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lunedì 9 giugno 2008

Riforma e distinzione


Il "focus" del Corriere di oggi (9 giugno) è dedicato alla riforma universitaria del 3+2. Il giudizio è sintetizzato nel titolo: Laurea breve bocciata. I pareri poi riportati sono discordanti, e se Luciano Canfora parla della riforma come “follia”, Umberto Eco ricorda che il 3+2 esiste in tutta Europa e l’Italia non ha fatto altro che adeguarsi. Certo, è stata l’Italia ad accettare il modello “nordico”, e non viceversa, come fa notare Salvatore Settis nelle stesse pagine, ma forse questo dipende dal fatto che la “resa” delle università in quei paesi – in termini di rapporto con il sistema produttivo, di contatto tra università e società civile, di contributo alla crescita dei paesi dove quelle università si collocano, di risultati di ricerca – era infinitamente superiore rispetto all’Italia perché il nostro paese potesse costituire un modello di alcunché, in questo campo. Forse ci siamo adeguati al modello inglese (e non viceversa) perché le università inglesi erano, al momento di far partire la riforma, infinitamente migliori delle nostre.
La riforma non sta andando bene, ma questo dipende più dalle contingenti interpretazioni che si sono date delle cose da fare, vale a dire il ridicolo sistema con cui si sono valutati i crediti formativi, e il sistema dei “moduli” dall’altro. La riforma sta fallendo perché chi doveva realizzarla (il corpo docente) l’ha di fatto boicottata. Non sto dicendo che ci sia stato un esplicito accordo per farla saltare, ma la sua realizzazione compiuta avrebbe comportato un mutamento tale negli stili di didattica che molti docenti non sono stati semplicemente in grado di compiere.
Le ragioni di questa inerzia del sistema docente possono essere molte, ma qui vorrei limitarmi a indicarne una, che possiamo sintetizzare come “il rischio democratico della riforma”.
Il focus del Corriere riporta una serie di dati statistici, alcuni dei quali vengono commentati negli articoli che li accompagnano. Così ci si compiace che l’età media delle lauree (anche specialistiche) si sia abbassata rispetto al vecchio ordinamento, o ci si rattrista perché gli studenti partecipano al programma Erasmus sono in calo, ma negli articoli nessuno sembra fare riferimento a due dati che invece mi paiono estremamente rilevanti per l’intensità del loro mutamento pre- e post riforma.
Il primo dato si riferisce alle esperienze lavorative durante gli studi: mentre con il vecchio ordinamento ad aver lavorato durante l’università era solo il 55,1% degli studenti, con il nuovo ordinamento questo numero schizza al 73,2% per la triennale e al 70,9% per la specialistica. Questo dato può significare due cose: che frequentano l’università persone già inserite nel mondo del lavoro che intendono migliorare le loro competenze (e le loro prospettive di carriera, immagino) qualificandosi ulteriormente; oppure che hanno iniziato a frequentare l’università persone che un tempo sarebbero state attratte direttamente dal mondo del lavoro dopo il diploma. Le due cose sono ovviamente vere entrambe, e se molti sono “tornati” a studiare dopo anni di lavoro, altri hanno continuato a studiare pur se la loro condizione socio-economica li avrebbe, con un altro sistema, facilmente allontanati dal modo dello studio.
Questa interpretazione sembra confermata dal secondo dato cui facevo riferimento, che è la percentuale di studenti che hanno almeno un genitore laureato. Con il vecchio ordinamento questa percentuale era del 45,1%, vale a dire che, qualunque università aveste avuto modo di visitare fino al 1999, quasi uno studente su due aveva un genitore già laureato. Ora questo numero è crollato al 23,5% per la triennale e al 31,1% per la specialistica. Chiunque abbia fatto un po’ di sociologia di base dovrebbe avere la consapevolezza della rilevanza di questo dato, che segnala un mutamento radicale nella struttura sociale del paese. Non sono più i laureati a generare figli che si laureeranno (com’era di fatto prima della riforma del 1968), e non è più neppure vero che la laurea di un genitore è un fattore che predice quasi al 50% l’eventualità che un figlio si laurei: oggi quella percentuale è scesa a meno di un terzo per le lauree specialistiche e addirittura a meno di un quarto per la triennale. Significa che la riforma ha scardinato il sistema di casta dell’accesso all’istruzione terziaria, portando all’università nuove masse di studenti che non portano da casa alcuna frequenza con l’alta istruzione. Perché nessuno sembra fare caso a questo dato? Dopo la riforma del Sessantotto si tratta del cambiamento strutturale più evidente e più importante che l’università italiana abbia attraversato, eppure molti stanno lì a discettare sul 3+2 come fosse un delirio o l’opera di un folle, senza tenere conto delle sue valenze profondamente democratiche, se per democrazia intendiamo consentire a tutti, indipendentemente dal censo e dalla provenienza familiare, di accedere equamente alle risorse disponibili.
Ora, se si pensa alla struttura sociale dell’università della riforma, è evidente una “lotta di classe” in corso: gli studenti (che non hanno genitori laureati, che vengono dalle classi impiegatizie e lavoratrici, che non hanno “la Cultura” come consuetudine domestica, che devono imparare sui libri chi sia Proust e cosa sia la nostalgia borghese dei bei tempi andati) dovrebbero essere istruiti da un corpus docente che invece è ancora almeno per la metà fortemente connotato in senso classista, docenti che vengono da famiglie “bene” in cui le ragazze studiavano il piano e i maschi tiravano di fioretto, famiglie soprattutto in cui “la Cultura” era un modo fondamentale per distinguersi socialmente, per distaccarsi dalla plebe cafona che ascoltava le canzoni di Massimo Ranieri e leggeva al massimo Grand Hotel. Ora quegli stessi docenti che con tanta fatica hanno prodotto la loro immagine sociale di se stessi dovrebbero “regalare” il loro sapere ai figli di quelle masse da cui loro si sono distinti: non se ne parla neppure, mi pare scontato.
La riforma sta fallendo perché chi avrebbe dovuto realizzarla non poteva farlo pena la perdita del proprio privilegio distintivo, e non si è mai visto una classe applicare una pratica sociale che porta alla propria indistinzione, vale a dire alla propria estinzione come classe.
La riforma si può ancora realizzare se quella porzione del corpo docente che proviene dalle classi impiegatizie e operaie avrà il coraggio di allearsi con gli studenti, facendoli crescere socialmente e politicamente. Sono cioè i docenti che vengono da famiglie di non laureati (come la mia) il fulcro politico della fase in atto, dato che sono gli unici ad avere di fronte un’alternativa. Mentre infatti i docenti “borghesi” e gli studenti “proletari” hanno di fronte un’unica prassi, che viene dalla loro storia di classe, i docenti di estrazione proletaria debbono decidere se allearsi coi docenti borghesi in nome di una distinzione acquisita (continuando di fatto ad essere paria del mondo accademico, il cui potere è concentrato nelle mani della porzione borghese) oppure allearsi con gli studenti proletari, in nome della comune origine sociale.

6 commenti:

annarita ha detto...

Ciao, Piero, come va? Non ti leggevo da un po', ma oggi, interrotta per un attimo la stesura di una relazione di fine anno, mi sono detta: "Adesso, faccio un salto da Piero!"

E meno male...perché ho appena finito di leggere un post interessantissimo, che delinea una visione concreta della questione laurea 3+2 e dintorni!

C'è da augurarsi fortemente che i docenti di estrazione proletaria abbiano il coraggio di allearsi con gli studenti proletari per sostenere un processo di democratizzazione del sapere.

Grazie, Pie'.
A presto:)

AmorAmaro ha detto...

Ciao
ti leggo da un po' e oggi commento per la prima volta, solo per dirti che è davvero molto interessante ciò che hai scritto... buone cose
Carmela

scorpione e felice ha detto...

Caro Piero,

concordo su diversi punti del tuo commento. In particolare laddove richiami, senza ipocrisie, alcune ragioni "comparative" del successo del modello nordico 3+2 nella riforma del nostro sistema universitario. Ancora, mi convince la tesi del "sabotaggio" della riforma e trovo eticamente appropriato l'interrogativo che ti poni circa il posizionamento da assumere da parte di quei docenti penetrati nel "campo" accademico a dispetto delle proprie origini. Su un paio di questioncelle ti propongo accenti di lettura un po' diversi. 1) un successo altrove può tranquillamente essere un insuccesso qui da noi (senza determinismi, per mille ragioni). piaccia o non piaccia (a me tendenzialmente non piace) l'Italia ha la sua storia, anche accademica, e occorre farci i conti (forse Canfora e Settis possono essere recuperati in tale perimetro, se vuoi un po' banale). Quando penso alla riforma dell'Università mi viene sempre in mente il passaggio dal proporzionale al maggioritario in questo Paese ... 2) non ti stupirò (e certo non te ne dorrai...) se mi dico più marxista di te e dunque con meno enfasi leggerei quei dati circa la drastica diminuizione percentuale dei figli di laureati tra coloro che si iscrivono all'Università. Il nesso, più materiale, che a me pare di intravedere è quello, nella fattispecie, di un drastico crollo del numero di occupati in mansioni operaie e impiegatizie in senso generico; ergo i figli di impiegati e operai, avendo scarse possibilità persino di riprodurre le proprie condizioni sociali di partenza, mettono la prua nella palude universitaria senza sapere nemmeno troppo bene dove sia poi possibile approdare. Più materialismo introdurrei anche per comprendere la questione della selezione del corpo docente universiatario. Il problema per me non sta tento (o non solo) nella resistenza del ceto borghese accademico ad accogliere nel proprio seno i portatori di un patrimonio simbolico (popolare?) dissonante ... La questione è che per resistere ai tempi lunghi della selezione del personale docente o disponi di un equipaggiamneto di capitale adeguato o puoi facilemnte soccombere ... Magari "basta" disporre di una casa di proprietà nella quale vivere tra un dottorato, un assegno di ricerca e una borsa ... perché, come dice sempre mia zia, "quando hai un tetto sulla testa, ti basta anche la bruschetta".

Vabbè, ora basta, tanto hai capito chi sono e del resto questo spazio "non è un'autobiografia".

Grazie per avermi stimolato e internettianamente somosso dal torpore

Piero Vereni ha detto...

Caro Scorpione e felice,
grazie mille delle tue indicazioni e dei commenti. Certo, il fatto che tu sia più marxista di me non solo non mi stupisce, ma lo considero un tuo vero dovere morale, un contributo alla stabilità del mondo nel suo manifestarsi.

Mi stupisce invece la sfumatura herderiana con cui cerchi di salvare l’elitismo culturale di Canfora (più che di Settis, la cui posizione è articolata): il 3+2 è roba da perfida Albione, mentre noi Mediterranei e fors’anche Magnogreci abbiamo bisogno di altri stili, forse peripatetici, chissà, questioni di clima o di stirpe.

Certo, ogni progetto politico-culturale non è detto che sia portato al successo ovunque solo perché avrebbe avuto successo in un qualche punto determinato, ma questo, detto da un internazionalista, suona una definitiva dichiarazione di resa.

A parte gli scherzi e gli sfottò, è molto interessante la tua ipotesi che il numero crescente di figli di non laureati all’università dipenda dalla crisi occupazionale nelle classi operaie e impiegatizie. Si potrebbe però verificare rapidamente se ho ragione io o tu: basterebbe guardare se c’è una correlazione significativa con l’ingresso della riforma, oppure se c’è stata una progressione lenta ma costante (diciamo dalla fine degli anni Ottanta?) a veder calare il numero di genitori laureati. Nel primo caso avrei ragione io, nel secondo tu. Da come era impostato il dato, mi sembrava che fosse evidente uno scarto nitido in corrispondenza della riforma 3+2, ma mi piacerebbe andare a fondo della questione.

Grazie infine per aver riproposto in chiave decisamente più materialistica della mia la natura dell’opposizione tra docenti di estrazione altoborghese e docenti che provengono invece dalle classi impiegatizie, operaie o rurali. Ovviamente, la tua descrizione non è in contraddizione con la mia, e del resto ero sicuro che su questo punto (viste le nostre origini) ci sarebbe stato un comune sentire, evidentemente residuo di un comune istinto di classe (credo che Bourdieu chiami questa resistenza del sistema dei valori e delle pratiche “isteresi dell’habitus”).
Forse mi è anche più chiaro il mio venirti a cercare e il mio sperare che tu non ti sottraessi definitivamente alla possibilità di entrare nell’Accademia. Ho grande bisogno di sodali di classe, persone con cui posso parlare sapendo che guardiamo le cose (o almeno alcune cose, va) dallo stesso orizzonte.
Un abbraccio,
p

Annarita ha detto...

Caro Piero, è stata una graditissima sorpresa trovare il tuo commento sul mio blog di matematica.

Copio/incollo qui la mia risposta perché so che non vai facilmente per blog!

"Pieeeeero! Non ci posso credere! Che piacere leggerti qui sul mio blog.

Voglio dirti che non sono stata precisa nell'ultimo commento, lasciato sul tuo blog. Io ti leggo sempre dai feed, anzi sei una delle mie letture costanti perché ti ritengo uno studioso dal pensiero straordinario. Il tuo libro è sempre a portata di mano e torno a rileggere spesso alcuni passaggi di una significatività e bellezza di pensiero eccezionali.

E' il passare a commentare che faccio di rado, a causa di quello che già sai: tre blog da gestire che non sono l'unico impegno!

Circa le tue perplessità sulla funzione del blog negli ambiti che richiami, posso comprenderle...ma io ho la fortuna di lavorare a stretto contatto con ragazzi di un'età che procurano una spinta falangica!

Mi fa piacere che tu apprezzi. La tua stima mi è particolarmente gradita, lo sai.

Un abbraccio grandissimo...e passa ogni tanto. Mi dai sempre una grande gioia!"

Un abbraccio:)

scorpione e felice ha detto...

Caro Piero, un abbraccione. Vedrai che qualcosina insieme, e in libertà, la faremo (ma forse la stiamo già facendo in questo momento). Immaginavo che mi avresti mollato un pizzicotto per la mia scivolata sulle "ragioni del contesto". Temo però tu sia stato troppo indulgente con me nella diagnosi; magari fosse herderismo (ma ricordi l'sms che mi mandasti mentre ero a Weimar ...?) mi sa tanto di aver piuttosto mostrato un sintomo di quella patologia perniciosa che fu l'intreccio, tutto italiano, tra marxismo e storicismo di matrice crociana (e pensa te, "armonia delle sfere", che proprio con Canfora ebbi anni fa un simpatico scambio di mail con un tema simile sullo sfondo).
Vabbè mi scuso con tutti gli abituali frequebtatori del tuo blog che penseranno, per queste forme di pubblicizzazione del privato, di essersi imbattuti in un narcisista bello suonato ...