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lunedì 13 ottobre 2008

A cosa serve il razzismo


Si è svolto il 9 ottobre scorso all’Università di Roma “Tor Vergata” un incontro titolato “Razzismo: figlio della stupidità, fratello dell’ignoranza”. L’incontro è stato fortemente voluto dal Rettore, professor Alessandro Finazzi Agrò, che ha trovato la pronta risposta della Facoltà di Lettere e Filosofia nella persona del Preside, professor Rino Caputo.
Il motivo di questa presa forte di posizione da parte dell’Ateneo è da ricercare nei recenti fatti di cronaca. Il giovane cinese pestato a Tor Bella Monaca si trovava giusto dall’altra parte della Casilina rispetto all’Università, che si insedia territorialmente proprio nel Municipio “delle Torri”. Inoltre, ci ha informati il Rettore, uno degli invitati all’incontro, un dottorando indiano che di cognome fa Gupta (non ricordo purtroppo il nome) era stato malmenato più o meno con le stesse modalità qualche giorno prima. Il giovane ricercatore indiano ha poi presentato la sua triste testimonianza, mentre altri studenti stranieri (uno specializzando cinese e una dottoranda credo britannica di religione islamica) hanno invece raccontato storie più fortunate.
Le parole dal palco, rivolte prima di tutto ai molti studenti delle scuole medie inferiori e superiori giunti dal territorio circostante, hanno ribadito l’urgenza di affermare l’uguaglianza degli uomini, mentre la professoressa Olga Rickards ci ha spiegato una cosa importante: le razze umano, dal punto di vista biologico, non esistono, e quindi il problema del razzismo è esclusivamente di natura “culturale, psicologica, sociale e politica”.
Alcuni ragazzi hanno presentato le loro testimonianze e le loro domande. Una in particolare mi è rimasta impressa. La domanda di un ragazzo che ha chiesto al ai relatori sul palco: “Che cosa possiamo fare per contrastare il razzismo?”. Peccato che non abbia trovato una risposta diretta e che l’incontro abbia certamente posto alcune questioni morali di fondo, ma non sia riuscito a proporre qualche punto di applicazione pratica, qualche “compito per casa” da proporre agli studenti.
Ho chiesto la parola, ma il tempo era veramente tiranno e non mi è stato possibile parlare. Se avessi potuto, avrei detto più o meno quanto segue.
Bene, abbiamo imparato oggi due cose. La prima è la certezza della scienza che le razze non esistono, che cioè le differenze genetiche dentro lo stesso fenotipo (persone ad esempio “nere” o “bianche”) sono altrettanto ampie di quelle che ci possono essere tra persone di fenotipo diverso. La seconda cosa che abbiamo imparato è che “siamo tutti uguali”. Questo secondo insegnamento, ovviamente, non va preso alla lettera come una descrizione di quello che vediamo, ma come un principio morale, cioè che nessuno di noi è intrinsecamente superiore o inferiore se manifesta alcune qualità fisiche (colore della pelle) o culturali (abbigliamento, religione, lingua, eccetera).
Messa così, sembrerebbe che possiamo stare tranquilli. Ma il punto è che partiamo da esperienze che sembrano contraddire del tutto questi due insegnamenti. Le razze non ci sono, ma esiste il razzismo, e siamo tutti uguali ma molti continuano a discriminare sulla base del colore della pelle.
Se c’è una così forte differenza tra quello che “dovrebbe essere” e quello che “è in realtà” è evidente che siamo di fronte a un problema di rappresentazione e di comunicazione. Dobbiamo cioè chiederci seriamente: se il razzismo non ha basi scientifiche o morali, come mai il dottor Gupta è stato picchiato mentre tornava a casa da una banda di ragazzotti solo perché ha la pelle scura e i tratti riconoscibilmente asiatici?
Se il razzismo “non ha senso”, perché sempre più prende piede nelle nostre città? Io credo che per rispondere dovremmo partire da una domanda e da una considerazione. La domanda è semplice: a cosa serve il razzismo? Se pure è figlio della stupidità e fratello dell’ignoranza, deve comunque avere una ragione, e se non proviamo a indagarla è difficile che riusciremo a sconfiggerlo. Per rispondere alla domanda, è bene intanto partire dalla considerazione che dicevo dobbiamo fare: se anche, sul piano morale, siamo “tutti uguali”, non di meno sul piano fenomenomenico dell’esperienza quotidiana siamo tutti diversi. Attorno al tavolo c’erano uomini e donne, giovani e meno giovani, italiani e stranieri, di diverse religioni, di diverse confessioni, con abbigliamenti diversi. Ad ascoltarli c’erano professori universitari e studenti delle superiori, insegnanti e ricercatori, sicuramente persone che hanno votato diversamente alle elezioni. Insomma, il dato esperienziale da cui partiamo, tutti, è che siamo diversi, non uguali tra di noi.
Credo che sia questo il punto di partenza da cui muoversi se vogliamo capire una delle cause principali del razzismo, che è uno degli strumenti più efficaci per illuderci che il “nostro” gruppo è un gruppo di “uguali”.
Da tempo sappiamo che qualunque processo di categorizzazione degli altri (bianchi, neri, di sinistra, di destra, alti, bassi, belli, brutti), vale a dire tutto quello che noi riusciamo a dire su come sono e si raggruppano gli altri, ci dice in effetti un sacco di cose su di noi, su come siamo e ci raggruppiamo noi. Essere razzisti, dunque – e “fare cose” razziste, come picchiare uno sconosciuto solo perché ha il colore della pelle diverso dal nostro – è un esercizio di espulsione all’esterno di noi della diversità. Fateci caso: i cosiddetti “episodi di razzismo” sono sempre responsabilità di un gruppo, non vengono mai esercitati dai singoli individui. Non è solo vigliaccheria. Ci sta anche quella, certo, ma non solo: il razzismo si esercita in gruppo perché è il gruppo che ne ha bisogno, non il singolo, dato che è il gruppo che deve dire a sé stesso la propria omogeneità. Qualunque appartenenza, infatti (e non c’è dubbio che la spinta all’aggregazione sociale è scritta nel nostro sistema operativo di base, come esseri umani siamo animali gregari, e ci sono un sacco di ragioni ecologiche ed evolutive perché sia così) è organizzata attorno a due principi impliciti: 1. Noi siamo diversi da Loro; 2. Noi siamo in grado di comunicare veramente tra di noi, cosa che invece non avviene mai veramente con Loro. Questi principi sono necessari ma ognuno di noi, preso singolarmente, sa quanto siano fragili: non è vero (ce lo dice l’esperienza, tutti i giorni) che siamo in grado di comunicare “tra di noi”, e il rischio della solitudine assoluta come stato comunicativo è sempre incombente. I giovani non capiscono i loro genitori, e sanno di non essere capiti. Non si capiscono spessissimo neppure tra loro, litigano, si maltrattano, si insultano. L’amicizia “speciale” e l’amore, a quell’età sono tentativi di consolarsi rispetto al rischio di essere veramente e unicamente soli, completamente diversi. L’amico o l’amica del cuore, l’amore “eterno” dell’infanzia e della prima giovinezza sono il prodotto di questa speranza, che qualcuno cioè, almeno uno, sia veramente in grado di capirci e che noi siamo veramente il grado di capire lui/lei. Che ci sia insomma “vera comunicazione” tra di noi.
Il razzismo, è questa la mia tesi, è la riproposizione di questa speranza a livello di gruppo: se carichiamo tutto il fardello della Diversità su di Loro (neri, musulmani, stranieri, zingari) allora possiamo illuderci che Noi, tra di Noi, siamo uguali e possiamo veramente essere in contatto. La cosa migliore è prendere un tratto distintivo eclatante, particolarmente evidente, e caricarlo di tutta la differenza. Picchiare un indiano diventa un modo malato per dire: tu sei talmente diverso da noi che sicuramente noi siamo uguali tra noi, e mentre con te non c’è alcuna speranza di comunicazione, tra di noi la comunicazione è efficace, funziona.
Ogni razzista, dentro di sé, è una persona terrorizzata dall’idea di essere sola, di non essere capita e di non capire gli altri. Esercitando il razzismo spera di lasciare la differenza all’esterno di un piccolo gruppo di puri con i quali, si illude, la comunicazione può essere invece diretta, semplice, “immediata”.
Il razzismo, dunque, è il figlio degenere di un mito ossimorico, quello della “comunicazione immediata”, l’unica illusione che può salvare queste persone piene di paura dal loro senso di solitudine totale. E ne parlo il terza persona (queste persone) solo perché pratico anch’io lo stesso rituale di allontanamento da me di quel che potrebbe macchiare la mia immagine di puro intellettuale, anche se so benissimo che la paura della solitudine esistenziale (e quindi la minaccia del razzismo come soluzione facile all’angoscia) è sempre in agguato per ciascuno di noi, me compreso.
Cosa si può fare, allora, di concreto, per contrastare il razzismo, per combatterlo non tanto nei suoi sintomi, ma nelle sue ragioni più profonde? Io non credo che serva a molto parlare di tolleranza verso gli altri, di rispetto della differenza o di integrazione nei nostri sistemi culturali. Tutto questo, in fondo, non è altro che una conferma che esiste, da qualche parte, un modo per distinguere nitidamente tra noi e loro, dando così implicitamente ragione alle ragioni del razzismo. A quello studente che aveva chiesto “Cosa possiamo fare per combattere il razzismo?” io vorrei dire: prova a vedere come la differenza non sia tanto lontana, non venga dal Pakistan, dall’Africa o da Altrove, ma sia sempre stata molto vicina a te. Prova a vedere quanto sei diverso da tuo fratello, da tua sorella, dai tuoi genitori, dal tuo migliore amico, dalla tua fidanzata. Non ti illudere di essere uguale a qualcun altro, perché la differenza per te, come per ognuno di noi, comincia lì dove finisce la tua pelle. Passa attraverso quella differenza e renditi conto che puoi comunicare comunque. Certo ci sono malintesi, incomprensioni, false comunicazioni, disillusioni. Ma nonostante tutti gli errori e i tentativi falliti, possiamo comunicare, te lo dimostra il fatto che mi ascolti e io ti ascolto, che cerco di rispondere alla tua domanda e tu cerchi di capire la mia risposta, nonostante io te siamo diversissimi.
Se accetterai la differenza come condizione esistenziale vedrai un mondo di differenze, e forse comincerai ad apprezzarle non tanto come “alternativa al tuo modo di vivere”, ma come “alternative per il tuo modo di vivere”. Più conosci differenze più ti si allarga lo spazio di scelta per te: se assaggi un po’ di cibo cinese, indiano, thai o somalo puoi conoscere sapori nuovi, e forse scoprirai di avere una passione per una spezia o un sapore che prima neppure immaginavi. Ma per apprezzare il cibo “esotico” devi prima riconoscere che c’è un sacco di differenza nel tuo cibo domestico, che quel che cucina la mamma del tuo compagno di banco è molto diverso (e non sempre ha un sapore allettante) da quel che cucina tua mamma. Esercitati quindi a vedere la differenza che sta sempre al tuo fianco, impara a non averne paura senza nasconderla dietro un muro fasullo di “siamo tutti uguali tra Noi”, e mano a mano che calerà la tua paura di scoprire differenze in chi credi uguale, allora non avrai più bisogno di inventarti un Altro totalmente diverso su cui riversare i tuoi timoni di non essere ascoltato e capito.

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