfera di relazioni, ma mano mano che la relazione amorosa va avanti il confine si appiattisce: Forse il concetto di "fidanzamento in casa" nella nostra cultura spiega bene la sottigliezza e l'artificiosità del confine culturale tra i due ambiti. A parte rare eccezioni (tra cui il sottoscritto) il gruppo è tendenzialmente esogamico per quanto riguarda la scelta di partner affettivi, mogli e mariti, fenomeno che comporta spesso l'ingresso di nuovi militanti. Un particolare interessante riguarda il nucleo più antico dell'associazione, di persone della mia generazione, che sono figli/e a loro volta di un nucleo di compagni che facevano parte di un gruppo politico-sociale precedente, le cui famiglie hanno a loro volta tutte un'origine nel movimento operaio-sindacale. Questo riproduce vagamente il sistema di "lignaggi" e "clan" visto a lezione, dove si tramanda - involontariamente - l'eredità di appartenenza nel gruppo in quanto tale. Come succede in molti gruppi simili in tutta Italia, gli antenati delle singole famiglie ("il nonno partigiano", "il bisnonno anarchico" ecc.) sono chiaramente riscontrabili e ognuno dei miei compagni può risalirvi con precisione, mentre tutti i membri del gruppo, anziani e giovani, ma anche i nuovi affiliati per effetto della circolazione di valori culturali, condividono involontariamente la presenza di antenati "mitici", locali e circoscritti, che non ci legano per parentela ma per ideologia, appartenenza, geografia, ritualità (ad es. la vecchia sezione del Pci, o i padri fondatori del movimento ecologista romano, tutte entità astratte con un certo valore "totemico"). Di conseguenza, anche grazie al forte accavallamento tra le nostre reti familiari e le reti sociali pubbliche, il gruppo nel suo insieme si comporta come un gruppo ancestor-focus molto più che ego-focus, dove però l'antenato è sempre un insieme di entità collettive e mitizzate. In pratica, io percepisco fortemente l'eredità dal mio antenato X che faceva parte del movimento comunista nel dopoguerra, ma anche quella dall'antenato Y di un qualsiasi mio compagno (non parente), con il quale X condivideva la militanza nei tempi passati, ma non ha legami parentali con me; allo stesso modo percepisco più forte l'eredità da un qualsiasi antenato mitico del gruppo (per esempio, boh, Antonio Cederna) piuttosto che da un mio reale antenato Z totalmente estraneo a questo universo culturale cui fa riferimento il mio attuale gruppo.

Ps. Oddio, aver dissezionato così le mie relazioni quotidiane ammetto che è come una doccia fredda! Non siamo davvero abituati a mettere in discussione così chiaramente i nostri vincoli parentali, che diamo come naturali. Ma la realtà delle nostre relazioni è parecchio diversa da quanto crediamo, e porle sotto uno sguardo lucido con gli strumenti giusti, devo dire che è un esercizio utile per capire meglio tante cose... Spero comunque di aver colto il senso della domanda e di essere stato chiaro.

Lorenzo Natella

Eva Sara Donnini ha detto...

Credo che non esistano società che non abbiano elaborato regole per gestire i rapporti tra genitori, figli, parentele e per la scelta dei partner. Ancora oggi, alcune società, comunemente definite “primitive” o “non evolute”, presentano sistemi di parentela estremamente complessi e difficili da comprendere anche per l’antropologo più attento. In tutte le società, infatti, vigono eterogenee regole sociali comunemente accettate che regolano i rapporti di discendenza, di coppia, di affinità. Le relazioni di parentela affondano le radici nella natura biologica della riproduzione ma non possono certo ridursi ad una singola dimensione. Anzi, i loro intrecci sono generalmente molto complessi. Per ciò che mi riguarda, devo ammettere che esiste uno scarto piuttosto netto tra la mia rete di parenti biologici e quella delle mie relazioni sociali. La prima è infatti una rete notevolmente “chiusa” che nel corso del tempo ha creato, a volte, anche delle barriere tra coloro che ne fanno parte e coloro che ne sono al di fuori. Posso assimilarla ad una sorta di “rete” di protezione” dai pericoli esterni, che in realtà ben poche volte si sono rivelati tali. In definitiva, insomma, credo che il vincolo della consanguineità tenda a conservare la sua supremazia e a rendere problematici i contatti con chi non fa parte del "clan". Tuttavia, ciò non ha impedito alla mia rete di relazioni sociali di espandersi e di creare, grazie alla comunanza di interessi e di passioni, un luogo alternativo all’espressione della mia libertà e della mia creatività.

Eva Sara Donnini

Ilaria Campaniello ha detto...

Dal momento che l'uomo non basta a se stesso, è necessario definire una condivisione dell'essere, condivisione che si esplica all'interno della fitta trama di legami culturali. Questa accezione culturale, questa significazione, è la cornice in cui bisogna inquadrare tanto le relazioni sociali, quanto quelle ritenute biologicamente impostate.
Dunque, è possibile asserire che non è il legame biologico a determinare la pratica sociale, ma bensì la volontà sociale di legittimare quella pratica mascherata da legame biologico.
Ad esempio, ci risulta quasi naturale, sin da bambini, attribuire il titolo di "zia", a figure che fanno parte della nostra vita, della nostra cultura, senza condividere con loro alcun legame biologico.
Personalmente, ho sempre chiamato "zia" la migliore amica di mamma. Non mi sono mai posta il problema del mancato legame biologico, poiché è sempre stato un rapporto così profondo e naturale, da cancellare i confini meramente mentali della parentela.
Stessa cosa è accaduta con la mia migliore amica. Ci conosciamo dai tempi dell'asilo, abbiamo condiviso tutto insieme : cene, giochi, letture di racconti ad opera dei miei o dei suoi genitori, emozioni, sensazioni..e l'elenco potrebbe continuare all'infinito. Siamo cresciute insieme, anno dopo anno, come due vere e proprie sorelle biologiche.

Federico Pomponi ha detto...

Benchè, nello specifico, si stesse affrontando un tema differente, ovvero il fatto che le culture non siano "pacchetti distinti" e non sovrapponibili, e che può esserci molta più intesa ed affinità tra due persone nate e cresciute in contesti socio-culturali differenti, piuttosto che tra due abitanti sotto il medesimo tetto, sovviene anche a me alla mente l'esempio della nonna trasteverina, della badante ucraina e del nipote ultras. La nonnina ha molto più da spartire con la badante che con il nipote, nonostante il legame di sangue che li unisce, a conti fatti potremmo definirli poco più che due estranei. ciò ci fa capire la fragilità dei rappoeri di parentela, che molto spesso non assolvono il ruolo di necessità cui la cultura li ha "obbligati". Va in tal modo delineandosi uno scarto sostanziale tra queste relazioni sociali ascritte e quelle da noi create e volute, le simil-parentali che sopperiscono alla mancanza causata dalle prime: è così che ognuno avrà una "finta zia" più zia di quella vera e così dicendo. Magari anche la suddetta nonna trasteverina, andando a fare la spesa, potrebbe imbattersi in un giovine che col tempo andrà davvwero a considerare suo nipote. Anche nella mia personale esperienza, concludendo, è presente questo scarto, data l'innumerevole quantità di "parenti" culturalmente acquisiti che mi sono stati sempre accanto, e che solo crescendo ho imparato a distinguere come tali. Però questa distinzione, per me, resterà sempre e solo una mera formalità.

Flaminia Donnini ha detto...

La famiglia è un’entità talmente diffusa nella nostra società da essere citata anche nel primo comma dell’art. 29 della nostra Costituzione: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Se ciò è accettabile da un punto di vista legislativo, da un punto di vista antropologico ci sarebbe molto da discutere, stante la notoria difficoltà della definizione del concetto di famiglia. In alcune società, infatti, la parentela non sembra assumere affatto il carattere di relazione normativa tra gruppi di discendenza. In altre, pur in presenza di un sistema di gruppi di discendenza strutturati, le pratiche della parentela sembrano rispondere a logiche ed esigenze diverse da quelle dichiarate dalla struttura della discendenza. Relativamente al mio caso, devo dire che la rete di parenti biologici, specialmente quella da parte di mio padre, è piuttosto estesa. Purtroppo alcuni li conosco appena ed altri non li conosco affatto, anche a causa della lontananza geografica. Non saprei dire se formano un “clan” o qualcosa di analogo, a causa di una notevole frammentazione dei rapporti. E’ certo che tra questi rapporti di parentela e la mia rete di relazioni personali si è creato un ampio “gap”, anche generazionale. Le mie relazioni sociali sono infatti improntate, oltre che ad una vicinanza logistica e di interessi, a profondi sentimenti di amicizia e legami che durano da molti anni. Come si può notare, esiste quindi uno scarto rilevante tra le due reti che, nel corso del tempo, hanno presentato ben pochi punti di contatto.

Flaminia Donnini

Matteo Cimaroli ha detto...

Molto spesso nella mia famiglia si usa definire zio, una persona che lo è di sangue. Tuttavia, mi è capitato di sentire anche chiamare "zio" una persona che non lo era. Un esempio di questo tipo, personale, è quando tra amici ci si chiama "zi'". Non me ne viene in mente un altro. Come evidenziato nella lezione, spesso i legami anche non sanguigni, nascono perchè o servono oppure sono il risultato di un legame affettivo, perciò la parentela non ha niente di precostituito.

Giuliamaria Casella ha detto...

Mia madre non ha mai avuto un padre. Non che fosse morto, almeno non fino a qualche anno fa, ma semplicemente non è mai stato presente. È andato via dall’Italia dopo poco che nascessi e, di conseguenza, non l’ho mai conosciuto veramente. Non sapevo nemmeno fosse lui mio nonno “biologico” finché, all’incirca all’età di dieci anni, non mi è stato spiegato. Quello che chiamavo nonno non era lui, ma il compagno di mia nonna, ormai anche lui defunto. Sicuramente mi sentivo, e mi sento tutt’ora, più legata al compagno di mia nonna rispetto a quello che dovrebbe essere stato mio nonno effettivo. Mentre per mia madre è stato più un padre il fratello del padre, ovvero lo zio, con cui si sente con piacere tutt’ora.
Mi viene poi in mente il mio migliore amico, che per me è veramente come un fratello. Fin da piccola ho sempre passato tantissimo tempo a casa sua, e abbiamo anche fatto lo stesso liceo. Siamo sempre stati quelli che chiamano “pappa e ciccia” o addirittura “culo e camicia”. Inoltre stando molto a casa sua, ho legato talmente tanto con sua madre da diventare per me come una seconda madre, che infatti si prende cura di me. Difficilmente la chiamo per nome, per me lei è “mami”. Non che mi manchi una madre, anzi, mi trovo molto bene con quella che è mia madre “biologica”, ma dopo un po’ mi è venuto automatico chiamare “mami” la madre del mio migliore amico.
Questo dimostra quanto un legame di sangue non corrisponda ad un legame effettivo, ma che, in un certo senso, siamo noi a scegliere la nostra parentela.

Mario Sancamillo ha detto...

Ognuno di noi può dire di avere zii che non sono biologicamente nostri zii, oppure fratelli/sorelle che in realtà sono nostri cari amici. Ci siamo sempre fermati all'idea che un parente è solamente colui con cui si hanno legami familiari, naturali, biologici. Se però ci soffermiamo a riflettere su questo argomento, scopriamo che questo vincolo biologico o naturale può essere superato culturalmente. Ovvero, la parentela si può intendere anche in termini sociali.
Da quando avevo pochi mesi fino a che non sono cresciuto, a causa del lavoro dei miei genitori, sono sempre stato con una baby-sitter (che tra l'altro abita sotto casa mia). Con lei e con la sua famiglia in generale ho instaurato un rapporto simil-parentale, perché avendoci passato la mia infanzia insieme la considero come una seconda famiglia. Questa "seconda mamma" la chiamo ancora col nomignolo che usavo da piccolo, mentre mia sorella chiama lei e suo marito zii. O ancora un altro esempio derivato dalla mia vita : i miei padrini di battesimo. Abitiamo nello stesso palazzo e perciò li vedo tutti i giorni. Essendo anche cari amici dei miei genitori, in passato abbiamo condiviso tanto (dalle cene di capodanno, alle vacanze estive insieme...). Quando li vedo, li saluto sempre con l'appellativo "zio/zia", perché mi è talmente naturale che chiamarli solo per nome mi farebbe strano. Con loro non ho rapporti di parentela biologici, ma sociali/culturali, perché comunque c'ho passato praticamente tutta l'infanzia insieme.
Rispetto ad alcuni parenti biologici con i quali non ho un propriamente un bel rapporto, con loro invece mi trovo molto meglio, mi viene più "naturale" starci insieme e parlarci. Lo stesso vale per i miei cugini e i miei amici. Anche se sono figli della sorella di mia padre, non vedendoli spesso (abitano in città, mentre io in paese), mi trovo meglio a stare con i miei amici piuttosto che con loro. Uscendo tutti i giorni insieme, condivido molte più cose con i miei amici che con i miei cugini. Tant'è che a volte ci salutiamo con gerghi familiari ("fratè" ad esempio), anche se non facciamo parte della stessa famiglia.
Questa è la prima volta che ci rifletto attentamente su. Tutto ciò fino ad ora lo avevo dato per scontato, e mai sono andato a fondo della questione, mai mi sono chiesto "ma perché mi viene da chiamarla zia anche se non lo è?". Questa lezione mi ci ha fatto pensare, l'antropologia mi ci ha fatto riflettere, e qualsiasi cosa che diamo per scontato in realtà ha un fondamento razionale.

Mery Mastandrea ha detto...

1) Abbiamo compreso a lezione come la parentela, nonostante ci sembri "l'ovvio delle relazioni sociali", è invece un altro elemento culturale, un altro segno del sistema culturale in cui siamo immersi.
C'è un detto che dice: "gli amici sono la famiglia che ti scegli!"
Siamo da sempre nella nostra cultura portati ed abituati ad imporre una distanza da quella che riconosciamo come essere la nostra famiglia poichè legata a noi da vincoli di sangue, e il resto delle persone che ci circondano.
Ma questa distanza quanto è reale e quanto invece immaginaria?
E' davvero la consanguineità che può stabilire il nostro grado di relazione con gli altri?
Indubbiamente la famiglia e i parenti rappresentano elementi di fondamentale importanza nella vita di una persona, allo stesso tempo però ognuno di noi, tutti i giorni interagisce con tantissime altre persone "gli sconosciuti" e con altre invece che conosciamo e con le quali probabilmente condividiamo diverse cose.
La condivisione appunto rappresenta una questione importantissima!
So per certo che condivido molte più cose (interessi, gusti, ambiti di riflessione, modi di pensare, esperienze) con delle mie amiche piuttosto che con le mie zie; ho molto più piacere nel trascorrere del tempo con loro che con i parenti che vedo solo durante le feste di famiglia, questo perchè essenzialmente le mie amiche sono quelle persone che in qualche modo io ho scelto, ed un legame è più forte tra persone che si scelgono a vicenda e liberamente piuttosto che tra persone che condividono solo qualcosa del loro patrimonio genetico e si trovano così ad essere legate-imparentate tra loro.
Fuori dal vincolo di sangue possono crearsi relazioni bellissime, questo perchè una relazione di questo genere non viene imposta ma liberamente scelta, ed è inoltre soggetta a potersi concludere in qualsiasi momento, e sono proprio queste caratteristiche che la investono di un maggior valore.
Ad ogni modo penso che sia importante saper apprezzare sia da un lato i parenti, con i quali se non condividiamo interessi, almeno abbiamo una storia in comune ossia la storia della nostra famiglia; e dall'altro stringere legami "al di fuori", con coloro che se non condividono il nostro stesso sangue, condividono con noi molte più cose (interessanti)!

giulia morè ha detto...

Nella vita quotidiana tendiamo ad attribuire termini che in genere si usano per i membri della famiglia a persone con cui, in realtà, non condividiamo legami di sangue, ma verso i quali sentiamo un profondo legame affettivo.
Ad esempio da piccola spesso chiamavo "zio" e "zia" degli amici d'infanzia dei miei genitori e, in particolare, la famiglia del miglior amico di mio padre con cui passavo molto più tempo rispetto ai miei zii naturali.
Ancora oggi chiamo "nonna" la tata che avevo quando ero bambina, che mi ha accudita e cresciuta come se fossi stata davvero sua nipote. Con mia "nonna" ho ancora un bellissimo rapporto, nutro verso di lei un affetto sincero, spesso la vado a trovare e ho un instaurato un bel rapporto anche con la sua famiglia,al punto che sua nipote la presento ai miei amici come mia "cugina" e non come un'amica.

giulia lucia ha detto...

Non sempre una parentela biologica é più forte di una relazione simil-parentale, personalmente posso parlare del rapporto tra me e mio fratello rspetto al rapporto che unisce me e la mia migliore amica. Seppure tra me e mio fratello c'é un rapporto di sangue e viviamo nella stessa casa non c'é mai stato un confronto, non abbiamo mai condiviso alcune gioie o dolori insieme, non c'é mai stato un contatto fisico (abbracci o baci) non so da cosa sia dovuto tutto ciò dato che siamo fratelli biologici, ma penso dagli anni di differenza che ci sono tra me e lui che non sono pochi (7 anni) e magari i differenti interessi che non legano persone di sesso opposto. Al contrario seppure la mia migliore amica non sia una mia parente biologica per me é come se fosse una sorella, siamo complici, ci raccontiamo tutto, ci diamo buoni consigli ecc.. e quindi penso che un legame così forte esista tra persone legate biologicamente e non.

Filippo Scafoletti ha detto...

Scafoletti Filippo Maria

Pensando ad uno scarto che intercorre tra i miei parenti biologici ed altri individui che nel corso della mia vita sono venuto a conoscere mi vengono in mente diversi esempi. La differenza dei rapporti umani che si viene a creare tra un parente ed un amico può essere davvero profonda ad esempio. Il mio personale rapporto che ho con diversi miei cugini risulta molto debole se paragonato a quello che intercorre con diversi miei amici. Il legame che mi unisce a certe persone può a tutti gli effetti essere definito come culturale, in quanto sono le abitudini e gli interessi in comune che ci legano così tanto. La rete di contatti composta dai figli dei figli delle sorelle di mia nonna invece (i miei cugini di secondo grado) per quel che mi riguarda è abbastanza fragile, ciò dimostra come il legame di sangue che comunque ci lega non significhi molto in termini di comprensione e sintonia. Alcuni tra i miei stessi cugini sono però a loro volta molto legati tra loro, altra dimostrazione del fatto che le reti di significati possono variare da persona a persona, indipendentemente dal legame che le unisce.

Alessia Mauri ha detto...

La parentela, che nel nostro immaginario consideriamo qualcosa di naturale e biologico, è in realtà un caso specifico della condivisione dell'essere. L'uomo è un animale sociale che ha bisogno di instaurare delle relazioni, e ne ha talmente bisogno che le varie culture selezionano alcune relazioni e le presentano come necessitanti, come fondamentali. Per renderci conto che queste relazioni non sono così necessitanti e che il legame biologico non è sufficiente, basti pensare che culture diverse selezionano relazioni parentali diverse; ma per rendercene conto possiamo anche restare nella nostra cultura: ci sono delle persone che chiamiamo “zia” ma che non hanno alcun legame biologico con noi (ad esempio io chiamo “zia” l'amica d'infanzia di mia madre che mi ha battezzata) e ci sono parenti che non si parlano più (si pensi a quanto sia faticoso organizzare i tavoli del ristorante per le cerimonie perché “zio Tizio e zio Caio non possono stare vicini, non si parlano neanche!”). Un altro esempio dell'insufficienza del legame naturale-biologico e della necessità di quello sociale-culturale, è testimoniato dal rapporto che ho con i miei cuginetti di secondo grado (figli di cugini e cugine di mio padre): ne ho 11, ma 2 di loro li vedo quasi tutti i week-end mentre gli altri 9 li vedo solamente durante le feste. Va da sé che con questi due cugini ho un rapporto più stretto, nonostante io abbia lo stesso legame di sangue con tutti.
Dunque ciò che (nel nostro immaginario comune) distingue i parenti dagli amici viene meno e lo scarto che li divide, se non si annulla, quantomeno si riduce sensibilmente. Tutti abbiamo quell'amico d'infanzia che abbiamo sempre considerato come un fratello o come un cugino oppure, viceversa, quel cugino che abbiamo considerato anche un amico (ad esempio io e mia cugina siamo coetanee e siamo sempre uscite insieme, con lo stesso gruppo di amici).

Alessia Mauri

Chiara Dell'Erba ha detto...

Ho sempre pensato, un pò superficialmente devo ammettere, alla famiglia come un qualcosa che si forma a prescindere da noi e nel caso in cui ciò non avvenga, è sentimento comune percepirlo come strano, o meglio, non rientrante nell'ordine naturale delle cose. Soffermandomi poi sulla mia situazione familiare e sociale mi è subito venuto in mente che i miei cugini chiamino "zia" la migliore amica di mia zia. Quando ero piccola non capivo e puntualmente chiedevo ai miei genitori il perchè dell'utilizzo a mio avviso improprio di quel termine. Solo ora, anche a fronte di ciò che è stato detto in classe, ho capito quanto i legami parentali abbiano solo in parte a che fare con il sangue, ma dipendano più strettamente dalla necessità umana di legittimare i legami sociali. Non a caso la mia migliore amica con cui condivido la vita da quindici anni a questa parte, è per me non più un'amica ma una sorella a tutti gli effetti per i ruoli che per me ricopre.
Chiara Dell' Erba

Camilla Antonini ha detto...

Sono cresciuta, come tutti noi, in un gruppo cognatico secondo un sistema ego-focus, in un parentado, dunque. Nel mio parentado non ci sono mai stati né il padre di mio padre, né quello di mia madre, deceduti prima che io nascessi. Il gruppo familiare è piuttosto esteso perché i miei genitori (e i loro genitori) hanno molti “siblings” (uso la terminologia inglese per essere certa di includere entrambi i sessi, fratelli e sorelle) ed è suddiviso in gruppi di residenza composti, in media, da quattro persone per ogni casa, formati secondo regole di neolocalità. Proprio perché siamo tantissimi, è sempre stato complicato mantenere rapporti frequenti con tutti e, sebbene siano tutti inclusi nel mio parentado, qualcuno, forse, lo è un po’ meno: d’altronde il bello di prendere coscienza del fatto che concepisco le mie parentele secondo un sistema incentrato su di me, ego, mi permette di avere zii più zii di altri. È altrettanto vero che il senso comune non mi permetterebbe mai di sposare uno zio solo perché lo sento meno parente di altri (e l’esogamia, nella nostra cultura, esclude il matrimonio con qualcuno del parentado), ma lo studio dei sistemi parentelari mi consente, senza dubbio, di dar voce a qualcosa che ho sempre sostenuto, ma che, effettivamente, non sapevo fosse possibile provare: il sistema culturale occidentale definisce ogni aspetto della mia esistenza ed esserne consapevole mi permette di scegliere e di staccarmene eventualemente (anche se, in realtà, mi piace molto la mia enorme famiglia biologica, quasi nella sua totalità). Alla luce di ciò, mi è lecito pensare che il mio ragazzo, col quale - senza andare ancora contro-cultura - condividerei un tipo di residenza neolocale nonostante le disastrose condizioni economiche, sia la mia famiglia anche se non ci vivo insieme, anche se non fa parte del mio parentado grazie ad un contratto matrimoniale. Mi è permesso ritenere con convinzione che la mia migliore amica e il mio migliore amico, che tra l’altro formano una coppia, siano anche loro parte di questa famiglia in qualità di miei fratelli, spiritualmente più vicini a me di chiunque altro, e che i nostri eventuali figli possano considerarsi parenti o possano non farlo, qualora non dovessero piacersi.

Ciro del Covillo ha detto...

Avendo io raggiunto una certa età, mi trovo già a vivere una famiglia cosiddetta nucleare, in cui io sono il padre, in cui ho ovviamente una moglie ed in cui abbiamo avuto due figlie.
Vivendo questa condizione, mi trovo ad avere dei suoceri, dei cognati/e, dei nipoti, insomma tutto quel parentado con cui intrattengo vincoli di consanguineità e di colleganza parentale di non sanguineità poichè ho contratto matrimonio.
Questo tipo di famiglia presenta già di per se un gran numero di persone, tra nonni, zii diretti e cugini diretti.
Per quanto riguarda la mia famiglia nucleare precedente, quella in cui io vestivo i panni del figlio, questa era composta dai miei genitori, le due mie sorelle e me.
Sebbene mia madre sia ebrea statunitense (non praticante e di genitori ebrei-veneti emigrati all'estero nel 41 e di classe decisamente operaia), non è stata soggetta a ciò che il professore ha definito "endogamia", poichè i miei nonni, ovviamente ebrei anch'essi non le hanno imposto alcuna regola a tal riguardo, per cui ha potuto liberamente sposare mio padre, a sua volta di padre spagnolo e madre napoletana e di famiglia profondamente cattolica e con discendenze nobiliari (ma in realtà lui ateo!).
Già l'estrazione sociale delle famiglie dei miei genitori era totalmente differente, come anche i paesi di provenienza e l'ambiente in cui sono cresciuti.
I miei nonni materni e parte degli zii materni sono tornati in Italia e con loro ho avuto modo di vivere rapporti stretti, mentre con quelli rimasti negli States, molto meno, tanto da non usare l'appellativo zio/zia quando ci incontravamo e chiamarli soltanto per nome.
Di contro ho usato l'appellatico zio/zia per chiamare alcuni amici strettissimi dei miei genitori con cui non avevo alcun vincolo di parentela, ma che ricordo al mio fianco fin da quando ne ho memoria e definire "cugini" i loro figli quando mi capitava di presentare questi ultimi a terze persone.
Essendo i miei nonni paterni venuti a mancare quando ero molto giovane e avendo mio padre un legame debole con la sua famiglia nucleare, i vincoli di parentela della famiglia paterna l'ho mantenuti con grande difficoltà e si sono diradati con estrema velocità, tanto da non frequentare nessun membro della famiglia di mio padre da lungo tempo.
Attualmente mi trovo a vivere in prima persona una situazione analoga a quella che ho avuto con la famiglia di mia madre, dove ho una sorella sposata con un tedesco che vive in Germania e i cui figli mi chiamano solo per nome, senza adottare l'appellativo "zio" mentre ho cari amici che frequento da tanto tempo i cui figli mi chiamano zio e che le mie figlie a loro volta chiamano zii.
I figli dei miei amici inoltre sono a loro volta molto legati alle mie figlie e si vivono quasi come se fossero legati da un vincolo di parentela, frequentando la stessa scuola, praticando la medesima attività sportiva e giocando assieme fin da quando erano in fasce.
Come menzionato a lezione, i vincoli di parentela "naturale" nel tempo si sono diradati lasciando il posto a vincoli di parentela "non naturali" ma che all'apparenza appaiono come tali, tanto da creare spesso confusione nelle terze persone che ci osservano per la prima volta e sentono le mie figlie chiamare "zio" un mio caro amico, mentre chiamano per nome mia sorella che dovrebbe essere la loro "zia" vera e propria.
Le mie figlie inoltre usano l'appellativo "zia" per chiamare una nostra vicina di casa anziana con cui non abbiamo alcun vincolo di parentela, ma che loro vedono come tale semplicemnte perchè la vivono quotidianamente.
I vincoli di parentela "naturale o diretta" si sono fusi con quella "non naturale o indiretta", creando nelle mie figlie (ma forse crescendo anche in me) ben poche differenze tra le due e non dando alcun significato al legame di sangue quanto a quello puramente sentimentale e affettivo.

Alessandra Marcelli ha detto...

ALESSANDRA MARCELLI

“I figli sono di chi li cresce”, sento spesso dire. E, ammetto, condivido appieno. Nel nostro immaginario, infatti, noi consideriamo la parentela come un fatto biologico e naturale, intendendola come l’insieme dei rapporti sociali intercorrenti tra individui che sono, o si ritengono, consanguinei. Definiamo la parentela come qualcosa di ovvio, di scontato nel modo più assoluto, ma non sempre è cosi. A quanti è capitato di definire la migliore amica come una “sorella”, o di chiamare “zio” l’amico di famiglia? A chiunque, o almeno alla maggioranza. Ed ecco che in questo momento la componente culturale subentra a quella naturale, ed ecco che i “parenti”, comunemente intesi, iniziamo a sceglierceli. Parlando per esperienza personale, ho degli zii di sangue che condividono con me il solo legame biologico; al contrario, sono circondata da persone che sono quanto più distanti da me dal punto di vista naturale, ma che ritengo parenti per la vicinanza e la presenza dimostratemi, di giorno in giorno.

Ilenia Scaccia ha detto...

1: La parentela è un sistema di segni. Bisogna capire, quindi, che la parentela non è solo un legame biologico, perché il legame biologico non è sufficiente e né necessario (pensiamo all'adozione o all'abbandono dei figli). Un esempio significativo di distinzione tra parenti biologici (fratelli, genitori, nonni, etc.) e simil-parenti sociali si verificava trenta anni fa nel nostro paese e avveniva nel momento in cui due persone di sesso opposto si sposavano e la moglie andava a vivere a casa del marito dove c’erano la suocera e il suocero. La moglie dal primo giorno in cui entrava in casa chiamava i genitori del marito come: “mamma e papà”, considerandoli come i propri genitori. Questo avveniva per portare rispetto alle persone che l’avevano accolta in casa.

Andrea Martini ha detto...

1) PRIMA PARTE
Nelle ultime lezioni abbiamo affrontato il tema della parentela, uno dei temi “sacri” dell’antropologia culturale, sia perché proprio questa è la scienza per eccellenza che indaga la parentela, sia perché l’analisi di questo “fenomeno sociale” permette di comprendere al meglio come le culture costituiscano reti di segni che hanno molto poco a che fare con il reale oggettivo, tantomeno con il naturale. Affrontando questo tema abbiamo potuto proprio provare che non c’è nulla di naturale, neanche nelle cose che pensiamo essere le più “naturali” possibili come appunto la parentela, come una serie di indissolubili e innegabili legami biologici. Con diversi esempi, come quello dell’adozione, siamo giunti alla conclusione che non solo nel mondo “esotico”, ma anche nel nostro sistema, non basta assolutamente il legame biologico per parlare di parentela, ma che c’è necessariamente bisogno di un legame culturale. Questo vale per tutte le culture, e tutte sono ossessionate dalla ricerca di un collante naturale: tutti gli uomini vivono in contesti sociali e intessono particolari rapporti tra loro, perché tutti sentono il bisogno di intesserli, necessariamente, obbligatoriamente. La cultura risponde proprio a questo particolare bisogno umano “inventando” la parentela, una serie di rapporti considerati fondamentali, dipendenti dalla cultura di riferimento appunto. Questo bisogno è detto condivisione dell’essere, e ogni cultura ha modi differenti di pensarlo ed esplicitarlo. Il punto fondamentale dello studio della parentela è quello di trovare quali siano le condizioni che ci permettono di dire “noi”, e di capire che i nostri “legami affettivi” che costituiscono la parentela implicano in realtà una serie di ruoli ed azioni ben delineate. Lo abbiamo compreso bene con l’esempio di ciò che noi indichiamo come “zia”, al di là del legame biologico, che è in realtà soltanto un velo con cui la cultura copre, maschera, traveste, una volontà sociale molto più forte che determina la pratica sociale: la cultura ha necessariamente bisogno di quel legame sociale al punto da inventarsi, simulare, un legame biologico inossidabile. Siamo andati poi a sondare altri aspetti molto “intimi”, che pensiamo essere nella nostra natura fino al midollo, come il matrimonio o l’amore, rendendoci conto che da sempre ha avuto la funzione di contratto sociale. Con una serie di tecnicismi poi, tenendo sullo sfondo la macro differenza tra sistemi parentali bilineari (come il nostro) e unilineari, siamo giunti alla fine di un lungo percorso che ci permette di abbracciare e fare nostra una visione diversa da quella che avevamo all’inizio di questa avventura: tutto ciò che abbiamo affrontato soprattutto in queste ultime lezioni ci ha sorpreso e a volte scandalizzato, proprio perché legati a una visione etnocentrica, al punto da dover rimischiare le carte in tavola e chiederci chi siamo veramente.

Andrea Martini ha detto...

SECONDA PARTE
Uno degli obbiettivi principali dell’antropologia culturale è proprio quello di uscire da questa visione e ripensare l’uomo e le sue culture, in modo tale da non vedere più come strana l’alterità ma semplicemente come diversa, e ribaltare i ruoli del gioco ripensando noi stessi rendendoci conto che anche noi siamo immersi e siamo figli di una cultura che impone di seguire determinate regole, proprio come fanno gli altri nel mondo.
Tornando al tema della parentela, e indagando lo scarto che ora posso percepire tra la mia rete di parenti biologici e quella costituita da relazioni simil-parentali, mi viene in mente uno degli ultimi punti affrontati a lezione: quello tra cugini paralleli e incrociati. Parlando del matrimonio in sistemi unilineari dove si pratica ad esempio l’esogamia, abbiamo distinto cugini paralleli non sposabili perché dello stesso gruppo dell’individuo x, e cugini incrociati invece sposabili perché facenti parti di un gruppo diverso; inoltre abbiamo confrontato questo sistema con il nostro bilineare, in cui non facciamo alcuna distinzione tra figli di fratelli da parte di madre o da parte di padre, che per noi sono indifferentemente tutti cugini. Ragionando su questa affermazione mi verrebbe di dire che ciò vale solo “ufficialmente”, mentre scontrandoci con la vita quotidiana non è proprio così: parlando di me ho numerosissimi parenti sia dal lato materno che paterno, ma per alcuni motivi molti di loro mi viene di considerarli tali solo tal punto biologico, ma non “di fatto”. Uno di questi motivi, se non forse il principale, è la distanza spaziale che ha determinato anche in un certo senso una distanza affettiva: ci sono zii e cugini che abitano talmente lontano da me, e che vedo soltanto in rare occasioni, che non hanno e non possono svolgere quel ruolo sociale che permette di definirli appunto come cugino o zia/zio. Questo legame per così dire “affettivo” si palesa soltanto in occasioni come un Natale passato con tutta la famiglia (cosa che comunque sarà accaduta una o due volte in 20 anni) oppure, molto più evidentemente, durante un funerale di un caro parente in comune. Dopodiché finisce tutto lì e ognuno a casa sua, come in occasione di una partita di calcio della nazionale in cui tutti magicamente ci sentiamo per qualche ora italiani. Ci sono poi altri parenti che invece per altri motivi ancora, come un durissimo litigio con i miei genitori o con parenti più stretti, sono davvero scomparsi dalla mia vita, e che quindi è ancora più difficili considerarli come tali. Stessa cosa vale per quei cugini che vanno oltre il 3° grado, che farei anche difficoltà a riconoscere. Dall’altra parte ci sono persone che non sono biologicamente legate a me ma che svolgono molto più compiutamente il ruolo sociale di alcuni parenti e che quindi io considero tali molto più di quelli biologici. Mi riferisco ad esempio ai genitori e ai nonni della mia ragazza con cui sono fidanzato da circa 8 anni, che per comportamenti, azioni, affettività, posso davvero considerare come “seconda madre”, “secondo padre”, e addirittura “terzi nonni”. La mia ragazza a sua volta considera suo padre a tutti gli effetti il marito di sua madre, nonostante non sia assolutamente suo padre biologico, che non ha mai conosciuto in vita sua. Tutto questo mi rende ancora più partecipe di quella visione che abbiamo cercato di fare nostra durante il corso, e evidenzia come il legame biologico non sia assolutamente la condizione con la quale noi indichiamo “padre” nostro padre, con “madre” nostra madre, e così via.

Andrea Martini

Lisa Del Nero ha detto...

Queste lezioni sulla parentela per me sono state molto difficili, ancor più difficile rispondere a questa domanda, perchè il pilastro della mia vita è la famiglia, per essere più precisa, i legami di sangue. Potrei dire davvero tante cose, perchè la mia famiglia è molto estesa e i legami sono estremamente complessi in particolare dal lato paterno, dove i miei nonni hanno tecnicamente avuto un matrimonio combinato. Mia nonna paterna aveva una sorella con cui era molto legata, questa sorella si era innamorata di un giovanotto, un forestiro e il mio bisnonno concesse il matrimonio, solo se il fratello di questo giovanotto sposava mia nonna. In sostanza due sorelle hanno sposato due fratelli. Si trasferirono tutti e quattro a Rocca di Papa e per alcuni anni vissero insieme in una casa molto piccola tutti insieme, con i rispettivi figli. Lavoravano insieme presso una bottega di frutta e vivevano nella stessa casa. Mio padre ha tecnicamente un solo fratello e tre cugini, ma a conti fatti mio padre ha 4 fratelli. Questo nucleo familiare così particolare è stata per tutta la mia vita la base di tutto, fra alti e bassi. La piccola casa è divenuta nel tempo una palazzida di 4 piani, dove si viveva tutti insieme più o meno serenamente. Circa un mese fa, uno dei cugini di mio padre è venuto a mancare, è stato un vero terremoto emotivo. Per me era a tutti gli effetti mio zio, colui che mi ha sempre spronata e sostenuta nel percorso universitario e nelle scelte importanti per il mio futuro. Molto probabilmente se le cose fossero andate diversamente il nostro legame sarebbe stato meno stretto, ad esempio se i miei nonni fossero andati a vivere altrove, mio padre e suo fratello non avrebbero stretto con i propri cugini un rapporto da fratelli.

Dall'altro lato ho dei parenti il cui legame sanguineo è più stretto, eppure non li sento assolutamente così vicini a me, non li sento appartenenti a quell'IO (NOI) che è la mia individualità. Per quanto riguarda i legami non di sangue, ho delle amiche a cui sono molto legata, non le considero come sorelle, ma il nostro rapporto è molto intimo e quotidiano, tanto che mio figlio le chiama zie. Con queste persone mio figlio ha un rapporto molto più concreto che con gli zii da cui è legato da legame di sangue.

Francesca Rita Apicella ha detto...

Mi è capitato di conoscere la flessibilità dei rapporti familiari molto presto, quando per litigi tra mia madre e la sorella di mia madre non mi è stato più possibile vedere né lei né i suoi figli. All’improvviso, per ragioni che non mi sono mai state chiarite, ho semplicemente smesso di sentirmi con dei cugini a cui ero profondamente legata, e di sentirne parlare in generale. L’apparato simbolico che circondava qualcuno a cui pensavo di essere legata in maniera naturale e certa è scomparso, e mi sono ritrovata con l’immagine sbiadita di un gruppo di estranei (il mutamento non è stato netto, ma ero molto piccola, e mi sono adattata abbastanza in fretta). Dalla parte di mio padre non potevo trovare nulla di simile, ogni altro mio cugino “stretto”, ovvero figlio delle sorelle di mio padre, era molto più grande di me. Fuori dalla rete parentale andavo legandomi a persone che effettivamente sentivo più vicine di cugini e zii, relazioni caratterizzate 1. dalla estraneità a quelle stesse reti sociali parentali che avevo associato al litigio e alla interazione forzata, 2. da individui della mia stessa età (né i miei cugini paterni né i miei siblings sono miei coetanei, soltanto con i miei cugini materni c’era una corrispondenza di età e interessi), e 3. avendo interagito all’inizio con i miei compagni di classe direi che una differenza fondamentale è stato appunto il ritrovarsi giorno per giorno in un medesimo contesto sociale, anche questo non volontario al pari di quello familiare, e a dover però far fronte agli stessi impegni. Nella mia famiglia nucleare avevo ad esempio mia sorella, molto più grande di me, che interagiva con il suo gruppo di conoscenze strette extrafamiliari, che ascoltava musica diversa da quella che ascoltavo io e si interessava a tutt’altro, una persona con cui avrei parlato ben poco di argomenti che invece animavano me e le mie amiche più strette, e lo stesso valeva per lei. D’altra parte ero abituata a metterla in una posizione diversa e superiore rispetto alle mie amiche per quella naturalità che sembrava esserci nel nostro dover stare assieme, e per la sua presenza in quello stesso nucleo familiare che sembrava essere certo e stabile e in cui entrambe ci sentivamo sicure. Direi che la differenza principale tra quest’ultimo tipo di relazioni e relazioni simil-parentali (consideravo le mie amiche come più vicine a me rispetto a mia sorella, in certi termini) sta nella necessità di sicurezza e stabilità assicurata (formalmente) dalle prime.

Alessio Bernabucci ha detto...

Alla parentela biologica può affiancarsi una parentela affettiva. Dunque possono chiamarsi cugini, fratelli sorelle o zii persone che legalmente non sono legate dai legami indicati dai nomi con cui ci si rivolge.
Io sin da piccolo ho chiamato col nome di zia e zio degli amici dei miei genitori con cui trascorrevo e trascorro tuttora molto tempo; in realtà non siamo legati da nessun legame di parentela ma semplicemente da un rapporto di amicizia che deriva dalla preesistente amicizia con i miei genitori. Allo stesso modo, ho frequentato la gran parte dei miei studi finora con il mio vicino di casa che, data l’ingente quantità di tempo trascorso insieme, sono stato abituato a considerare come un cugino. Inoltre considero il mio migliore amico come un vero e proprio fratello, da porre alla pari del mio fratello biologico.
Parimenti, alcuni miei parenti non li chiamo e considero effettivamente tali poiché, data la notevole distanza (vivono e lavorano in Australia) non ho mai visto e conosciuto.
Non basta dunque un legame di sangue a sancire un legame affettivo; la parentela non è immutabile nelle definizioni e sancita dai legami biologici e non sottostà alle definizioni istituzionalizzate.

Federica Sorrentino ha detto...

Con il termine “parentela”, secondo una definizione tecnica, si indica il rapporto giuridico che intercorre fra persone legate da un vincolo di consanguineità. Tale rapporto, che siamo abituati a considerare fondamentale nelle nostre vite, potrebbe essere messo in discussione sulla base di un’attenta riflessione personale riguardo a relazioni sociali esterne all’ambiente famigliare, che non prevedono dunque legami di sangue. Una parentela biologica non è necessariamente più forte ed intima di una relazione simil-parentale; ciò si può constatare nell’esperienza di tutti noi: spesso ci si trova a condividere molto di più della nostra vita, in termini quantitativi e qualitativi, con persone che non appartengono al nostro nucleo famigliare, o meglio, che non ci vengono “assegnate” fin dalla nascita secondo un fattore di sangue. Non è un caso che talvolta famiglie intere che non si vedono o comunicano da mesi o anni si incontrino in occasioni “forzate”, come le festività natalizie o la spiacevole perdita di un membro del parentado. In merito a ciò mi sento di citare una frase dal libro “L’attimo eterno” di Demetrio Barbaro: “I parenti non si scelgono, te li affida il destino, a volte sei fortunato, a volte meno, ma non puoi farci niente. Ma gli amici no! Quelli li scegli tu.”
Forse, proprio in funzione di tale scelta, che riguardi essa amici o qualsiasi tipo di relazione sociale, ci sentiamo maggiormente vicini a chi non condivide con noi un legame biologico. Riporto l’esempio di una mia cara amica: i suoi genitori si sono separati bruscamente quando lei non era che una bambina e, ad oggi, entrambi hanno ricostruito la propria vita impegnandosi in una relazione. Il padre si è trasferito nel suo paese natale dove ha conosciuto la sua attuale compagna, dimenticandosi delle figlie e interessandosi davvero poco alle loro necessità e vicissitudini. La madre, dal canto suo, si è sposata di nuovo con un uomo, anch’egli con una figlia, che vive in casa con loro da molto tempo. La mia amica ha instaurato con quest’uomo, che in fin dei conti l’ha cresciuta, un legame simil-paterno e, dato che sua sorella di sangue vive fuori Roma da anni ormai, si è legata alla sua “sorellastra” al punto da condividere con lei ogni esperienza molto più di quanto faccia con sua sorella. Da ciò si potrebbe affermare che il termine “parentela” non è necessariamente riconducibile a quello di “famiglia”, o meglio non in senso stretto e definitivo; “famiglia” non è solo un insieme di individui della stessa discendenza legati da vincoli parentali, ma anche e soprattutto quell’insieme di relazioni sociali che acquisiscono un’importanza, anche maggiore, per il singolo.

Anonimo ha detto...

Maria Spinella.
La mia è una famiglia formata da molti zii e da molti cugini. I parenti appartenenti al ramo di mia madre abitano più o meno vicino casa mia e questo mi dà la possibilità di frequentarli quasi ogni giorno. Dall’altro lato, ci sono i parenti della famiglia di mia padre i quali, abitando in un’altra città, vedo molto raramente. Nonostante abbia molti cugini, solo con pochi di loro riesco a avere un rapporto “fraterno”. Questo è causato dal fatto che la maggior parte di loro sono molto più grandi di me e, di conseguenza, tendiamo ad avere abitudini e idee differenti.
Una persona a cui sono molto legata è la mia ex baby sitter. Fin da piccola la chiamavo “zia”, non è una mia parente biologica ma è come se lo fosse per me e anche per tutta la mia famiglia. Abita di fronte casa mia e abbiamo l’abitudine di incontrarci una volta a settimana per una cena o per un piccola partita a carte. Lei è l’esempio vivente del fatto che si tende a considerare una persona qualsiasi come un “familiare” anche nel momento in cui due persone non sono legate da legami di sangue.

FEDERICO COCCO ha detto...

Credo che tutti, chi più chi meno, nella vita possa contare su un numero diverso di persone. Queste persone possono essere legate da un rapporto sanguineo, membri della tua famiglia che come tali quindi non scegli, e persone con le quali non hai nessun legame di sangue che però sono molto vicine a te, come lo puó essere un migliore amico/a oppure uno "zio/a", come spiegato a lezione. Nella nostra vita, quest'ultime sono due parti importanti, che poi soggettivamente ognuno dará maggiore importanza all'una o all'altra. Per quanto mi riguarda, le due parti per me sono veramente fondamentali entrambi, ho un legame molto stretto sia con i miei parenti, e sia con le altre persone "scelte". La mia famiglia però è molto ampia e pensare di avere un rapporto stretto ed importante con tutti é praticamente impossibile, ci saranno membri molto stretti specialmente dalla parte di mia madre, e parenti meno vicini che sono prevalentemente dalla parte di mio padre. Questa differenza non so bene da cosa é data ma penso che si tratti di rapporti interni alla famiglia, che neanche io sono poi così tanto a conoscenza. I rapporti umani, sociali o naturali sono una rete fittissima di relazioni che spesso e volentieri possono anche scambiarsi di posto, ho una migliore amica che reputo come una sorella di sangue, che non so veramente come una sorella vera e propria possa essere piú stretta di lei, oppure quando la sera esco e vado a divertirmi con un gruppo di amici, quest'ultimo è formato per 3/4 da miei cugini di sangue, che non vedo come tali ma li vedo semplicemente come amici normali, che non per forza devono avere un legame di parentela con me. Questo campo, che da sempre affascina l'antropologia, è veramente complesso in se per se, ma noi riusciamo a renderlo così semplice e naturale senza neanche accorgercene, con i nostri atteggiamenti e i nostri modi di fare, e forse, sta proprio in questo il suo grande fascino.

FEDERICO COCCO

Flavio S. ha detto...

In certi casi, piú che uno scarto abbiamo un abisso tra i due tipi di rapporti. Ho amicizie che porto avanti ormai da anni, e a volte sento molto piú vicini loro che i parenti stessi. È un fenomeno abbastanza frequente, capita spesso di sentire cose tipo "ho dei cugini ma è come se non li conoscessi, non li vedo mai". Diversi possono essere i fattori: dalla lontananza alle liti familiari, che di conseguenza compromettono i rapporti. Nella mia vita ho imparato che non serve il legame di sangue per sentirsi vicini, a volte sono proprio i nostri amici piú cari ma anche un confidente vicino di casa a comportarsi come fratelli. È scontato dirlo ma quante volte, nei momenti di difficoltà o dove siamo fragili, ci rendiamo conto di tutto questo? È famoso il detto:"gli amici sono il modo che ha Dio per scusarsi dei parenti". Personalmente non ho cattivi rapporti con la mia famiglia, ma una parte di loro la sento molto lontana, e mi porta a pensare che la compagnia di un amico di vecchia data, con cui non ho un legame di sangue, sarà sempre preferita rispetto a uno dei miei famigliari.

Flavio Sabbatini

federica faggiani ha detto...

Riflettendo su uno scarto che esiste tra la mia rete di parenti biologici e le mie relazioni sociali mi torna in mente Luca, il mio vicino di casa. Ricordo che sin da piccoli trascorrevamo molto tempo insieme, frequentavamo la stessa scuola e nel pomeriggio giocavamo insieme. Crescendo ci siamo ritrovati ad avere molti interesse in comune e soprattutto avevamo una confidenza tale che ci spingeva a raccontarci tutto l’uno dell’altra. Insomma il mio vicino è colui che posso considerare un fratello nonostante non abbia con lui un legame biologico. Al contrario, il legame che ho con mio fratello biologico è molto più debole. Con lui mi trovo a condividere una camera e la routine della mia vita familiare, ma non abbiamo un rapporto tale che ci porta a raccontarci le nostre cose più intime. Dunque quella che è una semplice amicizia si può consolidare in un legame inossidabile pari ad un legame di parentela, arrivando a considerare “fratello” colui con il quale non ho un legame biologico. Questo dimostra come il legame biologico non sia sufficiente a creare un rapporto profondo, e spesso è proprio a partire dalla parentela che si possono costruire reti sociali più ampie e complesse.

simone magi ha detto...

Lo scarto fra le mie due reti parrebbe enorme, quello fra la parentela biologica istituzionalizzata (nel senso di "socialmente determinata") e la simil-parentale sociale, in quanto eletta, pur se entrambe derivano dalla necessità culturalmente indotta di intrecciare rapporti. Perchè il primo dovrebbe sancire e mantenere stabilità del "gruppo", inevitabilmente obbligato al punto dall'apparire naturalizzato, mentre il secondo sarebbe spontaneo e soprattutto scelto, quando in realtrà entrambi sottostanno a una dinamica di "conservazione" del singolo me in mezzo e con altri e, in questo senso, devo riconoscere che si avvicinino più di quanto sembri. In ogni modo, è chiaro che la nostra parentela biologica benchè più vicina è più lontana a noi, e risulta frustante dover amare – o quanto meno mantenersi fedeli alla dimensione di - estranei che convenzionalmente la società ci accosta, che come colleghi di lavoro ce li ritroviamo (un pò troppo spesso) invadenti. E mi riferisco non a congiunti lontani ma anche al nucleo famigliare. Ecco allora evidente che il "fratello autentico" non è il mio biologico ma quello in tal maniera percepito, come che è facile che ci si senta uno straniero fra un padre "sconosciuto" e una madre che si sarebbe voluta ben diversa ma che, ineluttabilmente, sono elementi del (mio) legame. Tutto questo per anticipare che, da una parte, oltre a canonici parenti (della prima categoria) non ho avuto surrogati di madri o padri, non ho potuto nè dovuto etichettare "zia" o "nonna" persone che mi sono state particolarmente vicine, mentre rispetto alle amicizie ne ho avuto la mia parte (che graficamente allineerei su un piano orizzontale parietario di equivalenza, senza semplicisticamente poterne distinguere i gradi, senza classificazioni, o meglio ancora li metterei se lecito entro il cerchio di un insieme in quanto tutti legati dalle linee di una comune rete), mentre per gli altri parenti si intreccerebbero alle orizzontali delle verticalizzazioni e strutture piramidali che anche "visivamente" allontanano dalla linea di base, alimentando quello scarto-distacco di partenza).
In conclusione, credo che le retri di relazioni simil-parentali sociali siano per lo più preferibili in quanto più affidabili (se non nella prassi di sicuro nella alimentazione della nostra necessaria costruzione culturale, in quanto affini, in quanto miranti a un comune -pur indotta- meta) rispetto a quelle dei parenti biologici; e forse soprattutto sono più sentite, perchè più edificanti, in giovane età. Anche se in ultima analisi , come ci insegnano Noodles e Max, l'inganno sta anche là.

Simone Magi

Marta Piccioni ha detto...

Mi viene in mente il modo di dire “gli amici sono la famiglia che scegliamo”, e a tal proposito posso riportare un esempio che mi riguarda in prima persona. Mentre, nonostante il legame biologico, non ho il benché minimo rapporto con la mia famiglia paterna, ho un legame molto stretto con due miei carissimi amici. Siamo tutti e tre figli unici con un gran desiderio che ci accomuna fin da piccoli, oltre che un’altra miriade di interessi: avere un fratello/sorella; abbiamo un’amicizia molto solida che dura ormai da 23 anni, pertanto eravamo bambini quando ci siamo conosciuti. Lo scarto che c’è tra il primo tipo di legame, quello biologico-parentale e quello, in questo caso, amicale è sostanziale e mi rifaccio alla frase con cui ho aperto, perché nel primo caso il legame alla base del rapporto è predeterminato biologicamente, mentre nel secondo vi è una scelta che sottende al rapporto, seppur socialmente determinata (vale a dire quella di intrecciare rapporti con altri con cui si condivide una buona parte di interessi). In conclusione, e perdoni un po’ di cinismo da parte mia, posso dire che non è affatto necessario avere una certa quota biologica condivisa per “sentir vicino qualcuno”, anzi: nei rapporti parentali per esempio ciò che spesso incrina il legame biologico sono determinati costrutti sociali, per esempio liti e discussioni familiari per un motivo X, che spesso si trascinano nel tempo, e non potendo rescindere del tutto il legame parentale, si sceglie piuttosto di allontanare quelle persone, continuando però a “portare il fardello” della parentela. Mentre nei rapporti socialmente determinati, quindi per esempio le amicizie, questo non succede (a mio parere) in quanto, essendoci di fondo una scelta di reciproca accettazione, questa potrebbe essere revocata in ogni momento.

Giulia Sellati ha detto...

Ho una nonna che non è mia nonna, almeno non biologicamente. Quando sono nata i miei si sono trasferiti molto lontano dalle loro famiglie e ho avuto poche occasioni di vedere i miei nonni biologici.
I miei genitori hanno sempre lavorato e quindi fino alle elementari si occupava di me una signora che abitava nel palazzo di fronte al nostro. Giocavamo insieme, mi preparava il pranzo, mi portava al parco del quartiere e mi faceva conoscere i suoi nipoti, quelli “veri”. Ogni giorno fino alla prima elementare ogni mattina mamma mi portava da Irma; alle elementari Irma mi veniva a prendere, pranzavamo insieme e poi mi aiutava a fare i compiti. Sono cresciuta con questa figura che mi ha amata e, forse per l’età, l’ho classificata come “nonna”; il nostro è un legame non biologico, ma sociale, eppure è più forte di quello che ho con i genitori di mio padre o di mia madre.
Ho poi delle zie biologiche che non sono zie, nel senso che non ricoprono quel ruolo che hanno altre zie. Mi spiego: mentre la sorella di mio padre c’è sempre stata ed è identificabile nel ruolo “istituzionalizzato” di zia, la sorella di mia madre, a causa di problemi tra lei e mia madre non è mai stata vicina alla mia famiglia.
La cultura opera su di noi facendoci credere che una relazione ascritta sia migliore di una scelta; eppure io credo, e penso possano confermarlo i commenti a questo post, che la “parentela”, intesa non come legame biologico ma come relazione primaria e fondamentale tra ego e gli altri, nasca dalle nostre relazioni quotidiane, dalla condivisione di momenti di vita e di impressioni, dall’empatia.

Antonio Mendicino ha detto...

Dalla mia esperienza personale mi è abbastanza chiaro lo scarto tra queste due reti di relazioni. Infatti sia i miei parenti materni sia quelli paterni abitano in altre regioni. Pur avendo buoni e continui rapporti, non ho mai avuto rapporti quotidiani con loro. Ugualmente con una zia materna, che, pur abitando a Roma, risiede in una zona abbastanza lontana, di conseguenza anche con lei i rapporti sono sporadici.
D'altra parte si è creata col tempo una rete di relazioni con alcuni vicini di casa e amici di famiglia. Questi zii e zie acquisite hanno aiutato i miei genitori lavoratori con me e mia sorella quando eravamo bambini, e si sono creati rapporti quotidiani e d'affetto che rendono queste relazioni simili a quelle familiari. Per esempio sono rapporti privi di formalità e gratuiti, disinteressati, perchè hanno aiutato i miei genitori senza pretendere nulla in cambio, tutte caratteristiche di rapporti familiari.

Aurora Celima ha detto...

Mi sono sempre chiesta fin da piccola del perché non riuscissi ad instaurare un legame forte basato sulla fiducia e sulla complicità con le mie cugine.
Non riuscivo a spiegarmi come fosse possibile che le nostre madri, le quali sono sorelle, avessero una tale sintonia che noi, le rispettive figlie, non avremmo mai avuto.
Mia nonna mi chiedeva: “Aurora, perché non vai a giocare con loro?”, e io mi sentivo quasi in colpa per aver scelto la maggior parte delle volte di condividere i momenti più belli con la mia compagna di classe piuttosto che con loro, mi sembrava di aver tradito il valore sacro della famiglia.
Questa sensazione era sicuramente legata al fatto che passare del tempo con quelle persone che, nonostante appartengano alla mia famiglia, non sentivo “vicine” a me, era come svegliarsi la mattina e andare a scuola: un dovere.
Con il passare degli anni non si è più verificata una cosa del genere, io e le mie cugine siamo cresciute e adesso condividiamo quasi tutto, abbiamo un bel rapporto e passiamo molto tempo insieme.
Queste due lezioni di antropologia mi hanno fatto riflettere a lungo sul perché di questo radicale cambiamento, del quale prima di adesso non mi ero mai fermata a pensare.
Il dubbio che mi è sorto è: i rapporti tra noi sono cambiati perché siamo cresciute e i nostri gusti e i nostri modi di vedere le cose sono più affini, oppure perché semplicemente abbiamo IMPARATO a “sopportarci”?
Forse con il passare del tempo abbiamo solo appreso inconsapevolmente che la parentela implica una serie di relazioni sacre e imprescindibili e solo adesso, con lo studio dell’antropologia, me ne rendo conto.
Fin da piccola, quando mi sentivo “costretta” a giocare con le mie cugine, avevo capito che i legami biologici hanno poco a che vedere con i legami affettivi, eppure a causa della mia cultura negli anni ho appreso tutto il contrario, senza rendermene neppure conto.
Infatti, come si diceva a lezione, anche io “ho una zia che non è una zia”: si tratta di un’amica di mia madre, che ha avuto un ruolo fondamentale nella mia vita, e mi è stata vicina come qualsiasi altro membro della mia famiglia, condivide con me le mie gioie, le mie sconfitte, i miei traguardi e, nonostante non sia legata a me biologicamente è, e sarà sempre, mia zia.
Ciò mi fa capire meglio uno dei punti discussi a lezione: la cultura ci modella non solo fisicamente, non solo nell’organizzazione neuronale del nostro cervello, ma entra nel modo in cui pensiamo e consideriamo normale, o naturale qualunque cosa.

Gabriela Baican ha detto...

Riflettendo sullo scarto che intercorre tra la mia rete di parenti biologici e la mia rete di relazioni simil-parentali, mi viene in mente il rapporto che ho con mio padre biologico. I miei genitori sono infatti divorziati ed entrambi si sono risposati e hanno avuto dei figli. Io vivo con mia madre, mio padre invece si trova in uno stato estero, per questo motivo solitamente lo incontro una volta ogni anno oppure ogni due anni. Pur sapendo che lui è mio padre biologico, non lo sento completamente “padre”, poiché non ho mai avuto nessun tipo di rapporto che potesse farmelo considerare tale pienamente, partendo dal fatto di non viverci insieme. Al contrario, colui che sento essere maggiormente mio padre, è il marito di mia madre, che non ho problemi a chiamare, appunto, “papà”. Diversa è la situazione con i miei nonni, poiché, pur vivendo insieme alla madre di mio padre (non biologico), non l’ho mai sentita “nonna”, e non perché lei non si sia mai comportata come tale. Ancor più diversa è la situazione con la mia sorellastra e il mio fratellastro, termini che non amo usare, poiché entrambi sono per me dei fratelli al 100%, nonostante viva solo con uno dei due, ovvero mio fratello.
Ecco perché ho sempre pensato che i rapporti di parentela, come anche si è detto a lezione, non nascano unicamente e necessariamente da legami di tipo biologico, ma da altri fattori che possono essere legati alla cultura, ma anche ad un aspetto di tipo sentimentale.

Arianna Tuni ha detto...

Arianna Tuni

Credo sia abbastanza normale non poter andare perfettamente d'accordo con tutti e avere delle preferenze nella vita. Succede in un gruppo di amici ma può succedere anche tra parenti. Il sangue non garantisce rapporti ottimali. Personalmente ho un buonissimo rapporto con i miei zii (da parte di mio padre) tanto che passiamo le feste e quasi tutte le domeniche insieme. Mio cugino è praticamente il fratello maschio che non ho mai avuto. Non posso dire lo stesso degli zii da parte di mia madre. Non perché sia successo qualcosa di specifico e grave, ma forse perché abbiamo pensieri e punti di vista totalmente diversi. E poi devo ammettere anche che la lontananza non aiuta, infatti non abitiamo vicini a differenza dei miei zii paterni che abitano in un paese vicinissimo al mio. C'è tuttavia un altro tipo di rapporto di cui vorrei accennare e che spiega perfettamente cosa intendo quando dico che il sangue non garantisce nulla: gli zii che non lo sono effettivamente. Tra i miei vicini di casa ce ne sono due che, da quando ho memoria, ho sempre chiamato zii. Conosco tutta la loro famiglia, dai genitori che hanno l'età dei miei nonni e anche i cinque figli che hanno circa, chi poco più chi meno, l'età dei miei genitori. Tuttavia solo uno di questi cinque figli, e sua moglie ovviamente, ho da sempre chiamato zii. Probabilmente per la frequentazione che hanno avuto (e hanno ancora oggi) con i miei genitori, probabilmente per i pomeriggi passati in casa con mia madre e mia "zia" a chiacchierare, probabilmente per tutte le volte che sono andata a pranzo da loro dopo scuola quando i miei lavoravano e non potevo stare da sola, per tutte queste cose chiamarli zia e zio è stata una cosa che mi è venuta naturale.

Gianluca Evangelista ha detto...

Quando ero bambino mi sentivo molto legato a tutta la mia rete di parenti biologici, ma col tempo questo legame affettivo è progressivamente venuto meno quasi con tutti i miei parenti, sia a causa di separazioni, litigi interni e spostamenti che mi hanno portato a vedere raramente o non vedere più alcuni di loro, ma soprattutto a causa di una mia presa di coscienza del fatto che non avessi bisogno di loro o che non fossero le persone che ritenevo adatte a ricoprire i ruoli sociali che gli erano stati assegnati dal nostro sistema parentale. Oggi, quindi, mi sento di considerare come parenti realmente influenti nella mia vita esclusivamente i miei nonni, sia materni che paterni (seppure il legame non sia più così forte neanche con loro a causa della distanza), e uno dei fratelli di mia madre, con sua moglie e le loro due figlie (gli unici zii e cugini biologici, dunque, che percepisco effettivamente come tali, ma il fatto che vivano a Modena mi impedisce di avere con loro relazioni costanti); a loro va aggiunta una cugina di mia madre (FaFrMaMa) che io chiamo zia e considero tale, i suoi genitori (li chiamo zii, ma hanno per me un ruolo assimilabile più a quello di nonni) e le sue due figlie, che chiamo e considero cugine al pari delle altre due (in realtà una delle due è quasi come una sorella). Sostanzialmente, però, potrei fare a meno di tutta la mia rete parentale ad eccezione della mia famiglia nucleare, composta da mia madre, mio padre e mia sorella, gli unici legami biologici che considero essenziali per la mia vita. Ben più importanti, invece, sono alcuni legami che ho costruito all’esterno del mio parentado e che definirei relazioni simil-parentali, in particolare con un amico che equiparerei ad un cugino (l’unico vero cugino maschio che ritengo di avere, poiché con quelli biologici non ho più rapporti) e soprattutto tre amiche che considero come vere e proprie sorelle (ci capita spesso quando stiamo insieme di definire le nostre serate “riunioni/cene di famiglia”). Quando ero bambino e vivevo ancora a Napoli chiamavo zio e zia anche due amici d’infanzia dei miei genitori sposati tra loro che vedevo molto spesso e con i quali avevo lo stesso rapporto che c’era allora con i miei zii biologici (nonostante ciò non ho mai considerato come cugini i loro figli), ma dopo che mi sono trasferito a Roma non li ho più visti e questo legame parentale “acquisito” è svanito.

Gianluca Evangelista

Sarah Dari ha detto...

La mia migliore amica ha origini e parenti calabresi. Ogni anno passa vacanze e festività con loro, e 5 anni fa mi ha ospitato per la prima volta nel suo paesino, San Lucido, per una vacanza al mare. Ho stretto così tanto con la sua famiglia, la classica famiglia calabrese allargata ed espansiva, che da quel momento fino a oggi non c'è stata una ricorrenza (Natale, Pasqua, ecc.) o un evento importante (compleanni di 18 anni o matrimoni) che non ho passato insieme a loro. Sono stata "adottata" da loro e mi trattano come una di famiglia, chiamo "nonna" la nonna e "zio/zia" gli zii. Abbiamo un rapporto molto stretto, tanto che la nonna si arrabbia se ad esempio non passo il Natale con loro. Ed è proprio con loro che ho capito il vero senso della parola "famiglia", nella mia non c'è questo amore incondizionato fra parenti, anzi, e non c'è il calore e l'affetto che, invece, ho imparato a dare e ricevere con loro. Fingo di avere un legame biologico con loro nel momento in cui chiamo "zia" la zia della mia migliore amica, forse proprio per rimediare alla mancanza di un vero e proprio legame affetivo con i miei parenti, con i quali, pur condividendo il corredo genetico, non ho comunque buoni rapporti (a parte qualche rara eccezione). Inoltre, anche gli altri abitanti di San Lucido mi considerano facente parte di questa famiglia: ormai io sono "una dei Colonna". Mi sono costruita quindi un'altra rete di relazioni affettive, socialmente riconosciuta, per necessità e mi rendo conto che scavalcare la barriera biologica è stato estremamene facile. Non mi risulta difficile, quindi, pensare al termine "parentela" come qualcosa di non dato e naturale, ma che ci costruiamo da soli per il bisogno di creare legami sociali solidi. Per la prima volta mi sono sentita una nipote coccolata e tutelata, cosa che, per diversi motivi, è capitata raramente nel corso della mia vita. Per quanto mi riguarda, la "condivisione dell'essere" trova in questa mia esperienza la sua massima esplicitazione.

Mik Dedo ha detto...

La mia rete di relazioni simil-parentali sociali non mi risulta particolarmente deviante rispetto alla mia rete di parenti biologici, forse perché abito molto vicino ai miei parenti e non ci sono stati 'acquisti'. Tuttavia all'interno del mio parentado qualche piccola differenza c'è: Prescindendo dal giudicare la parentela come affinità, riconosco i cognati di mio padre come zii tutti quelli che conosco sin da piccolo mentre per i compagni delle mie zie 'arrivati' quando ero più grande non riconosco lo stesso, sia per quanto riguarda la terminologia sia per il rapporto umano che ci lega. Eppure alcuni dei miei zii non sono sposati con le mie rispettive zie e non hanno avuto figli. C'è però da dire che un figlio di uno 'zio non riconosciuto'( avuto prima di unirsi a mia zia) è per me un cugino in quanto il rapporto che ci lega è meno intenso rispetto a quello con due miei cugini con i quali sono cresciuto, ma di gran lunga maggiore rispetto a quello con tutti gli altri cugini. Dunque se dovessi riconoscere un 'acquisto' nel mio parentado questo sarebbe rappresentato da lui.

Michele De Dominicis

Davide Catapano ha detto...

Per ció che riguarda me e la mia vita lo scarto tra la rete di parenti biologici e quella delle mie relazioni simil-parentali é abbastanza ampio.
Mia madre perse i genitori quando era molto giovane e fu cresciuta da una signora che al tempo era molto amica di mia nonna biologica venuta a mancare.
Questa persona, che da sempre si prese cura di mia madre fin dalla giovane etá, per me é sempre stata mia nonna, nonostante io non abbia nessun legame di sangue con lei.
I suoi nipoti li ho sempre considerati miei cugini; sono cresciuto con loro, abbiamo condiviso viaggi ed avventure insieme che mi hanno portato a considerarli parte di me, la mia famiglia.
Dalla parte di mio padre, invece, ho un'infinitá di zii e cugini che, vuoi per la lontananza, vuoi per interessi differenti, non ho mai considerato come tali.
Ci vediamo una volta l'anno se capita.
Quando, fin da piccolo, mi chiedevano di parlare della mia famiglia, parlavo dei "cugini" e degli "zii" dalla parte di mia madre, nonostante non avessi nessun legame genetico con loro.

Anonimo ha detto...

Per rispondere correttamente a questa domanda penso sia importa innanzitutto definire quello che è il significato di parentela e come sono impostate le relazioni parentali nella cultura in cui vivo.
Parentela è ciò che si può definire come l’insieme delle relazioni sociali riconosciute culturalmente, tali relazioni dipendono dalla comune discendenza e dal matrimonio.
Nella mia culturale le relazioni parentali sono perlopiù legate alla consanguineità (tramite discendenza) e affinità (tramite matrimonio), e tutti i rapporti matrimoniali sono esogamici o almeno è buona norma che lo siano e nei casi in cui non è così la vergogna fa in modo che il fatto venga taciuto.
Per quanto io abbia avuto più ‘’zii che non erano zii’’ e addirittura una ‘’nonna che non era una nonna’’ tali rapporti sembrano strutturarsi proprio sulla base dei ruoli ricoperti da questi pseudo-zii e questa pseudo-nonna, ruoli culturalmente determinati. Tuttavia, ciò che effettivamente creava lo scarto non era tanto un discorso di ruoli (la mia pseudo-nonna è stata per me molto più nonna di mia nonna paterna ad esempio) bensì un discorso di discendenza e consanguineità, i miei ‘’zii che non erano zii’ e la mia ‘’nonna che non era una nonna’’ non avevano un rapporto di sangue con me e se, nel primo caso ciò si poteva anche bai passare con maggiore facilità vista l’esistenza di zii acquisiti che la cultura dove vivo contempla come dei veri e propri zii e non come ‘’pseudo-zii’’, nel caso della nonna acquisita la culturale a cui appartengo non accetta tale grado di parentela acquisita.
Se dovessi pensarlo in una forma grafica avrei tre nuclei completamenti separati di relazioni, da una parte le relazioni che IO considero familiari attraverso un processo di autoidentificazione che si incontra e, talvolta si scontra, con un processo di categorizzazione esterna. Avrei quindi da una parte un blocco grafico di quella che io considero essere la mia famiglia, da un altro quella che include me come membro di una determinata famiglia (non necessariamente combaciante con il mio) ed infine quello che la ‘’cultura ufficiale’’ considera come i miei rapporti di parentela e di discendenza.

Michele Daini

Anonimo ha detto...

Per rispondere correttamente a questa domanda penso sia importa innanzitutto definire quello che è il significato di parentela e come sono impostate le relazioni parentali nella cultura in cui vivo.
Parentela è ciò che si può definire come l’insieme delle relazioni sociali riconosciute culturalmente, tali relazioni dipendono dalla comune discendenza e dal matrimonio.
Nella mia cultura le relazioni parentali sono perlopiù legate alla consanguineità (tramite discendenza) e affinità (tramite matrimonio), e tutti i rapporti matrimoniali sono esogamici o almeno è buona norma che lo siano e nei casi in cui non è così la vergogna fa in modo che il fatto venga taciuto.
Per quanto io abbia avuto più ‘’zii che non erano zii’’ e addirittura una ‘’nonna che non era una nonna’’ tali rapporti sembrano strutturarsi proprio sulla base dei ruoli ricoperti da questi pseudo-zii e questa pseudo-nonna, ruoli culturalmente determinati. Tuttavia, ciò che effettivamente creava lo scarto non era tanto un discorso di ruoli (la mia pseudo-nonna è stata per me molto più nonna di mia nonna paterna ad esempio) bensì un discorso di discendenza e consanguineità, i miei ‘’zii che non erano zii’ e la mia ‘’nonna che non era una nonna’’ non avevano un rapporto di sangue con me e se, nel primo caso ciò si poteva anche bai passare con maggiore facilità vista l’esistenza di zii acquisiti che la cultura dove vivo contempla come dei veri e propri zii e non come ‘’pseudo-zii’’, nel caso della nonna acquisita la cultura a cui appartengo non accetta tale grado di parentela acquisita.
Se dovessi pensarlo in una forma grafica avrei tre nuclei completamenti separati di relazioni, da una parte le relazioni che IO considero familiari attraverso un processo di autoidentificazione che si incontra e, talvolta si scontra, con un processo di categorizzazione esterna. Avrei quindi da una parte un blocco grafico di quella che io considero essere la mia famiglia, da un altro quella che include me come membro di una determinata famiglia (non necessariamente combaciante con il mio) ed infine quello che la ‘’cultura ufficiale’’ considera come i miei rapporti di parentela e di discendenza.

Michele Daini

Ramona Santarelli ha detto...

Come tutti, ho anche io una rete di parenti biologici, una manciata di cugini con i quali ho passato svariate vacanze estive e natalizie durante la nostra infanzia e adolescenza. I fratelli e le mogli della generazione precedente erano un po’ i genitori di tutti noi. Purtroppo col passare del tempo le strade si sono un po’ divise e il terremoto ha distrutto quei luoghi di condivisione che ci davano l’occasione di rincontrarci puntualmente qualche volta ogni anno. Avevo anche un paio di zie, amiche dei miei nonni o dei miei genitori, che mi hanno visto crescere e che mi hanno viziato con i loro dolcetti.
Anche io a mia volta mi presento come “zia Ramona”, per tutti i figlioletti delle mie amiche che sono diventate mamme da qualche anno a questa parte e che mi piace coccolare come se ci fosse davvero un rapporto di sangue. È il mio turno di viziarli con cioccolatini e regali, o fare da babysitter all’occorrenza.

alessia capotondi ha detto...

Alessia Capotondi

In aula abbiamo affrontato il tema della “parentela” e l’antropologia è specializzata in questo ambito. Abbiamo dimostrato come le culture riconoscano il fatto che l’individuo in quanto tale (solo) non sussiste: l’uomo ha bisogno di una serie di legami e per consolidarli, suggellarli li traveste da biologici. E’ in questo modo che nascono le parentele, e come possiamo desumere, questi legami di naturale hanno ben poco. Per quanto riguarda l’esempio mi sono venuti subito in mente i miei ex vicini di casa, che per me sono da sempre i miei “zii”. Sono presenti nella mia vita fin da quando ero in fasce: mi hanno tenuta in braccio, scattato la prima foto che mi ritraeva sorridere, accompagnato a scuola quando i miei genitori erano impegnati con il lavoro e tutt’ora, nonostante si siano trasferiti in un altro quartiere, continuano ad avere un ruolo fondamentale ed essere presenti nella mia crescita. Li considero i miei zii a tutti gli effetti, se non qualcosa di più, eppure nelle nostre vene non scorre lo stesso sangue. Lo stesso discorso invece, non posso farlo per i miei zii “biologici”. Ne ho soltanto due, da parte di mio padre e nonostante la vicinanza non abbiamo nessun tipo di rapporto, ed è così fin da quando ero piccola. Alla base di questa distanza non c’è stato nessun litigio in particolare, conduciamo semplicemente delle vite diverse che si incrociano una volta l’anno, durante le feste natalizie.

Alessia Stirpe ha detto...

Se l'ovvio (quello cioè che diamo per scontato nel modo più assoluto) delle relazioni sociali, è dato dai rapporti intrattenuti all'interno della parentela assegnata o ascritta, l'altro termine dello scarto, della distinzione cioè, è dato dalle relazioni scelte e volute riguardanti l'amicizia. In base alle risultanze dell'antropologia culturale, lo scarto o distinzione tra la parentela assegnata e amicizia voluta o scelta, esiste all'interno di tutte le culture; è difficile comunque stabilire una linea di demarcazione o un confine tra le relazioni parentali necessarie e quelle sociali volute o scelte. Quel confine infatti non è una conseguenza determinata dalla naturalità ma nel modo più assoluto dalla culturalità. Nel mio caso per esempio, mi trovo inserita all'interno di un sistema di relazioni parentali meraviglioso in cui io mi trovo a mio agio e ricavo anche acquisizioni di tipo culturali e sociali molto positive; però nello stesso tempo la mia formazione culturale mi ha portato a stabilire anche una rete di relazioni extra-parentali che risulta essere altrettanto vantaggiosa e proficua per la mia personalità etica, intellettiva e formativa. All'interno dell'intera mia famiglia, quindi non solo del rapporto con i miei genitori e fratelli ma anche con i miei nonni, gli zii ed altri parenti, c'è un clima di relazioni sociali e culturali molto aperto e anche ricettivo sotto l'aspetto dell'apprendimento e dello scambio culturale. Al di fuori di questa rete di relazioni parentali, io mi sono creata con le mie scelte attente ed oculate, una rete di relazioni di amicizia anch'esse talmente utili per la mia formazione culturale personale che sinceramente avrei delle difficoltà notevoli se dovessi stabilire un confine tra la prima rete di relazioni sociali, cioè quelle assegnatemi dal destino ( per nascita ) e quella voluta e scelta da me in estrema libertà in base alla mia personalità mentale, alle mie predilezioni e affinità mentali.

Alessia Stirpe

Francesca Calisi ha detto...

Il concetto di parentela, identifica quel vincolo di sangue tra discendenti gli uni dagli altri o da uno stesso capostipite. Eppure, al di là di qualsiasi teoria o pensiero, nella maggior parte dei casi, ci troviamo a vivere una realtà dalla quale emerge tutto l'opposto. Sembrerebbe "atipico" pensare al rapporto instaurato con un nostro genitore come un "prodotto culturale", eppure, spesso siamo pronti ad ammettere che ciò che ci lega ad un amico o a qualsiasi altra persona biologicamente estranea a noi, è molto più forte e autentico. Come nel mio caso, riporto l' esperienza di una mia amica che ha sempre contato su sé stessa e non suoi genitori biologici, insomma,  è come se non li avesse. La vera famiglia siamo noi, con il nostro gruppo di amiche e due persone molto vicine a lei che hanno sostituito, in qualche modo, l'assenza dei genitori biologici. A tal proposito, sostengo l'affermazione: "i figli sono di chi li ama e li cresce, non di chi li genera". Non è un legame genetico a renderci figli e genitori, ma è la condivisione della quotidianità, sopportando gioie e dolori. Da quest'episodio, possiamo notare come il concetto di famiglia tradizionale che ci è stato imposto, attraverso regole o schemi dalla nostra società, sia totalmente diverso dalla realtà. Quindi, ho avuto modo di constatare che, nonostante il rapporto ottimo che si ha con i proprio parenti, é possibile nutrire un affetto maggiore nei confronti di persone con le quali non si ha un vincolo biologico. In conclusione,  il concetto di parentela, è un concetto che viene acquisito culturalmente e non é un fattore prettamente innato.

Francesca Calisi

Matilde Tramacere ha detto...

In queste lezioni abbiamo capito che quella che noi chiamiamo parentela è il nostro modo di parlare di relazioni sociali imprescindibili e istituzionalizzabili. I vari gradi di parentela sono insegnati come biologici, non prodotti dalla volontà, ma sono in realtà una costruzione culturale, interazioni sociali a cui abbiamo dato un nome. Basti pensare a tutte le figure della nostra vita che appelliamo come “zii” o “nonni” nonostante non lo siano a livello biologico unicamente perché nella nostra vita assumono il ruolo sociale che ci si aspetta dal nostro “vero” parente. Non è il legame biologico che determina la pratica sociale, ma la volontà sociale a legittimare quella pratica che si traveste da legame biologico.
Trasportare questa verità nella mia realtà non è difficile. Mia madre è francese e io non ho mai avuto la possibilità di conoscere un grosso ramo della sua famiglia. Ho zii e cugini che non ho mai incontrato e di cui ogni tanto dimentico anche il nome. Allo stesso tempo, ho avuto come babysitter dall’asilo nido fino ai primi anni delle scuole elementari una mia vicina di casa, poco più piccola di mia madre, che ho sempre chiamato e chiamo tuttora “zia”. Ho ricordi vivissimi delle mattinate passate insieme a giocare, dei cartoni animati visti con lei, delle volte in cui mi veniva a prendere a scuola. È stata più presente e più significativa lei nella mia crescita di quanto lo siano stati tutti i miei zii paterni e ancor di più materni. Ha svolto in pieno, quindi, la pratica sociale che si associa alla figura di “zia”.
Un altro esempio ancora riguarda il miglior amico di infanzia di mio fratello maggiore, figura dispettosa, ma simpatica, che mi ha praticamente visto nascere e che è stato una presenza fissa in casa nostra per i primi dodici anni della mia vita. All’ora ero solita indicarlo come “il mio fratello dispettoso”, per distinguerlo e contrapporlo alla figura mite e tranquilla del mio fratello biologico. Per lungo tempo, io e mio fratello lo abbiamo considerato come se fosse il terzo figlio dei nostri genitori proprio perché si comportava come tale e non perché ci fossero effettivi legami sanguigni.

Matilde Tramacere

Marianna Persia ha detto...

Ho trovato davvero illuminante capire che non c'è niente di naturale nelle relazioni parentali. E penso che sia un'idea molto difficile da accettare per la nostra cultura. Capirlo vorrebbe dire anche riuscire a capire e risolvere molte delle problematiche della nostra epoca legate alla genitorialità. Mi sono sentita dire spesso la frase "gli amici sono la famiglia che ti scegli" e l'ho percepita come vera in molte fasi della mia vita, soprattutto in adolescenza. Oggi però ho una concezione completamente diversa. Crescendo e distaccandomi dal nucleo familiare (vivo da sola) ho imparato a considerare i miei genitori e i miei fratelli come persone e non più come portatori di determinati ruoli. E sono quindi riuscita ad instaurare un rapporto sincero ed autentico. E non ho con nessun altro la stessa identità. Penso quindi che la mia famiglia mi sia capitata ma sia stata io a scegliere di creare un rapporto che non ha nulla a che fare con il
sangue. Questo avviene con la mia famiglia in senso stretto (genitori e fratelli) ma non posso dire la stessa cosa, ad esempio, per gli zii. In questo caso, mi viene in mente una relazione simil-parentale. Mio cugino, tempo fa, si è trasferito a Barcellona dove ha vissuto per anni e si è fidanzato con una ragazza della città. All'epoca avevo otto anni e almeno cinque volte l'anno venivano a Roma e io aspettavo questo momento con ansia. Elizabeth era, ai miei occhi di bambina, la sorella che avrei sempre voluto: estroversa, carismatica, curiosa, bellissima. E nel
corso della loro relazione, durata a lungo, ho rafforzato questa idea costruendo un rapporto indipendente ed autentico tanto che ancora oggi nonostante mio cugino sia adesso fidanzato con una scozzese, continuo a mantenermi in contatto con lei e medito di andarla a trovare presto.

Michela Fiorini ha detto...

Data la mia esperienza personale posso affermare che i legami simil/parentali instaurati con i nostri amici non sono di minore importanza rispetto a quelli biologici,tant’è che spesso si possono rivelare anche più forti e sinceri.
Inizio premettendo che io non faccio distinzioni tra cugini o zii di primo secondo o terzo grado, li metto tutti sullo stesso livello.
Il mio papà non ha molti cugini o zii, ma a compensare tale “mancanza” c’è la mia mamma che invece proviene da una famiglia molto numerosa(mia nonna è pugliese).
L’unico problema è che abbiamo la sfortuna di non vivere tutti nella stessa città:siamo sparsi un po’ per tutta Italia(Roma,Canosa di Puglia,Milano,Novara,Sicilia…) e ci resta molto difficile incontraci spesso durante l’anno,quindi io me li vivo pochissimo.
Per fortuna però i miei genitori ,fin da quando erano ragazzi ,si sono creati un gruppo di amici composto da altre 4 coppie con cui sono cresciuti insieme .
L’amicizia dura tutt’oggi e la “combriccola” ormai è super numerosa in quanto tutti hanno avuto dei figli.
Noi ci vediamo come una vera e propria famiglia,tanto che per rafforzare tale legame ogni coppia a cresimato i figli di un’altra coppia.
Di ragazzi siamo una dozzina,anche qualcosa di più, e facciamo tutto insieme, ma soprattutto ci siamo sempre gli uni per gli altri.
Stiamo vicini sia nei momenti felici come feste, capodanni,serate,sia in quelli tristi come una malattia o durante la mancanza di qualche nonno(come è successo a me e mio fratello:per un’intera settimana ogni sera venivano a casa, anche per una semplice pizza,perché sapevano quando tenevamo a nostra nonna)
La fascia d’età di noi ragazzi va dai 18 ai 30 anni;io sono la più piccolina,ma l’età non ci preclude il fatto di poter parlare di qualsiasi cosa.
Quando di mezzo non ci sono impegni lavorativi e universitari ci piace andare nella casa al mare e passare il weekend in compagnia.
Tutti quanti sentiamo la necessità di passare del tempo insieme, cosa che mi succede anche con i miei parenti biologici, solo che con loro non so perché è più forte.
L’esempio che lo dimostra è quello che mi è capitato durante il mio 18°(evento più recente dove ci sono stati entrambi):nonostante c’erano i miei parenti biologi che non vedo spesso e a cui voglio un bene dell’anima(cui cui mi piace trascorrere del tempo), io ero involontariamente più propensa a parlare e scherzare con i miei amici anziché con loro.
In conclusione ci tengo a dire che la parentela è vista dall’uomo come un punto di riferimento e io la “combriccola” la considero tale.

Ilaria Piacenti ha detto...

ILARIA PIACENTI

L’antropologia ci insegna che molte cose che noi pensiamo appartenere all’ordine del naturale, sono comunque socialmente costruite. Gli stessi legami di parentela che noi crediamo essere biologicamente stabiliti, sono in realtà il prodotto della nostra cultura. Ricostruendo il mio albero genealogico di tipo biologico mi sono accorta che non dice nulla su quelle che sono le mie relazioni sociali, per esempio, quella che potrebbe essere una semplice amica di mia madre, diventa per me più di una conoscente al punto che per la mia cresima ho scelto lei come madrina.
Anche se biologicamente non siamo legate, lei per me è come una vera e propria zia, che mi ha visto crescere e si è presa cura di me in ogni circostanza. Tra di noi si è stretto un rapporto talmente intenso che oramai la considero parte della mia cerchia familiare.
Al contrario ci sono degli zii che non sento come tali perché anche se ci lega un rapporto di sangue, non abbiamo nel tempo coltivato alcun tipo di relazione.

Vivian De Dominicis ha detto...

Tutte le culture hanno un diverso modo di “risolvere” il problema della condivisone dell’essere, secondo cui un individuo da solo non è in grado di sussistere, per cui c’è bisogno di costruire alcuni legami inossidabili, come ad esempio quelli parentali.
La parentela, fino a queste lezioni, la consideravo la cosa più naturale e certa del mondo, insomma credevo che sui legami biologici ad esempio tra me e mia madre non ci fosse nulla da discutere, ho capito invece che senza un legame culturale, certi legami, non avrebbero senso di esistere, che si tratta anche qui di una costruzione sociale.
Tutte le culture distinguono la parentela dall’amicizia, cioè da quei rapporti voluti dal caso, ascritti (io non ho scelto mio fratello) da quelli voluti dall’individuo (io mi scelgo i miei amici), tuttavia ogni cultura decide quale sia il confine tra le relazioni naturali e quelle volute.
Nella nostra cultura è capitato a tutti di avere ‘una zia che in realtà non è nostra zia’, cioè di avere un legame talmente forte, solido con una persona con cui non si è collegati biologicamente, da legittimare, attraverso la volontà sociale, la pratica facendola travestire da legame biologico.
Nel mio caso, oltre al frequente esempio dell’amica considerata come sorella, posso dire di “avere 3 nonne”. Sono una studentessa fuori sede e vivo a casa di un’anziana signora (una vecchia cara amica di mia nonna materna) che mi ha accolto in casa come un’altra sua nipote e che io appunto vedo come una nonnina. Mi sento adesso molto più vicina a lei che alla mia nonna paterna biologica che non vedo quasi mai, perchè ha seguito mia zia che si è trasferita a Firenze, tranne che nelle festività. La signora che mi ospita ha tutti quegli atteggiamenti, quelle attenzioni, che vanno dal thè caldo quando torno a casa all’università di inverno, alla classica preoccupazione sul fatto che io mangi poco, tipiche della figura di una nonna che invece da parte di mia nonna paterna non ho ricevuto.
Sono io quindi a legittimare questo rapporto non biologico ma affettivo trasformandolo, accettandolo come biologico.

Francesca Russo ha detto...

Per me la famiglia è sempre stata una costruzione sociale. Io non ho mai fatto differenze tra una zia che non è una zia, e quella zia che è la sorella di mia madre. Questo perché quando ero piccina avevo un rapporto molto più stretto con zia Anna, e zia Totò, le migliori amiche di mia madre, piuttosto che con zia Cate, sua sorella, che viveva al tempo in un'altra città, e che quindi vedevo poco.
Non abbiamo mai dato importanza a chi fosse fratello a chi, quindi le ramificazioni della mia numerosissima famiglia le ho capite molto tardi e ci sono ancora dei punti piuttosto misteriosi.
Ricordo però quel giorno in cui rimasi sconvolta dall'apprendere che zia Anna e zia Totò fossero sorelle tra di loro, ma che con mia madre non c'entravano proprio niente. E mio cugino Eugenio, figlio di zia Anna, era addirittura stato adottato, quindi è figlio di un'altra madre probabilmente polacca. Questa storia per me era qualcosa di assolutamente fuori dal mondo, perché fino a quel momento il ruolo delle persone era definito solamente, ESCLUSIVAMENTE, dal nome che avevano, e non avevano nulla dietro, nè sangue nè amicizia. Invece fu questa l'occasione in cui capii determinate dinamiche culturali. Inoltre, nella mia famiglia si "adottano anche i nonni". Diciamo sempre che una volta diventato nonno, si è nonno di tutti. Infatti io non ho solo 4 nonni, sono nonni anche i fratelli dei miei nonni (che invece dovrei chiamare prozii, credo?) e quegli amici di famiglia -che hanno davvero un rapporto stretto con noi- che sono già nonni di qualcuno.
La questione si fa davvero complicata per me da spiegare, diventa difficile descrivere la mia concezione di famiglia, perché è lontanissima dalla struttura tradizionale e perchè sono sicura che sia davvero difficile che qualcuno si identifichi con il modo che ho imparato io di distinguere i ruoli delle persone che ho intorno. Di fatto, la verità è che, tutt'ora, mi importa poco sapere se una persona fa parte del mio albero genealogico o meno.
Inoltre, ho sempre pensato - anche se non vorrei peccare di superficialità - che non mi importerebbe niente, un giorno, scoprire eventualmente che mio padre o mia madre non sono i miei veri genitori, perché per me è più importante ciò che hanno fatto di concreto nella mia vita, piuttosto che il dna.

Francesca Acostachioae ha detto...

Q.
La differenza tra i miei parenti biologici e le mie relazioni simil-parentali sociali non è data solo dal legame di sangue ma anche dal legame sociale e affettivo che ho con loro. Ad esempio, il legame emotivo che lega me e la mia migliore amica è così profondo e duraturo che potrei considerarla una “sorella” in quanto il nostro legame sociale simula un legame biologico; mentre il rapporto che mi lega con alcuni parenti, come mia cugina di primo grado, è soltanto un legame di sangue in quanto non ho nessun rapporto affettivo. Per tanto è come fosse una qualsiasi conoscente. Ci sono poi quei rapporti sanguigni di parentela che non ho mai stabilito o comunque approfondito, in quanto la mia genealogia paterna risiede in un altro paese e quindi non ho mai avuto la possibilità di conoscerli a fondo. Ad esempio non c’è alcun legame sociale né culturale con la mia nonna paterna (MaPa) eppure lei è comunque mia nonna a livello biologico. La mia parentela materna, che vive in buona parte con la mia famiglia, è quella con cui ho un rapporto più profondo. Tra loro c’è mia nonna materna (MaMa), con la quale ho uno splendido rapporto e potrei considerarla una seconda madre.
Vediamo quindi come a volte non è la vicinanza di parentela o il sangue che ci accomuna, a determinare i rapporti, bensì l’affetto e il legame socio-culturale che abbiamo con loro.

Francesca Anna-Maria Acostachioae

Ilaria Iannuccilli ha detto...

Nella molteplicità dei rapporti interpersonali, si tende, almeno a livello formale, a porre una netta linea di demarcazione tra i legami parentali di natura biologica e quelli sociali in genere. In realtà, capita spesso che una parte di questi ultimi nasca e si sviluppi secondo modelli vicini a quelli biologici, che spesso addirittura superano i primi per quanto concerne la forza del legame stabilito. Quando avevo quattro anni ho stretto amicizia con quella che all’epoca era la figlia dei miei vicini di casa, di due anni più grande di me. Col passare del tempo tra noi il legame ha iniziato a crescere a tal punto da assomigliare a quello che intercorre tra due sorelle.
Trascorrevamo quasi tutte le giornate insieme. Lei veniva quasi quotidianamente a casa mia perché i genitori, piuttosto che lasciarla con una babysitter, preferivano affidarla a mia nonna, che viveva con la mia famiglia. Il legame tra lei e mia nonna, si strinse a tal punto che ancora oggi lei la considera come la sua nonna biologica. Il fatto di essere cresciute insieme, condividendo tanti momenti importanti, ha fatto sì che tra di noi e tra i nostri genitori si creasse un legame che, per livello di confidenza, non assomiglia affatto ad un legame di amicizia, avendo invece tutte le caratteristiche del rapporto parentale di tipo biologico.

Ilaria Iannuccilli

ilaria ha detto...

ILARIA PESOLI
Devo dire che la mia famiglia si affaccia ai rapporti di parentela in modo piuttosto tradizionale, se così si può dire, nel senso che la rete di parenti biologici è molto più marcata della rete di relazioni simil-parentali sociali. Ci sono pochi esempi che mi vengono in mente. Il mio nucleo famigliare (MA, PA, So e io) è in buoni rapporti con la maggior parte dei suoi parenti biologici quindi, SoMA, SoPA, Fo/FaSo, FaSoPa/Ma. Recentemente all'insieme si è aggiunta la famiglia di una cara amica (che chiamerò Z)d'infanzia dei miei genitori che, anche se non chiamo zia, reputo ormai come parte della famiglia più stretta, nel senso che se vogliamo andare a cena fuori non dirò (che magari ho visto una volta in un anno), ma proporrò la presenza di Z. So benissimo che non è mia zia, ma il rapporto emotivo che si è instaurato e l'adempimento di alcuni ruoli "tipici" di una zia (uscire insieme, passare la notte, parlare dei problemi famigliari) me la fanno sentire più parente del cugino X. E' un fenomeno molto diffuso anche quello di sentirsi legati a cari amici come se fossero fratelli o di sentirsi "adottati" dalla famiglia dei nostri migliori amici perché passiamo molto tempo in casa loro. E' durante le feste che la distinzione tra le due reti si fa o più confusa o più marcata, in base all'intensità dei rapporti. Solitamente molte famiglie passano il Natale, appunto, in famiglia; questo a volte implica la presenza di quegli amici che ormai sono considerati come parenti e che vanno, con il tempo, a ricoprire il ruolo della "zia che non è davvero zia ma è come se lo fosse". Mi viene poi in mente qualcosa che non è proprio utile a misurare la differenza di rete, ma che mi fa riflettere sulla natura antropoietica della parentela e cioè che non avendo mai conosciuto mio nonno paterno, io considero il marito della SoPa come un nonno, lo chiamo zio perché ormai chiamarlo nonno sarebbe strano, però per diversi fattori (l'età, l'essere stato sempre presente nella nostra vita, passare feste e vacanze insieme, io l'averlo visto invecchiare e lui a me crescere) il suo comportamento nei confronti miei e di quelli di mia sorella non è differente da quello che ha con i "veri" nipoti.

Martina Gerace ha detto...

Pensando alla mia rete di relazioni simil-parentali sociali mi vengono in mente varie persone che io fin da quando sono piccola chiamo “zio” e “zia” pur non essendo fratelli o sorelle di mia madre o mio padre e pur non essendo persone sposate con fratelli o sorelle di mamma o papà. Innanzitutto mi viene in mente la mia vicina di casa dell’abitazione che ho in Calabria, a Crotone. Vive accanto a casa mia da quando io avevo circa due anni e fin da subito ha instaurato un rapporto di amicizia molto stretto con mia madre, un rapporto che si è consolidato sempre di più nel corso degli anni fino a diventare la sua migliore amica; pertanto prendono il caffè insieme il pomeriggio, escono insieme, condividono tra di loro i più intimi segreti. Fin da piccola sono stata abituata a chiamarla zia Rita e suo marito zio Aldo, pur sapendo che non vi fosse alcun legame parentale tra loro e i miei genitori e a me non è mai suonato strano chiamare lei “zia” perché lei da sempre si comporta come un surrogato di mia madre, mi ha vista crescere, mi ha coccolata, mi ha fatto regali, mi ha accudita quando mia madre aveva bisogno di lasciarmi da qualcuno di fiducia perché aveva un impegno; in pratica si è da sempre comportata allo stesso modo in cui si comporta zia Antonella, la sorella di mio padre e sin da piccola non riuscivo a vedere alcuna differenza tra queste due zie. Mia madre voleva che il legame con zia Rita fosse solido, forte, perciò mi ha abituata a fare finta che quella fosse mia zia perché aveva bisogno di sapere di poter contare su qualcuno che si comportasse con me come una zia nel momento in cui non aveva un impegno e perché lei stessa sentiva zia Rita come una sorella, anzi ha un legame più solido con lei che con le sue sorelle che invece da anni si sono allontanate da lei.
Altro esempio che mi viene in mente sono i genitori di Roberta, la mia migliore amica d’infanzia, che io chiamo da sempre zia Antonella e zio Antonio perché io e Roberta passavamo tanto di quel tempo insieme a giocare che ormai i genitori accudivano anche me, mi volevano bene, quindi verso di loro nutrivo un forte sentimento d’affetto, tale da chiamarli zii.
Allo stesso tempo, come ho capito che esistono legami sociali così forti da poter essere travestiti da legami biologici, mi sono resa conto che esistono anche legami biologici che sono così poco stretti che arrivi a non sentire un parente tale ma anzi lo senti come un estraneo. Un po’ tutti i parenti da parte materna sento molto lontani perché ci frequentiamo pochissimo ma in particolare c’è un fratello di mia madre che io percepisco come un vero e proprio estraneo, avendolo conosciuto a 10 anni ed essendo stata quella l’unica volta che l’ho visto in tutta la mia vita. Sento che io e lui siamo semplicemente uniti da alcuni geni in comune, nient’altro. Sento anche il peso di chiamare tale persona zio perché per me un estraneo non rientra nella categoria di zio, sento il peso di attribuirgli quest’etichetta, questa categoria sociale a lui poco consona, sento che il legame che ci unisce non è dell’ordine naturale ma è socialmente costruito, è costruito all’interno di un sistema di significazione culturale. Se fosse per me non attribuirei mai a lui il segno “zio” ma certamente lo attribuirei a zia Rita, zio Aldo, zia Antonella e zio Antonio pur non essendo uniti da un legame di parentela biologica.

Martina Gerace

Alessio Martorelli ha detto...

Q1. Quando ero piccolo molto spesso ero lasciato a casa con mia zia (sorella di mia madre). Tuttavia, quando lei non poteva, venivo custodito anche da una mia vicina di casa, coetanea di mia nonna. Succedeva spesso, a tal punto che era una di famiglia, considerata da mia madre stessa “una seconda nonna”. Per quanto riguarda altri legami, ho in tutto sei zii, da parte di madre e di padre, ma questo rapporto di sangue non è sentito affatto, da ambo le parti. Stesso dicasi per i miei cugini. Solo da parte di madre il legame è leggermente più presente, in quanto in particolari occasioni, come Il Natale o la Pasqua, ci riuniamo e stiamo un po’ assieme. Per il resto ho due migliori amiche con le quali ho un rapporto di gran lunga più profondo che con il resto della famiglia, sebbene non le consideri propriamente delle sorelle o delle cugine.

ILENIA FALSONE ha detto...

Quando nasciamo entriamo a far parte di un nucleo di persone alle quali siamo legati, inevitabilmente, da un legame biologico. Queste persone, costituiscono la nostra famiglia. La mia famiglia, non è molto numerosa. Mamma è figlia unica e papà ha 3 fratelli. Ho 9 cugini, con una cugina in particolare ci sono cresciuta a stretto contatto. Eravamo come sorelle, fin quando è venuto a mancare il nostro nonno paterno. Da quel momento i rapporti tra i nostri genitori hanno iniziato a deteriorarsi e tutto ciò, ha portato al nostro allontanamento. Sono passati 10 anni ed a me la famiglia di mio zio non mi appartiene più. Gli altri zii e cugini, ce li ho lontani e per forza di cose, non siamo legatissimi. Riusciamo a vederci una volta l'anno. Dalla parte di mamma, nonostante non ci siano fratelli e nipoti, ho avuto la fortuna di essere circondata da amici che ormai sono diventati membri della famiglia. Mamma, è stata cresciuta, accanto ai miei nonni, da due dirimpettaie che ho avuto e ho tutt'ora la fortuna di conoscere anche io e, considerarle come altre due nonne. Nutro un forte affetto nei loro confronti. Mamma, non avendo sorelle ha instaurato un solido legame con una sua cugina ed insieme hanno fatto crescere insieme i rispettivi figli. Di conseguenza, tra me e le mie cugine di secondo grado, è venuto a crearsi un armonioso rapporto. Da tutto ciò, io posso affermare che la maggior parte delle persone alle quali sono fortemente legata, non condivide con me elementi biologici. A legarci, è un sentimento di forte rispetto reciproco che va oltre qualsiasi legame di parentela. È strano, come persone con le quali siamo biologicamente accomunati non ricoprano un ruolo centrale nella nostra vita e altre, incontrate per caso vadano a renderla migliore e piena di affetti veri.

Ilenia Falsone

Federico Vespoli ha detto...

Q1.

La mia rete di parenti biologici è decisamente più folta nel lato materno: mia nonna materna aveva cinque sorelle e un fratello, mio nonno paterno aveva due fratelli e una sorella. A loro volta quasi tutti hanno avuto più di un figlio, generando così un numero davvero notevole di zii e zie di secondo grado distribuite su tutto il territorio italiano, dal Veneto alla Campania. Molto spesso quando i miei genitori portavano me e mio fratello in viaggio, trovavamo appoggio da una delle innumerevoli cugine di mia madre e questo ha contribuito a farmi percepire tutto il ramo materno come più vicino e popolato di zie e zii che mi avrebbero accolto in ogni caso. Il lato paterno è invece molto meno affollato e praticamente tutti i suoi membri vivono a Campobasso, la mia città natale. I rapporti con i cugini di mio padre sono decisamente più freddi e tendo a dimenticarne facilmente i nomi, il lavoro e l’ubicazione nella città. Tuttavia mio padre ha sempre tenuto moltissimo ai suoi amici e ha fatto in modo che fossero presenti a tutte le occasioni importanti che riguardavano me o mio fratello. Molti di questi amici sono stati per me dei veri e propri “zii” e “zie” comportandosi e trattandomi esattamente come fa, ad esempio, la sorella di mia madre a cui sono molto legato. Quando torno a Campobasso vado a trovare mia zia così come vado a trovare gli amici di papà: mi sono confidato con loro, mi hanno fatto dei regali, mi hanno rimproverato se necessario e mi hanno trattato come se avessi con loro un legame di sangue. I miei zii biologici, anche lo stesso fratello di mio padre, sono decisamente meno legati a me di quegli zii acquisiti che di fatto si comportano come dei surrogati dei miei genitori.
Un altro esempio lampante di questa discrepanza è mio fratello: gli voglio molto bene, ci capiamo e siamo sicuramente legati, tuttavia il legame fraterno che ho stretto con alcuni miei migliori amici è più ricco e saldo. Il mio coinquilino ai tempi di Pisa, Roberto, mi considera come un vero e proprio fratello: ci sentiamo molto più spesso di quanto facciamo io e mio fratello e siamo molto più in confidenza nonostante viviamo adesso in città differenti. I miei migliori amici condividono con me esperienze e sensazioni, desideri, aspirazioni e routine: questo legame simil-parentale sociale è fortissimo ed è testimoniato dal fatto che anche i miei genitori considerano alcuni dei miei amici come quasi-figli.

Federico Vespoli

Luca Vona ha detto...

professore credo che questo sia il compito più difficile che fino ad ora ci ha voluto dare, soprattutto perché dobbiamo fare un’analisi completa su noi stessi e sui nostri rapporti sociali, andando a ribaltare ed a sconvolgere concetti che per noi sembrano come sacri ed improfanabili. comunque, facendo ciò, ho potuto notare la poca e sottilissima differenza che c'è tra i legami con i miei familiari e quelli che ho con persone a me molto care. tralasciando i miei genitori, con cui ho un rapporto stupendo, fin da quando ero piccolo ho vissuto a stretto contatto con una coppia di amici dei miei genitori, a tal punto da chiamarli in modo affettuoso "zii". ormai sono grande e so bene che loro non sono i miei veri zii ma ciò nonostante ormai per me è diventato cosi "naturale" che è difficile togliere quest'abitudine, anche perché io li sento davvero cosi legati a me che mi risulterebbe troppo difficile non pensarli tali. lo stesso vale per la mia migliore amica, che conosco da 4 anni, che considero mia sorella minore, tanto da far qualsiasi cosa per lei pur di proteggerla. ormai frequenta così tanto casa mia ed io casa sua che ci sentiamo entrambi appartenenti all'altro gruppo familiare. nemmeno con mio fratello, a cui comunque voglio molto bene e che condividiamo le stesse passioni, ho un legame così forte, e credo che sia questo ciò s qui lei professore ci vuole far riflettere: il legame familiare non è una costituzione naturale che ha dei punti saldi in tutti gli individui, ma è un qualcosa che si instaura tra le varie persone che scelgono di condividere determinati rapporti e situazioni con altre persone che non devono obbligatoriamente essere legate da una stretta associazione biologia.

Gianni Schioppa ha detto...

I legami parentali, comunemente ed istintivamente considerati come assolutamente naturali, sono in realtà prodotti della cultura: una zia, un cugino, una nonna, sono tali esclusivamente in relazione al ruolo sociale, culturalmente attribuito, che ricoprono.
Personalmente, ho trascorso l’infanzia circondato da “zii”: mio padre mi presentava i suoi colleghi, amici e parenti “lontani” attribuendo loro puntualmente l’appellativo “zio/zia” ed esortandomi ad utilizzarlo; inutile sottolineare la fondamentale confusione che ne seguiva: in questa rete di zie e zii, in cui pochi ricoprivano il ruolo sociale proprio di uno/a zio/a, la sorella di mia madre, quindi mia zia propriamente detta, aveva con me lo stesso grado di parentela di una collega di mio padre.
Un esempio in cui invece il legame biologico è il medesimo, ma differisce totalmente il modo di ricoprire il “ruolo” di parentela e, conseguentemente, la mia percezione di essa, riesco a rintracciarlo nei rapporti che mi legano ai miei nonni paterni e materni: con i primi, a causa sostanzialmente della distanza, non ho potuto, negli anni, edificare un rapporto in cui il loro “essere nonni” fosse pienamente espresso; al contrario, con i miei nonni materni, da sempre, ho vissuto un rapporto viscerale. Ciò non implica affatto che nutra minore affetto verso i genitori di mio padre, tuttavia percepisco nettamente che ci sia, rispetto ai nonni materni, una differenza qualitativa nel ruolo di “nonni”, ruolo costituito cioè dalle azioni e atteggiamenti che naturalmente vengono loro attribuiti.
Una relazione simil-parentale, che prescinde totalmente dal legame biologico, ma che pur ne mantiene le caratteristiche, è rintracciabile invece in quella che tuttora coltivo con il mio migliore amico. Il nostro rapporto è estremamente simile a quello che solitamente si sviluppa tra fratelli quasi coetanei: pur non essendo tali (cioè non aver condiviso la stessa abitazione durante l’infanzia, non essere nati dagli stessi genitori etc.), trovo che il grado di sintonia, di rispetto e di aiuto reciproco, sia assolutamente vicino, se non equiparabile, a quello fraterno.

Veronica Orsini ha detto...

Come abbiamo sottolineato a lezione, tutti abbiamo una zia che non è zia. Sembra una frase paradossale eppure la capiamo tutti. Questo è perché oltre ai rapporti strettamente biologici a cui diamo il nome di parentele, ci sono dei rapporti sociali che tendiamo ad enfatizzare nella nostra vita quotidiana, soprattutto in certe fasi. Da piccola, oltre ai fratelli di mia madre, chiamavo zia una sua cara amica d'infanzia, con cui eravamo molto unite e per me quindi era equivalente ad una zia di sangue. Al contrario, forse me ne vergogno un pochino, non riesco a chiamare zia la moglie di mio zio, il fratello di mia madre, perché sono solo 5 anni che la conosco e non mi viene spontaneo attribuirle un appellativo ("zia") che ho imparato ad associare ad un legame intimo. Di contro, sono molto felice di essere chiamata "zia Vero" dalla figlia piccola di una mia cara amica, nonostante non vi siano legami parentali in senso biologico, perché mi sento così vicina a loro da essere entrata nella loro sfera familiare, sperimentando sulla mia pelle cosa significhi una relazione simil-parentale. Quest'ultima la intrattengo anche con la mia migliore amica. Sono vent'anni che ci conosciamo e per me è come una sorella e questo fortunatamente vale anche per lei. Siamo come sorelle in tutti gli aspetti della nostra vita, anzi, lei ha due sorelle e certe cose le confida solamente a me.

Veronica Orsini.

Simone Perrone ha detto...

1) Riconosco di trovarmi in seria difficoltà nel rispondere a tale quesito, per il fatto di non avere alcuna relazione reale extra-familiare significativa da poter confrontare alle relazioni con i miei parenti biologici. Sì, ho alcuni amici di penna, ma nessuno di essi ho mai denominato “fratello” o “cugino”. Sicché, rebus sic stantibus, mi trovo costretto ad una mera riflessione astratta sullo scarto esistente tra la relazione che ho con mio padre e la relazione che avrei con una persona extra-familiare con cui mi trovassi in maggiore sintonia: col mio babbo sono legato esclusivamente per il fatto di convivere sotto lo stesso tetto e di avere qualche scambio occasionale di parole, flatus vocis; questo perché a livello affettivo e simpatico siamo – e, dacché ho memoria, siamo sempre stati - agli antipodi. Per un certo periodo della mia vita, questa difficile relazione è stata per me motivo di tristezza, giacché credevo che con i genitori si dovesse avere una fortissima relazione affettiva, perché essi non soltanto ci hanno messo al mondo (legame biologico), ma ci consentono anche di soddisfare i nostri bisogni primari. Ciò è senza fallo vero, ma ad una certa età, e in verità anche prima di seguire le lezioni di antropologia culturale, capii che spesso la relazione che lega i figli ai genitori è fondata più sul rispetto che su un’autentica affinità elettiva: ragion per cui molti ragazzi sono più in sintonia con conoscenti, amici o altri parenti che con chi li ha messi direttamente al mondo, donde lo scarto tra la rete parentale biologica e quella simil-parentale sociale.



Cordialmente,
Simone Perrone

Simona Antuoni ha detto...

Chi è mio zio? Franco, il fratello di mia madre ovvero l’avunculus che mi abita accanto e con cui condivido a stento un saluto o Sergio, l’amico di infanzia di mia madre che abita a 40 km di distanza e con cui condivido feste, pranzi e cene? In qualità di essere umano sento la necessità di stabilire chi è “mio zio” (chi è dei “nostri”) e chi non lo è. Il legame di sangue e la biologia bastano ad effettuare questa distinzione? Direi proprio di no. Analizzo allora i rapporti che ho con “mio zio” e mentre con l’avunculus non c’è nessun tipo di rapporto collaborativo (anzi) potrei iniziare ad affermare che “mio zio”, per quanto ne dica la biologia, è l’amico di mia madre. Ma chi lo decide? Sappiamo intanto che i criteri che definiscono le appartenenze sono segni prodotti dall’uomo (e quindi possono essere infiniti), ma questi segni non possono essere “assoluti” o “oggettivi”. Chi stabilisce che “mio zio” è il primo esempio e non il secondo? E poi, è così per tutti? La risposta è che esiste un modo INTERSOGGETTIVO di stabilire questa appartenenza. Attorno al mio “io” ho definito il “noi” ossia il “dentro” attraverso il procedimento semiotico di AUTOIDENTIFICAZIONE INTERNA e ho stabilito il “loro” ossia il “resto” suddividendolo poi a sua volta (Categorizzazione esterna). Nella prima “area” ho posizionato Sergio, Zio Sergio. Nella seconda “area” ho posizionato Franco. Ovviamente confrontandomi con mia nonna (e quindi con qualcuno che fa parte del “noi”, che sta dentro) emerge una rappresentazione conflittuale del “noi” e difficilmente riesco a farle capire che, per me, Franco “sta fuori” (In tutti i sensi!). Ma il chiarimento, la negoziazione del significato di “mio zio”, non basta a farle capire il mio punto di vista tant’è che continua a ripetermi “Ma quello è tuo zio!!” ed io le rispondo “Ma questo lo dici tu” e lei mi interrompe “Ma è così, per tutti!” e via, si ricomincia da capo. “Lo spazio politico delle identità si gioca tutto sullo scarto tra queste due dimensioni” l’autoidentificazione e interna e la categorizzazione esterna.

Simone Battistoni ha detto...

Forse per asocialità o per misantropia , nella mia rete parentale sono poche le eccezioni in cui di parla di "new-entry parentali" . Uno dei casi cui si verificò questo preciso processo , a mia memoria l'unico , avvenne prima che nascessi . I miei genitori , forse per un lampo di espansività , strinsero amicizia con una coppia di Padova . A questi due patavini fu chiesto di ricoprire le due "importantissime" figure di spicco del mio primo giorno ufficiale nel mondo della religione , padrino e madrina . Fatto sta che se pur avrei preferito molte volte avere vicini due raffinati signori veneti , in venti anni di vita li ho incontrati solo cinque volte . Come si deduce dalle mie parole il caso che ho raccontato è quello che va per la maggiore, quindi due nuovi zii , che tra altri vent'anni di soli messaggi natalizi continueranno a non essere chiamati in altro modo che zii .
Nella mia rete quotidiana invece la gittata massima non supera la sorella di mio nonno materno , che é mia zia "indiscutibilmente" . In paradosso però sua figlia , quindi la cugina di mia madre , non è mia zia e la chiamo per nome pur essendo la madre delle mie "indiscusse" cugine .
Per vicininza ( perché è necessariamente per quello ), il nipote di mia nonna materna é estremamente mio zio , molto di più di quanto non lo sia il fratello di mio padre (che vive più lontano) .
La mia rete ego-centrica non è troppo articolata , ma spesso vengo inglobato nelle reti di coloro che fanno parte della mia , che riconosco siano molto più articolate e sicuramente sarebbero state molto più interessanti da analizzare .

Cristiana Chiarelli ha detto...
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Cristiana Chiarelli ha detto...
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Cristiana Chiarelli ha detto...

Ho sempre pensato sarebbe stato interessante uno studio più approfondito di quella che per semplicità chiamo 'famiglia', ma che, per la sua struttura complessa e i suoi meccanismi al suo interno a volte assurdi che ancora mi sfuggono, non saprei bene come definire.
Sarà che vengo da un paese del sud, e allora lo stereotipo dei meridionali che hanno famiglie enormi, in cui praticamente tutti in paese sono tuoi parenti, un po’ mi coinvolge, pur essendone io stessa interessata. Ma in sostanza non mi sento di smentirlo del tutto. Mi sono sempre stupita, da quando ero bambina, del fatto che ogni festa (un matrimonio, un battesimo, una comunione; si parla quindi di un minimo di 150 persone) era una gigante riunione di famiglia, in cui tutti erano ‘zii’ e ‘cugini’, ma le persone con cui avevi effettivamente un rapporto più simile a una parentela si contavano sulle dita di una mano o due. E solo ora mi rendo conto dell’enorme lavoro di costruzione che esiste dietro una simile struttura, che richiede non pochi sforzi per restare in piedi, ma che alla maggior parte dei suoi membri sembra qualcosa di assolutamente naturale e scontato. Poi però scavi un po’ più a fondo e vedi: zii che non avevi mai visto e che probabilmente non rivedrai mai più; sorelle con cui hai litigato e con cui eviti anche solo di incrociare lo sguardo; cugini che non sapevi di avere; insomma, tutta una serie di relazioni parentali che dette così sembrano implicare un qualche legame; ma di fatto sono relazioni che pare esistano solo nel momento in cui tutto il PARENTADO si ritrova sotto lo stesso tetto, o si riattivano quando li incontri per strada e sei ‘costretto’ a fermarti per fare due chiacchiere. Ma "è famiglia", direbbe mia nonna, che parafrasando significa:"è sangue del tuo sangue"; e su questo c'è poco di cui discutere.
Quando poi guardo alle relazioni reali, mi accorgo di non avere nemmeno bisogno di una zia che non è una zia; infatti, sin da piccole io e le mie sorelle abbiamo vissuto a strettissimo contatto con la sorella di mia madre e i suoi figli; per cui i miei CUGINI PARALLELI erano in realtà dei ‘siblings’; mentre dal lato di mio padre, i figli di sua sorella, cioè i miei CUGINI INCROCIATI, erano molto più distanti, non avevamo quasi alcun tipo di rapporto, se non in rare occasioni; perciò era come se fossero un po’ meno cugini degli altri, e gli zii un po’ meno ‘zii’. Dunque, il fatto di avere legami di sangue è di per sé una garanzia, una specie di ‘assicurazione sulla famiglia’, quella che ci sarà sempre e per qualsiasi cosa; e in una famiglia così grande, se hai bisogno di qualcuno nei momenti di necessità è ai tuoi consanguinei o AFFINI che ti rivolgi, perché sai che ci saranno, perché ‘devono’ esserci. Ma non sempre questo 'dovere' sussiste senza l'effettività di rapporti personali e affettivi costanti, che ti fanno sentire veramente 'in famiglia'.

Francesca Bertuccioli ha detto...

Con queste due lezioni mi sono resa conto di ciò che avevo davanti e su cui non ho mai riflettuto: sul fatto che la parentela, che tutti pensiamo sia naturale, in realtà è socialmente costruita e va comporre, prendendo forme diverse, un tassello del sistema culturale dei vari gruppi culturali.
La parentela, infatti, è sempre stata vista dalle culture come una colla culturale, cioè, come afferma Sahlins, la rappresentazione dell'estrema necessità che ha l'uomo di legami indissolubili, chiamati, proprio per questo, legami biologici.
Di conseguenza la parentela la determiniamo noi, anche se la definiamo 'naturalmente data', attraverso i rapporti e l'affinità che gli individui instaurano con i membri della propria rete familiare e non.
In questo senso mi viene da pensare alla mia famiglia e da come siano diversi i rapporti tra famiglia da parte di mio padre e la famiglia da parte di mia madre. Con la famiglia da parte di mio padre i rapporti non sono molto stretti tanto che le volte in cui ho visto i miei zii le potrei contare sulle dita di una mano, infatti penso che il legame tra ''noi'' (io e i miei genitori) e loro sia tenuto insieme esclusivamente da mia nonna.
Con la famiglia da parte di mia padre, la situazione è diversa. Mia madre è peruviana e nel loro sistema culturale e tradizionale la famiglia viene vista come la prima cosa sopra ogni rapporto possibile, nel senso che costruiscono, da ciò che ho visto e vissuto in questi anni, un vero e proprio ''patto di sangue'', cioè una vera e propria colonna salda e indissolubile data per natura e naturalmente rispettata. Questa colonna è fondata e mantenuta, poi, da un continuo sistema di frequentazione fondato su feste, su semplici pranzi o cene senza una particolare ragione, e un forte sistema di comunicazione.
In tutto questo sistema, che ora ho semplicemente riassunto per non ricadere nella descrizione di un sistema culturale che ritengo molto diverso dal nostro, c'è, però, un elemento che probabilmente è coerente al discorso iniziale: questi tipi di famiglia (come la mia) sono molto numerosi e di conseguenza risulta difficile creare un legame forte con ogni membro e, nonostante mia madre tenda ad affiancare due figure parentali per riferirsi ad unico membro(esempio: ''prima-hermana'' cugina-sorella per riferirsi alle cugine di primo grado) molte volte risulta difficile che poi questo grado di legame sia realmente manifesto. Molte di queste cugine abitano in parti diverse dell'Italia, altri/e, addirittura, in parti diverse del mondo e di conseguenza non le potrei mai considerare allo stesso livello delle cugine/i che vivo(quasi) ogni giorno, tuttavia mi riferisco a loro nello stesso modo: chiamandole cugine/i.
Dall'altra parte mi è capitato, nei miei 21 anni, di incontrare persone che, seppur ''esterne'' alla mia famiglia, hanno ricoperto ruoli per me molto importanti, arrivando a considerarli membri della mia famiglia interiore: un mia amica, con cui sono cresciuta che per me è come una vera e propria sorella, un'amica di mia madre e della mia famiglia che ormai considero come una vera e propria zia, e un'altra, un po' più anzianotta, come una nonna.
È vero dunque, che il sangue è importante perché permette di legami forti, che nonostante siano dati culturalmente, sono comunque fondamentali, ma non è necessariamente indispensabile per creare altri rapporti allo stesso livello.

Francesca Bertuccioli

Eleonora De Bellis ha detto...

Da sempre la parentela è ritenuta come un vicolo costituito da legami di sangue. Io personalmente, considero parenti anche coloro con i quali non ho un legame biologico. Quando avevo poco più di sei anni io e la mia famiglia ci siamo trasferiti in una nuova zona e di conseguenza ci siamo allontanati dalla maggior parte dei nostri familiari. Nonostante la lontananza, ovviamente, continuavamo a sentirci anche se non più come prima. In questa nuova zona, in poco tempo i miei genitori hanno stretto un forte legame con un’altra famiglia che ci abita praticamente vicino. Crescendo, mi sono resa conto che ora a distanza di anni considero questa mia vicina di casa come un membro della mia famiglia, dato che non avendo altri parenti vicini, mia madre mi affidava sempre a lei quando era impegnata con il lavoro. Così come per mia madre questa persona può essere considerata come una sorella acquisita, per me è di conseguenza una zia. Lei a differenza di una zia di sangue, con la quale ho comunque buoni rapporti, mi ha visto crescere e soprattutto era presente nei momenti più importanti della mia vita fino a questo momento.

Sara De Rosa ha detto...

Per la società il vincolo di parentela è dato dal sangue, per questo c’è una visione di prototipo di famiglia ideale dove i membri della famiglia dovrebbero frequentarsi e sostenersi, si pensa alle pubblicità dove fanno vedere la famiglia tutta riunita che festeggia e condivide la propria vita l’uno con l’altro, in realtà almeno per me non è mai stato cosi ,infatti ,fin da quando ero bambina io e la mia famiglia abbiamo avuto buoni rapporti con i parenti biologici (fratelli e sorelle di mio padre), nonostante ciò non ci siamo mai frequentati molto. Infatti, come da tradizione nelle feste ci si riunisce con la propria parentela, ma a noi non è mai successo. Per questo considero più vicine le persone che ho incontrato nel corso della mia vita a cui tutt’ora sono molto legata, perchè sono stati sempre presenti in ogni situazione che ho vissuto, sono per me come una vera e propria famiglia. Mi hanno visto crescere e cambiare, accettandomi sempre anche quando io stessa facevo difficoltà ad accettarmi.

Caterina Zarlenga ha detto...

Come abbiamo visto a lezione, i rapporti parentali non sono esclusivamente legami di tipo biologico, i cosiddetti "legami di sangue", ma possono essere legati ad altri fattori, considerati da me, molto spesso, più rilevanti. Prendendo in analisi la mia esperienza, non sono stata abituata dalla mia famiglia a chiamare chi non ne facesse parte, biologicamente parlando, "zia", "zio", "nonna", "nonno" e così via, anche se ho sempre considerato famiglia anche persone esterne, "amici di famiglia", che frequentavo allo stesso modo dei miei parenti biologici. Negli ultimi anni mi sono resa conto come alcune persone che per "abitudine" o per convenzione sociale, per il semplice fatto di essere fratello, sorella di mio padre o mia madre chiamo zii, si siano comportati non come tali e abbiano, con il tempo, annientato la mia fiducia nei loro confronti, mentre persone che ho incontrato lungo la mia strada (e spero di continuare a conoscere) e con la quale non ho nessun tipo di legame biologico, abbiano conquistato questo appellativo (anche se implicitamente) non perché  culturalmente determinato, ma per il semplice fatto di essere presenti nella mia vita. Sono sempre più convinta che con il termine famiglia non debba esclusivamente fare riferimento ai soli rapporti di parentela, ma debba essere costruita dalla vita, dai nostri incontri, dalla nostra quotidianità!

Celeste Picchi ha detto...

Il mio nucleo parentale biologico è stato concretamente diviso da un divorzio sei anni fa perciò è facile osservare come ci sia uno scarto enorme tra la rete biologica e quella sociale.
Il sistema residenziale della mia famiglia era inizialmente patrivirilocale, in quanto mia madre si è trasferita nella casa di famiglia di mio padre, con la suocera. Una volta separati mi sono trasferita con mia madre e mia sorella nella casa dei nonni materni, creando così un gruppo di discendenza matrilineare.
A seguito di determinati eventi i rapporti con la rete di parentela di mio padre sono stati limitati, riducendosi quasi a zero, e così la mia rete biologica è mutata in unilineare.
La rete sociale simil-parentale ha subito di riflesso dei notevoli cambiamenti a causa di quelli nella rete parentale biologia. Essa si componeva di un piccolo numero di figure con le quali i rapporti erano attivi e stretti da molti anni, fin dalle scuole medie e dal liceo, e per questo venivano considerati una seconda famiglia di elezione, con la quale organizzare eventi conviviali in occasione di varie festività nella mia abitazione originaria.
Ho sempre cercato di fare in modo che la casa in questione fosse un punto di riferimento, un luogo concreto, per quella comunità simil-parentale.
Nel momento in cui il cambio di residenza e della situazione famigliare hanno prodotto nella mia persona dei cambiamenti, sono andate perse numerose relazioni di questa rete sociale.
Ad oggi questa si compone di pochi rapporti importanti, ormai assimilati a fratellanza, a cui si aggiunge la famiglia del nuovo compagno di mia madre, con la quale posso affermare di avere un rapporto di simil-parentela, e in particolare con la figlia di lui, che considero a pieno titolo la mia seconda sorella.

Celeste Picchi

Federico Dinella ha detto...

DOMANDA 1: Come abbiamo discusso a lezione, sappiamo tutti noi che c'è una distinzione tra parentela ed amicizia, ovvero una deriva da un'assegnazione (è così da quando siamo nati) che deriva da un rapporto puramente biologico mentre la seconda deriva da una scelta voluta. Mettendo in parallelo queste due distinzioni possiamo notare che non sempre le persone che riteniamo "parenti" e quindi biologicamente vicini a noi sono le persone con cui abbiamo un rapporto affettivo maggiore rispetto a coloro che sono entrate a far parte della nostra vita non da sempre perchè sono nostri parenti, ma per "scelta". Ragionando su questo aspetto mi viene in mente un esempio molto importante che riguarda la mia vita, poichè fin da bambino ho avuto un rapporto speciale con un amico di famiglia di mio padre che mi ha visto crescere e che tutt'ora ho piacere di farci una chiacchierata quando lo incontro. Da bambino vedendolo spesso lo avevo associato alla figura di "zio" e quindi lo chiamavo tale anche se non avevo nessun legame di sangue con lui, tutt'ora mi viene naturale chiamarlo "zio" sapendo comunque che non lo è, ma lui si è abituato a vedersi sotto questa immagine. Invece ci sono anche persone, al contrario, che sono miei "familiari" ma che emotivamente non penso di averci nessun legame, come i miei cugini di secondo o terzo grado, ho passato alcuni momenti felici con loro quando ero piccolo ma ora non credo di esserci più così tanto legato, anche se biologicamente dovrei.

FEDERICO DINELLA

Eleonora Cericola ha detto...

Gli antropologi nel tempo hanno cercato il collante della società, e l'hanno trovato studiando e approfondendo la parentela. Arrivando alla conclusione che la parentela non e' naturale. Tutti tendiamo a considerare la parentela come legame sociale fondato sulla natura, ma la parentela non e' naturale, ma dipende dalla volontà sociale di determinare quella tale pratica come legame biologico. L'esempio a lezione della "zia che non e' zia", io riporto l'esempio di una "cugina che non e' cugina". Cresciute insieme anno dopo anno, feste e cene importanti sempre insieme a giocare,poi a raccontarci i primi segreti,ed ora a discutere sul nostro futuro. Ci siamo viste crescere e l'ho sempre considerata Mia Cugina,e i suoi genitori miei zii. Almeno fin quando mia madre mi ha spiegato, insistendo nel chiamarla mia cugina, che in realtà non lo era Biologicamente, lei non era mia cugina ma la figlia di amici dei miei genitori, quindi loro non erano neanche miei zii! Sconvolgente saperlo. Eppure io la considero come quella cugina che non ho mai avuto. Eppure io l'ho trasformato in legame biologico. Così come continuo a farlo con le mie amiche scherzosamente, quando dico loro che saranno delle zie pazze per i miei figli, oppure quando chiamo la mia migliore amica Sorella, quando in realtà non c'e' alcune legame di sangue.
Quindi possiamo dire che tra le basi della società un ruolo in primo piano lo riveste la parentela, ma che le basi della società sono un unico lavoro culturale.

Eleonora Cericola

Leonardo De Stefano ha detto...

Q1: Questa domanda è forse la più riflessiva, perché va ad intaccare i rapporti che a noi sembrano più ovvi, ovvero quelli di parentela. Porto da esempio la mia vicenda personale. Sin da quando avevo 10 anni la presenza dei "Parenti di sangue " è stata davvero poco presente; causa principale fu la morte di mia nonna materna che faceva da "collante" tra le varie famiglie ed oltre si aggiunsero motivi economici che peggiorarono ancor di più una situazione ,di per se, già instabile. Ciò provocò un allontanamento repentino tra la mia famiglia e quella dei parenti consanguinei, tanto che , saranno ormai 10 anni che non li vedo più. Anche dalla parte paterna le cose non sono andate molto bene , poiché la sorella di mio padre andò a vivere ad Udine nel Friuli-Venezia Giulia , i rapporti sono stati sempre molto rari. Però nella mia vita sono state fondamentali delle persone che con me non avevano nessun legame sanguigno, per esempio, una signora che è amica di mia madre che ha all'incirca 80 anni è sempre stata molto presente per me , costatando anche il fatto che mi conosce da quando ero nato,io apertamente l'ho sempre riconosciuta come una "nonna" ; anche perché io non avendo mai vissuto il legame "nonni-nipote" ,visto che, quando sono nato le mie nonne erano già avanti con l'età e di loro non ho nessun ricordo. Anche un'altra amica di mia madre che ha sulla sessantina di anni per me e la mia famiglia è stata davvero molto importante e sopratutto sempre presente infatti ,sia io che i miei fratelli, la chiamiamo zia. Quindi ho compreso che i legami più forte sono quelli fra persone non consanguinei.

Leonardo De Stefano

Elisa Raponi ha detto...

La parentela non è naturale; la cultura arriva a toccare e a costituire anche quelle parti del reale che noi più facilmente tendiamo a relegare nello spazio della natura. La parentela non è solo una rete tracciata dalla biologia ma viene inserita all’interno di un sistema di significazione culturale. Possiamo parlare dunque della famiglia come segno, non come oggetto; famiglia come "Ochobo", non come "pietra". Tutti abbiamo madri, padri, fratelli, zii…a volte grandi nuclei parentali con membri con i quali, probabilmente, abbiamo smesso di avere rapporti. Il sangue ci rende parenti ma la realtà e le circostanze che viviamo ogni giorno ci trasformano in Famiglia. Spesso tendiamo a vivere i rapporti familiari in maniera piuttosto formale, solo nel rispetto delle “regole” dell’albero genealogico. I parenti in qualche modo ce li ritroviamo ma non siamo obbligati a considerarli come tali. Ad esempio con i miei cugini biologici ho rapporti sporadici che si limitano alle festività canoniche: Natale e Pasqua diventano luoghi di incontro di persone in parte estranee. In queste riunioni mia nonna rappresenta il “collante”; se non ci fosse lei probabilmente molte di queste feste non si realizzerebbero. Al contrario, con i figli di alcuni amici dei miei genitori (quelli che io definisco i miei “zii”), sento di poter essere me stessa; con loro riesco a confidarmi senza provare alcun tipo di imbarazzo. Il nostro è un rapporto vero: non devo indossare nessuna maschera, non ci sono formalità né sorrisi o domande di cortesia. Non faranno parte del mio albero genealogico ma ne costituiscono la vera linfa vitale.

Elisa Raponi

Emanuele Ietto ha detto...

DOMANDA 1

Con i miei parenti biologici (tolti quelli più stretti, mia madre e le mie due sorelle, con i quali condivido la casa), ho un rapporto tutto sommato discreto, ma non particolarmente costante: può capitare ad esempio che passino settimane o anche mesi da un incontro all'altro con la maggior parte di essi. Non è neanche questione di distanza, considerando che, fatta eccezione per una mia cugina che si è trasferita in Spagna con il compagno ormai un anno fa, tutti i miei parenti biologici risiedono nella periferia Est di Roma. Si tratta semplicemente di mancanza di affinità con essi. Un'affinità che invece riscontro maggiormente con persone che ho incontrato nel corso degli anni, pur non essendo consanguinei. In particolare, mi capita spesso e volentieri di appellare i miei amici come "fratelli" anche se non sono realmente tali: questo succede non solo per una questione di affinità di carattere e interessi, ma anche per una grande complicità cementata nel tempo che mi porta a vederli effettivamente come fratelli; anche perché non ho mai avuto un fratello "biologico", pur avendolo sempre desiderato.
Io penso, in conclusione, che il termine "famiglia" non debba limitarsi ad accomunare solamente i parenti biologici; ritengo esista una "seconda famiglia", fatta di persone con le quali abbiamo un rapporto profondissimo pur senza legami di sangue, e a differenza di quanto accade nella "prima famiglia" siamo noi a scegliere i membri di questa.

francesco minni ha detto...

Tutti noi vediamo una netta distinzione tra parentela e amicizia, tra quelle relazioni che abbiamo scelto e quelle che ci sono state "assegnate". Malgrado ciò abbiamo visto che la società spesso traveste ciò che è culturale (relazione sociale) in qualcosa di naturale (parentela biologica) esclusivamente per convenienza o necessità. Per esempio quando chiamiamo "zia/zio" chiunque svolga questo ruolo sebbene non abbia con noi alcun legame biologico. Ho sempre avuto chiara la distinzione tra questi due tipi di legami e non ho mai avuto la necessità di sovrapporre le differenti relazioni. Sento di avere un buon rapporto con i miei familiari più stretti e inevitabilmente non posso dire la stessa cosa dei parenti a me più lontani; sicuramente posso affermare di aver conosciuto delle persone, nell'arco della mia vita, con cui ho un legame ancor più stretto di alcuni miei parenti ma non sono mai stato abituato a travestirli da coloro con cui ho un legame biologico. Quindi penso che la forza di un legame non possa mai dipendere dallo "status" culturale o biologico che dobbiamo o vogliamo attribuirgli.

Carolina Cristino ha detto...

Con questa lezione abbiamo dimostrato come anche la parentela, che ci appare come qualcosa di assolutamente naturale, è in realtà artificiale, costruita dalla cultura. l'uomo è un animale sociale che non solo ha bisogno di stabilire rapporti con altri membri della società, ma necessita anche che tra questi ve ne siano alcuni sentiti come imprescindibili, "naturali". E' proprio questa necessità che porta alla costruzione di legami di parentela. Il fatto che la parentela sia una costruzione è dimostrato dal fatto che ci sono parenti che non consideriamo come tali o viceversa. Prendiamo come esempio un sistema matrilineare unilaterale: il bambino considererà "più" parenti quelli del lato materno, pur avendo con loro un legame biologico identico a quello con i parenti del lato paterno. Il legame di parentela, dunque, può essere stabilito in base a convenzioni culturali, ma anche affettive.
Farò un esempio per entrambi i casi:
da quando ero piccola, ho sempre assistito a litigi tra mia madre ed il fratello di mio padre. Con il passare del tempo, rendendomi conto di quanto mia madre avesse sofferto, per me è diventato sempre più difficile considerarlo uno zio. Quando si è sposato sono stata "costretta" a chiamare la moglie "zia", anche se non la sentivo come tale. Appena conosciuta lei per me era "Antonietta", poco prima del matrimonio è diventata "zia Antonietta", ma il mio rapporto con lei non è cambiato.
Al contrario, mi sento molto più legata al compagno della sorella di mia madre; ma, dal momento che l'ho conosciuto quando ero già "grande", non mi hanno insegnato a chiamarlo "zio" e per me è rimasto "Piero". Con questo esempio ho voluto dimostrare come, pur essendo più legata dal punto di vista affettivo a Piero, non mi venga "naturale" chiamarlo zio dal momento che non ho imparato a considerarlo come tale.
Esistono poi delle relazioni sociali in cui,pur mancando il legame biologico, vi è un legame affettivo tale da trasformarle in relazioni parentali. Parliamo in questo caso di relazioni simil-parentali. Questo, ad esempio, è il caso per cui considero ormai una cugina la figlia della mia vicina di casa. Abbiamo la stessa età, abbiamo frequentato la stessa scuola, i nostri genitori sono amici e spesso abbiamo trascorso le vacanze insieme. Con lei ho condiviso tutto quello che non ho potuto condividere con una vera cugina, dal momento che ho tutti cugini maschi.

Martina Schettino ha detto...

Q1: La questione della parentela per me, come per molti immagino, è sempre stata cosa "ovvia". Ovvia per dire naturale. Dovendo guardare alla mia esperienza personale, non ho mai sentito alcun legame con i miei parenti quindi zii e zie da parte di mia madre e da parte di mio padre. Ogni anno ci incontriamo solo ed esclusivamente in occasione delle feste o altre (rare) occasioni e in questo mi sembra di vedere un grande esempio di costruzione culturale: un gruppo di persone che non si vivono se non sporadicamente, ogni anno, due o tre volte l'anno trascorre qualche ora insieme perché fondamentalmente per tradizione (il sistema culturale) è obbligato a farlo. Questo obbligo però non è vissuto come tale. Ma tornando a noi, come dicevo, non sento alcun legame con le persone menzionate in apertura al mio discorso, eccezion fatta per i nonni materni che ahimè non sono più in vita da parecchi anni e con i quali sono praticamente cresciuta. Il legame affettivo nasce e si sviluppa solo ed esclusivamente nel momento in cui si condividono momenti non trascurabili, quindi di un certo spessore. Ho considerato i miei nonni (PaMa e MaMa) come un secondo padre e una seconda madre perché loro sono stati presenti come dei genitori nei primi dieci/undici anni della mia vita e ancora e allo stesso modo avrebbero fatto se avessero potuto. Se potessimo dire, per facilitare le cose che ognuno di noi è una struttura sorretta da potenti pilastri (che sono la famiglia come gli amici più intimi ad esempio) uno dei miei era sicuramente rappresentato dai miei nonni. E perderli è stato doloroso cosa che non si è verificata quando è venuto a mancare il nonno paterno (PaPa) col quale non avevo alcun tipo di legame affettivo. Anzi ricordo di aver visto mio padre piangere e di chiedermi perché il sentimento che lui stava vivendo in quel momento a me fosse così estraneo. Ma volendo riportare un esempio di relazione simil - parentale abbastanza chiaro, possiamo dire che un orfano che cresce e condivide la sua intera vita con persone alle quali non è legato biologicamente sarà pur sempre portato a considerarli i suoi genitori, i suoi "pilastri".

Giulia Testani ha detto...

La maggior parte delle volte il legame biologico non è né necessario né sufficiente, c'è bisogno di un legame culturale.
Ormai da anni ho un'amicizia bellissima ed indissolubile con Simone, un ragazzo più grande di me che conobbi un'estate grazie a mia cugina. Dico indissolubile perché da quel giorno lui c'è sempre stato, nei momenti di gioia ma anche in quelli più difficili condividendo insieme grandi ed importanti traguardi ma anche dolori.
Con il tempo il mio legame con mia cugina, la persona che ci ha fatti conoscere, è andato a scemare per poi concludersi con un allontanamento drastico. Paradossalmente invece l'amicizia tra me e Simone è stata un crescendo tanto che all'interno della mia famiglia è considerato come un terzo figlio.
Sono consapevole del fatto che nella mia vita tutto possa cambiare e passare ma, sono altrettanto consapevole che lui è e rimarrà sempre una grande certezza.
Gli amici sono la famiglia che ti scegli.
Ho una famiglia molto separata. A livello di sangue lo siamo ma poi a tutti gli effetti siamo perfetti sconosciuti.
Ho zii, fratelli e sorelle dei miei genitori, con cui non abbiamo rapporti. Da quel che io ricordo mai una festività insieme, mai una vacanza insieme. Un legame biologico glaciale. Fortunatamente da una parte la vita ti sottrae qualcosa ma dall'altra te la restituisce.
Ho una zia acquisita, la migliore amica di mia madre, che c'è sempre stata. Nonostante la lontananza ha sempre trovato il modo di esserci per noi.
Al compimento dei miei diciotto anni decisi di incidermi qualcosa di indelebile sulla pelle.
Scelsi la parola "OHANA" che vuol dire FAMIGLIA e famiglia significa che nessuno verrà mai abbandonato o dimenticato.
Per me questa "Ohana" non riguarda tanto il legame biologico quanto la mia rete di relazioni simil-parentali sociali.

GIULIA TESTANI

martina fiorentini ha detto...

Martina Fiorentini

In queste ultime due lezioni abbiamo affrontato il tema della parentela e abbiamo osservato come nella nostra cultura questo concetto appaia come un fattore del tutto naturale, come un vincolo costituito da legami di sangue, anche se in realtà non è così anzi possiamo dire che è una vera costruzione sociale, organizzata dalla cultura. Partendo dalla domanda che il professore ha posto in classe:" Chi di voi ha una zia che non è una zia'", vorrei riportare una mia esperienza personale. Ho una famiglia molto numerosa con molti zii e cugini sia da parte di mio papà che da parte di mamma anche se non con tutti loro ho un vero e proprio rapporto. Con molti mi incontro solo nelle occasioni "speciali" come natale, matrimoni, compleanni e con pochi di loro condivido la quotidianità, anzi forse con nessuno. Al contrario c'è una persona che è presente nella mia vita da sempre, una persona che da sempre ho chiamato zia, fin da quando ero piccolina, che continua ad essere presente sia nelle occasioni speciali sia nella mia vita quotidiana: un'amica del liceo di mia madre, Rosaria, che sin da quando ero bambina la vedevo in casa per le cene, le feste, i pomeriggi, che mi veniva a prendere a scuola quando la mamma non poteva o rimanevo a dormire da lei con mia sorella se i miei genitori erano fuori città. Ad oggi con lei ho instaurato un rapporto che va oltre il vincolo di sangue, che mi vedrebbe più vicina ai fratelli dei miei genitori ma non è così. Esistono dunque dei legami affettivi che vanno oltre quelli biologici che ci portano a chiamare zia una persona con la quale abbiamo condiviso momenti felici, a pensare che i rapporti di parentela non nascono da un legame biologico ma da aspetti sentimentali.


Vanessa Sabellico ha detto...

SABELLICO VANESSA
Io ho un padre, una madre, una sorella, una nipote(figlia di mia sorella), tre nonni (in vita), uno zio da parte di madre, due zie da parte di padre (non conto i mariti delle mie zie in quanto non ho con loro un legame biologico), tre cugini in totale (figli delle mie zie). Parenti biologici=13 . La rete di relazioni simil-parentali sociali è costituita da Antonella e Claudio che considero miei ZII,in totale 2. Matematicamente la rete di parenti biologici è più fitta. Ma le lezioni #14 e #15 sulla Parentela c’insegnano che il legame biologico non è sufficiente per la parentela ed è la cultura a stabilire il legame necessitante. Quindi posso affermare in modo sommario che la mia Parentela(biologica e costruita socialmente) sia costituita da 15 individui. Non è il legame biologico (quello che ho con le sorelle di mio padre) che determina la pratica sociale ( il ruolo sociale della zia),ma è la mia volontà sociale di legittimare quella pratica (il ruolo di zii,acquisito da Antonella e Claudio) che si traveste da legame biologico (li chiamo zii), a formare il quadro della mia Parentela. Il legame affettivo che ho con Antonella e Claudio implica una serie di azioni e interazioni che loro svolgono nei miei confronti,al contrario di coloro,in quanto zie biologiche (le sorelle di mio padre), dalle quali aspetterei quelle pratiche,ma che il legame biologico (che ci unisce) non mi restituisce. Da un legame sociale invento un legame biologico, e pretende che la sua forza sia dell’odine del naturale. L’idea di parente è costruita,non da una precondizione dell’appartenenza biologica,ma da legami sociali enfatizzati,come quello che ho con mia Zia Antonella,un legame(fondato sulla base di una condivisione culturale)più naturale di quello biologico che ho con le sorelle di mio padre.

Giulia Tommaselli ha detto...

Q1.
Le relazioni parentali non significano nulla. Nel senso che l'unico legame inevitabile che abbiamo con i nostri parenti è il sangue, come si dice.
Ma alla fin fine, siamo noi che scegliamo con quali parenti stringere un rapporto. Un esempio semplice semplice:
un ragazzo ha i genitori divorziati. Vive con la madre, il padre non lo vede mai.
Ha sicuramente un rapporto molto più profondo con la madre, dato che ci vive tutti i giorni. In teoria, il padre è quasi uno sconosciuto. Ma i costrutti sociali invocano una vocina nella sua testa che gli ripete ogni volta: "è sempre tuo padre". Che vuol dire?
Deve sentirsi in colpa perché è più affezionato alla mamma rispetto al papà? Assolutamente no. Il legame biologico non deve essere percepito come un obbligo, se il ragazzo non ha neanche avuto le basi per costruire un rapporto con il padre, non può fingere che egli equivalga in tutto e per tutto alla madre. Sarebbe illogico. Però magari nel frattempo la madre si è fidanzata con un altro uomo che invece ha cresciuto il ragazzo, fungendo da vera e propria figura paterna per lui. Allora il giovane potrà dire di avere 2 padri: uno biologico che sta lì tanto perché lo ha generato, uno effettivo che vive con lui. La morale gli impone di includere anche il primo nella definizione ma, diciamoci la verità, al ragazzo basterebbe anche solo il secondo.

Monsieur Luca Parodi ha detto...

Beh, devo ammettere purtroppo, come premessa essenziale, di vivere all’interno di un contesto familiare piuttosto frammentato, a causa di divorzi, liti e decessi. Come se non bastasse ho sviluppato nel corso degli anni una certa tendenza ad isolarmi il più possibile, devo ammettere anche con un certo livello di soddisfazione personale, e non credo di avere gli strumenti adatti per poter ragionare sul concetto di parentela. Detto ciò, un minimo di analisi è comunque possibile compierla. Il fatto, ad esempio, che mio padre abbia fatto dei figli con un altra donna, con la quale convive da più di 10 anni, come classifica questa donna ai miei occhi? E i miei fratellastri? In che modo la declinazione “-astri” dovrebbe mutare la qualità del mio rapporto con loro? Si presenta, dunque, il caso in cui un legame solo per metà biologico si rivela in realtà tale e quale ad un legame biologico. La donna di mio padre, probabilmente, in altri sistemi avrei dovuto considerarla mia madre, ma nel mio contesto non l’ho mai chiamata in modo diverso rispetto al nome. Anche il compagno di mia nonna, che convive con lei da prima che io nascessi, ha tutte le potenzialità per poter essere considerato da me un nonno, ma il grande valore che nella mia famiglia da parte materna viene dato al legame biologico mi ha impedito di chiamarlo in quel modo. Il mio distacco dalla famiglia, ed anche un certo disagio psicologico che sto provando in questo momento, mi impediscono di ragionare oltre su questo tema.

Luca Parodi

Alessio Rischia ha detto...

Le differenze tra le relazioni tra i miei parenti biologici e le relazioni simil-parentali sociali sono molteplici. La più evidente è ad esempio l'età - tra me e mia nonna o i miei zii c'è uno scarto culturale dovuto anzitutto all'età, al contrario gli amici si scelgono (anche a causa dei vari contesti sociali: scuola, lavoro ecc...) in base all'età. Questa caratteristica che può sembrare superficiale è in realtà essenziale: con un coetaneo c'è un insieme sicuramente più ampio di cultura condivisa (dai gusti musicali a quelli cinematografici e così via) - tutte cose che difficilmente si può condividere coi propri nonni, o anche con i propri genitori. La mia famiglia (da parte di mio padre) è quasi matriarcale, mia nonna ne è il perno. Ho 7 cugini con un età compresa tra i 23 e i 40 anni. Con molti di loro, anche se hanno più o meno la mia stessa età, condivido, a parte il sangue, poco o nulla. Con i miei amici condivido hobby, passioni, interessi e idee politiche, per esempio non ho un solo amico fascista, sono tutti sinistroidi, e questo non perché me li scelgo appositamente solo se sono di sinistra, ma evidentemente sono portato a socializzare (anche a livello inconscio) più con un certo tipo di persone che con altre, perché frequento certi tipi di ambienti, vesto in un certo modo, o ho certi tipi di interessi che mi conducono alla conoscenza di persone che più di altre condividono con me un certo background culturale. Ovviamente ciò non accade in famiglia dove si è costretti a frequentare soggetti che in altri ambiti della vita non frequenteresti. Culturalmente io sono l'esatto opposto del resto della famiglia. Solo con un cugino mi trovo particolarmente bene, e guarda caso è infatti l'unico con cui condivido, a livello culturale, più o meno lo stesso background. Nonostante questo però la famiglia è un appiglio forte al quale aggrapparsi nei momenti difficili. Certo ci sono anche gli amici, ma mentre questi nel corso della vita possono andare e venire, la famiglia resta (naturalmente ci sono casi di intere famiglie divise ma in linea di massima una madre, un padre e una sorella ti restano accanto fino alla morte, e questo anche se si è "costretti" a stare insieme per un legame di sangue). Se il "sistema" famiglia esiste in tutte le culture è perché evidentemente l'uomo ha dovuto erigere nel corso della Storia una fortezza contro la solitudine esistenziale, dopodiché questo sistema può non funzionare, ma c'è.

Leandro Pasquali ha detto...

Quando parliamo dello scarto che esiste tra la rete di parenti biologici e la rete di relazioni simil-parentali sociali possiamo riprendere l'esempio dell'anziana romana da sette generazioni e suo nipote. Il rapporto tra i due infatti, seppur cementato da quello che è il legame di parentela, non trova riscontro quando andiamo a cercare il legame culturale, in parte a causa della differenza d'età, in parte a causa del vissuto probabilmente differente tra i due (avere vent'anni nel nuovo millennio piuttosto che averli cinquant'anni prima crea certamente una forte differenza culturale). Questo dimostra come il concetto di parentela sia solamente una convenzione sociale. Eclatante è l'esempio che ci fornisce il matrimonio, attraverso un contratto legale e allo stesso tempo un rito di passaggio una persona che appartiene ad un'altra famiglia entra improvvisamente a far parte del proprio nucleo familiare. Il concetto di parentela però a volte esula da quello che chiamiamo "legame di sangue", tanto da allargarsi a individui che cominciamo a considerare parte del nucleo familiare anche se, di fatto non lo sono. Il motivo di questa inclusione parte spesso dal forte legame culturale condiviso che li porta ad avere un ruolo attivo nella nostra vita, rendendoli, ad esempio, co-educatori dei figli oppure facendoli partecipi delle cerimonie familiari (festività religiose, compleanni, ecc.).

Adriano Simei ha detto...

Queste due lezioni mi hanno soprattutto riportato a galla il fattore di “non-naturale” che riguarda i legami parentali biologici e quanto altro, una cosa che ho sempre supportato anche io nel mio piccolo, perché priva di constatazioni e verificazioni certe da poterla esporre. Prima di passare ai miei “parenti biologici” affronto le relazioni simil-parenti sociali che sono fiorite nel corso della mia vita, a partire da un’amica incontrata casualmente da mia madre poco prima che nascessi e che con mia madre ha condiviso per 20 anni tutte le attività lavorative, le attività sociali, ed anche il compleanno (essendo nate ad un giorno solo di distanza l’una dall’altra) e crescendo l’ho chiamata zia sempre, inconsapevole anche della verità che si celasse dietro, scoperta verso i 15 anni, quindi questo è un esempio involontario protratto dal tempo e spiazzato dalla tenera età. La sorella di mia mamma si sposò nel 96, avevo circa 7 anni, e lo sposo che da allora chiamai ovviamente zio, ha una figlia di poco più grande di me che chiamo tutt’ora cugina, anche se si sono separati ormai 10 anni fà, mi viene spontaneo chiamarli ancora così, mentre magari la madre di lui (la nonna di mia “cugina”) con la quale ho vissuto 10 anni nella stessa casa non mi è mai venuto di chiamarla nonna, perché di nonne donne se ne possono avere solamente due nella vita secondo me.
Il secondo punto è quello della mia famiglia, che ho avuto la sfortuna/fortuna di vedere mutare nei rapporti anno dopo anno, ed ha riscontrato moltissime somiglianze nell’esempio dei guerrieri, visto che mia madre e mio padre dopo essersi sposati hanno continuato a vivere ognuno nella propria casa di famiglia, mia madre con le due sorelle ed il fratello e mio padre con i cinque fratelli e due sorelle. Ed è stato così per moltissimo, i miei separati praticamente subito (avevo 3 anni), han continuato a vivere così, mio padre è stato nella casa con la madre (mia nonna) fino alla sua morte, ed ancora vive con uno dei suoi 5 fratelli, nella stessa casa di famiglia, certo è che i miei già erano passati a nascere nei letti d’ospedale più che nei letti delle case, però sorvolando questo piccolo particolare è tutto molto simile. Io sono cresciuto con i miei nonni materni, mia madre ed i suoi sibling, nella stessa casa tutti insieme per un decennio poco più, poi sono andato a vivere per 10 anni dalla sorella di mia madre (che però viveva con la suocera e il marito), poi vabbè ormai vivo solo da anni ed anni, ma il fratello di mia madre vive ancora con i suoi genitori in quella stessa casa. Poi vabbè le famiglie si sono rovinate con separazioni interne tra genitori e figli, le distanze tra residenze è eccessiva per cercare di vedere tutti e mantenere i contatti e come per moltissimi altri, mia madre ha partorito altri due bambini da un altro uomo.

Simei Adriano

Fabrizio Vona ha detto...

LEZIONE 14 e 15
Salve Prof,
ecco la mia risposta,
Fabrizio Vona.

Q1. Misurate lo scarto che esiste tra la vostra rete di parenti biologici e la vostra rete di relazioni simil-parentali sociali. Potete anche pensarlo in forma grafica con i simboli che abbiamo studiato in classe.

Proprio in questo periodo della mia vita sto lavorando in Teatro nello spettacolo Parenti Serpenti tratto dal Film del Maestro Monicelli e scritto da Carmine Amoroso. Lo scorso anno abbiamo fatto i primi mesi di tourneè e da Gennaio 2018 saremo ancora in tourneè fino ad Aprile. Il tema, guarda caso, è molto sentito. Dico questo perché lo trovo assolutamente pertinente con l’argomento trattato nelle ultime due lezioni.
La storia è molto famosa. Due genitori anziani improvvisamente durante le feste di Natale (unico periodo in cui tutti i figli si riuniscono nella casa dei genitori dopo che molti di loro non si sono sentiti per settimane se non per mesi), dichiarano ai figli che non vogliono più stare soli e quindi chiedono ai figli stessi di decidere, autonomamente, chi di loro fosse disposto a prenderseli in casa. Tra tragedia e comicità, dopo vari litigi e accuse reciproche, i figli (una volta appurato che nessuno di loro li vuole), decidono di ucciderli regalando loro una stufa predisposta per scoppiare e far saltare l’appartamento con i genitori dentro. Non c’era più amore, rispetto, comprensione. Rimaneva, come in molte famiglie accade, un rapporto finto e basati su una fredda e ipocrita rete di parentela biologica.
Insomma in questo caso siamo dinanzi ad un’opera che ci restituisce un clima al limite tra commedia e tragedia, ma apre lo spazio a forti riflessioni. Soprattutto in tema di legame di parentela.
Il rapporto affettivo e culturale tra questi genitori e i figli si è completamente interrotto. Ecco allora che mi viene da pensare all’affermazione fatta a lezione dal professore “Il legame biologico non è sufficiente per essere padre, o madre”.
Porto nella risposta la mia esperienza attoriale e professionale di questo periodo perché la sento fortemente collegata al tema delle ultime due lezioni.
C’è bisogno di un legame culturale. C’è bisogno di “vivere” culturalmente dei rapporti.
Ecco lo scarto. Posso anche portare esempi di personali di parenti con i quali non condivido nulla e amici che sento a me molto vicino. Ho avuto ad esempio un non-rapporto con mio padre e ho al contempo avuto un rapporto con un mio insegnante in Accademia che in molti momenti ho percepito quasi come un Padre.

Marilisa Di Crosta ha detto...

La famiglia non è un qualcosa di prettamente biologico. Un aspetto, quello affrontato, che prima di queste lezioni passava totalemente inosservato alla mia attezione. A questo proposito mi viene da pensare a mio zio (marito della sorella di mio padre) che però continuo a NON percepire come zio, nonostante siano ormai passati dieci anni dal loro matrimonio. Questo probabilmente è dovuto al fatto che loro sono stati compagni per un lungo periodo di tempo, motivo per cui mi riusciva abbastanza difficile (e continua a risultarmi difficile) definirlo con l'appellativo "zio". Tuttavia, come abbiamo visto, spesso la parentela non è solo di tipo biologico ma c'è anche un legame culturale: in questo caso mi viene da prendere in considerazione il rapporto molto stretto che ho con una mia amica. Io e lei ci conosciamo da una vita, e non ho mai smesso di considerarla come una sorella, talvolta definendola addirittura con la parola "sorella" (oppure con l'espressione dialettale puramente meridionale "a sò", che talvolta io e lei tendiamo ad anglicizzare con il termine "sister"), anche se tutto sommato non lo siamo affatto.

Erica Blandino ha detto...

Spesso accade di sentirsi lontani emotivamente nei confronti di un parente e nel contempo è possibile sentirsi legati strettamente ad una persona che non fa parte nemmeno della tua famiglia.
Durante il corso della mia vita, non ho mai avuto un rapporto con il fratello di mio padre, a tal punto da non poterlo chiamare effettivamente "zio" e semplicemente chiamandolo con il suo nome di battesimo.
Differente è, invece, il mio rapporto con la mia migliore amica; essendo entrambe appassionate di anime e manga, ho iniziato a chiamarla "nee-chan", ovvero "sorellona" in giapponese, considerandola veramente come una sorella maggiore.

Manuele Margani ha detto...

Buonasera professore
MARGANI MANUELE
Nella mia vita ho avuto un chiaro esempio di come se pur culturalmente siamo nati a pensare che chi ci ha Messo al mondo sia la figura materna il cui marito é nostro padre e le figlie sono tue sorelle e via discorrendo con un ragionamento ramificato puramente biologico. Ebbene il senso di questa sua lezione per quanto complessa per "noi" abituati ad un ordine concettuale e culturale di parentela è stata una parentesi che voglio raccontarle riguardo i rapporti con gli zii da parte di mio padre. Sin dall'infanzia,per quanto puo sembrare brutto,non ho mai sentito questa parte di parentela come tale poiché non essendo cresciuti in buoni rapporti non si è andato a creare quel legame affettivo tra nipoti e zii,differente da quello che è da parte di mia madre.
Quel che ne concerne è una situazione in cui convenzionalmente siamo portati ad identificare come parenti anche chi fondamentalmente non lo senti come tale al contrario siamo portati a chiamare zio e fratello chi,anche senza esserlo biologicamente,assume quelle caratteristiche che dentro noi respiriamo indispensabili per attribuire quel carattere affettivo che sostanzialmente ci viene meno in un rapporto parentale.

Francesco Santini ha detto...


La parentela è solo e solamente una sovrastruttura sociale poiché spesso persone che non hanno alcuna parentela con noi sono molto più importanti e magari vengono talvolta considerate come se avessero veramente questo legame parentale.
La mia esperienza risale a quando stavo alla materna ,ma è ancora adesso presente. Durante quel periodo ero convinto di avere tre nonne infatti quando tutti i miei compagni di classe mi chiedevano “ma come si chiamano le tue nonne?” , le classiche domande tra bambini , io rispondevo sempre “ si chiamano: Anna, Maria e Bianca(la madre della moglie del fratello di mia madre) “ e tutti i bambini mi dicevano che non poteva essere vero perché le nonne possono essere solo due, io arrabbiato non credevo a quello che mi dicevano perché per me lei era una nonna a tutti gli effetti e nessuno in famiglia mi ha mai smentito quando la chiamavo in quel modo. Crescendo ho capito che effettivamente lei non era mia nonna perché non ha nessun legame di sangue con me , non è una parente , ma io l’ho sempre considerata tale e mai smetterò di farlo per MIA decisione. Un altro esempio è il rapporto con Daniele e Francesca una coppia che non ha alcun legame con me sono solo amici da una vita dei miei genitori ed essendo sempre presenti a tutte le varie feste e ricorrenze e avendomi dato sempre tanto amore li ho sempre considerati come dei veri zii e per me questo legame è fondamentale perché anche se non abbiamo un legame sanguigno , loro costituiscono una parte importante della mia vita e se devo dirla tutta loro mi donano più amore e affetto rispetto ai miei “veri” zii con cui ho legami di sangue.

Francesco Santini

Anonimo ha detto...

GIOVANNI BRUNI

Per rispondere alla domanda mi basta citare ad esempio il più caro tra i miei zii, ovvero il secondo marito della cugina di secondo grado di mia madre. A tal proposito, da bambino, quando dovetti decidere chi dovesse essere il padrino per la mia cresima, non esitai a scegliere lui a scapito dei ben 5 zii biologici. Questo perché ha sempre mostrato un interesse incredibilmente elevato nei miei confronti, aiutandomi sempre nel momento del bisogno e dunque rispondendo sempre positivamente a quel concetto sempre troppo astratto di famiglia, cosa che vale poco se non nulla per ciò che riguarda gli altri. In questo caso il valore affettivo lo ha elevato all'unica posizione sociale-familiare cui poteva aspirare per la nostra cultura, qualora fosse stato più giovane sarebbe stato il mio cugino preferito.

Alessandra Cicinelli ha detto...


Q1 :
La parentela è un segno culturale. Questa frase inizialmente ci è sembrata errata, in disaccordo con le nostre convinzioni (frutto, anch'esse, di un sistema culturale), ma, parladone a lezione tramite esempi di altre convinzioni, abbiamo compreso che effettivamente è la cultura a dominare i nostri rapporti parentali.
Personalmente considero più parte della mia famiglia la migliore amica di mia madre, con cui ho uno stretto legame fin dalla nascita, che il fratello di mio padre (FrPa), con il quale ho davvero poca confidenza e poco interesse nell'averla. Fatto sta che chiamo "zia" la prima persona in questione, e "Leandro" la seconda.
Oppure ho sempre considerato la mia nonna materna che mi ha cresciuta come una "seconda mamma", a differenza della mia nonna paterna che per me è quasi una sconosciuta, nonostante il rapporto di parentela in un sistema culturale bilaterale sia lo stesso.
Questo accade perchè in realtà ciò che mi spinge a valutare una persona più vicina rispetto ad un'altra è la differente relazione sociale, non un legame biologico.

Alessandra Cicinelli

Francesca Menelao ha detto...

Sono rimasta particolarmente colpita dalle riflessioni sull'adattabilità della parentela alle varie esigenze sociali. Pensare anche la parentela come qualcosa di culturalmente prodotto è stato difficile, perché in contrasto con il desiderio di avere zone di sicura cooperazione, dal momento che essendo "animali sociali", ogni giorno e in ogni ambito, abbiamo bisogno di autoidentificarci per categorizzare e viceversa. Tranquilla nella mia famiglia nucleare, monogamica e neolocale, non avevo mai avuto percezione di quante variazioni potessero esisterne, delle ulteriori divisioni che ci fossero nel modo di "reclutarne" i membri (gruppi di parentela) o nella scelta dell'abitazione post-matrimoniale. Eppure, la Sua domanda "Avete una zia che non è una zia, ma che chiamate così?" (="Avete una signora, non vostra zia perché ha sposato vostro zio, ma perché che si comporta, occupa un ruolo, svolge dei compiti per cui la si riconosce come tale anche per "utilità" delle sue azioni cooperanti che vanno legittimate), che a caldo non dischiudeva tutte le implicazioni culturali che nascondeva, a freddo è apparsa molto significativa per riflettere sullo scarto tra legami parentali biologici e relazioni simil-parentali. Pensandoci, nella mia esperienza, possono essere d'esempio le figure dei miei prozii (che chiamavo "zii" semplicemente) e cioè il fratello della mia nonna materna, FrMaMa e A., la sua compagna romagnola. A. è stata molto più presente ed affine a me dei miei zii (FrMa=MoFrMa; SoPa=MrSoPa) e dei miei nonni stessi (MaMa=PaMA;MaPa=PaPa), nonostante avesse la loro età, fosse vedova e non fosse sposata con mio prozio (scelte di vita che per altro risultavano già abbastanza indigeste per i parenti più anziani di un piccolo paese ciociaro). Avrei volentieri vissuto in casa loro ogni giorno. Alla sua morte però, il risvolto di "alleanza"che avrebbe dovuto prevedere un'unione matrimoniale mancata (creazione del legame tra i gruppi delle persone che contraggono l'unione), ha fatto sì che, non conoscendo il resto della sua famiglia e non essendone a mia volta conosciuta e riconosciuta, non abbia più potuto avere contatti con nessuno che le fosse stato vicino. Analogamente, i suoi parenti hanno potuto decidere di non includere il mio prozio in alcune forme di rispetto o accortezze, non riconoscendo neppure il suo ruolo di compagno di vita, umanamente inoppugnabile (fallimento della verifica intersoggettiva dell'appartenenza). La sua morte aveva cancellato il suo parentado e anche la rete di relazioni similparentali a lei connesse, tra cui la nostra, meccanismo tipico di un sistema ego-centrato. Seguendo un esempio contrario, invece, ho l'abitudine di chiamare fin da piccolissima la moglie di mio zio materno (MoFrMa) per nome; consuetudine risalente a mia sorella maggiore che li ha vissuti nel periodo del loro fidanzamento. Così, per entrambe, Lucia non è "zia", pur essendolo. In questi giorni, dunque, ho provato a perdere il mio modo abituale di categorizzare e di autodefinirmi, a momenti e un po' alla volta, fino a riassorbirmici, ma più liberamente: scegliendo di farlo; a snaturalizzare il concetto stesso di appartenenza familiare, inserendolo nel processo culturale di antropopoiesi; a pormi per un attimo mentalmente al di fuori dei suoi meccanismi impositivi per provare ad esserne sempre più consapevole e conquistare margini di libertà di scelta.
Ho capito che è lo scarto stesso di cui parlavamo all'inizio, fra legame parentale biologico e relazione similparentale, a mettere il luce il meccanismo contraddittorio alla base della costruzione sociale dell'assetto familiare, riconducendoci a quel sistema di segni di cui è composta la cultura (simbolica) e di cui ci serviamo per decretare un "dentro" e un "fuori"- un Noi e un Loro che siamo "legittimi". Così, lo stesso linguaggio familiare, legittimante, viene utilizzato per nei discorsi religiosi e politici con gli stessi fini.

Eleonora Segaluscio ha detto...

Non mi sono mai interrogata sulla parentela. Sotto questo punto di vista la mia famiglia è un po' atipica in effetti. Però se mi fermassi a rifletterci sù,dopo avere seguito la lezione, non mi sembra poi cosi strano pensare che la parentela non sia qualcosa di naturale,ma che faccia comunque parte del sistema di segni che caratterizzano una qualsiasi cultura. I miei genitori hanno entrambi dei fratelli: papà una sorella, mamma due fratelli maschi. Mia zia ha due figli maschi, e i miei due zii hanno entrambi due figlie. Ecco, io non ho nessun rapporto praticamente con nessuno di loro. Ovviamente li saluto e ci scherzo, se siamo obbligati a stare nello stesso luogo, per qualche pranzo o qualche "evento" speciale (che nel mio caso non possono essere le festività Natalizie perché le passiamo solitamente con amici di famiglia) per il resto non mi ricordo, o meglio non mi preoccupo di fargli nemmeno gli auguri di compleanno perché non li sento far parte della mia vita nemmeno un po'.
Essendo una ragazza però, in alcuni momenti sento la necessità di confidarmi, di chiedere consiglio a qualcuno che non abbia la mia stessa età e che possa vedere le cose dall'esterno magari con più lucentezza. Ecco posso dire di avere trovato molte "Zie", anche se non le chiamo cosi, in alcune amiche di mia mamma. Sono sicura di potergli scrivere quando ho bisogno, sono sicura di essere ascoltata e mi fido di loro come mi fido di mia mamma perché so che non mi darebbero mai false speranze o consigli sbagliati secondo loro. Credo che in realtà quello di non legare nessun rapporto con i fratelli dei miei genitori sia stata anche una mia scelta. Non li sentivo e non li sento abbastanza in linea con il mio modo di essere. Per questo motivo mi sento di dire che in realtà nel mio caso - i parenti,in parte, me li sono scelti-

Anastasia Di Giuseppe ha detto...

Io sono figlia di un papà nato in Germania e cresciuto in Italia e di una mamma nata e cresciuta in Romania; già da questa "semplice" frase si può capire quanto la mia famiglia sia sparpagliata a destra e manca per l'Europa (e non). Infatti in Italia io ho parte della parentela di mio padre: i nonni e mio zio e nessuno da parte di mia mamma (eccetto visite momentanee). Questo ovviamente ci induce a cercare al di là del DNA parenti (anche cugini di terzo grado vengono trattati come fratelli) e amici talmente cari da farci ignorare le differenze genetiche. Infatti ho molte zie con le quali non condivido nulla a livello biologico, ma che sono molto vicine a mia mamma e automaticamente a me. E' interessante notare come nessuno mi abbia mai imposto di chiamarle "zie" o nessun registro anagrafico ci collega attraverso qualche albero genealogico ma il fare la torta dell'uno al mio compleanno, il messaggio della "buonanotte" dell'altra le ha fatte diventare parte integrante della mia famiglia. Al contempo, mio zio "autentico", il fratello di mio padre è per me un estraneo, lui non c'è mai e questo automaticamente lo esclude dal mio contesto familiare. Potrei continuare così ad oltranza, infatti c'è anche un mio carissimo amico che per me è praticamente un fratello, dormiamo insieme senza il bisogno che il mio fidanzato si ingelosisca o cose del genere, ma spero di aver reso l'idea.

sara pitolli ha detto...

La famiglia, nel mio caso, ha sempre rappresentato il punto più saldo e stabile a cui far riferimento nelle situazioni della vita. Una sorta di radici per la mia crescita, dai bisnonni, ai nonni, agli zii.
Per questo motivo, non ho mai avuto occasione né necessità di instaurare rapporti affettivi paragonabili alla parentela con persone esterne, con cui non ho legami di sangue. Ho sempre avuto la tendenza a distinguere i due aspetti, quello della famiglia e quello dei conoscenti, quasi a tutela e protezione del primo.
Per me la lezione di oggi ha dunque rappresentato un importante motivo di riflessione su quella struttura che ho sempre considerato "naturale" e scontata, ma che in realtà è tutt'altro. Anche leggendo le storie di alcuni miei colleghi, e mi sono resa conto di quanto ciò che per me è sempre stato normale, naturale, per altri non lo fosse. La conclusione a cui sono arrivata è semplicemente la constatazione di aver avuto molta fortuna: fortuna nell'aver avuto a fianco persone con cui costruire una solida struttura relazionale ed affettiva, che con altri,probabilmente, non sarei in grado di creare.

Francesca Bonomo ha detto...

Queste due lezioni credo abbiano toccato ognuno di noi. Non perché le altre non lo abbiano fatto, ma quando si parla di famiglia, di legami, non puoi non fermarti un attimo a riflettere sulla realtà che ti circonda. Quando penso alla FAMIGLIA penso a mia madre, a mio padre, a mio fratello, a mio nonno (e suo fratello) e a mia nonna (e le sue due sorelle) … Siamo in tutto 9 persone, 9 persone legate da un sentimento tanto forte quanto indissolubile. Tutto questo può sembrare scontato ma non è così. Far parte di una famiglia non significa essere legati semplicemente da un legame di sangue. Non è solo per questo che ci si chiama FAMIGLIA.
A far parte della mia famiglia (a livello di legame biologico) c’è anche un’altra persona, la sorella di mia madre, colei che quindi, seguendo l’albero genealogico della nostra famiglia, “dovrebbe” essere mia zia. Per diversi motivi, non ho mai avuto modo di conoscere questa mia zia, o meglio, non avevo mai avuto modo di conoscerla fino a questa estate. Forse è brutto dirlo ma per me questa conoscenza è stata solo una piccola parentesi della mia vita. In 26 anni ho avuto vicino così tante persone che mi hanno voluto bene, che adesso non riesco a chiamare zia una persona con la quale non ho mai condiviso nulla e che in fin dei conti non conosco. Per me esiste una sola Zia, e questa Zia si chiama Silvia. Silvia è la migliore amica di mamma e per me è una persona veramente speciale! Se dovessi immaginare una seconda mamma da avere sempre al mio fianco è proprio lei che immagino. Lei c’è sempre stata per me e io non potrei immaginare la mia famiglia senza di lei! E la stessa cosa vale per la mia sorellina Giulia. Io e Giulia ci siamo incontrate circa 13 anni fa e in questi anni il nostro legame è diventato qualcosa di unico per me. Credo che lei sia per me quello che io sono per mio fratello e cioè una persona da proteggere da tutto e da tutti! È questo quello che fa un fratello maggiore, ecco io per lei sono la sua sorellona. Mio fratello Fabio è mio fratello di sangue, Giulia è la mia sorellina “socio-culturale”, eppure, in entrambi i casi, io li sceglierei come fratello e sorella ogni giorno: nessuno è tanto speciale quanto lui e allo stesso modo, nessuno è come lei!
Una sua frase mi è rimasta particolarmente impressa a proposito dei legami biologici e non: la società traveste la biologia chiamando “zia” quei tipi di legami che vuole perché ne ha bisogno. E allora chiami zia quella persona di cui hai bisogno di fidarti. E forse la chiami zia proprio perché non è veramente tua zia.
È proprio così: mia madre aveva bisogno di una persona di cui fidarsi per affidarmi a lei e, allo stesso tempo, aveva bisogno di far sapere a quella persona che lei era la persona scelta per questo ruolo. Lo stesso vale per Giulia. Io ho scelto lei e lei ha scelto me, ci siamo affidate l’una all’altra.
Ecco che allora vorrei fare un passo indietro e correggermi: la mia famiglia è un nido meraviglioso formato da 11 persone: io (ovviamente), i miei genitori, il mio fratellone, i miei nonni (con i loro rispettivi 3 fratelli) ma anche Silvia, la mia Zia speciale, e Giulia, la mia sorellina.

Giorgia Giovannini ha detto...

Q1) Prima di rispondere a questo quesito ho voluto fare un profondo respiro per portare un po’ d’ordine ai miei pensieri per il semplice fatto che la questione parenti biologici – relazioni simili-parentali è qualcosa a cui ho riflettuto per conto mio più e più volte non capendo, soprattutto nel periodo dell’adolescenza, come una persona a cui sono legata geneticamente possa non SENTIRE il legame biologico che ci unisce. Il rapporto in questione è quello con mio padre. Ciò mi ha fatto capire che un legame biologico non basta assolutamente per legare due o più persone. Al di là di ciò, non ho mai sentito il bisogno nemmeno di chiamare “zio/zia” qualcuno che avesse con me un forte legame (non biologico, ma quasi!) per il semplice fatto che, non avendo mai avuto contatti coi miei zii (materni e paterni), non riesco proprio a legare il termine in questione all’idea che le persone hanno convenzionalmente di “zio/zia”, ovvero una persona a cui si è fortemente legati. Non nego che, però, non sono mancate le occasioni in cui mi sentissi fortemente legata a persone esterne al mio nucleo familiare che rimanevano, però, sotto la qualifica di “amica di mamma”, per esempio. L’unico momento in cui mi sono sentita inserita perfettamente in un gruppo di persone (quasi) tutte legate da legami biologici è stato quando era ancora in vita il padre di mio padre, il mio nonno paterno, che teneva uniti mio padre e suo fratello (mio zio) e, di conseguenza, la moglie di mio zio paterno (mia zia) e i figli di questi ultimi (i miei cugini). In quest’attuale situazione di minimo, se non quasi assente, contatto coi miei parenti biologici, mi sono ritrovata a costruire relazioni simil-parentali con persone a cui non sono legata minimamente a livello genetico. Si tratta, per esempio, del caso di amici d’infanzia presenti per condividere ogni momento insieme, bello o brutto che sia, persone che nella mia testa non possono che essere legate a quella che DOVREBBE essere il rapporto fra siblings o cugini. Mi sento circondata da fratelli, sorelle, cugini e cugine (non di sangue) su cui posso contare, la mia VERA famiglia. Credo di sentirmi il perfetto esempio in cui una persona instaura un rapporto molto più forte con qualcuno a cui non si è legati biologicamente piuttosto che, per l’appunto, coi propri parenti biologici.
Giorgia Giovannini

Francesco Paoletti ha detto...

La parentela è una sovrastruttura sociale poiché spesso persone con cui non condividiamo alcun grado di parentela risultano estremamente importanti, determinanti ed influenti nella e sulla nostra vita; al punto da essere visti e considerati come dei veri e propri parenti di sangue.
Personalmente devo ammettere (e penso sia normale) che determinate questioni o problemi io preferisca affrontarle con una persona influente nella mia vita, che non sia un parente. Ciò non significa che io non ami la mia famiglia, ma per come sono cresciuto i miei genitori non rappresentano quel punto di riferimento cui affidarsi nei momenti di tristezza, malinconia o euforia.
La famiglia non deve limitarsi al rapporto di sangue, ed è per questo che potrei considerare miei familiari alcune delle persone che sono a me più care: ad esempio il mio amico di sempre M, siamo nati insieme e abbiamo condiviso tutte le tappe (finora) che percorre un essere umano, dall'infanzia, alla adolescenza etc.
Durante il cammino della vita ci si ritrova a dover prendere delle scelte e io e M ci siamo ritrovati a confrontarci su queste, consigliarci, esternare le proprie paure, i propri dubbi.
La parentela è una convenzione biologica e sociale. L'insieme dei parenti crea la famiglia che, convenzionalmente, dovrebbe essere il luogo della sicurezza, della serenità, del conforto, dei giusti consigli, della comprensione. Non sempre è così. Ci sono tante persone che possono "guadagnarsi" la nostra fiducia e il nostro affetto.

Jamila Zenobio ha detto...

“A Ria e Paolo, la mia seconda straordinaria famiglia”.
Questa è una delle dediche che compaiono sulla prima pagina della mia tesi di laurea. Ria e Paolo sono i genitori del mio ragazzo che mi hanno sostenuto completamente nel mio percorso universitario e per questo motivo gliene sono immensamente grata.
Il punto è che con loro non condivido alcun legame di sangue. Nonostante questo li sento molto più presenti di tanti zii/zie della mia famiglia che a buon bisogno mi conoscono a malapena.
Ad esempio non ho quasi nessun tipo di comunicazione con mio zio paterno (FrPa) e con mio zio materno (FrMa). Con loro gli unici momenti di incontro sono quelli scanditi dall’”obbligatorietà” di festività come il Natale, anche se in diverse occasioni non ci vediamo nemmeno in quel frangente.
Le allego il link con la rappresentazione del mio albero genealogico all’interno del quale ho inserito anche un collegamento con la famiglia del mio ragazzo. Per semplificare l’ho definito coniuge (Mr) al fine di identificare i legami che ho con i suoi genitori. All’interno di questo sistema Ria dunque sarebbe mia “suocera” (MaMr) e Paolo mio “suocero” (PaMr).
https://imgur.com/a/Gflhe

Jamila Zenobio

Valentina Deidda ha detto...

Le ultime due lezioni sulla parentela mi hanno permesso di riflettere a lungo su quella che consideravo essere, fino a poco tempo fa, una delle questioni meno discutibili per me: l'appartenenza alla mia famiglia e la parentela. Credevo si trattasse di rapporti naturali ma, invece, ho cominciato a capire che esistono molti, diversi tipi di famiglie che si comportano in maniera completamente opposta rispetto alla nostra concezione comune in cui la famiglia è nucleare, vale a dire formata da genitori e figli che formano una unità indipendente dagli altri parenti biologici. Inoltre, quelli che io considero zii e cugini “di sangue”, in altre culture sono addirittura sposabili in modo che, raggiunta l'età adatta al matrimonio, possono formare una nuova famiglia, violando quella che, secondo la nostra cultura, è la legge sull'incesto.
Personalmente, sono molto legata alla mia famiglia ma, pensandoci bene, per famiglia intendo soltanto i parenti più stretti, quelli che vedo e sento più spesso, quelli con cui passo le feste, quelli che sanno più cose della mia vita. Infatti, essendo mio padre l'ultimo di dieci fratelli originari della Sardegna, molti miei zii (e di conseguenza anche i miei cugini) sono rimasti a vivere lì e quindi abbiamo passato insieme molto poco tempo da quando sono nata. Conosco molte cose di loro perché mi sono state raccontate ma, appunto, quello tra noi è soltanto un rapporto biologico, di sangue, nulla di più. Della mia vita fanno parte, invece, molte altre persone con le quali non ho rapporti di sangue (amici di vecchia data, amici nuovi, amici di famiglia) con cui i rapporti sono molto più intimi che con i miei parenti.
Un altro esempio che vorrei riportare perché mi ha fatto riflettere sull'arbitrarietà del concetto di famiglia è il rapporto che ho con la moglie di mio zio (fratello di mia madre). La nostra cultura fa sì che anche i rispettivi mariti e mogli dei propri zii carnali, una volta sposati, vengano chiamati “zio” e “zia”. Nella maggior parte dei casi è così. E infatti io sono stata abituata a chiamarli in questo modo fin da piccola. Con questa “zia acquisita”, invece, la questione è diversa perché è entrata a far parte della mia vita quando io ero già adolescente, la sentivo sempre chiamare per nome in quanto nessuno mi aveva detto che quella fosse mia zia (e infatti lei e mio zio carnale si sono sposati da pochi anni) per cui, non avendo mai avuto questa educazione, credo che ormai non prenderò mai l'abitudine di chiamarla così. Questo, per dire quanto i confini di quella che consideriamo essere la nostra famiglia, siano molto, molto labili. Ci sono zii che sono “realmente” zii; altri invece sono “acquisiti” ma, per abitudine, educazione, contesto di appartenenza e crescita, vengono anch'essi chiamati zii, nonostante non lo siano biologicamente. Tutto dipende dal senso che noi diamo alle cose, dal significato che trapela dai nostri comportamenti e che l'antropologia tenta ogni giorno di portare alla luce. Come i pesci sommersi nell'acqua, siamo completamente immersi nella convinzione di dover volere bene ai nostri parenti proprio perché tali, considerando le relazioni simil-parentali sociali di minore importanza e non considerando che non esiste una legge universale che stabilisca i confini tra parenti e non-parenti e che, in un'altra cultura, quelli che per noi sono i nostri genitori (papà e mamma) potrebbero essere quasi degli estranei in quanto si vive solo con uno dei due genitori per cui si finirà, ad esempio, per “volere più bene” al proprio zio piuttosto che al proprio papà.

Valentina Deidda

Omar Shabaka ha detto...

Il concetto di famiglia per me è ben lontano dalla classica “famiglia tradizionale”. Essendo italiano seconda generazione figlio di immigrati, qui in Italia non ho nessun parente, e non ho neanche un legame a distanza con altri membri della famiglia, non so nemmeno tutti i loro nomi! Quindi avere una nonna/o, zia/o o un cugino/a non so effettivamente cosa vuol dire questa tipologia di legame o questo sentimento di parentela.
Nella mia famiglia siamo in quattro: mio padre, mia madre, mio fratello ed io. Ma anche qui non c’è un vero legame familiare, io e mio fratello siamo nati e cresciuti in un contesto occidentale, che promuove ideali e libertà di pensiero ma soprattutto, che celebra delle festività diverse, che nella loro infanzia o adolescenza, i miei non hanno avuto. Questa diversa visione delle cose e contesto culturale, ha creato una difficoltà d’incontro e di dialogo. Essendo anche avanti con l’età hanno difficoltà ad accettare e assorbire alcuni elementi e pensieri più moderni, per esempio: c’è un clima molto freddo a causa di un contrasto religioso dentro casa.
Essendo loro nati e cresciuti in uno stato islamico, hanno questa religione fortemente radicata nella loro mente, mentre io non ho nessuna impronta religiosa, tranne negli ultimi anni che mi sono avvicinato al Buddismo, questo ha creato una separazione, dato che per loro il concetto di famiglia deve essere anche unito da un punto di vista spirituale mentre per me non ha alcun senso questo concetto.
Un fatto che da piccolo mi ha segnato molto e che forse trascino pure ora, era il Natale. Quando vedevo che tutti i miei amici passavano questi giorni con la propria famiglia e partenti scambiandosi regali e cimentarsi in decorazioni e giochi a tema e grandi riunioni a tavola, mentre invece da me non si celebrava nessuna festività che avesse questo spirito, tante che periodicamente diventavo una sorta di Grinch per l’invidia. Questa cosa mi ha portato da piccolo a sentire che c’era qualcosa di sbagliato nella mia vita e nella mia famiglia.
Negli ultimi anni mi è capitato di festeggiare il Natale con la mia amica e la sua famiglia, questo perché il legame di conoscenza e amicizia è così forte con lei, che i suoi genitori mi vedono come un membro della famiglia e questa cosa mi ha riempito di gioia e mi ha fatto sentire per la prima volta in un vero ambiente famigliare, dove si vuole bene l’un l’altro senza alcun vincolo.
Oltre al fatto di non essere credente, sono anche gay. Non ho nessun problema o paura a vivere la mia sessualità e mi accetto così come sono, sono dichiarato e ne parlo tranquillamente. Ma tranne in casa e con i miei genitori non sono dichiarato in maniera ufficiale, beh… Non c’è bisogno di spiegare come la pensa l’islam, quindi di conseguenza anche i miei su questo argomento, ed è un fatto di ulteriore scontro indiretto cioè, nessun confronto o scambio sull’argomento o quando si parla di relazioni, muro. Quindi mi trovo a condividere e a vivere questa parte di me sempre fuori casa, lontano dai miei.
In sostanza se mi guardo nel futuro vedo già la mia vera famiglia e all’interno, non c’è nessuna traccia di legame di sangue. Ecco, io avrò un marito, questo fatto mi separerà dai miei genitori biologici, e acquisirò la sua di famiglia, al mio matrimonio non avrò i miei genitori, ma i miei amici e la famiglia con cui passo il Natale. Mio figlio/a molto probabilmente sarà adottato/a, quindi non avrò legame di sangue nemmeno con lui/lei, ma sarà comunque mio figlio/a e un membro della famiglia a cui vorrò bene. Quindi per me la famiglia è qualcosa che va oltre al legame di sangue che rompe i classici canoni di “famiglia tradizionale”, sempre se esiste.

Consuelo Casu Di Gaetano ha detto...

Credo che nel mio caso parlare di scarto tra la rete di parenti biologici e di quelli simili-parentali sociali sia al quanto complessa nella descrizione, in quanto sono stata adottata e per quanto io ritenga i miei genitori e tutti i parenti della stessa famiglia come tali, non saranno mai biologicamente miei di fatto. Quindi posso dire in un certo senso di aver scelto (perché effettivamente è stato così) di considerare loro i miei genitori, come persone importanti nella mia vita e che al di là del rapporto di sangue mi hanno cresciuta come figlia loro. Come considero secondi genitori la famiglia affidataria che mi ha tenuta per breve tempo e con loro tutti gli zii e nonni acquisiti in quell'arco di tempo. Quindi posso considerarmi nata da due persone e quindi di avere una vasta rete di parenti biologici (avendo 6 fratelli, svariati zii e nipoti), ma essere figlia effettiva di due persone che ipoteticamente vengono descritte come simili-parentali (anche se ora sono effettivamente genitori a tutti gli effetti)che mi hanno adottata.

SOFIA RONCHINI ha detto...

Parlare del tema della famiglia non è così facile come sembra. Sin da quando ero piccola, mi è sempre stato insegnato che soltanto persone che hanno un legame biologico con te possono essere davvero considerate parenti. Questa visione della realtà mi ha accompagnato fino a qualche anno fa. Avevo sempre creduto che il mio nucleo familiare fosse composto da persone speciali ed insostituibili, e che fossero tali semplicemente perché c’era un legame di sangue ad unirci. Con il tempo, però, le cose cambiano, le persone si allontanano e si cominciano ad aprire gli occhi sul fatto che la biologia nei rapporti umani non conta. Ci sono zii materni o paterni con i loro rispettivi figli che non vedo ormai da molto tempo, loro non sanno nulla di me come io non so nulla di loro, e se una volta ci si sentiva costretti a passare alcune festività insieme, come il Natale, da molti anni questa necessità non c’è più. Contrariamente a tutto questo posso dire di aver trovato nelle mie due cognate un grande punto di appoggio e, nonostante dal punto di vista genetico non ci sia nulla che ci lega, io le considero come se fossero delle sorelle. Un altro elemento da non sottovalutare è la presenza degli amici. Questi, in alcuni casi, è come se fossero parte della tua famiglia, anzi, con loro, molto spesso, riesci a condividere molte più cose di quante non ne condivideresti con un parente biologico, sanno essere molto più di un fratello o di una sorella. Quindi in conclusione ritengo importante rimarcare il fatto che la famiglia la si può scegliere e non bisogna dare troppo peso ai legami di sangue.

Martina Coppola ha detto...
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Martina Coppola ha detto...
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Martina Coppola ha detto...

Io ho tre zii, ognuno di loro ha un divorzio alle spalle (qualcuno anche più di uno), fortunatamente sono riuscita a mantere buoni rapporti anche con i miei ex-zii. Per me non c'è molto differenza fra loro e i miei zii di sangue anzi, se devo essere sincera con alcuni di loro ho un legame affettivo molto più forte. Discorso diverso per quanto riguarda i miei nonni, putroppo non li ho mai conosciuti, (entrambi i miei genitori li hanno persi troppo presto) fin da piccolina però ho sempre chiamato "nonno" un amico dei miei genitori (più grande di loro di circa 20 anni), la mancanza di questa figura mi ha spinto fin da piccolina ha inventarmi questo legame, chissà forse per "normalizzare" una situazione diversa rispetto a quella degli altri bambini.
Martina Coppola

Loredana Opris ha detto...

L'antropologia ha dimostrato che le culture costruiscono la parentela attraverso una rete culturale specifica indipendentemente dal tipo di relazione: biologica o sociale. Riflettendo su questi aspetti mi è venuto in mente un episodio. 15 anni fa mio zio si è fidanzato con una ragazza di nome Maria. Il tempo passava e la loro relazione diventava sempre più seria. Un giorno, avevo sentito Maria rivolgersi a mia nonna chiamandola "mamma". Io l'ho guardata con una certa perplessità perché non capivo da quando Maria era diventata figlia di mia nonna. Ora, è chiaro che in quella parola che lei ha utilizzato e che tuttora utlizza sta la volontà sociale di trasformare una pratica sociale in un legame biologico.

Bianca Bisciaio ha detto...

Ho trovato le lezioni sulla parentela veramente interessanti, sia perché abbiamo parlato di molte realtà completamente differenti dalla nostra che hanno risvegliato la mia curiosità, sia perché la riflessione sui rapporti tra parenti biologici, da un po' di tempo a questa parte, è un pensiero per me ricorrente. Teoricamente la famiglia, come abbiamo detto, dovrebbe costituire quel nodo indissolubile, quel legame certo e sicuro, che fa da ancora alla nostra vita. Dovrebbe essere l'unico legame sociale fondato sulla natura e quindi indiscutibile. Tuttavia non credo che sia così, o meglio far parte della stessa famiglia può generare dei legami davvero forti e ineguagliabili ma non è scontato che ciò accada. La mia famiglia è molto particolare: entrambi i miei genitori venivano da un precedente matrimonio da cui avevano avuto un figlio (uno dei due per di più adottato). Dopo di me è nato mio fratello minore. Siamo quindi quattro figli di cui uno è mio fratello e due fratellastri. Il figlio di mio padre, nonostante gli innumerevoli sforzi di quest'ultimo, ha sempre avuto con noi pochissimi rapporti, è stato solo parzialmente presente nei momenti importanti della mia vita e, ad oggi, continua ad essere molto sfuggente con me per un motivo che ignoro. È mio fratello certo, ma cosa sa di me? Cosa condividiamo? Mi conosce molto meno di tanti miei amici e io non so quasi nulla della sua vita. I miei altri due fratelli, il figlio di mia madre e mio fratello minore, sono per me allo stesso modo parte della mia vita e del mio cuore. Eppure uno dei due biologicamente è mio fratello solo a metà, quindi dovrei volergli metà del bene che voglio al più piccolo? Dovrei chiamarlo il mio fratellastro?
Parlando invece di persone con cui non ho legami biologici ma con cui ho instaurato dei legami simil-parentali voglio citare due esempi. Benedetta è la mia migliore amica da ormai sette anni. Con lei ho condiviso gli anni del liceo e temevamo che l'università ci avrebbe allontanato (lei studia a Milano). Questo non è successo, anzi anche a distanza siamo sempre partecipi l'una della vita dell'altra. Quando ho avuto un grave lutto familiare lei è corsa da me il giorno stesso e mi è rimasta sempre vicina i giorni a seguire. Ad esempio le mie cugine non hanno fatto lo stesso ma si sono limitate a scrivermi un messaggio di condoglianze, con la classica frase finale “per qualsiasi cosa, io ci sono”. Le mie cugine (seppure abitiamo nella stessa città) non c'erano, Benedetta sì e per me non è difficile capire che lei fa parte della mia famiglia, non loro. Come ultimo esempio vorrei parlare dei genitori del mio fidanzato che da sei lunghi anni mi vedono crescere, mi sono accanto, mi sostengono e ricoprono di affetto e mi trattano alla stregua di loro figlio. Mi hanno accolto nella loro famiglia e io loro nella mia. Sono convinta che la famiglia sia la cosa più importante che ho e so bene chi è la mia famiglia, parenti biologici o no.

Bianca Bisciaio, matricola 0229645

Francesco Baldini ha detto...
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Francesco Baldini ha detto...

Ho sempre vissuto in un contesto familiare molto affiatato, nel quale mi sono stati trasmessi l'idea del valore non indifferente dei legami di sangue e l'importanza della coesione tra i membri della famiglia, che ho sempre visto come una piccola comunità, un punto di riferimento. Purtroppo, però, ho sempre vissuto lontano dal ramo paterno, in quanto i genitori di mio padre vivevano (adesso solo nonna poiché nonno è deceduto l'anno scorso) a Mestre, insieme ai suoi due fratelli (sorella e fratello), miei zii, e ai miei unici due cugini di primo grado (mamma è figlia unica). Nonostante le difficoltà, dovute alla distanza, che ci permette di vederci soltanto in occasione delle grandi festività, sono riuscito a mantenere un ottimo rapporto con tutti e l'ho sempre considerata una fortuna, perché solitamente, in queste situazioni, la distanza rischia di dividere, piuttosto che rafforzare i legami. Addirittura, quando vado su in Veneto, esco spesso anche con il gruppo di amici di mia cugina, che ha la mia stessa età, così come aiuto mia nonna a cucinare a Pasqua e a Natale, tanto per fare qualche esempio. Anche con i nonni materni, morti entrambi da qualche anno, ho sempre avuto una bellissima intesa, specialmente con mio nonno, con il quale potevo parlare di qualsiasi cosa, in piena fiducia, e che veniva sempre a vedere le mie partite di calcetto. Dopo la morte dei miei nonni (nell'arco di un anno circa), mamma era rimasta "sola", nel senso che non ha fratelli o sorelle, perciò due suoi cugini, marito e moglie, un po' più in là con gli anni rispetto ai miei genitori e molto legati anche ai miei nonni (loro zii), ci sono stati molto vicini, ci hanno invitato spesso a pranzo o a cena da loro e pian piano mi è venuto sempre più spontaneo chiamarli "zii"...E pensare che fino a quel momento li avevo conosciuti davvero poco! Lo zio, dunque, è quella persona che può fare le veci dei genitori, se serve un consiglio o qualsiasi altro tipo di aiuto o confronto; è una persona di cui puoi fidarti. E' per questo motivo che ho sempre chiamato "zia" anche una carissima amica di mia mamma, che mi fece da madrina al battesimo e che considero, sin da quando ero piccolo, una seconda mamma.
Con tutto questo discorso voglio dimostrare semplicemente che non è il grado di parentela a definire un rapporto, addirittura poi più o meno intenso, a seconda che si parli di genitori, nonni, zii o altro, bensì l'affinità esistente fra gli individui in questione: un'affinità relativa al modo di pensare e divedere le cose, alla maniera in cui affrontiamo problemi e situazioni quotidiane, al grado di fiducia che nutriamo nei confronti della persona che chiamiamo mamma, nonno, zio, zia... Anche ciò che ho detto riguardo i miei parenti del Veneto sta proprio a spiegare come non conta tanto il fatto che essi siano tali, poiché, se fossero state persone diverse, la distanza avrebbe fatto da padrona senza dubbio.
Concludo raccontando, a proposito, la storia di un mio amico, i cui genitori morirono quando lui era molto piccolo, a causa di un incidente stradale. Suo zio e la compagna si presero cura di lui e, nonostante il mio amico non abbia mai avuto il coraggio di chiamarli "mamma e papà", essi rappresentano, per lui, proprio quelle figure.

Claudia Giorgi ha detto...

Dopo aver rappresentato in forma grafica la mia rete parentale e la mia rete di relazioni simil-parentali ho notato che queste, nonostante includessero persone diverse, erano entrambe caratterizzate da relazioni ugualmente potenti. Questo mi ha fatto riflettere su come l’intensità delle relazioni che si è create tra me e le persone che mi circondano non dipende tanto da quanto condividiamo il “sangue” o il codice genetico, ma da quanto condividiamo esperienze, tempo, sentimenti. Questo fa sì che io senta il legame con persone esterne alla mia rete parentale molto più stretto e significativo di quello esistente con alcune figure che ufficialmente sarebbero per me parenti. Questo esercizio mi ha fatto inoltre riflettere su come quelli che noi consideriamo “naturalmente” parenti, perché condividiamo biologicamente con loro parte del nostro codice genetico, per altre culture queste stesse figure non ricoprono minimamente lo stesso ruolo sociale. Questo perché i legami di parentela, sebbene da tutte le culture siano considerati ineluttabili, in realtà vengono investiti da cultura a cultura di significati culturali diversi. Infatti nonostante noi (anche io stessa prima di studiare questo argomento) diamo per scontato che il nostro sistema di parentela sia universale in quanto “naturale”, in realtà diverse culture attribuiscono diversi significati ai legami sociali che si vengono a creare con la procreazione e con il matrimonio in base al proprio sistema di segni di riferimento.
Claudia Giorgi

Giulitti Giulia ha detto...

Q1. Misurate lo scarto che esiste tra la vostra rete di parenti biologici e la vostra rete di relazioni simil-parentali sociali. Potete anche pensarlo in forma grafica con i simboli che abbiamo studiato in classe.
Vorrei iniziare questo discorso col dire che i miei genitori mi hanno sempre supportato, non sono perfetti ma li reputo fantastici e non mi hanno mai fatto mancare niente. Nonostante ciò, ho notato negli anni (e più evidentemente ultimamente, studiando antropologia) che i miei parenti non finiscono là.
Potrei dire senza alcun dubbio di avere tre madri: mia madre biologica, mia zia e la madre dell* mi* miglior* amic*.
Il rapporto che ho con quest’ultima è lo stesso che ho con mia madre biologica, solo che non siamo minimamente imparentati.
Infatti se ho qualche problema, so per certo che posso contare su di lei quando mia madre non può; viceversa lei si comporta con me esattamente come fa con i suoi figli biologici (con tutti i servizi e i doveri).
Il nostro rapporto è così simile a quello che ho con mia madre che la chiamo “mami” (da anni ormai, non ricordo l’ultima volta che l’ho chiamata per nome di battesimo).
Stessa cosa posso dire di mia zia: in questo caso però siamo imparentati (è la sorella di mia madre), eppure si comporta esattamente come una madre con me: dandomi sostegno dove ne ho bisogno e facendomi “ramanzine” quando necessario.
Per quanto riguarda i siblings io non posso dire di avere solamente mia sorella (biologica); considero l* mi* miglior* amic* come un* sorell*, allo stesso modo di come considero mia sorella biologica come tale.
Ci conosciamo da anni e abbiamo condiviso una quantità esorbitante di esperienze insieme, belle o brutte.
Proprio come con mia sorella, infatti, non sono mancati i bei momenti, così come non sono mancati i litigi e le arrabbiature. Per molto tempo ho considerato questa persona più di un* sorell* della mia stessa sorella biologica, e questo mi ha sempre fatto un po' dubitare del nostro concetto di “famiglia” come qualcosa di chiuso e “predeterminato” (come famiglia nucleare).

Michelina Iula ha detto...

La mia rete di parenti biologici è ampia, soprattutto nel lato paterno. I miei nonni paterni avevano entrambi sette/otto tra fratelli e sorelle, non ricordo con precisione. Tutti hanno avuto più figli, alcuni sette, altri cinque, insomma la media è più o meno è questa, per cui i miei parenti sono sparsi un po’ per tutta l’Italia, e di cui conosco solo una minima parte. I miei nonni a loro volta hanno avuto cinque figli, tre femmine e due maschi, uno dei quali il mio papà. Tutti si sono sposati e hanno avuto a loro volta dei figli, i miei cugini, per un totale di quindici; con alcuni abbiamo dei buoni rapporti, con altri ci scambiamo solo i saluti e gli auguri nelle festività, e con altre due in particolare neanche quello. Mia madre invece ha solo un fratello, sposato con una donna che ha due figli avuti da una storia precedente, che in teoria dovrei chiamare zia, cosa che non ho mai fatto anche per il fatto che siamo coetanee, per cui la cosa mi viene un po’ difficile .Mio zio a sua volta ha una figlia avuta da un’altra relazione, più che relazione un’avventura, di cui conosco l’esistenza e che in realtà non ho mai né visto e né conosciuto.
In teoria quelli che sono i miei parenti biologici, ovvero i miei zii, non si sono comportati come tale, (anzi in alcune circostanze hanno fatto proprio finta che non esistessimo) al contrario altri che sono solo amici di famiglia, che ci sono stati nel momento del bisogno, che avevano sempre una parola di conforto, un occhio di riguardo, questi si che li posso considerare dei zii, anche se con loro non c’è nessun legame biologico.

Martina Pochiero ha detto...

Già solo provando a ricostruire graficamente la rete dei legami di parentela della propria famiglia ci si rende conto del fatto che si ha davanti una complessa struttura sociale.
La mia è una famiglia nucleare ma ho un gran numero di legami di parentela definibili come biologici. Inserisco qui https://ibb.co/btrPfw un piccolo grafico che mostra solamente i legami più stretti e per me più facilmente ricostruibili.
I miei nonni a loro volta avevano famiglie molto numerose. Mio nonno materno aveva 3 fratelli (qui inteso come “siblings”). Mia nonna materna ha 4 fratelli. Mio nonno paterno aveva 9 fratelli. Mia nonna paterna ha 3 fratelli. Ho avuto occasione di conoscere e di frequentare i fratelli di entrambe le mie nonne ma ho conosciuto solamente un fratello e una sorella di mio nonno paterno e non ho mai conosciuto i fratelli di mio nonno materno. Tutti questi fratelli hanno avuto molti figli, mio padre e mia madre hanno un gran numero di cugini, sia paralleli che incrociati. Per non parlare poi dei miei bisnonni e dei loro fratelli e dei figli dei loro fratelli. Come ho avuto occasione di ripetere più volte nei vari post, ho parenti sparsi in giro per il mondo, alcuni non li ho mai conosciuti, altri li ho incontrati solamente una o due volte, con altri ancora ho invece legami più profondi. Penso ad esempio ai figli dei cugini di mio padre (figli dei fratelli di mia nonna). Per i primi dieci anni della mia infanzia ho trascorso ogni estate nel paese d’origine di mia nonna paterna e di mio padre in Calabria. Ho avuto anche l’immensa fortuna di conoscere e di frequentare la mia bisnonna paterna. I figli dei cugini di mio padre, miei coetanei, sono stati a lungo miei compagni di giochi. Da quando la mia bisnonna è venuta a mancare non sono purtroppo più tornata in Calabria e rivedo i miei parenti che ancora vivono lì solo raramente. Sicuramente però ancora oggi considero i figli dei cugini di mio padre come dei miei cugini e ho molto più in comune con loro che con le mie uniche due cugine parallele. Questo perché le mie cuginette sono molto più piccole di me, sono a loro molto legata ma oggi, per il rapporto che abbiamo, mi sento più come una zia per loro.
Molto più difficile è per me ricostruire la rete di relazioni simil-parentali sociali. Le connessioni che ho con i miei parenti non sono ovviamente solo di tipo biologico. I legami che mi legano a loro non sono dovuti solamente al “sangue”. I miei genitori sono le due persone che considero fondamentali nella mia vita per diversi motivi. Ho degli zii a cui sono molto legata e forse anche per questo non ho mai avuto l’occasione di avere a che fare con uno “zio non zio”. In particolare mio zio paterno posso dire che mi ha cresciuta insieme ai miei genitori, come i miei genitori c’è sempre stato in qualsiasi momento importante della mia vita, è stato per me un po’ padre, un po’ zio, un po’ fratello. Non ho mai avuto con persone esterne alla mia rete di parentela biologica legami che si possano definire simil-parentali fatta eccezione per i legami che ho con i miei amici di lunga data. Essendo figlia unica (ed essendo rimasta fino agli 11 anni cugina unica) ho sempre considerato fondamentali i rapporti di amicizia (l’uomo è un animale sociale che non si basta da solo!). Marco in particolare è uno dei miei migliori amici che considero come un fratello. Negli ultimi tredici anni abbiamo condiviso ogni esperienza e ogni momento fondamentale delle nostre vite. Ora per motivi di studio e di lavoro riusciamo a vederci solamente un paio di volte alla settimana ma non passa giorno senza che ci sentiamo. Ci confidiamo di tutto, ci sosteniamo in tutto, ci “psicanalizziamo” a vicenda, ci sproniamo a vicenda e siamo sinceramente felici e orgogliosi l’uno per i successi dell’altro. Non posso dire se il nostro rapporto possa essere considerato alla stregue di quello di due consanguinei perché non ho avuto la fortuna di vivere un legame fraterno biologico però il nostro è senza dubbio un legame inossidabile.

alessia tardioli ha detto...

Questa lezione sulla parentela mi ha toccato molto perché capisco perfettamente cosa significa considerare qualcuno come un fratello o una sorella anche se,in realtà,non c'è nessun legame di sangue.
Legame di sangue e legame affettivo sono due tipi di legame che,per quanto mi riguarda,a volte si intrecciano l'uno con l'altro ma altre no. Per mia fortuna ho dei genitori fantastici che non cambierei per nulla al mondo,così anche per quanto riguarda i miei nonni,i miei zii e miei cugini. Perciò con loro non mi unisce solamente un legame di sangue ma un forte legame affettivo. Chi manca però all'appello? Io in realtà non sono figlia unica. Mio padre si è sposato molto giovane e dal suo primo matrimonio ha avuto due figli,un maschio e una femmina: quelli che sarebbero mio fratello e mia sorella ma che io non considero come tali. Il suo primo matrimonio non è andato bene. Solo dopo la fine di questo,mio padre ha incontrato mia madre e si è sposato nuovamente. Ora i rapporti tra mio padre e i miei fratelli non sono dei migliori. Questo ha portato delle conseguenze anche sul rapporto tra me e i miei fratelli: questi allontanandosi da mio padre,poco dopo il suo secondo e attuale matrimonio,hanno deciso di interrompere i rapporti anche con me. Ormai non li sento da qualche anno.. Devo ammettere che mi fa male che le cose siano andate così ma ormai per me sono diventati totalmente degli estranei. Non sanno niente di me come io non so niente di loro. Si sono persi la festa per i miei diciotto anni e i miei compleanni precedenti (visto che hanno deciso di chiudere i rapporti quando io credo che non avevo ancora nemmeno 10 anni),si sono persi il mio esame di maturità,il mio primo giorno di superiori,il mio primo giorno di università.. tutti i momenti più belli della mia vita non li ho potuti condividere con loro e nemmeno i più brutti,dove invece un consiglio da parte di un fratello o di una sorella maggiore mi sarebbe stato d'aiuto. Nonostante siano mio fratello e mia sorella non provo un legame affettivo verso di loro perchè,fondamentalmente,non ci sono mai stati. Di loro ho solo dei ricordi sfumati e qualche fotografia. Inutile dire che ho provato a scrivergli durante festività come il natale o anche solo per il loro compleanno ma non ho ricevuto risposta e non ne capisco il motivo. Nel mio stesso palazzo abitano un ragazzo e una ragazza della mia stessa età e con i quali sono cresciuta. Siamo nati nello stesso anno e da sempre viviamo in case vicine perciò siamo cresciuti insieme. Con loro ho condiviso veramente di tutto,ho più foto con loro,sia di quando eravamo piccoli che di adesso,che con mio fratello e mia sorella. Andavamo a scuola insieme,il pomeriggio giocavamo insieme,studiavamo insieme.. spesso abbiamo anche litigato come veri e propri fratelli. Si,veri e propri fratelli. In fondo sono questo per me: il fratello e la sorella che non ho mai avuto. Mi sono sempre stati vicini e il legame effettivo nei loro confronti è profondissimo. Forse questo commento è stato più uno sfogo e mi sono dilungata un pò troppo,però questa lezione mi ha fatto riflettere sulla mia esperienza,su quanto molto spesso il legame di sangue non corrisponda a quello affettivo e che può accadere che sia più vicino alla figura di un fratello o una sorella qualcuno che non condivide con te i tuoi genitori o il tuo stesso sangue ma i momenti più importanti della tua vita.

Martina Luciano ha detto...

Abbiamo visto come la cultura arrivi a costituire anche ciò che consideriamo "naturale", quindi anche la relazione tra madre e figlio, per esempio, o la cultura la riconosce come tale o non ha nessun valore. Abbiamo visto come il legame biologico non sia sufficiente a fare di una donna una madre (si pensi all'adozione) ma c'è quindi bisogno di un legame culturale.
Per quanto riguarda una mia esperienza, ricordo che da piccola consideravo zii una coppia di Torino amici di mio padre. Ogni estate venivano a trovarci in Calabria e con loro ricordo di aver passato delle giornate bellissime; si andava al mare insieme (spesso i miei mi affidavano a loro quando dovevano lavorare), si cenava insieme, mi portavano a mangiare un gelato, e ogni sera andavamo a casa loro e ci mettevamo sulla terrazza a respirare un pò d'aria dopo le lunghe giornate afose. Sono stati dei momenti bellissimi che ancora ricordo vivamente e con nostalgia, giornate che mi hanno fatto capire che non è necessario un legame biologico per fare di una persona un parente. Io consideravo più zii loro dei miei "veri" zii con i quali passavo anche molto meno tempo.

Elettra De Giuli ha detto...

La “parentela” - quel vincolo, socialmente riconosciuto, relativo a un rapporto di discendenza o, in senso più largo, di affinità – è una costruzione culturale che muta a seconda del contesto considerato. Per definizione, io appartengo ad un sistema parentale cognatico – che, nel reclutamento, include entrambi i sessi - ed “ego-focus”, perché il punto di vista da cui la rete parentale (o parentado) è osservata è il mio. All’interno della mia rete di parenti biologici e, quindi, nel mio parentado è esistito, e si è perpetuato, un effettivo scarto: se, da un lato, non ho mai conosciuto i nonni paterni (PaPa e PaMa), entrambi deceduti prima che io nascessi, dall’altro ho costruito un solido legame affettivo con i nonni materni (PaMa e MaMa). Il matrimonio tra mio padre (Pa) e mia madre (Ma) ha ampliato, ulteriormente, questo distanza: mio padre che, fino al matrimonio, aveva vissuto con mia zia (SoPa) e con i suoi figli, si è trasferito a casa dei suoi suoceri (PaMo e MaMo) verso i quali, di fatto, ha sviluppato un devoto attaccamento. Dopo la morte di mio nonno (PaMa), il modello residenziale post-matrimoniale ha acquisito, per i miei genitori, una nuova fisionomia: la casa natolocale, ereditata da mia madre, è diventata – definitivamente – neolocale sebbene, al suo interno, continuasse ad abitare anche mia nonna, ormai vedova. A partire da tali presupposti, pur partecipando ad gruppo parentale bilaterale, ho sperimentato relazioni sporadiche e, il più delle volte, superficiali con gli zii paterni (FrPa e SoPa) e con i loro figli, sia maschi che femmine; al contrario, più frequenti e, in parte, più emotivamente coinvolgenti, con gli zii materni (FrMa e SoMa), in particolare, con mio cugino, figlio della sorella di mia madre (e, quindi, cugino parallelo) che, per me, è un fratello maggiore. A prescindere dall’influenza - più o meno rilevante - di tali rapporti, quella che considero essenziale è la mia famiglia nucleare – composta mio padre, mia madre, e mio fratello (Fr) – e la mia famiglia simil – parentale, ove è inclusa la mia migliore amica, che reputo una sorella, una “persona” di famiglia, il mio fidanzato - che è il migliore amico della mia migliore amica - e sua madre con la quale, anche se culturalmente inconcepibile (o, forse, incomprensibile?) intrattengo un rapporto paritario ed autentico. In conclusione, la differenza che sussiste tra la rete parentale biologica e quella similar-parentale dipende dalla soggettività della parentela stessa, tale che io posso definire mio cugino, un fratello; la mia miglior amica, una sorella e quella che, eventualmente, diventerà mia suocera, un’amica: è questa la vera bellezza.

Elettra De Giuli

jessica ciuffa ha detto...

Queste due lezioni sulla parentela sono state per me una conferma della concezione riguardo i vincoli parentali che da sempre sostengo.Infatti,anche se mi è stata insegnata fin da piccola la distinzione tra relazione "ascritta" e relazione "scelta" (merito di mia nonna che ripeteva sempre "bella de' nonna i parenti tocca sopportarli perchè,visto che avete lo stesso sangue,non te li puoi scegliere,mica come gli amici") ho sempre pensato che il legame biologico con una certa persona non fosse sufficiente per definirla "familiare", se non supportato da una relazione affettiva,costruita con la condivisione di momenti e con la manifestazione di tale affetto reciproco. Faccio un esempio: durante una delle solite "rimpatriate familiari" per festeggiare il natale, venni ripresa da mia nonna perchè non chiamavo una mia zia paterna "zia", ma con il suo nome. Io replicai che non la riconoscevo come tale, poichè non condividevano altro che un semplice augurio nelle rare occasioni in cui lei ci faceva visita."Per me",continuai,"non può essere paragonata alla mia "SoMa", con la quale sono cresciuta e che mi ha sempre mostrato affetto.Solo perchè abbiamo in comune alcuni geni non significa che io debba riconoscerle questo ruolo.Infatti, per me può essere considerata "zia" più Loredana (un'amica intima di mia madre che conosco da 8 anni) anche se non lo è biologicamente, perchè mi ha sempre dimostrato affetto,condividendo con me dei momenti importanti della mia vita".

Mirko D ha detto...

Mirko Donati

Q1.
Mia madre è la terza di tre sorelle, le quali hanno due figli ciascuna. Mio padre (terzogenito) ha tre sorelle e anche loro hanno due figli. Ho quindi un totale di dieci cugini carnali ma non con tutti ho lo stesso rapporto. Con i miei cugini materni, con cui sono cresciuto insieme, e con i figli dell'ultima sorella di mio padre, che hanno la mia stessa età, ho un rapporto più stretto e intimo. Con questi cugini ci vediamo spesso e ci piace molto stare insieme, mentre con gli altri c'è molta indifferenza. Questi cugini con cui non ho molti rapporti sono forse meno cugini rispetto agli altri? Agli occhi della mia società no poiché tutti sono cugini allo stesso modo. Io però so che c'è una differenza ed è questa differenza che mi fa capire che il legame biologico di per sé non è sufficiente, altrimenti avrei dovuto avere lo stesso tipo di rapporto con tutti i cugini. D'altro canto ho degli amici con cui condivido molti interessi. Sono amici molto intimi solitamente ci chiamiamo bro(sta per brother) o sita (sta per sister). Come per l'amica di mamma che chiamiamo zia, anche nel caso dei miei amici c'è un paradosso. Perché io e i miei amici ci chiamiamo così? Perché mia sorella biologica la chiamo col suo nome mentre tra amici, seppur intimi, ci chiamiamo con il nome comune che indica un legame parentale? Io e i miei amici siamo uniti da un legame sociale che tendiamo a sottolineare e lo facciamo chiamandoci in "fratello" e "sorella".
Ora è curioso riflettere anche sul fatto che con i miei amici condivido molto tempo, usciamo spesso insieme, mentre con alcuni cugini, quelli di cui ho detto prima, non ci vediamo quasi mai (un paio di volte l'anno è già tanto). Ancora una volta è evidente che il legame biologico non è sufficiente e, come nel caso dei legami simil-parentali,non è nemmeno necessario.

Marta Tramontana ha detto...

È stato molto interessante vedere venir meno il concetto di famiglia italiana a cui ero abituata. Personalmente non ho mai attribuito un grande valore ai legami di sangue, i fratelli dei miei genitori e i loro figli sono sempre stati per me persone che frequento una, massimo due volte l’anno e di cui non so praticamente nulla. Ascoltare la lezione sulla parentela, devo ammettere, mi ha un po’ risollevata. Lo scarso senso della famiglia che vedevo come una colpa, un difetto, mi è stato, in un certo senso, spiegato.
Ciò che forse, nel mio caso, si avvicina di più al concetto di famiglia, come lo concepiamo noi italiani, è un gruppo di amici di mia madre con i quali sono praticamente cresciuta. Anche se non li chiamo zii, li considero persone ‘di famiglia’ molto di più dei miei reali parenti.
Questo gruppo di persone segnano per me il confine tra amicizia e parentela, sono persone ‘di famiglia’, una famiglia costruitasi da sola.

Giuseppe Grieco ha detto...

Per rispondere alla domanda faccio riferimento ai fratelli e sorelle dei miei nonni. Essendo le loro famiglie molto numerose, mi ritrovo con un numero spropositato di parenti che, anche essendo legati a me sanguignamente, non vedo quasi mai e di cui non sento molto la mancanza, eccetto dei rari casi. Di contro, ci sono nel mio paesino delle persone che ho sempre chiamato zio o zia anche se effettivamente non abbiamo legami di sangue (anche se in alcuni casi da bambino l'ho pensato per molto tempo). Nonostante questo le ho sempre viste molto più presenti e importanti dei personaggi citati precedentemente.

Alice Carfora ha detto...

Per rafforzare l’idea che la famiglia si sceglie, non conta esclusivamente il legame biologico, mi viene in mente l’esempio del rapporto che ho con mio fratello e mia cugina.
Mio fratello lo ritengo mio fratello solo perché abbiamo lo stesso sangue, stesso padre e stesso cognome, ma per il resto lui non è mai stato presente nella mia vita, è sempre vissuto fuori da “casa mia”, con la madre, ed oltre alla differenza di età (io 19, lui 32 annni) che magari ha giocato un ruolo in questa situazione, principalmente la sua non presenza nella mia vita ha portato a non sentirlo quasi per niente come mio fratello.
Qui entra in gioco mia cugina di primo grado, con cui sono cresciuta e nonostante sia più piccola di me di 4 anni, con lei ho sempre condiviso tutto, siamo “cugine-sorelle”. Lei una volta mi scrisse un biglietto per il mio compleanno con questa frase “cugine per caso, sorelle per scelta” e questa frase racchiude tutto il senso del mio discorso.

Flavia Vitti ha detto...

Nella mia famiglia in realtà non esistono figure simil-parentali. Per i miei genitori la famiglia è sempre stato un circuito chiuso in cui è molto difficile accedere. Per me è stato difficile capire le relazioni simil-parentali che avevano i miei amici durante le superiori proprio per questo motivo. Non riuscivo a capire questo mondo di categorie per me nuovo. Nonostante questa chiusura da parte dei miei ho notato invece che le mie sorelle crescono i figli rispecchiando questo tipo di circuito aperto. Infatti entrambe chiamano le loro più care amiche con l'appellativo di zia davanti ad i loro figli.
Anche se c'è stato un tentativo di rivoluzione del assetto familiare da parte di mia madre sei anni fa. Parto da una premessa, mia sorella maggiore (A) è figlia del primo matrimonio di mio padre, mentre da mia madre ha avuto me (C) e l'altra sorella (B). Ci chiamo sorella A B C anche nella mia vita di tutti i giorni, è più semplice e non si fa confusione, e di confusione ce ne è sempre stata tanta, perché proprio per questo motivo per la mia famiglia era importante fossero entrambe sullo stesso piano affettivo per me, quindi le indicherò in chiave alfabetica. Quando la sorella A ha avuto un bambino mia madre non sapendo come creare un legame tra lei e questo bambino, si è presentata come la "nonna numero 2" (lei ha pensato ad un codice numerico invece) destando un silenzio imbarazzato da parte di tutti i presenti. Successivamente mia madre si è presentata con il titolo generico di "zia" accantonando ogni altro tentativo di scalata familiare. Per quanto mi riguarda penso che farò quello che hanno fatto le mie sorelle se mai avrò dei figli, ovvero presentare gli amici più intimi, quelli con cui avranno contatti molto stretti almeno.

Giulia Pazzini ha detto...

Secondo la mia esperienza personale, fin da quando sono piccola faccio fatica a considerare parenti (cioè parte della mia famiglia) i fratelli di mia madre; questo perché in tutta la mia vita non li ho mai incontrati spesso, anzi proprio per questo non riesco nemmeno a ricordarmi il loro aspetto il più delle volte.
Mentre poi ci sono degli amici di famiglia su cui farei molto più affidamento e i quali non avrei alcuna difficoltà a considerare parte della famiglia; insomma, se per esempio un giorno mi venisse chiesto "chi consideri più tuo cugino? Il figlio del fratello di tua madre oppure il figlio del testimone di nozze di tuo padre?" io non ci penserei due volte a rispondere che col figlio del testimone di nozze di mio padre ho un rapporto sicuramente più profondo rispetto al mio cugino biologico, pur essendo figlio del fratello di mia madre.
Questo perché, secondo me (e non credo di essere l'unica a pensarla così), la parentela non dovrebbe essere dettata (solamente) dal legame biologico, ma (anche) dal rapporto sociale: se un giorno dovessimo lasciare tutto nelle mani di qualcuno che non sia un parente stretto (madre/padre/fratello) chi sceglieremmo? Uno zio che non vediamo mai se non nelle occasioni importanti (ad esempio un matrimonio, e anche lì magari non ci si spiccica parola) oppure un(a) amico/a con cui abbiamo condiviso anni della nostra vita?
Molto spesso, infatti, le relazioni simil-parentali sociali sono molto più significative rispetto alle relazioni parentali biologiche. E per questo motivo non ci dobbiamo/possiamo stupire se poi (ad esempio) nostra madre lascia tutta la sua eredità alla badante, che si è presa cura di lei per anni, e non a noi che l'unico sforzo che abbiamo fatto è stato trovare la badante e non siamo mai andati a trovarla; anche perché (almeno secondo me) se noi (figli) non abbiamo rispettato il nostro dovere di figli nello stesso modo in cui lei (madre) ha rispettato il suo dovere di madre, allora è giusto che il legame biologico passi in secondo piano.

Francesca D'Amico ha detto...

Queste due lezioni mi hanno fatto realmente riflettere. La mia concezione che avevo ovvia e naturale della parentela si è frantumata, come è solito dire “mi si è aperto un mondo”!
Mia madre è la seconda di tre sorelle che hanno avuto in totale 4 figli, mio padre è il secondo di tre fratelli che hanno avuto in totale 3 figli. Quindi ho due zie materne, una zia paterna e uno zio paterno con in totale 7 cugini di primo grado. Ho provato a ricostruire in forma grafica la rete di parenti biologici e devo dire che è risultata essere molto ma molto estesa, in particolare prendendo in esame i membri della famiglia di mio padre. Infatti mio nonno paterno ha 6 fratelli, rispettivamente tre hanno avuto due figli, due ne hanno avuti 3 e gli altri due 9. Queste 30 persone a loro volta hanno avuto molti eredi, quindi mi trovo ad avere un numero elevato di cugini di secondo grado che tuttavia non conoscevo fino al 2011, quando i “Maranghitt” (non so cosa significhi ma è un soprannome della mia famiglia) hanno deciso di riunirsi una volta all’anno, visto che siamo sparsi un po’per tutto il Lazio. Nella “festa dei cugini”, così come la chiamano i miei parenti, nella quale prendevano parte oltre un centinaio di membri, è stato imbarazzante non riuscire a distinguere chi fosse figlio a chi, quale fosse suo padre o sua madre.. insomma, un dramma! Ho conosciuto degli zii, dei cugini di cui non sapevo assolutamente l’esistenza, con i quali non ho condiviso nulla della mia vita. Idem dicasi per alcuni parenti da parte di mia madre che vivono in un paesino vicino Roma, li ho conosciuti la prima volta tre anni fa in seguito alla morte della sorella di mio nonno materno.
È evidente come, nonostante io abbia dei legami biologici con loro e condivida con alcuni anche il mio stesso cognome, non ci sia alcuna relazione sociale. In fondo ho sempre pensato che non bastasse il legame di sangue per considerare alcune persone membro della famiglia, soprattutto dopo un evento spiacevole che si è verificato con mio cugino (con il quale finalmente ho ripreso i rapporti). Tutto ciò mi ha fatto veramente ricredere su chi giochi un ruolo importante nella mia vita. Ora che ci ripenso è stata proprio in quella occasione, in cui ho avuto vicino la mia migliore amica, che mi sono chiesta se quel legame vincolante biologicamente fosse anche indissolubile affettivamente. Ora come ora rispondo di sì, visto il chiarimento che c’è stato, ma non ne sono del tutto convinta. Essendo figlia unica, ho sempre sentito questa necessità di avere un rapporto fraterno con un/a cugino/a o un/a amico/a. Sono nata nel 1997 e in quegli stessi anni (’96-’97-’98) sono nati alcuni bambini che vivevano nella mia contrada: siamo cresciuti tutti quanti insieme e, anche se ognuno ha intrapreso strade diverse, li ritengo parte essenziale della mia vita sebbene non ci sia alcun vincolo biologico. Tra questi c’è la mia migliore amica che abita proprio nella casa affianco la mia; nonostante alti e bassi, la reputo una vera e propria sorella, la sorella che non ho avuto, con la quale ho condiviso gioie e dolori da ben 20 anni. Il rapporto è stato inoltre rafforzato grazie alle nostre madri le quali anch’esse sono molto amiche. Insomma, ricostruire la rete di relazioni simil-parentali sociali mi è più facile: ho per mia fortuna delle cosiddette “zie non zie” (la madre della mia migliore amica e un’altra amica di mia madre), alcuni amici che mi sono SCELTA accuratamente, il mio ragazzo e infine le persone con cui ho non solo legami biologici ma anche e soprattutto affettivi e che considero veramente importanti, in particolare i miei genitori con i quali ho un rapporto stupendo. Questa rete di relazioni simil-parentali sociali certamente è meno ampia, un po’ scarna forse ma ha un valore indissolubile e indispensabile per una ragazza fragile come me che necessita di questo genere di persone. È proprio qui che identifico la condivisione dell’essere.


Giada Stracqualursi ha detto...

Per me lo scarto tra rete di parenti biologici e relazioni simil-parentali sociali è molto ampio. Mi è stato inculcato fin da bambina il valore della famiglia su modello bilaterale. Non riesco ad esempio a considerare parenti gli zii acquisiti: mariti o mogli degli zii/e biologici. Nella mia famiglia non è in uso la forma "mamma" per la suocera, "papà" per il suocero, né zia o zio per chi non ha legame biologico.
Giada Stracqualursi

Anonimo ha detto...

Pensando alla differenza tra la mia rete di relazioni simil-parentale sociale e quella dei parenti biologici mi sono reso conto di essere molto più vicino culturalmente alla prima rete, in particolare ai mie amici, con cui ci sentiamo una "famiglia" e credo che ciò sia dovuto al fatto che i parenti di sangue ci vengono in un certo senso imposti, mentre gli amici siamo noi a sceglierli. Detto questo però il legame che si ha con un parente stretto sarà probabilmente più duraturo proprio perché è la società a volere così, mentre il legame che si può avere con un amico potrebbe durare meno perché affinché duri ci deve essere da entrambe le parti il volersi frequentare.

Valerio Veloccia

Marco Petruccelli ha detto...

Q1. Misurate lo scarto che esiste tra la vostra rete di parenti biologici e la vostra rete di relazioni simil-parentali sociali. Potete anche pensarlo in forma grafica con i simboli che abbiamo studiato in classe.

Parlando di relazioni simil-parentali nel mio caso direi che sono quasi assenti , se non nel caso in cui consideri dei miei pochissimi amici come fratelli;
forse ciò è dovuto dal fatto che ho una rete di parenti biologici non numerosa, ma molto legata, in cui le relazioni simil-parentali credo non ci siano mai state, probabilmente perchè nel caso dei miei nonni e sopratutto genitori non si siano mai create.
Ricordo che da piccolo, quando mi resi conto che tra i miei amici era pressochè normale avere una "zia" che non fosse effettivamente un zia ,giudicai questo tipo di relazione come una forzatura che non aveva molto senso, ma in fin dei conti per me non era un argomento poi così importante, come invece potrebbe esserlo ora dal momento che studio antropologia culturale.Pensando ad esempi nel mio caso, mi viene solamente da pensare alla grossa quantità di persone con il mio stesso cognome provenienti dal paese di mio nonno e nonna paterna ,che nonostante fossero sposati, possedevano entrambi lo stesso cognome, ma che in realtà non erano poi così vicini in un ipotetico albero genealogico dei Petruccelli. Ammetto sia difficile da concepire in una realtà urbana come Roma ,infatti era una domanda frequente che facevo a miei nonni da piccolo, per poi capire che all'interno di piccoli paesi era molto frequente come usanza poichè bene o male gli abitanti erano sempre gli stessi.Ancora oggi mi stupisco quando passo qualche giorno nel paese in questione, di quanti abbiano il mio stesso cognome ma di fatto non è presente nessun tipo legame, o invece nel momento in cui visito il cimitero annesso al paese e mi accorgo che i cognomi in quella particolare zona siano sempre i soliti 6/7 tranne per alcuni casi.Ciò è una dimostrazione di come la parentela sia quindi una costruzione culturale molto variabile che crea naturalmente una contraddizione su ciò che solitamente crediamo sia una famiglia "naturale" da una che invece crediamo non lo sia.

Claudia Presutti ha detto...

Questo corso di antropologia culturale mi ha condotto a riflettere su determinate tematiche che consideravo scontate, e in particolare queste due ultime lezioni hanno per me rappresentato una vera e propria scoperta, che ha letteralmente scardinato i miei punti fermi. È come se, al termine di questo corso, fossi in grado di analizzare la realtà autentica, oltre le strutture artificiose costruite attorno ad essa. Va bene arrivare ad affermare che l'essere umano è dotato dell'unica capacità intrinseca ed innata di apprendere , che la cultura non può essere considerata come una sorta di contenitore ermetico, che le diversità siano da interpretare e non da deridere o banalizzare, ma scoprire che addirittura la parentela non è naturale mi ha letteralmente sconvolta ma allo stesso tempo stupita e incuriosita . Con queste due lezioni siamo arrivati ad affermare che il nostro sistema di segni arriva a costruire anche parti del reale che tendiamo a relegare nello spazio della natura. La parentela è quindi il risultato di una costruzione culturale non determinata biologicamente,attraverso la quale la cultura cerca di risolvere il problema di ricercare legami obbligatori, considerati linfa vitale dell'essere umano . Ed è grazie a queste lezioni che posso dare una risposta alle innumerevoli domande che nel tempo ho rivolto a me stessa, riguardo il mio complicato e conflittuale rapporto con i miei zii paterni, che più volte non riuscivo a spiegare. Viviamo realtà differenti, io quella caotica della città, loro quella ovattata del paese, io con una visione più aperta riguardo questioni attuali, loro invece ancorati nei loro pregiudizi e contrari a qualsiasi vento di novità pur di rimanere ancorati alla loro quotidianità. Insomma , pur inclusi nella medesima parentela ricopriamo posizioni che possono essere considerate agli antipodi. Si tratta quindi di un esempio di fallimento di quello che è considerato un legame biologico che non è prodotto dalla volontà ma è imposto, e che spesso come in questo caso tende a collidere con il nostro modo di essere e di pensare . Diversissimo invece è il prezioso rapporto coltivato con gli amici d'infanzia di mio padre, che da sempre sono stata abituata a concepire e riconoscere come ' zii,' , nonostante la mancanza di un vero e proprio legame biologico che mi unisse a loro . Con loro sono cresciuta, e faccio fatica a considerarli o a pensare a loro con il semplice appellativo di 'amici di famiglia' perché il legame con loro è tanto forte che è come se, con il tempo, fosse divenuto naturalmente biologico. Con loro condivido gran parte della mia quotidianità, senza timori o senza vergogna, nutro per loro una grande stima e posso con loro affrontare questioni che con i miei zii sopracitati non potrei neanche sfiorare. È evidente la mia adesione affettiva più profonda nei confronti di questi zii piuttosto che dei miei zii propriamente detti. La famiglia non la scegliamo, ma abbiamo possibilità di scegliere e costruire legami sociali differenti da quelli biologici che però, in un certo senso, riconosciamo come tali.

Marta Grant ha detto...

La parentela ci appare un legame naturale in realtà è una costruzione culturale che può variare da un contesto ad un altro. Il sistema parentale a cui faccio riferimento è un sistema parentale cognatico che, nel reclutamento, include entrambi i sessi, strutturato intorno ad un ego specifico (sistema ego-focus). Tendo quindi a considerare all’interno della mia rete di parenti biologici i miei nonni materni e paterni (MaPa, PaPa, MaMa, PaMa), inoltre considero le due sorelle di mia madre e il fratello di mia madre miei “zii” materni (SoMa, FrMa) con corrispettivi coniugi che tendo a considerare zii (MoFrMa, MrSoMa) così come i due fratelli di mio padre (FrPa) con corrispettive coniugi (MoFrPa). Infine all’interno della rete di parenti biologici inserisco anche i miei cugini sia da parte di mio padre che dal ramo di mia madre (FiSoMa, FiFrMa, FaFrMa, FaSoMa, FaFrPa, FiFrPa). Queste sono le persone che mi vengono in mente quando faccio riferimento ai miei parenti biologici più stretti.
Riflettendo però sulle relazioni simil-parentali ho notato la presenza di altre figure che non rientrano nel quadro parentale sopra descritto ma che socialmente tendo a considerare parte della famiglia.
Quando ero bambina non mi era chiaro questo legame di parentela e molto spesso avevo delle difficoltà nell’etichettare i miei parenti. Molto spesso mi capitava infatti di chiamare “nonna” una zia di mio padre (SoMaPa). Da bambina passavo molto tempo con questa zia di mio padre, spesso andavamo a casa sua e io rimanevo con lei anche in assenza dei miei genitori. Essendo una persona anziana con cui passavo molto tempo e verso la quale provavo molto affetto mi sembrava “naturale” chiamarla nonna. Al contrario mia nonna paterna la chiamavo “zia”, in quanto non la vedevo molto spesso e non mi sentivo particolarmente legata a lei. Mi sentì in colpa quando per sbaglio chiamai “nonna” la zia di mio padre in presenza di mia nonna paterna biologica in quanto percepii di averle attribuito un’etichetta che non le appartiene e di conseguenza di aver fatto “retrocedere” mia nonna paterna in una posizione di minor importanza. Già da bambina quindi misi in atto una costruzione culturale, in quanto viene socialmente attribuita alla nonna un maggiore legame affettivo con il bambino rispetto a quello che si ha con una zia. Questo mio errore nella denominazione mi sembrò del tutto “naturale” e spontaneo ma solo adesso capisco quanto invece vi era un lavoro culturale dato da un apprendimento del tutto informale che mi aveva portato a scambiare mia nonna per mia zia.

Marta Grant
Matricola: 0230643
Scienze dell’educazione e della formazione

Sara Mercuri ha detto...

La parentela nella nostra cultura appare come un fattore del tutto naturale, ci illudiamo che sia un fondamento solido, ma non e’ così poiché nella nostra società usiamo delle regole nell’ amore e nel matrimonio.
Il legame biologico non è né necessario né sufficiente, c'è bisogno di un legame culturale.
Un’esempio prettamente personale mi riconduce a quando ho iniziato le superiori, avevo in classe una ragazza che poi ho scoperto essere la figlia della cugina di mio padre, ossia mia cugina di terzo grado.
Da lì il nostro legame si e’ fortificato sempre più, ormai sono 7 anni ci vediamo e ci scriviamo quasi tutti i giorni, ci chiamiamo cugine e sua madre la chiamo zia, per me e’ come una cugina di primo grado visto che sono molto più legata a lei rispetto alle figlie di mio zio, ossia le mie vere cugine di primo grado.
Un’altro esempio sempre personale e’ sulla mia vicina di casa, che essendo coetanea ed essendo cresciuta con mia mamma mi ha fatto da zia, c’è sempre stata dall’ infanzia .
Una cosa che mi fa ridere è che quando parla con qualcuno di me e mio fratello ci chiama “ figli acquisiti”.

Sara Mercuri

Francesco Pisani ha detto...

Penso che ormai sia un dato quasi completamente assodato il fatto che i legami di parentela non siano formulati esclusivamente mediante il fattore meramente biologico. Nel mio caso mi viene alla mente un mio caro amico che nonostante avesse un fratello più grande di lui con il quale non aveva assolutamente nessun tipo di rapporto o affinità vedeva al contrario in me il vero fratello che avrebbe voluto avere. E per tanti versi così è stato. FRANCESCO PISANI

Elettra Pellegrino ha detto...

I rapporti che ho con i miei parenti sono rari e piuttosto impacciati, data la distanza fisica e culturale che ci separa. Il fatto che ho rapporti più stretti con il panettiere sotto casa che con la sorella di mia madre, è evidente segno della scarsa importanza che hanno i legami di sangue nelle nostre relazioni sociali.
Infatti la famiglia stessa - il più inviolabile dei valori, e al tempo stesso la più soffocante delle prigioni - non è che l'ennesimo costrutto di menti disperate in cerca di certezze inamovibili. Ma naturalmente certezze non ce ne sono; c'è il bisogno di essere accuditi da piccoli, e dall'altra parte di accudire (per misteriosi impulsi narcisistici e volontà di potere), l'ottenere un'educazione che permetta l'inserimento in società, e senz'altro l'avversione per la solitudine, che l'uomo rifugge comodamente attraverso l'istituzione di questi rapporti sociali obbligatori e indubitabili. Laddove infatti questi vengono meno (come alla lontana nel mio caso, ma molto più tragicamente per orfani e bambini abbandonati), sopraggiunge la necessità di costruire da sé (consciamente) una rete sociale che ci sostenga: pseudo-zii, pseudo-cugini, pseudo-fratelli etc., o lasciare che qualcun altro la costruisca per noi (come nel caso un neonato adottato).
Essendo quindi costruzioni sia le famiglie biologiche che quelle simil-parentali, non resta che dare l'addio definitivo al mito che ci ossessiona, la sacra e intoccabile famiglia 'naturale'.

Sarah Tamimi ha detto...

Riguardo alla mia situazione, io fin da piccola ho conosciuto alcune amiche di mia mamma e le ho sempre chiamate "zie" anche se effettivamente non lo erano.
Mia mamma non ha né fratelli né sorelle per questo Anche alcune sue cugine, non sapendo che appellativo dargli, le ho sempre chiamate "zie".
Da parte di mio padre invece, avendo lui 3 fratelli e 3 sorelle ho chiamato "zie" e "zii" solo i miei reali zii.
Anche se ho 2 sorelle con cui vado d'accordo, una mia amica che conosco da ormai non so quanto la considero quasi come mia sorella.

Tamimi Sarah
0245310

Lorenzo Giannetti ha detto...

Porto l'esempio personale di una zia acquisita. Mi ricordo che da bambino tutti chiamavano questa anziana signora "zi Tita" e io mi chiedevo come mai delle persone che consideravo estranee chiamassero zia quella che era la mia zia. Crescendo ho scoperto che a ben guardare anche io sbagliavo: ho capito, con grande stupore, che in realtà l'anziana signora non era ne zia ne parente di nessuno dei miei famigliari. Da giovani lei e mia nonna avevano condiviso l'adolescenza a L'Aquila e quando si erano trasferite a Roma l'avevano fatto prendendo una casa in comune. Poi mia nonna si era sposata mentre zia Tita era rimasta nubile a vivere sempre sotto lo stesso tetto di mia nonna. Anche mio nonna andando a vivere in quella casa aveva accettato la presenza di zia e mi ricordo che la chiamava sempre "sorè". Il suo ruolo di zia era talmente marcato che non solo noi appartenenti alla famiglia della sua amica (mia nonna) la consideravamo tale, ma anche tutte le persone che avevano rapporti più o meno stretti con la nostra famiglia si riferivano a lei come zia. Ho trovato interessante pensare al fatto che probabilmente questo ruolo intersoggettivo assegnatole dagli altri, l'abbia condizionata al punto che anche lei stessa si descriveva agli altri come "la zia". Probabilmente anche questo ha contribuito al fatto di non aver mai creato una famiglia propriamente sua, anche se la considero a tutti gli affetti come una parente di sangue

Grigoras Adriana ha detto...

PRIMA PARTE

Partendo dall'affermazione che la parentela funziona come una lingua(un sistema si segni) e che possiamo stabilire il valore in base allo scarto differenziale degli altri segni,possiamo osservare una grande differenza tra i legami per caso,cioè la parentela e i legami per scelta.Non c'è bisogno di un legame di sangue per far si che una persona e più vicina a noi ,che un parente.Non è necessario una relazione assegnata per considerare una persona un qualcosa di importante della nostra vita.Sono stata sempre legata alle persone con cui condivido le stesse cose e meno con i parenti,che per me rappresentavano qualcosa di superficiale ,qualcosa di forzato.I parenti ci sono stati assegnati indipendentemente delle nostre scelte,come vale per il genere umano,o per le nostre origini.Di sicuro non siamo noi a scegliere di nascere maschi o femmine,di essere rumeni,italiani ,americani.Non è che prima del nostro concepimento qualcuno ci chiede cosa vogliamo essere.Però durante il nostro percorso possiamo fare le nostre scelte ,non in base a quello che vogliono altri ,in base alle regole,ma in base a cosa vogliamo noi.Su quello che riguarda i miei rapporti con i parenti c'è da aggiungere poco.I miei unici legami di sangue sono mia madre,mia sorella e mio figlio.Certo,non è che un giorno mi svegliai e decisi di cancellare i legami di sangue ,anche volendo, sarebbe impossibile ,ma è accaduto lentamente.Un rapporto è come la pianta ,se non è annaffiata si appassisce, uguale un legame ,spariscono le tracce.Se portiamo avanti un legame che non ci convince ,possiamo creare dei conflitti d'identificazione,perchè alcune volte ci rifiutiamo ad accettare un certo individuo come un nostro parente,perchè ci sentiamo asfissiati.Spesso costruiamo le famiglie con le persone scelte da noi,quindi non è il sangue l'elemento che ci tiene legati, ma le cose comune della nostra vita che condivise con gli altri.E' vero che per quanto possiamo negare il legame c'è,ma di sicuro una relazione di parentela non è più forte di una d'amicizia.Sentiamo più vicino a noi persone con cui stiamo in contatto giorno per giorno che dei parenti che non sentiamo da tanto tempo per diversi motivi.Questi giorni mi è capitata una situazione che riguarda i legami di sangue,che purtroppo aumenta la convinzione che alcune volte il valore di questi legami è basso.Riporto in due righe la situazione:la madre di mio compagno(anziana,Alzheimer,colecisti)viene ricoverata in ospedale.

Grigoras Adriana ha detto...

SECONDA PARTE
Avvisati tutti i parenti,tengo a specificare che ha una famiglia immensa.Passati tre giorni non si è visto e sentito nessuno,pur sentendo mio compagno."ho tanti zii e cugini che mi vogliono bene".Beh,ho visto ci è stato confermato,il suo pensiero.Ho chiesto aiuto a mia madre,e lo fa volentieri anche se non c'è un legame biologico,ma più un legame umano ,di amicizia.Certe situazioni ti determinano a vedere gli aspetti della vita in maniera diversa di come pensavi.Penso che alcune volte scegliamo le persone a qui vogliamo bene in base alla connessione tra coscienza e anima,pensiamo e sentiamo che forse hanno bisogno di noi,o noi di loro.Sembrerò un po strana,o lo sono veramente,ma affermo con certezza che questo corso di antropologia ,è riuscito a portare in superficie stati d'animo,che per me erano chiusi nel cassetto e non pensavo di aprirlo molto presto.Questo perchè sappiamo che l'antropologia parla a noi di noi.

Maria Lorenzetti ha detto...

(Q1)
PRIMA PARTE:
A lezione abbiamo spiegato come il discorso sulle parentele sia molto più complicato di quanto immaginassimo, essendo un prodotto culturale, e dunque non generato da una dinamica strettamente naturale. Molte volte siamo abituati ad utilizzare dei luoghi comuni errati, e ad accettarli come ovvi; lo scopo dell’antropologia è proprio quello di “rendere strano ciò che è ovvio, e rendere normale ciò che credevamo strano e lontano dal nostro modo di pensare”. Riagganciandoci ad una delle prime lezioni di antropologia culturale, potremmo dire che non sempre i legami biologici ci rendono simili, anzi, molte volte le persone più diverse da noi sono proprio i nostri parenti più stretti, così come questi stessi legami non bastano a renderci genitori. (Riportando l’esempio dell’adozione, risulta evidente come il bambino che viene adottato da una determinata famiglia si consideri in genere più legato a questi genitori, pur non condividendo con essi alcun legame biologico, piuttosto che con il suo padre o la sua madre naturali).
Dal mio punto di vista, il discorso che vorrei affrontare è quello dello “scarto” che esiste tra il rapporto che ho con i miei cugini e quello che invece condivido con gli amici. Nel nostro sistema di parentela BILATERALE, inizio con il precisare che non ho cugini paralleli né incrociati da parte di mia madre (Ma) in quanto figlia unica, e ne possiedo invece tre incrociati da parte di mio padre, (Pa). La mia famiglia si può dunque definire come nucleare, composta cioè da mio padre, mia madre e me come unica figlia. Di seguito riporterò qualche esempio di alcune mie relazioni parentali. Essendo il secondogenito, mio papà ha due sorelle, una più grande di lui di quattro anni, (SoPa1) ed una molto più giovane, (SoPa2). I figli della sorella grande hanno più di trent’anni (FoSoPa1 e FaSoPa1), io ne ho venti, mentre la figlia dell’altra sorella (FaSoPa2), ne ha soltanto cinque. Tra noi cugini vi è dunque una grande differenza d’età; ciò è dato dal fatto che la prima sorella, più grande dell’altra di ben sedici anni, si è sposata presto, e la seconda, invece, più avanti negli anni. Io sono nata dopo sedici anni di matrimonio dei miei genitori, e dunque mi trovo ad avere due cugini molto più grandi, ed una molto più piccola. Come si può facilmente intuire, il rapporto che ho sempre avuto con loro non è mai stato stretto, non essendo coetanei non ho mai trovato con loro quella complicità che invece è presente quando mi relaziono con amici della mia età. Siamo certamente uniti da un vincolo biologico, ma non da una componente socio-culturale.
Maria Lorenzetti

Maria Lorenzetti ha detto...

SECONDA PARTE:
Vorrei proseguire su questo tema citando il legame che unisce mio padre ad un suo amico, di parecchi anni più grande di lui, che ha sempre chiamato “ziotto”. La loro amicizia era nata ai tempi in cui mio papà era studente, ma non è mai finita, proprio perché, nonostante non condividano alcun legame biologico, hanno subito trovato una grande sintonia. Sicuramente mio padre ha un maggiore rapporto confidenziale e di stima reciproca con questa persona, piuttosto che con altri suoi parenti biologici.
Parlando in prima persona poi, io stessa ho amiche che considero “sorelle”: sono infatti figlia unica e, trovandomi ad essere sempre la più giovane di tutti i miei gruppi di amici, man mano si è venuto a creare tra noi un bellissimo rapporto fraterno che mi fa sentire parte di una grande famiglia. Pur essendo figlia unica dunque, posso dire di avere molte “sorelle maggiori”. Anche in questo caso, non c’è nessun legame biologico che ci unisce, ma è quello affettivo a farci sentire tali; se l’amico è sincero, non si hanno con lui tutte quelle discussioni che possono riguardare ad esempio le questioni di eredità, e che ci portano a non fidarci dei nostri parenti, in quanto il suddetto rapporto è disinteressato. Riallacciandomi agli argomenti citati nelle prime lezioni, posso dire di sentirmi molto simile ad alcune mie amiche, mentre conosco casi di fratelli e sorelle biologici che sono totalmente diversi tra loro. Per concludere dunque, abbiamo compreso che anche le relazioni di parentela abbiano in realtà una componente socio-culturale, e di come esista un notevole scarto (almeno dal mio punto di vista), tra il rapporto che abbiamo con alcuni nostri parenti biologici e quello che abbiamo costruito nelle relazioni simil-parentali sociali.
Maria Lorenzetti

Luca Pizziconi ha detto...

Questa lezione mi ha fatto ragionare molto sul legame che ho come le persone che fanno parte della mia vita, a partire dai genitori poi a i parenti più stretti per poi arrivare agli amici.
Per quanto riguarda la rete di legami biologici devo dire che sono molto legato alla mia famiglia e a i miei parenti anche se noto come io sia molto diverso da i miei genitori.
Viceversa con i miei amici che conosco da molti anni mi trovo benissimo ma non ho nessun legame di sangue.
Tutto questo mi ha portato a riconsiderare il rapporto che ognuno di noi ha con le persone che lo circondano, in quanto diamo per scontato (ad esempio) che un genitore sia più importante di un amico cosa che invece, a volte, è il contrario.
Come esempio posso prendere il rapporto che io ho con un mio carissimo amico il quale ha un fratello a cui non è molto legato, o almeno non ci condivide quasi nulla della sua vita, e di come lui ha molto più piacere nel passar il tempo con me che con suo fratello.

Anonimo ha detto...

1- Per mia fortuna ho vicino tanti amici, verso i quali sono, per un motivo o per un altro, molto legato. Sono figlio unico, ma alcuni di loro, che si contano sulle dita di una mano, sono miei fratelli. Ci lega un profondo rapporto, consolidato dagli anni, che va oltre la semplice amicizia. Nessun segreto, nessuna vergogna nel confidarsi e nell’affrontare gli argomenti più disparati (e delicati). Non ho un fratello per poter fare il confronto, ma il rapporto che in genere lega due o più fratelli non lo immagino tanto distante da questo. Con loro non sono legato biologicamente, è vero, ma per me sono lo stesso dei fratelli.
Mi viene poi in mente una situazione praticamente opposta; ovvero il rapporto che mi lega ad un cugino (seppur di secondo grado, ma comunque a me imparentato). Quando lo incontro lo riconosco, so che è lui, ma a dir la verità non ne ricordo nemmeno il nome; non lo saluto neppure, perché a tutti gli effetti è per me un estraneo, e non ho mai parlato con lui. La situazione è quasi sicuramente reciproca: chi è quel tizio per l’altro, se non un perfetto sconosciuto?
Questi due esempi testimoniano che spesso lo scarto tra la rete di parenti biologici e la rete di relazioni simil-parentali sociali è nullo, o addirittura diretto “controcorrente”: l’individuo non legato biologicamente può spesso essere estremamente vicino ad una persona, molto di più di quanto possa esserlo l’individuo che ha con quella stessa persona rapporti di parentela. Non esiste infatti una gerarchia di vicinanza basata esclusivamente sul legami biologici: siamo noi che in base alle dinamiche sociali (e non solo) “sentiamo” come parente un certo individuo.

Federico Favale

Salvatore Di Simone ha detto...

Sin da piccolo sono vissuto a stretto contatto con la mia nonna paterna, che abitava sotto lo stesso tetto della mia famiglia. Ella è stata come un'istituzione e mi ha educato, dando un aiuto ai miei genitori in questo arduo ruolo educativo. Nonostante questo legame parentale forte tra me e mia nonna, cui sono riconoscente, a partire dai tempi del liceo l'ho sentito insufficiente, per cui mi sono volto ad amici e a persone estranee che hanno acquistato la mia fiducia. Ricordo particolarmente, tra quest'ultime, una coppia di anziani signori di Roma, che da tre anni a questa parte mi hanno come adottato quale loro nipote, invitandomi quasi ogni giorno a casa loro per studiare. Durante queste visite, mi sento a mio agio e come in famiglia: gradisco tanto parlare con l'anziano Rolando, con cui condivido molti interessi riguardo la filosofia, la letteratura, la storia e la teologia; invece, l'anziana Celeste, sua moglie, mi vizia con squisiti piatti abbondantissimi. In questi due signori anziani ho ritrovato un significato nuovo della parentela, che si estende oltre i semplici legami di sangue, perché essi manifestano quel dato erudito che purtroppo manca alla mia famiglia di origine, alla quale però sono sempre legato e riconoscente per quel che sono.

Federica Palazzi ha detto...

Le ultime due lezioni sulla parentela sono state la chiusura perfetta di questo corso poiché sono quelle che presentato l’argomento che più mi sta a cuore ma che, ovviamente, non ho mai analizzato sotto un profilo antropologico.
Sfortunatamente, non ho mai conosciuto la famiglia paterna, sono cresciuta quindi con nonni e e due zii materni; pensavo di avere però 4 zii, e crescendo ho capito che gli altri due erano i miei cugini. Questo perché mia zia (di sangue) è molto più grande di mia madre ed è diventata madre molto presto, per cui i miei cugini di primo grado non sono miei coetanei; si sono sempre presi cura di me, e loro stessi al telefono mi chiedevano “come stai amore di zia?”. Non ho mai sentito il bisogno di conoscere il motivo per cui non li chiamassi per nome quando avevo saputo che in realtà erano semplicemente miei cugini, perché per me non lo erano, o meglio, erano più di un legame di cuginanza.
Anche se entrambi fanno parte di un legame di sangue e non di relazioni simil-parentali sociali, ho presentato questo esempio per dire che, anche se in una persona non scorre lo stesso sangue, se la sentiamo vicina, può diventarlo; i miei due cugini, anche se portano un cognome diverso dal mio, per me sono da sempre come dei secondi genitori, manifestano quell’amore che proprio gli zii regalano ai nipoti.

Chiara Grossi ha detto...

Chiara Grossi: Don Vito Corleone, nel “Padrino”, sottolineava, in alcune battute divenute parte della storia del cinema, l’importanza della famiglia. Ma che cos’è la famiglia, se non il più profondo legame, culturalmente costruito, del nostro gruppo sociale, un segno condiviso, anche se in modo totalmente inconsapevole? L’Antropologia apre nuove frontiere, svela scenari totalmente inaspettati, ponendoci di fronte al nostro “ego”, che scopriamo intriso di una rete di significati culturalmente condivisi. Scopro, così, che il legame con mia madre e mio padre è frutto di un costrutto culturale, sicuramente implicito, ma altrettanto certamente non naturale. E’ evidente che nessuno può mettere in discussione il fatto che l’uomo e la donna, che sono stati i protagonisti del mio concepimento, siano i miei diretti ascendenti biologici, ma il concetto di genitorialità prevede la condivisione di una serie di segni che traducono l’esclusivo rapporto che si instaura tra genitori e figli nella nostra società, poiché padre e madre sono da noi sentiti come i protagonisti, insieme ai figli, di un rapporto primario, indissolubile. “La mamma è sempre la mamma”, “chi ha mamma non piange”: i luoghi comuni del linguaggio, questi stereotipi, riflettono qualcosa di profondamente radicato, ovvero il modo in cui noi strutturiamo la parentela. La nostra cultura distingue tra padre e madre da una parte, i genitori appunto, e fratelli della madre e del padre, che chiamiamo zii. Rispetto ai fratelli dei nostri genitori, non sussiste differenza tra fratelli dello stesso sesso ( es. sorella della madre) o di sesso opposto (es. fratello della madre) , né tra i nostri cugini, siano essi paralleli ( figli di un fratello dello stesso sesso del genitore) o incrociati ( figli di un fratello di sesso opposto al genitore). Eppure, nella nostra società, la parentela che si fonda “sul sangue”, acquista toni sempre più sfumati, così, non di rado, gli amici si chiamano fratelli o l’amica di mamma si chiama zia. Questo perché noi vorremmo traslare quella stessa solidità, che crediamo costituire i legami di sangue, anche sul piano dei rapporti interpersonali, che dovrebbero essere frutto di scelte consapevoli. Io, per esempio, da bambina chiamavo una cara amica di mio padre zia e come tale la percepivo, come una di famiglia: ho impiegato parecchio tempo per capire che lei era zia ma non era zia e cosa questo significasse; per me, bambina, lei era zia e basta e io le volevo bene, perché faceva tutte quelle cose che ci si aspetti che la zia faccia, come portarti al cinema e comprarti i pop-corn o portarti la domenica a pattinare coi pattini a rotelle!!!! La cultura ritaglia per noi lo spazio segnico, in cui le nostre relazioni acquistano il loro valore profondo, fino ad essere percepiti come date, naturali, ineluttabili. Nessuno si sognerà mai di chiedere il divorzio dal proprio figlio e l’amore che si prova per un amico è un amore fraterno.

Chiara Grossi ha detto...

Chiara Grossi: Don Vito Corleone, nel “Padrino”, sottolineava, in alcune battute divenute parte della storia del cinema, l’importanza della famiglia. Ma che cos’è la famiglia, se non il più profondo legame, culturalmente costruito, del nostro gruppo sociale, un segno condiviso, anche se in modo totalmente inconsapevole? L’Antropologia apre nuove frontiere, svela scenari totalmente inaspettati, ponendoci di fronte al nostro “ego”, che scopriamo intriso di una rete di significati culturalmente condivisi. Scopro, così, che il legame con mia madre e mio padre è frutto di un costrutto culturale, sicuramente implicito, ma altrettanto certamente non naturale. E’ evidente che nessuno può mettere in discussione il fatto che l’uomo e la donna, che sono stati i protagonisti del mio concepimento, siano i miei diretti ascendenti biologici, ma il concetto di genitorialità prevede la condivisione di una serie di segni che traducono l’esclusivo rapporto che si instaura tra genitori e figli nella nostra società, poiché padre e madre sono da noi sentiti come i protagonisti, insieme ai figli, di un rapporto primario, indissolubile. “La mamma è sempre la mamma”, “chi ha mamma non piange”: i luoghi comuni del linguaggio, questi stereotipi, riflettono qualcosa di profondamente radicato, ovvero il modo in cui noi strutturiamo la parentela. La nostra cultura distingue tra padre e madre da una parte, i genitori appunto, e fratelli della madre e del padre, che chiamiamo zii. Rispetto ai fratelli dei nostri genitori, non sussiste differenza tra fratelli dello stesso sesso ( es. sorella della madre) o di sesso opposto (es. fratello della madre) , né tra i nostri cugini, siano essi paralleli ( figli di un fratello dello stesso sesso del genitore) o incrociati ( figli di un fratello di sesso opposto al genitore). Eppure, nella nostra società, la parentela che si fonda “sul sangue”, acquista toni sempre più sfumati, così, non di rado, gli amici si chiamano fratelli o l’amica di mamma si chiama zia. Questo perché noi vorremmo traslare quella stessa solidità, che crediamo costituire i legami di sangue, anche sul piano dei rapporti interpersonali, che dovrebbero essere frutto di scelte consapevoli. Io, per esempio, da bambina chiamavo una cara amica di mio padre zia e come tale la percepivo, come una di famiglia: ho impiegato parecchio tempo per capire che lei era zia ma non era zia e cosa questo significasse; per me, bambina, lei era zia e basta e io le volevo bene, perché faceva tutte quelle cose che ci si aspetti che la zia faccia, come portarti al cinema e comprarti i pop-corn o portarti la domenica a pattinare coi pattini a rotelle!!!! La cultura ritaglia per noi lo spazio segnico, in cui le nostre relazioni acquistano il loro valore profondo, fino ad essere percepiti come date, naturali, ineluttabili. Nessuno si sognerà mai di chiedere il divorzio dal proprio figlio e l’amore che si prova per un amico è un amore fraterno.

Scarlett2392 ha detto...

Mia madre ha un fratello con cui non ha rapporti da alcuni anni, idem mio padre con la sua unica sorella. Sono nata che i rapporti erano già altalenanti e tendenti alla rottura definitiva. Per riferirmi a loro uso l’appellativo “zio” e “zia”, ma li pronuncio con fatica, perché io non li conosco, non li sento tali. C’è stata un’amica di mia madre che avrebbero voluto essere chiamata “zia” (è purtroppo venuta a mancare alcuni anni fa), ma l’unico modo in cui riuscivo a chiamarla era “signora Maria” o “maestra Maria”. Non era stata la mia maestra, ma lo era stata di un’altra classe mentre ero alle materne. A ripensarci oggi, lei è stata per me una zia più di chiunque altro, anche perché quelli biologici sono appunto solo biologici e nient’altro.


Dato che con mia sorella e mio fratello abbiamo una differenza d’età di 21 e 19 anni, sono diventata zia molto presto, quando avevo 13 anni. Oggi ho in totale 4 nipoti e sono fiera del rapporto che ho con loro, sono zia, sorella e amica. Alex, uno dei 4, mi ha chiesto se può chiamarmi mamma quando la mamma non c’è, perché mi vede come una perfetta sostituta e non gli va di doversi mettere a pensare in che modo chiamarmi. Stessa cosa succedeva a me da piccola che chiamavo mia sorella mamma, e la mamma era “l’altra mamma”.


Un giorno la figlia di amici di famiglia di mia sorella mi ha chiamato zia, sono trasalita, non me lo sarei mai aspettato. Poi ragionandoci ne sono rimasta davvero estasiata, effettivamente quando mi è capitato di stare con lei non mi sono comportata da meno, l’ho consigliata, ascoltata, coccolata, le ho acconciato i capelli, ecc, alcune delle cose che faccio normalmente con i miei nipoti.

Quindi sì, “la parentela non è naturale, tracciata dalla biologia ma è costruita all'interno di un sistema di significazione culturale”.


Rossella Maria Coppolaro - LLEA

Anonimo ha detto...

La mia situazione familiare è un po' particolare in quanto i miei genitori mi hanno concepito in età avanzata, nella quale potevano essere già miei nonni. Io ho sempre avuto un legame molto forte con mia madre, che forse ha sempre fatto anche le veci della nonna che non ho mai conosciuto, né paterna né materna. Mio padre non è mai stata una figura particolarmente presente nella mia vita, tanto meno ha assecondato le mie scelte, anche se mi ha sempre lasciata libera di farle. L'unico nonno che ho conosciuto è quello materno e viveva nella mia stessa casa. E' morto che io avevo 5 anni.
I miei cugini più stretti come grado di parentela sono nati e vivono a Mestre e sono figli del fratello di mia madre, venuto a mancare quando io ero molto piccola. Nonostante ci vediamo poco abbiamo un bellissimo legame e incontrarli mi incute un'immensa gioia e mi scalda il cuore. Mi hanno dato anche la gioia di diventare zia e provare l'emozione di avere dei nipoti che mi somigliano e mi adorano. Ho anche un altro zio paterno che riconosco come zio ma sua moglie terribilmente gelosa lo ha sempre tenuto lontano dai suoi parenti.
Dalla parte di mio padre ho conosciuto 4 fratelli, l'ultima è venuta a mancare pochi mesi fa all'età di 92 anni. Era la zia alla quale ero più legata e finchè vivevo nel mio paese faceva anche un po' le veci di nonna, lei non accettò la mia scelta di essere andata a vivere a Roma ed essermi fatta una vita lì, aspettava che tornassi definitivamente nel mio paese natìo ma questo non accadde così i rapporti si raffreddarono un po' negli ultimi anni.
Mia madre mi abituò sin da piccola a chiamare “zia/zio” i signori di una certa età con la quale avevano un forte rapporto di amicizia. Ho una vicina di casa che quando facevo le scuole elementari e mia madre lavorava tutto il giorno mi accoglieva al rientro da scuola come una zia appunto, lei l'affetto che prova per me è come quello di una nipote.
Essendo qui a Roma abbastanza sola, ho stretto rapporti con amici che per me sono come fratelli. Ho avuto coinquiline e amiche che sono state per me le sorelle maggiori che non ho mai avuto soprattutto nei momenti di difficoltà.
Insomma io credo profondamente nel detto “gli amici sono i fratelli/le sorelle che ti scegli” ma anche in “parenti serpenti” anche se per fortuna non sempre è così.
Penso che il legame che a volte si crea tra le persone, anche con origini e mentalità differenti vada ben oltre il legame di sangue, e a volte ci si può sentire a casa anche quando a casa non si è.

Marianna Addis

Margherita Belli ha detto...

Ho una zia con cui, a causa di alcuni avvenimenti e molte incomprensioni non parlo più da un po' di anni. Nonostante sia stata una persona fondamentale per quanto riguarda la mia educazione e la mia crescita in tenera età, nonostante abiti sotto casa mia, le nostre strade pare si siano divise per sempre. Questa vicenda mi da modo di riflettere su come, al di là della necessarieta' che dovrebbe implicare il fatto che sia sorella di mio padre, pare non ci possa più essere una ragione per tornare a relazionarsi. Nemmeno, appunto, l'evocazione di quella "naturalezza" che si è soliti attribuire necessariamente ai legami di parentela. È una cosa su cui rifletto da anni e, sulla spinta di queste lezioni, forse si è fatta strada in me una spiegazione più acuta, per quanto ancora embrionale. Insomma, comincio a vederci meglio.
Cosa è successo tra me e mia zia?
Ho pensato che fatti spiacevoli e malintesi cambiano il modo con cui ci si rapporta con le reti di significato e ciò inevitabilmente può far allontanare gli individui nel momento in cui gli stessi smettono di condividere i significati che li tengono uniti in un orizzonte culturale. (Tutto è scattato quando ci ha parlato della pratica culturale calabrese di alcune donne che ripudiano i figli). Davanti alla forza del simbolico, ogni "fatto di sangue" cessa di essere il metro attraverso il quale, per forza, ci si deve sentire legati ai propri parenti biologici. Quella rete di segni che ci educa a pensarci legati biologicamente viene smascherata dalla scoperta meno intuitiva che, invece, per sentirci un "noi" - per sentirci dalla "stessa parte" - passiamo per un lungo processo costruttivo di condivisione dell'essere. Da una zia di sangue, pare naturale, aspettarsi che si comporti come un "sostituto di una madre" - si è detto a lezione - si creano delle precise aspettative circa il ruolo che una zia possa assolvere nei confronti di un nipote, aspettative che portano all'automatica "naturalizzazione" della relazione sociale zia - nipote. Giunta a questo punto, ho pensato che la mia esperienza personale, come altri esempi, faccia scattare il medesimo cortocircuito in seno alla cultura: non è di fatto l'evidenza del legame biologico a determinare la pratica sociale attraverso la quale dovrei sentirmi nipote di mia zia, è necessario ci sia la volontà sociale di legittimarla per far si che questa si "travesta" in quella "illusione biologica" (tanto cara ai riduzionisti!), in una confortante garanzia di verità.
Così, smettendo di pensare a questo rapporto familiare come "dato" e iniziando a pensarlo come "prodotto", ho capito che qualcosa ha interferito con la costruzione dello stesso, arrestandone il senso.
Alla luce di ciò, non mi resta che scoprire se la necessità di rapporti obbligatori e fondamentali alla base dell'umano vivere, possa ancora investire di senso la relazione con questa mia "zia" biologica. Senso che di fatto si consolida e ritrovo quotidianamente in altre relazioni simil-parentali che nulla hanno di strettamente "naturale".

Belli Margherita

Rosanna Vendemmia ha detto...

"Avete una persona che chiamate zia ma che biologicamente non lo è?" beh, io ne ho una decina,anche perché da noi, in Sicilia, si è soliti rivolgersi alle persone che conosci e che ti sono state accanto, con appellativi come "ziu/zia" , "cummari/cumpari"(comare) . Sono dunque cresciuta circondata da "parenti non di sangue" che, con una parola o un gesto, hanno, nel loro piccolo, contribuito a rendermi quella che sono adesso. In particolare, zia Patrizia, un'amica di mamma, era solita raccontarmi, mentre mi acconciava i capelli,di come fosse fuggita di casa per non sposare "u scassapagghiaru"(persona inutile) che i suoi genitori le avevano imposto, solo perché aveva due spicci. Con questo episodio, che mi faceva sempre sorridere, mi voleva insegnare ad agire con consapevolezza, seguendo le proprie idee senza lasciarsi abbindolare dal "Dio denaro", insegnamento che io ho acquisito e che porto sempre con me. Il rapporto tra Patrizia e me e tra zio materno e me è un chiaro esempio di scarto tra la rete di parenti biologici e la rete di relazioni simil-parentali: con mio zio ho, pur essendo legati biologicamente e pur volendogli bene, un rapporto conflittuale dovuto, anzitutto, alle nostre idee radicalmente opposte:ad esempio, per lui,austero uomo sulla cinquantina,"l'abito fa il monaco", per cui una ragazza di 20 anni dai capelli blu e con un tatuaggio, non potrebbe mai sostenere esami e, in futuro, aspirare ad un lavoro rispettabile in società, per me, l'aspetto esteriore non può influenzare negativamente o positivamente le qualità morali, le capacità e la ratio di ognuno. Diversamente, Patrizia è stata sempre pronta a sostenermi in ogni mia scelta(a patto che rispettassi me stessa e gli altri), mi ha ascoltata e compresa, senza giudicare. Lo scarto tra i due rapporti può anche essere dovuto al concetto di cultura condivisa: mentre con mio zio, nonostante la parentela, nulla ci accomuna, con zia Patrizia, al di là del legame biologico, tutto sembra accomunarci, dall'amore per l'arte alle scelte di vita,dai medesimi generi musicali ascoltati ai luoghi frequenti. Probabilmente, è proprio la stessa condivisione culturale che spinge una ragazza o un ragazzo a considerare un amico/un'amica come un fratello /una sorella non di sangue ma per scelta.

Francesco Pieri ha detto...

La mia situazione è simile a quella di una semplice famiglia matrilocale delle Indie Occidentali, dato che è composta da mia madre, io e mia sorella. Mio padre ha vissuto per pochissimo tempo con noi e, personalmente, non ricordo nulla di quel periodo perché ero davvero molto piccolo. Lo scarto tra reti di parenti biologici e relazioni simil-parentali sociali è già evidente in questa situazione: mio padre, per me, non ha quel significato che generalmente si dà all’uomo che ti mette in vita. Lui non provvede a me in alcun modo, né economicamente né affettivamente e la sua presenza manca da casa mia da molti anni. Per me, quindi, non esiste nessun legame con lui. Discorso simile può esser fatto con la sua famiglia; io non attribuisco il termine “nonni” ai genitori di mio padre perché, semplicemente, non li conosco così bene da poter convincermi e convincere gli altri di avere un legame con loro, e lo stesso discorso vale per gli altri componenti (zii, cugini, nipoti) della sua famiglia. E’ come se avessi una parentela di tipo unilaterale, sentendomi veramente imparentato solamente dal lato di mia madre.
Eppure ci sono due casi anomali: mio padre, prima di sposarsi con mia madre, si era già sposato con un’altra donna e con lei aveva fatto una figlia. Per me, quindi, sarebbe una sorellastra ma, in verità, abbiamo sempre avuto un rapporto splendido, molto più che con mio padre, che oltrepassava i confini parentali e le barriere sentimentali: infatti la mia sorellastra avrebbe potuto avere dei risentimenti con la nuova famiglia di suo padre, ma così non è stato, tant’è che sia io che lei ci siamo sempre chiamati “fratello” e “sorella” e ci siamo sempre sentiti come tali.
L’altro caso riguarda mio cugino, figlio del fratello di mio padre, che per un lungo periodo ha provato a tener vivi i contatti con me, nonostante io fossi restio alla sua vicinanza. Mio cugino ricopre il ruolo dell’asfissiante, cioè di colui che mi cerca, mi asfissia, anche se io non ho mai contraccambiato le stesse attenzioni perché non avevo alcun interesse nel farlo. Col tempo i rapporti si sono raffreddati e abbiamo perso definitivamente i contatti.
Dalla parte di mia madre, invece, riconosco di sentire tutti vicini. E’ una famiglia allargata, quella di mia madre, composta da 6 fratelli, tre figli per ogni fratello, vari nipoti e altre persone che non discendono direttamente da mia nonna o da altre persone della famiglia, tantoché consideriamo zii o cugini anche coloro che in realtà non lo sono. Esempio: mio zio, prima di morire, era fidanzato con una donna che, a sua volta, aveva una figlia con un altro uomo. Quindi quella bambina non era figlia di mio zio e non era quindi mia cugina. Eppure, quando mio zio è morto, sia la sua compagna che sua figlia sono rimasti parte integrante della nostra famiglia e partecipano alle feste e agli eventi cui fanno parte tutti gli altri.
Allo stesso modo, anche il mio piccolo nucleo familiare composto da me, mia madre e mia sorella (sorellastra esclusa) viene considerato parte integrante di un altro piccolo nucleo familiare: quello del mio migliore amico. Ogni volta che vede mia madre, il mio amico saluta dicendo «Ciao zia!» e noi per lui e lui per noi è come un fratello.
Quindi più che il legame biologico, è importante la volontà di legittimare quel legame, se è necessario per noi.

Francesco Pieri

Manuel Magazzeni ha detto...

La mia cultura mi impone inconsciamente una "condivisione dell'essere" di tipo biologico, sulla base dello scientismo, delle conoscenze di biologia e degli effetti formali od informali che queste hanno avuto ed hanno sui membri della mia società, riconosco il parente come uno status definitivo, vale a dire non modificabile, valido per tutta la durata della vita e anche oltre, che è basato sulla condivisione genetica; più questa è estesa, più questa parentela è vicina. In altre parole, persone che hanno un parente in comune sono parenti; in un albero genealogico più è grande la distanza che separa due persone attraverso il parente in comune, più è distante la parentela, e viceversa.
Così impostata la mia rete parentale è composta da mio fratello e dai miei due genitori, questa si estende attraverso di loro ai loro rispettivi genitori, che parimenti chiamo nonni, e tramite questi ai fratelli dei miei genitori, cinque fratelli (due femmine e tre maschi) per mio padre e nove fratelli (due femmine e sette maschi) per mia madre, che chiamo indifferentemente zii, ciascuno dei quali si è sposato ed ha avuto dei figli per un totale di trentasei persone, che chiamo senza distinzione cugini. Intanto che si allontana da me, la parentela si fa più numerosa e flebile. A questa rete parentale biologica ho associato tramite un legame sociale, il matrimonio, tutta la rete parentale di mia moglie, che essendo basata sui miei stessi canoni, è strutturata come la mia, ma che è vissuta da me con maggior distanza, come fosse un distaccato riflesso della mia, coi suoi genitori, fratelli etc., che per me diventano suoceri, cognati e parenti acquisiti.
La mia cultura mi impone, inoltre, il pregiudizio che, condividendo il mio essere con queste persone, tra di noi ci si debba aspettare mutuo riconoscimento, alleanza, affetto reciproco, confidenza, condivisione quotidiana delle vicende della vita, almeno di quelle più importanti, in modo più intenso tanto più la parentela è stretta. Proprio sulla base di questo pregiudizio, partendo, dunque, dai rapporti che la parentela dovrebbe instaurare, ho spesso chiamato con il termine di zio e zia, quelle persone che, più anziane di me di una generazione, mi hanno fatto sentire quella vicinanza umana, che solo nella parentela biologica la mia cultura mi autorizzava a riconoscere e posso immaginare, anche se di questo non ho avuto vera esperienza, come persone della stessa età possano definirsi reciprocamente fratelli e sorelle. Lo scarto di questi rapporti non è sentito, finché non diviene cosciente, quando un drammatico momento delle nostre vite ce lo mostra nella sua nudità e contraddittorietà, e non può non far traballare la nostra identità.

Silvia Gamucci ha detto...


Q1
Banale dire che "parenti serpenti"; banale anche dire che la famiglia è la patria del cuore...
Credo piuttosto che l'affetto verso una persona esuli dal rapporto di sangue ma non si deve escludere, anzi, è la cosa più naturale, l'affetto innato verso un familiare anche se la sua presenza non l'abbiamo voluta noi.
La famiglia è un concetto molto personale.
C'è chi la vede come punto di forza, chi come punto di debolezza perché influenza inevitabilmente le nostre scelte e la nostra personalità.
La famiglia può invadere la nostra privacy, essere ingombrante e conseguentemente portarci a vedere l'amico come affermazione della propria personalità.
Con la famiglia di solito si dà tutto per scontato, non si deve conservare nulla perché è tutto sotto i nostri occhi da sempre, immutevole.

Gli amici si scelgono ma soprattutto si devono mantenere e come ogni rapporto affettivo si possono modificare. Gli amici, come gli amori passeggeri, possono essere passeggeri, fanno soffrire, tradiscono.
Possono avvicinarsi solo per opportunismo ed improvvisamente allontanarsi.
Molto si perde per strada.

Non vorrei stabilire alcuna linea di confine fra il rapporto familiare e non; penso che il nostro parente è anche amico di altra persona la quale a sua volta è parente di qualcuno.
La sola differenza è che il parente suo malgrado si vede costretto a sopportarci ed a farsi sopportare, con un amico il rapporto è normalmente svincolato da ragnatele affettive a volte insopportabili.
La mia è una famiglia (intendo anche zii e cugini)composta da tante persone; non viviamo nella stessa città ed inevitabilmente con molte di loro non condivido nulla anzi, alcune nemmeno le conosco.
Non le cerco e loro non cercano me, non c'è il tempo e neanche la voglia.
Ma con alcune esiste un rapporto che viaggia da solo e senza obblighi. Se sono prima parenti poi diventati amici o viceversa non lo so e non serve capirlo.
Il rapporto va avanti perché stiamo bene insieme, ci scegliamo ogni giorno e sicuramente le nostre origini comuni e la familiarità con le stesse abitudini e consuetudini ci uniscono ancora di più.

Noemi Grant ha detto...

Il mio sistema parentale di riferimento è di tipo cognatico. All'interno della mia rete parentale vi stanno i miei nonni materni e paterni, le due sorelle e il fratello di mia madre con rispettivi coniugi, i fratelli di mio padre con rispettivi coniugi e i miei cugini di primo grado. Non ho mai chiamato i miei zii con la suddetta denominazione parentale perché quando ero piccola mio padre chiamava “zie” le sorelle di mia nonna ed erano persone molto anziane. I miei reali zii li ho sempre visti molto giovani, tra l'altro alla mia nascita abitavano ancora a casa con i miei nonni, di conseguenza la denominazione “zia” era inadatta in quanto “non anziani”. Questo mio puerile modo di pensare si è trasmesso anche ai miei cugini dal lato materno (tutti più piccoli di me), mai nessuno nella famiglia di mia madre ha usato il termine “zia/zio”. Inoltre c'è un mio cugino di terzo grado che ho sempre presentato agli amici come un cugino stretto, come fosse quindi un cugino di primo grado; questo perché essendo la più grande tra i nipoti sia dalla parte materna che dalla parte paterna da piccola non avevo coetanei con cui giocare e l'unico mio coetaneo era proprio questo cugino di terzo grado (che tra l'altro vedevo raramente). Per i miei primi cinque anni di vita, fino alla nascita di mia sorella nonché seconda nipote da entrambe le parti, la mia cognizione di cugino era quella di coetaneo.

Noemi Grant (magistrale LeFiLing)

Giulia Cursi ha detto...

Come abbiamo visto in aula, la parentela è quella rete di legami che la società vuole farci apparire come sentiti naturali e necessari, eppure, dopo una analisi più approfondita, comprendiamo come in realtà questi relazioni parentali siano costruite quasi interamente all'interno di un sistema di significazione culturale. Non è dunque il legame biologico a determinare la pratica sociale, quanto invece la volontà da parte della cultura di legittimare certi ruoli sociali di cui necessitiamo.

Ad esempio io non ho mai avuto un legame molto forte con i miei cugini, probabilmente a causa della differenza di età ( sono tutti più grandi di me) e dal fatto che ci incontriamo solo poche volte l'anno. Sebbene sento comunque di condividere con loro un certo legame, non posso dire lo steso per i loro figli, miei nipoti (mi fa strano anche chiamarli così), i quali dovrebbero dovrebbero chiamarmi zia, ma giustamente ai loro occhi sono quasi un'estranea. Non vedendoli spesso, per loro non ricopro certo il ruolo sociale della "zia" (colei che nell'immaginario comune ha delle funzioni simili a quelle di una madre), tanto che spesso sono i miei cugini a dover ricordare loro il legame che ci unisce!
Contrariamente invece, un cugino di primo grado di mia madre che è stato molto presente nella mia vita (mi portava al cinema, mi faceva regali, era sempre presente ai pranzi domenicali, quando dimenticavo le chiavi di casa andavo a casa sua...)lo considero da sempre "Zio Mario" e ricordo ancora lo stupore di qualche anno fa quando finalmente compresi il reale grado di parentela che ci univa (è mio cugino di secondo grado). Effettivamente il fratello di Mario non l'ho mai chiamato zio, e questo mi ha fatto riflettere molto sull'importanza del ruolo sociale che Mario ricopre nella mia vita e che mi ha portato quindi ad associarlo ad un legame biologico più stretto.
Giulia Cursi - LLEA

Giulia Eleuteri ha detto...

Risposta 14-15
Siamo portati a pensare che alcune cose siano biologicamente determinate. Cose come l’amore, l’odio o le relazioni parentali ci sembrano essere infatti talmente di nostra appartenenza che le sentiamo in qualche misura indissolubilmente “incollate” a noi. In realtà questa colla naturale non esiste. Nelle nostre lezioni dunque stiamo scoprendo come sia il lavoro di costruzione culturale, anziché la natura, ad avere un ruolo preponderante in tutto questo.
Io ad esempio posso dire di avere uno zio che in realtà non è uno zio ma un amico di mio padre. Sono abituata a considerarlo come un familiare anche se a livello biologico non siamo legati in nessun modo. Paradossalmente sento molto più vicino lui che il mio vero zio il quale soffre di bipolarismo e vive da anni in una clinica fuori città.
Probabilmente se il fratello di mio padre fosse stato in grado di assolvere alla sua funzione parentale questo “zio improvvisato” non sarebbe stato altrettanto presente nella mia vita.
Notiamo come la cultura abbia il potere di assegnare ruoli (l’amico-zio) per esautorare funzioni che altrimenti non avrebbero un esecutore diretto. Infatti la costruzione culturale da me descritta ha permesso a questo amico di mio padre di sostituirsi in tutto e per tutto al mio vero zio che ovviamente per via della sua malattia era impossibilitato ad esempio a badare a me da piccola.
La cultura risponde all’esigenza dell’ uomo di trovare una struttura che soddisfi le sue necessità, una struttura che è estremamente creativa e che varia da gruppo a gruppo.
Non dobbiamo pensare che questo sistema sia falso o moralmente corrotto. Questo “finto zio” non è da considerarsi eticamente deprecabile: la cultura infatti non è una patina di finzione sotto la quale si celerebbe il vero volto dell’essere umano ma qualcosa di indispensabile che lo rende ancora più uomo.
Pertanto se prendiamo un individuo e lo priviamo della sua cultura non ci resta “l’uomo naturale in tutta la sua verità” ma probabilmente avremo una sorta di ameba che non è in grado nemmeno di compiere le operazioni più semplici (es parlare).
L’uomo inoltre ha come unica capacità innata l’attitudine ad apprendere e questo sapere appreso si concretizza in una molteplicità di segni. La parentela non è quindi solo un dato di natura ma è più propriamente un segno e come tale si configura non come un rapporto necessitante tra individui indissolubilmente legati ma piuttosto come un qualcosa che esprime quella instancabile costruzione sociale che l’uomo fa del suo essere.
In conclusione l’antropologia culturale ci permette di prendere concetti che ci sembrano scontati come “l’essere zio” e di capire quanto in realtà tali concetti si carichino di precisi significati sociali: studiare la parentela è un altro modo per uscire dall’acqua e acquisire margini di libertà nelle nostre scelte.
Giulia Eleuteri
0230674
lettere

Claudia Spinozzi ha detto...

In queste due lezioni sulla parentela mi sono sentita pienamente coinvolta, perché i temi affrontati rispecchiano ciò che vivo quotidianamente. Io ho una zia che biologicamente non è mia zia. Fin da quando ero piccola la sorella di mio padre ha vissuto a Londra per questioni di lavoro e veniva a trovarci per Natale ed altre festività. Non ho mai avuto un gran rapporto con lei, non c’era quasi mai nei momenti più importanti della mia vita, la chiamavo/chiamo zia solo perché sono tenuta a farlo in un certo qual modo. Anche ora, che è tornata in Italia da ormai un paio di anni non riesco ad avere con lei un solido legame così come ce l’ho con Serena, la compagna di mio zio, che poi non è mio zio ma soltanto un amico di famiglia che ha fatto da padrino a mio fratello. Però per me sono zio e zia. Con Serena anche se la conosco da meno tempo rispetto a Laura (la mia zia biologica) ho instaurato subito una grande amicizia, e dal momento che spesso veniva in vacanza con noi, o passava a casa, mi portava alle feste e le raccontavo di quello che mi succedeva, mi sono affezionata tantissimo a lei ed è diventata una zia. Spesso ci vediamo per andare a fare compere insieme, o mi prepara il pranzo dopo l’università. È un punto di riferimento per me e non so come farei senza di lei. Insomma la cultura ci fa credere che una relazione ascritta sia migliore di una scelta, ma per quel che mi riguarda non è così; la “parentela” come legame non biologico nasce da cose ben più importanti: dal condividere, dall’imparare, dal fidarsi e ascoltarsi a vicenda.

Anonimo ha detto...

Tutti noi abbiamo dei parenti acquisiti, che possono essere nostri amici che consideriamo fratelli, o amici dei nostri genitori che consideriamo zii. Ad esempio mio padre aveva un migliore amico con cui era cresciuto assieme, che purtroppo morì in un incidente d’auto quando era ancora molto giovane. Mio padre sentiva di aver perso un fratello e per sentirselo vicino e per essergli riconoscente dei bei momenti insieme quando a papà nacque il primo figlio decise di chiamarlo come lui, Giampiero. Quando io ero piccola era naturale per me chiamare la mamma del migliore amico di mio padre zia, anche se non lo era, perché ci univa quel legame di affetto che papà aveva voluto instaurare dando il nome Giampiero a suo figlio. Oppure un altro amico di mio padre perse suo figlio perché mentre stava andando in giro con la sua bici venne preso da una macchina, andò in coma. Mio padre accorse per donare il suo sangue a questo ragazzo che purtroppo non riuscì a svegliarsi mai più, ma io nonostante non sapessi di questo episodio lo chiamavo a prescindere zio. Quando venni a conoscenza di questo episodio mi sentì molto più legata a loro rispetto a prima, e anche oggi quando incontro questo amico di papà l’ho chiamo ancora zio.

Elisabetta Pittalis

Filippo Anzalone ha detto...

Filippo Anzalone

Come abbiamo discusso a lezione, sappiamo tutti noi che c'è una distinzione tra parentela ed amicizia, ovvero una deriva da un'assegnazione che a sua volta proviene da un rapporto puramente biologico mentre la seconda deriva da una scelta voluta. Mettendo in parallelo queste due distinzioni possiamo notare che non sempre le persone che riteniamo "parenti" e quindi biologicamente vicini a noi sono le persone con cui abbiamo un rapporto affettivo maggiore rispetto a coloro che sono entrate a far parte della nostra vita non da sempre perchè sono nostri parenti, ma per "scelta". Ragionando su questo aspetto mi viene in mente un esempio molto importante che riguarda la mia vita, poichè fin da bambino ho avuto un rapporto speciale con un amica di famiglia di mio madre che mi ha visto crescere e che tutt'ora ho piacere di farci una chiacchierata quando lo incontro. Da bambino vedendolo spesso lo avevo associato alla figura di "zia" e quindi lo chiamavo cosi anche se non avevo nessun legame di sangue con lei, tutt'ora mi viene naturale chiamarla "zia" sapendo comunque che non lo è, ma lui si è abituato a vedersi sotto questa immagine. Invece ci sono anche persone, al contrario, che sono miei "familiari" ma che emotivamente non penso di averci nessun legame, come ad esempio i moei cugini diretti, ho passato alcuni momenti felici con loro quando ero piccolo ma ora non credo di esserci più così tanto legato, anche se biologicamente avrei un legame diretto.

Alessandro Laurenti ha detto...

Parlerò della mia esperienza personale:
Io ho uno zio che biologicamente non è un mio parente. Fin da quando ero piccolo il fratello di mia madre ha vissuto a Parigi per questioni lavorative e veniva a trovarci in estate e ad alcune festività. Non ho mai avuto un gran rapporto con lui, lo chiamo zio solo perché sono tenuto a farlo. Anche ora, che è tornato in Italia da ormai 2 di anni non riesco ad avere con lui un legame così come ce l’ho con Massimo, che poi non è mio zio ma soltanto un amico di famiglia da molto tempo e che mi ha battezzato. Con Massimo anche se non ho rapporto diretto di parentela ho instaurato subito un grande rapporto, e dal momento che spesso veniva in vacanza con noi e mi è sempre stato vicino nei momenti difficili della mia vita mi sono legato tantissimo a lui ed è diventato uno zio acquisito per me. Insomma per quanto mi riguarda la parentela intesa come legame biologico a volte può essere superata da gesti, azioni e momenti passati insieme, come nel mio caso.

Simone Longobardi ha detto...

All’eta qdi 10 anni ho conosciuto il mio attuale migliore amico. Si chiama Emanuele e abita vicino a me. Da subito c’è stata una forte sintonia che continua anche adesso. Infatti anche se sono già passati 12 anni non abbiamo mai smesso di frequentarci e di conseguenza ho conosciuto anche la sua famiglia. I suoi genitori sono molto solari come persone, sono molto ospitali e fanno di tutto quando vado a casa loro per farmi sentire a mio agio. Crescendo ho legato molto con loro e mi sono reso conto con il tempo che riuscivo a parlare di tutto con loro. Eppure loro non sono i miei genitori, mi conoscono ma non sanno tutto della mia vita e soprattutto non è facile per me raccontare qualcosa che mi riguarda in generale. Nonostante questo ormai li considero una parte della mia famiglia perché so che da loro posso trovare un appoggio e una sicurezza. Questo non toglie nulla ai miei genitori con i quali ho comunque un ottimo rapporto ma è come se quelle persone che erano a me sconosciute, piano piano abbiano acquistato un ruolo sempre più importante nella mia vita fino ad avvicinare loro e questo mio amico al concetto di famiglia. Chiudo riflettendo sul fatto che culturalmente condivido molte più cose con loro che con mio nonno per esempio con il quale sono cresciuto e al quale tengo moltissimo. Sappiamo che i vincoli di amicizia li possiamo scegliere mentre quelli famigliari no. Li scegliamo in base a noi, perché osservando le persone con le quali scegliamo di condividere la nostra vita, riusciamo a capire chi siamo.

Flavia Romagnoli ha detto...

Riflettendo a lungo su quanto detto in classe, pensavo al mio fatto personale di avere un'amica che conosco dall'infanzia che considero come mia sorella. La madre di questa mia amica la considero come se fosse la mia di madre, a tal punto da chiamarla "zia". Crescendo mi sono resa conto che con la mamma di questa mia amica riesco a confidarmi di più rispetto a quanto riesca a fare con mia madre. Questo perché io e la mia amica ci siamo scelte, e di conseguenza anche con sua mamma, quindi la nostra relazione è più forte del legame di sangue.
FLAVIA ROMAGNOLI

Emanuele Montuori ha detto...

Risposta alla prima domanda:
Ognuno di noi vede una netta distinzione tra parentela e amicizia, tra le relazioni che abbiamo scelto e quelle che invece ci sono state assegnate. Nonostante qeusto abbiamo visto che la società in cui viviamo spesso traveste ciò che è culturale (relazione sociale) in qualcosa di naturale (parentela biologica) SOLAMENTE per convenienza o necessità. Per esempio quando usiamo come appellativo le parole zio / zia per chamare una persona che non ha alcun legame di sangue con noi e che non è biologicamente nostro zio / zia ma che, appunto per convenieza, definiamo come tale. Io per quanto mi riguarda ho sempre avuto molto chiara la distinzione tra questi due tipi di legami, biologici e convenzionali, e non ho mai avuto la necessità di sovrapporre le differenti relazioni. Sento di avere un buon rapporto con i miei familiari e inevitabilmente non posso dire la stessa cosa dei parenti a me più lontani; sicuramente posso dire di aver conosciuto delle persone, nell'arco della mia vita, con cui ho un legame ancor più stretto di alcuni miei parenti, come penso chiunque al mondo abbiamo, ma non ho mai sentito di etichettarli come persone con cui ho un legame biologico. Nel mio caso specifico posso fare l'sempio della mia famiglia: mia madre ha 2 sorelle che vivono entrambe nel mio stesso quartire e che vedo molto spesso proprio per questo, mentre mio padre ha un fratello che però vive a Latina e che vedo molto più di rado. A livello di zii non sento alcuna differenza, almeno nel mio caso, tra le sorelle di mia madre e il fratello di mio padre nonostante veda il fretello di papà molto meno delle mie zie. Per quanto riguarda i miei cugini è molto diversa la situazione: le sorelle di mia madre hanno avuto entrambe un maschio e una femmina con i quali, vivendo vicini e per un periodo di tempo nello stesso palazzo, ho passato molto tempo e diciamo siamo cresciuti insieme. Il fratello di mio padre invece ha avuto un solo figlio, Carlo, che ha quasi 10 anni più di me e che sia per motivi di età che per lontanza avrò visto meno di 10 volte nella mia vita e con il quale non ho lo stesso rapporto che ho con gli altri miei cugini. Ora prendiamo come esempio Matteo e Lorenzo, sono i miei migliori amici e li conoscono da circa 10 anni, siamo coetanei ma non abbiamo legami di sangue, ma nello stesso tempo io li considero come due fratelli. In conclusione penso che la forza di un legame non possa mai dipendere dallo "status" culturale o biologico che dobbiamo o vogliamo attribuirgli ma da quello che quelle persone significano per noi stessi.

Gaia Bottaro ha detto...

In base ai rapporti che ho e alle esperienze vissute con i miei familiari posso affermare che la concezione in base a cui i legami di sangue siano legami naturali non sia giusta. Questi legami senza dubbio sono necessari, perché l'uomo è un animale sociale, e trova difficile affrontare la vita in solitudine, senza neanche l'appoggio di quella che noi chiamiamo famiglia. Come molte altre persone, condivido il pensiero secondo cui un amico possa essere considerato come un fratello per noi, a volte molto di più che un fratello di sangue. Della mia famiglia penso di non aver visto e non conoscere almeno la metà dei suoi componenti sia da parte di mia madre che di mio padre. Riguardo ai parenti che invece conosco e frequento a volte, posso dire di voler bene solo a pochi di loro purtroppo. Con molti non ho niente in comune e non siamo caratterielmente affini, per alcuni provo addirittura antipatia, ma di certo non lo posso dare a vedere proprio perché fanno parte della mia famiglia. Considero più zie alcune amiche di mia madre che le mie zie effettive, e i miei cugini di secondo grado li vedo più vicini a me che quelli di primo, non avendoli mai visti. Spesso i legami di sangue apportano dei doveri che abbiamo verso i componenti della famiglia e viceversa, ma penso che ognuno sia capace e abbia diritto di scegliere con chi avere rapporti e con chi non averli.

Davide Carapellotti ha detto...

Sin dal primo giorno di asilo ho conosciuto l'attuale mio migliore amico, fra di noi si è creato un rapporto di amicizia unico tant'è che lo considero tutt'ora come un fratello. Come visto a lezione c'è una grande differenza fra amicizia e famiglia, ma spesso si vengono a creare dei legami che non si possono dividere e si va a considerare quella persona come membro effettivo della famiglia. Molte volte sono andato a pranzo/cena da lui e dalla sua famiglia cosi come lui con me, un rapporto che nel tempo si è rafforzato sempre più e che mi permette di chiamare la sua famiglia zio/a e lui viceversa. Si dice che la famiglia non si sceglie mentre gli amici si, ma spesso questi amici diventano la tua famiglia.

Simone De Socio ha detto...

è sempre un discorso sulla cultura a farsi vivo nelle nostre lezioni di antropologia. Questa volta abbiamo fatto una distinzione tra relazioni biologiche e convenzionali. Nel pensiero comune questo pensiero è fondato da un discorso di naturalità. Mio padre è e DEVE essere biologicamente legato a me, deve sussistere una forte differenza tra un legame di sangue e un legame per così dire costruito convenzionalmente nel corso della vita. Questo è dato per indiscutibile, non si pone neanche l'idea di sottoporre a studio questa "verità" perché ovvia, inalienabile. Il pensiero comune diventa un'assioma, un punto di partenza vero PER NATURA. Ma il confine che sussiste tra la necessità e la volontà è INTERAMENTE UN CULTURALE. L'antropologia vuole dimostrare questo, vuole prendere l'ovvio e dimostrare che il senso comune è falso e che al massimo la necessità dei rapporti nasce da un bisogno di dover fondare dei rapporti inviolabili e addirittura sacri. Allora la parentela ha davvero senso di essere studiata. è questo quello che ho vissuto nella mia vita senza accorgermene. Ho tantissimi amici di famiglia che ho finito per chiamare "zii", spesso in un modo molto più "familiare" di quello usato con i miei zii biologici. La forza del legame non nasce necessariamente da un legame strettamente biologico del quale noi siamo pienamente coscienti, è la cultura a identificare tutto (basti pensare alle diverse culture e ai diversi modi di pensare i rapporti madre figlio e alle diversissime situazioni familiari). Che questo creare dei rapporti forti sia ovviamente una questioni di vantaggi, ad esempio economici, se non addirittura una bisogno è ormai ovvio. Questo discorso può anche essere applicato ai miei amici d'infanzia. Da quando sono nato ho vissuto con il figlio di un'amica strettissima di mia madre, abbiamo instaurato un rapporto sempre più fraterno fino a sentirci in un legame che ci stringe e differente dal rapporto con il mio fratello di sangue solo per una discendenza e un rapporto parentale culturalmente costruiti che hanno appunto reso mio fratello il mio fratello biologico creando la famiglia e tutto quello che ne discende culturalmente.

Micol Megliola ha detto...

Il caso vuole che mi trovi a rispondere alla domanda nel giorno della morte di Charles Manson della setta “The Family”, che ha costruito sull’idea di relazioni simil-parentali indiscutibili e, al contempo, indispensabili l’intera impalcatura ideologica sfociata nei tristemente noti fatti di Cielo Drive. D’altronde è proprio questa simulata naturalità il nucleo fondante della parentela ( intesa come spazio sottratto ai conflitti tra autodeterminazioni interne e luogo di sospensione della negoziazione del senso). Non a caso, il lessico della parentela viene frequentemente esteso a persone estranee rispetto alla cerchia famigliare nel tentativo di legittimare un legame tra estranei, altrimenti aleatorio e negoziabile, simulando una “naturalità” che costituisca una promessa vincolante di reciprocità di obblighi ed affettività. Riflettendo sullo scarto vigente tra i miei parenti biologici e non, ho potuto constatare come abitualmente, quando sono chiamata a dar conto della natura di alcuni legami parentali, mi capiti di sovvertire i normali gradi di parentela a favore di alcuni più prossimi e vincolanti, così: mio nonno diventa un padre e mio cugino un fratello. Il fatto che mi riferisca a mio cugino come un fratello è particolarmente significativo dal momento che sono figlia unica. Appare così evidente come la cultura riempia le parole di senso condiviso e condivisibile, cosicché, attraverso la lingua, io possa esperire e replicare concetti che altrimenti mi sarebbero preclusi. Tornando ai rapporti simil-parentali, mi sembra inoltre rilevante il fatto che le figlie di cari amici di famiglia chiamino i miei “zii” e di conseguenza me “cugina”, in virtù del fatto che condividiamo lo stesso cognome, anche se fra le nostre famiglie non intercorrono legami di parentela attualmente ricostruibili. Questa che potrebbe sembrare una stranezza in realtà è una situazione frequente nelle realtà di paese (come quella da cui provengono i miei): a Lacedonia, infatti, a fronte di diverse famiglie i cognomi non sono più di cinque. Così, io e le mie “cugine” siamo tecnicamente definite come “sor-cuscin” (sorelle-cugine) in virtù di questa comunanza di cognome.

Cristiano Formisano ha detto...

Q1. La mia rete di parenti biologici viventi ha una estensione che faccio fatica a realizzare e a descrivere per intero: ciò denota il fatto che all'interno di tale rete vi è: chi è avvertito come più vicino, per il quale provo un più forte sentimento e affetto; e chi è meno considerato dal punto di visto emotivo, fino a chi conosco solo per sentito dire. La mia rete di relazioni simil-parentali sociali, invece, ha un'estensione ridotta e include quelle poche persone che hanno assunto per me un ruolo che convenzionalmente verrebbe attribuito ai parenti. Queste persone sono: la mia tata, con la quale ho passato gran parte dei primi 10 anni della mia vita e che continuo ancora oggi a chiamare zia; e il migliore amico di mio padre, il quale ha condiviso con lui il percorso di studi,il lavoro e i passatempi, come la passione per il calcio, che li porta a vedere insieme tutte le partite. Ragion per cui è visto da me e mio fratello come 'uno-di-casa' e lo chiamiamo zio.
I rapporti parentali non sono altro che una costruzione culturale dipendente non dai legami biologici, ma dalla rete di significati inerente alla società in cui ci si trova. Così, i livelli di prossimità delle varie parentele e i rispettivi rapporti tra queste vengono stabiliti in base a criteri sociali e non naturali.

Cristiano Formisano

Nicolò Fiorani ha detto...
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Nicolò Fiorani ha detto...

La mia famiglia biologica è molto ampia, infatti oltre ai miei genitori e fratelli ne fanno parte tre nonni, numerosi zii e cugini. Tuttavia ci sono alcuni parenti soprattutto cugini o zii di secondo grado con cui non ho un legame profondo e se penso alla parola "famiglia" sicuramente non la associo a loro.
Il rapporto simil-parentale più evidente che mi viene in mente è quello che ho con Jordi, un amico di infanzia di mio padre, a cui sono molto legato e che sin da piccolo chiamo "zio". Stando a ciò che mi ha detto mio padre, loro sarebbero legati da un rapporto di sangue molto alla lontana, o come mi direbbe lui sono "cugini di quarto grado". Ciò dimostra che non è soltanto il rapporto biologico a determinare la parentela, ma anzi questa è determinata da una rete di significati culturali. Infatti mentre mi sembra del tutto naturale chiamare "zio" Jordi, persona che è stata ed è molto presente nella mia vita, e quindi considerarlo parte della mia famiglia, lo stesso non succede con i miei effettivi zii di secondo grado, che tendo a nominare semplicemente con il loro nome di battesimo.

Nicolò Fiorani

ilaria falcone ha detto...

La famiglia non si sceglie. Ci si nasce, ci si trova e volente o nolente crea un legame tra i suoi membri. Un legame che va oltre il legame biologico. Che se preso singolarmente il legame biologico, a parer mio, è fine a se stesso. Sarebbe molto banale dire che provi un bene sconfinato per un cugino di terzo grado che non vedi mai solo perché è parente biologico e qualcosa nei geni vi lega. Molti lo fanno, spesso senza sapere il reale motivo. Riflettendo sulla mia famiglia posso dire di aver notato molti particolari che mi fanno arrivare alla conclusione che un parente è considerato tale solamente se condivide con te qualcosa e, da quel qualcosa si crea un legame. Fra mio padre e il fratello c’è un legame che si ferma al legame biologico, per il nonno che non ho mai conosciuto non posso provare affetto o sentire un legame forte(nonostante esso sia legato a me da un legame biologico), mentre tra la mia famiglia e due signore del palazzo si è instaurato un legame tale da considerarle parte della famiglia e addirittura le chiamiamo “zie”. Non c’è vincolo biologico che ci spinge ad intrattenere nessun tipo di rapporto che vada oltre al “buongiorno” “buonasera” nei corridoi di un portone. Nasce come le mille interazioni che abbiamo con le persone e queste ci spingono a condividere, scambiare emozioni, frammenti di vita che fanno si che quella persona diventi indispensabile come un’amica/o, indispensabile a tal punto di creare un altro tipo di legame quale il matrimonio. Oltre alla rete di parentela biologica tutta quella rete di simil – parenti sociali a cui affibbiamo il nome di zia, sorella, fratello, cugino sono scelti da noi stessi e costituiscono il nostro sistema parentale.

Lorenzo Angelici ha detto...

La mia famiglia è abbastanza piccola, è composta da i miei 4 nonni, i miei genitori e mia sorella. Biologicamente parlando però ce ne sarebbero molti altri, come mio zio, il fratello di mio padre, che è venuto a mancare qualche anno fa, o i miei cugini londinesi, i quali li ho conosciuti e visti una volta sola, o svariati zii e cugini di svariati gradi che avrò visto sì e no una volta in tutta la vita. Con questi ultimi non ho un forte legame, perché non c'è mai stata l'opportunità di crearli dal momento che non hanno attivamente partecipato alla mia vita, quindi per me è come se fossero sconosciuti malgrado abbiamo gli stessi geni. Al contrario ho molti legami simil-parentali, come con il migliore amico di mio padre e sua moglie che io chiamo “zii” e altrettanto con le loro 3 figlie che io considerò mie cugine e che ho visto nascere e crescere, o un altro esempio può essere il cugino di terzo grado di mio padre, residente a Benevento, il quale chiamo anche lui “zio” e la sua famiglia la considero molto vicino alla mia malgrado la distanza e le rare volte che riusciamo a vederci. Tutti questi esempi dimostrano che il legame biologico sì è rilevante, ma non sempre fondamentale, perché come ho o non ho legami con persone che hanno i miei stessi geni, si è instaurato un rapporto molto forte anche con persone o con una parentela lontana o persino senza alcuna parentela.
Un esempio del mio punto di vista sulla faccenda può essere come per me suoni del tutto normale chiamare il migliore amico di mio padre “zio Andrea”, mentre invece mi risulti naturale nei discorsi che sento e cui partecipo nella mia famiglia chiamare la sorella di mia nonna e la sua famiglia tutti per nome, o almeno quando riesco a ricordarli.

ilaria stirpe ha detto...

Giunti quasi al termine di questo viaggio antropologico, siamo arrivati ad analizzare la parentela. Già prima di affrontare la lezione su di essa mi ero interrogata sul perché devo (imperativo categorico da parte di mia madre e mio padre) rispettare a priori delle persone solo per il fatto che condividano con me un legame biologico. Proprio perché vincolante, sembra assurdo pensare che sia frutto di un qualche aspetto naturale. Risulta essere quindi una costruzione socio-culturale. Questi rapporti di parentela che subiamo come rapporti obbligatori ci fanno riflettere su quanto abbiamo sempre dato per scontato.
Nella mia famiglia c'è sempre stato un grande rispetto per la nostra rete di parenti biologici. Vale a dire che non ho potuto mai chiamare "zio/a" una persona che biologicamente non lo fosse. Anche se probabilmente qualche persona che ho conosciuto e ho incontrato nel cammino della mia vita ha ricoperto quel ruolo di "zio/a". Per la mia famiglia sarebbe stato offensivo nei confronti dei veri parenti.
Crescendo e avendo maturato un pensiero critico nei confronti di quest'aspetto, pensavo di poter distaccarmi dal rito secondo il quale bisogna sempre e comunque solo per il fatto che siano parenti, rispettarli. Mi è stato chiarito a lezione che esiste una condivisione dell'essere, per cui non posso pensare ad un io indipendente dagli altri.

Ilaria Stirpe

Linda Di Loreto ha detto...

Ho una famiglia molto numerosa sia dalla parte di mio padre ma soprattutto dalla parte di mia madre, come in ogni famiglia numerosa non si va pienamente d'accordo con tutti o comunque non si hanno rapporti stretti con tutti; questo accade soprattutto dalla parte di mio padre con cui non sono affezionata quasi per niente quindi seppur avendo una larga vastità di parenti non con tutti vi è un legame affettivo al di fuori di quello biologico. il legame simil-parentale alle volte supera quello biologico seppur sia meno esteso,si tratta come ad esempio nel mio caso,di poche persone soprattutto di amici di famiglia che tante volte "rubano" il posto a parenti soprattutto agli zii,ho diverse coppie di amici di famiglia che chiamo zii e con cui sono legatissima in quanto non solo mi hanno vista crescere ma si sono sempre interessati di me,mi hanno voluta bene, mi hanno aiutata nei momenti di bisogno, insomma ci sono sempre stati e hanno fatto quello che in realtà non hanno mai fatto neanche i fratelli dei miei genitori. Dunque alle volte i legami extra familiari sono quelli più veri e più belli in quanto non sono condizionati da discordie pregresse, sono "puliti". Quindi in conclusione possiamo dire che un legame parentale è un legame biologico che viene portato avanti in quanto rientra nella nostra stessa appartenenza culturale, ma alle volte non è sempre quello che vorremmo ci appartenesse.