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giovedì 22 gennaio 2009

Gaza

Ho seguito con sgomento e dolore gli avvenimenti della striscia di Gaza, in queste ultime tre settimane. Non avevo la forza e il tempo di articolare il mio pensiero, così chiaramente distante dai filosionisti della destra e dai filopalestinesi della sinistra. Cercavo il tempo di dare forma alle mie idee: la legittimità inviolabile dello Stato di Israele ad esistere, e l'orrore per i civili palestinesi massacrati a quel modo. Il diritto dei palestinesi a vivere in uno stato sovrano e la ripugnanza che mi dà Hamas e tutto quel che significa politicamente.
Sergio Baratto e Antonio Moresco, su Ilprimoamore, hanno scritto un pezzo memorabile, lucido e commovente, spietato nell'analisi e insieme speranzosamente rivolto al futuro. Io lo sottoscrivo in pieno, parola per parola, lettera per lettera: le loro parole sono le mie parole. E spero che possano diventare le parole di molti, per fare il possibile perché questo strazio di dolori disumani abbia finalmente fine.

2 commenti:

sergio baratto ha detto...

Grazie per le tue parole, anche da parte di Antonio.
Il nostro pezzo è sgorgato quasi da sé, dalla nostra esasperazione per tutte le le falsificazioni, il cinismo e le sclerosi ideologiche che proliferano da sempre intorno alla questione israelo-palestinese. Stavolta il nostro sentimento esacerbato deve aver dato una forza in più alle nostre parole, anziché toglier loro lucidità.

Anonimo ha detto...

buon giorno professore, mi chiamo Adriano e sto seguendo il suo corso a Tor Vergata. Dal momento che è solo dalla settimana scorsa che frequento le sue lezioni, stavo cercando le sue registrazioni, ed invece, prima ancora di arrivare alle registrazioni (e quindi iniziare a studiare ), mi imbatto nel suo blog.
Non c'è cosa più "figa" di leggere pezzi di pensieri buttati giù con tutto lo sfogo, la rabbia, l'entusiamo e l'attenta riflessione che solo casi sociali, nazionali e internazionali, possono scaturire. Magari lei mentre scriveva non è stato toccato da nessuno di questi sentimenti, ma io si mentre li leggevo, e questo mi accade sempre ogni volta che i media ci bombardano di informazioni senza spessore, con quel cronachismo privo di prospettiva, sicuramente professionale e oggettivo, ma profondamente provocatorio.
Provocatorio perchè ci fa imbestialire, ci da immagini senza dire ciò che è impossibilire non dire.
Mi vengono in mente le immagine del parlamento durante il caso Englaro, parlare di valori e rispetto mentre il Sig. Peppino Englaro veniva messo sul patibolo, il governo emanare leggi sulla sicurezza scioccanti, e il Grande Fratello trasmesso in Mediaset. E si, professore, è vero ciò che dice: il governo è legittimo, ma non lo è il cervello di tanta gente.

Lei mi dirà perchè le sto scrivendo nell'area dei commenti relativi a Gaza. Soltanto perchè prima di iniziare a scrivere riflettevo su le sue righe in merito a questa interminabile tragedia, ed invece poi sono passato a tutt'altro o quasi.

Mi domandavo se avesse mai letto qualcosa di Kaniuk Yoram, un giornalista scrittore ebreo che prese parte alla lotta d'indipendenza per la nascita di Israele nel 1948. Io ho letto pochissime pagine di una sua testimonianza, giornalismo pieno di emozioni, prese di posizioni, e profondi dubbi e domande irrisolvibili. Ci sono alcune sue frasi che le volevo far leggere per il semplice motivo che lei con le sue poche righe mi ha dato qualcosa e io vorrei contraccambiare (reciprocità giusto?).

". Vedevano il nostro nome iscritto nelle pagine della storia di Israele: un popolo che cercava di vivere in un luogo che gli appartenesse. Erano una sorta di vendicatori della storia: vendicavano i pogrom che noi non avevamo conosciuto, perché nati nella terra di Israele. È vero, c' erano stati anni di scontri con gli arabi ma non veri e propri pogrom. A noi era stato affidato il compito di ridare dignità a un popolo umiliato, perseguitato, mandato allo sterminio. Ci accingevamo a creare uno stato più contro i nazisti che contro gli arabi, che pensavano che Auschwitz fosse solamente una cittadina in una nazione estera. Eravamo i figli della Bibbia, avevamo una patria, un passato storico, una tradizione poetica. Portavamo dentro di noi il dolore di ebrei che avevano lasciato che la nostalgia si trasformasse in preghiera. I nostri genitori erano giunti qui per far rivivere il passato. [...]Non avevamo quasi armi. Eravamo guidati da comandanti valorosi ma senza esperienza sul campo di battaglia. Eravamo pochi e soli, avevamo fame e sete. Mentre raggiungevamo Gerusalemme uccidevamo e venivamo uccisi. Cantavamo «se moriremo seppelliteci sui monti di Bab el Wad» (la valle all' imbocco della salita verso Gerusalemme per chi proviene dalla pianura costiera, ndt). Riuscivamo a infiltrarci in ogni genere di posti. Non avevamo un centesimo nelle tasche ma cantavamo di come saremmo morti. Con trasporto ed enorme commozione intonavamo una canzone le cui parole recitavano «marciamo come morti», e pensavamo che sarebbe stato stupendo morire.Non eravamo molto intelligenti. Le persone intelligenti non vanno a farsi ammazzare volontariamente a diciassette anni senza nemmeno saper sparare. Le persone intelligenti preferiscono nazioni che già esistono anziché crearne una nuova tra pietre bianche e sotto un sole cocente. Dovevamo essere stupidi, giovani e pazzi per combattere la guerra suicida del popolo ebraico e morire per qualcuno che nemmeno conoscevamo. Solo a guerra finita scoprimmo di aver creato uno stato per i sopravvissuti ai campi di concentramento in Europa.
[...]
La città era deserta. Gli arabi erano stati scacciati. Sui tavoli c' era ancora cibo. Dormimmo in una bella casa. C' era una calma terribile, e un' atmosfera di tristezza. Nel cuore della notte sentimmo un rumore tremendo. Uscimmo. Un migliaio di uomini, forse di più, arrivò a bordo di camion. Tagliarono i reticolati di filo spinato che circondavano la città e passarono davanti agli arabi piangenti accanto ai reticolati, in attesa di tornare. Quegli strani ebrei sembravano un branco di animali. Balzarono giù dai camion come lupi affamati. Non avevano mai sentito parlare di Ramle ma entrarono subito nelle case. Per la prima volta dopo anni, dopo i campi di concentramento, tornarono a dormire fra lenzuola. Sebbene non sapessero pronunciare il nome della città ne diventarono i padroni. Erano colmi di rancore, un branco di sciacalli discesi dai monti delle tenebre. Gente uscita dall' inferno per riprendere un posto nella storia che, percossa e gemente, piangeva accanto al reticolato di filo spinato. Era triste vedere quegli ebrei che avevano occupato le case, ma quella scena serbava anche una sorta di incanto, una bellezza umana che non ammetteva giudizi. L' ultima volta che uno di quegli uomini aveva posseduto una casa, o un appartamento, era stato negli anni Trenta. Ricordo una conversazione in un ebraico raffinato con un uomo che mi aveva detto: con la giustizia e la moralità si fanno cerimonie, non si vive, e noi, a differenza degli arabi, non abbiamo parenti a dieci chilometri di distanza. Q uella gente era più forte di noi nati in Palestina. A loro confronto eravamo delle barzellette, ragazzotti pieni di sé che avevano vinto una qualche guerricciola da poco. Per loro la guerra era la Wehrmacht, i nazisti, la Gestapo, i carri armati, i treni merci, le baracche grigie, il fumo. Era arrivare a Dio passando per i forni crematori. Si sentivano dei miserabili, ma il solo fatto che fossero vivi faceva di loro dei vincitori. Smantellarono i reticolati di filo spinato come i bambini scartano i cioccolatini. Presero ciò che c' era e rimasero qui. Quello strano incontro tra gli arabi che imploravano accanto al reticolato e gli ebrei percossi che si gettavano su un' intera città in cui c' erano lenzuola e frigoriferi e cibo, fu per me un' immagine simbolica dell' IRRISOLVIBILE TRAGEDIA DELLA NOSTRA GUERRA, iniziata anni prima, proseguita con la guerra d' indipendenza e che continua ancora oggi."

Scusi professore, mi sono dilungato forse un pò troppo.
Buon pomeriggio. A presto.
Adriano