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martedì 7 novembre 2006

Librerie

Si parla ritualmente della crisi delle librerie e dei lettori e giù le tiritere sull’imperialismo culturale. Piccolo racconto a uso dei complottardi.

Teniamo un corso di Storia della Cultura Materiale all’Università della Calabria (Arcavacata di Rende, Cosenza) e adottiamo il numero 14 della rivista AM-Antropologia Museale. I ragazzi lo ordinano presso l’unica libreria presente nel campus universitario (non mi do delle arie, Arcavacata è l’unica università italiana concepita come un vero campus dove gli studenti e i docenti possono vivere). Dopo più di un mese e dopo che almeno una dozzina di ragazzi hanno versato un acconto, scopro che la rivista non è mai arrivata. Chiamo l’editore e mi dice di non aver mai ricevuto l’ordine. Chiedo chi faccia la distribuzione dei loro volumi e mi dice che tranne che per le zone di Imola e Bologna fanno distribuzione diretta (dall’editore al libraio). Vado allora alla libreria e pretendono di aver fatto l’ordine. Dico loro che l’editore non lo ha mai ricevuto e un commesso mi replica che loro passano per PDE (che assieme a Messaggerie è uno dei due unici veri distributori nazionali, quelli cioè che portano i libri dalle case editrici fisicamente dentro le librerie). Gli faccio notare che l’editore della rivista non ha PDE come distributore e che quindi fare l’ordine lì è come ordinare un tappeto in un negozio di alimentari. Mi promette che farà l’ordine nel pomeriggio, direttamente via fax.

Mentre aspetto di avere notizie, cerco di capire come mai la libreria non abbia mai ordinato la rivista. Di certo sanno che PDE non distribuisce quell’editore. Hanno intascato l’anticipo degli studenti ma non hanno mai ordinato. Perché? Una possibile risposta è nel sistema delle spedizioni. Un libraio può ricevere i libri in conto vendita e significa che li paga alla consegna, diventano suoi e se ne accolla il rischio, oppure può riceverli in conto deposito e allora significa che non paga i libri all’editore al momento della consegna, ma si accorda per tenerli e venderli per qualche tempo. Scaduto il periodo, l’editore si presenta a ritirare le copie invendute e l’incasso, lasciando al librario la percentuale pattuita. Anche se so che il conto vendita è praticamente imposto dai grandi distributori (rendendo i librai ovviamente restii a prendere libri che poi rischiano di restargli sul groppone, ma di questo non si parla mai quando si tratta di discutere della crisi del libro in Italian), immagino che l’editore di AM in questo caso (si tratta di un’adozione universitaria, i volumi andranno sicuramente venduti) voglia imporre questo tipo di consegna. Ecco perché il libraio tentenna: vuole essere sicuro di acquistare tutte e sole le copie della rivista che poi venderà effettivamente! Chiamo l’editore e gli chiedo se oltre al conto vendita (una ventina di copie) ne può aggiungere una dozzina in conto deposito, ma mi risponde che loro mandano tutto in conto deposito.

Pazzesco: il libraio avrebbe potuto ordinare un mese fa anche cento copie della rivista in conto deposito, vendere quelle che riusciva a vendere (e sapeva di avere un’adozione) e poi tenersi tranquillamente la sua percentuale al momento di restituire all’editore l’invenduto. Perché non l’ha fatto, allora? Credo che la risposta vada cercata da un lato nella cialtroneria, ma dall’altro nella convinzione di avere il coltello dalla parte del manico. La libreria cui mi sono rivolto è l’unica esistenza nel campus. Se non si trova quel che si cerca bisogna andare a Cosenza, e per molti studenti (residenti e pendolari) significa perdere una giornata di tempo. Con i corsi a pieno regime, questo non succede, e quindi il libraio dell’Unical sa di avere praticamente il monopolio e non si interessa neppure di fare un ordine che non gli costerebbe nulla e che gli porterebbe solo guadagno. Si tiene per un mese in tasca gli acconti degli studenti e chi si è visto si è visto.

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