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sabato 10 febbraio 2007

Che fastidio

Non ho la forza per fare una recensione a Apocalypto. E avendo letto poco i giornali nel periodo in cui era dibattuto, rischierei di spacciare solo un po’ di acqua calda. A me il film è piaciuto, e mi basta sintetizzare questo, senza cercare di spiegare perché.
Voglio però segnalare uno dei possibili punti di fastidio. A me almeno, in certi momenti ha fatto l’effetto che mi fecero Piccolo grande uomo e Soldato blu, e cioè la magra scoperta che il sistema buoni/cattivi non era quello che avevo appreso al cinema dell’oratorio di don Ettore, e che ci poteva essere del male dove mi avevano insegnato regnava il bene.
Certo, ho deciso di studiare antropologia sedotto proprio dalle culture mesoamericane (in particolare gli Aztechi) e quindi avevo presente il sistema dei sacrifici umani e la violenza degli stati messicani precolombiani. Ma la forza “espressiva” di Mel Gibson porta paradossalmente alla luce tutta la distanza che c’è tra conoscenza ed esperienza.
Apocalypto, la tensione di due ore di inseguimento, mi ha costretto a fare i conti con i notevoli residui che mi porto dentro del mito del buon selvaggio. Io, che insegno agli studenti a diffidare del buonismo ecologista e naturalista, mi sono accorto che vedere il male “nativo” in tutto la sua possanza mi ha messo a disagio.
Leggendo Mary Douglas (Come pensano le istituzioni) forse ho capito una delle fonti di quel fastidio. È una tesi provocatoria, che l’antropologa britannica butta lì alla ricerca di tutt’altro quadro esplicativo, ma mi pare regga e valga la pena di essere verificata o almeno pensata a fondo.
Gli studi sulle motivazioni dell’azione sociale (perché mai accettiamo l’idea di collaborare, se la collaborazione spesso non porta vantaggi immediati. Insomma: perché tutti gli uomini tendono a vivere in società e non isolatamente) hanno enucleato una originaria “comunità” (che oggi avrebbe la forma residuale delle comuni fricchettone, dei villaggi contadini speduti, e delle popolazioni “native”) che non avrebbe ancora raggiunto la dimensione tale per essere sottoposta alla pressione della “razionalità economica” e che quindi vedrebbe la sua azione sociale organizzarsi sulla base di altri principi, non “razionali” in senso di stretto tornaconto individuale. Contestando che sia la dimensione ridotta a garantire la possibilità di evitare l’assalto dell’homo oeconomicus, Douglas dice che questo fantomatico soggetto “comunitario” che non ha impulsi competitivi o egoistici potrebbe essere null’altro che una deformazione prospettiva dovuta agli effetti del contesto coloniale. Ecco le sue parole:

Naturalmente, nel contesto delle condizioni coloniali era più facile immaginare una comunità non coercitiva. Infatti alle popolazioni sottomesse non veniva più permesso di continuare i loro precedenti fruttuosi traffici di fucili, di avorio e di schiavi. Né era loro più consentito lottare per il primato nella caccia alle teste o in rischiose razzie di bestiame, né tendere imboscate, rubare mogli o eseguire vendette sanguinose. Nell’ambito dell’economia coloniale, dove l’unico incentivo economico a lavorare consisteva nei bassi redditi derivanti dalla vendita dei prodotti agricoli, era facile supporre che la comunità originale non offrisse alcun incentivo individuale al guadagno (pp. 58-59).

Mi pare che Apocalypto faccia definitivamente a pezzi quell’immagine dell’indio “buon diavolo”, che a me piace tanto (più che ai tzotzil del Subcomandante Marcos, penso ai poveri diavoli guidati da Nestor Cerpa Cartolini, che sequestrarono il personale dell’ambasciata giapponese del Perù nel 1997 e furono massacrati dai corpi speciali di Fujimori mentre giocavano a pallone con le loro presunte vittime).

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