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lunedì 20 novembre 2006

Recensione: Azur e Asmar

Se avete figli piccoli è probabile conosciate Kirikù (e la strega Karabà, seguito dal prequel e gli animali della foresta), il minuscolo e velocissimo bimbo africano che già sapeva parlare nella pancia della mamma. Questa volta Michel Ocelot passa dall’Africa al Medio Oriente, per raccontarci una fiaba certo politically correct, ma con un tocco così leggero da renderla del tutto godibile. Di solito, non sopporto le storie costruite attorno a una morale, e mi piace, quando racconto o invento una storia per mia figlia Rebecca, vedere che morale “salta fuori”, senza avere le idee chiare in anticipo. Azur e Asmar è invece una storia volutamente didascalica, ma questo non ha impedito a Ocelot di raccontarla in modo delizioso, così che non ci si sente costretti a spiegare nulla. Sulla qualità narrativa posso fare a meno dell’intuito e mi limito ad osservare la reazione di Rebecca: quando comincia a sentire puzza di predica, si mette a scalpitare, inizia a fare domande provocatorie o insulse, sputtana il racconto in diretta. Invece al cinema, mentre guardavamo rapiti la magia dei dettagli, i colori del mercato, gli intarsi dei portoni arabeggianti, chiedeva solo informazioni necessarie a seguire il filo della narrazione. C’è la nutrice buona e il padre cattivo, il fanciullo biondo e quello moro (entrambi bellissimi), la fata dei Jinn (bellissima pure lei) e il trucido Raspù, le chiavi da scoprire e animali favolosi con cui allearsi. Guardate i gioielli che indossa la nutrice quando ormai è una ricca matrona: solo quel dettaglio vale il prezzo del biglietto. Impressionante il mimetismo grafico del regista: se con Kirikù ci aveva regalato il mondo spigoloso e tagliente della savana Africana, tutto chiaroscuri e quasi intagliato nel legno come i feticci, qui tutto si ammorbidisce nel languore dei pastelli medievali arabi. Dedicato a chi dice che i cartoni animati fanno male ai bambini e che quando ci tocca portarle i figli al cinema noi genitori ci annoiamo a morte.