2011/12: INFORMAZIONI PER CHI AVEVA 12 CFU E TUTTI GLI MP3 DELLE LEZIONI

domenica 15 ottobre 2017

Antropologia culturale #04

11 10 2017. Lezione tosta e per certi versi innovativa anche per me. Di solito, quando insegno questa parte del programma non presento se non alcuni dettagli suo processo di NATION BUILDING, ma credo fosse importante chiarire alcuni punti centrali per comprendere proprio il senso di cosa sia la cultura nel senso in cui lo intende l’Antropologia culturale. Nella quarta lezione abbiamo cercato di comprendere da dove scaturisce la naturalezza con cui, di primo acchito, siamo disposti ad accettare l’idea che LA CULTURA È SAPERE CONDIVISO, dato che, come abbiamo già visto, basta scavare un poco quella condivisione si rivela molto meno chiara e molto poco compatta. Come mai, allora sentiamo questa inclinazione “spontanea” a dare per condiviso il nostro sapere culturale con quelli che consideriamo nostri sodali di cultura?
(Tutta questa parte del programma mi si sta sempre più nitidamente sovrapponendo con le cose che dico al corso di Anthropology of Globalization per la triennale in Global Governance. Potete vedere come ho schematizzato questo punto nella loro Lezione # 5, visto che qui un po’ sintetizzerò rispetto alle cose che ho scritto in quel post).

Abbiamo visto che cultura è comportamento appreso ma questo non basta. Questo sapere deve essere condiviso, non può essere proprietà di un unico individuo che se l’è prodotto e lo fa circolare tra sé e sé. Abbiamo visto che questo sapere condiviso lo è fino a un certo punto, nel senso che non solo molto sapere è condiviso tra più culture (le culture NON sono naturalmente distinte in modo netto, anzi, essendo mischioni di molti saperi trasmessi in molti modi diversi da moltissime persone diverse, le culture sono per definizione impure, bastarde, mischiate); in più le culture sono al loro interno complesse, stratificate, contraddittorie.
Eppure, e questo è stato l’oggetto della lezione su cui abbiamo cercato di riflettere, la frase “la cultura è condivisa” ci pare a prima vista del tutto ragionevole, ci pare semplice, ovvia, certa, un dato di fatto su cui fare affidamento: ci sono i cinesi e ci sono i marocchini, e i cinesi condividono la cultura cinese, mentre i marocchini condividono la cultura marocchina. Più o meno come ci sono gli albanesi con la loro cultura albanese e i turcomanni (?) con la loro cultura, sicuramente turcomanna. Cosa c’è di tanto contraddittorio in questo?
C’è che tutti sappiamo fare una netta distinzione tra questi stereotipi vuoti di contenuti specifici e il modo in cui li riempiamo delle nostre specifiche conoscenze umane, per cui “gli albanesi sono X” ma contemporaneamente quello specifico albanese che conosco io, proprio io, è ovvio che non è del tutto X, perché che c’entra, lo conosco, e lui così invece, e lui cosà invece.
Se insomma tutti abbiamo contezza della fragilità degli stereotipi identitari (gli X sono Y, per ogni x tranne quelli che conosco…) da dove viene questa persistenza degli STEREOTIPI?
Abbiamo individuato due SORGENTI.
1. LA VITA QUOTIDIANA. Come animali senza doti naturali se non quella di apprendere rapidamente qualunque modello di comportamento, non possiamo vivere ogni secondo con questa disposizione all’apprendimento attivata e sedimentiamo quel che impariamo in MODELLI, PATTERN o SCHEMI di comportamento e giudizio. Imparare significa proprio questo, confrontarsi con l’esperienza e dedurne (per apprendimento, non per natura) regole più ampie, che possiamo applicare poi risparmiando energie. Non prendiamo ogni volta l’autobus come se fosse la prima volta, e abbiamo imparato ad aspettarci che una volta a bordo il nostro equilibrio verrà messo in discussione e sarà bene evitare di cascare addosso ai vicini. Quando assaggiamo la colazione, non ci aspettiamo di scoprire chissà quali gusti misteriosi o esotici, proprio perché una lunga consuetudine ci ha indotti a pensare che abbiamo delle ragionevoli ASPETTATIVE sul gusto di quel che metteremo sotto i denti.
Questa elaborazione di SCHEMI di ASPETTATIVE riguarda anche l’interazione sociale. Normalmente, quando chiediamo “Scusi, sa che ora è?”, resteremmo sorpresi se l’interlocutore ci prendesse essere alla lettera, e rispondesse “Sì, io lo so benissimo che ora è. Arrivederci!”. Perché la domanda in realtà vuol dire: “Io non so l’ora. Tu, se la sai, me la puoi dire?”. E come è possibile che una conversazione così bizzarra (in cui una domanda viene porta senza che ci si aspetti una vera risposta, ma implicandone un’altra piuttosto diversa) prenda piede e vada a buon segno se non ci siamo accordati implicitamente sul suo funzionamento? Interagiamo costantemente dando per scontate una serie di regole come questa, e cominciamo a dare per scontato che tra noi e gli altri ci sia tutto sommato un flusso comodo e scorrevole di comunicazione “spontanea”, come se fossimo veramente tutti più o meno uguali e parlare a se stessi o a un estraneo avesse lo stesso (basso) livello di convenzionalità. Nella vita quotidiana, insomma, il sistema delle regole comunicative e sociali è tale che tendiamo a dare per scontata la somiglianza. Motivo per cui prestiamo così attenzione alle differenze di pelle, o di accento, o di abbigliamento, o a qualunque altro tratto che, nella sua EVIDENZA di DIFFERENZA, metta in discussione la scontatezza della nostra generale SOMIGLIANZA.

2. LA POLITICA. A fianco o di rinforzo a questo sistema di elaborazione degli stereotipi e della aspettative gli ultimi trecento anni hanno visto il consolidarsi di un sistema politico basato sullo stato nazionale che ha notevolmente rinforzato e realizzato quest’idea che “La cultura è condivisa”. Tutta questa parte della lezione si concentra sull’impatto del concetto di nazione come si evolve con il modello capitalista moderno. Il capitalismo moderno ha bisogno di innovazione costante e questo implica una standardizzazione dei cittadini, che devono essere in grado di spostarsi per produrre su tutto il territorio nazionale. Il capitalismo a stampa ha prodotto un forte impulso verso l’omogeneizzazione linguistica (nascita delle lingue nazionali) e il risultato finale è che si comincia a sedimentare dal Settecento l’idea che le nazioni siano unità culturalmente compatte (molto più compatte di quel che non siano in realtà) che costituiscono la base di entità politiche dai confini nitidi, gli Stati moderni.
Baso questa parte della lezione su una sintesi che ho fatto di due libri, vale a dire Nazioni e nazionalismo di Ernest Gellner, e Comunità immaginate di Benedict Anderson. Non posso in questo post sintetizzare le molte cose dette a lezione, ma qui potete leggere un mio vecchio pezzo inedito dove ho cercato di sintetizzare gran parte delle cose di cui ho parlato a lezione.


Q1. Riflettete sulla vostra cultura “nazionale”, vale a dire su quali sono stati i canali che vi hanno portato a sentirvi “naturalmente” parte della vostra nazione. Ripercorrete alcuni momenti importanti di acquisizione della cultura nazionale, sia quella canonica, sia quella più libera.

216 commenti:

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Davide Di Buono ha detto...

I canali con cui si acquisisce la cultura nazionale posso essere molti, e molto diversi a seconda del soggetto. Il primo sicuramente è la vita quotidiana: siamo immersi da simboli che rimandano alla concezione di nazionalità. Tra gli altri canali abbiamo sia la famiglia che la scuola. Nelle fase della socializzazione primaria, prima da mio nonno e poi da mio padre, mi sono stati trasmessi diversi caratteri della nazionalità. Mio nonno mi raccontava il suo essere italiano tramite le sue esperienze in guerra, mio padre ancora oggi è molto attaccato ai valori nazionali, valori che tenta di trasmettermi. Un altro canale è quello sportivo, il calcio ne è la dimostrazione. Questo perchè unisce i sentimenti di nazionalità condivisi con l'ossessiva cultura calcistica italiana.

Alex DeLarge ha detto...

I modi in cui le persone acquisiscono una specifica cultura nazionale sono sicuramente diversi e molto numerosi.
È difficile stilare una lista che sia specifica ed oggettiva di questi canali perciò descriveró quei momenti che sono stati importanti per me, nell'acquisizione di questa cultura.
Sicuramente la scuola e l'insegnamento hanno avuto un ruolo cardine: studiare la storia del mio paese e dei vari momenti storici che hanno portato alla formazione dello Stato è stato fondamentale.
La lettura di libri come quelli di Oriana Fallaci per me è stato molto affascinante.
Da cinefilo convinto, anche il cinema è stato essenziale nella mia acquisizione di un valore e una cultura nazionale, soprattutto parlando di vecchie pellicole come quelle di Rossellini.
Per non parlare poi dei mass media come giornali, televisione, pubblicità e tutto ciò che è quotidiano nella mia vita, come in quella di tutti gli altri.
Oltre alla scuola, all'apprendimento e all'acquisizione per via di televisione e quanto altro, c'è un canale molto importante che mi ha fatto sentire parte della mia nazione, la famiglia.
È un fattore che accomuna molti ragazzi come me, ma anche tante persone: i racconti dei propri genitori o dei propri nonni, sulla guerra o sui momenti specifici che hanno caratterizzato il nostro paese.
Per finire potrei citare lo sport, le olimpiadi e la nazionale italiana che infonde in tutti gli sportivi una cultura di appartenenza nazionale o la cucina del nostro paese con le varie ricette che la caratterizza.

Trincia Leonardo

Ciro Impinto ha detto...

Q.1) Secondo la mia esperienza personale di vita, la mia cultura nazionale è dovuta in primis alla vita quotidiana, ossia una serie di informazioni che tendiamo a dare per scontato, all’elaborazione poi di aspettative, come ad esempio nel girare in senso orario o antiorario il cucchiaino prima di bere il tè, immaginando quanto si sia amalgamato bene lo zucchero. La famiglia è un’altra componente importante al fine della cultura nazionale: vivendo in una famiglia che ha origini napoletane, sono sommerso dai simboli che i miei genitori mi danno, come la parlata (il dialetto), le tradizioni culinarie (parmigiane, casatielli, pastiere, gnocchi alla sorrentina ecc.) e la passione per il mare. Quest’ultima, in particolare, mi ha segnato particolarmente perché da piccolo facevo lunghe passeggiate in spiaggia con i miei genitori giù a Torre Annunziata e ricordo quanto fosse bello vedere in lontananza i pescatori sulle loro barche e vedere in lontananza l’isola di Capri. Un’altra componente che mi lega in modo “nazionale” al mio paese è senz’altro la letteratura italiana, che ho avuto modo di scoprire e studiare grazie alla scuola e alla mia passione per la lettura. In particolar modo, la lettura di “Quer Pasticciaccio brutto de Via Merulana” di Gadda mi ha fatto capire quanto importanti siano i dialetti e le tradizioni. In quell’opera ho ritrovato me stesso e il legame con il mio paese, che molto spesso è sottovalutato.

Fabrizio Vona ha detto...

LEZIONE 4
Salve Professore
Di seguito la mia risposta
Fabrizio Vona


Q1. Riflettete sulla vostra cultura “nazionale”, vale a dire su quali sono stati i canali che vi hanno portato a sentirvi “naturalmente” parte della vostra nazione. Ripercorrete alcuni momenti importanti di acquisizione della cultura nazionale, sia quella canonica, sia quella più libera.


Quando ho iniziato a sentirmi “facente parte della cultura italiana”?, quando ho iniziato a sentirmi “italiano” ?!
La prima cosa che mi viene in mente è il mondiale del 1982. Avevo 6 anni. Tutti in festa. Bandiere tricolori. Il grido assordante “Italia, Italia”. In questo momento mi ricordo che forse quella è stata la prima volta che percepivo l’idea che eravamo una “comunità”; una “comunità” che aveva giocato contro altri, contro altri giocatori che evidentemente dovevano far parte di un'altra “comunità”. Noi eravamo quelli che avevano la bandiera con quei colori. Si proprio quella Bandiera e quei Colori. E noi eravamo quelli che giocavano con la maglia “azzurra”, eravamo gli azzurri.
E poi a scuola. Lo studio della geografia e l’immagine della maestra che ripeteva che noi stavamo in Italia. Che noi vivevamo nel famoso “Stivale”. Abitavamo nello stivale perché eravamo italiani. E sempre a scuola durante lo studio della storia, ho scoperto che la nostra “Nazione”, con nostri colori, aveva fatto altre battaglie, ma stavolta non calcistiche: aveva fatto la guerra. La prima, poi anche la seconda. E poi i morti. Ero ancora piccolo ma mi colpì subito il numero dei morti. Non un numero preciso, ma il fatto che era un numero grande. La guerra. Noi, l’Italia, gli italiani, avevamo fatto la guerra. La guerra contro altri, contro altre Nazioni. Istintivamente pensai che “gli altri” erano i cattivi. Noi i buoni. Cosa può pensare un bambino?
Ora lo so che non sempre siamo stati buoni, anzi, ma il “concetto” del “noi” e del “loro” mi è rimasto dentro, come in tutti noi più o meno. Io sono Italiano mi sono detto ad un certo punto. Non so quando, ma sono sicuro che me lo sono detto. E questa cosa mi è subito sembrata naturale, evidente.
Poi mi ricordo di parenti che erano andati a vivere in altre “nazioni”, alcuni in Argentina, altri in Germania. Sentivo i discorsi, “stanno lontano”, in altri “posti”. E quando tornavano ogni tanto, gli si domandava “come sono i tedeschi” ? come si sta a Berlino ?. come sono gli “argentini”? e loro raccontavano.
Poi le immagini della televisione, i servizi che facevano vedere altre nazioni, altri luoghi.
E il mappamondo. Mi ricordo un mappamondo. Lo giravo e vedevo “tutto il mondo” e mi divertivo a vedere dove mi trovavo io: vedevo il piccolo stivale e dentro lo stivale il puntino che corrispondeva alla mia città: Frosinone.
Arrivano i primi viaggi all’estero. L’alimentazione. La cosa più difficile da trovare era la pasta. La pasta all’estero non c’è quasi mai. La pasta è “italiana”.
Se non ti fermi, se non ti fermi a pensare, è forte la convinzione che la “nostra cultura” è migliore. E’ migliore perché è nostra, è “mia”. Sui libri studi la storia della tua nazione, la sua religione, le sue bellezze; e poi studi gli altri, le altre nazioni che credono in un altro Dio, che hanno altre bellezze, che mangiano altre cose. Io sono italiano mi sono detto ad un certo punto.
Tra i momenti di acquisizione canonica potrei considerare: la Scuola, con lo studio della storia, della geografia, e quindi poi lo studio delle materie giuridiche e istituzionali all’università dove ho preso la prima laurea, lo studio del diritto romano e conseguentemente il nostro, lo studio della nostra costituzione, lo studio delle religioni.
Tra i momenti più liberi potrei citare i mondiali di calcio, il contatto e la conoscenza con persone straniere e le loro abitudini, i viaggi all’estero, ecc. Inoltre tra le acquisizioni c.d. “libere” ma in questo caso sarebbe più giusto chiamarle indotte inserirei la televisione e le sue “immagini”, la televisioni e i “significati” che ci propina.

ilaria ha detto...

ILARIA PESOLI
I canali che mi hanno portato a sentirmi naturalmente italiana sono vari, costanti, ma anche un pò confusi se devo distinguerli. Quello più ovvio è la scuola. In quest'ambito mi vengono in mente due materie che più di tutte sottolineano (e ci insegnano senza neanche esplicarlo) che siamo in italia e stiamo studiando la cultura italiana e sono la grammatica e la letteratura. Iniziamo a studiarle fin dalle elementari e il resto, poter studiare altre letterature, altre lingue, viene dopo quando sarà già naturalizzato il concetto di appartenenza e diversità. Questo mi porta all'altro canale: la famiglia. Non mi ricordo, onestamente, una tendenza a parlare di Italia e italiani, mi ricordo più un'inclinazione a parlare degli "altri" diversi quindi da un "noi" sottinteso e mai veramente espresso anche sotto forma di un semplice "siamo italiani quindi oggi...". E' certo vero che in famiglia si seguono delle usanze, che vanno dal pranzo domenicale con i parenti a cosa si mangia a Natale, ma riflettendoci non mi sono mai state dichiarate come usanze esclusivamente italiane (forse proprio perché profondamente naturalizzate); se non avessi mai messo piede fuori casa avrei anche potuto pensare che tutte le famiglie del mondo si riuniscono la domenica. Ci sono poi i mezzi di comunicazione. La televisione ci offre determinati canali e programmi (sapere che la sera ci sono i quiz, dopo cena i film, la mattina i cartoni), le celebrazioni di eventi nazionali (quindi un altro canale legato alla politica), film che hanno fatto storia che "non puoi non aver visto!!" anche se spesso i film in questione sono di 30 anni fa. Abbiamo poi le leggi ("siamo in Italia, non puoi.."), la religione (la presenza del Papa è un fattore importante che distingue storicamente il rapporto che in italia c'è tra politica e religione).Un altro canale potrebbe essere l'architettura, i monumenti che sono la visione concreta del nostro vivere in un paese che ha una storia ben precisa che l'ha reso quello che è. Per noi è normale vivere vicino al Colosseo. La musica (insieme al cibo) penso sia la cosa più sentita a livello culturale. Partendo dal fatto che la musica italiana è in italiano, che ha una sua storia, artisti immortali, canzoni che anche se uscite 50 anni fa ancora girano in radio perché sono care alle persone. Sono italiana è ovvio che io conosca "ma il cielo è sempre più blu" anche se ho 20 anni. Sono canali così onnipresenti che non ci si pensa ed è questa la loro funzione, però mi rendo conto di essere italiana quando mi metto a confronto con un "voi/loro" e lì sento l'appartenenza. Suppongo questo significhi che la naturalizzazione funziona molto bene.

Alessandra Marcelli ha detto...


ALESSANDRA MARCELLI
Q1. Riflettete sulla vostra cultura “nazionale”, vale a dire su quali sono stati i canali che vi hanno portato a sentirvi “naturalmente” parte della vostra nazione. Ripercorrete alcuni momenti importanti di acquisizione della cultura nazionale, sia quella canonica, sia quella più libera.

- Definire in poche righe come si acquisisca in modo naturale il concetto di nazionalità è difficile. Innanzitutto, il sentirsi parte di una nazione è un qualcosa che si acquisisce in modo quasi incosciente, senza accorgersene. La maggior parte delle cose che viviamo e guardiamo, quelle che sperimentiamo in vario modo, ci fa capire di esser parte integrante di un paese. Svegliarmi la mattina, ad esempio, guardando il solito programma mattutino, uscire di casa e leggere i nomi delle vie che si rifanno ai grandi personaggi della nostra storia, prendere il caffè in tazzina, osservare le automobili di simili modelli e simili colori, questo mi fa capire di essere in Italia.
Qualche tempo fa, infatti, sono stata all'estero e mentre ero sull'autobus, mi sono soffermata ad osservare le automobili che circolavano per la strada. Mi sono accorta che le macchine erano tutte uguali, di quelle vecchio stampo (mercedes anni '80, per intenderci). Ho poi riflettuto sul fatto che quelle automobili, qui in Italia, sono rare e in disuso. Altri momenti di acquisizione nazionale possono essere, ad esempio, l'osservare le insegne dei negozi, il tricolore in ogni dove, il cibo. La pasta come la pizza secondo me sono indici di nazionalità italiana: ormai sono ovunque nel mondo, ciononostante è evidente la differenza tra le originali e le riproduzioni. Ultimo esempio: era la finale dei Mondiali del 2006, avevo 11 anni. Io ed i miei amici eravamo tutti riuniti davanti al maxi-schermo del mio paese, la gente in festa con le trombette faceva il tifo. Poi la vittoria, siamo campioni del mondo. Tricolori ovunque, una bandiera gigante retta ai lati da quattro persone faceva da tetto alle macchine che le passavano sotto al centro della piazza principale, cori ed inno. Il calcio come lo sport in generale è, soprattutto in eventi come questi (ricordo la recente vittoria mondiale di Federica Pellegrini), un forte canale che mi porta a sentirmi naturalmente "italiana". Cito anche il referendum sulla Costituzione proposto da Renzi, l'Italia che va al voto, i cittadini che vogliono dire la loro sulla questione. Più in generale eventi di mobilitazione totale esprimono il senso più totale ed ampio di nazionalità.

Carolina Cristino ha detto...

Io sono italiana. Appartengo ad un “noi”. Questo “noi” è l’Italia. Ho sempre considerato il mio essere italiana come qualcosa di naturale, non mi ero mai soffermata a riflettere su come, invece, l’appartenenza ad una cultura si apprenda e quanto vari siano i canali attraverso cui quest’apprendimento avviene.
Sicuramente un grande ruolo nella mia formazione ha avuto l’influenza di mio nonno materno. Nel suo studio aveva un angolino dove c’erano una bandiera dell’Italia e una medaglia di guerra. Spesso mi prendeva sulle ginocchia e mi diceva che per lui era un onore avere quella medaglia in casa perché aveva combattuto per noi, per la sua famiglia, per l’Italia, che era la nostra nazione. Non capivo bene cosa fosse una nazione, ero piccola, capivo però che la mia famiglia, il mio paese, apparteneva ad un “noi” più grande. Un altro canale che mi ha permesso di acquisire consapevolezza della mia cultura nazionale è stata la scuola: le lezioni di storia, di geografia e nel 2011 la celebrazione dell’anniversario dei 150 anni dell’unità d’Italia. Il mio istituto aveva organizzato una grande manifestazione: c’erano bandiere ovunque, avevamo fatto disegni ed imparato a suonare l’inno di Mameli con il flauto. Eravamo italiani e per questo dovevamo partecipare a questo giorno di festa. Anche la mia prof alle scuole superiori ha avuto una grande importanza. Ci ricordava sempre che non dovevamo denigrare l’Italia, che dovevamo essere orgogliosi della nostra nazione. Altro strumento sono stati i viaggi. Avevo circa 8 anni ed andai in vacanza una settimana in Inghilterra. Mi chiedevo come mai, a differenza di tutti gli altri viaggi (ero stata sempre in Italia), la gente mi sembrava diversa: aveva diverse abitudini, mangiava cose “strane”… Erano diversi perché non erano italiani, come me.

Lisa Pavone ha detto...

Q1.
Racconto un episodio che mi è accaduto lo scorso venerdì sera:
nel palazzo contiguo al mio abitano i miei nonni ed il mio balcone si affaccia sul loro viale. Erano le 20.30 ed un'ambulanza si ferma proprio lì davanti. Il barelliere non fa in tempo a scendere dal mezzo che uno dei parenti annuncia che il signore, per cui avevano chiamato l' 118 (mi hanno insegnato appunto che non è il caso di dire 'il centodiciotto' altrimenti i bambini possono arrivare a digitare 10018, ma sarebbe meglio scandire 'uno uno otto'), non ce l'aveva fatta. Dopo esserci interrogate, io, mia madre e mia sorella, come tre pettegole, su chi poteva essere quella persona, mia mamma, abbassando la serranda della cucina, conclude così: "Chissà se domani Roberto rispetta la chiusura di un'anta del portone." Roberto è il portiere ultra cinquantenne peruviano di quello stabile e probabilmente non conosceva questa usanza, a me nota da circa 72 ore, segno di lutto e di commemorazione che in Italia sembra essere ricorrente. Il giorno dopo Roberto, ignaro di tutto, apre normalmente le due ante nonostante fosse stato il primo (anzi il secondo, dopo noi che eravamo in diretta!) ad apprendere la triste notizia. Al che uno dei condomini più anziani del palazzo gli si avvicina e gli spiega cosa prevedeva il buon uso, in queste circostanze, in Italia. Il portiere seraficamente risponde che in Perù non è previsto nulla di tutto ciò e che anzi, nel quartiere dove abitava, non esistevano neanche coloro che esercitavano il suo mestiere!
Ecco, dopo aver vissuto 22 anni senza sapere nulla come Roberto, posso dire che, a mio avviso, questo rituale rientri in un tipo di cultura nazionale libera come può essere anche il cenare tra le 20 e le 21, oppure il non festeggiare, per quanto mi riguarda, la festa di Halloween, o ancora l' esultanza dopo un gol della Nazionale agli Europei o ai Mondiali... Quanto mi sorprendevo, da piccola, nel vedere in televisione o dal passeggino, questa massa di persone tutte allegre e scoppiettanti e mascherate di blu e di bianco... Crescendo mi si è aperto un mondo!
Al contrario un tipo di cultura nazionale canonica è il canto dell'Inno di Mameli, ancora ricordo, argomento del terzo giorno di scuola delle elementari; o anche la Festa della Repubblica ricorrente il 2 Giugno; oppure, come descritto da Checco Zalone nel suo film 'Quo Vado?', il suonare il clacson freneticamente non appena scatta il verde al semaforo... a quanto pare ci caratterizza! Concludo con il bidet il cui uso, in molte parti del mondo che ho visitato, sembra essere davvero messo in discussione.

giulia lucia ha detto...

I canali che mi hanno portato a sentirmi parte integrante della cultura italiana sono innumerevoli. In primo luogo la famiglia é uno dei canali più importanti che fin da piccola mi ha trasmesso regole e valori italiani, appartenendo ad una famiglia con una mentalità mediterranea di origine pugliese che amava sottolineare la fortuna di essere nati in Italia. Un altro importante pilastro é senza dubbio la scuola, che fin dalle elementari attraverso la storia e la geografia ho imparato a studiare l'Italia dal nord al sud con tutte le sue caratteriste e inoltre tutti gli eventi storici che hanno colpito il nostro paese, e in seguito anche la letteratura italiana. Un terzo canale é ovviamente la televisione e i giornali che quotidianamente parlano delle leggi italiane e dei fatti di cronaca che avvengono in Italia. Un altro canale che potrebbe essere sottovalutato é lo sport in particolare il calcio attraverso cui tutti gli italiani si riuniscono allo stadio cantando con passione e amore il nostro inno.

Francesco Gazzini ha detto...

Q1 Sembra una banalità ma l'elemento culturale italiano che più mi influenza è la cucina: quando sono all'estero mi rendo conto di quanto sono lontano dall'Italia osservando cosa mangiano le persone intorno a me e rabbrividendo di fronte alle frequenti dissacrazioni di alcuni nostri piatti; al contrario, quando rientro in Italia, ritrovo con piacere tutte le nostre tradizioni. Con questo non voglio sminuire le altre culture ma solo evidenziare l'attaccamento che ognuno ha alle proprie abitudini e usanze.
Non seguo il calcio ma quando ci sono i mondiali tifo irrimediabilmente per l'Italia e anche questo contribuisce a farmi sentire parte di una nazione.

Carola Genovese ha detto...

Partiamo dal concetto stesso di cultura nazionale: per cultura nazionale si intende un insieme di tradizioni, nozioni, norme sociali, conoscenze pratiche e teoriche, valori, modelli, prodotti, atteggiamenti, che caratterizzano un popolo dotandolo di un peculiare senso di appartenenza. Fin da bambini siamo indotti a sentirci parte della nostra nazione e a considerare diversi tutti coloro che non condividono il nostro sapere appreso. Credo che la scuola sia uno degli ambienti attraverso i quali passi gran parte della nostra cultura, mi riferisco soprattutto alla cosiddetta scuola dell’obbligo: i programmi ministeriali si concentrano soprattutto su quanto concerne il nostro specifico patrimonio culturale. Si viene in contatto innanzitutto con gli autori della letteratura italiana, vengono studiate a memoria le poesie dei grandi poeti italiani, la storia viene studiata secondo un atteggiamento che potremmo definire "italocentrico", e la prima geografia con cui si viene in contatto è senza dubbio quella delle regioni italiane, studiate appunto sottolineandone l’appartenenza ad un blocco unitario, che è la nostra nazione. Anche l’insegnamento della religione cattolica è sentito come un fattore di coesione e come un valore identitario. A proposito di cultura nazionale mi è tornato in mente un episodio che riguarda la mia esperienza personale: in prima elementare mi fecero imparare l’inno di Mameli a ridosso della festa della Repubblica e ci esibimmo nel cortile della scuola cantando con la mano sul cuore. Gli anni dell’istruzione primaria costituiscono forse il momento più formativo e la scuola è il luogo in cui i bambini imparano per la prima volta di essere parte di una collettività. Attraverso la socializzazione poi, il bambino impara che esiste un codice etico di gruppo; se per la scuola parliamo di un’acquisizione canonica della cultura nazionale, il momento della socializzazione è un momento di acquisizione più libera, e il bambino apprende che ci sono delle norme comportamentali, degli accordi preventivi che consentono la comunicazione, delle convenzioni sociali che lo accomunano ai propri “simili”. Anche la famiglia è un importante canale di trasmissione di cultura, di credenze, di norme religiose che appartengono alla nostra nazione. E ancora i giornali, la televisione, la cultura mediatica hanno manipolato le masse inducendole a concentrarsi soltanto su ciò che riguarda il proprio Paese.

Federico Dinella ha detto...

DOMANDA 1: Ci sono innumerevoli canali che ci possono portare a sentirci parte della nazione a cui si appartiene, ma dal mio punto di vista il canale ci sono due canali fondamentali: la famiglia e la scuola. La famiglia perchè è stata capace di trasmettermi i valori e le idee della nazione in cui appartengo, in particolare i membri più anziani della mia famiglia (i miei nonni ad esempio) che attraverso i loro racconti del passato mi hanno fatto capire quanto veramente sia importante essere italiani. Un altro punto sempre riconducibile alla sfera familiare è sicuramente l'aspetto legato alla cucina, infatti, parlo dal mio punto di vista, ma sicuramente la maggior parte delle persone so che la potrebbe pensare come me, l'aspetto gastronomico è veramente importante soprattutto quando non si è abituati a mangiare determinate pietanze in determinati luoghi, ad esempio quando si affrontano dei viaggi non vediamo l'ora di "ritornare a casa" per poter rimangiare i "nostri" piatti che tanto mancano. Successivamente la scuola è stata altrettanto importante perchè dovendo affrontare un percorso di formazione di parecchi anni, abbiamo la possibilità di studiare tutte le le sfaccettature e tutti gli eventi che hanno caratterizzato il nostro paese: dagli eventi storici che hanno portato all'unificazione dell'Italia, allo studio della letteratura italiana e dei vari autori che hanno fatto la storia del nostro Paese, fino ad arrivare a tutt'ora dove, attraverso il percorso universitario che ho scelto, ho l'opportunità di studiare materie come ad esempio Diritto Pubblico che mi permette di capire come il nostro paese è organizzato mediante leggi e strutture politiche. Tutti questi aspetti mi hanno fatto e fanno tutt'ora sentire "naturalmente" parte della nazione a cui appartengo.

FEDERICO DINELLA

Luca Renzi ha detto...

Q1 CULTURA NAZIONALE:
Il primissimo contatto con la mia cultura nazionale, credo sia riconducibile alla religione di stato, cioè quella cattolica.
Sovente, in tenera età mi capitava di andare in chiesa con mia nonna e di prendere parte a tutti quelli che sono una serie di (riti) tipici della religione cattolica, il frequentare un centro di aggregazione fondamentale per la cultura del nostro paese come lo era la piccola chiesa di quartiere e nella stagione estiva la chiesa di paese, contribuirono indubbiamente a costruire un identità non solo culturale, ma anche nazionale.
Il secondo contatto, più intenso, si è verificato quando frequentavo la quinta elementare, al tempo ci diedero in regola, a tutti i ragazzi della scuola, una scatola di cartone con sopra il fregio della repubblica Italiana, all'interno della scatola c'era un CD con l'inno di Mameli, una bandiera Italiana ed alcuni opuscoli. In questa occasione mi sentì estremamente onorato, in particolar modo di aver ricevuto un tricolore che fosse mio, non un patrimonio condiviso con la famiglia, ma proprio un dono personale e inequivocabile per quella che era la mia mente all'epoca, ossia: lo stato qui rappresentato, appartiene anche a te, come se in questa bandiera sintetica ce ne fosse un pezzo tangibile.
Solo in età più matura mi resi conto dell'effettiva identità di uno stato e di un paese complesso ed estremamente poliedrico.
Legato più all'aspetto canonico potrei raccontare del crescente amore per l'arte e la letteratura che ha contribuito a modellare questa che oggi possiamo definire cultura nazionale, ma a mio avviso, le esperienze legate all'infanzia restano di gran lunga le più importanti e decisive.

alessia capotondi ha detto...

Alessia Capotondi

Quesito numero 1: Quali sono i canali che vi hanno portato a sentirvi naturalmente parte della vostra nazione?

Nel mio caso, il canale principale che mi ha portato a sentirmi "italiana" è sicuramente la famiglia. Il sapere culinario trasmessomi da mia nonna e da mia madre, ha instillato in me un forte senso di appartenenza, così come i racconti di mio nonno, un tempo un giovane talento della lotta greco-romana che nel primo 900, nelle competizioni che si svolgevano sul tappeto europeo, ha tenuto alto il nome degli italiani.
Un secondo canale è la scuola: lo studio della storia, di Giuseppe Mazzini, delle due guerra mondiali hanno forgiato in noi l'etichetta di italiani. La letteratura nel mio caso ha avuto un ruolo predominante: ricordo ancora con quanta enfasi la mia insegnante di italiano spiegò il Rinascimento, sottolineando come l'Italia funzionò da forza motrice nella rinascita della cultura europea.
Infine, menzionerei il cinema, a cui mi sono appassionata grazie al mio percorso universitario. Ho studiato, approfondito e imparato ad amare registi come Rossellini, Monicelli, Fellini, Visconti che con le loro pellicole hanno forgiato il cinema italiano, conducendolo negli anni 60, al suo periodo d'oro.

Tommaso ha detto...

Il primo momento in cui ricordo di essermi sentito italiano è stato da bambino: sulle ginocchia di mio nonno urlavo incitando Totò Schillaci, in quelli che più tardi compresi essere i mondiali di calcio. Per continuare la rassegna dei canali liberi di acquisizione dell’identità nazionale, ripenso alle serate davanti alla televisione a tifare per la squadra nazionale a Giochi senza frontiere. Per spostarci un po’ da tutto ciò che concerne il tifo, porto come esempio l’orgoglio che provai, e anche un briciolo di fastidio, nel vedere la Gioconda esposta al Louvre, oppure la rabbia provata a seguito delle dichiarazioni del ministro Alfano sul caso Regeni, risoltosi, per il momento, in un auditorio in Egitto in suo onore.
Per quanto riguarda i canali canonici ripenso alla lettera di convocazione alla leva militare (e al grande sollievo provato a seguito della mia riforma), oppure la recente integrazione del reato di apologia di fascismo anche sui social media, nonostante la sua scarsa efficacia mi ha fatto sentire italiano in quanto, da italiano, ritengo l’antifascismo un elemento fondante della nostra cultura.

Tommaso Olmastroni.

Davide Carapellotti ha detto...

I canali con cui si può arrivare ad acquisire la cultura nazionale possono essere molti e molteplici le cause, ma allo stesso tempo è difficile individuarle e sentire che sono quei canali che che diffondono la "nostra" cultura nazionale. Sin da bambini si viene abituati a fare determinate cose perché volute dai nostri genitori o dai nostri nonni, questi compiti assegnati sono parte di noi e sono stati parte integrante dei nostri familiari. L'andare in chiesa la domenica mattina , aiutare nelle faccende casalinghe la madre sono gesti che nel corso del tempo sentiamo come propri che diventano a far parte del nostro bagaglio e che poi continueremo a ripetere inconsciamente durante l'arco della nostra vita e che trasmetteremo a nostra volta ai nostri figli.. allo stesso modo di questi "canali" culturali in ambito familiare ne esistono altri che vanno ad identificare la cultura Nazionale che ci fanno sentire tutti fratelli, tutti membri di uno stesso gruppo unito.Nel corso della storia si sono stabilite usanze che sono diventate proprie della nostra terra. Alzarsi la mattina e bere del buon caffè , sapere che a quella precisa ora va in onda un tipo di programma, la passione per il calcio che va oltre ogni problema precedentemente accusato, il cibo che mangiamo qui, la "cordialità" delle persone che vivono con noi , tutti piccoli comportamenti , gesti e atti che non fanno altro che creare questa unione nazionale. Nel corso degli anni ho visitato molti posti esteri , e devo dire che la mancanza di quelle "usanze" culturali nazionali si faceva sentire.Un esempio lampante era la costante ricerca di un bar/ristorante italiano per prendersi anche semplicemente un caffè. Questa mancanza nel crescere la si viene a notare sempre più, poiché ci si sente sempre più legati al territorio dove si è cresciuti alle usanze che si sono adottate nel tempo ì e cambiare "cultura" che può avvenire semplicemente spostandosi da un paese ad una grande città non è facile. Personalmente ricordo momenti in cui da bambino vedovo mio padre guardare le corse di F1 o moto GP e non ero minimamente interessato, poi guardandolo sempre incollato alla tv durante le gare mi sono incuriosito ed è entrato a far parte di me questa abitudine. L'andare alla messa con i nonni è diventata abitudine solo che forse si sono invertite le parti ed ora sono io che porto loro visto l'età . la cosa che accomuna tutte queste esperienze è l'eta in cui vengono svolte, l'essere bambini, avere l'innocenza di chi vuole il mondo e la curiosità di chi vuole sapere il tutto è l'eta giusta affinché questi canali culturali ci pervadano della loro essenza

mariagiulia mattozzi ha detto...

Già da bambini ci sentiamo parte di qualcosa più grande di noi. Questo sentirci parte di un gruppo però ci sembra una cosa completamente naturale e innata. Soltanto ora mi accorgo che invece non è assolutamente così. Per farci sentire parte di una una nazione agiscono fin da piccoli, nel mio caso specifico, la famiglia. Essa ci trasmette i valori fondamentali e le idee della nazione. Poi c'è la scuola dell' obbligo che si impegna ad insegnare tutta la storia italiana, ad insegnare l'inno nazionale che è ciò che ci fa sentire italiani! Nel mio caso mi fa sentire italiana anche la buona cucina, i cannelloni fatti da nonna e i pranzi domenicali con tutta la mia famiglia. E anche andare la domenica mattina in chiesa con mamma papà e mia sorella, abitudine che poi ho perso nel tempo.

Dell'Orco Alessandra ha detto...

Dell'Orco Alessandra
Il primo contatto con la mia culturale nazionale credo di averlo avuto grazie alla mia famiglia. Grazie a quella tradizione che tutti gli italiani hanno: vedere tutti insieme le partite dei mondiali. Nonostante fossi molto piccola ricordo la gioia nell'imitare tutti mentre mettevano la mano sul cuore per cantare l'inno di Mameli. E nonostante non avessi neanche idea di cosa significavano quelle parole ricordo che le cantavo con tanto rispetto e con tanto onore.
L'altro canale che mi ha fatto acquisire la consapevolezza della mia cultura nazionale è la scuola. Partendo già dal fatto che la prima cosa che vedendo entrando a scuola erano i colori della nostra bandiera esposta fuori, e ricordo che ogni volta che passavo davanti a una scuola che non era la mia la prima cosa che facevo era proprio vedere se fuori ci fosse esposta quella bandiera, e ogni volta ero felicissima nel vederla appesa. La scuola ha influito anche secondo dal punto di vista scolastico: la prima cosa che si studia quando si fa geografia è proprio l'Italia. Inizi a studiare la geografia, la letteratura e la grammatica fin dalle elementari e tutto il resto viene insegnato dopo. Anche la religione ha un ruolo importante in quanto a scuola una delle prime cose che viene detta è: "noi siamo italiani e la religione in Italia è il Cattolicesimo".

Alessia Mauri ha detto...

Essere “italiani” sembra una cosa naturale ma in realtà è un fatto culturale, è qualcosa che abbiamo imparato. Non sappiamo bene quando l'abbiamo imparato, quando abbiamo iniziato a sentirci italiani e a distinguere “noi” dagli “altri”, ma nel corso della nostra vita, abbiamo acquisito una cultura nazionale.
Tra le cose che mi fanno sentire italiana, la prima è la “nostra” cucina. In Italia abbiamo la pasta e la pizza, e non importa se con la globalizzazione la pizza si trova ovunque, perché la “nostra” è più buona, gli “altri” non la sanno fare; (spesso) quando torniamo da un viaggio all'estero raccontiamo ad amici e parenti di quanto si mangi male “lì”.
Poi c'è lo sport a farmi sentire italiana: le olimpiadi e i mondiali di calcio cosa sono se non un “noi” contro gli “altri”? Ma anche a scuola, alle elementari, mi hanno insegnato che il mondo è diviso in nazioni e che la “nostra” nazione è l'Italia; noi siamo italiani, abbiamo la bandiera tricolore e l'inno di Mameli. L'acquisizione della cultura nazionale passa anche attraverso la televisione e in particolare attraverso i telegiornali. Quando c'è un attentato ci viene subito detta la nazionalità delle vittime, ci viene detto se sono morti anche degli italiani. Ma perché la morte di un italiano (che non conosciamo) dovrebbe turbarci di più della morte di un marocchino, albanese, inglese, tedesco ecc. (che non conosciamo)? Perché bisogna specificare che tra le vittime ci sono tot italiani e non, invece, che ci sono tot inglesi? Perché siamo in Italia e quindi è normale (ci sembra normale) specificare la nazionalità degli italiani; perché dovremmo specificare quella degli “altri”?

Alessia Mauri

Giulia Bonsangue ha detto...

1) La cultura nazionale è quel patrimonio condiviso da chi fa parte di una stessa determinata nazione. Siamo italiani per tutte quelle caratteristiche tipiche della cultura italiana, che vanno dalla dieta mediterranea all’espresso fatto con la moka, dalla gestualità accentuata e tipica in parecchi contesti all’applauso al pilota che fa un buon atterraggio, dal tifo acceso durante i mondiali di calcio a quello nelle varie discipline sportive in gara durante le olimpiadi. Essere italiani significa essere parte integrante di tutti quei meccanismi quotidiani che avvengono nel nostro paese, significa portare avanti le tradizioni più antiche, come ad esempio la preparazione particolare di un formaggio o la lavorazione artigianale del vetro, tramandate da centinaia di anni. È quella cultura appresa nel quotidiano, quasi inconsciamente, e che negli anni si consolida attraverso la famiglia, gli amici, la scuola, il cinema, la letteratura, le commemorazioni e le manifestazioni nazionali, la tv, i giornali e in generale quei mezzi di informazione che trattano specificamente la cultura di un paese e i suoi aspetti tipici. Per ognuno di noi sicuramente varia il modo in cui abbiamo appreso e consolidato la cultura italiana; personalmente il momento in cui ho preso coscienza “ in concreto” della mia cultura nazionale (di conseguenza assodandola) è stato durante l’erasmus in Spagna, quando mi sono confrontata con una cultura diversa dalla mia che per contrasto ne ha fatto risaltare tutte specificità sulle quali non mi ero mai soffermata a riflettere, perché le ho sempre date per scontato essendo parte integrante della mia routine/vita.

Giulia Eleuteri ha detto...

Ho sempre considerato il sentirmi italiana come una parte costitutiva di me e non mi sono mai soffermata ad analizzare i meccanismi che mi hanno portato a considerarmi tale. Sicuramente un primo canale di acquisizione è passato attraverso la mia FAMIGLIA. Cito un episodio della mia storia personale che ha caratterizzato anche molti coetanei: mi ricordo chiaramente che da piccola preferivo Halloween al Carnevale ma che i miei genitori erano restii all’idea di assecondarmi su una festa che non fosse “italiana”. Sono inoltre cresciuta in una famiglia di commercianti e quindi circondata in negozio da vestiti rigorosamente di marche nostrane (non a caso la ditta dei miei si chiama proprio “Italian style”). Questo genere di esempi ha sicuramente introiettato in me la consapevolezza di essere italiana per opposizione a ciò che “italiano non è”.
Un secondo canale è sicuramente la SCUOLA: è lì che come spugne assorbiamo tutto ciò che è intrinsecamente nazionale. La nostra storia, la nostra geografia e in qualche modo i nostri costumi sociali ci sono impartiti da questa istituzione. Alle elementari una delle prime cose che ci insegnano è cantare il nostro inno. Impariamo dell’esistenza di personaggi illustri che hanno reso “l’italianità” un vessillo culturale anche all’estero: Leonardo da Vinci, Michelangelo, Galileo Galilei, Dante Alighieri ecc
Anche i MEZZI DI COMUNICAZIONE hanno un ruolo cruciale nel plasmare e riplasmare l’identità italiana: penso non solo ai telegiornali ma anche ad esempio ai talent show sempre più spesso basati sulla gastronomia (Masterchef, Cucine da incubo) o sul bel canto (Amici, The voice) primati per così dire nostrani. Credo che anche le pubblicità abbiano un funzione preponderante: pensiamo agli innumerevoli spot di prosciutti e tortellini che insistono sull’immagine del nostro paese come culla del buon cibo.
Lo SPORT è un altro fattore che crea una sorta di collante: anche se non tifo calcio più volte ho guardato le olimpiadi in tv sperando che gli azzurri si facessero valere.
Ugualmente il nostro PATRIMONIO ARTISTICO ha un ruolo incisivo: penso all’altare della patria o alla Cappella Sistina. Chi di noi non sente intrinsecamente italiane queste cose?
Le reputiamo talmente peculiari da sentirci in qualche modo defraudati dal fatto che la Gioconda si trovi in Francia e non sul nostro suolo.
Tirando le fila del discorso consideriamo il fatto che la nostra cultura italiana sia condivisa da tutti i suoi membri come una banalità, un qualcosa di talmente inconfutabile su cui non si deve neanche riflettere. In realtà non c’è nulla di naturale in tutto questo ma è un qualcosa che abbiamo appreso per via formale/informale inseriti all’interno della nostra quotidianità e nel nostro contesto politico. Il rischio è quello di diventare schiavi dello stereotipo che abbiamo assorbito. Si rimarca sempre quanto definire i confini dell’Italia unita sia stata una grande conquista per noi, una conquista per giunta tardiva. L’antropologia culturale ci fa riflettere però anche sulle conseguenze che questi confini tra gli stati e tra le culture stanno determinando al giorno d’oggi.
Giulia Eleuteri
Lettere
0230674

Federica De Matteo ha detto...

Fin da piccoli ci viene trasmessa cultura inconsapevolmente e stesso il mittente non sa cosa ci voglia far conoscere perchè lui stesso ha appreso,precedentemente,in modo automatico.Quello che si reputa importante è dare un senso di identità,di sicurezza.Così i confini,che separano uno Stato con un altro,assumono carattere fisico e morale,diventano quella linea oltre la quale perdiamo padronanza della nostra storia.Nella cultura italiana,nella quale sono cresciuta e che mi hanno raccontato,ritrovo nella musica: Pavarotti,Battiato,De Andrè,Battisti,De Gregori,il festival di Sanremo.Nel cinema:Alberto sordi,Totò,Fellini,V.De sica.E così vale per la letteratura,per l'arte che ti insegnano a scuola,per le passeggiate che fai in famiglia nel weekend al centro di Roma,per il cibo che mangi.Ci insegnano ad apprezzare lo Stato in cui viviamo,ci raccontano il suo trascorso quasi come fosse un'entità solida,mettendola così a confronto con le altre.Ci dicono che siamo nati in Italia e per questo italiani,anche se in realtà quello che ci fa sentire tali non è il luogo dove nasciamo,ma le cose che apprendiamo e riconosciamo proprie,solo,alla nazione in questione.

Alice Dionisi ha detto...

I primi contatti con la cultura nazionale sicuramente non penso di ricordarli, perchè riflettendo sull'origine del mio sentimento di appartenenza alla Nazione, molte cose le ho date così per scontate (attraverso, proprio come detto a lezione, stereotipi vari) che non saprei identificarne la (prima) sorgente esatta.
La scuola, così come la famiglia, hanno senza dubbio sempre contribuito all'acquisizione canonica della cultura nazionale: sentendo raccontare, leggendo e studiando la storia del nostro Paese mi sono sempre sentita in qualche modo più legata di prima al territorio, alla sua gente e alla nostra tradizione. Ma ancora, per me che sono appassionata dell'arte in tutte le sue forme, i grandi artisti italiani (scultori, pittori, registi, attori...) sono sempre stati grande fonte di orgoglio, che personalmente riconosco come uno dei principali fautori dell'acquisizione e del coinvolgimento nella cultura italiana. Anche la passione per la moda e la consapevolezza che le più grandi firme mondiali sono italiane possono certamente ricondursi a questo discorso.
Come molti altri sono sicura di riconoscere nel calcio uno dei più palesi canali di acquisizione libera: ricordo che durante i mondiali di calcio del 2006 mentre ero in macchina per le strade della città mi divertivo a contare le bandiere italiane esposte sui terrazzi in tutti i quartieri e mi sorprendevo nel contarne sempre a centinaia, per quanto fossi ancora piccola e non ne capissi ancora molto, chiesi a mio padre di comprare una bandiera e una maglietta della nazionale anche a me per sentirmi parte di quella grande festa. Ricordo di aver visto la partita di semifinale mentre ero fuori casa per un piccolo viaggio con la Chiesa e con oltre duecento tra bambini e ragazzi ci ritrovammo a vedere la partita su di un piccolissimo schermo, bambini seduti sulle ginocchia dei ragazzi e catechisti che si divertivano insieme a noi, a partita finita eravamo tutti ugualmente felici e fieri. Quando vincemmo la finale, mio padre portò me e mia sorella in giro per le strade di Roma e sventolando la mia nuova bandiera, così come altre migliaia di persone, mi sono davvero sentita italiana. Il senso di appartenenza sviluppatosi era coinvolgente al punto tale da dimenticarci delle parolacce rivolte al ragazzo ora seduto accanto a me durante il derby qualche mese prima o da festeggiare anche insieme al vicino di casa sempre rumoroso, col suo dialetto diverso dal mio e con il quale mamma discuteva sempre perchè non poteva passare l'aspirapolvere dopo le 9 di sera. Per un'estate intera, grazie al calcio, ci siamo un po' tutti sentiti italiani.

Matilde Tramacere ha detto...

Q1. Pensare a quali canali mi hanno portato a farmi sentire italiana mi risulta stranamente difficile. Forse perché sono cresciuta con una madre francese che mi ha trasmesso tanto della sua patria e che ha fortemente influenzato i miei gusti nel cibo, nella musica e nell’arte. Molte delle mie abitudini, passioni, conoscenze tendono ad avere, quindi, una doppia identità, una francese e una italiana. La cosa che però più mi fa sentire italiana è la lingua. Non essendo totalmente bilingue, trovo nell’italiano una sicurezza confortante che nessun altra lingua che padroneggio riesce a trasmettermi. La facilità e tranquillità con cui lo uso per me sono il segno più evidente della mia appartenenza a questa nazione. Anche la scuola, con i suoi programmi strutturati per raccontare la storia, l’arte e la geografia italiana è stata un canale scontato quanto importante per trasmettermi la mia sensazione di appartenenza. Tutta le prime nozioni che ci vengono insegnate, al di là di quelle scientifiche, hanno una forte connotazione nazionale e di certo influenzano molto la nostra crescita e identità. Un altro canale significativo è stato per me il cinema. Il cinema italiano mostratomi da mio padre, quello delle commedie di Totò o del grottesco di Fellini e Petri, è stato un importante elemento per la mia crescita culturale. Uno dei momenti della mia vita in cui più ho sentito l’orgoglio italiano è stato infatti durante la 86esima edizione degli Oscar, quando la Grande Bellezza ha vinto il premio come miglior film straniero.
Matilde Tramacere

Alessio Bernabucci ha detto...

Nelle mie varie esperienze all’estero, conversando con altri italiani o stranieri, ho avuto modo di riscontrare come sia presente una “cultura nazionale” che si manifesta in maniera occulta agli occhi dei più, perché, facendo parte di esperienze di vita quotidiana, sembrano ciò che di più “naturale” possa esistere.
Vi è infatti un canale canonico, quasi istituzionale, di plasmare l’identità italiana, costituito da festività che ricordano la storia della Patria (Festa della Repubblica, Festa della liberazione…), la musica (Inno di Mameli…), lo sport ) dai mondiali di calcio alle gare di nuoto di Federica Pellegrini o Filippo Magnini), il cibo (per cui ogni italiano è “pasta, piazza, spaghetti”) e la lingua e la letteratura italiane che ci vengono insegnate dalla scuola.
Ma convive anche un universo parallelo di usanze non scritte, norme celate e abitudini quotidiane che condivide l maggior parte degli italiani che paiono caratterizzanti della nostra cultura, se non addirittura necessarie per potersi identificare tali. All’estero infatti tutti noi italiani restiamo sconvolti dagli orari in cui sono soliti consumare i pasti gli stranieri e intraprendiamo una crociata contro la cena alle 17 o la colazione con le patate e le salsicce, perché è “naturale” pranza alle 13 e cenare attorno alle 20 e mangiare per colazione cornetto e cappuccino.
Tutti noi italiani ci coalizziamo contro l’efferata barbarie della mancanza del bidet in molti nazioni straniere.
Raccontando una mia esperienza personale, questa estate, dopo avermi sentito rispondere al telefono, un ragazzo irlandese mi ha domandato per quale arcana ragione noi italiani, anziché salutare l’interlocutore con un accogliente “Ciao”, utilizziamo come prima parola “Pronto”. Intervenne immediatamente un ragazzo italiano con cui mi trovavo, che replicò che “In Italia si fa così”.
Alessio Bernabucci

michela fiorini ha detto...

Michela dice..
Per cultura nazionale si intende lingue,tradizioni,cibi,canti,balli,eventi del passato e altro ancora,che rendono il nostro paese quello che oggi è.
Tale cultura la si apprende tramite libri,musei,televisioni,giornali,internet…ma soprattutto per mezzo della quotidianità:
passeggiare tra gli scorci del proprio paese e visitare le sue meraviglie è cultura nazionale;
ascoltare i racconti dei vecchietti seduti davanti casa è cultura nazionale;
riuscire ad assaporare i sapori e saperi locali è cultura nazionale.
Il canale però, che per eccellenza riesce a trasmettere la cultura nazionale,resterà sempre la FAMIGLIA.
In particolare i nonni,che con i loro ricordi riescono a documentarci in maniera dettagliata le vicende accadute 50/60 anni fa:le condizioni in cui vivevano,la guerra,la politica e il pensiero del tempo.
E’ proprio così che io ho appreso la mia cultura nazionale.
Da piccola avevo mia nonna che mi insegnava a fare le “orecchiette pugliesi”,mia mamma che cercava di non farmi condizionare dalla parlata dialettale di mio nonno,mio padre che ci portava a girare l’Italia cercando ogni volta i posti più interessanti… e mio fratello che mi insegnava l’inno nazionale.
Ogni volta che sento risuonare l’Inno di Mameli è sempre una nuova emozione e sentirlo cantare all’interno di uno stadio,all’inizio di una manifestazione o cerimonia o alla premiazione di qualche nostro fenomeno nazionale mi fa venire sempre la pelle d’oca.
E’ una gioia appartenere ad una nazione, specie a quella italiana.
Questo per me è cultura nazionale:APPARTENENZA.
Sentirsi parte di un qualcosa,fisico o astratto che sia,è un piacere a cui l’uomo non riuscirà mai a farne a meno..
A parer mio sentirsi parte integrante di un gruppo rientra in quella serie di realizzazioni personali che riescono a far acquisire maggiore sicurezza e consapevolezza ad un individuo.

lucy ha detto...

Quando mi chiedono da quale parte del mondo provenga, spesso, mi viene naturale rispondere: “dall’Italia!” e non “da Roma”, sebbene credo essa sia una delle città più conosciute in assoluto. Credo che questo atteggiamento naturale derivi dal fatto che noi italiani, seppur vivendo in tante realtà differenti, sentiamo di appartenere tutti alla stessa “terra madre”. Sono nata e vissuta in Veneto da padre calabrese e madre abruzzese, sono cresciuta a Roma e credo, dunque, di essere l’esempio lampante del fatto che si può essere italiani per via di tanti fattori. Per me Italia è la pizza, la carbonara, la n’duja, la polenta, il discorso del presidente della Repubblica a fine anno, i mondiali di calcio, le lenzuola stese dalla finestra, il grande cinema e tutto ciò che ci rende quel paese meraviglioso che siamo; meraviglioso perché capace di abbracciare tante piccole sfumature e da sempre in grado di accettare la diversità e la novità.

Elena Carnevale

Giorgia Papasidero ha detto...

GIORGIA PAPASIDERO
RISPOSTA 1
I canali che mi hanno portato a sentirmi “naturalmente” italiano sono stati moltissimi.
Il primo momento incisivo per la costruzione della mia cultura nazionale è stato: la lingua (acquisizione canonica per eccellenza); quando ho imparato l'italiano ho cominciato a sentire che la gente parlava come me, che quelle persone erano simili a me. La mia famiglia parlava in italiano, le persone per strada parlavano in italiano, i miei compagni a scuola parlavano in italiano, perché erano tutti italiani e sapevo perfettamente che quelli che invece l'italiano non lo parlavano non erano italiani e non li capivo. Mio padre parlava al telefono a volte in lingue (a quel tempo) sconosciute e io gli chiedevo perché parlasse così, lui mi diceva perché non parlava con italiani ma con stranieri.
Poi incominciò l'acquisizione dell'inno di Mameli, il “nostro” inno, che non capivo bene che diceva ma sentivo ripetere Italia e la maestra mi diceva che era il “nostro” inno, l'inno degli italiani e allora ne ero convinta. Quella canzone eravamo noi.
Fu l'anno dei Mondiali e l'Italia giocava (acquisizione libera), l'inno tanto incompreso pian piano cominciavo a capirlo:

"Raccolgaci un'unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l'ora suonò."

Capivo che anche io ero parte di quel Mondiale, capivo che giocava l'Italia e tutti noi italiani eravamo felici, cantavamo a squarciagola persino qualcuno si alzava con la mano sul petto quasi commosso.
Era importante per noi quell'inno, ci riusciva (come le parole volevano) a far “fonderci insieme”.
Cominciai pian piano a far caso a quello che era parte integrante dell'Italia, la cucina di nonna, unica, come quello di tutte le altre nonne dei miei amici... “gli italiano sono i più bravi a cucinare”, anche nelle altre parti del mondo lo dicono, è proprio così, siamo i migliori a cucinare. Gli altri non sono bravi, lo dice anche la televisione, lo dicono i miei genitori durante un viaggio all'estero.
Crescendo iniziai a viaggiare sola, piccolissima andai in America in New Jersey, sentivo parlare italiano e mi rincuoravo perché a volte mi sentivo sola. Sapevo che quegli italiani erano “fratelli”, gli altri no, non erano fratelli, non erano italiani.
Un altro esempio di acquisizione canonica che mi fece sentire parte di una nazione fu lo studio della storia italiana e della geografia, quello stivale era casa mia.

Tutto ciò che era legato all'Italia cominciò a diventare “unico”, “speciale”, “mio”, ed è facile rimanere legati a questa idea di nazionalismo quando non si hanno gli strumenti giusti, quando non si riflette, quando non si esce dagli stereotipi e dai pregiudizi che fin da piccoli acquisiamo in un modo o nell'altro.

Giorgia Giovannini ha detto...

Q1) Non credo di essermi mai posta un quesito del genere negli anni passati, sarà per il fatto che ho sempre accettato passivamente l’idea di essere italiana: nata sul suolo italiano, da una famiglia italiana con atteggiamenti tipicamente italiani, parte integrante dello “stivale”. Sin da bambini siamo indotti a sentirci parte di un NOI non definito che ci porta ad essere distinguibili da un LORO che non condivide le nostre idee e tradizioni. La scuola è sicuramente un canale rilevante che ha agito in questa direzione: come dimenticare le recite a ridosso della festa della Repubblica in cui le maestre ci facevano esibire nel cortile scolastico cantando l’Inno di Mameli, ovviamente mettendo una mano sul cuore, come se questo atto fosse in qualche modo leggibile in chiave spirituale. Sentivo di essere Italiana quando vedevo le frecce tricolore sorvolare i cieli di Roma, quando mangiavo il mio cibo preferito in famiglia o alla sagra del paese alle porte di Roma, quando studiavo storia dell'arte e prendevo nota di quanto POTEVAMO essere grandi. Più che un insegnamento di ciò che caratterizza la nostra cultura nazionale, purtroppo è stato (e continua ad essere tutt’oggi) un processo in direzione di “perché LORO non sono come NOI”. Ancora non capisco questo “culto” della diversità, come se fossimo migliori degli altri grazie al nostro piatto di pasta, fetta di pizza, brand nel campo della moda, ecc.… d’altronde, non hanno anche gli altri un inno da cantare nel cortile della scuola? Una famiglia con delle tradizioni da trasmettere? Qualcuno da tifare ai giochi olimpici o ai mondiali di calcio? Un piatto tipico da preparare per il pranzo della domenica?
Giorgia Giovannini

Sara Spada ha detto...

Tra i canali che mi hanno portato a sentirmi naturalmente parte della mia nazione, quella italiana appunto, vi è sicuramente e ,in primis, quello della scuola. Lo studio fin da bambina di poeti, autori e storici italiani ha senz'altro accresciuto in me il senso di appartenenza e di ammirazione per la mia nazione. Tra gli altri canali vi è poi ovviamente quello della famiglia, della cucina e della religione. Sono per me collegati perché ho avuto, ed ho ancora, la fortuna di godere di due nonne con le quali fin da piccola ho imparato i segreti per la preparazione di una buona pasta fatta in casa e ,perché, mi hanno trasmesso quei valori cristiani con i quali mi troverò a fare i conti per tutta la vita. Un altro canale che sicuramente ha influito è quello sportivo. Sono amante del calcio e l’amore per questo sport emerge maggiormente quando la nazionale italiana è coinvolta in competizioni internazionali.

Sara Spada

Maria Spinella ha detto...

Maria Spinella
Q1: Vi sono diversi canali che portano un individuo a sentirsi parte integrante della propria cultura. Facendo riferimento alla mia esperienza personale, potrei dire che sono due gli elementi che hanno fatto in modo che io mi sentissi una cittadina italiana: la scuola e la famiglia. La scuola, dà la possibilità ai discenti di venire a conoscenza della storia e della geografia dell’Italia. Molti programmi ministeriali tendono a concentrarsi maggiormente, soprattutto nei primi livelli, sulla conoscenza dello Stato di appartenenza. In questo modo sono venuta a conoscenza delle regioni italiane, delle battaglie storiche o delle merci vendute e prodotte in Italia. Nella stessa posizione: la famiglia. Ad essa devo la conoscenza del dialetto del mio paese natio, dei cibi, delle canzoni del territorio in cui sono nata. Vi sono senz’altro altri canali quali il cinema: fin da piccola guardavo i cine panettoni o i film di Totò. La musica italiana: Adriano Celentano, Gianni Morandi.

Sara Spada ha detto...

Tra i canali che hanno portato a sentirmi naturalmente parte della mia nazione, quella italiana appunto, vi è sicuramente e in primis, quello della scuola. Lo studio fin da bambina di poeti, autori e storici italiani ha senz'altro accresciuto in me il senso di appartenenza e di ammirazione per la mia nazione. Tra gli altri canali vi sono poi ovviamente quello della famiglia, della cucina e della religione. Sono per me collegati perché ho avuto, ed ho ancora, la fortuna di godere di due nonne con le quali fin da piccola ho imparato i segreti per la preparazione di una buona pasta fatta in casa e ,perché, mi hanno trasmesso quei valori cristiani con i quali mi troverò a fare i conti per tutta la vita. Un altro canale che sicuramente ha influito è quello sportivo. Sono amante del calcio e l’amore per questo sport emerge maggiormente quando la nazionale italiana è coinvolta in competizioni internazionali.

Sara Spada

Letizia Del Gizzi ha detto...

Q1: uno dei canali che mi ha portato a sentirmi parte della mia nazione è sicuramente la famiglia e anche la scuola. Tramite la mia famiglia ho potuto apprendere le tradizioni della cultura italiana e in particolare le tradizioni abruzzesi. Le prime cose che ricordo sono i pomeriggi passati con mia nonna a preparare pasta all'uovo e dolci tipici, mio nonno di 94 anni che fin da quando sono piccola racconta a me e mio fratello il suo vissuto della Seconda Guerra Mondiale quando è stato fatto prigioniero in Germania e poi in Grecia raccontandoci ciò che ha vissuto, quando gli hanno sparato alla gamba e come è sopravvissuto alle diverse influenze e malattie che si prendevano i soldati. Altro canale è la scuola con lo studio degli autori/poeti italiani e del loro vissuto, lo studio della geografia andando a conoscere il territorio e la storia con i diversi avvenimenti accaduti in Italia o che hanno interessato l'Italia.
Pensando ai viaggi che ho fatto all'estero mi viene in mente la semplicità di un piatto di pasta o della pizza che ti fanno sentire subito a casa anche solo guardando questi cibi pur essendo da tutt'altra parte

Marta Grant ha detto...

Q1. Tantissimi sono i canali che mi hanno portato a sentirmi italiana. Innanzitutto un canale canonico è sicuramente quello scolastico. Ho acquisito parte della cultura italiana a scuola, in particolar modo durante le lezioni di italiano in cui si leggeva la Divina Commedia di Dante o La ginestra di Leopardi o durante le lezioni di storia quando ho studiato l’unificazione italiana.
Un ulteriore canale più libero che plasma l’identità italiana è costituito dallo sport e dal cibo (pizza e spaghetti). Ho sperimentato infatti un forte senso di appartenenza alla mia nazione durante i mondiali di calcio del 2006 durante i quali tutta la mia famiglia si è riunita per guardare insieme la partita e durante l’inno nazionale sentivo un forte senso di euforia. Inoltre sento di appartenere ad un “Noi” che si contrappone ad un “Loro” soprattutto quando guardo le Olimpiadi e mi ritrovo a tifare per gli italiani anche negli sport che non mi appassionano.
Infine giudico rilevante un altro ambito, a me molto caro, attraverso cui ho acquisito la cultura nazionale, ovvero l’arte. Spesso mi sono ritrovata ad elogiare l’arte italiana, l’incredibile bravura di Raffaello, Leonardo, Michelangelo, Canova cercando di accentuare la loro grandezza a discapito di altri artisti stranieri.



Marta Grant
Matricola: 0230643
Scienze dell’educazione e della formazione

Giulia Testani ha detto...

Riflettendo sulla mia cultura "Nazionale" i canali che mi hanno portata a sentirmi "Naturalmente" parte della mia nazione sono stati differenti.
Innanzitutto sentirsi parte di una nazione è qualcosa che si acquisisce quasi inconsciamente.
Sin da piccola mio nonno mi parlava della guerra, quella guerra che lui aveva combattuto in prima persona, che lo aveva portato lontano da casa con quel tricolore cucito sul petto ma soprattutto nel cuore.
Con il passare degli anni quando dovevo acquisire argomenti e prepararmi per i vari compiti ed interrogazioni di materie come storia, letteratura e geografia chiedevo sempre a lui di aiutarmi dato che arricchiva ogni argomento riguardante la nostra nazione con accuratezza ma anche "Criticità" dato che secondo lui "Mettere in dubbio" determinate cose era sinonimo di movimento e progresso.
I momenti strettamente canonici per l'acquisizione della cultura nazionale sono stati l'apprendere eventi storici e date cruciali della nostra storia, visitare musei che possiedono fisicamente ciò che eravamo ed in parte siamo, visionare documenti dell'istituto Luce.
In maniera un pò più libera quest'acquisizione è avvenuta in ambito familiare sostenendo, ad esempio, la nazionale italiana di calcio che ci ha sempre fatto riunire sia in famiglia che con gli amici, magari davanti ad una buona pizza fatta in casa e bevendo una "Nastro Azzurro" che come diceva la pubblicità "Il talento italiano è senza confini" oppure sempre a livello sportivo sostenendo la rossa di Maranello, emblema della nostra nazione in tutto il mondo, o ancora tifando per il dottore più famoso d' Italia, quello che impenna a tutto gas, magari in sella alla rossa di Borgo Panigale altro "Gioiellino" del nostro paese.
Per concludere questo percorso di riflessione sulla nostra cultura "Nazionale" posso affermare che mi sono "Naturalmente" sentita parte di questa nazione soprattutto durante i miei viaggi all'estero.
Con orgoglio ho sempre affermato di essere italiana, ho fatto ascoltare la nostra musica partendo dal grande Guccini, passando per Battiato fino ad arrivare al rocker di Correggio con il suo ultimo album "Made in Italy".
Ho preparato i nostri piatti, quelli che la nonna, giorno dopo giorno, tenta di insegnarmi al meglio.
Ho tenuto con me le foto della mia vita ovvero quelle delle estati in Sardegna e degli inverni in Trentino.
Ho fatto conoscere il mio paese attraverso tutto ciò che mi ha sempre caratterizzato.
Nonostante ciò sono sempre rimasta aperta al conoscere nuove culture, all'ascoltare ed apprezzare la loro musica e cucina e tutto ciò che poteva sembrare "Lontano e diverso".
Ad oggi posso affermare che sì mi sento italiana ma anche molto abitante del mondo.

GIULIA TESTANI

Manuele Margani ha detto...

MANUELE MARGANI

Il bello della parola "naturalmente" sta proprio in quelle sorgenti di acquisizione indiretta di informazioni che fanno parte di tutti noi. Abbiamo voluto classificarle come canoniche e libere;Ebbene cosa c'è di più canonico dell'insegnamento scolastico dove abbiamo imparato ,Oltre alla natività della nostra lingua,la storia della nostra nazione,fra alti e bassi,la fatica e i sacrifici a cui ci siamo esposti per essere ore liberi di essere ciò che siamo! Ma oltre alla storia anche la musica con le sue opere quindi mi proietti più su un canale libero ovvero la passione per il gusto estetico e sopratutto gastronomico e calcistico. Ma sono molte altre cose,anche di natura sentimentale,che si legano tra di loro con ricordi,emozioni momenti condivisi. Insomma,a mio avviso il bello non sta nel "Cavallino Rampante" della Ferrari purché grande e forse unico Brand di cui paradossalmente vado fiero,Ma perché in ogni regione da cui l'Italia è composta racconta una storia,un ricordo e un emozione che per ogniuno è diversa e quel qualcuno ne racconterà che a sua volta susciterà emozioni e qualche risata,perché noi siam fatti così!

Simone Agati ha detto...

Sono stati tre i canali fondamentali canonici : la famiglia, la scuola e la chiesa .Tramite la mia famiglia, ho appreso le tradizioni della "mia nazione", gli usi e i costumi. Da mia mamma ho imparato le tecniche per fare una buona pizza, come cucinare la pasta quindi i nostri piatti tipici che ci distinguono dalle altre nazioni. Ho appreso informazioni anche sull'abbigliamento, in particolari alcuni accostamenti nel vestire che noi italiani consideriamo terribili: il blu con il nero ma il calzino con il sandalo su tutti, che invece i tedeschi indossano con regolarità. A scuola ho potuto conoscere, ovviamente indirettamente tramite libro di testo, chi ha permesso oggi di poter parlare della nazione Italia (nata prima come il Regno d'Italia poi divenuta repubblica e rimasta tale) ovvero personalità come Garibaldi o l'insieme di membri che andavano a formare l'Assemblea costituente che ebbero l'importante compito di eleggere il primo capo dello stato (provvisorio) Enrico de Nicola. O ancora: i grandi autori del passato che hanno permesso l'arricchimento della nostra lingua con termini nuovi e Pietro Bembo che risolvendo la questione della lingua, ha tolto i dubbi sulla lingua unitaria da utilizzare. Conoscere la storia, le sensazioni, i sentimenti grazie alle testimonianze, mi ha permesso di sentirmi completamente e "naturalmente" italiano. In chiesa ho imparato le regole che stanno a base del mio credo e della maggioranza degli italiani: il cattolicesimo. Canali liberi sono stati i viaggi in diverse parti d'Italia che mi ha permesso di consocere la bellezza di molte città italiane , i paesaggi e le chiese e quindi l'arte, con i grandi pittori, scultori e architetti che ci hanno permesso di avere cotanta bellezza. Conoscendo personalità di altre nazioni ho imparato gli stereotipi con i quali gli italiani sono conosciuti nel mondo: la pizza, gli spaghetti, Berlusconi e la mafia, che purtroppo caratterizza tutta l'Italia in forma silenziosa e non. Ma ciò che caratterizza la nostra cultura e talvolta lo poniamo prima di tante cose davvero importanti, è il Calcio. E' lo sport che fa unire tutti, che ci fa scordare i problemi, in particolare a me o insomma a tutti i calciofili; quando gioca la Nazionale, siamo tutti incollati alla televisione, anche le ragazze più restie, perché ha un qualcosa di magico che al va di là della spiegazione possibile. La notte del 9 luglio 2006 tutti eravamo in piazza a festeggiare, chi intonava cori da stadio, chi sventolava la bandiera dell'italia, chi cercava di fare più rumore possibile con colpi di clacson prolungati. Quella gioia, quella "pazzia, ha aperto un varco nel mio cuore: da lì il calcio per me divenne passione, e come fu per me, fu così per migliaia di ragazzi che quella sera, in particolare, erano più fieri della "loro nazion"e.
Simone Agati

Matteo Colafrancesco ha detto...

Risposta numero 1: Principalmente sono stati tre i canali che mi hanno portato a sentirmi parte della cultura italiana. Le informazioni che otteniamo in modo indiretto sono molte, ma per me le piu significative sono state: la scuola, la famiglia e il calcio. La scuola attraverso lo studio della letteratura, di poeti illustri che raccontavano poesie sul nostro paesaggio, le lotte che hanno interessato il nostro paese grazie alla storia, lo studio geografico della nostra nazione, la questione della lingua, e i vari costumi. Altro punto fondamentale è stata la famiglia: mi hanno insegnato cosa vuol dire essere italiano, rispettare gli altri grazie a una convivenza civile, apprezzare la nostra musica, la nostra cucina e la storia che ci ha portato a essere quello che siamo. Ultimo punto e per me fondamentale è stato il calcio: quando ero piccolo a casa nostra venivano tutti gli amici dei miei parenti a vedere la nazionale, urlavano, mangiavano e si divertivano come dei bambini, erano appassionati ma allo stesso tempo legati tutti quanti dalla nostra cultura, dal fatto di essere tutti quanti italiani. Cio mi ha cambiato, forgiato in un certo senso quella parte di me che mancava per sentirmi un vero italiano. Sono aperto ovviamente verso ogni tipo di altra cultura, ma cio che mi rende orgoglioso è poter dire alla luce dei fatti " io sono italiano" e questo per me è di vitale importanza.

Il GuruX ha detto...

Ci sentiamo davvero naturalmente parte di questa nazione? Io sono andato a scuola e a scuola ho imparato che cosa deve fare e sapere un italiano, la mia famiglia ancor prima mi ha insegnato, perlopiù indirettamente e senza la reale intenzione di farlo, quali sono i passaggi di vita che un italiano deve compiere, come un italiano deve rapportarsi con gli altri italiani. Eppure non mi sembra così, io che sono nato e cresciuto in una borgata romana ho imparato due modi di essere italiano. Uno ufficiale, cui apprendimento è passato perlopiù per canali familiari, istituzionali e mediatici (televisione) e un altro non ufficiale, appreso attraverso un canale di apprendimento sociale (il gruppo di pari e le esperienze di strada nel quartiere). Non credo esista ancora oggi un modo del tutto omogeneo e condiviso di essere italiano, ognuno di noi, venendo dalle più disparate realtà sociali e culturali (paesino, centro città, periferia, nord, sud, ovest ecc) è già sempre portatore di tante sfumature con le quali egli è "naturalmente" italiano.

Michele Daini.

Matteo Colafrancesco ha detto...

Risposta numero 1: Principalmente sono stati tre i canali che mi hanno portato a sentirmi parte della cultura italiana. Le informazioni che otteniamo in modo indiretto sono molte, ma per me le piu significative sono state: la scuola, la famiglia e il calcio. La scuola attraverso lo studio della letteratura, di poeti illustri che raccontavano poesie sul nostro paesaggio, le lotte che hanno interessato il nostro paese grazie alla storia, lo studio geografico della nostra nazione, la questione della lingua, e i vari costumi. Altro punto fondamentale è stata la famiglia: mi hanno insegnato cosa vuol dire essere italiano, rispettare gli altri grazie a una convivenza civile, apprezzare la nostra musica, la nostra cucina e la storia che ci ha portato a essere quello che siamo. Ultimo punto e per me fondamentale è stato il calcio: quando ero piccolo a casa nostra venivano tutti gli amici dei miei parenti a vedere la nazionale, urlavano, mangiavano e si divertivano come dei bambini, erano appassionati ma allo stesso tempo legati tutti quanti dalla nostra cultura, dal fatto di essere tutti quanti italiani. Cio mi ha cambiato, forgiato in un certo senso quella parte di me che mancava per sentirmi un vero italiano. Sono aperto ovviamente verso ogni tipo di altra cultura, ma cio che mi rende orgoglioso è poter dire alla luce dei fatti " io sono italiano" e questo per me è di vitale importanza. Matteo colafrancesco

Simone Perrone ha detto...

1) È per me arduo rispondere a tale domanda, giacché invero fin dalla fanciullezza ho avvertito la vacuità, l’inadeguatezza e la convenzionalità dei confini culturali per come vengono comunemente intesi. Prima ancora che essere membri di una data cultura - nella quale ci identifichiamo non perché la sentiamo naturalmente nostra, ma in quanto siamo stati abituati a percepirla in siffatta maniera -, infatti, siamo esseri umani, accomunati da un sapere appreso superiore alle singole culture nazionali, nelle quali si declina in diversi modi: la consapevolezza di dover morire. Ad ogni modo, sforzandomi d’individuare gli elementi che nel tempo hanno fondato la mia inevitabile identificazione con la cultura italiana, meritano d’essere ricordati: le competizioni sportive, in cui le culture nazionali sembrano essere ben distinte (e.g. una gara calcistica tra Italia e Spagna); i confini geopolitici, che mi hanno portato a dire “qui è l’Italia, qui è l’Austria” con le relative culture, oppure, a livello regionale, “qui è il Lazio, qui la Toscana” con le corrispondenti culture, e via di seguito; la valorizzazione del “Made in Italy”; lo studio scolastico della cultura italiana a livello artistico, storico, scientifico, religioso e culinario, il che, forse più dei succitati elementi, plasma la mente, fin dall’infanzia, ad una concezione italocentrica e, successivamente, eurocentrica (a tal proposito, basti vedere quanto poco spazio sia riservato, nei testi di storia e filosofia ad uso delle scuole medie superiori – elaborati ad usum Delphini - all’Oriente, che pure meriterebbe d’essere studiato seriamente); la famiglia acritica e sprovvista della formazione necessaria per aprirsi all’alterità, che con i suoi imprinting concorre in maniera drammaticamente forte, nonché ineludibile allorché ci si trovi in tenera età, a restringere l’orizzonte di ciò che è sensato e giusto alla propria cultura d’origine: solo quanti han dovuto sudare per smarcarsi dalle orme pregiudiziali ricevute dacché erano in fasce sanno quanto sia difficile ricoprire quegli avvallamenti entro cui, purtroppo, molti rimangono intrappolati finendo col non vedere altro da essi, quasi come quei pesci di cui abbiamo discorso in classe; e tuttavia, forse nessuno v’è così irrimediabilmente dentro da non poter risalire: gutta cavat lapidem, non vi sed saepe cadendo.


Cordialmente,
Simone Perrone

Noemi Grant ha detto...

Il canale canonico che m'ha fatto sentire italiana è stato sicuramente quello scolastico, non a caso ho scelto di continuare i miei studi nell'ambito umanistico proprio per trasmettere quanto sia meravigliosa la cultura letteraria e artistica di questo paese. Ma ripercorrendo la mia storia personale posso dire di essermi sentita “liberamente” italiana solo quando mi son messa in relazione con l'altro. Ricordo di essere stata un tutt'uno con la mia nazione quando scendevo in piazza e partecipavo ai cortei contro le riforme Gelmini nel 2008, ricordo l'amarezza provata per il terremoto all'Aquila nel 2009, ricordo l'euforia della mia città quando l'Italia vinse i mondiali di calcio nel 2006. Mi son sentita di essere davvero italiana quando l'Italia è stata unita, quando si è lottato insieme, quando si è pianto e quando si è gioito all'unisono. Il mio personale sentimento italiano è legato ad un concetto di collettività che non pensavo di avere, prima di questa riflessione.

Noemi Grant (magistrale LeFiLing)

Ciro del Covillo ha detto...

Io sono figlio di padre napoletano che a sua volta è figlio di padre spagnolo e madre napoletana e di madre statunitense a sua volta figlia di genitori ebrei italiani emigrati nesgli States prima della Seconda Guerra Mondiale.
Questo, unito al fatto che ho viaggiato molto soggiornando in varie città italiane ed estere, ha condizionato la mia esistenza per molto tempo e, debbo riconoscere, piacevolmente.
Ciò che mi ha fatto sentire italiano è fondamentalmente il fatto che l'italiano è stata la prima lingua che ho appreso, quella che ho usato per comunicare con gli altri e quella che ho utilizzato per rapportarmi con gli oggetti esterni..e soprattutto, forse, quella che amo di più tra le varie che conosco.
Il fatto di essere figlio di genitori parzialmente "stranieri" unito al fatto di aver soggiornato all'estero mi ha dato la possibilità (chissà, forse soltanto mentalmente) di eliminare i confini geografici e non sentirmi particolarmente italiano, bensì cittadino del mondo, inteso come abitante del pianeta Terra.
Ho certamente fatto le scuole in Italia, tra Napoli e Roma, ho gareggiato a livello agonistico per la nazionale italiana ai campionati europei di Karate, ma la "veste" italiana l'ho sempre sentita proprio come l'ho descritta: una veste!
Anche sotto l'aspetto religioso non ho trovato una definizione che mi abbia fatto identificare con la cultura italiana. Mio padre nasce cattolico , ma è ateo e mia madre è ebrea (non praticante, per giunta).
Non mi sono mai sentito appartenere a nessuna città in cui ho vissuto, ma nello stesso tempo le ho sentite tutte come casa mia.
Sia in ambito linguistico, sia culinario, sia sportivo, sia storico, l'ambiente familiare in cui sono cresciuto (ed anche quello che vivo adesso perchè mia moglie è di madre egiziana/copta) è sempre stata un melting pot, una realtà che mi ha permesso di crescere in un ambiente in cui è sempre stata presente una commistione di culture portandomi di conseguenza ad abbattere sia i confini geografici sia le possibili limitazione che si possono creare se un individuo permane sempre nello stesso luogo e/o si identifica (a mio parere) con la propria cultura, divenendo etnocentrico.

Giuliamaria Casella ha detto...

Q1: Per me, questa domanda non è per niente facile. Forse il mio caso è un po’ anomalo. Sono italiana, ma se mi chiedessero perché lo sono probabilmente risponderei che, semplicemente, è ciò che sta scritto nella mia carta d’identità. Ma non mi dilungherò troppo su questo.
Osservando le persone intorno a me ho comunque provato a capire quali canali potrebbero aver portato le persone a sentirsi naturalmente italiane e, in molti casi, andarne fiere. Un canale è sicuramente la quotidianità, il modo in cui le persone sono unite da abitudini e atteggiamenti simili tra loro, anche se non uguali. Si potrebbe anche dire che sono unite da delle aspettative. Un altro canale è la scuola, essendo lì che si impara la storia di come siamo arrivati all’Italia di oggi. Ma non solo quello, ci rendiamo conto anche dei nomi importanti che hanno contribuito ad esempio nella letteratura, nell’arte o nella scienza. Anche la lingua italiana, la sua storia e il fatto di poter comprendere le parole di ci chi sta davanti sono fattori importanti.
Un qualcosa di più evidente che porta gli italiani a sentirsi appartenenti alla nazione è sicuramente lo sport, abbiamo ad esempio le olimpiadi, le nazionali di calcio, la moto gp o la formula uno. Poi abbiamo la cucina italiana, famosa in tutto il mondo e che rende fieri, chi più e chi meno, tutti gli italiani.
Chiaramente non è solo questo che può far sentire un italiano appartenente alla propria nazione ma ci saranno sicuramente tantissimi motivi diversi, complessi ed estremamente personali.

Valentina Deidda ha detto...

Uno dei motivi per cui crediamo banalmente che la cultura sia condivisa arrivando ad acquisire una cultura nazionale, deriva dalla teoria politica del nazionalismo che condiziona il nostro modo di vedere l'organizzazione degli spazi e che ci porta a credere che esistano gli italiani, gli inglesi ecc. proprio come si racconta nelle barzellette dei bambini. L'invenzione più radicale verso la costruzione della nazione è stata quella dei confini politici. Nello stato moderno a governare è il popolo stesso (anche oggi siamo soliti dire che i politici sono i nostri rappresentanti proprio perché, essendo eletti da noi, ci rappresentano in parlamento). Per questo motivo diventa necessario conoscere l'identità, la nazionalità dei propri abitanti ed entra in gioco il processo di nation building, di costruzione della nazione. “Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani” disse D'Azeglio all'indomani dell'unità d'Italia. Si fece avanti l'esigenza di una lingua che fosse condivisa da tutti coloro che si trovavano entro i confini dello stato italiano e a questo dobbiamo aggiungere anche il capitalismo che ha fatto sì che ogni nazione prendesse parte all'economia nazionale del proprio stato, in concorrenza con quelle degli altri, e l'obbligo di istruzione.
Personalmente, ritengo che i canali attraverso i quali posso dire di sentirmi “naturalmente” parte della mia nazione, l'Italia, sono molti: la famiglia, la scuola, la religione, lo sport.
Il primo elemento che mi viene in mente pensando al mio essere italiana è la lingua che parlo quotidianamente e che ho imparato fin da bambina senza neppure rendermene conto. In secondo luogo, mi sento naturalmente italiana quando penso alla cucina cui sono stata abituata avendo una nonna che, da sempre, ha amato cucinare piatti tipici italiani ed essendo io stessa amante della pasta e della pizza. Un altro elemento che ha contribuito a farmi sentire naturalmente parte dell'Italia è stata la scuola. Nei programmi delle diverse materie si studiano principalmente i fatti inerenti all'Italia (si studiano le singole regioni; la storia in generale ma con particolare attenzione all'Italia, dal suo processo di unificazione fino al ruolo che ha rivestito nelle due guerre mondiali del '900; si dà particolare importanza alla questione delle terre irredente, alla questione di Fiume; in letteratura credo sia fondamentale lo studio di autori come Pietro Bembo, Dante, Petrarca, Boccaccio, Manzoni che hanno contribuito alla nascita della nostra lingua nazionale, nonché di autori come Elsa Morante e Pierpaolo Pasolini i quali contribuiscono a fornire uno sguardo focalizzato su alcune realtà della nostra nazione).
Un altro elemento che ha contribuito a farmi sentire italiana è la religione cristiana, con la quale sono cresciuta senza bisogno di doverci riflettere su. Sono nata in una famiglia cristiana, sono stata battezzata e ho ricevuto anche gli altri sacramenti come se fosse un qualcosa di totalmente naturale il che, ad uno sguardo più ampio, mi fa riflettere sul fatto che, se fossi nata in un altro paese, sarebbe stato normale (naturale) essere di un'altra religione.
Infine, come ultimi, potrei considerare lo sport e la bandiera italiana che, quasi come fosse un fatto naturale, mi portano a tifare per la nazionale italiana durante gli europei e i mondiali di calcio (nonostante io non sia una tifosa sfegatata, per così dire!). È un fatto inspiegabile, che però mi porta naturalmente ad essere contenta e soddisfatta della mia nazione quando si canta l'inno nazionale, quando si vedono sventolare i tricolori e anche quando si vedono le grandi parate aeree che dipingono il cielo dei tre colori, verde, bianco e rosso.

Valentina Deidda

Annamaria ha detto...

ANNAMARIA RAVIOLI
La nostra cultura nazionale è un pò come l'acqua per il pesce, ci si ritrova dentro senza sapere di esserlo.
I primi saperi ci provengono dalla famiglia, la quale "condivide" e trasmette le proprie conoscenze con tutti i componenti, poi ci sono i parenti, i quali contribuiscono ad allargare le informazioni e ad aggiungere quel tocco caratteristico che soli quelli più anziani riescono a dare, la scuola che dedica un insegnamento specifico a tutto ciò che ha contribuito alla formazione della nostra cultura (storia, letteratura, lingua, teatro, narrativa, cinema ecc), per poi passare ai mezzi di comunicazione di massa che agiscono ampiamente e velocemente.
L'acquisizione di tutto questo sapere, avviene grazie all'uso di una lingua comune, nel nostro caso l'Italiano, che li rende condivisibili e comprensibili a tutti
Questo sentimento di appartenenza crea uno spirito nazionale, più o meno sentito, che frequentemente esce orgoglioso, nelle manifestazioni sportive (mondiali, olimpiadi ecc.), o durante i festeggiamenti come la Festa della Repubblica, e raggiunge un momento topico con la solennità dell'Inno, perché è proprio "nostro".
Anche le cerimonie religiose (sacramenti, Via Crucis, la messa di Natale, il fenomeno del sangue di San Gennaro), rientrano nel bagaglio nazionale, anche se non in modo esclusivo.... potrebbero infatti essere d'uso anche in altre nazioni.
Altro elemento che contribuisce a delineare un aspetto nazionale è la gastronomia, con i propri prodotti tipici come pasta pizza, il caffè con la moka, la polenta, la mozzarella di bufala, il parmigiano Reggiano.....
Per concludere al riguardo vorrei menzionare un ricordo riemerso durante queste riflessioni. Mi è tornata in mente la mia maestra delle elementari che nel farci disegnare la bandiera italiana, si raccomandò di colorare di verde la parte vicino l'asta..... altrimenti.... disse, avrebbe rappresentato un'altra nazione.

Anonimo ha detto...

Il concetto di nazione e di unità nazionale è un' esempio di quanto una nozione da noi appresa, e per lo più da poche centinaia di anni, possa entrarci dentro a tal punto da essere ormai parte naturale di noi stessi ed espandersi poi a macchia d' olio in tutte le fibre delle nostre società grazie alla condivisione della cultura.
La condivisione della cultura questo è il nodo centrale del discorso, all'apparenza sembra la frase più corretta di questo mondo qualcuno negherebbe forse che c'è affinità tra noi italiani?
Neghereste forse che tutti mangiamo pizza e siamo dipendenti da caffeina a differenza dei rigidi tedeschi che si cibano di wrustel e patate o dei raffinati francesi che girovagano per Parigi con la loro puzza sotto il naso e la baguette sotto il braccio?
Postulati inattaccabili, per chi con sguardo distratto, osserva ciò che lo circonda eppure la verità affiora di continuo ai nostri sensi quando comunichiamo o se ci analizziamo più attentamente, ci accorgiamo di fatto, che la comunicazione non è affatto cosa semplice, più che capire ciò che ci viene detto intuiamo, tiriamo ad indovinare e quando ciò funziona male ricorriamo a piccoli aggiustamenti in modo da risintonizzare il nostro interlocutore con noi (la comunicazione tra un adulto ed un infante è il caso più evidente, ma non è molto differente che da adulto ad adulto).
Un altro dato osservabile è che tra noi c'è ben poco di condiviso, la diversità inizia dove finisce la nostra pelle e questo è dovuto sia alle difficoltà comunicative sia alle varie reti di significati che ognuno di noi può avere che permettono di recepire ed interpretare nozioni ognuno a suo modo generando diversità.
Dunque perché allora ci sentiamo così coesi sotto l' effige italiana o quel che sia?
I motivi principali sono per lo più due: la vita quotidiana e la politica.
Durante il trascorrere dei giorni compiamo azioni (verbali e fisiche) che non stiamo a rimettere in dubbio ogni talvolta che le effettuiamo e perciò le naturalizziamo maturando delle aspettative (se poggio qualcosa sul banco lo faccio aspettandomi che sia rigido non ho bisogno di assicurarmene) questo è dovuto al fatto che siamo animali predisposti ad apprendere, non senza fatica, perciò tutto ciò che apprendiamo lo sintetizziamo in pattern che ci aiutano poi a vivere in società con gli altri donandoci l' illusione della condivisione.
La politica invece spinge ad una coesione tra noi poiché a seguito della formazione dei moderni stati c'è una necessità di dover sapere chi è dentro e chi resta fuori dai confini nazionali, confini costruiti geometricamente e di netta separazione, perché tolta di mezzo la soprannaturale reggenza dei re ed instaurata la democrazia siamo tutti divenuti sovrani e votiamo i nostri rappresentanti al parlamento e per quale stato votiamo se non siamo ben assegnati ad una nazione?
Questa esigenza, assieme alla volontà di esercitare il potere in egual modo su tutta la superficie territoriale, ha generato il nation building ovvero la costruzione di cittadini parlanti anzitutto la stessa lingua che permetta mobilità sul territorio e rendendo comuni a tutti cibi o pratiche prima riservate ad una certa regione.
Questo, in breve, genera appartenenza, mobilità e senso di "condivisione" che ci permette di racchiuderci in tante scatole distinte tra loro non accorgendosi che abbiamo molte più cose in comune con il nostro vicino di banco Algerino che con nostra nonna.

Marco Giovannangelo

Arianna Tuni ha detto...

Arianna Tuni
Q1) Ci sono diversi canali che possono indurre una persona a sentirsi parte della propria nazione (la scuola che attraverso lezioni di grammatica, letteratura italiana ci dà le “basi” per sentirci italiani, oppure la tv con determinati programmi trasmessi esclusivamente nel nostro paese,ecc.). A mio parere il cibo è uno di quei canali che più di tutti ci fanno sentire italiani. Si sa che la cucina italiana è una della più apprezzate in tutto il mondo e noi siamo fieri di pensarla così. È certo che quando un italiano fa un viaggio o è costretto a trasferirsi in un’altra nazione tra le prime cose che rimpiangerà dell’Italia è proprio la cucina. Fin da piccola ho imparato a mangiare cibi che nella mia mente sapevo benissimo essere italiani. La nostra cucina ci fa sentire assolutamente parte della nostra nazione in modo del tutto naturale. Qualche anno fa, quando ero ancora al liceo, ho avuto la possibilità di ospitare per qualche giorno una ragazza tedesca. La prima cosa che ho pensato è stata ovviamente farle assaggiare più piatti possibili italiani. Tra questi c’era un piatto che più di tutti volevo farle assaggiare poiché lo ritenevo quello che meglio potesse rappresentare la mia zona: le fettuccine. A tavola io, mia madre, mio padre abbiamo iniziata a mangiare questa pasta nel nel modo più naturale possibile, nel modo in cui fin da piccoli eravamo abituati perché è così che gli italiani mangiano la pasta lunga: forchetta nel piatto che girando prende la pasta. Quando invece la ragazza tedesca inizia a mangiare il suo piatto di pasta, non essendo naturalmente abituata a quel tipo di piatto, vedendo la pasta lunga pensa bene di prendere il coltello e iniziare a tagliarla. In quel momento ho capito con quale naturalezza io ho sempre mangiato la pasta e come l’hanno sempre mangiata tutti gli italiani.
Un altro canale che mi fa sentire “naturalmente” parte della mia nazione è la festa del patrono del paese. Sicuramente queste feste sono presenti maggiormente al centro e al sud, tuttavia è una peculiarità della nostra nazione. La celebrazione della messa, la processione, la banda, le bancarelle di dolciumi per la strada, le illuminazioni ci fanno sentire fortemente la nostra cultura “nazionale”, ci fanno sentire italiani più che mai.

Francesca Paradisi ha detto...

Il primo canale è l’acquisizione della lingua da bambino che comporta necessariamente un certo ordine sociale e culturale perché la lingua è cultura. Questo viene rafforzato attraverso la scuola e l’istruzione formale(anche alcune celebrazioni storiche come la festa della Repubblica) e allo stesso tempo tramite trasmissioni televisive particolari che veicolano cultura specificatamente nazionale(come i mondiali di calcio e le olimpiadi). Io sono italiana perché mi sento circondata da italianità: cibo e determinate tradizioni gastronomiche; ma soprattutto per mia esperienza personale mi sento orgogliosa di essere italiana perché particolarmente legata ad un determinato gusto nell’abbigliamento e nella selezione di accessori di moda.

FRANCESCA PARADISI

ILENIA FALSONE ha detto...

Q1

-Il primo contatto con la mia cultura nazionale, ovvero quella italiana, credo sia riconducibile alla religione di stato: la religione cattolica. Da bambina, andavo spesso in Chiesa con mia madre e mia nonna. Il frequentare la Chiesa di paese e l'oratorio, durante le vacanze estive, hanno radicato in me quei principi tipici di una identità non solo culturale, ma anche nazionale. Altro canale che mi ha portata a sentirmi "italiana" è, sicuramente, la famiglia. Ho avuto la fortuna di vivere in casa dei nonni, insieme ai miei genitori e, i loro insegnamenti e le loro abitudini hanno inculcato in me un forte senso di appartenenza a questa nazione. Non va dimenticata la scuola, istituzione che ci forma e ci trasmette fin da piccoli la cultura nazionale, grazie alla letteratura, alla storia e all'educazione civica.

Ilenia Falsone

Martina Gerace ha detto...
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Martina Gerace ha detto...

Gli elementi che mi hanno portata a sentirmi "naturalmente" parte della mia nazione sono tanti. Quando ero piccola il sistema scolastico ha certamente avuto un ruolo importante nell'acquisizione della cultura nazionale con l'insegnamento della geografia e la maestra che ci presentava nelle varie lezioni i continenti, gli Stati, tra cui dunque l'Italia, suddivisa a sua volta in varie regioni, con dei precisi confini fisici (le Alpi, i mari) e politici. Adesso da adulta mi rendo conto che da bambina con la geografia mi davano un'immagine sbagliata del mondo poiché l'insegnante mi presentava ogni Stato con una sua precisa cultura, come se le culture fossero oggetti puri iniziali, divise in compartimenti stagni. Sempre la scuola da piccola mi ha indotto a vedere la lingua come elemento che contraddistingue la cultura nazionale, nel nostro caso la lingua italiana e mi ha anche indotto a vedere nella letteratura e nell'arte un elemento importante per la costruzione dell'identità nazionale, quindi tuttora appena sento i nomi di Dante, Petrarca, Boccaccio, Leopardi, Manzoni oppure di Leonardo Da Vinci, Michelangelo, Raffaello, Caravaggio non posso non pensare immediatamente all'Italia. Anche l'insegnamento della storia a scuola mi ha fatto acquisire la cultura nazionale, attraverso la conoscenza di eventi come la spedizione dei Mille, fondamentale per l'Unità d'Italia, oppure le due guerre mondiali in cui tutti gli Italiani combattevano uniti da uno spirito patriottico.
Anche la mia famiglia ha contribuito a farmi sentire parte della mia nazione trasmettendomi determinate usanze, valori e credenze (la religione cattolica, determinate conoscenze culinarie, il passare la domenica tutti insieme ma anche feste come Natale e Pasqua).
Un altro elemento che mi rimanda da sempre alla cultura nazionale italiana è la bandiera italiana ma anche determinate feste nazionali come il 25 aprile, festa della liberazione d'Italia o il 2 giugno, festa della Repubblica, con le acrobazie delle Frecce tricolori che fin da bambina mi facevano sentire italiana .
Poi man mano sono cresciuta e uno dei momenti che più mi ha fatto sentire parte della mia nazione è stato nel 2006 coi memorabili Mondiali vinti dall'Italia. Ricordo tuti gli Italiani uniti in quell'occasione da un'enfasi generale, anche chi durante l'anno era perennemente contrapposto perché c'era chi tifava Inter e chi tifava Juventus oppure chi tifava la Roma e chi la Lazio. Da sempre il calcio in Italia è un elemento di identità nazionale con alcuni momenti topici come l'iniziale canto dell'inno di Mameli.
Mentre da grande mi sono resa conto, soprattutto viaggiando all'estero, che un elemento che mi fa sentire parte della mia nazione è il cibo perché ho avuto modo di constatare che la pasta e la pizza non sono presenti nelle culture gastronomiche di tutti gli Stati o, se sono presente, non sono cucinate bene come in Italia sappiamo fare.
Infine un canale importante di acquisizione culturale nazionale sono i mass media: la televisione con determinati programmi televisivi, il cinema, i giornali.

Martina Gerace

ADTR171095 ha detto...


Q1. Riflettete sulla vostra cultura “nazionale”, vale a dire su quali sono stati i canali che vi hanno portato a sentirvi “naturalmente” parte della vostra nazione. Ripercorrete alcuni momenti importanti di acquisizione della cultura nazionale, sia quella canonica, sia quella più libera.

Riflettendo sul senso di appartenenza non posso che pensare immediatamente all'aneddoto dei due giovani pesci che, incontrando il pesce vecchio, alla domanda " com'è l'acqua oggi?" rimangono perplessi domandandosi cosa fosse l'acqua.
Chiedendomi "Quando mi sento italiano?" ho notato come questo sentimento emerga (contro ogni mia pretesa ed aspettativa) solo nel momento cui impatto con la """""diversità""""", restando invece un qualcosa di non manifesto, di nascosto, di inconscio nella vita quotidiana all'interno della bolla dei miei confini culturali.
Partendo da qui, i canali primordiali di acquisizione di senso di appartenenza che mi vengono in mente,sono sicuramente:
- racconti da parte del mio nonno materno (1933) riguardo le sue esperienze durante la seconda Guerra mondiale, basati quasi interamente sul "I tedeschi qua, i tedeschi la, i tedeschi su , i tedeschi giù";
-ascoltare canzoni come "L'Italiano" di Toto Cutugno;
-Guardare spezzoni del film "Il Padrino";
- i mondiali di calcio del 2006;
-viaggi all'estero in cui si rifletteva sul grado di simpatia provato nei confronti degli Italiani da parte degli abitanti del posto;

Per concludere, il mio senso di appartenenza emerge sempre da una contrapposizione con """l'alterità""", e questo lo rintraccio all'interno di tutti gli esempi che ho portato. Si tratta sempre di situazioni in cui ha luogo il "Noi e Voi", "Noi e non gli altri".

Diego D'ottavi


Vanessa Sabellico ha detto...

Sabellico Vanessa
Q1.
L’acquisizione della cultura nazionale avviene grazie alle qualità che l’ essere umano ha di imitazione ed elaborazione di regole, a partire da quell’osservazione. È una condizione normale degli essere umani.La nostra appartenenza ci sembra così scontata,non soltanto perché ognuno di noi ha il suo accento e ha naturalizzato certi meccanismi di apprendimento , ma perché tende facilmente ad attribuire ad altri quella stessa informazione culturale acquisita. Proprio perché siamo animali proni all’apprendimento,abbiamo bisogno di sedimentare le nozioni acquisite in modelli che diamo per scontati. Uno di questi modelli è dare per scontata l’appartenenza alla Nazione Italiana perché nati in questo stato, come dare per scontato che il banco della mia classe sia di materiale solido. Siamo colonizzati dalle culture nazionali a cui apparteniamo in modo canonico e in modo più libero/informale. La mia cultura nazionale è stata formata sin dall’infanzia in modo informale attraverso la tv, quando vedevo Calimero o la Melevisione. Mia madre mi ha insegnato a fare colazione con latte e biscotti, non con il toast. Quello che voglio dire è che uno dei canali per i quali acquisisco la mia cutura nazionale è la vita quotidiana: gli orari canonici dei pasti, il “saltarello” come ballo tradizionale del lazio centrale, la pizza napoletana, la sagra delle Castagne, la pizzica Salentina,il cannolo siciliano, Barbara D’Urso come conduttrice di Pomeriggio Cinque, Gianni Morandi, chi è attualmente il presidente della Repubblica . La mia cultura nazionale acquisita in modo canonico è quella che si è formata a scuola per esempio, quando mi hanno insegnato a parlare in Italiano, quali sono i poeti Italiani, i colori delle bandiere Nazionali, l’inno della Nazione, con un po’ di quella che sembrava essere la materia chiamata civiltà, ho imparato a differenziare il Senato dalla Camera del Parlamento italiano. Il sistema giuridico che devo rispettare forma la mia cultura Nazionale, spesso capita in Vacanza di essere riconosciuti come Italiani per il nostro modo di comportarci, in Germania vieni multato se butti un mozzicone di sigaretta per terra, in Italia non gliene frega niente. Mia nonna mi ha insegnato a fare gli gnocchi,tipico tipo di pasta italiano, e che la domenica, il classico Menù ciociaro sono le Fettucine al ragù per primo, il pollo (allevato da lei stessa) con le patate per secondo. Il calcio che durante i mondiali ci fa sentire una grande Famiglia Italiana. La mia cultura nazionale è stata formata anche da tutti gli oggetti della manifattura Italiana che ho posseduto o che ho visto, e che ho dato per scontato essere “Italiano/a”: un dolce tipico, una sedia di vimini, il rame abruzzese,la ceramica di Deruda,la porchetta d’Ariccia. In modo più libero la mia cultura nazionale è formata anche dalle mie credenze religiose.Il parroco locale e le pratiche che si svolgono presso la mia parrocchia,o la certezza che la sede papale si trova a Roma, mi fanno sapere di essere in Italia e che se mi trovassi in America non troverei ne il Papa nel il mio parroco. Ho cercato di ripercorrere alcuni dei momenti che mi sovvengono con una riflessione casuale degli eventi che mi fanno sentire Italiana.

martina fiorentini ha detto...

Martina Fiorentini
(Q1)
Definire come ho acquisito in modo naturale la mia cultura nazionale è complicato. Prima di tutto perché ho sempre considerato l’essere italiana come qualcosa di naturale senza mai soffermarmi a pensare attraverso quali canali ho appreso veramente la mia cultura. In ogni caso uno dei canali più importanti è sicuramente la famiglia, che sin da piccola ha instaurato in me quelle che erano si le regole ma anche i valori e le tradizioni come il pranzo domenicale tutti insieme, tramandarsi le ricette segrete delle nonne, passare natale tutti insieme tra giochi di carte e regali, andare a messa la domenica. Un altro importate canale è stato sicuramente per me la scuola, dove sin da piccoli ci viene insegnata non solo la grammatica della nostra lingua, la nostra storia ma anche a relazionarsi con il resto della comunità, a vivere il quotidiano e quindi dove siamo cresciuti e dove abbiamo iniziato a formare la nostra identità. Inoltre nel mio caso ho avuto modo di conoscere bene la cucina italiana grazie a mio padre, artigiano, che dal 1992 ha un laboratorio artigianale di pasta fresca. Oggi, lavorando con lui, ho con gusto appreso quelle che sono le “nostre”tradizioni culinarie, ho imparato a preparare quella pasta italiana che all’estero cercano di imitare e ho imparato a conoscere, stando a contatto spesso con clienti originari di diverse regioni, quelli che sono i nomi o le ricette diversamente utilizzate in tutto il nostro stivale. Per concludere potrei citare lo sport, basti pensare a come ci si sente italiani nel corso dei mondiali, o al cinema con registi come Fellini, Rossellini o ad attori come il grande Totò, che ho imparato ad amare grazie a mio nonno che sin da piccola mi faceva vedere i suoi film sulle sue ginocchia. Oggi pensiamo che la cultura Italiana sia condivisa in maniera inconscia, senza dover riflettere, in realtà non è cosi. Tutto quello che noi consideriamo naturale in realtà lo abbiamo appreso in maniera informale e formale all’interno della nostra quotidianità.

Flavia Romagnoli ha detto...

Esistono parecchi canali che ci possono portare a sentirci "naturalmente" parte della nostra nazione, come ad esempio la famiglia, la casa, la scuola, le strade o la vita quotidiana. Riflettendo e argomentando su tale quesito dal mio punto di vista, ritengo che il canale per me particolarmente fondamentale sia la cucina e quindi l'aspetto gastronomico del mio Paese: come credo che accada probabilmente alla maggior parte della popolazione italiana, quando mi capita di viaggiare all'estero, che sia in Europa o in altri stati del mondo, sento davvero la mancanza delle pietanze e degli orari per mangiare a cui io sono abituata, e soprattutto dei modi di mangiare. Per me e per la mia famiglia infatti il pranzo e la cena sono dei momenti davvero importanti della giornata, momenti in cui ci ritroviamo tutti riuniti intorno al tavolo della cucina e ognuno di noi racconta intimamente alle persone a lui più care la sua giornata passata o il programma di quella che sarà la sua giornata che verrà.

Cristiana Chiarelli ha detto...

Principalmente i momenti o i contesti grazie ai quali ho potuto provare un naturale sentimento di appartenenza alla cultura italiana sono stati due: la famiglia e la scuola. La famiglia, che in quanto italiana e ben piantata sul territorio nazionale da generazioni, inevitabilmente trasmette questo senso di naturalezza nel considerarsi tale. Uno dei canali che proprio la famiglia ha contribuito ad aprire perché tale sentimento fosse ancora più radicale è stato sicuramente quello della Chiesa (con tutto il sistema di regole e pratiche che da essa derivano); sin da bambina mi è stato trasmesso, forse inconsciamente, il messaggio che se sei italiano, sei di conseguenza cattolico. Ma il canale che più di tutti mi ha permesso si considerare parte integrante della mia identità il fatto di essere italiana è stato quello della scuola. È qui che ti insegnano la tua lingua “madre”, la tua storia, le tue tradizioni. Conoscere il percorso storico che ha portato alla formazione del nostro paese, all'unione del suo popolo sotto un unico simbolo, il Tricolore, e poi comprendere il significato delle più importanti celebrazioni legate a tale processo, sono stati momenti importanti nel costruire quel senso di familiarità verso l’idea di essere “nati italiani”.

Chiara Dell'Erba ha detto...

Il sentimento di appartenenza alla cultura italiana, ma questo si potrebbe dire avvenire in moltissime altre culture, viene "inculcato" dapprima dalla famiglia, successivamente dalle altre istituzioni presenti sul territorio: scuola, Chiesa, istituzioni politiche, mezzi di comunicazione. Sono tutti elementi che formano questo sentirsi italiani...che da bambini soprattutto hanno un peso più rilevante e che successivamente vengono mitigati anche dalle proprie esperienze e conoscenze. Nel mio caso, ad esempio, da bambina ritenevo che l'italianità fosse associata all'essere cattolica: crescendo mi sono allontanata sia da questa concezione (per fortuna) che dalla religione. Riflettendoci ho anche compreso però che la possibilità di scegliere, di sentirmi libera fa parte della mia condizione di cittadina italiana...insomma anche questa concezione è frutto di canali formali e non che hanno operato su di me

Mario Sancamillo ha detto...

RISPOSTA DOMANDA N. 1
Sono italiano, mi sento italiano, mi sento parte della nazione Italia e della sua cultura. Diamo per scontato tutto ciò, attribuendo magari l'unica ragione al solo fatto di averci vissuto per tutta la vita. Ma non mi sono mai chiesto il perché di tutto ciò, lo davo per scontato appunto. Ci sono vari motivi per cui mi sento "naturalmente" italiano. Innanzitutto la mia famiglia, che mi ha educato a tal proposito : le buone maniere per esempio, come il salutare rispettosamente le persone che conosci; oppure instaurare un rapporto con persone nuove; il pranzo domenicale dai nonni, diventato tradizionale ormai. Le persone che ti stanno attorno giocano un ruolo fondamentale in questo, non solo la famiglia ma anche gli amici, ritrovarsi al bar per un aperitivo, o semplicemente per parlare di calcio, di donne, di università, di qualsiasi cosa che è instaurata profondamente in noi. Penso che tutti quanti gli italiani quel 9 Luglio 2006 si siano trovati dinanzi la TV per assistere alla vittoria della nazionale di calcio nei mondiali, oppure tutti quanti conoscano I Promessi Sposi, o ancora tutti abbiano riso alle battute di Totò, Troisi, Sordi, dei grandi del cinema italiano. Altro elemento fondamentale è sicuramente la scuola, l'insegnamento che tutti abbiamo avuto, imparare la lingua italiana come fosse già nostra, apprendere le nozioni fondamentali della grammatica. E poi la cucina, la miglior cucina al mondo, i ravioli della nonna la domenica a pranzo, la pizza del sabato sera. Quando andiamo all'estero ne sentiamo la mancanza, vuoi per livello non paragonabile minimamente, vuoi perché è come se ci mancasse un pezzo, come se una parte di noi fosse rimasta in Italia ("ahh non vedo l'ora di tornare in Italia e mangiare un bel piatto di lasagne alla bolognese", sono frasi che ricorrono spesso in noi italiani). Poi, come citato già in precedenza, il calcio e lo sport italiano. Ciò che ci spinge ad esultare come matti al gol di Grosso contro la Germania, o al rigore trasformato da Totti contro l'Australia, o alla vittoria del motomondiale da parte di Valentino Rossi. Sono momenti che uniscono tutti, momenti che ti fanno gridare di gioia o ti fanno arrabbiare, momenti che saranno impressi nella nostra mente per sempre, perché questa nostra appartenenza non potrà mai svanire.
Devo dire che questa riflessione mi ha aperto la mente, perché mai avevo pensato a cose del genere, davo tutto per scontato, e invece sono molteplici i motivi che ci spingono a dire "io sono italiano, e ne vado fiero". La nostra vita quotidiana ha avuto un grande ruolo in questo processo, perché è grazie ad essa che abbiamo appreso la cultura italiana.

Leonardo De Stefano ha detto...

Q1: I Canali con cui ho acquisito la mia cultura nazionale sono stati molti e differenti. La prima volta che io ho sentito parlare di nazione fu da mio nonno che mi raccontava la sua personale esperienza militare durante il secondo conflitto mondiale ed il suo ideale di patria che la spinto a combattere nell'ARMIR. Anche la scuola svolge un perno fondamentale in questo processo di nazionalizzazione ,di fatti, appena si entra si è accolti dall'esterno dalla bandiera tricolore e nelle classi una cartina geografica di notevoli dimensioni dell'Italia, le materie studiate principalmente,storia e geografia, dove si studia principalmente la storia nazionale dall'impero romano alla storia contemporanea e la morfologia del territorio addirittura regione per regione. La televisione anche è fondamentale in questo processo, infatti, solitamente le prime notizie di un telegiornale sono quelle nazionali.Ma una cosa che unisce molto sono le partite della nazionale,nel 2015 andai allo stadio a vedere Italia-Norvegia la maggior parte dei tifosi avevano o una bandiera come mantello oppure la faccia truccata con il tricolore ed il cantare l'inno di Mameli ci rendeva tutti "fratelli".Anche il cibo che mangiamo sempre fa parte di questo processo per noi essere italiani vuol dire anche mangiare pizza e pasta. Alla fine in maniera formale ed informale acquisiamo questo senso di nazione.

Leonardo De Stefano

Alice Carfora ha detto...

Q1 Sono molti i canali dai quali si acquisisce la cultura nazionale, nel mio caso al primo posto c’è la mia bisnonna che quando ero molto piccola mi raccontava le esperienze vissute nella bella Sicilia di cui lei era originaria, descrivendo dettagliatamente tutti i momenti passati in quella terra. Raccontava spesso anche in che modo tutta la famiglia, compresa mia nonna e i suoi fratelli vissero la guerra quando ormai si erano trasferiti a Roma.
A scuola poi, durante geografia si parlava dell’Italia, della sua caratteristica forma di uno stivale, delle regioni.
Quando c’è stata la celebrazione dei 150 anni dell’unità d’Italia a scuola abbiamo fatto una grande manifestazione dove il tricolore trionfava su ogni cosa.
Più di tutti quello che mi fa sentire Italiana è passeggiare tra le vie della Sicilia, il posto più di ogni altro che mi fa “respirare l’Italia”. Il mare, il cibo, le persone che parlano in dialetto e i racconti della mia bisnonna che sembrano vivere in ogni angolo di quel posto.
Ovviamente anche la televisione, il cinema e la letteratura hanno giocato un ruolo importante nel farmi sentire italiana a tutti gli effetti.

Sara Cantalupo ha detto...

Non mi sono mai posta una domanda del genere, ovvero quali sono stati i canali che mi fanno sentire parte integrante della mia nazione, forse perché ho dato talmente per scontato di essere Italiana, e dunque ero talmente immersa nella mia nazione, sentendola quasi una parte di me, quasi innata, ma come abbiamo ben visto anche a lezione, la cultura è APPRESA, e a questo punto dobbiamo porci questa domanda e dare una risposta valida.
I canali che mi hanno portato a sentirmi parte della mia nazione è sicuramente all’interno della mia FAMIGLIA, soprattutto attraverso le testimonianze di guerra tramandate dai miei nonni, i quali essendo vissuti in un epoca diversa dalla nostra, hanno potuto sperimentare i periodi di guerre, carestia e dittatura, parlandomi anche dei vari discorsi che svolgeva Mussolini, quando mi raccontano di queste vicissitudini si sente in loro un certo senso di appartenenza alla cultura italiana. Inoltre sento di far parte della cultura italiana grazie alle varie tradizioni che ogni anno si ripresentano soprattutto a Natale e Pasqua, in questo periodo, insieme al resto della famiglia ci riuniamo per la preparazione dei dolci tipici del mio paese. Non mancano sicuramente la partecipazione alla messa e al pranzo natalizio.
Un altro canale è sicuramente la SCUOLA attraverso materie interessanti come la storia la quale va a trattare soprattutto della I e II guerra mondiale e la letteratura attraverso vari autori come Ungaretti, D’annunzio, Pascoli…
Inoltre ciò che ci rende italiani è il cibo, il nostro modo di vestirci, il modo di gesticolare, alcune nostri abitudini, come andare a casa della vicina a prendersi il caffè e chiacchierare del più e del meno, altrettanto sono le canzoni italiane, a tal proposito ricordo che durante una mia esperienza all’Estero mi sentivo un po’ disorientata e provavo una certa malinconia, però ad un certo punto mi arrivò all’orecchio la canzone di Adriano Celentano che proveniva da un ristorante vicino a me, e da quel momento è bastato pochissimo per sentirmi a casa.
Io penso che non dobbiamo mai rinnegare le nostre origini, dove siamo nati e cresciuti, anzi dobbiamo sempre apprezzare la nostra cultura ma con ciò non intendo dire che dobbiamo pensare e credere che la nostra cultura è quella più bella rispetto alle altre, assolutamente no, anzi dobbiamo confrontare la nostra cultura in questo caso ITALIANA, e metterla a confronto con le altre, le quali sono altrettante belle e interessanti. Solo in questo caso si può dire che la cultura è condivisa.

Tiziana Vincenzo ha detto...

Sono innumerevoli i canali che hanno contribuito a farmi parte dell’Italia. Innanzitutto l’appartenenza ad una nazione non si acquisisce da un giorno ad un altro, ma avviene in modo inconsciamente, in generale i tratti discriminanti che ci contraddistinguono da altri sono la lingua nazionale oppure quella locale, come il dialetto, la religione, il modo di gesticolare, il modo di vestirsi, e non per ultimo i valori che ci sono stati insegnati fin dall’infanzia tramite la famiglia, l’ambito scolastico ed extrascolastico. Elenco qui i momenti che, a mio avviso, possono essere considerati importanti per l’acquisizione della cultura nazionale. La FAMIGLIA, in primis, è stata la prima a trasmettere quel senso di appartenenza alla cultura nazionale, grazie agli insegnamenti dei genitori e soprattutto dei nonni e bisnonni, in quanto loro hanno vissuto momenti diversi dai nostri, momenti belli ma anche brutti, come le disastrose guerre, la miseria ecc.; essi hanno trasmesso di generazione in generazione il valore di ogni semplice cosa, e di apprezzare qualsiasi cosa essa sia. Da nonna ho imparato il segreto di alcune ricette della cucina tradizionale locale (aspetto non da trascurare, in quanto anche il cibo ci rende parte della nostra Italia); mi ha insegnato i rimedi naturali per il benessere e la bellezza, anche semplicemente il sapone fatto in casa con l’olio d’oliva usato. Inoltre lei mi ha insegnato a credere nella fede, praticare la Chiesa, partecipare alle processioni con i rispettivi canti tradizionali, legati a quel determinato Santo, festeggiare il Santo insieme con pranzi che non finiscono prima delle 17,30, stessa identica cosa a Natale e a Pasqua. Lo stare insieme, il collaborare sono principi base della loro tradizione perché secondo la loro teoria: ‘’una mano ciascuno non fa male a nessuno’’.
Per ciò che concerne la SCUOLA, le materie come la storia, la grammatica, la letteratura, l’insegnamento della cittadinanza e della costituzione italiana hanno contribuito maggiormente a sentirmi parte della mia Nazione, proprio perché mi hanno insegnato come l’Italia è arrivata fino ai giorni nostri, con le rispettive guerre, vittorie, sconfitte sino a renderla unita; gli autori, poeti italiani che hanno contribuito a presentare la nostra lingua come viene parlata attualmente, come il passaggio dal volgare al latino, la questione della lingua, fino a raggiungere l’italiano di oggi; le leggi attraverso le quali senza di esse ognuno farebbe ciò che vuole senza rispettare le regole.
L’ambito EXTRASCOLASTICO invece possono includere le attività sportive e non, attraverso la lettura di libri, la musica italiana e un ruolo importante hanno anche i mass media. Tra questi la televisione, attraverso la quale la società trasmette i propri valori, in modo che gli individui che ne fanno parte percepiscano la realtà in cui vivono e non solo.

Mik Dedo ha detto...

Pensando alla costruzione della mia cultura ''nazionale'' trovo che la scuola abbia avuto un ruolo di primo piano insieme alla famiglia. Già da bambino imparando le regole della lingua italiana con la maestra Mimma, proseguendo poi con lo studio dei principali autori italiani al liceo.
A casa invece ho costruito delle abitudini culinarie generalmente considerate italiane come mia madre o mia nonna che fa il bel piattone di pasta, ma anche abitudini di carattere sociale, dunque mentre papà stava lì davanti al telegiornale a protestare contro i politici italiani, piano piano ho fatto mio questo modo di parlare di politica.
Riesco a individuare un contributo a questa mia costruzione culturale anche nello sport, in particolare nel calcio, di cui sono un appassionato e quindi ogni qual volta giochi la nazionale sono sempre lì davanti al televisore, a cantare l'inno (che ho imparato proprio per interesse di saperlo durante questi avvenimenti) e a festeggiare in piazza nel 2006 alla vittoria del mondiale, e inoltre, a condividere tale gioia assieme ai miei amici.

Luca Pizziconi ha detto...

Non c'è mai stato un momento preciso della mia vita in cui ho capito di essere italiano e che faccio parte di una nazione, perché è stato un percorso che è partito in modo automatico sin dalla mia infanzia.
Posso sicuramente dire che questo percorso è cominciato proprio quando ho iniziato a dire da piccolo le prime parole in italiano, successivamente lo spirito culturale si è rafforzato molto a scuola dove studiando la storia e la geografia ho imparato a comprendere di più il paese in cui vivo.
Oggi come oggi posso sicuramente dire ciò che mi accomuna culturalmente con un altro italiano è sopratutto il fatto che ci troviamo sullo stesso territorio, abbiamo la stessa bandiera, la stessa lingua, lo stesso inno nazionale... tutte quelle cose che rientrano nei canoni comuni dell'”italianità”.
Quando invece confrontandomi per esempio con l'italiano che per definizione dovrebbe essere più simile a me, mio padre, noto come siamo diversi anche nella più semplice quotidianità.
Proprio per questo motivo credo che il concetto di “cultura condivisa” sia uno stereotipo che la nazione, attraverso la politica e il nation building, cerca di creare nell'uomo per “addomesticarci”.

Francesca B ha detto...

Possono esistere diversi canali che permettono la formazione di una cultura nazionale, canonici o meno, che permettono ad un individuo di sentirsi parte di tale sistema culturale e a differenziare gli altri dal proprio. Un tipo di sistema che permette l'istituzione di tale ''visione'' culturale è la scuola, già da piccoli, infatti, siamo abituati a studiare materie, come ad esempio la storia o la letteratura, che suddivide le vicende o gli scrittori/artisti italiani da quelli degli altri paesi.
Ci sono, poi, strumenti come i media, che tendono a suddividere 'cronaca' o 'politica' italiana da quella internazionale.
A ciò si aggiungono poi sistemi come il calcio e il forte attaccamento, ostentato, sottolineato, forzato verso la propria squadra nazionale, e che viene addirittura presentata, già da prima di giocare, con l'inno nazionale. Un tipo di ''procedimento'' che, del resto, avviene in tutti gli sport,.
Il fatto di avere una festa nazionale, un cibo ''tipico'', e anche una realtà artistica diversa da quella di molte altre nazioni, che permettono la distinzione di un paese, anzi, l'identificazione di una cultura proprio di quel paese.
Una differenziazione non identificabile solo attraverso schemi nazionali interni, ma anche esterni: molte volte sono gli altri paesi a creare stereotipi che permettono di distinguersi dal nostro paese (l'Italia, paese di politici corrotti, di ''bamboccioni'', o l'Italia di Berlusconi, o di spaghetti ecc), e nei quali a volte ci identifichiamo e a volte no, ma che hanno contribuito a creare un'immagine della nazione diversa da quella delle altre.

Francesca Bertuccioli

Francesca Rita Apicella ha detto...

Alle origini, quando si è piccoli e non si ha la più pallida idea di cosa sia lo Stato o la “nazione”, penso ci sia l’interazione. Io mi sento italiana perché mi si è sempre detto di essere italiana, mi si indicava come italiana, ero circondata da persone che condividevano il mio codice linguistico (salvo variazione dialettali) e che mi richiamavano all’interno del circolo chiuso della loro comunità. Con così pochi elementi non c’era ancora nulla di speciale: nella originaria ignoranza dell’infanzia parole come “italiano” o “norvegese” hanno scarso significato, non conoscendo altro al mondo. Penso che in questo periodo la naturalezza e spontaneità dell’identificazione raggiunga il suo apice, dal momento che non c’è nient’altro all’orizzonte.
Crescendo emerge la cognizione di confine, a scuola noti appesa una mappa dell’Europa e del mondo nella tua classe, e l’insegnante durante l’ora di geografia indica un puntino disperso al centro e dice che siamo lì. Proprio lì, e in nessun altro posto al mondo. Le lezioni di geografia, per come le ricordo, erano un lungo elenco di informazioni generiche ed impersonali, ma erano un primo aprirsi ad altri mondi, di cui non conoscevamo ancora l’esistenza.
I nomi degli altri stati e delle altre nazionalità iniziano ad avere un senso, nei libri di scuola ci sono immagini di vestiti e piatti mai visti prima, così pian piano il senso di “italiana” ha iniziato ad apparire di contrasto. Quelle parole senza senso che cercano di inculcarmi in testa dalla prima elementare iniziano ad avere senso, appartengono ad una lingua straniera parlata da gente reale, un po’ strana sicuramente, che sta al di là di una linea immaginaria.
La scuola soltanto di certo non poteva bastare, il principale medium usato in casa mia era ed è tutt’ora la televisione. Il circolo ristretto della mia comunità, che non mangiava quei piatti strani che vedevo nei libri e vestiva esattamente come me, spesso e volentieri si riuniva a guardare spettacoli mediatici che prendevano una prospettiva esterna. Film e cartoni animati il più delle volte erano stranieri, e seppur doppiati nella mia lingua capitava che accennassero a quello che andavo riconoscendo come il mio paese. Dal punto di vista dei film e cartoni americani potevo osservare la versione stereotipata non soltanto della mia cultura nazionale, ma anche quella di molti altri paesi, stereotipi che si sommavano ad altri impartitimi per altre vie, come discorsi e barzellette che sentivo fare in giro. Lo sport è stato senza dubbio il mezzo più influente tra quelli interni al mio stesso paese, durante mondiali di calcio e olimpiadi mi ritrovavo fissata di fronte ad uno schermo a guardare e a tifare sconosciuti per il solo colore della loro divisa sportiva.

Alessia Concetti ha detto...

I canali che mi hanno portato a sentirmi naturalmente italiana sono la scuola e la vita quotidiana.
Già dalla scuola dell’infanzia si fa intendere al bambino di far parte di un “noi” nazione, facendogli imparare l’inno nazionale e colorando la bandiera italiana. Il compito della scuola è far sentire lo studente parte di una nazione, in cui oltre ad insegnare la lingua che accomuna tutto lo stivale ne racconta la storia e la grandezza artistica. L’istruzione fa crescere un individuo nella consapevolezza che la cultura nazionale, in senso vasto, è un valore aggiunto poiché permette di avvicinarsi a pensieri ed idee che sono comuni a tutti i popoli.
Attraverso la scuola abbiamo un apprendimento formale di come sia un italiano, mentre l’acquisizione libera è informale, non ci rendiamo conto di impararla. Possiamo individuare il canale nella famiglia, nella chiesa, nel cinema o nella televisione: tutto questo lo acquisiamo senza pensare. Ci sentiamo di appartenere ad una nazione e di essere uniti quando ci rendiamo realmente conto di avere qualcosa in comune, che questo possa essere una partita di calcio, una gara di formula uno o la festa della Repubblica.
Questo essere appartenenti ad una nazione però non lo percepiamo vivendo nella nostra stessa cultura, ma affrontando uno shock culturale. Andando all’estero ci rendiamo conto di avere delle abitudini, degli usi e costumi che accomunano tutti gli italiani (come avere l’abitudine di mangiare la pasta a pranzo o prendersi un espresso al mattino) e ci rendiamo conto di far parte di una cultura e che essa si rispecchia sulla nostra persona.

FEDERICO COCCO ha detto...

I canali grazie a cui possiamo sentirci appartenenti ad una determinata nazione, nel mio caso appartentente allo stato Italiano, sono veramente moltissimi, questi canali sono identificati in momenti che possono essere brevi e liberi, come i 90 minuti per la partita di calcio della nazionale del tuo stato, dagli attimi iniziali quando senti l'inno o dall'attimo finale quando tutto il popolo si stringe insieme per passare dei momenti di gioia o di tristezza a seconda del risultato, oppure qualsiasi altro evento sportivo come ad esempio le Olimpiadi, dove vanno dei grandissimi atleti che devono vincere e portare in alto il nome della propria nazione. Possono esserci dei canali più lunghi e canonici come ad esempio il percorso scolastico dove dobbiamo confrontarci con materie che fanno parte della nostra nazione, come la storia del nostro paese, con l'unità D'Italia raggiunta nel 1861, la letteratura dei nostri più grandi scrittori, per citarne qualcuno: Dante, Petrarca, Foscolo e potrei continuare veramente all'infinito, oppure la geografia, quando studi la fisionomia del tuo paese, dai fiumi i laghi e tutto ciò che comprende il nostro territorio. L'Italianità inoltre è possibile trovarla nella cucina, la pasta, la pizza e tutti i piatti tipici che si differenziano da regione a regione, sono elementi che mi fanno apprezzare la mia nazione e la mia cultura, mi inorgoglisce sapere che il nostro stato possa contare su un settore gastronomico veramente importante, non comune a tutti gli stati. La musica con i numerosi cantanti di nazionalità Italiana famosi in tutto il mondo, la religione con la presenza del papa, una figura mondiale, che risiede nel nostro paese, nella capitale del nostro Stato, l'aspetto politico con la nostra Constituzione, i monumenti (veramente tantissimi) e qualsiasi elemento che contraddistingue la nostra vita quotidiana, attaggiamenti, usanze, tradizioni che svolgiamo in modo automatico senza pensarci e che condizionano la nostra vita, la cultura nazionale è una cosa che abbiamo dentro, un valore inestimabile che non ha eguali.

FEDERICO COCCO

Eva Sara Donnini ha detto...

Ciò che mi ha aiutato a sentirmi integrata in uno Stato nazionale deriva innanzitutto dalla mia educazione familiare, i miei genitori ad esempio mi hanno insegnato a rispettare alcuni valori tradizionali o la ricorrenza di alcune festività nazionali. Altro canale di acquisizione culturale è certamente l’istituto scolastico, che fin dall’infanzia insegna la lingua, la grammatica, ma anche la storia e la letteratura del nostro paese. Ma altri canali possono essere lo sport che si frequenta o semplicemente le abitudini alimentari con tutte le ricette che ne derivano. Ancora altro esempio sono i sistemi di comunicazioni, quali la radio o la televisione, oppure la Chiesa, la cui presenza rimane molto influente all’interno dell’Italia. Anche nel cinema e nella letteratura possiamo ravvisare uno strumento di diffusione culturale propria di un determinato paese. Perfino l’arte può essere utile in tal senso, perché può differenziarsi da Stato a Stato in base a criteri artistici culturalmente condivisi da un determinato popolo. Comunque l’investimento delle risorse per la promozione della cultura e dei beni cultura è di grande rilevanza. La cultura infatti, nelle sue molteplici forme ed espressioni, contribuisce alla valorizzazione del potenziale collettivo.

Eva Sara Donnini

Francesca Calisi ha detto...

Sono molti i canali dai quali si acquisisce la cultura nazionale, sin dalla nascita il mio contatto con la cultura italiana, è avvenuto attraverso l'interazione con l'ambiente esterno. Venendo da un piccolo paese, posso far riferimento alle tradizioni folcloristiche di quest'ultimo. Sono canali culturali che vengono trasmessi dapprima dalla famiglia, successivamente dalle altre istituzioni presenti sul territorio: scuola, Chiesa, mezzi di comunicazione. Sono tutti elementi che formano il mio essere italiana, ed hanno avuto un peso molto rilevante e che ho modificato in base alle mie esperienze. Nel mio caso, ad esempio, ho avuto la possibilità di viaggiare, e di soggiornare in vari paesi esteri, questo che mi ha permesso di oltrepassare confini geografici e in parte culturali. Ho vissuto per alcuni mesi a Londra, qui ho potuto constatare le differenze culturali, un esempio tangibile,  può essere ricondotto a quanto in una società multiculturale come Londra, la tradizione culinaria italiana venga molto apprezzata. Da questo, ho dedotto che ognuno di noi rientri in un proprio sistema culturale che rispecchia involontariamente la nostra persona.

Simone Longobardi ha detto...

I canali che mi hanno portato a sentirmi parte dell'Italia e cittadino italiano a tutti gli effetti sono stati e continuano ad essere molteplici. Tendando di tracciare un percorso cronologico, dunque partendo dalla mia infanzia, il primo che mi viene in mente è l'apprendimento della lingua Italiana, facendo si che crescessi culturalmente e intellettualmente con l'idea di appartenenza a uno Stato. Mi era chiaro fin da subito infatti, di parlare la stessa lingua degli altri, e dunque cominciava a nascere in me l'idea di sentirmi parte di qualcosa. Dalla lingua potrei passare alla quotidianità, per esempio al vivere la famiglia e il legame parentale in maniera molto intensa, solita nella cultura Italiana.
Un altro fattore importante sono state le festività e con il passare del tempo l'associare ad ognuna di esse una particolare usanza.
Da quest'ultimo canale potrei prendere spunto per un altro carattere importante, ossia la religione. Il fatto di essere cresciuto in una famiglia Cristiana, il catechismo, o andare in Chiesa la Domenica, sono state sicuramente esperienze che mi hanno fatto acquisire consapevolezza di praticare una religione radicata nel territorio Italiano.
Il cibo può essere stato un altro canale importante perchè alcuni piatti come la pasta o la pizza ad esempio, sono stereotipi della cucina Italiana e trovarli a tavola, magari anche in un paese estero, fa si che si associno all'idea di Italia. Così come i monumenti o la musica, punti forti della nostra cultura che ci rendono orgogliosi della nostra nazionalità.
Un caso drammatico di appartenenza possono essere le catastrofi ambientali che colpiscono in nostro paese e che fanno si che i cittadini seguano attraverso i canali di informazioni gli sviluppi di quel fatto con particolare interesse.
La politica interessa le sorti e regola diritti e doveri di un particolare Stato. Seguo quindi gli sviluppi e le vicende della politica Italiana in quanto noi cittadini siamo i diretti interessati riguardo ciò che accade nella nostra penisola.
Infine una mia grande passione è lo sport ed il calcio in generale. Quando gioca la nazionale Italiana la seguo sempre in compagnia e ogni volta è sicuramente uno degli episodi dove emerge maggiormente il senso patriottico e di appartenenza a questo paese.

Noemi Flore ha detto...

Il canale principale che mi ha portato a sentirmi parte della nazione è stato dapprima la scuola, lo studio della lingua italiana nella sua grammatica, nelle sue regole e nell’applicazione pratica sia tramite il canale orale che quello scritto mi ha formata come cittadina italiana, lo studio di autori come Pietro Bembo per lo sviluppo della futura lingua italiana, Dante, per la sua monumentale Commedia, Manzoni, con la sua relazione al ministro Broglio “Dell’unità della lingua e dei mezzi per diffonderla” scritta per intervenire proprio ufficialmente su questioni linguistiche. Tramite le feste nazionali, come la festa della Repubblica e della Liberazione, il passaggio e le esibizioni acrobatiche degli aerei dell’aeronautica militare delle frecce tricolori, che segnano con le loro scie i colori della bandiera italiana in cielo, i militari che si danno il cambio della guardia al Milite Ignoto con la bandiera tricolore cucita sulla loro divisa, i discorsi del presidente della Repubblica alla nazione o le semplici elezioni e dispute politiche; sono tutti canali di trasmissione che mi hanno portato a sentirmi parte di questa nazione. Attraverso la religione, nata in una famiglia molto cristiana sin da piccola, prima con i miei nonni e poi con i miei genitori ho partecipato e partecipo alle funzioni religiose, sono andata a catechismo, ho preso i sacramenti, il festeggiare il Natale e Pasqua, mangiare durante queste festività dei piatti tipici della nostra tradizione. Imparare grazie a mia nonna la tradizione gastronomica italiana e continuare a mantenerla viva, sentirsi legati a certe ricette e piatti che cercano di riprodurre all’estero. Gli eventi sportivi sono un altro canale di trasmissione di appartenenza, come i mondiali del 2006, come dimenticarseli, aspettavo l’ultimo rigore indossando una fascia tra i capelli con i colori della bandiera italiana e la maglia degli azzurri, al gol della vittoria, ci siamo sentiti tutti degli italiani vittoriosi facenti parte della nazione. Ricordo che quando andavo alle scuole medie, per Natale, dovevamo fare un saggio di musica e come canto di apertura intonavamo sempre l’inno italiano, il primo anno abbiamo dovuto realizzare una coccarda con dei nastrini colorati, verdi, bianchi e rossi da appuntarci sul petto per quell’occasione speciale, quello è stato un momento stupendo, mi sono sentita davvero vicina al mio paese, realizzando da sola un piccolo vessillo della mia nazione da portare orgogliosamente.

Noemi Flore.

Slawka G. Scarso ha detto...

Essendo cresciuta in Italia da madre inglese ma di origini polacche (per giunta nata apolide da genitori deportati per motivi politici) e padre italiano mi sono spesso scontrata col concetto di identità nazionale, fin dall'adolescenza. Mi sono scontrata anche con chi "banalizzava" la mia posizione dicendo che visto che ero cresciuta in Italia allora ero italiana - ma ero bianca e bionda e comunque di padre italiano - chissà se avrebbero detto lo stesso oggi alla luce delle polemiche sullo ius soli.
Quindi sono in difficoltà nel rispondere a questa domanda seguendo la mia esperienza. Ma voglio comunque condividere un aneddoto significativo. Nel 1997 mi recai in Polonia per la prima volta. Avrei compiuto a breve 20 anni - non c'ero stata prima perché tutti i miei parenti polacchi più stretti erano a Londra, ed era lì che consideravo fosse l'altro ramo della mia famiglia, l'altra mia casa. Sono andata però in Polonia convinta che lì mi sarei sentita finalmente più a mio agio - sebbene non fossi mai stata un'adolescente disadattata più di altri adolescenti e abbia sempre considerato Roma come casa. Ecco, quello che è accaduto allora è che mi sono accorta che non avevo niente in comune con i polacchi. Non avevo condiviso nulla con loro, avevo faticato sul greco e sul latino per anni, mentre loro fino a pochi anni prima erano stati costretti a studiare il russo. Come potevamo capirci? All'inizio è stato uno shock culturale. Volevo tornare a casa.
Poi però è successa una cosa. C'era una ragazza canadese, di origini polacche. Aveva due anni più di me, ma i suoi genitori erano emigrati dopo, per motivi economici. Guardando una cartolina nell'università dove studiavamo polacco, a Cracovia, abbiamo notato un vestito tipico. Era un completino folkloristico con gonna e gilet ricamato. Entrambe l'abbiamo indicato dicendo più o meno contemporaneamente che avevamo avuto, da piccole, un vestito così. A qualche migliaio di chilometri di distanza.
Ed è stato in quel momento che arrivai a una conclusione importante, e mi permetto di citare un articolo che scrissi tempo dopo, su quello stesso episodio "E quell’estate, in Polonia, abbiamo scoperto di formare una nazione tutta nostra, priva di confini fisici e nella quale gli elementi che ci accomunavano erano pochissimi ma pieni di significato: l’origine polacca di uno o entrambi i genitori, quel modo diverso di passare la Vigilia di Natale, con dodici portate quanti sono gli apostoli e l’ostia non consacrata da scambiarsi all’inizio della cena, e magari un nome che nei nostri rispettivi paesi, quelli che alla fine erano casa, nessuno capiva."

Michelina Iula ha detto...

Quali sono i canali che mi hanno portato a sentirmi naturalmente parte della mia nazione? Non mi sono mai posta questa domanda, anche se da piccola pensavo che sono italiana semplicemente perché sono nata in Italia da genitori italiani, perché anche i miei nonni erano italiani; ma gli insegnamenti della mia famiglia e della scuola mi hanno fatto comprendere che sono italiana perché sono parte di una nazione, di un insieme di persone accomunate dalla stessa storia, dalla stessa lingua, dalla stessa cultura.
A scuola ho imparato l’italiano, ho appreso grazie ai libri di storia il nostro passato, a quelli di geografia le bellezze dei nostri paesaggi, a quelli di storia dell’arte le meraviglie architettoniche del nostro paese. La mia famiglia mi ha trasmesso le tradizioni della cultura italiana, della cucina e anche il dialetto.
Un canale libero che sicuramente ha influito sono stati gli avvenimenti sportivi, cantare l’inno nazionale in un stadio gremito di gente, fare il tifo, esultare tutti insieme per la vittoria della nostra nazionale, per le vittorie degli nostri atleti alle Olimpiadi, per la Ferrari che vince un Gran premio.

Simone De Socio ha detto...

Simone De Socio

Essendo nato e cresciuto in Italia e non avendo parenti di origine estera ho avuto una serie di influenze enormi che hanno segnato il mio modo di sentire la nazionalità. Sono cresciuto attraverso un lento processo di categorizzazione, che mi ha permesso di differenziare tra diversi gruppi di nazioni e acquisire i valori del territorio e della cultura circostante. Resta comunque il fatto che non ricordo un evento particolare che mi abbia fatto riflettere sul perché mi sento Italiano. La prima volta che ho riflettuto sul tema è stato studiando Smith il quale indica una serie di fattori: comune territorio storico o patria; miti e memorie storiche comuni; una cultura pubblica di massa comune etc. e una serie di valori in comune; come il valore identitario della memoria storica. Potrei comunque fare presente dei dati che ho raccolto nel corso della mia esperienza e mi hanno portato a maturare questa identità. Da piccolo le cose che più mi hanno influenzato sono state le abitudini , culinarie, folcloristiche che mi hanno fatto adottare nonni e genitori e a cui mi hanno educato. Ricordo comunque un evento significativo : Un giorno della mia seconda media entrò in classe una ragazza con un velo sul volto vestita per me in maniera assurda che quando arrivò l'ora di religione uscì dicendo al professore che era esonerata (una scelta probabilmente dei genitori che pensavano sarebbe finita per avere un contatto con una religione appunto "diversa"). Fu il primo giorno in cui mi domandai: "Perché quella ragazza è così?". Non ho in mente altri eventi particolari come questo, ma sicuramente la lingua e la religione sono stati un mezzo di sentimento identitario molto forte. Guardare la televisione e vedere le feste nazionali, ricordare la memoria di personaggi importanti, scoprire tradizioni del mio paese, sentire servizi che mettessero in confronto la nostra cultura con quella di altri stati, insomma una serie di piccoli eventi appresi molte volte "informalmente" che mi hanno fatto sentire parte di un'unità.

Anastasia Di Giuseppe ha detto...

Io sono una ragazza fortunata perchè ho la possibilità di sentirmi parte integrante di 2 nazioni: l’Italia (patria del mio papà) e la Romania (patria della mia mamma). Questo indottrinamento avvenuto attraverso la quotidianità e il semplice pragmatismo però, tende a favoreggiare nettamente la prima, perché oltre ad essere la terra nativa di mio padre è anche la mia. Io mi sento a casa ogni volta che svegliandomi, mi assale l’aroma del caffè espresso, che vedo il marmo del Colosseo e la precarietà della torre di Pisa, ogni volta che leggo qualche verso della Commedia o che sento le note dell’Inno nazionale; al contrario, tutte queste sensazioni, in un contesto quale la Romania, mi fanno sentire una ospite, non di certo una appartenente. Questo senso di appartenenza non ha solo un risvolto positivo però; infatti mi sento italiana anche quando aspetto poco pazientemente che qualcuno mi faccia attraversare alle strisce pedonali, quando vado a trovare al cimitero la meritocrazia e incontro costantemente raccomandazioni e nepotismi. Sono italiana e mi ci sento sempre, anche quando non vorrei perché non l’ho scelto io, ma forse è Lei che ha scelto me.

Federica Sorrentino ha detto...

Il termine “cultura nazionale” indica il patrimonio collettivo di conoscenze di un popolo e, in virtù di ciò, contribuisce a definire quella che è l’identità nazionale di un individuo. I canali che maggiormente hanno contribuito ad accrescere in me come in tutti gli altri il sentimento di appartenenza alla nazione sono, a mio parere, molteplici. Tracciando un percorso cronologico nella vita di un individuo si possono individuare i momenti più importanti di acquisizione della cultura nazionale: già l’essere nato e cresciuto in Italia risulta, a mio parere, un fattore determinante nel sentirsi parte di una nazione che non solo ha ospitato noi e le nostre esperienze, ma ci ha inoltre trasmesso dei valori che gli sono propri. Per quanto riguarda l’acquisizione libera della cultura nazionale, ci si inizia poco dopo a rendere conto, attraverso il confronto con gli altri, di parlare la stessa lingua, l’italiano, di avere più o meno le stesse abitudini e gli stessi valori, la stessa cultura gastronomica. Momenti di acquisizione canonica della cultura nazionale si verificano all’interno dell’istituzione scolastica che, attraverso l’insegnamento di determinate materie e la trattazione di temi specifici, ci educa al senso di appartenenza alla nostra nazione: la geografia, ad esempio, ci insegna quali sono i confini materiali dell’Italia e quindi dove siamo collocati; la storia ci illustra il processo di costruzione di un’identità e di una cultura nazionale che a noi appaiono ad oggi scontati, la letteratura, la religione. A mio parere anche la politica, la partecipazione individuale a collettiva ad essa e il controllo dei mass-media giocano un ruolo importante su questo fronte: la veicolazione di messaggi attraverso le pubblicità, i fatti di cronaca incentrati sul nostro paese o sui nostri concittadini all’estero, la polemica sull’immigrazione e i festeggiamenti nei giorni di festa nazionale sono momenti che ci ricordano la nostra cultura di italiani a cui siamo talmente abituati che ci appare come naturale e, talvolta, unica.

ilaria stirpe ha detto...

Questa domanda, a dir la verità, mi ha messo molto in difficoltà. Se avessi vissuto in un'altra nazione forse avrei una risposta meno confusa di quella che darò. Gli elementi che mi hanno portato a diventare, e non ad essere, "naturalmente" italiana sono molteplici. Come si è affrontato nelle lezioni precedenti la cultura è sapere appreso per cui, sin da piccoli, abbiamo imparato ad andare la domenica a messa insieme alla famiglia, a cantare l'inno nazionale italiano di G. Mameli e potrei continuare all'infinito con simboli, segni collettivamente condivisi dagli italiani che hanno finito per esser stati interiorizzati da tutti noi italiani.
Purtroppo le convinzioni, gli stereotipi, i dogmi, le politiche ormai ci abitano da secoli e sembrano non lasciarci via d'uscita. Intraprendere una riflessione antropologica significherebbe oltrepassare i confini che noi stessi abbiamo delineato. Sono quasi certa che viaggiare e "leggere" le diverse culture che ci circondano mi aprirebbe una filosofia di pensiero più ampia e ad oggi saprei verbalizzare questo senso di appartenenza che non sento di avere. Ad esempio un albanese che vive da molti anni in Italia potrebbe sentirsi più italiano di me e ne avrebbe tutto il diritto.

Ilaria Stirpe

Marta Tramontana ha detto...

Incontro molta difficoltà ad individuare dei canali che mi abbaino fatto e mi facciano sentire italiana, forse proprio perché ognuno considera inconsciamente la propria cultura come naturale.
Ho sempre trovato divertente scoprire come ci vedono gli stranieri, cosa considerano ‘italiano’, cosa ci rimproverano e soprattutto quanto ci prendono in giro per il cibo, per il legame alla famiglia e per l’eccessivo gesticolare durante i nostri discorsi. Sono tutte cose che fanno sorridere e che un donano un senso di appartenenza.
L’orgoglio nazionale, il patriottismo, non sono mai stati sentimenti molto presenti in me e posso dire di sentirmi italiana solo quando cucino la pasta al sugo o quando mi sorprendo a dire qualche parola in romano.
Per fortuna ho avuto modo di viaggiare molto e così ho scoperto la parte italiana che c’è in me solo entrando in contatto con altre culture, quando visito altre città e mi sono accorta di come i paesaggi, i colori e le atmosfere siano differenti. Ciò che più mi fa sentire di appartenere a questa nazione sono i luoghi. Le strade, i palazzi, gli alberi, mi fanno sentire a casa.
Un altro canale è sicuramente la musica! Penso alle decine di cantati che ascolto e che sono conosciuti soltanto in Italia e forse sì, mentre canto le canzoni di De Andrè, mi sento italiana.
Considero la musica e, diciamo, l’abitudine a vedere alcuni paesaggi, come momenti di acquisizione più liberi. Per quanto riguarda invece i momenti più canonici, sicuramente la scuola occupa il primo posto. Si pensi alla scelta dei programmi, soprattutto di storia e di italiano. Programmi che dipingono l’Italia come il centro del mondo, il regno dell’arte, della letteratura, della scienza, trascurando molto le altre culture, le altre storie, nominando gli altri stati magari solo quando entrano in relazione con il nostro paese.
L’ultimo canale che ho individuato è il cibo. Il cibo è destinato ad influenzare la vita di ognuno di noi. I sapori che ci accompagnano da una vita ci riportano immediatamente a casa e mi fanno sentire italiana.

Ilaria Piacenti ha detto...

Ilaria Piacenti

A mio avviso, un contributo particolare alla formazione di un senso di appartenenza nazionale lo ha dato la memoria storica, trasmessa non solo attraverso i racconti di guerra dei nonni ma anche dai monumenti che troviamo in ogni angolo d’Italia.
Riporto di seguito un episodio della mia infanzia per far capire come, fin da bambini, siamo circondati da elementi che ci fanno sentire parte di un’unica entità.
Al centro del parco del mio paese, dove da piccola mi capitava di giocare con i miei amichetti, si trova un piccolo monumento dedicato ai caduti della prima guerra mondiale. Ricordo che un pomeriggio mi soffermai sulla didascalia che recitava “Per renderti una libera indipendente morimmo o gran madre Italia”. Tornata a casa, chiesi a mio padre di spiegarmi il significato della scritta. Mi disse che i nomi che comparivano sull’opera commemorativa erano quelli dei miei paesani che diedero la vita per un ideale che li univa. Quella fu la prima volta che mi avvicinai ai concetti di “patria” e “nazione”.


Filippo Scafoletti ha detto...

Filippo Maria Scafoletti

La mia personale acquisizione della cultura nazionale italiana è avvenuta attraverso diversi canali, molti dei quali informali, altri formali. Sicuramente la scuola ha contribuito in maniera sostanziale alla mia formazione in quanto italiano. La storia, la lingua, gli autori studiati mi hanno direttamente formato una cultura (e quindi un modo di essere e vivere) nazionale in modo graduale e naturale. Ho sempre dato per scontato dunque l'idea di appartenere ad un "noi" di italiani, non pensando a cosa quel "noi" potesse realmente riferirsi e che la nostra cultura nazionale viene concepita tale dalle persone stesse per cause a loro esterne: la loro vita quotidiana e la politica.
Ed ecco dunque che la nazionale italiana di calcio diventa per me (tifoso) un ulteriore tassello della mia identità nazionale. Se penso ad esempio all'inno italiano capisco quanto sia rappresentativo: gli italiani che cantano insieme una canzone che professa i loro valori.
La cultura nazionale dunque viene trasmessa in modo totale da una quantità innumerevole di canali. Nella vita quotidiana troviamo televisioni, radio, giornali, persone, religioni, che incessantemente e (soprattutto) indirettamente alimentano la nostra identità nazionale. Ad esempio: il semplice parlare di una ricetta tipica italiana comporta spesso un senso di appartenenza causato dalla comune credenza che la cucina italiana sia superiore alle altre; tutto questo perchè la nostra cultura così ha stabilito. Il fattore fondamentale non è se la cucina italiana sia buona o cattiva, ma che tutti abbiano la stessa idea al riguardo.

Anastasia Di Giuseppe ha detto...

Un esempio di segno che mi viene in mente è il basilico, piantina erbacea che quasi tutti hanno sul balcone di casa e interagisce con noi per mezzo di un significante olfattivo o di uno visivo o di entrambi; per noi italiani una foglia di basilico sulla pizza margherita o sulla pasta al sugo è quasi assunta a simbolo nazionale; per i Genovesi è una materia prima a tutti gli effetti che viene usata per produrre il famosissimo pesto alla genovese; di contro, per i Rumeni è simbolo di lutto che viene portato al cimitero o in generale al funerale di un defunto per coprire cattivi odori dovuti alla putrefazione (nelle pratiche ortodosse infatti i defunti vengono tenuti a casa anche fino al quinto giorno dopo la morte), quindi mai si sognerebbero di metterlo sulla pizza; per il mio cane la piantina di basilico è un ottimo digestivo che non esita a mangiare quando ha mal di stomaco; ecco dunque un esempio che dimostra la differenza dell’interpretazione dei simboli a seconda della cultura (differenza tra uso “italiano” e uso “rumeno”) e dell’arbitrarietà del segno (infatti il mio cane che non è influenzato da tale arbitrarietà non lo usa come la specie umana)

jessica ciuffa ha detto...
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jessica ciuffa ha detto...

Il canale fondamentale che mi ha portato a sentirmi naturalmente parte della nazione italiana è stato la scuola: quando ho cominciato a studiare le città e le regioni "italiane" non quelle belga o spagnole; quando, sulla pagella di fine anno delle elementari e delle medie,lingue come il francese o o l'inglese erano riportate con la dicitura "lingua straniera"; oppure quando mi hanno insegnato l'inno "italiano" e la letteratura "italiana".Un giorno chiesi ai miei genitori perchè a scuola non ci insegnavano anche l'inno canadese o quello francese,che avevo sentivo cantare dai calciatori prima dell'inizio di una partita di calcio trasmessa in tv (infondo non si va a scuola per imparare?). Loro mi risposero:<< perchè sei italiana!quindi devi imparare la cultura italiana>>.Altri canali di "nazionalizzazione" per me sono stati i programmi televisivi (quelli specifici "italiani" sono diversi da quelli "inglesi"), la musica (quella "italiana" è diversa quella "americana"),l'arte e i diversi modi di cucinare e mangiare il cibo, che variano di "stato in stato".

Francesca Acostachioae ha detto...

Q1.
Il canale principale che mi ha portato a sviluppare la mia identità nazionale è stata la scuola, ma anche la vita quotidiana, l'amicizia e la televisione sono stati elementi fondanti di essa. L'acquisizione formale è cominciata quindi alle elementari. Ho frequentato una scuola cattolica dove ho imparato a conoscere la bandiera, l'inno, lo Stato e anche la sua religione, in quanto legata profondamente alla cultura italiana. Nel mio percorso scolastico oltre ad approfondire la lingua, che è la base dell'identità di un popolo, ho imparato la storia politica ed artistica dell'Italia, approfondendo così il mio legame culturale con la nazione. L’acquisizione informale, invece, si è sviluppata passo passo durante tutta la mia vita; attraverso le abitudine culinarie della mia famiglia e dei miei amici, attraverso le manifestazioni sportive, le parate militari e le festività religiose. Inoltre i mezzi di comunicazione come la TV, la radio e il cinema, fin da piccola, mi hanno permesso di familiarizzare con la lingua e la cultura generale.

Francesca Anna-Maria Acostachioae.

Silvia Gamucci ha detto...

Domanda 1
Il patrimonio culturale collettivo affonda le sue basi su elementi che ci fanno sentire “naturalmente” parte della stessa Nazione,in una operazione di Nation building.
Questi elementi possono essere canonici o naturali ma ambedue contribuiscono in egual modo a far si che l'essere umano rimanga intrappolato in un disegno che lui stesso ha costruito nel corso della storia.

Sono nata in un un Paese in cui ho trovato già tutto quello di cui avevo bisogno per sopravvivere, ho imparato l'italiano e mi sono adattate all'ambiente che mi circondava, acquisendo naturalmente un'identità nazionale.
Iniziata la scolarizzazione, le impostazioni istituzionali hanno contribuito a dare un'impronta sempre più nazionalistica alla mia personalità.
Non avevo coscienza di quello che stava avvenendo ma ho assorbito gli stimoli esterni attraverso messaggi istituzionali (oltre alla scuola anche la religione, i mass media, la politica)piuttosto che abitudini e passioni apprese in maniera naturale (cantare l’inno nazionale,festeggiare una festività religiosa ma anche laica, portarmi il cibo da casa quando sono andata all'estero).
Sto crescendo, cerco di razionalizzare e potrei anche pensare di essere in grado di liberarmi di tali impostazioni ma non ne sono capace. Non riesco a liberarmi da quel senso di appartenenza che mi accompagna da quando sono nata, che mi esalta ma che spesso mi fa anche rabbia. Sono anche io il frutto della Nation Building, figlia "colonizzata" dal nazionalismo. Tale cultura è talmente radicata in me che trovo assolutamente naturale la più semplice e banale abitudine che mi lega indissolubilmente alla mia Nazione.

Lorenzo Giannetti ha detto...

Sicuramente posso affermare senza apparenti dubbi che mi sento un italiano. Ma la domanda che mi pongo è: "Sono sicuro di sentirmi più italiano di uno straniero che vive da anni nel 'nostro' paese?"
L'aver scritto in maniera automatica l'aggettivo nostro affianco alla parola paese mi può dare un indizio di quando sia radicato il senso di appartenenza negli italiani. Innanzitutto il mio sentirmi italiano nasce da un contesto familiare dove l'utilizzo dell'italiano (accompagnato dal dialetto) mi ha subito introdotto nella società romana e italiana. Un altro fattore importante è legato alla passione per il calcio che porta me e milioni di italiani a seguire la nazionale e a sentirsi tutti fratelli nel momento dell'inno nazionale, anche se in realtà penso che culture regionali presentano un numero di differenze rapportabili a quelle fra cultura italiana e di un altro paese. Inoltre condividere la cultura significa anche sottolineare le differenze con altre culture dunque si può affermare di appartenere ad una cultura anche per negazione: "sono italiano perchè non mi sento ne tedesco ne arabo ne di qualsiasi altro paese"
Un'altra azione che ha sedimentato in me la cultura italiana è stata lo studio dei classici letterari come la Divina Commedia (anche se mi è chiaro come Dante possedesse una cultura molto lontana da quella italiana odierna). L'ultimo fattore di cui vorrei parlare è il fenomeno per cui si enfatizzano gli stereotipi che il resto del mondo ha dell'Italia: quindi elementi tipici come la pizza, la pasta, la gestualità o il mandolino assumono ai miei occhi un ruolo di protettori dell'italianità nel mondo ai quali sono molto legato.

Ilenia Scaccia ha detto...

1: Partendo dal concetto che l’uomo ha la capacità di apprendere, quindi la cultura è un sapere appreso e allo stesso tempo diventa naturale condividerlo, possiamo quindi chiederci: "Cosa porta a sentirsi naturalmente parte di una nazione?" È importante soffermarsi su questo concetto, in quanto in un primo momento essere parte integrante di una nazione viene percepito come qualcosa che è nell'uomo da sempre, una cosa innata, ma come sappiamo non è così. Facendo alcuni esempi possiamo spiegarlo: sui banchi di scuola ci insegnano la posizione geografica del nostro paese, le canzoni, gli inni nazionali che ci rappresentano. A casa con i nostri genitori, familiari e amici guardando la televisione, strumento molto influente, si acquisiscono varie informazioni con telegiornali ma anche con la semplice partita di calcio.

Alessandro Frezzato ha detto...

I canali che mi hanno proiettato a sentirmi italiano sono molteplici. In primo luogo mi viene in mente quello relativo all’educazione. Vado dunque a fare una chiara allusione alle principali palestre del sapere: le scuole. All’interno di esse ho scoperto e studiato molto della cultura del nostro Paese; autori come Dante, Boccaccio, Pirandello con un’importante fama nel panorama della letteratura europea, hanno contribuito, sotto questo punto di vista, a costruire in me una sorta di appartenenza e orgoglio nazionale. Ma se dovessi ulteriormente scavare nel passato, da buon sportivo, lo andrei a identificare nelle principali manifestazioni sportive. Le ultime bracciate della Pellegrini prima di riportare l’oro in Italia è stato uno dei momenti più emozionanti che ricordo. Altrettanto lo fu quando vincemmo i mondiali in quel memorabile e tiepido 9Luglio 2006, a Berlino. Tuttavia, non furono solo canali di carattere sportivo e scolastico a creare in me una sorta di attaccamento a questa nazione. Purtroppo, tragedie come il terremoto dell’Aquila mi invitarono a riflettere e ad accentuare in me quel senso di appartenenza dettata dalla solidarietà.

Gianluca Evangelista ha detto...

I principali canali di acquisizione della cultura “nazionale” fin dall’infanzia sono sicuramente la famiglia e la scuola: sono questi gli ambiti in cui si apprende la lingua madre, si inizia ad interagire con un territorio sempre più ampio che viene percepito come “proprio” e ci si sente parte di una comunità con precise caratteristiche. In molti casi si tratta di acquisizioni per lo più inconsce, come ad esempio la familiarità con un determinato stile culinario o con il fatto di vivere in nuclei familiari, o applicate in modo automatico, come possono essere il fatto di mangiare a determinati orari o dare per scontato che si guidi a destra. In ambito scolastico, invece, l’acquisizione della cultura nazionale è molto più formale, poiché tutti i programmi di letteratura, storia e geografia sono incentrati fondamentalmente sull’Italia, per cui tutti i ragazzi sono portati ad assumere la stessa prospettiva di osservazione del mondo basata sul proprio paese. Un altro canale che incide sulla cultura nazionale italiana è la religione cattolica, molto pervasiva fin dai primi anni di vita non solo attraverso l’istituzione Chiesa, ma soprattutto all’interno della famiglia, della scuola e dei mezzi di comunicazione (TV in primis): chi si sente italiano dà per scontato che si debbano festeggiare la Pasqua o il Natale, molto probabilmente ha ricevuto almeno il battesimo e considera le chiese parte “naturale” del proprio paesaggio architettonico (e non le moschee…). Fondamentali sono poi lo sport (chi non si sente italiano nell’anno dei Mondiali?), la musica (la storica “canzone italiana”) e la televisione, che per la sua diffusione e presenza nella vita di ciascuno incide sulla percezione di quella cultura come propria e condivisa. Infine ci sono numerosi simboli fortemente identitari presenti in vari ambiti della vita di ciascuno, come l’inno nazionale o la bandiera, che contribuiscono in maniera decisa alla formazione di una cultura nazionale ben definita.

Gianluca Evangelista

Lorenzo Natella ha detto...

Q1. La mia acquisizione di cultura nazionale è frutto di una riflessione nata nei canali familiari sin dalla tenera età, per mezzo dei racconti dei nonni sulla guerra mondiale e sulla Resistenza. Questa narrativa familiare ha contribuito più di altro alla costruzione "naturale" del mio modo di intendere la cultura nazionale. La mia riflessione è continuata per mezzo dell'educazione universitaria e soprattutto dell'attività politica e sociale. Tutto ciò, se da una parte affinava la mia riflessione sul concetto di cultura nazionale, lo faceva diventare sempre meno "naturale", nel senso che la storicizzazione di questo concetto mi permette oggi di considerare una qualsiasi cultura nazionale come qualcosa di fluttuante, in movimento, stratificata, diversificata, meticcia, fluida. Il nation-building italiano oggi sembra per lo più legato a fattori culturali ben circoscritti: lo sport, la cucina, l'arte ecc. Variabili che rappresentano per tutti, me compreso, fattori imprescindibili di sedimentazione della cultura nazionale. Ciò nonostante, per semplificare, la consapevolezza che la parmigiana di melanzane sia una ricetta di origine turca, rende più agevole la relativizzazione della mia cultura nazionale.
Per convinzione personale oggi credo nel progressivo tramonto del concetto stesso di Stato-nazione, convinto che la cessione di sovranità verso il basso e verso l'alto sia un processo storico tanto inevitabile quanto lo fu l'invenzione dello Stato-nazione capitalista. Questo, forse, sta portando alla nascita di culture locali e di culture sovranazionali in perenne compenetrazione e competizione tra loro. Oggi esistono figli di migranti che sono quadrilingue e parlano, ad esempio, italiano e inglese ma anche torinese e wolof! Oppure, possiamo dire che nella cucina urbana italiana oggi assistiamo all'espansione sia dello street-food regionale (arancine, arrosticini, bombette) che internazionale (kebab, involtini primavera...), spesso a discapito del nazionale piatto di pasta della domenica.

Lorenzo Natella

Ilaria Campaniello ha detto...

L'acquisizione della cultura "nazionale", a mio parere, si determina gradualmente nel corso dello sviluppo e diventa parte integrante del nostro modo di essere. Questa, costituisce un fenomeno complesso in cui si diramano ed interagiscono molteplici aspetti della vita sociale di un soggetto. L'acquisizione di una cultura "nazionale", si origina da molteplici canali, quali la famiglia, da cui l'individuo deriva una percezione di appartenenza e quest’appartenenza implica, a livello individuale e sociale, processi cognitivi, valutativi ed emozionali.
Un altro canale fondamentale, nel processo di acquisizione della cultura "nazionale", è quello didattico, in grado di trasmettere un valore fondamentale, rappresentato dalla memoria storica, che inneggia alle origini e al passato.
Anche l'aspetto culinario concorre,notevolmente, all'acquisizione di una cultura "nazionale". Un esempio significativo è il ristorante Eataly, il cui marchio si fa portavoce dell'ampio repertorio culinario che caratterizza il nostro Paese.

Margherita Belli ha detto...

A lezione abbiamo ragionato sul fatto che la condivisione della cultura, per motivi legati alla vita quotidiana e alla politica, è un fatto che finiamo per dare per scontato e a considerare "naturale". Naturale, quindi, dovrebbe essere, a rigor di senso comune, il mio sentirmi italiana. Esso scaturisce sicuramente dall'ovvietà reiterata che la lingua con cui penso e mi esprimo è l'italiano e, altrettanto banalmente, dal fatto che la mattina appena sveglia bevo caffè espresso, bevanda "sacra" più dell'acqua per ogni italiano che si rispetti.
Secondo il processo di nation-building, da lei mirabilmente descritto a lezione, veniamo colonizzati dalla cultura nazionale d'appartenenza in modo formale, ad esempio frequentando la scuola dell'obbligo, e informale, venendo a contatto con un contesto che pullula di usi, costumi e manufatti tutti italiani, dal cibo alla musica. Tutto ciò avviene automaticamente dal giorno in cui vediamo la luce, in forza del nostro essere animali atti ad apprendere nulla è naturale in noi ma tutto cresce e prende piede in una maniera spesso non consapevole. Dunque, lungi dal fenomeno culturale la naturalita' di ciò che un italiano professa come un credo per tutta la vita: dieta mediterranea, famiglia tradizionale, calcio di serie A, "l'Italia agli italiani", "sono un italiano, un italiano vero" e via discorrendo.
Personalmente non ho mai negato di avere una cultura italiana (ne sono sicuramente imbevuta fino al collo!) dato che sono nata ad Arpino (FR) nel 1993, ma la mia storia familiare mi ha portata spesso a contatto con una stridente convivenza di questa italianità in me: mio padre è italiano ma mia madre è cittadina della Repubblica Ceca. Così ho sempre vissuto l'italianità come una parte e mai come un tutto: ho la cittadinanza Ceca, fin da piccolina ho avuto modo di imparare anche il ceco, di andare di frequente a trovare mia nonna a Brno, mangiare palačinky e knedlíky, festeggiare Mikuláš il 6 dicembre e la festa d'Indipendenza dello Stato Ceco il 28 ottobre, nutrendo dunque un grande senso di appartenenza anche di quest'altra cultura. È riflettendo su questo mio personale vissuto che capisco profondamente cosa vuol dire che le culture non sono blocchi monolitici, che una persona può condividerne più di una, che le stesse si mischiano e contaminano in "identità fluide e passanti". Che l'illusione con cui gli stereotipi identitari si impongo è la forza degli stati nazionali e che allora dire che la cultura è condivisa non è affatto così scontato e naturale.
Alla luce di ciò, penso di esser stata fortunata: vivere il contatto con la diversità già in famiglia ha reso più difficile questa "colonizzazione" solamente italiana in me e credo sia questo che, da una parte, non mi permette un'adesione cieca e totale all'orizzonte culturale del paese in cui studio e vivo e che, dall'altra, mi consente l'esperienza di una cultura "ibrida" italo-ceca tutta da inventare.

Belli Margherita

Giampaolo Giudici ha detto...

Riflettere sulla propria cultura in modo oggettivo non è semplice. Proprio la naturalezza con cui ci sentiamo parte integrante di una cultura, ci rende difficile avere uno sguardo esterno.
Sicuramente il primo fattore canonico che aggrega e forma qualsiasi generazione, indirizzandola verso una certa cultura nazionale, è la scuola. Studiare la propria lingua, la propria storia e la condivisione della formazione stessa sono elementi fondamentali che mi hanno permesso di sentirmi parte di una comunità sin da piccolo.
Questa va di pari passo con le esperienze più informali che ognuno di noi ha vissuto nella propria famiglia: ad esempio i racconti dei nonni, le tradizioni o le feste comandate da passare rigorosamente con i parenti.
Un altro elemento che attecchisce con facilità, più sui maschietti, è la Nazionale di calcio: il sentirsi tutti accomunati dalla maglia azzurra, dal tricolore e da giocatori di altre squadre che, per quella sera, sono anche nostri. Ricordo benissimo come per tutta l'estate del 2006, anno della vittoria del mondiale, fosse normale avere un rapporto informale e cordiale con chiunque, come se tutti avessimo fatto parte della stessa enorme famiglia.
Anche la cultura in senso lato (libri, film, monumenti) aumenta questo senso di appartenenza. Sapere che Fellini o Sophia Loren abbiano trionfato agli Oscar, che Dante sia ritenuto uno dei poeti più importanti di sempre, che il Colosseo sia riconoscibile da chiunque nel mondo, non fa che stuzzicare il mio orgoglio di "essere italiano". Come se anche io (o qualche mio antenato) avessi partecipato direttamente alla cosa.
Infine un ultimo elemento è il confronto con le altre nazioni. I viaggi all'estero paradossalmente mi hanno fatto avvertire maggiormente questo senso di appartenenza: proprio la mancanza di alimenti tipici (pasta, pizza, un buon caffè) ne sottolinea l'importanza.
Ricordo che durante un viaggio a Praga con gli amici, uno dei maggiori momenti di aggregazione fu "l'approdo" in un ristorante italiano che, dopo giorni di gulash, aveva tutta l'aria di essere un'oasi nel deserto.

Francesco Paoletti ha detto...

Q1. l'acquisizione della cultura nazionale ci viene fondamentalmente "imposta" gradualmente parallelamente alla nostra crescita, soprattutto nel periodo legato all'infanzia.
Sono italiano perché qui' sono nato, cresciuto e qui' ho frequentato le scuole. L'italiano è la mia lingua madre, quotidianamente mi esprimo, penso e sogno in italiano. Collegando quanto ho detto alla sfera affettiva questo fa sì che, a livello canonico, questo possa portare un individuo a sentirsi "naturalmente" parte della propria nazione. Ma ritengo che questo non basti, conosco tante persone che, nonostante siano nate e cresciute in Italia come me, non si sentono minimamente parte della nazione. L'esperienza "primaria" che abbiamo avuto tutti non è spesso sufficiente; occorre interrogare la propria personalità e i propri "interessi".
I fattori che possono accrescere il sentimento di appartenenza alla propria nazione sono vari: si spazia dalla memoria storica, alla sfera artistico/letteraria, politica, e perché no, sportiva. Cercherò di fornire un esempio per ciascuno degli ambiti che ho elencato, attingendo dalla mia esperienza personale.
Memoria storica: potrei fare mille esempi, ma qualcosa che mi fa sentire profondamente legato alla mia nazione è la rotta di Caporetto e la seguente riscossa nella battaglia di Vittorio Veneto. Per la sfera artistico/letteraria penso alle bellezze delle nostre città e ai nostri sei vincitori del Nobel per la letteratura.
Dal punto di vista politico mi piace ricordare la nascita della Repubblica Italiana dopo il referendum istituzionale del 2-3 giugno 1945.
Infine dal punto di vista sociale e sportivo ci sono delle grandi catastrofi, o delle grandi gioie, che naturalmente avvicinano, nel dolore o nella felicità, alla propria patria e ai propri connazionali. Penserei al terremoto de L'Aquila, o di Amatrice o al famoso "Fate presto" con cui "Il Mattino" di Napoli titolava la propria prima pagina tre giorni dopo il terribile terremoto dell'Irpinia.
Ora però (atteggiamento tipico italiano) occorre concludere con un bel ricordo, con uno di quei momenti in cui "è più bello essere italiani": sarà banale ma non ho esempio migliore, mi riferisco alla vittoria della coppa del mondo del 2006 e a quel grido: "Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo".

Francesco Paoletti

Enda Meti ha detto...

Di me, non si può dire che abbia una vera e propria cultura 'nazionale' poichè non sono italiana, anche se, a dire la verità mi sento più italiana. A 5 anni sono arrivata in Italia, dunque la mia formazione scolastica è avvenuta qui, ed è già qualcosa che mi lega fortemente a questa nazione. Non è cosa da poco, poichè la scuola da un primo imprinting ai bambini che poi porteranno avanti per anni. Mi sento 'italiana' quando correggo un'amica se fa errori grammaticali; mi sento 'italiana' perchè amo la pizza e la pasta e quando vado all'estero, non riesco a mangiare nulla che non somigli un po alla cucina italiana; mi sento 'italiana' quando mi rendo conto di aver incorporato abitudini, modi di vivere e pensare prettamente 'italiani'. Credo, a volte, di essere molto più italiana di tanti altri italiani. Non basta nascere qui, per potersi definire italiano.

Andrea Martini ha detto...

1) Riflettere su quali siano stati i canali che mi hanno portato a sentirmi “naturalmente” parte della mia nazione Italia non è semplice: due sono le strategie attraverso le quali siamo tutti “colonizzati” dalla cultura della nazione a cui apparteniamo, una formale e una informale, ma molteplici sono i canali attraverso cui si attua questo meccanismo di nazionalizzazione della cultura, e non tutti chiaramente distinguibili. È molto difficili renderci conto del momento esatto in cui ognuno di noi si è sentito per la prima volta italiano. Non possiamo fissare dei paletti, delle cesure nette, lungo la linea del tempo che ci permettano di dire <>; è un processo lento e dilatato nel tempo, che funziona soprattutto per canali informali tanto che poi ognuno di noi si sente “naturalmente” italiano, senza pensare che in realtà questa sensazione di appartenenza nazionale è divenuta nostra, ci è stata “insegnata”, che non nessuno è nato “italiano”. Ripercorrendo la nostra vita però possiamo comunque individuare de momenti, più o meno sbiaditi, in cui ci siamo sentiti veramente italiani: mi vengono subito in mente le manifestazioni sportive. Chi di noi non si è mai sentito italiano durante un mondiale di calcio, oppure ad un gran premio di F1? Tifiamo forse la Francia in una qualsiasi Olimpiade? Che sia il calcio o qualsiasi altra disciplina, lo sport è un momento di fortissima coesione sociale e che scaturisce un fortissimo senso di appartenenza. Sin da piccoli molteplici istituzioni ci insegnano, esplicitamente o meno, ad essere italiani. Innanzitutto la famiglia: siamo figli di genitori italiani, in un nucleo familiare dove si parla solo italiano, dove si praticano abitudini i stili di vita simili o identici a tante altre famiglie del vicinato che parlano come noi; nel momento in cui troviamo al supermercato degli individui strani, con un colore di pelle diverso, che emettono dei suoni incomprensibili, cominciamo a renderci conto che apparteniamo a qualcosa di diverso da loro. Da una banale domanda fatta a nostro padre, lui ci confermerà che non sono Italiani come noi. Sempre da piccoli, ogni domenica i nostri genitori ci hanno accompagnato in chiesa, e quando capitava il giorno di una qualche ricorrenza religiosa, si andava in processione, osservando che accanto alla statua del santo di turno, compariva anche lo stendardo del Comune con una bandiera tricolore, stessi colori che ritrovavamo su una fascia che esibiva il sindaco sul petto, e stessa bandiera che vedevamo sventolare davanti al palazzo comunale. Finita la processione e la messa, si passava al bar del paese, dove sentivamo spesso gli anziani discorrere di politica, di calcio, frasi del tipo “gli Italiani sono così”. Durante il pranzo domenicale con la famiglia riunita, il nonno ci raccontava di quando ha combattuto per difendere le nostre terre, da una parte tedeschi e dall’altra italiani appunto. In tv e in radio siamo bombardati ogni giorno di notizie che riguardano l’Italia e gli italiani, e, banalmente, persino le previsioni climatiche ci insegnano che l’Italia è la nostra terra. Non per ultima poi c’è la scuola dell’obbligo, che più di ogni altra cosa ci ha insegnato prepotentemente a sentirci italiani, con la letteratura, la storia, la geografia, e soprattutto attraverso una materia che ormai, osservando il percorso di studio di mio fratello minore e dei miei cugini, non si insegna quasi più, ovvero educazione civica. Sono innumerevoli poi altri canali di acquisizione, dalle letture alla visione di film, dall’ascoltare musica alla navigazione sul web, ecc.

Andrea Martini

Sara De Rosa ha detto...

La cultura secondo Kluckhohn è il complessivo modo di vivere di un popolo, L’eredità sociale che un individuo acquisisce da un gruppo, un modo di sentire , pensare e credere. La cultura è una mappa. Essa è data da miscugli di diverse culture. Per questo la cultura è situata nella mente e nel cuore di ogni persona. Grazie a ciò L’uomo si sente parte della propria cultura e della propria nazione. I canali che mi hanno portato a sentirmi Italiana , sono stati prevalentemente la mia famiglia e il mio gruppo di pari grazie agli insegnamenti ricevuti. La mia famiglia mi ha insegnato le tradizioni e gli usi e costumi del nostro paese. Ad esempio il modo in cui festeggiamo il natale, con un grande cenone e pietanze tipiche natalizie, il rito famigliare dell’albero di natale dopo L’8 dicembre. Viaggiando con gli amici all’estero, mi sono accorta che del nostro paese mi è mancato molto la tradizione culinaria, la dieta mediterranea, e i programmi d’intrattenimento.

Eleonora De Bellis ha detto...

Ci sono molti canali attraverso i quali vengono trasmessi i valori e le idee tipiche della nazione di appartenenza e tra questi vi sono la famiglia e la scuola. A scuola, in particolare, nell’insegnamento della storia si tende a sottolineare le gesta di importanti personaggi italiani o il ruolo assunto dalla nostra nazione durante le Guerre Mondiali. Anche nella geografia, si parte principalmente dallo studio dell’Italia e delle regioni che la costituiscono. Per quanto riguarda lo studio della letteratura, invece, ricordo come all’esame di maturità uno dei commissari esterni dava molta più importanza alla conoscenza di autori e componimenti italiani. Ma uno dei principali canali che mi ha portato a sentirmi parte della mia nazione è stato sicuramente il cibo per un episodio in particolare. Qualche anno fa sono stata alcuni giorni in vacanza a Londra e ogni volta che arrivava il momento dei pasti mi rendevo conto di quanto le tradizioni alimentari potessero segnare l’appartenenza ad un territorio. Oltre ad aver notato la mancanza o la poca presa in considerazione di alcuni prodotti alimentari tipici italiani, sono rimasta colpita dalla diversa importanza che gli inglesi davano ai pasti della giornata. Questo episodio mi ha fatto capire quanto mi sentissi lontana dall’Italia per la mancanza delle abitudini alimentari alle quali sono legata.

Anonimo ha detto...

1- Il fatto di sentirsi “naturalmente” parte della propria nazione deriva innanzitutto da alcuni aspetti socio-linguistici: nel mio caso, l’essere effettivamente nato e cresciuto in territorio italiano, l’avere un nome ed un cognome italiani, l’aver appreso l’italiano come lingua madre e, marginalmente, il fatto di non avere parenti di origine straniera.
La cultura “nazionale”, dal punto di vista storico, viene acquisita dai libri e dalle lezioni di storia (fin dalle scuole elementari), o da domande mirate su particolari argomenti rivolte, ad esempio, ai propri parenti. Cinema, letteratura e musica (le arti in generale), giocano anch’esse un ruolo chiave nell’acquisizione di una cultura “nazionale”.
Fondamentale è anche l’apporto di alcuni usi e costumi assimilati e sentiti come “nazionali”, come manifestazioni tipiche (feste, sagre, eventi vari) o tradizioni culinarie (ricette, prodotti tipici, ecc.), che veicolano “italianità”.
Parlando di cultura “nazionale” canonica non si può inoltre non pensare alla sfera religiosa, soprattutto se si ripercorrono dalla nascita i primi anni di vita: “cresciuto” da cattolico ricevetti, come quasi tutti i bambini di quell’età, un’impronta religiosa attraverso il battesimo e la comunione (prima di farmi una mia chiara idea sui concetti di fede, che mi hanno poi portato su tutt’altra strada).

Federico Favale

Francesca D'Amico ha detto...

I canali che mi hanno portata a sentirmi “naturalmente” italiana sono molteplici. In primis ha contribuito sicuramente la mia famiglia, non solo attraverso tutti i valori che mi hanno trasmesso ma anche attraverso le usanze e le tradizioni tipiche del nostro paese: ad esempio, da bambina (quasi obbligata) dovevo andare tutte le domeniche a messa, essendo la mia famiglia molto cattolica oppure i pranzi ricorrenti nelle festività e così via. Un altro fattore è stato la scuola attraverso lo studio (ovviamente della lingua italiana) della geografia e della storia della nostra nazione, quindi imparando le regioni, i confini, i mari, le montagne ecc.. ma anche imparando le grandi imprese come quando, ad esempio, l’Italia divenne un paese unitario nel 1861. La mia appartenenza all’Italia è fortemente sentita grazie allo sport: ricordo ancora il mondiale di calcio del 2006, avevo appena 9 anni ma in quel momento era come se ci fossi io a giocare contro la Francia. Al termine della partita, vedendo i calciatori alzare la coppa e vedendo tutti coloro che si trovavano vicino a me con una maglietta sopra la quale c’era la scritta “Italia”, mi sentivo così fiera. Non dimentichiamo poi la cucina italiana, mai così tanto desiderata ed amata da me quando mi trovavo in Croazia e dovevo accontentarmi di una misera insalata oppure i cinepanettoni con Boldi e De Sica i quali esprimevano tutta la loro “italianità” all’estero. Altri fattori possono essere la moda, la moda italiana così invidiata da tutto il mondo tanto da essere citata ora da cantanti americani (come il brand Versace) e la nostra arte con gli altrettanto invidiati esponenti come Michelangelo, Leonardo ecc.. Ma l’evento che davvero mi ha fatto sentire parte della mia nazione è accaduto qualche giorno fa.. Il mio ragazzo si è da poco arruolato in esercito ed è arrivato finalmente il giorno del giuramento. Arrivavano a gruppi 750 ragazzi in divisa, tutti perfettamente sincronizzati, fieri della strada che stavano di li a poco giurando di percorrere ed incitati da tutti i familiari presenti che sventolavano piccole bandiere con il tricolore. La domanda pronunciata “Giuro di essere fedele alla repubblica italiana..”, il seguente “Lo giuro” e l’inno di Mameli urlato dai ragazzi mi hanno scosso notevolmente.

giulia morè ha detto...

Il concetto di cultura nazionale implica l'insieme di valori, tradizioni, norme sociali che accomunano un determinato popolo, dando origine a un senso comune di appartenenza.
Sono diversi i canali che portano gli individui a sentirsi appartenenti a una certa nazione.
Uno dei canali che ha esercitato una grande influenza nella creazione di un forte legame rispetto alla cultura italiana è la mia famiglia. Questo senso di appartenenza è cresciuto in modo inconsapevole grazie ai racconti dei miei nonni sul periodo della guerra e della loro infanzia; anche stare a tavola per le occasioni di festa (spesso legate a festività religiose) mangiando piatti tradizionali ha dato il suo contributo.
Un secondo canale molto importante è stata la scuola dove l'impostazione della formazione affonda le sue radici nella cultura italiana (nella storia, nella geografia, nell'arte e nello studio della lingua).
Un terzo canale è rappresentato dai viaggi che ho svolto all'estero durante i quali ho piacevolmente notato che il "Made in Italy" è molto apprezzato, soprattutto nell'aspetto enogastronomico, nella moda, nella musica e nel cinema.

Laurenti Alessandro ha detto...

Il primo contatto con la mia culturale nazionale credo di averlo avuto grazie alla mia famiglia. Tramite quella tradizione che gran parte degli italiani hanno: vedere le partite della nazionale italiana. Nonostante fossi piccolo ricordo i momenti quando imitavo i miei genitori mentre mettevano la mano sul cuore per cantare l'inno di Mameli. E nonostante non avessi chiaro il significato e qualche parola cantavo a squarciagola insieme a tutti gli altri con grande gioia e con orgoglio!
L'altro canale che mi ha fatto accrescere il sentimento di cultura nazionalistica è sicuramente la scuola. Gli insegnamenti geografici e storici avvenuti fin dalle scuole elementari hanno fortemente influenzato la mia cultura nazionalista. Altro fattore molto importante la lingua. La lingua italiana anche ci fa sentire parte della nostra nazione poiché c'è la presenza di molteplici dialetti ma si condivide in modo omgeneo la lingua italiana in tutta la nazione. Se si parla d'Italia non si può non pensare al cibo; rinomato in tutto il mondo, per me che ho girato molte nazioni e diversi continenti è stato motivo di orgoglio e di accrescimento di nazionalismo
Principalmente la cultura nazionale storica ci viene tramandata tramite gli studi scolastici, le feste di paese che vanno avanti da anni ed anni le antiche tradizioni.
Se si parla di cultura nazionale canonica sicuramente ci verrà spontaneo pensare alla religione, perché fin dalla nascita siamo, non per scelta, cristiani cattolici; lo diventiamo tramite il battesimo anche se non abbiamo facoltà di sceltà, con la comunione, cresima ecc..

Miriam D'Ascenzi ha detto...

Ci sono numerosi modi attraverso cui un persona apprende la propria cultura nazionale. Ma la maggior parte delle volte, siamo inconsapevoli di compiere un’azione che determina la nostra appartenenza ad una cultura piuttosto che ad un’altra.
Un momento secondo me importante di questo processo di acquisizione è quello che va dai 6 ai 10 anni. Io, in questi anni, a scuola, ho imparato a scrivere e a parlare correttamente la lingua italiana, ho iniziato ad andare in chiesa e a frequentare il catechismo. Mi è stato più e più volte detto che la religione cattolica è la religione dello Stato Italiano. Mi è stato insegnato l’inno italiano e sono cresciuta mangiando pasta con il pomodoro. Ho iniziato a sentirmi italiana, quando alle elementari, notavo che tutti gli altri bambini, facevano le mie stesse cose. Andavano al catechismo, parlavano l’italiano e mangiavano pasta con il pomodoro. I maschi andavano tutti a calcio e le femmine a danza. Anch’io, ovviamente, come tutte le altre bambine, facevo danza. Se si pensa all’Italia, di solito, si pensa subito anche al calcio. Quindi, la maggior parte dei bambini, gioca a calcio. Mentre la danza invece, è considerato in Italia uno sport solo per “femminucce”.
Ho iniziato inoltre a capire di essere italiana, attraverso i cartoni animati. Vedendo le puntate de “I Simpson”, ogni volta che si parlava dell’Italia, c’era come sottofondo un valzer, i personaggi mangiavano la pasta con il pomodoro e la pizza. Io, dentro di me, mi identificavo con quell’idea degli italiani che questi cartoni trasmettevano e accrescevo sempre di più il senso di appartenenza alla “mia” cultura.

Martina Luciano ha detto...

Nel corso degli anni credo che i canali che abbiano portato a farmi sentire Italiana siano stati diversi, alcuni espliciti, come la scuola per esempio, altri impliciti, tramite le cose che mi circondano e che ho assorbito senza accorgermene.
Procedendo per ordine direi che la scuola in primis oltre ad aver avuto una funzione educativa ha anche avuto quella di farmi sentire parte del paese in cui vivo. Basti pensare al fiocco tricolore che bisognava portare sul grembiule durante le scuole elementari, alle cartine dell’Italia esposte in classe, oppure al fatto che venisse studiato l’inno nazionale, i poeti nazionali (nei primi anni scolastici) e la storia dell’Italia.
Anche la famiglia ha avuto il suo ruolo, a casa si parla l’italiano, mia nonna mi insegna a cucinare “tipici piatti italiani”.
Se accendiamo la TV siamo bombardati da pubblicità che promuovono prodotti tipici del nostro paese, il telegiornale ci aggiorna su ciò che accade maggiormente in Italia, e infine nonostante non segua il calcio, quando gioca l’Italiana sono li a guardarla, perché è la squadra nazionale.
Sono quindi tantissime le cose che sin da piccola hanno fatto si che mi sentissi “naturalmente” italiana.

MARTINA LUCIANO

Giulia Sellati ha detto...

L'acquisizione della cultura nazionale è un processo che si sviluppa in maniera parallela alla nostra crescita. Questa acquisizione avviene però in maniera perlopiù informale: a scuola ho imparato la grammatica italiana, ho imparato la differenza tra nazione e nazionalità scrivendo sull'esercizio sul libro "Italia" ed "italiana", ho imparato a definirmi "italiana" perché sono nata e cresciuta in questo Paese e perché penso e scrivo nell'unica lingua che ho appreso fino all'età di 12 anni. A scuola impariamo la letteratura e la storia italiana, non quella cinese. Fuori dall'ambiente scolastico, un ruolo importantissimo è giocato dalla televisione: tra i moltissimi programmi rigorosamente in lingua italiana, i telegiornali mostrano tra le notizie elementi che abbiamo imparato a considerare portanti della nostra cultura come la religione cattolica con servizi sul Papa, o la cucina, attraverso numerose rubriche. Sentiamo i politici incitare all'"unione nazionale" in un momento di crisi economica, sentiamo i cronisti sportivi esultare perché l'Italia ha vinto i mondiali. E alla fine, senza accorgercene, ci viene spontaneo dirci italiani e quando siamo lì a cantare l'inno nazionale vogliamo sentirci commossi ed avere la pelle d'oca, perché vogliamo sentirci tutti uniti, tutti accomunati da quella cultura fatta semplicisticamente di cucina, religione, lingua, politica e calcio.

Veronica Orsini ha detto...

Veronica Orsini.
Q1.
Sono moltissimi i canali che hanno contribuito a dar forma al mio sentirmi italiana e facente parte di una determinata cultura "nazionale". Ce ne sono principalmente tre.
La scuola ha giocato un ruolo fondamentale nella costruzione del mio "io italiano" sia attraverso l'insegnamento della lingua e della letteratura, della storia e della geografia d'Italia, sia tramite le classiche usanze italiane. Infatti, per esempio, a scuola a pranzo mangiavamo i tipici piatti italiani come la pasta al pomodoro e basilico, la lasagna, le polpette e via discorrendo; su una parete della classe c'era una grande cartina d'Italia accanto ad un piccolo mappamondo; i bambini giocavano poi a calcio, mentre noi bambine giocavamo a pallavolo o con le bambole. L'educazione scolastica si è legata intimamente ad un altro canale, ovvero all'educazione familiare. Mia madre mi ha trasmesso sia l'amore per la lingua e la letteratura italiana sia la passione per la cucina del nostro Paese, con il grande contributo anche di mia nonna. Anche mio padre ha contribuito a formare il mio io italiano: mi ha raccontato la storia politica d'Italia, mi ha fatto amare i vini italiani e mi ha portata a fare il corteo quando nel 2006 l'Italia ha vinto i mondiali di calcio. Grazie a loro ho apprezzato i più importanti siti archeologici italiani, nonché la bellezza della mia piccola città. Mio nonno mi ha sempre parlato della guerra e delle tradizioni del suo paese, insegnandomi anche un po' di dialetto. Un terzo canale ha permeato i due canali appena citati, ossia l'educazione religiosa, che va dal catechismo, alle domeniche in chiesa, fino alle piccole formalità (e non) che ho appreso dalla mia famiglia. Ne fanno parte ovviamente, ad esempio, il Natale e la Pasqua, che vengono celebrati secondo tradizioni ben fissate nel mio nucleo familiare.
Sono tutte grandi e piccole cose che pian piano si sono radicate dentro di me e che oggi, quando vado all'estero, mi fanno avere nostalgia per quel che chiamo "casa", non solo quindi casa mia, la dimora fisica, ma tutte quelle tradizioni e quei modi di essere che mi rendono "naturalmente italiana".

Veronica Orsini.

Federico Pomponi ha detto...

R.1) Nazione è un insieme di individui che condividono diversi aspetti della vita: lingua, cultura, usi e costumi, etc.
Dovendo riflettere su ciò che nel tempo ha portato a farmi sentire "italiano", parte di questa comunità, mi parte spontanteo dire dapprima la scuola elementare.
E' lì infatti che, come tutti, ho imparato la lingua ufficiale dell'Italia con la quale , a poco a poco, ho iniziato a rapportarmi e comunicare con chi mi circonda.
Sempre risalente a quel periodo, ricordo la prima gita a Roma: vedevo e ci venivano spiegate la grandezza di quelle opere (Colosseo, Fori Imperiali, etc.) e la grande storia che ci portavamo dietro.
Nasceva così un senso di orgoglio nell'essere nato in questo Paese, che ritenevo unico rispetto agli altri.
Ancora potrei citare il cibo: la pasta, la pizza con cui sono cresciuto e che sono oggi simbolo della cultura italiana nel mondo.
Più in generale potrei affermare che un rilevante aspetto che mi fa sentire italiano è proprio la nostra cucina, ritenendola un aspetto di vanto a livello globale.


Federico Pomponi

Micol Megliola ha detto...

Ripercorrendo i momenti salienti di acquisizione della cultura nazionale ho avuto modo di individuare quattro principali canali che hanno contribuito a definirmi come "naturalmente" italiana. In primo luogo il cibo e, più precisamente, la dimensione di condivisione e convivialità ad esso collegata. Mi riferisco in particolare ai tipici pranzi di famiglia della domenica, quelli pressoché eterni e con l'immancabile pasta fatta in casa della nonna. In secondo luogo gli immancabili mondiali, ovvero il momento in cui i balconi si vestono di tricolore (che neanche la parata del 2 giugno!) e i vicini sono tutti lì con sguardo indagatore a chiedersi come mai il mio di balcone non sia decorosamente allestito per l'occasione. I mondiali, se pure vissuti come nel mio caso con totale disinteresse del calcio in generale se non anche con un pizzico di fastidio, da sempre uniscono parenti e amici tanto che io stessa, una volta entrata nel vivo della partita, finisco per unirmi inevitabilmente al tifo collettivo. Il terzo canale è indubbiamente la scuola e in particolare l'eredità storico-artistica di cui si fa monumento. Il quarto e ultimo canale è la lingua. Ciò appare tanto più evidente quando, in occasione di un viaggio, si entra in un sistema culturale diverso dal proprio. Quando si è all'estero e si incontra fra tanta diversità un connazionale si tende a guardarlo come un affine, come un individuo con cui si condivide (per quanto questa supposta condivisione sia a sua volta naturalizzata) un sistema culturale di rifermento comune.

Andrea Martini ha detto...

Nel mio precedente commento mancava una parte tra caporali che è misteriosamente scomparsa, quindi pubblico la parte mancante .

Andrea Martini

Salvatore Di Simone ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Salvatore Di Simone ha detto...

La mia identificazione con la cultura "nazionale" italiana è avvenuta gradualmente attraverso diversi canali. In primis, i primi due canali di trasmissione di tale cultura sono stati la famiglia e la scuola, che mi hanno insegnato la lingua madre per poter convivere e comunicare con chi mi circonda. Inoltre, la scuola ha dato maggior risalto a tale identificazione principalmente attraverso lo studio della storia dell'arte e della geografia: infatti, è un orgoglio tutto italico sentirsi nel mondo identificati o con le magnifiche opere d'arte quali il Duomo di Milano, la Cappella Sistina e gli Scavi di Pompei; o con i piatti tipici della tradizione culinaria quali la pizza, il panettone, il maritozzo, il babà e la pastiera; o con le manifestazioni del folklore quali il Palio di Siena e il Carnevale di Venezia; o i grandi scorci paesaggistici quali la Costiera Amalfitana, il Vesuvio, la laguna di Venezia e le Dolomiti.
Altro canale è stato la parrocchia del mio quartiere che frequento sin dalla fanciullezza, in cui ho avuto modo di imparare la dottrina cattolica, che è la religione maggiormente professata in Italia, ove c'è il Vaticano, sede del papato. È caratteristico come si celebrino le maggiori feste cattoliche, quali il Natale e la Pasqua: si aspetta innanzitutto con trepidazione il messaggio Urbi et Orbi del Santo Padre e poi si danno inizio i festeggiamenti familiari con tutte le tradizioni partenopee di famiglia.
Tutto ciò ha messo radici man mano profonde, tali da potermi così identificare con la cultura italiana, che porto come bagaglio sempre con me.

Elettra Pellegrino ha detto...

La scuola e la famiglia sono i principali canali attraverso cui viene trasmessa la cultura nazionale, sebbene essa non venga mai presentata come tale (cioè come una delle alternative possibili), ma come qualcosa di normale e naturale. Anche perché in effetti la maggior parte di questa acquisizione viene semplicemente dall'esposizione passiva a una serie di comportamenti e simboli, che vengono inseriti nel nostro schema mentale di normalità. E' solo nel momento in cui ci si trova di fronte a una cultura altra dalla nostra che improvvisamente si riesce a vedere da una prospettiva esterna l'atmosfera culturale in cui si è immersi. Ed è in questi momenti di contatto con altre culture e nazioni che ciò che consideriamo normale diventa speciale e fonte di orgoglio, semplicemente in quanto "nostro" e non "loro".
Personalmente mi sono sentita italiana sempre e solo in questi momenti di incontro interculturale: quando a scuola studiavamo nazioni con usanze diverse dalle nostre, o quando in storia si parlava delle guerre in cui il nostro paese è stato coinvolto, specie nel secolo scorso. Olimpiadi ed altri eventi sportivi internazionali, inoltre, risvegliano sempre un moto di orgoglio nazionale che di solito giace dormiente. Più direttamente, un recente viaggio all'estero mi ha messo in una situazione in cui il "normale" del posto contrastava con il mio, rendendo "italiani" alcuni comportamenti che io consideravo standard e dando origine a un senso di appartenenza al mio paese come luogo che non mi forza a riflettere costantemente su nozioni che davo per scontate.

Gabriela Baican ha detto...

Personalmente non posso parlare di un’unica cultura nazionale, in quanto sono nata in un’altra nazione, ma sono vissuta per più dei ¾ della mia vita qui in Italia. Sicuramente la scuola è stata per me un importante canale attraverso il quale ho acquisito gran parte di tutto quello che posso definire la “mia cultura nazionale”. Se infatti paragono ciò che so del mio paese d’origine a quello che so dell’Italia, della sua storia, dei suoi scrittori, pittori, della politica ecc… in realtà non trovo quasi alcun termine di paragone. Inoltre la mia famiglia, quella con cui sono a contatto giorno per giorno è ormai italiana (ad esclusione di mia madre), dunque tutti quelli che sono i miei modi di fare o di pensare dipendono in gran parte anche da essa. Ciò nonostante non mi sento ( e credo mai mi sentirò) italiana al 100%. Partiamo dal cibo. In Italia c’è una grande cultura del cibo, la cucina italiana è conosciuta in tutto il mondo e io mangio cibo italiano quasi tutti i giorni poiché nella mia famiglia si cucina in questo modo. Tuttavia, grazie a mia madre, conosco, cucino e mangio anche piatti tipici del mio paese di origine. Mi verrebbe poi da passare, ad esempio, alle credenze (religiose e non) e alle superstizioni che credo facciano parte di qualsiasi cultura, anche riguardo questo aspetto mi trovo un po’ nel mezzo delle mie due culture “nazionali”. Anche il modo in cui in famiglia celebriamo determinate feste è sempre stato influenzato sia dalla cultura italiana che da quella del mio paese di origine. E così moltissime altre cose. In base alla mia esperienza non posso quindi dire di sentirmi naturalmente parte di UNA cultura “nazionale”, ma di una cultura che mi sto pian piano costruendo e che si trova nel mezzo di due diverse culture.

Bianca Bisciaio ha detto...

1) Crescendo siamo circondati da moltissimi stimoli che ci portano “naturalmente” a sentirci parte della nostra nazione, nel mio caso l'Italia. Canali che ci trasmettono la cultura nazionale “canonica” sono sicuramente la scuola e la televisione. La scuola, fin da quella d'infanzia, ci insegna a parlare la lingua italiana, a conoscere la storia del nostro Paese, la sua conformazione geografica, la letteratura nazionale. Già insegnando l'alfabeto la L è una lasagna, la P pasta o pizza. La televisione nella storia italiana ha svolto un ruolo importantissimo nella formazione della cultura nazionale ed ancora oggi non è da meno; non potrei mai dimenticare il 9 luglio 2006 quando i miei genitori mi portarono in piazza a vedere la finale dei mondiali su un maxi-schermo. Ero solo una bambina di 10 anni, non me ne importava un granché del calcio ma ricordo benissimo che quella sera la vittoria della squadra d'Italia mi è sembrata la cosa più importante del mondo perché univa me a tutte le persone che avevo intorno. Eravamo tutti lì per quello, eravamo proprio noi i campioni del mondo: gli italiani. Un canale che invece ci trasmette la cultura più “libera” sono sicuramente le abitudini della nostra famiglia che crescendo facciamo nostre senza nemmeno accorgercene. Vedere mia nonna fare la pasta a mano la domenica mattina, o mia mamma fare la pizza, mi ha trasmesso l'amore per il nostro buon cibo e la passione nel cucinarlo. Visitare molte città italiane mi ha portato ad amare e stimare la nostra tradizione artistica.

Bianca Bisciaio, matricola 0229645

Claudia Spinozzi ha detto...

Q1
La cultura nazionale di ognuno di noi è un processo che si sviluppa contemporaneamente alla nostra crescita e maturazione personale e questa acquisizione avviene in forme tanto formali quanto informali. I motivi che mi fanno sentire naturalmente "italiana" sono molteplici: innanzitutto già da bambina a scuola ho imparato le regole della grammatica italiana, la letteratura, l'aspetto geografico della "nostra" penisola e la sua storia, alla quale la mia prof.ssa dava molta più importanza rispetto che alla rivoluzione francese o americana. A ciò si aggiunge l'importante ruolo giocato dalla televisione, mas media e dai giornali, che da sempre ci bombardano con notizie nazionali, di cronaca, politica o religione; difatti ormai il Papa e la religione cattolica sono diventati simboli della cultura italiana; i programmi televisivi sono tutti doppiati in italiano e lo sport, soprattutto il calcio, sembra essere un momento di unione e condivisione, perchè generazione dopo generazione siamo tutti incollati davanti al televisore con la faccia dipinta di "verde, bianco, rosso" e ci sentiamo parte di un qualcosa di bello. Infine un altro elemento che mi ha portato a sentirmi parte di questa nazione è sicuramente la mia famiglia: ricordo che da bambina la domenica aiutavo mia nonna a fare la pasta "fatta in casa"; lei mi raccontava che quelle ricette erano state tramandate da un sacco di generazioni e che dovevo impararla anche io per portare avanti la "tradizione", dunque ho sempre pensato che tutto quello facesse parte della mia cultura, così come andare in chiesa la domenica, mangiare la pizza il sabato sera e il giovedì gli gnocchi. Sono tutte cose così semplici e banali che però mi fanno sentire Italiana. Poi mio nonno invece mi parlava sempre di quando da giovane era dovuto andare in Svizzera per lavorare e dai suoi racconti mi rendevo conto sempre di più di quanto trovavo strane le usanze e abitudini di quel paese e anche di quanto fossi attaccata alle mie e nonostante possa avere l'opportunità di visitate luoghi meravigliosi, questo sarà l'unico che potrò mai chiamare "casa".

Eleonora Segaluscio ha detto...

Le vie che portano una persona a sentirsi naturalmente parte della propria nazione possono essere molteplici. In primis, le cose che viviamo, facciamo, sentiamo, pensiamo tutti i giorni o gli input che riceviamo dai media o da altri fattori e realtà esterne a noi stessi come può essere, per esempio quella della Chiesa. Sicuramente la lingua parlata, o più specificatamente nel mio caso il dialetto, se cosi lo si può definire,"Romanesco"ovviamente con Roma e l'amore che nutro per entrambi.
Parlando sempre di esperienza personale, mi sento di aggiungere la Storia; Non solo quella studiata sui libri a scuola, ma soprattutto quella raccontata dai nonni, le situazioni vissute durante la Seconda Guerra Mondiale con, in aggiunta, una cornice di emozioni che sui libri non possono essere percepite.
Infine: l'arte, se vogliamo in generale ma, sempre parlando per me, mi soffermerei sulla letteratura ed in particolare quella di Dante, il Dante de "La Divina Commedia", anche se puo sembrare banale. Leggere Dante ha risvegliato in me la fierezza di essere Italiana e di sapere che il resto del mondo ci conosce e riconosce anche e magari soprattutto per questo. L'Italia è Arte.

Aurora Celima ha detto...
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Aurora Celima ha detto...

I canali che mi hanno portato a sentirmi naturalmente italiana sono molteplici e mi hanno condizionata sin dalla nascita facendo consolidare in me la cultura di questa nazione, anche in maniera inconsapevole.
Tutto ciò che caratterizza la mia vita di tutti i giorni è tipicamente italiano: dal prendere una tazzina di caffè al mattino, al mangiare una pizza, all'architettura che mi circonda.
Sicuramente le basi di un forte senso di appartenenza alla propria nazione deriva dall'influenza della famiglia, della scuola, della politica.
Attraverso queste ultime, infatti, ho acquisito la conoscenza di tutti i valori, le tradizioni e le usanze del mio Paese.
Ho appreso il sapere culinario da mia nonna e da mia madre, ho studiato a scuola la suddivisone geografica, la lingua, la storia dell'Italia, e come quest'ultima sia stata determinante per rafforzare lo spirito nazionale.
Durante i due conflitti mondiali, infatti, vigeva la concezione di un 'noi' contro 'gli altri', diffuso soprattutto dalla politica e in particolar modo dal Fascismo, che esaltava la nazione italiana sfruttando i mezzi di comunicazione, come la radio e i giornali.
Ma a contribuire a questo fenomeno sono stati anche il cinema, con i suoi maggiori esponenti quali Toto', Vittorio De Sica, Massimo Troisi, Sophia Loren, la letteratura con Dante, Petrarca, Boccaccio, il patrimonio artistico con Raffaello, Michelangelo, la moda di Versace, Armani, Cavalli.
Persino durante li eventi sportivi, come ad esempio i mondiali di calcio o le Olimpiadi, è forte il sentimento di patriottismo che si manifesta in cui tutti si alzano in piedi con la mano destra sul cuore per cantare l'inno di Mameli, sventolando la bandiera tricolore.

Adriana Grigoras ha detto...

I canali tramite qual'è stata trasmessa la cultura sono i classici canali:famiglia e scuola.
Con la famiglia la cultura è inculcata in maniera naturale, perché i nostri genitori ci trasmettono i valori,i principi ,i comportamenti sin da piccoli e senza essere forzati.Quando parliamo dei valori facciamo riferire al dovere civico,all'educazione, al rispetto che vengono assimilati come se fossero parte di noi.Con la scuola si approfondisce questa conoscenza portandoci ad essere consapevoli di essi.La famiglia non ha un schema predefinito ad insegnare tutto ciò, non sono aspettative, lo dobbiamo fare e basta.La scuola invece è quidata da questi schemi.Un ruolo importante nel dimostrare l'appartenenza al popolo rumeno,ricordo da piccola le festività dedicate al giorno nazionale del paese, la rivoluzione.La cultura si acquisisce in maniera canonica durante la scuola con l'inno nazionale e la preghiera prima dell'inizio delle lezioni.Sono elementi imposti e vanno rispettati.
Con la Rivoluzione del 1989, con la democrazia questi valori,questi principi vengono sentiti in maniera più scarsa,però se hanno forti radici non spariranno mai.La vita quotidiana ci aiuta ad acquisire queste conoscenza più liberamente senza essere consapevoli. Spesso sappiamo fare cose senza nemmeno essere consapevoli di saperli fare.Il senso d'appartenenza a questa comunità non è solo innato,ma anche appreso.

Federico Vespoli ha detto...

Q1.

Oggi mi sento naturalmente italiano (e non francese, americano, egiziano ecc.) a causa della costante trasmissione di informazioni dall’ambiente che mi circonda.
L’ambiente familiare in primis mi ha convinto, al suo tempo, che ogni italiano fosse cristiano e che l’identità del paese fosse legata a doppio filo alla religione. Non ricordo in effetti nessun evento che mi riguardasse (prima dei diciotto anni) più celebrato della comunione e della cresima, sacramenti peraltro che accomunavano praticamente tutti. Anche la televisione ha contribuito, ora con la messa di Natale e di Capodanno trasmessa in orari clou, ora con la frequente presenza di personaggi legati al mondo della chiesa in talk show e dibattiti. Nonostante tutto, perfino la scuola ebbe modo di costruire nella mia mente l’idea di una cristianissima Italia. Un episodio in particolare mi pare calzante: al liceo un mio amico, Orazio, sostenne durante l’ora di religione che il crocifisso in classe fosse un’indebita presenza e che per questo dovesse essere tolto. La discussione sarebbe stata interessante, purtroppo però quasi tutta la classe (professoressa compresa) attaccò Orazio ferocemente perché stava rinnegando l’importanza di un simbolo che era rappresentativo dell’Italia e dei suoi valori.
Un’altra caratteristica saliente del mio sentirmi italiano è la passione per il cibo. Ogni occasione che si rispetti celebrata in famiglia non può che essere accompagnata da un sontuoso pasto, ricco di pietanze tradizionali; potrà anche richiedere una preparazione notevole ma senza dubbio dona dignità a qualsiasi evento. E’ molto diffusa l’idea che altrove non sia così, che nessuno mangia bene come mangiano gli italiani e che ogni italiano che si rispetti sa cucinare o perlomeno apprezzare il buon cibo. Ammetto di sentirmi fieramente italiano quando cucino con cura e so che ciò viene dalla mia educazione familiare. Credo che anche la cinematografia abbia contribuito (come dimenticare Alberto Sordi che aggredisce un piatto di spaghetti dimenticando ogni pretesa di sembrare americano e riscoprendo momentaneamente la sua identità nazionale).
Non essendo un appassionato tifoso di calcio sono costretto ad ammettere che in più occasioni i miei amici mi hanno fatto notare quanto fosse strano che ad un italiano come me non interessasse lo sport. Eppure quando gioca la nazionale sento quasi il dovere di guardare le partite, di recuperare questa mia mancanza nei confronti del paese. Durante i mondiali le partite sono trasmesse sulla Rai e nessuno potrebbe evitare di guardarne almeno una parte, di tifare per gli azzurri e di sventolare il tricolore sul balcone.
In sostanza mi sento italiano naturalmente per via della mia educazione familiare e dei miei rapporti di amicizia. La scuola ha avuto un ruolo importante (sicuramente più di quanto riesca a rendermi conto) ponendo l’attenzione sulla lingua, la storia, la geografia e il patrimonio artistico del bel paese, tuttavia non sono queste competenze a farmi sentire inconsciamente italiano.

Federico Vespoli

Adriano Simei ha detto...

I dubbi che seguono alla fine di ogni lezione lasciano sempre alta la fiamma dell’insicurezza delle risposte che poi si cercano di dare alle domande proposte, almeno per quanto mi riguarda.
A questo punto non mi sento di dire che esista in meno una cultura nazionale ben precisa, non mi sento di poter affermare qualcosa che è stato scaturito da degli interessi al di sopra di me, quali quelli politici, o economici, o più semplicemente di potere, adesso farei presto a dire che mi sento italiano perché in famiglia si mangia sempre tutti insieme e alle festività si raggiungono tavolate considerevoli, o perché i miei nonni mi raccontano la storia della nostra famiglia fin dove se la ricordano, sapendo oggi che non posso avere testimonianze reali di chi nella famiglia c’era prima di loro, quindi confermare il fatto che una cultura nazionale non esistesse per i nonni dei miei nonni.
I momenti nella mia vita allora, quelli che ricordo, sono pieni di questa “comandata/pilotata” cultura nazionale, ma poi negli ultimi 6 anni, 4 dei quali vissuti all’estero in esperienze solitarie semestrali ed annuali, la mia cultura nazionale è svanita, posso quasi arrivare a dire di non sopportare più la pizza (mai) e la pasta (mai), però è così che poi siamo diventati nel modo, pasta e pizza, ma non siamo solo questo, quindi questa cultura nazionale distrugge anche un pò la soggettività dell’individuo all’estero, che viene comunque visto e descritto con poche parole chiave generalizzanti di tutto il paese.
Si certo, la lingua su tutti mi fa sentire “naturalmente” italiano, la pratico e studio da decenni ormai, i cibi stessi, sempre quelli che mangio da sempre con svariate versioni degli stessi magari, ma sempre lì siamo, anche i grandi scienziati o inventori o sportivi mi danno una cultura nazionale, leggere le loro invenzioni od imprese e sapere che sono nati dove sono nato io mi ha sempre messo una certa grinta e motivazione per le cose che faccio, ma è sufficiente? È così che posso definire i canali che mi hanno portato ad essere parte della mia nazione? No a questo punto no! Sono forse una goccia nel mare della mia individualità ed unicità della mia cultura, ecco, forse abbiamo tutti una “Propria cultura nazionale”.
Genericamente comunque, la cultura nazionale è la condivisione dei propri costumi, delle proprie usanze, dei propri cibi e delle proprie religioni, tutti sotto la stessa lingua. Ma non siamo poi tutti sotto lo stesso cielo? Non condividiamo poi tutti in egual maniera il calore della luce del sole o il freddo delle notti? Allora abbiamo una “cultura mondiale” inglobata nella nostra “Cultura d’identità nazionale”? Le incertezze aprono alle curiosità di conoscere altre risposte, mia nonna dice “Scendi in piazza, prendi i consigli di tutti, ma non seguire nessuno”, e con questo che dico che la cultura nazionale per me non esiste ancora, forse non esisterà mai, è solo un’altra illusione dell’essere umano di questo mondo che io giro, e dove ci coltivo la mia cultura personale.

Simei Adriano

Emanuele Ietto ha detto...

DOMANDA 1

I canali tramite i quali si può acquisire la cultura nazionale italiana sono molteplici. Sicuramente la famiglia e la scuola andrebbero collocate nelle prime posizioni di un'ipotetica graduatoria di tali canali. Sono infatti i nostri parenti più stretti i primi a trasmetterci un certo senso di appartenenza nei confronti del paese a cui apparteniamo. Penso soprattutto agli aneddoti del mio compianto nonno paterno, da poco venuto a mancare, relativamente al difficile periodo della seconda guerra mondiale. Aneddoti che ampliano non poco quello che viene appreso a scuola relativamente alla storia del nostro paese, una storia lunga e particolare rispetto ad altre potenze europee formatisi precedentemente. La scuola è un canale importante anche dal punto di vista linguistico e letterario: l'Italia è storicamente un paese culturalmente molto florido, terra di grandi autori, poeti, artisti.
Un altro canale che contribuisce non poco ad ampliare il tasso di "italianità", a mio parere, è quello sportivo: la Nazionale italiana di calcio (non che sia l'unica selezione del nostro paese, ma indubbiamente il calcio è lo sport con risonanza mediatica maggiore) ha il potere di riunire chiunque attorno a se, anche coloro che magari non conoscono le regole di tale sport o addirittura provano ribrezzo per tale disciplina. Mia madre non è mai stata una grandissima appassionata di calcio (per usare un eufemismo), ma ricordo anche da parte sua una grande gioia in occasione dei campionati mondiali del 2006, gli ultimi vinti dai nostri "Azzurri".

Francesco Baldini ha detto...

Il sintomo di appartenenza alla mia cultura, intesa come insieme di tradizioni e intesa come Nazione, lo ritrovo in ogni cosa che faccio, nei parametri di giudizio attraverso i quali classifico persone e oggetti, nelle mie abitudini e così via. Un reticolato di imput standardizzati, che mi suggeriscono come muovermi all'interno di uno schema ben determinato e che posso riconoscere e tentare di controllare soltanto acquisendo la consapevolezza della sua esistenza.
La cultura nazionale mi ha influenzato, come chiunque, sin da piccolo; basti pensare che mi sono ritrovato subito all'interno di un sistema di valori basato sull'importanza della famiglia, con il rispetto per le figure genitoriali e l'idea che essa sia la prima comunità; poi c'è l'istruzione, pubblica o privata che sia, la quale ci permette di conoscere grandi personaggi che hanno "fatto la storia" del nostro Paese, in campo militare, scientifico, letterario, storico e non solo. Mio padre, ad esempio, insegna italiano e storia al liceo e mi ha sempre trasmesso un grande amore per le nostre origini, un senso di appartenenza non indifferente. L'idea di Nazione emerge anche dalla grandiosa concretezza della storia, chiaramente manifesta tramite monumenti imponenti (ad esempio il Colosseo o San Marco a Venezia), che non possono passare inosservati. Non va, inoltre, dimenticata la religione nazionale, quindi la predicazione, il catechismo, l'esperienza di comunità negli oratori; il che incide anche sulle nostre giornate lavorative e di studio, vista la presenza di ferie legate alle festività di carattere religioso, come accade, del resto, per quelle strettamente connesse alla memoria storica nazionale. Ci unisce addirittura lo sport, in particolare il calcio, così come negli USA c'è il basket, grazie alla presenza di una squadra nazionale e all'innegabile e radicato interessamento dei media e della popolazione in merito.
Gli esempi proponibili sono innumerevoli e condizionano le nostre azioni, in ogni ambito, ponendovi sempre una causa precisa. Proprio per questo, come ho scritto all'inizio, dobbiamo prenderne consapevolezza e, di conseguenza, non accettare tutto ciò che ci viene dato o insegnato con acriticità, perché altrimenti saremo solamente degli automi senz'anima.

Mery Mastandrea ha detto...

1) Inizialmente può sembrare strano dover ripercorrere o analizzare quei fattori che durante il percorso di vita, hanno svolto un ruolo cruciale di acquisizione della cultura italiana, questo perchè c'è una sorta di naturalizzazione di fondo della cultura, l'uomo cioè tende a farla propria a tal punto da non riconoscerne più i principali canali di apprendimento.
Vediamo infatti che già da piccolissimi, i bambini italiani vengono iscritti nella scuola dell'obbligo dove saranno condizionati, in maniera formale ed informale, da una serie di comportamenti che nel corso del tempo troveranno "normali".
Le materie insegnate a scuola (ad esempio la letteratura italiana); gli sport praticabili (il calcio); le vacanze natalizie (ferie, regali ed addobbi); la pizza o gli spaghetti; la musica (Venditti, Vasco Rossi); il caffè; e via dicendo... sono tutti canali che permettono all'italiano di assumere la sua "identità".
Quale italiano infatti non individuerebbe qualcosa di familiare tra gli elementi elencati sopra?!
Ecco sentirsi italiani è proprio riconoscersi in qualcuna di queste cose, sentirla propria.

Claudia Presutti ha detto...

Personalmente non mi sono mai soffermata a riflettere su quali possano essere stati i possibili canali che hanno contribuito a forgiare la mia identità nazionale, in quanto ho sempre ritenuto di essere ‘naturalmente’ italiana. Penso che non sia la presenza di un unico canale che ci consente di sentirci inglobati nella nazione, ma che sia una combinazione di più canali considerati nel loro complesso a costruire questa idea di appartenenza. Sin dalla nascita, documenti e riconoscimenti vari attestano la nostra nazionalità italiana. In tal modo si innesca sin dal principio un processo di nazionalizzazione dell’individuo. Ma ciò che mi fa sentire naturalmente parte del mio paese sono una miriade di fattori, spesso eterogenei tra loro . Tra questi vi sono le tradizioni di famiglia, quelle che si tramandano nel corso del tempo e di cui sicuramente mi farò portavoce anche io in un prossimo futuro. I pranzi domenicali, i cenoni di Capodanno, le colazioni tipiche la mattina di Pasqua . Tutti elementi simbolici che possono sembrare privi di senso e futili ma che considerati nel loro insieme hanno costituito un tassello fondamentale della mia identità nazionale ,soprattutto perchè la mia famiglia di origini meridionale ha sempre teso ad esaltare ed enfatizzare questi ultimi. E proprio in virtù di ciò, tra gli altri canali ai quali ho pensato ,sicuramente figura la tradizione culinaria. I piatti tipici come la pastiera napoletana, la pasta con il pomodoro, il pane croccante o la pizza mi fanno sentire parte integrante del mio paese, in maniera ancora più rilevante quando sono in vacanza all’estero, quando in albergo noto inglesi cenare con un the o tedeschi con wurstel e crauti. Mi fa sentire italiana la musica di De Andrè, quella di Lucio Battisti o di Pino Daniele, che, in un modo o nell’altro, dipingono astrattamente scene di vita tipiche del paese.
Ma a farmi sentire italiana è soprattutto il folclore della mia terra, le persone che gesticolano e che spesso cercano il contatto fisico anche in maniera invadente con l’altro, le signore anziane che conoscono tutto ciò che succede in un paese e quelle che mentre parlano invocano la misericordia della Madonnina o di San Giuseppe, soprattutto quando sperano che qualcosa di buono si possa verificare. Mi fa sentire italiana il tricolore che sventola sui palazzi di giustizia, o l’inno cantato in piedi, con la mano sul petto, in un bar, prima di una partita. Mi fa sentire italiana il traffico confusionale delle città, quello che magari ti fa stare fermo per ore e da un minuto all’altro torna a scorrere. Sono tanti i canali attraverso i quali riesco a sentirmi naturalmente parte del mio paese : forse perché è tutto ciò che mi circonda che, in un modo o nell’altro, contribuisce a questo complesso processo di nazionalizzazione.

Jamila Zenobio ha detto...

Q1: Provo a rispondere a questa domanda con non poche difficoltà. Sono una figlia di coppia mista, mamma algerina (a sua volta figlia di coppia mista) e papà italiano.
Per tutta la mia vita sono stata abituata a vedere il Corano e la Bibbia l’uno a fianco all’altro, a mangiare il cous cous o le lasagne nel fine settimana. A Natale festeggiamo sempre con entusiasmo e le mie zie ballano la danza del ventre. Insomma, questa commistione l’ho sempre trovata “naturale” e la considero un’enorme ricchezza.
Quindi già il concetto stesso di definire una mia cultura “nazionale” acquisita “naturalmente” mi suona onestamente un po’ no sense se devo riferirla alla mia esperienza personale.
Ad ogni modo mi sento comunque molto italiana e questa mia “italianità” l’ho sviluppata soprattutto negli ultimi anni a seguito di alcune esperienze all’estero. Grazie all’osservazione della “diversità” sono riuscita ad avere un parametro di paragone che mi permettesse di percepirla questa “diversità”.
Ad esempio, essendo il mio ragazzo per metà olandese, sono stata molte volte nei Paesi Bassi. Osservando loro mi sono resa conto di quanti aspetti della mia cultura fossero tipicamente italiani.
Per citarne alcuni: fare i complimenti se qualcuno ci offre qualcosa, mangiare ad un determinato orario, lamentarci molto spesso del nostro paese e allo stesso tempo rimpiangere il bel clima, i paesaggi e la cultura letteraria o artistica.
Un altro canale che mi ha permesso di sviluppare dei caratteri identitari è sicuramente la scuola, in particolare l’università.
Lo studio della linguistica e nello specifico della dialettologia mi ha fatto rendere conto di quanto per me parlare il romanesco e l’italiano sia un tratto estremamente importante nel delineamento di una mia concezione di cultura nazionale.


Jamila Zenobio

Francesco Pieri ha detto...

Quello che mi ha portato a credere di far parte di una cultura nazionale non è facile da spiegare anche perché, come abbiamo detto a lezione, è frutto di un atteggiamento inconsapevole, spesso sedimentato in noi sin da quando siamo bambini. Riportare in superficie ciò che è sempre stato sul fondo credo che sia un processo che richieda molto più tempo di quello che ho a disposizione per rispondere a questa domanda. Penso che, probabilmente, abbia contributo molto il mio essere competitivo: ogni volta che l’Italia vinceva, in qualsiasi sport, mi sentivo orgoglioso di appartenere al mio paese perché in qualche modo avevo vinto anche io e perché, se qualcuno ce l’aveva fatta, significava che ce la potevo fare anche io. D’altronde chi aveva vinto era italiano, proprio come me.
A questo si è aggiunto anche il mio amore per la geografia e per la storia: sin dalle elementari, sentir parlare delle vittorie dell’Impero romano o anche il solo pensare che l’America fosse stata scoperta da un italiano mi riempiva di felicità.
Un altro elemento potrebbe essere stato l’attaccamento della mia famiglia a certi rituali, come il mangiare tutti insieme, atteggiamento tipico di chi fa della cucina un dono, tipico della cultura italiana. Sicuramente ha contribuito avere una famiglia napoletana che vive a Roma: nei discorsi dei miei parenti, nelle canzoni che sentivo cantare da mia madre, nei balli che mettevano in scena i miei nonni, la presenza di Napoli era costante, quasi ingombrante direi, come fosse una sorta di città che non si lascia mai, anche quando si migra verso altre parti d’Italia. I napoletani, senza generalizzare troppo, credo che abbiano un attaccamento alla propria terra imponente, non so spiegare perché.
Altre caratteristiche che mi hanno fatto sentire italiano sono anche la mia forte gestualità che non esita a placarsi nemmeno nei momenti più importanti, nemmeno durante gli esami. Dicono che gli italiani quando parlano creano figure con le mani, e ogni volta che lo sentivo dire da qualcuno io mi ci riconoscevo in pieno: anche io gesticolo quando parlo.
Tutto questo mi ha portato a credere in una sorta di italianità in me e intorno.

Francesco Pieri

Alessandro ha detto...

Gli elementi che hanno contribuito a forgiare la mia identità nazionale possono dapprima essere riscontrati in un ambito familiare, legati alla presenza di un nonno appartenente alle forze armate, che ha istillato in me il rispetto per la nazione, poi la figura materna e della nonna che con la loro bravura culinaria hanno radicato in me i sapori ed i profumi della cucina mediterranea e, tipicamente meridionale. Anche il confrontarsi quotidiano con le istituzioni in generale e quelle scolastiche in particolare, finiscono per contribuire a creare un senso di appartenenza ad un territorio. In realtà, vivendo nel luogo ove si sono incontrati Garibaldi e Vittorio Emanuele II, fin da bambino rimasi impressionato dalle manifestazioni svolte in memoria di questo storio evento, con la presenza della banda musicale e lo sventolio di migliaia di piccole bandiere tricolori che rendevano l'atmosfera solenne ed al tempo stesso gioiosa. Potrei continuare all'infinito con tanti altri esempi di senso dell'unità nazionale, sia formali che spontanei ma ritengo di aver focalizzato quelli essenziali alla formazione della mia identità nazionale.

valentina ciuchini ha detto...

Il primo spunto che mi ha fatto riflettere sulla cultura nazionale è stato l’arte: mi sono convinta che il paese dove vivessi fosse il più bello del mondo. In questo hanno completa responsabilità i miei genitori, che a forza di farmi visitare musei, chiese, parchi, borghi antichi etc, a tappe forzate, fin da piccola mi presentavo tutto come una gloria nazionale di cui dovevo andare fiera, come qualcosa di meraviglioso che avevamo la fortuna di avere soprattutto noi italiani (per non parlare de "la cucina migliore del mondo", "una varietà di paesaggi eccezionale", "il primato nella moda e nel design", etc).
Da bambina quindi mi sono convinta che una delle caratteristiche naturali della cultura italiana fosse di riconoscere e apprezzare l'arte e la bellezza. Questa convinzione si è ridimensionata quando ho cominciato a viaggiare da sola, all’estero e in Italia; ciononostante i miei genitori hanno creato in me un forte legame con il territorio e un orgoglio per quello che per loro rappresentava la cultura italiana. Cosi se vado in un museo straniero e vedo alla parete un quadro del rinascimento fiorentino o passo davanti al Colosseo, mi sento intimamente orgogliosa di essere italiana (anche se le due cose con l’Italia moderna hanno poco a che fare).
Se devo invece pensare un modo di acquisizione della cultura nazionale canonico mi viene in mente subito l’educazione cattolica che quasi tutti noi abbiamo ereditato: la trafila di battesimo, catechismo, pomeriggio all’oratorio, comunione, cresima e poi ora di religione a scuola e matrimonio in chiesa.
Una serie di pratiche che ai miei occhi non sono spirituali e individuali ma puramente culturali (almeno per la maggior parte delle persone): molte italiani non praticanti le fanno o le fanno fare ai figli, perché vogliono portare avanti una tradizione italiana che reputano importante.
Valentina Ciuchini

Flaminia Donnini ha detto...

(Q1)
Il processo di acquisizione della cultura nazionale è molto complesso, si arriva al raggiungimento di esso attraverso elementi che possono provenire da diversi ambiti come quello sociale, educativo, familiare.
Fin da bambini, durante l’apprendimento, siamo abituati a imparare determinati concetti, modi di pensare e ad approcciarci al mondo esterno, che crescendo iniziamo a considerare naturali. Ritengo fondamentale l’educazione che ci viene impartita a casa, usi e costumi che portiamo con noi durante l’intero corso della nostra vita. In certi casi direttamente ed in altri casi indirettamente, (ad esempio sentendo i discorsi dei nostri genitori) si forma la nostra personalità. Assumiamo infatti determinati schemi, categorie mentali che condizionano i nostri giudizi e i nostri comportamenti quotidiani. Un ruolo importante a tale proposito è sicuramente quello dell’istruzione; è infatti tra i banchi di scuola che apprendiamo particolari convenzioni ed atteggiamenti. È ciò che impariamo a scuola sulla storia, la letteratura del nostro paese che fa crescere in noi il senso di appartenenza, un profondo legame con la nostra nazione che fa nascere in noi la volontà di difenderla e batterci per essa. Altri fattori importanti per la nostra cultura sono quelli della tradizione gastronomica, dell’abbigliamento e dello sport che sono generalmente caratteristiche peculiari di ogni paese.

Flaminia Donnini

Giulitti Giulia ha detto...

Q1. Riflettete sulla vostra cultura “nazionale”, vale a dire su quali sono stati i canali che vi hanno portato a sentirvi “naturalmente” parte della vostra nazione. Ripercorrete alcuni momenti importanti di acquisizione della cultura nazionale, sia quella canonica, sia quella più libera.

I canali che portano a sentirci “naturalmente” parte di una nazione possono essere molteplici e soprattutto possono essere diversi per ogni persona.
I canali che mi hanno portato a sentirmi italiano, nella mia esperienza personale, sono per esempio mia madre che mi insegna l’inno nazionale oppure quando si tifava tutto insieme per la nazionale di calcio (uno sport a cui non ho mai dato importanza, ciò che era importante per me era lo “spirito” che si sentiva, una specie di senso di unità che legava ogni italiano).
Inoltre la vita quotidiana fornisce un'infinità di canali ed influenze, basta solo vedere il telegiornale: si vede nettamente la differenza tra “noi” e “loro”, si capisce subito quali notizie appartengono al nostro territorio e quali no. Si può, quindi, capire quali elementi sono “caratteristici” di un italiano, francese ecc…
Un altro esempio potrebbe essere quando a scuola apprendiamo direttamente dal maestro la storia della nostra nazione e ci insegna la lingua italiana; in questo modo ci viene detto direttamente a quale nazione “apparteniamo” e quali sono i confini che dividono me e “gli altri”.

Marta Piccioni ha detto...

[Q1] Non è certamente una domanda alla quale poter rispondere in modo sintetico, ma mi ha dato modo di ripercorrere una storia “familiare”, intesa come “di famiglia” e come “qualcosa di talmente insito che è dato per scontato”, e che scontato non dovrebbe essere. Tra i canali che hanno contribuito alla formazione della mia identità nazionale certamente, non posso non citare le tradizioni familiari: mia madre è di un paesino della provincia di Rieti, quindi io sono cresciuta ascoltando ed imparando negli anni il dialetto proprio di quel paese, che è già molto diverso da quello reatino, seppur siano separati da pochi chilometri di distanza – in merito mi permetto anche di esprimere un giudizio del tutto personale: i dialetti a mio parere sono un medium potentissimo nella costruzione dell’identità nazionale e ne costituiscono un patrimonio vastissimo e fondamentale perché ritengo che senza di essi avremmo un senso di appartenenza alla nazione “troncato”, in fondo è da lì che da bambini impariamo ad autodefinirci come appartenenti prima ad un gruppo più ristretto – quindi ad una comunità - , poi come facenti parte di una nazione. Un altro canale che posso citare è la cultura contadina, con annessi modi di dire, per esempio la vendemmia che si svolge coinvolgendo tutto il paese durante una festa, oppure le vecchine del paese che puntualmente anno dopo anno non riconoscono i bambini/ragazzi che tornano al paese per la vacanze e fanno la fatidica domanda (che ormai è quasi un tormentone tra chi torna ai paesi d’origine della famiglia) “Ma tu a chi appartieni?” – sarebbe a dire, di quale famiglia sei, chi sono i tuoi genitori…”; quindi direi in senso generale, il folklore locale. Poi non può mancare la tradizione culinaria: a tal proposito, recentemente ho avuto modo di affrontare questo tema (prima della sua lezione!) con il mio fidanzato, che è originario della provincia di Matera: ci siamo confrontati sulle differenze nei modi di cucinare (in cui rientrano anche le quantità!); quindi riflettendoci mi sono ritrovata a pensare che anch’esse “definiscono” in un certo qual modo la nostra identità nazionale, come composta da tanti piccoli – ma importanti – tasselli, che abbiamo recepito ed acquisito in modo così lento e graduale nel corso del tempo (nell’ambito del tema << la cultura è appresa>>) che ormai tendiamo a dare per scontati. Aggiungo anche la scuola dell’obbligo, parallelamente alla famiglia, ha contribuito molto alla formazione della mia “italianità” insegnandomi e presentandomi tutta una serie di figure che hanno “lasciato un segno” nella storia, nell'arte o nella letteratura. Quindi per chiosare la mia risposta posso dire che ciò che ha contribuito a definire la mia identità nazionale sono stati tutti quegli elementi simbolici che hanno contribuito alla mia formazione di idea di senso di appartenenza.

Riccardo Ricchiuti ha detto...
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Riccardo Ricchiuti ha detto...

I canali tramite i quali si può acquisire il concerto di nazionalità sono molteplici, e molte volte vengono appresi in modo del tutto inconscio. Sicuramente un primo approccio con la cultura nazionale lo abbiamo con la famiglia: il contatto con nonni, genitori o parenti crea un nostro senso di nazionalismo. Si possa aggiungere il far parte di un'istituzione scolastica, può aumentare questa integrazione in un paese: materie come "storia" e lo studio di vicende storiche pone delle basi di integrità nazionale; la geografia conferma queste basi, il cittadino deve sapere le caratteristiche del proprio paese.
Un ulteriore punto rilevante può essere messo in luce con lo sport (eventi sportivi come mondiali ed olimpiadi): esempio importante è stato il successo nei mondiali del 2006, in cui il senso di nazionalità ha spiccato notevolmente, il tifo ha creato unione ed orgoglio nazionale.
L'avanzamento dei media ha sicuramente contribuito per il raggiungimento di una cultura nazionale: la cultura mediatica, descrivendo e raccontando vicende del nostro paese, ha delineato maggiormente questo senso di appartenenza alla nazione.
Un altro canale importante per assimilare il concetto di cultura nazionale è l'ottenimento della cittadinanza: quando si diventa cittadini di un paese, si acquistano le responsabilità di un comportamento civile e nazionale; conseguenza è la partecipazione al potere statale ovvero la possibilità di poter votare, che porta con sé tutto il senso di nazionalismo. Con il processo di socializzazione, tutti i valori, le tradizioni le norme di una paese vengono assimilati dall'individuo definendo così la propria integrità nazionale.

Riccardo Ricchiuti

Rosanna Vendemmia ha detto...

Tra i molteplici canali di trasmissione che hanno contribuito a formare la mia cultura nazionale, ne considererei tre estremamente importanti:l'istruzione canonica, la vita quotidiana e l'arte. L'apprendimento della lingua italiana, le sue modificazioni rispetto alla lingua madre, il latino, la conoscenza del significato storico del Tricolore e dell'inno nazionale, lo studio della letteratura nostrana rendono l'istruzione uno dei primi canali di formazione. Fondamentale, è, sicuramente, anche la vita quotidiana: i miei nonni, reduci dalla seconda guerra mondiale, con i loro racconti, mi hanno fatto comprendere quanto forte fosse per i più il desiderio di un'Italia libera dal controllo nazifascista, il ricordo di mia nonna della prima votazione nel '46 mi ha trasmesso l' importanza  del diritto di voto nel nostro Paese. In famiglia, é stato costituente anche l'apprendimento del dialetto, il siciliano, e la preparazione delle pietanze considerate tipiche della mia regione(cannoli, "miliddi", "gnucchitti",cassate) e dell'Italia. Crescendo, la mia cultura nazionale si è arricchita anche tramite un altro canale: l'arte. La contemplazione di grandi opere e la conoscenza di grandi artisti(da Giotto a Botticelli, da Antonello da Messina a Canova) ha accentuato  il mio sentirmi "naturalmente", ed oserei dire, anche "orgogliosamente", parte della mia Nazione.

Alessia Stirpe ha detto...

Partendo dall'affermazione che la cultura è appresa e condivisa, tale condivisione finisce per risultare non scientifica ma soltanto uno stereotipo in quanto ci sono innumerevoli diversità all'interno di ogni spazio culturale ed esiste una sovrapposizione molto complessa di culture apparentemente diverse. Troppo facilmente tendiamo ad attribuire ad altri la stessa informazione culturale acquisita in modo individuale da ognuno di noi, ció perché troppo spesso sedimentiamo le nozioni acquisite in modelli e schemi che siamo propensi a dare per scontati. Ma la conoscenza e quindi la cultura condivisa non é né banale né così scontata. Partendo dal dato certo che se anche la cultura viene appresa e trasmessa, la nostra ricezione culturale è assolutamente individuale, si puó parlare di cultura nazionale in termini generali in quanto ci sono dei canali istituzionali i quali ci permettono di acquisire tale cultura di tipo nazionale. I canali istituzionali sono in effetti quelli che in qualche modo rendono di tipo nazionale la cultura stessa. I primi canali infatti sono i diversi sistemi istituzionali familiari all'interno dei quali noi ci nazionalizziamo nella cultura. A seguire c'è l'istituzione scuola nei suoi diversi gradi di elargizione e di funzione culturale. C'è poi l'impatto con altre istituzioni quali quelle del mondo del lavoro e di altri organismi sociali ed istituzionali. Per quanto mi riguarda, la mia prima acquisizione culturale è stata quella di recepirla da genitori che vivono in ambienti periferici di campagna senza un alto livello culturale. Anche il primo impatto con la scuola non mi ha arrecato una cultura che potesse in qualche modo definirsi di livello nazionale perché conseguita in ambienti scolastici molto limitati e dove si apprendeva più il dialetto che non la lingua nazionale. A rimediare nel solco della nazionalità è stato invece l'ingresso all'interno delle scuole medie-superiori ma soprattutto del mondo universitario dove la ricezione culturale mi ha fatto capire a fondo il fatto che la condivisione in senso nazionale è un concetto molto azzardato perché ormai la cultura è di livello globale e internazionale.
Alessia Stirpe

Francesco Santini ha detto...


Q1. Essere italiani può sembrare una cosa naturale ma in realtà è un fatto culturale, è qualcosa che abbiamo imparato. Non sappiamo bene quando l'abbiamo imparato o quando abbiamo iniziato a sentirci Italiani distinguendoci dagli altri Stati, ma nel corso della nostra vita, abbiamo acquisito una cultura nazionale. Per me la scuola, così come la famiglia, hanno contribuito in modo maggiore all'acquisizione canonica della mia cultura nazionale. La famiglia mi ha tramandato i valori e le tradizioni italiane ed ho iniziato a capire di essere parte di qualcosa e questo qualcosa mi e stato trasmesso successivamente a scuola con lo studio della letteratura , della storia , della geografia,ecc… ed è così che ho percepito di far parte dell’ Italia e del popolo italiano. Un altro elemento che mi ha fatto acquisire la mia cultura nazionale è lo sport, un esempio sono i mondiali o le olimpiadi che generano un sentimento di forte nazionalità e grande orgoglio in tutti gli italiani. Poi ci sono altri elementi che mi fanno sentire ancora di più Italiano e sono gli eventi naturali che provocano catastrofi, come i terremoti, le alluvioni o altri eventi simili che tendono a creare in tutti noi un forte senso di solidarietà e di appartenenza al nostro Paese.

Francesco Santini

Silvia Della Bella ha detto...

Con cultura "nazionale" ad oggi intendiamo tutte quelle caratteristiche, quei principi che ci rendono, insieme ad altri membri che li condividono con noi, parte di una comunità. Sicuramente ci sono vari canali che ci hanno portato "naturalmente" a sentirci parte della nostra nazione, alcuni ci hanno trasmesso un certo sapere in modo "formale", altri lo hanno fatto in modo "informale", inconsapevole.
Nel mio caso, come in quello di molti, la vita quotidiana e la scuola sono state forse le fonti primarie di emissione di sapere.
Fin dalla scuola primaria ci viene insegnato un certo modo di comportarsi, la storia della propria nazione, la letteratura e la nascita della lingua italiana, senza aprirsi ad un orizzonte più ampio sul mondo. Inoltre, ci viene impartita una certa religione alla quale automaticamente ci adattiamo in quanto crediamo che sia l'unica opzione "giusta".
In più, per quanto mi riguarda, il mio sapere appreso deriva in gran parte dalla mia famiglia, dalla quale ho sempre assorbito idee, abitudini, modi di fare totalmente collegati alla cultura italiana, a partire dalle semplici cose come il fatto di passare giornate intere tutti insieme riuniti, i sapori tipici del Paese, le storie raccontate dai nonni circa i tempi di guerra, dalla quale non è scaturito che un grande sentimento di appartenenza alla nazione.

Francesco Minni ha detto...

Fin da piccoli siamo abituati a crescere secondo schemi e usanze che ci permettono di identificarci come cittadini di una determinata nazione. I canali che mi hanno portato a sentirmi parte integrante del mio paese, l'Italia, sono molteplici.
Potrei iniziare parlando della famiglia, dei valori, usanze e ricorrenze caratteristiche della nostra nazione (Il pranzo a Pasquetta o a Ferragosto).
Altro ruolo importante l'hanno svolto sicuramente l'istruzione scolastica e tutte le istituzioni educative, le quali ci portano ad una conoscenza più approfondita dell'Italia, della sua storia artistica e culturale. Poi ci sono dei canali meno canonici che, nel mio caso, hanno avuto una forte influenza: sto parlando principalmente degli eventi sportivi e del turismo. Infatti mi sono reso conto che la mia identità nazionalista diventa più forte quando atleti o squadre italiane si confrontano con altre straniere (Olimpiadi, Mondiali ecc.).
Per quanto riguarda il turismo, quando vado all'estero o quando incontro turisti in Italia, sento sempre il bisogno di difendere con orgoglio ed esaltare la mia cultura e la mia provenienza.
Queste sono tutte componenti che hanno contribuito e contribuiscono a formare la mia identità nazionalista.

FRANCESCO MINNI

Lucilla Damico ha detto...

1.
La nazionalità è un qualcosa che si apprende,è un fatto culturale che ognuno di noi impara fin da piccolo. Il mio essere italiana l'ho appreso sicuramente grazie alla mia famiglia, a partire dai nonni che mi hanno educato sia alla cultura in generale che alla cultura del cibo che caratterizza il nostro paese. In Italia ciò che accomuna i cittadini, oltre che nella scuola o nella famiglia, è da ricondurre anche allo sport. E' inevitabile tifare il nostro paese durante i mondiali o gli europei e sentirsi più vicini gli uni con gli altri. Personalmente la mia italianità la ritrovo anche nella nostra cultura del caffè. Qualche anno fa sono stata lontana dall'Italia per qualche mese per una vacanza studio. Durante quel periodo la cosa che più mi è mancata insieme ad un bel piatto di pasta, è stato del buon caffè al mattino. Tutte queste piccole componenti, che sono soggettive, vanno a dar vita all'integrità nazionale che ogni persona si costruisce.

Mirko D ha detto...

Io credo che i principali canali che mi hanno spinto a sentirmi "naturalmente" parte della mia nazione sono stati la scuola, in cui gli stessi insegnanti tentavano di spiegarmi perché eravamo italiani, la televisione, portatrice di quei messaggi nazionalisti che piacciono alla politica, e la famiglia, costituita da persone influenzate dai primi due canali. Ricordo che quando ero bambino mio padre mi portava sempre alla parata militare del due giugno. Questo tipo di eventi hanno lo scopo di alimentare il senso di unità e di condivisione degli stessi ideali, degli stessi interessi, della stessa cultura.
Un altro momento di acquisizione della cultura nazionale si presenta quando vado all'estero. Può essere interessante notare tutte le differenze che separano "noi" e "loro" e questo gioco fatto di contrasti non fa altro che alimentare il senso di appartenenza alla propria nazione.

Mirko Donati

Chiara Grossi ha detto...

Chiara Grossi: la mia cultura nazionale è in tutto e per tutto italiana, io faccio parte di quei nativi parlanti come lingua madre l'italiano, visto che a casa mia il dialetto non si è mai parlato, e le uniche inflessioni dialettali che ho sentito nella mia prima infanzia sono le battute in romanesco di mio padre, originario di San Lorenzo, altrimenti in casa si parlava un italiano molto prossimo allo standard. Per me era naturale pensare che nel mio Paese tutti parlassero la lingua italiana, forse solo i più umili contadini continuavano ad esprimersi in dialetto!!
I primi approcci col concetto di nazione li ho avuti guardando le partite della nazionale; inoltre ricordo mia mamma che mi cantava l'inno nazionale per insegnarmi le parole della prima strofa.
Andando a scuola ho cominciato a studiare la storia e ad "incontrare" figure ammantate da un'aura quasi ultraterrena: ricordo che immaginavo Garibaldi come una sorta di supereroe che, in difesa dei più deboli, lottava con un manipolo di prodi.
Colpiva sempre il mio immaginario di bambina l'episodio della breccia di Porta Pia, quando finalmente Roma, la mia città , diventava la capitale dell'Italia unita.
Spesso sentivo ripetere dai grandi frasi stereotipate del tipo: " Noi Italiani siamo un popolo di artisti, di santi e di eroi"...o sentivo spesso ripetere che era difficile imbrigliare il "genio" italiano in regole e schemi e che quindi un certo mal costume diffuso era quasi il prezzo da pagare per tanta elevatezza di intelletto!!!
Quando sono cresciuta e ho cominciato a guardare il mondo con occhi da adulto mi sono resa conto di come ciò che mi sembrava scontato e in qualche modo identificativo, in realtà fosse spesso un mero messaggio ideologico e di marketing: i poster o le t-shirt con la vespa o la cinquecento, le pubblicità con le famiglie sedute di fronte alle scodelle piene di pasta al pomodoro, un certo tipo di musica melodica e così via.
Con questo non voglio assolutamente sminuire il valore di tanti prodotti culturali che quasi automaticamente sentiamo come tipici, nostri ma quel che intendo dire è che spesso dietro ai messaggi identificativi si nascondono interessi politici ed economici, come giustamente ha sottolineato il Prof. Vereni a lezione.
Comunque, nonstante una maggiore consapevolezza, non posso negare di continuare ad essere contenta se la nazionale di calcio vince un importante torneo (pur non seguendo io il Campionato) o un atleta italiano conquista qualche record, proprio perchè ho introiettato, fatto mio, "naturalizzato" il sentimento di amor di patria e di nazione.
Noi veniamo cresciuti in questo contesto, le pubblicità, la tv in generale, il cinema, molti sono i canali che ci veicolano simboli di Italianità.
I problemi cominciano a porsi quando dobbiamo quotidianamente confrontarci con i "numerosi tu" che costellano le nostre giornate e che spesso appartengono trasversalmente a gruppi culturali diversi.
Allora gli slogan identitari cominciano a fare acqua..."Sì, tu sei Italiano come me, ma sei paesano o di borgata, sei troppo povero, sei troppo anziano per capire o hai studiato troppo poco o troppo!!! ". I messaggi nazionalisti cominciano a non funzionare più, quando le persone debbono spartirsi un qualsiasi spazio o oggetto, l'essere tutti italiani non mi sembra generi particolari sentimenti di solidarietà fra di noi, funziona bene solo quando è la base per alzare muri verso l'esterno, per impedire che "loro vengano qui a rubarci il lavoro", per affermare "che se ne stiano a casa loro", per chiedere a gran voce "aiutiamoli da qui".


Camilla Antonini ha detto...

La naturalezza con cui ognuno di noi, crescendo, ha acquisito un senso di appartenenza alla propria nazione, rende i canali di recepimento difficilmente individuabili: di fatto, è un processo lungo, che arricchisce un bagaglio di elementi appresi in maniera quasi del tutto inconscia.
Personalmente, l’elemento di cultura canonica che ha contribuito al mio senso di appartenenza alla nazione è la scuola: approcciare all’italiano standard imparando a leggerlo e scriverlo è, di per sé, il fattore primario per cui ho potuto prendere coscienza della mia italianità. La scuola, tra l’altro, è strutturata in modo che il bambino acquisisca, prima di tutto, conoscenze relative alla cultura del proprio paese, alla sua storia e alla tradizione. Il fatto di aver condiviso il mio spazio educativo, fin da piccolissima, con bambini di nazionalità diverse, mi spinse addirittura a pensare che anche loro fossero italiani, perché parlavano, leggevano e scrivevano la mia stessa lingua, studiavano a memoria, come me, le regioni e i capoluoghi, e conoscevano la storia del paese come la conoscevo io. Nonostante ciò, crescendo, il mio approccio alla cultura nazionale è stato veicolato prima dai racconti sulla prigionia di mio nonno arruolato, da quelli sui partigiani, poi dalla riflessione politica, dunque attraverso canali culturali liberi, che mi hanno allontanata dai concetti di patriottismo e orgoglio nazionale - anche se il giorno del mio diciottesimo compleanno fui impaziente di passare in comune a ritirare la tessera elettorale, provando un forte senso di responsabilità, appartenenza e fiducia nel fatto di poter contribuire ad una scelta, ad un cambiamento. La mia “partecipazione” alle questioni nazionali ha avuto a che fare, più che altro, con l’arte in generale: il cantautorato italiano mi ha avvicinata alla letteratura ed entrambi hanno accresciuto l’amore per la mia lingua e l’interesse per il genio italiano – ancora adesso è la mia unica fonte di orgoglio nazionale. Su di me non ha influito la cultura sportiva; piuttosto, visitare le grandi città italiane, osservarne i monumenti, respirarne l’aria intrisa di storia e cultura ha aumentato questo senso di appartenenza e ha innescato in me la speranza di poter contribuire, un giorno, alla grandezza artistica cullata nei confini della penisola.
Coerente con il resto, un altro elemento fondante della mia italinità è la padronanza dialettale: ho origini abruzzesi da parte di entrambi i genitori, ma sono cresciuta a Roma. La facilità con cui uso entrambe le inflessioni mi fa sentire più italiana della conoscenza della lingua nazionale stessa.

Anonimo ha detto...

Ritengo che i canali sui quali si basa il nostro senso di appartenenza alla cultura nazionale siano vari e cambino con i tempi. La cultura e l'educazione che riceviamo fin da quando siamo bambini, sia a scuola che in famiglia, giocano un ruolo fondamentale. Già dalla scuola materna ci viene insegnato a parlare, scrivere e leggere in italiano e proseguendo gli studi anche altre materie, come storia e geografia, vengono proposte agli studenti da un punto di vista che è incentrato sull'identità nazionale. Determinante è anche l'ambito familiare che ci trasmette le tradizioni, gli usi e i modi di fare e di pensare del nostro territorio. Cito ad esempio un comportamento di mia nonna materna che, in base all'educazione ricevuta, si preoccupava di far trovare la tavola apparecchiata e il pasto pronto in previsione dell'arrivo di mio padre, in segno di rispetto per "l'uomo" che ritornava a casa dal lavoro. Inoltre, nella famiglia dei miei nonni paterni originari della Campania, in occasione delle feste religiose, si era soliti andare a messa e successivamente pranzare insieme consumando piatti tipici della tradizione locale, per esempio a Pasqua era immancabile la pastiera. Un altro canale importante è quello della comunicazione attraverso i giornali, la televisione e la radio. E' manifesto come negli anni Sessanta la televisione sia stata la protagonista nella trasmissione della cultura italiana. E' esemplificativo il programma televisivo "Non è mai troppo tardi" condotto dal maestro Manzi, il quale ha insegnato la lingua italiana a milioni di cittadini, tanti dei quali erano quasi analfabeti, attraverso la televisione. Per quanto riguarda quest'aspetto, però, bisogna affermare che la situazione è oramai cambiata poiché i mezzi di comunicazione attuali, sebbene si siano moltiplicati, non hanno più un ruolo così fondamentale nella divulgazione della cultura.

Ilaria Iannuccilli

Sara Mercuri ha detto...

La cultura(sapere appreso) è un insieme di pratiche e di credenze che sin dalla nascita apprendiamo ed è proprio per questo che ci sentiamo "naturalmente" parte della nostra nazione.
Molteplici sono i canali che ci permettono tutto ciò, quali la famiglia, le persone che ci circondano, la scuola, la NOSTRA religione e la NOSTRA politica.
Attraverso questi ultimi, aquisiamo tutte le tradizione e le usanze del nostro paese.
Dalla famiglia, ho imparato quelli che sono i modi di fare e le abitudini, ad esempio il dialetto, il gesticolare mentre parlo etcc...
La scuola mi ha insegnato: la letteratura italiana, la lingua ,la storia del nostro paese, l'arte che ci circonda.
Dalla politica e dalla religione ho appreso il passato e ciò che è alla base del nostro paese,le nostre credenze ( andare a messa la domenica, il perchè siamo una democrazia oggi, quando e come si è formata la repubblica ).
Ci sono tante altre cose che fanno parte della nostra cultura, come la moda, il cinema, la musica, lo sport, il cibo (il caffè la mattina, la pizza il sabato sera) e l'importanza della famiglia, infatti gli italiani sono molto legati alla famiglia rispetto ad altri paesi.

Sara Mercuri

Leandro Pasquali ha detto...

Quando parliamo di cultura nazionale intendiamo un insieme di valori e modelli che vengono proposti ad un individuo appartenente ad una determinata nazione. Questi modelli si traducono poi in senso di appartenenza, andando a costituire quella che viene chiamata "cultura nazionale".
I canali che mi hanno hanno portato a sentirmi "naturalmente" parte della mia nazione sono diversi, primo tra tutti l'istruzione scolastica basata sulla divulgazione, in buona parte, della cultura italiana (basti pensare agli autori della letteratura).
Altri di questi canali sono le feste nazionali, dal Natale a Pasqua e Pasquetta, in particolare le tradizioni che si trascinano dietro,tifare la nazionale cantando l'Inno di Mameli, le tradizioni culinarie, la lingua.

Anonimo ha detto...

La cultura nazionale è un insieme di tradizioni, di valori sociali, di atteggiamenti che possono essere acquisiti per via canonica o libera. Per quanto riguarda l’acquisizione canonica, tra i concetti che ci hanno naturalizzato e reso parte integrante della nostra nazione ci sono lo studio della storia del nostro paese e delle persone che hanno portato alla sua nascita (come ad esempio Garibaldi), ma anche festeggiare la nascita della Repubblica e la liberazione dal fascismo. Vengono invece acquisite liberamente attività come prendere il caffè la mattina, aspettare che tutti i parenti siano tornati a casa per potersi mettere a tavola ( cosa che non succede in Russia, dove ognuno consuma il proprio pasto per conto proprio ), gesticolare mentre si parla. Tutte queste attività ci fanno sentire italiani, soprattutto quando ci confrontiamo con persone di altre nazionalità e scopriamo di non condividere queste attività quotidiane.

Elisabetta Pittalis

Lisa Del Nero ha detto...

Non mi ero mai soffermata a riflettere su questo concetto. Da quando mi sento italiana? Ecco una di quelle cose che si danno per scontate e invece sono palesemente fonte di apprendimento. Fin dai tempi delle elementari a ben pensare, si fa un grandissimo lavoro sull'identità nazionale. Sono cresciuta con il mito di Garibaldi e dei vari Leonida Montanari, ho visitato musei e visto film,recitato poesie e stornelli. Insomma per me essere Italiana é sempre stato scontato, naturale perché cosi ho imparato a scuola. Eppure nei miei anni dell'adolescenza e poi dell'età adulta, ho scoperto un nuovo modo di essere italiana. Ho dato un valore diverso alla mia cultura appresa. Ho scoperte che tutto sommato certi concetti che ci passano di default sono lacunosi e che un vero nazionalismo non può esistere. Ho intrapreso un mio percorso, e ora la mia identità nazionale non passa più dall'inno di Mameli o dalla pizza. La scuola e gli ambienti sociali ho sempre frequentato mi hanno dato una cultura nazionale di basa, che ho lentamente smontato e ricostruito.mediante la lettura, lo studio e l'approfondimento personale. La politica, la scuola, la religione e il contesto familiare sono le fonti principale per l'apprendimento, tuttavia spesso veicolano solo un tipo di cultura. L'unico modo per andare oltre e capire che la.nostra cultura é solo una delle tante.e quindi solo un punto di vista, é l'accesso a canali liberi di apprendimento. Come lo studio personale, viaggiare, confrontarsi con il diverso. Per la mia esperienza personale é stata fondamentale l'università, non tanto per lo studio in se, ma per la possibilità che mi ha offerto di scoprire persone e realtà differenti dalla mia.

Martina Pochiero ha detto...

Prima parte.
Rispondere a questa domanda non è affatto facile. Mi porta inevitabilmente a pormi una serie di altre domande.
Innanzitutto: perché posso considerarmi italiana? Potrei rispondere che sono nata in Italia da genitori italiani, godo quindi della cittadinanza italiana, vivo in Italia e ho frequentato la scuola dell’obbligo italiana. Esistono sicuramente della azioni specifiche che compio e delle espressioni che adotto abitualmente solo per il fatto di essere nata in Italia. Ma basta davvero questo per sentirmi “naturalmente” parte della nazione? Sono le istituzioni e la legge a considerarmi tale. Sono i meccanismi istituzionali e le azioni della vita quotidiana a produrre un senso di appartenenza. Personalmente non riesco a percepire la cultura nazionale come un modello assoluto. La mia cultura personale, se così si può definire, non si basa su una cultura nazionale unica e omogenea.
Discendo da una famiglia di emigranti, ho parenti sparsi in ogni parte d’Italia e del mondo. Una serie di eventi concatenati hanno fatto sì che io nascessi a Roma e non in qualsiasi altro luogo e mi sono sempre chiesta se fossi nata altrove, quanto sarei stata diversa? Quali sono le caratteristiche che fanno di me quella che sono? Soprattutto, l’essere italiana può essere considerata una caratteristica peculiare della mia persona?
Sono cresciuta in una famiglia patriottica a suo modo ma affatto nazionalista. Mi è stato insegnato che è fondamentale preservare il proprio patrimonio culturale ma anche che non esistono culture superiori alle altre. Mi è stato insegnato fin da bambina ad essere curiosa di tutto e tutti. La nostra cultura si accresce, evolve, grazie al contatto con le culture altrui. Faccio fatica quindi ad individuare dei momenti precisi che riguardino la mia acquisizione della cultura nazionale.
Ad esempio ricordo distintamente quando, in prima elementare, le maestre ci fecero imparare a memoria e poi cantare l’Inno di Mameli. Ma imparare a memoria non significa comprendere. All’epoca non conoscevo la storia dietro all’Inno, non avevo ancora acquisito gli strumenti necessari per capirne il senso. Quindi, quanto può essere considerato quell’evento della mia vita come un momento importante nell’acquisizione della cultura nazionale? Ascoltare altre canzoni italiane legate alla memoria storica del paese, come Bella Ciao o Fischia il Vento, mi suscita da sempre forti emozioni, ma non per il fatto che sono italiane quanto per la potenza del messaggio che trasmettono.

Martina Pochiero ha detto...

Seconda parte.
I miei genitori hanno posizioni diverse riguardo alla religione e non mi hanno mai imposto una visione univoca al riguardo. Decisero di farmi battezzare ma successivamente scelsi autonomamente di ricevere gli altri sacramenti. Si potrebbe certo dire che in realtà di scelta autonoma non si trattò, perché comunque condizionata dal contesto sociale di appartenenza. Effettivamente riconosco il fatto che probabilmente frequentai il catechismo perché tutti i miei amici lo frequentavano. Quello che è certo è che ho subito dopo abbandonato totalmente la religione e che con il tempo sono diventata un’atea convinta. Non posso dire quindi che la religione sia uno degli elementi chiave che mi fanno sentire parte della nazione.
Sono cresciuta mangiando i piatti considerati della tradizione italiana, regionali e non, ma sin da molto piccola ho sempre mangiato i piatti “tipici” anche di altre nazioni. Anche “a tavola” quindi sono stata abituata a non fare differenze, e soprattutto a provare, assaggiare, sperimentare. Oggi non solo mangio ma so cucinare i piatti di molti paesi, in particolare, tra quelle che conosco, la cucina libanese e quella coreana sono le mie preferite, più dell’italiana.
Sicuramente ci sono scrittori, attori, musicisti, artisti in generale, italiani che amo come però amo moltissimi artisti di altri paesi.
Per quanto riguarda la storia italiana mi basti dire che la storia è la passione della mia vita tanto da aver deciso di tentare di fare del suo studio e della sua divulgazione il mio mestiere. In particolare proprio la storia culturale è il mio campo di ricerca prediletto. Sebbene nei programmi di insegnamento della scuola dell’obbligo gli venga data una posizione di primo piano, personalmente non ho mai visto la storia d’Italia sotto un’ottica diversa rispetto a quella di altri paesi.
La lingua è probabilmente l'elemento che per anni mi ha più legato alla cultura nazionale. Per buona parte della mia vita ho comunicato e appreso in italiano. La lingua italiana resterà sempre la mia prima lingua anche se, da diverso tempo, non è più la mia unica lingua, tanto che ormai quando penso non lo faccio esclusivamente "in italiano".
Con tutto questo non voglio dire che non mi sento italiana, semplicemente mi sento anche italiana. Sicuramente alcuni aspetti di quella che è considerata la cultura nazionale italiana mi appartengono, come mi appartengono aspetti di culture considerate altre. Non ci sono però particolari elementi che mi rendono, come molti usano dire, “orgogliosa” di essere italiana, che mi fanno sentire “naturalmente” parte di una singola, distinguibile nazione, semmai ci sono elementi che mi possono rendere più o meno “orgogliosa” di appartenere alla specie umana.

Vivian De Dominicis ha detto...

I canali che mi hanno portato a sentirmi ‘naturlamenete’ italiana sono molteplici, primi fra tutti la scuola e la famiglia. Le impostazioni istituzionali scolastiche hanno accresciuto in me questo senso d’appartenenza e di nazionalismo, attraverso l’insegnamento della storia della nostra nazione, della sua conformazione geografica, dei suoi confini, ecco già la descrizione di confini, la parola stessa confine determina in parte questa naturalezza di appartenenza. Studiare la lingua italiana anche ha contribuito così come prendere parte alla varie recite scolastiche in cui spesso e volentieri si cantava l’inno di Mameli davanti ad un bel tricolore. La famiglia anche accresce questo senso di appartenenza, ad esempio attraverso le abitudini culinarie, come la preparazione con la nonna in occasione di feste folkloristiche delle olive ascolane che mi fanno sentire italiana si, ma più di tutti ascolana. Altri canali di trasmissione sono i mezzi di comunicazione che pur collegandoci in pochi secondi con tutto il mondo non fanno che accrescere le diversità e ad alimentare l’etnocentrismo. Il canale per eccellenza oltre che al cibo tradizionale italiano come pasta e pizza (che all’estero ci mancano più di tutti e che cerchiamo di difendere il più possibile) è lo sport, ti sentì italiano quando gli azzurri scendono in campo, quando durante le olimpiadi si gioisce tutti delle medaglie conquistate dai nostri miglior atleti. Ecco per molti aspetti sono felice e orgogliosa di far parte di questo paese anche se negli ultimi anni non mi ritrovo bene nello scenario che ci si presenta davanti, quindi ultimamente posso dire che “io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono” citando un canzone di Gaber.

Gaia Bottaro ha detto...

I canali che mi hanno portato a sentirmi parte di questa nazione sono principalmente la scuola, la famiglia e il viaggiare nelle altre regioni. Nell'ambito scolastico, fin da quando siamo piccoli,impariamo a parlare, scrivere e leggere in italiano, ma proprio a scuola acquisiamo anche dei gesti e modi di fare comuni per la cultura italiana. La maggior parte della cultura che ho appreso proviene dalla mia famiglia, che mi ha da sempre influenzato nei modi di fare, di comprendere il mondo e la politica del nostro paese. Un semplice esempio di cultura nazionale può essere rappresentato dal pranzare con i membri piu' stretti della propria famiglia la domenica, o dal riunirsi con i parenti nelle festività come il Natale o la Pasqua. Nonostante le mie evidenti abitudini di vita quotidiana che seguono perfettamente quelle di un comune italiano, non posso dire di sentirmi pienamente parte del mio paese. Trovo che la politica italiana sia pessima e molte volte imbarazzante, perciò non mi sento di dare appoggio a nessun movimento politico italiano. Ovviamente anche questo mio giudizio negativo sulla politica e sul potere in generale può essere definito come una parte stessa della cultura nazionale, che sono stata portata a condiviere grazie a ciò che ho visto e vissuto in questi anni. La mia cultura nazionale è stata di certo influenzata anche dalle esperienze vissute nella mia città, Roma, che mi ha insegnato a scoprire i tratti comuni buoni e cattivi della gente che la popola. Avendo viaggiato molto, penso che ogni regione e ogni città abbia dei tratti che distinguono i loro abitanti e tratti che li accomunano. Ad esempio penso che quasi tutti in Italia abbiano il bidet nel proprio bagno, e anche che tutti noi impariamo a cucinare un piatto di pasta, ma i romani sono di certo più diffidenti e chiusi rispetto ai napoletani o ai siciliani.Concludo col dire che la cultura nazionale italiana è presente in modo molto forte in alcuni suoi tratti, ma penso che in altri si stia affievolendo sempre di più per colpa di atteggiamenti sbagliati esercitati dalle persone per troppo tempo.

Leonardo Ungherini ha detto...

Ognuno, durante il percorso della vita, è destinato ad attraversare i canali. Quei canali che andranno a formare una propria identità nazionale. È possibile distinguerne due tipi: quelli canonici e quelli, colloquialmente, più liberi.
Per quanto riguarda me e il mio sentimento nazionalista, andando ad analizzare, in primo luogo, i canali canonici, sono stati fondamentali gli insegnamenti scolastici, su tutto. Lo studio della bellezza della lingua italiana, l’analisi grammaticale, logica, la parafrasi dei testi letterari – quali la Divina Commedia di Dante, le poesie di Montale, Ungaretti, e tutta la letteratura italiana dalle origini - mi hanno colpito fin dalla scuola elementare. Anche la mia famiglia ha svolto un ruolo fondamentale: la trasmissione di determinati valori, l’avermi fatto studiare e imparare l’inno di Mameli – anche uno dei migliori a livello musicale, secondo i miei gusti – sono stati dei passi importanti verso il farmi sentire naturalmente parte della mia nazione.
Passando, in secondo luogo, ai canali liberi, il primissimo che balza alla mia mente è assolutamente il Mondiale di calcio del 2006, che ha visto trionfare l’Italia in Germania. Avevo solo nove anni, e mi ero avvicinato allo sport e al calcio da poco. Fu il primo Mondiale che vidi con interesse, e il caso volle che fu proprio la mia nazione ad alzare la coppa. I festeggiamenti e la gioia di quella sera non solo fecero crescere il mio amore verso il calcio, ma anche il mio amore verso l’Italia e l’essere italiano. Un altro ruolo da protagonista è interpretato tutt’ora dal cibo. Ritengo la cucina italiana quella che viene sempre imitata – o almeno si cerca e si prova a farlo – ma che non può essere duplicata. Quando si vola all’estero, nulla al tuo palato porterà le stesse sensazioni di una buona pizza.
Ma non solo tutto questo. Anche le bellezze artistiche e architettoniche che caratterizzano il nostro paese e lo rendono storicamente immortale rafforzano il mio, il nostro senso di appartenenza.

Leonardo Ungherini (0244337)

Andrea Girolami ha detto...

Credo che il concetto di cultura nazionale stringa innanzitutto un legame privilegiato con la lingua. La comunanza di quest’ultima (perfino dell’accento) crea nella mente umana l’idea di appartenenza a un unico gruppo. L’elemento portante dell’idea della mia “italianità” credo sia dunque la mia italofonia. Parlo di lingua come primo tratto poiché la parlata è senz’altro il tratto più facilmente individuabile e “tipico”, che ci permette rapidamente di comprendere e catalogare qualcun altro in questo o quel gruppo, a noi vicino o distante. Direi che in quest’ottica linguistica hanno avuto un’importanza cruciale, quando ero bambino, la scuola e la famiglia, così come anche la frequentazione domenicale della chiesa. Pensandoci attentamente, credo che anche la religione abbia rappresentato un elemento che ha contribuito in maniera rilevante al mio sentirmi Italiano linguisticamente parlando, in quanto ritengo che la preghiera sia una formula che testimonia in maniera inequivocabile, profonda e incredibilmente forte la propria appartenenza a un determinato gruppo sociale. Ricordo, non senza un certo imbarazzo, l’orgoglio che provai a 9 anni e mezzo (già, ricordo perfino l’età perché credevo fosse una sorta di record), quando imparai tutto il Credo a memoria. Ero finalmente parte di qualcosa a tutti gli effetti.
È evidente che l’influenza dei canali succitati non è esclusivamente linguistica, ma si estende a numerosi altri ambiti.
Un tratto caratterizzante nella formazione della mia cultura “nazionale” è anche l’alimentazione: i nostri piatti più tipici, pasta e pizza, sono anche quelli a cui difficilmente riuscirei a rinunciare. A tale riguardo ricordo ancora come la mia cultura “nazionale” sembrò essere più nitida durante il mio Erasmus, in quanto uno dei tratti che sembrava caratterizzarmi era il mangiare a dismisura e l’incapacità di stare un solo giorno senza cucinare pasta. “Cose da italiano”.
Momenti che hanno solcato un sentiero verso la mia “naturale italianità” sono stati senz’altro i Mondiali del 2006 (in cui il calcio si impose, ancor più di quanto già non fosse, come unico simbolo sportivo unificatore della nazione), ma anche, dall’altro lato, luttuosi episodi come il terremoto de L’Aquila e i terremoti più recenti.
Sul versante politico credo che rivestano un ruolo strategico i vari referendum, decisamente in grado di sollecitare il sentimento di comunanza e di appartenenza. Emblematico è il referendum dello scorso anno, in cui vi fu una propaganda non indifferente sulla possibilità di “toccare” (e questa credo sia una parola che pesa molto più di quanto sembri) o no la Costituzione italiana, sentita come un bene che appartiene a noi Italiani e che da noi tutti è da tutelare.

Scarlett2392 ha detto...

Q1. La mia analisi parte da lontano perché credo sia l’unico modo per poter spiegare cosa penso.
I miei genitori si sono sposatisi nel ’70 si sono trasferiti in Scozia per motivi lavorativi e lì sono nati mia sorella e mio fratello. Negli anni ’80 sono ritornati stabilmente in Italia, nel luogo di origine, un paesino in provincia di Benevento. Io sono nata nel ’92, cresciuta coi racconti di quello che è stato per i miei genitori essere emigrati, dei loro amici che dalla Scozia si sono trasferiti in Canada o Argentina per maggiore fortuna, dei parenti in Connecticut, del nonno che andò in Germania, delle cattiverie subite, degli stereotipi usati come armi. Ricordo come da bambina mi sentissi tagliata fuori perché i discorsi da “grandi” venivano fatti in inglese; ancora oggi rido per quella volta che fraintesi mia nonna che in dialetto mi chiese di grattugiarle il “caso” (=formaggio). La mia famiglia voleva che parlassi “italiano” ma a scuola se non parlavi in dialetto venivi guardato dall’alto in basso perché utilizzarlo voleva dire essere cool, forti, maturi, invece parlare italiano era da secchione, da snob. Ma tanto anche a condividere la lingua dei più, c’è sempre qualcosa per cui sarai discriminato. Il modo di vestire, il lavoro dei tuoi genitori, la religione, il peso, ecc. Ma tornando al dialetto, ci sono delle varianti e quindi la stessa parola poteva essere pronunciata diversamente o avere anche un segno diverso se detto da nonna proveniente da un altro paesino, o da papà proveniente da un altro ancora.
Uscita da quello che sembrava essere il “mio” contesto facendo dei viaggi all’estero in quello che era un Paese a me estraneo mi sono sentita molto legata al mio Paese, mi mancavano tante cose anche se ne scoprivo di nuove che mi sarebbero mancate al ritorno in Italia. Qualche anno dopo ho deciso di iscrivermi all’università qui a Roma e nel fare nuove conoscenze scattava la fatidica domanda “ma da dove vieni? Perché sembri non avere accento?” e alla risposta generica “sono campana” corrispondeva e corrisponde tuttora “ah, sei napoletana!”, “no, non sono napoletana”. Inoltre, convivo da 4 anni con una ragazza marchigiana e una calabrese. Quando torno in paese mi dicono che parlo “strano”. Sì, perché inevitabilmente ho imparato nuovi termini che dalle mie parti non sono in uso.
Si ha il disperato bisogno di classificare, di schematizzare, perché ci hanno insegnato che è l’unico modo per comprendere ciò che è altro da noi. Credo che spesse volte si riscopra l’essere un’unica nazione solo nei momenti di smarrimento, orgoglio o disperazione, come vincere i mondiali o sentire al tg di una strage. Per il resto del tempo siamo soli con noi stessi e i nostri “unici” pacchetti culturali, ognuno ha il suo bagaglio fatto di esperienze, insegnamenti e idee che sembrano proprie anche se apprese, che potranno essere condivise con altre persone, che siano sulla carta italiane o non, ma non ci sarà mai una condivisione totale.
Sono quindi italiana perché parlo italiano, perché ne ho studiato la grammatica, la letteratura e la storia, perché mi sembra avere una visione della vita comune alla maggior parte delle persone che mi circondano, perché vivo in Italia, perché mi piace la pizza, la pasta e il profumo del basilico, ma in realtà ci piace credere (o vogliono farci credere) di essere parte integrante di un qualcosa solo per non sentirci fuori posto, ben incasellati in un sistema prestabilito.

Rossella Maria Coppolaro - LLEA

Alessandra Cicinelli ha detto...

Q1 :
I canali che mi hanno portato a sentirmi "naturalmente" parte della nazione italiana sono, innanzitutto, riconducibili alla cucina. Fin da piccola in famiglia mi hanno insegnato ad apprezzare e riconoscere l'arte culinaria in questo paese come la migliore. Più in là, viaggiando anche all'estero, ho potuto giudicare io stessa la differenza sostanziale tra il cibo cucinato in Italia e quello preparato altrove.
Un altro canale evidente è dato da tutte le opere artistiche osservabili passeggiando per Roma ad esempio. Sono sempre rimasta estasiata dalla bellezza scultorea e architettonica esposta nella città dove sono cresciuta, e più in generale, nella nazione dove sono cresciuta.
Continuo parlando di tutte le tradizioni legate alle festività, ad esempio l'albero e il presepe a Natale, o anche dei pranzi in famiglia di molteplici portate in particolari occasioni.
E non dimentico la mia abitudine mattutina della classica colazione all'italiana, composta da cappuccino e cornetto, che mi fa iniziare meglio la giornata.

Alessandra Cicinelli

Anonimo ha detto...

GIOVANNI BRUNI

Per quanto riguarda i canali canonici, per così dire, istituzionali, sicuramente la scuola è il maggiore, soprattutto in virtù del fatto che in ambito storico, ma soprattutto storico letterario, si studiano le vicende e i protagonisti della " nostra " storia, ovvero, della storia della nostra nazione ed è proprio qui che questo concetto emerge nella sua pienezza. L'altro grande canale, forse ancor più importante, è la famiglia: l'amore per la propria famiglia diventa infatti il principale legame con la "terra" natia.
I canali invece informali sono stati soprattutto lo sport, in cui in tutti quelli trasmessi e di maggior rilievo vi è la competizione nazionale, esempio lampante è il mondiale di calcio, ma anche la coppa Davis se si pensa al tennis.Anche la musica, di cui l'esempio più diretto ( e indecente) è il Festival di Sanremo è sicuramente un canale da non sottovalutare per la sua potenza espressiva.

Francesco Pisani ha detto...

I canali formali in cui una determinata cultura si esprime e viene trasmessa sono indubbiamente quelli istituzionalizzati, come la scuola, dove attraverso lo studio della letteratura italiana e di un'opera come i Promessi Sposi, ad esempio, vengono trasmessi tutti quei valori e quelle usanze tipiche della cultura italiana. Penso che i libri abbiano un ruolo fondamentale in questo processo, dai grandi romanzi nazionali che per certi versi identificano ed esprimono lo spirito di un popolo, ai testi sacri di una determinata religione. Sappiamo ad esempio l'importanza di un testo come la Bibbia per la nostra tradizione ma anche di un testo come il Thalmud per il mondo ebraico o il Tao Te Chi per quello taoista. I canali informali attraverso cui una cultura si esprime sono anch'essi moltissimi: pensiamo alla tradizione culinaria ma anche alla moda del vestiario. In un modo o nell'altro tutti questi canali, consapevolmente o meno, sono veicoli di cultura che determinano costantemente ciò che siamo. FRANCESCO PISANI

Cristiano Formisano ha detto...

Q1: I canali che mi hanno portato a sentirmi naturalmente italiano sono stati, in età più tenera, quelli sportivi, per cui la nazionale di calcio e il calcio in generale, nonché la musica operistica italiana, la televisione, soprattutto quella più marcatamente italiana prodotta dalla Rai, e la cucina. Inoltre, avendo viaggiato molto, ho potuto constatare fin da piccolo il contrasto, cosa che inizialmente si sente più della somiglianza, con le altre culture e tradizioni: per cui sicuramente anche le esperienze all'estero hanno consolidato, nella loro differenza, quanto avevo inconsciamente appreso in patria. La scuola, poi, ha avuto un ruolo decisivo nell'acquisizione delle basi culturali italiane a livello artistico, in questo aiutata dal fatto di abitare a Roma, e letterario. In età più matura, per quanto si possa essere maturi a 21 anni, ritengo lo studio della storia fondamentale al fine di ritrovarsi come risultato del percorso compiuto dal proprio paese.

Cristiano Formisano

Nicolò Fiorani ha detto...

I canali che mi hanno portato a sentirmi "naturalmente" italiano sono molteplici. In primo luogo credo che la lingua e la scuola siano state decisive. Non solo perchè la lingua italiana è un "proprium" che ci differenzia da tutte le altre nazioni, ma perchè l'apprendimento e l'uso dell'italiano ci fa sentire immediatamente nostri un certo modo di pensare e ragionare, che lungi dall'essere "privato" è per certi versi già implicito nella lingua stessa. Contribuisce sicuramente a ciò anche la scuola, che nell'educazione degli studenti privilegia lo studio della letteratura, della storia, della geografia e del diritto italiano. Inoltre la politica,la musica ,il calcio, grazie al quale ho imparato l'inno nazionale e la televisione svolgono tutte un ruolo fondamentale nell'acquisizione di un'identità nazionale. Ricordo infatti di aver imparato i nomi delle regioni d'Italia guardando il programma televisivo "Affari tuoi".
Inoltre nella mia infanzia,forse, non riuscivo nemmeno a essere consapevole di questo senso d'appartenenza nazionale. Infatti avendo viaggiato poco ed interagito in modo assai limitato con culture diverse dalla mia, non sono stato mai portato a pensare la diversità e dunque a mettere in discussione certi valori e usanze della mia vita quotidiana. Questo sicuramente ha favorito in me il processo di "naturalizzazione" della cultura italiana.

Simona Antuoni ha detto...

Pensando al canale che mi ha fatto sentir parte della nazione mi è subito venuta in mente, chiara e nitida, la figura dello “Stivale” che da piccola ho imparato a distinguere sul mappamondo. Senza dubbio il primissimo canale mi è stato trasmesso dalla geografia, da quei rilievi montuosi che attraversavano come una spina dorsale l’intera penisola e da altri in alto che invece ne segnavano il confine. Crescendo il canale che mi faceva sentire parte della nazione era il calcio. Pur essendo “femminuccia” mi piaceva giocare a calcetto, facevo parte della squadra della scuola e il massimo lo abbiamo dimostrato alle nazionali in finale contro il Forlì (vincendo). Ricordo bene il sentimento che provavo e il clima generale che si respirava. Alle “Nazionali Italiane” ovunque c’era unione. Ciò che poi mi ha portato naturalmente a sentirmi parte della nazione è la cucina o forse meglio la tradizione, è la nonna che “il giovedì gnocchi” e via a lessar patate. Il preparare le conserve di pomodori in agosto, le marmellate di fichi o di albicocche in piena estate, aiutare a vendemmiare a settembre, raccogliere le olive in questi giorni per avere un olio “unico”… ma non tanto il solo farlo mi fa sentir parte della mia nazione, quanto il sapere che anche altri della mia collettività lo stiano facendo e soprattutto che in passato lo abbiano fatto.

Francesca Bonomo ha detto...

Cosa porta l’uomo a sentirsi naturalmente parte di un determinato paese? Perché noi siamo così “naturalmente” italiani?
Credo che a principio di tutto ci sia la nostra famiglia: i nostri genitori, i nostri nonni... Tutto parte da lì! Sin da piccoli, i nostri genitori ci insegnano le fondamenta della cultura italiana, a partire dalla nostra prima parola “mamma” o “papà” (non “mère” o “père”, “mum” o “daddy”). Giorno dopo giorno ci trasmettono l’amore per la famiglia e l’amore per le tradizioni (familiare o locali che siano).

Passiamo poi alla nostra infanzia e quindi al mondo dell’educazione, della scuola: da bambini una delle prime cose che ci insegnano sono i colori della bandiera italiana... E poi? E poi gran parte del nostro percorso scolastico si basa sull’apprendimento/approfondimento della lingua italiana, della letteratura italiana, della storia d’Italia.
Tutto questo contribuisce al nostro sentirci “naturalmente” italiani.

Pensiamo ora alle partite di calcio (in generale al mondo dello sport). Quando gioca l’Italia tutti si piantano davanti la televisione: uomini, donne, bambini, appassionati o non, tutti uniti davanti lo schermo! In quei 90 minuti di gioco ci sentiamo tutti piccoli giocatori in campo!

Per non parlare poi della televisione, della radio... di tutto ciò che riguarda la nostra vita quotidiana!

Mi piacerebbe concludere descrivendovi l’immagine che si è creata intorno a me questa mattina: sono in una delle più belle città d’Italia, mi trovo in hotel e sono le 9 di mattina. Scendo per fare colazione. Io prendo fette biscottate e cioccolata/marmellata, il mio ragazzo un cornetto e dolci vari. Alla nostra sinistra un’altra coppia: entrambi mangiano pane con prosciutto e formaggio! Alla nostra destra un’altra coppia ancora: loro mangiano uova e non so quanto altro ancora! Ovviamente, tra le 3 coppie considerate, noi siamo l’unica coppia italiana! Il nostro modo di fare colazione, in generale, la nostra cucina, la nostra tradizione culinaria (pensiamo alla pasta o alla pizza) è sicuramente qualcosa che fa parte di noi e che ci caratterizza!

Riassumendo, abbiamo visto come siano diversi i canali attraverso i quali siamo portati a sentirci “naturalmente” parte della nostra famiglia: la famiglia, la scuola, i libri, la televisione, lo sport... In poche parole... La nostra vita quotidiana!

Francesca Bonomo

Giada Giorgi ha detto...

In realtà, credo siamo permeati ogni giorno da concetti ridondanti, espressi in base ad una sorta di identità nazionale di cui ci sentiamo di far parte. Nella mia vita, indubbiamente in quedto senso un ruolo piuttosto grande lo ha giocato mia madre e la sua famiglia: da classica figlia di famiglia "ignorante" del sud, mia madre ha ereditato tutta quella cultura appresa, propria non solo del nazionalismo inculcato alle masse, ma anche di quel maschilismo egemonico di cui si parlava durante la lezione. Ancora oggi, si irrita se mio padre deve fare i piatti, o mi rimprovera dicendomi che "non sono una buona donna di casa", penso troppo allo studio e al lavoro.
Mi viene in mente un episodio di inizi settembre, quando ho appreso di essere idonea per la borsa di studio Laziodisu, ma non vincitrice. In quell'occasione, commentò: " Hai visto, sicuramente l'hanno data a qualche immigrato negro, je danno pure le case, li famo studià coi sòrdi nostri".
Indubbiamente la Stampa ed i mezzi di comunicazione di massa giocano un ruolo chiave nella percezione di identità nazionale. Mi vengono in mente, per esempio, i libri di Oriana Fallaci, trovati sul comodino di mio padre Quand o avevo dodici, tredici anni massimo, che lessi e mi lasciarono un po' frastornata; i programmi nazionali come Domenica In; il telegiornale.
Lo sport è un altro fondamentale elemento che ci accomuna e ci fa tifare per la nostra squadra nazionale contro le altre (mi viene da pensare all'Università degli Studi di Roma Foro Italico, sorta durante il periodo fascista e fortemente voluta da Mussolini).
Un altro luogo di apprendimento della "cultura italiana" sono le scuole: fin dalla scuola primaria viene insegnato l'inno nazionale, vengono narrate le gesta dei patrioti, vengono organizzate gite nei luoghi dove si amministra il potere.

Antonio Mendicino ha detto...

Canali importanti per l'cquisizione dell'appartenenza nazionale sono la scuola e la famiglia. La lingua italiana è presente in tutti i nostri pensieri e nelle interazioni con gli altri, e ci fa sentire simili con gli altri italiani e diversi da chi parla un'altra lingua. La conoscenza della storia millenaria della penisola italiana crea un senso di affinità con gli abitanti dei secoli scorsi, così come la conoscenza della geografia e dell'arte. Ci sono però anche canali più informali; come una serie di buone maniere e di senso comune imparato quasi inconsciamente che ritroviamo negli altri italiani. Ad esempio anche gusti simili in fatto di cibo e quindi l'appartenenza a una cucina italiana o la partecipazione collettiva a grandi eventi, come i mondiali di calcio, in cui si fa il tifo e si gioisce per la stessa squadra.

Vanessa Rita ha detto...

Numerosi sono i canali che a partire dalla nostra nascita fino ad oggi, partecipano ogni giorno alla formazione del nostro senso di appartenenza nei confronti della nazionalità, nel nostro caso, italiana, tanto da apparirci così "naturale". Tra i primi canali che partecipano alla formazione di questo senso di appartenenza si può rintracciare l'apprendimento naturale e l'uso della lingua italiana. È proprio la lingua italiana che serve poi come strumento di comunicazione per l'istruzione nella scuola: lo studio della grammatica della lingua italiana, lo studio dell'Italia e della sua conformazione geografica e politica, sono tutti elementi che costruiscono la nostra nazionalità. Anche l'introduzione dello studio della lingua inglese credo sia un elemento fondamentale, che ci rende consapevoli della nostra identità italiana rispetto ciò che è "diverso", come la lingua inglese. Tra gli altri canali canonici si possono individuare la famiglia, le tradizioni culinarie, ma anche la religione. Un esempio invece di canale più libero può essere lo sport del calcio e della cultura calcistica molto sentita in Italia: eventi internazionali come gli europei e i mondiali di calcio partecipano alla formazione del senso di appartenenza che l'italiano, ma che anche ogni persona ha nei confronti del proprio paese, della propria nazione. Ciascuno infatti si identifica nella nazionale di calcio e da essa si sente rappresentato a livello internazionale. Come gli eventi di calcio, così anche le Olimpiadi possono essere strumento di formazione del senso di nazionalità che ciascuno ha e che sente "naturale".

Davide Catapano ha detto...

Tra i canali che fin da subito mi hanno portato a sentirmi parte della cultura italiana posso menzionare l'educazione ricevuta, la religione e ció che più rende l'Italia uno dei paesi più amati al mondo: l'arte e la cucina.
Tra le discipline che contribuiscono maggiormante a sviluppare un senso di appartenenza alla nazione in un bambino ,e più tardi in un adolescente qualsiasi, sicuramente lo studio della grammatica della lingua, la storia e la geografia, che tra l'altro era la mia disciplina preferita.
Altri fattori che contribuiscono a tutto ció: la possibilità di aver visto opere d'arte che chiunque nel mondo studia solo sui libri con I miei occhi.
A livello culinario la pizza, gli spaghetti, la lasagna e tutti I piatti tipici che da sempre mi hanno reso orgoglioso di appartenere a questa nazione.
Tra i canali più liberi posso citare lo sport, in particolar modo il calcio, che ha come qualità quella di riunire la gente, aumentare il senso di appartenenza alla nazione, anche laddove normalmente esistano delle incompresioni tra individui che vivono in città differenti...

Flavio S. ha detto...

Ricordo molto bene la vittoria dell'Italia ai mondiali di Berlino nel 2006: mi trovavo in vacanza al campeggio a cantare l'inno di Mameli con tutti i presenti e la mia famiglia tra sciarpe e bandiere del nostro tricolore.
Infine, trovo che la pizza sia il simbolo culinario per eccellenza del nostro paese.
Flavio Sabbatini

GIULIA VINCIGUERRA ha detto...

Sono molteplici gli elementi caratterizzanti della cultura italiana che ho acquisito e per molto tempo ho dato per scontato. Prendo spunto da un episodio ricorrente nei miei viaggi, durante i quali spesso mi sento chiedere da persone locali: "Italian?".
Pur non spiccicando una parola, spesso si riconosce la figura dell'italiano. Mi chiedo allora che cos'è che rende così palese e riconoscibile il mio essere italiana. Ci insegnano a comunicare da piccoli, e le agenzie di socializzazione come la scuola e la famiglia ci insegnano in maniera canonica quello che significa essere italiani, tramite il linguaggio, lo studio dei personaggi importanti, la cultura culinaria, l'arte e così via. Una cosa che però nessuno mi ha insegnato a fare è GESTICOLARE mentre parlo: ho capito a cosa devo il riconoscimento diretto da parte degli stranieri. Gesticolare per accompagnare il discorso è una delle cose per le quali all'estero, oltre alla pizza e alla pasta, gli italiani sono famosi. Dunque può sembrare un discorso senza senso, ma il fatto che il mio sentirmi italiana dipenda dagli elementi che caratterizzano il mio paese già citati da alcuni colleghi prima di me, è l'aspetto più limpido ai nostri occhi una volta che decidiamo di uscire dall'ovvio della quotidianità e di analizzare che cos'è sentirsi italiani. Vorrei sottolineare invece gli aspetti che noi stessi non ci rendiamo conto di avere che però ci rendono italiani, come appunto questa particolarità della gestualità. In definitiva, voglio dire che oltre a tutto ciò che è la cultura appresa, facilmente individuabile come causa del sentirsi parte della propria nazione, spesso in banalità come quella dei gesti io mi rendo conto di sentirmi italiana più di quando al liceo ripetevo le terzine di Dante.

Giulia Vinciguerra 0243980

sara pitolli ha detto...

Per "cultura nazionale" si intende una serie di usi, tradizioni, idee che apprendiamo fin dalla nascita e che quindi si considerano naturali. Un esempio tratto dalla cultura italiana può essere quello della cucina: fin dall'infanzia i cittadini vengono educati all'apprezzamento e alla valorizzazione della stessa, sentendola parte della propria natura. Oppure, è possibile analizzare l'importanza della presenza della Santa Sede nel Paese:tipici della nostra cultura sono, infatti, tratti religiosi (preghiere, gesti, canti) che la scuola stessa, attraverso l'insegnamento dela religione cattolica, si impegna a diffondere fin dal più basso grado di istruzione.

Alessio Martorelli ha detto...

Uno dei canali di acquisizione della cultura nazionale è la scuola dell’obbligo. Punto fondamentale dell’istruzione è acquisire una lingua nazionale che sia parlata da tutti, che produca un senso di appartenenza e collettività. Molto importanti sono la letteratura e lo studio della storia dell’arte. Quest’ultima, assieme alla moda, costituisce una riconoscibilità interazionale della cultura italiana. Un canale canonico è la televisione che, negli anni 60, costituisce una vera e propria scuola, capace di insegnare agli italiani a scrivere, come il maestro Manzi nel programma “non è mai troppo tardi”. Sono tuttavia i canali informali, come la cultura culinaria e il calcio, a dare un senso di appartenenza nazionale in maniera “naturale”. Per quanto riguarda la prima, molto spesso si fa riferimento alla propria nonna, in genere casalinga, custode di piatti tipici della cucina locale che, assieme a tutte le altre cucine, costituisce un panorama gastronomico ampio ed eterogeneo. Ne è un esempio la preparazione, in vista della Pasqua, a Roma, dell’abbacchio, ovvero l’agnellino preparato al forno. Il grado di assimilazione della nostra cultura culinaria è così radicato in profondità da costituire quasi un dogma, violato sistematicamente dagli stranieri che provano a riprodurre i nostri piatti, portando immancabilmente un’innovazione culturale che però è stigmatizzata dagli italiani. Un esempio è questa pizza fatta in Polonia con sopra i Pieroghi (pasta con ripieno polacca), oggetto di scherno e di ironia nei commenti (https://www.facebook.com/insultaresutrip/photos/a.492779434217971.1073741828.492776404218274/837241573105087/?type=3&theater). Per quanto riguarda il calcio, è la stessa politica italiana, tramite i suoi rappresentanti, a conferirgli lo status di sport nazionale, un forte aggregatore sociale dalla forte identità culturale. Come dimostra la presenza assidua del presidente del consiglio Pertini ai mondiali dell’82 in questo video(https://www.youtube.com/watch?v=KQ_44XtcXGM), nel quale uno dei commentatori afferma: “Uomini così ti fanno sentire orgoglioso di essere italiano. Uomini così non ce ne sono più”. È dunque la politica ad elevare uno sport, appartenente alla cultura bassa, e promuoverlo come sana abitudine, uno svago per le famiglie.

Loredana Leva ha detto...

I canali che spingono un individuo a sentirsi "naturalmente" parte di una nazione sono vari. Tracciando uno schema immaginario, secondo me, possiamo evidenziare la trasmissione di fattori dinastici e dunque nazionalismo in termini di storia condivisa. Per quanto concerne la mia realtà personale, posso affermare che un ruolo centrale é stato occupato dalla mia famiglia, poiché tramandandomi valori e tradizioni mi ha indirizzato ad un primo approccio a quella che é la cultura italiana. Successivamente, grazie alla scuola ciò che avevo appreso sotto un punto di vista informale é stato supportato da insegnamenti formali. Studiando storia, geografia e letteratura ho potuto constatare che pur essendoci diversitá, come ad esempio l'accento per quanto riguarda il punto di vista linguistico, esiste una cultura condivisa che ci accomuna.

Elisa Raponi ha detto...

La famiglia, la scuola, la politica, sono tutti elementi che hanno contribuito alla formazione di un forte senso di appartenenza alla mia nazione. La cultura funziona benissimo quando viene recepita come parte di sé. Quello che definiamo naturale il più delle volte è un trucco del culturale che si è nascosto. La vita quotidiana è la messa in atto di una serie di azioni che possiamo dare per scontate. La nostra appartenenza ci sembra così scontata, non soltanto perché ognuno di noi ha naturalizzato certi meccanismi di apprendimento ma anche perché ognuno di noi tende ad attribuire ad altri quella stessa informazione culturale acquisita. A scuola ad esempio ci viene insegnato a leggere e a scrivere correttamente la lingua italiana; imparare a leggere e a scrivere conviene alle istituzioni, l’omogeneizzazione nazionale serve ad avere cittadini flessibili che possano compiere diversi ruoli in diverse parti dello stato. Vi sono poi tutta una serie di feste che contribuiscono a dare questo senso di “italianità” (Festa della Repubblica, Festa della Liberazione, sono tutte feste che fanno riferimento a un passato “italiano”); pensiamo anche all’ambito culinario, vi sono tutta una serie di piatti tipici della cultura italiana, che noi stessi in primo luogo abbiamo imparato a percepire come tali, come parte integrante della nostra cultura (pizza, pasta al sugo: si tratta di piatti che anche all’Estero tendono ad essere considerati come piatti tipici italiani). Siamo animali proni all’apprendimento, quindi ad acquisire novità, abbiamo bisogno di sedimentare le informazioni acquisite in schemi e modelli che tendiamo a dare per scontati. Noi uomini abbiamo imparato tutto: abbiamo imparato ad esempio ad avere un rapporto monogamico e lo abbiamo imparato talmente tanto bene che adesso avere un rapporto monogamico ci sembra qualcosa di assolutamente naturale. L’uomo deve costantemente costruirsi un’armatura; ha questa capacità spugnosa di assorbire cose dall’ambiente. Spesso ciò che acquisiamo ci sembra qualcosa di “sacro”. L’uomo sente come pulsione naturale ciò che ha imparato a considerare come pulsione naturale. Perché tendiamo a considerare così “naturale” il fatto che la cultura sia condivisa? Da una parte siamo “sovrastati” dalla vita quotidiana, con i suoi meccanismi di apprendimento e di stereotipizzazione delle pratiche, dall’altra parte invece siamo immersi in un discorso politico in cui l’unità di misura è ancora quella dello stato nazionale. L’universo mondo è diviso naturalmente in nazioni che naturalmente tendono ad autogovernarsi, cioè ad avere un’istituzione politica che le rappresenta e le regola. Questa affermazione è al cuore del modo in cui viviamo ancora oggi. Noi veniamo dopo che quell’idea è stata acquisita e naturalizzata, ci siamo dimenticati di averla imparata.

Elisa Raponi

Michela Valente ha detto...

Personalmente uno dei canali che mi hanno portata a sentirmi "naturalmente" italiana credo sia stato in primo luogo la scuola, forse anche più della famiglia. Ricordo quando alle scuole elementari la maestra ci insegnò con molta serietà l'inno di Mameli invitandoci a cantarlo "in piedi e a schiena ben dritta!", probabilmente proprio per trasmetterci l'importanza del gesto che stavamo compiendo e suscitare in noi una sorta di "orgoglio" per quello che stavamo cantando; successivamente ci fecero ascoltare anche l'inno nazionale francese, e questa cosa delineò nella mia mente di bambina di 8 anni, così come probabilmente in quella dei miei compagni, una precisa contrapposizione: noi come italiani avevamo il nostro inno, i francesi il loro. A questo processo di identificazione contribuiscono enormemente lo studio della Storia (pensiamo al Risorgimento) della Geografia, nonché della Storia dell'arte negli anni delle scuole superiori. Se pensiamo invece a canali più "liberi" è da citare sicuramente la cucina, dove pasta e pizza sono simboli di quella che è sentita come cultura italiana. Non possiamo tralasciare lo sport, a mio parere capace di risvegliare il sentimento nazionalista anche più assopito quando si tratta di tifare i propri connazionali alle Olimpiadi di nuoto o sostenere l'Italia ai mondiali di calcio; anche la persona meno interessata allo sport si ritrova a guardare i mondiali quella volta l'anno in quanto rappresenta un'occasione per riunirsi con gli amici, la famiglia, dandoci un senso di unità e di appartenenza. Ritengo che tutti questi canali citati contribuiscano in egual misura all'acquisizione della propria cultura nazionale.

Michela Valente (LLEA)

Federica Palazzi ha detto...

Sin da piccola sono stata cresciuta secondo determinati valori, e attraverso di essi, con il passare del tempo, ho vissuto situazioni che "naturalmente" fanno parte di noi, della nostra cultura; crescendo ho avuto la fortuna di viaggiare e di scoprire culture e caratteristiche distinte rispetto a quelle del mio Paese (in Germania, Spagna, Danimarca, Inghilterra) persino quelle oltreoceano come California, Messico, Perù. Mi sono sempre posta questa domanda: "Come fanno a capire che sono italiana?". In effetti non è molto difficile capirlo, ed avendo anche origini siciliane, il mio senso di cultura nazionale è ancora piu visibile.
Non si può non nominare il cibo, canale fondamentale dell'Italia, il sogno che lo straniero tenta di copiare; oltre a pizza, pasta e gelato, il cappuccino a colazione mi fa sentire italiana in qualsiasi parte del mondo, e quando mi trovo spesso a Los Angeles capisco che è una cosa di cui non posso fare a meno, mi caratterizza e mi distingue dall'americano medio che invece di latte e caffè espresso a colazione non ne vuole sapere (forse durante il pranzo come bibita).
Un altro esempio personale è quello di mia sorella, che a 21 anni ha deciso di trasferirsi in Germania dal ragazzo nonché mio attuale cognato, la quale, pur volendo integrarsi pienamente, non potrà mai approcciarsi alla vita/alle persone come suo marito tedesco: è più chiassosa quando parla con le persone, alza la voce per spiegare delle cose ed è senz'altro più calorosa con le persone, in particolar modo con la famiglia, rispetto ad un tedesco.
Come specificato precedentemente, il cibo è senz'altro uno di quei canali che fanno parte della nostra cultura; tra questi troviamo anche il calcio, le Olimpiadi, ma anche la musica attraverso il festival della canzone italiana,ed infine, ma non meno importante, la storia dell'impero romano. Questa senz'altro sarà difficile copiarla.

Stefania Regoli ha detto...

I canali che mi hanno portata a sentirmi italiana sono molti. In primis abbiamo la famiglia, che è stata sicuramente il primo ambiente in cui ho appreso il sentimento di appartenenza all’essere italiana. Viaggiando da piccola con i miei genitori è stato quasi naturale rendersi conto di far parte di una nazione e che esistevano altre persone appartenenti ad altre culture, che parlavano un’altra lingua, che vivevano in altri luoghi e che avevano usi e costumi diversi dai miei. Un altro spazio in cui ho acquisito consapevolezza della mia cultura nazionale è stato ovviamente la scuola, in cui per definizione si insegna la “nostra” lingua e le “altre” lingue, la “nostra”letteratura” e le “altre” letterature, ecc.
Altri canali che hanno contribuito al mio considerarmi parte di una nazione sono state esperienze quali ad esempio i viaggi all’estero oppure anche frequentare luoghi di svago come le palestre.

Martina Coppola ha detto...

Il primo episodio che mi viene in mente andando indietro con la mente, risale in quarta elementare. Ricordo che nella mia classe dovevano arrivare alcuni studenti francesi per uno scambio di classe per un progetto interculturale. Era la prima volta in assoluto che si faceva qualcosa del genere nella mia scuola, per l'occasione le maestre ci fecero fare tante di quelle bandierine e coccarde con i colori della bandiera italiana che la notte ancora me le sogno. Passammo settimane a provare l'inno italiano al flauto, anche se alla fine optarono per farcelo cantare ( la verità è che facevamo veramente pena). Forse fu la prima volta in assoluto che mi ritrovai a riflettere sul concetto di identità di nazione. Sicuramente importante fu anche il ruolo dei miei nonni, sono sempre stati orgogliosi delle loro origini, molti dei nostri parenti erano andati in America, e mia nonna da brava napoletana mandava a loro pacchi e pacchi di caffè, sicuramente anche questo ha influenzato la mia percezione di cultura nazionale. Altro fattore importante è stato sicuramente lo studio della storia, della geografia e dell'arte a scuola. Ma anche i mass media (calcio,olimpiadi...) hanno avuto un ruolo fondamentale nel "plasmarmi" inconsapevolmente e "naturalmente" come cittadina italiana.

Martina Coppola

Giuseppe Grieco ha detto...

Risulta difficile analizzare qualcosa che opera su di te praticamente da sempre, però sotterraneamente. Per questo rispondere a questa domanda non è cosa immediata. Personalmente, un influsso molto potente lo hanno avuto i racconti dei miei nonni, che con i loro ricordi in bianco e nero di semplicità e miseria mi hanno donato una solida base di identità nazionale. Anche i racconti di mio padre e mia madre sono stati fondamentali, anche se diversi, perché più ad ampio raggio, storici e didattici quelli di lui, personali e soggettivi quelli di lei. Altri fattori molto importanti che influiscono sul mio sentirmi italiano sono la nostra cultura culinaria, la nostra ricca e complessa lingua e il nostro immenso patrimonio artistico.

Elettra De Giuli ha detto...

a cultura “nazionale”, per definizione, è sapere appreso: nel mio caso, protagonista di quest’acquisizione è stata la prima carta d’identità. Leggere, accanto alla voce cittadinanza, l’aggettivo “italiana”, ha rappresentato un momento – per certi versi – “epifanico”: per la prima volta, apponevo la firma su un documento che – oltre a definire connotati e contrassegni salienti – sanciva la mia appartenenza alla Repubblica italiana. La carta d’identità, sostanzialmente, ha segnato uno spartiacque nella formazione della mia coscienza identitaria, individuando un “prima” e un “dopo”.
In verità - prima di ottenere questo documento - l’apprendimento della mia cultura “nazionale” è stato, tendenzialmente, inconscio. Laddove la scuola ha provveduto a forgiare canonicamente la mia italianità – è fra i banchi, infatti, che ho imparato a esprimermi nella mia lingua, l’italiano “standard”, a scoprire la storia dell’Italia, a riconoscerne i confini geografici - la famiglia è intervenuta, più liberamente, a veicolare tradizioni: in primo luogo, quella culinaria - celebre la cosiddetta “dieta mediterranea”. In misura minore, a questo disegno, ha contribuito anche lo sport: canto l’inno di Mameli e tifo – qualunque sia la competizione - per la nazionale.
Dall’adolescenza in poi, però, questo processo è stato maggiormente consapevole ed è passato – principalmente – per le mie passioni: complice, in questo, l’interesse per il cantautorato italiano e – altrettanto personale – quello per il giornalismo che mi spinge ad essere, quotidianamente, informata su quanto accade in Italia, a prescindere dall’ambito di riferimento. Sebbene – attualmente – io consideri concluso il processo di formazione della mia “cultura nazionale”, ritengo lecito sostenere che – essendo la cultura un’entità ibrida – questa debba essere costantemente formata e riformata: se la cultura è dinamica, perché essere culturalmente statici?

Elettra De Giuli

SOFIA RONCHINI ha detto...

Esistono molti canali tramite i quali è possibile acquisire la cultura nazionale. Per questo motivo, non è semplice distinguerli e catalogarli in modo oggettivo. In base alla mia esperienza personale, ne ho individuati alcuni. Il primo è la famiglia, a partire dai miei nonni i quali, avendo vissuto la guerra, mi hanno trasmesso un forte senso di appartenenza alla cultura italiana raccontandomi la loro storia personale e cosa significasse per loro essere italiani. Anche i miei genitori hanno contribuito dandomi delle regole, trasmettendomi un determinato tipo di morale e mettendomi a conoscenza di alcune tradizioni tipiche del mio Paese. Il secondo canale che ho individuato è la scuola. È lì che ho appreso la lingua italiana, studiato la letteratura e in parte formato la mia identità culturale. Ricordo infatti che i miei insegnanti dedicavano molta attenzione allo studio della geografia e della storia dell’Italia. Quando ero alle elementari feci anche un piccolo progetto di gruppo in cui dovevamo realizzare, utilizzando del compensato e del pongo, ogni singola regione italiana per memorizzarne la forma, la posizione e le città più importanti che si trovavano sul suo territorio. Anche studiare, visitare e conoscere elementi o luoghi che fanno parte della storia del mio Paese è stato importante e a questo hanno contribuito parallelamente sia la famiglia che la scuola. Nonostante ora abbia più consapevolezza della mia cultura rispetto al passato, continuo a scoprire cose nuove, arricchire il mio bagaglio personale e rafforzare la mia identità nazionale.

Caterina Zarlenga ha detto...

La cultura, come ben sappiamo, è un insieme saperi, opinioni, credenze, costumi e comportamenti che apprendiamo sin dall’infanzia e che ci fanno sentire “naturalmente” parte di una nazione piuttosto che di un’altra.
Facendo riferimento al mio caso, sicuramente, il primo canale da cui ho appreso l’”essere italiana” è stata la famiglia, che, oltre ad avermi trasmesso, fin dove ancora possibile, gli usi e le tradizioni tipiche del “nostro” paese, mi ha tramandato la passione per la cinematografia italiana d’autore, facendomi apprezzare artisti del calibro di Totò e Alberto Sordi, che al meglio ci descrivono, e grandi compositori italiani conosciuti a livello internazionale, come Ennio Morricone. Allo stesso livello della famiglia, anche la scuola ha contribuito a rafforzare il mio senso di appartenenza alla nazione attraverso lo studio, principalmente letterario, che mi ha mostrato e fatto apprezzare le innovazioni culturali e tecnologiche, portate dall’Italia, che caratterizzano tuttora la cultura occidentale. Altri fattori, non meno importanti, che hanno contribuito, sono stati ad esempio, i grandi nomi della moda, delle case automobilistiche e del settore gastronomico.

ilaria falcone ha detto...

Difficile rispondere a questa domanda perché bisogna andare un po' a spasso nelle esperienze vissute del passato. Le esperienze che ci hanno raccontato e che sono diventate anche la base della formazione delle nostre visioni della vita di oggi. Uno dei canali su cui vorrei porre attenzione parte proprio dai miei nonni. Dal modo i cui mi hanno insegnato l’educazione. Tutte le ‘storie’, che poi per me erano storie ma per loro erano esperienze di vita, sulla guerra. Il grande senso di patriottismo che avevano nel raccontare pezzi di storia che oggi studiamo sui libri ma che per loro sono stati un modo rigido di vivere e vedere la vita, di apprendere quel grande bagaglio di valori che loro stringono fortemente a se e che oggi un po' si è perso. Un altro modo di sentir naturale l’essere italiana è stato riportato da mio padre con la grande passione per il calcio (che io non ho). Un esempio pratico è il fatto che quando gioca l’Italia a casa con papà SI VEDE l’Italia in tv. Vengono i miei zii, i signori del palazzo a vederla e si sta insieme.
Un altro canale è il cibo, la cucina italiana che tanto gelosamente è parte integrante del mio essere. Il fatto di partire per Londra e in valigia portare due pacchi di pasta e il sugo ne è un esempio. L’arte può esser e un altro canale perché appassionata del mondo artistico amo la cultura artistica italiana e la sento parte integrante del ‘MIO essere italiana’; non posso dire lo stesso della musica perche i miei genitori vissuti negli anni ’60 e amanti del rock straniero mi hanno trasmesso un senso di musica più internazionale che nazionale. Quello che della musica italiana sento parte della mia cultura è cio che minuziosamente ascolto e comprendo con una maturità che non avevo quando ero più piccola.

Emanuele Montuori ha detto...

I canali che mi hanno portato a sentirmi naturalmente parte della mia nazione sono vari. Ricordo come se fosse ieri il mondiale vinto dall Italia nel 2006 in Germania. Avevo solo 10 anni, ma quello forse è stato il primo momento in cui mi sono sentito parte di qualcosa, della mia nazione. Si sa che specialmente in Italia il calcio è lo sport più seguito è i mondiali sono un momento sacro per gli italiani. All epoca non mi interessavo molto di calcio: non ero mai andato allo stadio e vedevo solo sporadicamente qualche partita dell italia appunto quando la trasmettevano in chiaro in televisione. Quell anno, ogni partita che giocava l Italia nella coppa del mondo si vedeva a casa mia, c'erano tutti: nonni, zii, cugini.. la famiglia al completo. Man mano che l Italia avanzava nella competizione, sentivo crescere in me una sensazione di attaccamento a quei colori. Quella sera del 9 luglio 2006, al gol di Grosso sono schizzato dal divano ed successo il delirio: lacrime, risate, urla. Una situazione surreale. Ovviamente poi crescendo e studiando a scuola tutta quella che è stata la storia dell Italia, il mio sapere è aumentato, parallelamente al senso di appartenenza alla nazione.

Francesca Russo ha detto...

Q1. Ricordo quando ero piccola, e mio padre guardava in tv il Gran Premio, la Formula 1, e quando vinceva la Ferrari risuonava l'inno Italiano in tutta la stanza. Avevo due anni e cantavo l'inno italiano ad alta voce, senza vergogna, ovunque mi trovassi semplicemente perché mi annoiavo e mi veniva in mente quello, dato che ero piccola e non mi rendevo ancora conto di quali fossero i momenti e i luoghi di fare certe cose. Crescendo mi sono accorta piano piano di cosa significassero le parole che cantavo, e mi ricordo che un giorno mi soffermai in particolare su quel "siam pronti alla morte", e pensai: << Chi è lo scemo che addirittura morirebbe? E poi, per cosa?>> e ad un tratto mi resi conto del coraggio e del sentimento che ci vuole per dire una cosa del genere, e capii quel giorno cosa volesse dire nazionalismo e cosa doveva voler dire "essere italiano", in cosa dovessi necessariamente rispecchiarmi in quanto "italiana".
Tuttavia le dottrine non mi sono mai piaciute, quindi forse il motivo per cui alla fine mi sono sentita italiana è stato un altro: i simboli che avevo intorno. Per me guidare la Vespa nel mio garage ha un sapore tutto italiano, così come mia zia che gira con la stessa Cinquecento nera dagli anni '80, le pizzerie al taglio ad ogni angolo che se hai fame spendi un euro e mangi pizza alle cinque del pomeriggio, questo bisogno costante di Made In Italy, di leggerlo sul cibo, sulle scarpe, sui mobili, ... Sembrano stereotipi, ma invece sono caratteri generali che condivide ogni italiano, e inevitabilmente acquisiti anche da chiunque viva qui da tanto tempo.

giada stracqualursi ha detto...

Sono cresciuta con una sorta di pulce nell'orecchio sul tema dell'appartenenza nazionale. Se dovessi dire cosa mi fa sentire italiana non saprei dare una risposta abbastanza chiara. Secondo me la questione della lingua in italia è ancora molto complessa. Qui nel mio piccolo paesino molti non conoscono la grammatica, pur avendo frequentato la scuola almeno fino alla terza media. Parlano lo stesso dialetto dei loro nonni, alcune parole usate normalmente in altri contesti non fanno parte del loro vocabolario, insomma tra loro e una persona che parla una lingua straniera non vedo troppa differenza. In tenera età, pur essendo nata da genitori italiani, a causa del mio modo di parlare mi sono sentita straniera.
A cinque anni mi sono trasferita per la prima volta, dalla città alla campagna, a 10 km di distanza. Ho cambiato asilo. Ero abituata a parlare in italiano standard con i miei compagni. Una volta arrivata nel paesino l'italiano standard non era più funzionale per la comunicazione. La nuova lingua standard in quel contesto era all'improvviso diventata un dialetto incomprensibile. In classe c'era anche un bambino marocchino che non parlava, non sapeva nessuna parola nè in italiano nè in dialetto, e preferiva starsene zitto. Derisa e umiliata per il mio modo strano di parlare, a detta degli altri bambini, mi sentivo molto più vicina al bambino marocchino che a loro, perchè come lui me ne stavo spesso zitta. A quel punto ero confusa. Qual era il vero italiano? Ero italiana io che parlavo la lingua standard oppure loro? Il bambino marocchino poi cos'era?
Un mio amico ha la mia stessa età ma origini filippine, siamo cresciuti insieme come fratelli e lui ha tratti somatici diversi dai miei. Per quanto mi riguarda è italiano anche se purtroppo non possiede cittadinanza.
Credo di poter dire di essere italiana solo perchè vivo nei confini di questo stato nazionale e ho imparato dalla mia famiglia alcune tradizioni tipiche di questo posto. Perchè sono cresciuta con la televisione italiana, il modo italiano di mangiare, alcune convenzioni sociali e alcune abitudini quotidiane come quella del caffè espresso. Quello che mi chiedo spesso è, la mia cultura può essere definita "nazionale" se adoro la cucina cinese, giapponese, polacca, albanese, messicana, indiana? Se ho amici con origini diverse dalle mie con cui ho condiviso tante esperienze?
Anche loro bevono caffè, alcuni sono nati qui. Credo alla fine di non poter rispondere alla sua domanda, perchè non sono sicura di sentirmi "naturalmente" parte della mia nazione nel senso inteso dalla nonna trasteverina di qualche lezione fa.
Giada Stracqualursi

Erica Blandino ha detto...

Tra i principali canali che mi hanno fatto sentire italiana ci sono sicuramente i racconti di famiglia che mi hanno entusiasmato fin da piccola, sentire le tradizioni che venivano tramandate mi hanno segnato profondamente. Al secondo posto c'è stata l'istruzione dove ho imparato a conoscere la storia e la geografia del mio Paese e dove ho imparato a conoscere i più grandi letterati italiani e artisti del calibro di Leonardo Da Vinci, Piero della Francesca e Andrea Mantegna.
Non per ultimo ci sono le mie abitudini culinarie, altro fattore che ha contribuito a farmi sentire italiana.

Erica Blandino

Gianni Schioppa ha detto...

L’acquisizione di una cultura nazionale è un fenomeno che avviene, a mio avviso, già durante i processi di educazione, di istruzione scolastica di un individuo; seguono le abitudini alimentari, il patrimonio storico-artistico condiviso. Tuttavia sento di poter attribuire il mio personale percorso di acquisizione di consapevolezza di appartenere alla cultura nazionale del mio Paese nell’uso della lingua italiana. Credo sia rilevante esaminare il caso di un viaggio all’estero, situazione nella quale maggiormente risaltano le caratteristiche della “propria” cultura, in quanto confrontate con quelle appartenenti ad altra cultura nazionale. Parlando con un inglese, ho potuto notare come elementi del mio linguaggio, che in Italia avrei percepito come “normali”, d’abitudine e largamente utilizzati dai miei connazionali, non fossero condivisi con il mio interlocutore. Prevalentemente, la gestualità durante una conversazione: uno stereotipo globalmente condiviso nell’immaginario collettivo risiede nella convinzione che gli italiani utilizzino in maniera eccessivamente didascalica la gestualità (eppure non tutti gli italiani lo fanno). Ciononostante, durante la conversazione, in modo assolutamente inconscio, sottolineavo con gesti delle mani concetti che stavo già esprimendo a parole: una pratica non attuata dalla composta figura che avevo di fronte. Conclusa la conversazione, fu a dir poco impattante la differenza riscontrata con la conversazione che ne seguì con un mio concittadino: un fiume di parole e gesti, questi ultimi utilizzati in maniera “naturale” e spontanea, come se esistesse una teatralità, una vis comunicativa intrinseca alla stessa lingua italiana. Al di là della mia abitudine di mangiare pasta, del fatto che sappia chi sia stato Camillo Benso o che conosca l’impareggiabile artista che affrescò la Cappella Sistina, quando uso la mia lingua non posso che percepire la mia radicale appartenenza alla cultura italiana.

Lorenzo Angelici ha detto...

Io vivo nel mondo del calcio fin da quando sono nato, ho sempre avuto attorno a me ciò che significa “passione calcistica”, vista e giocata, in primo luogo da mio padre, giocatore della Lazio fino alla Primavera e che lavora ormai da 20 anni sempre alla Lazio. Avendo questa passione dentro di me da sempre arrivai ad un certo punto della mia vita in cui sentii più vicina a me una squadra in particolare, il Milan, piena di campioni e di coppe vinte, “il club più titolato al mondo”, e solo il Milan mi dava emozioni uniche nel suo genere. Perciò iniziai a capire che ognuno aveva una sua squadra del cuore anche tra i miei amici, prevalentemente a differenza del luogo geografico in cui si cresce, ma in generale per qualsiasi ragione possibile, fino al 2006, in cui in un giorno di luglio vidi mio padre, laziale, insieme a mio zio, milanista, due suoi amici, interisti, e la moglie di uno dei due, juventina, e tutti insieme stavano attaccati alla tv ad aspettare che inziasse una partita della nazionale: sapevo a grandi linee che ci fosse una squadra nazionale, ma fino ad allora poco mi interessava, preferivo il Milan.
Vedevo tutti agitati nell'attesa di quella partita, Italia-Ghana, a fare ipotesi e a sognare, fino a quando entrarono i giocatori: riconobbi Buffon, portiere della Juve, poi Totti, Cannavaro e altri, tutto normale fino a quando vidi Nesta, difensore del Milan, e poi Pirlo, centrocampista del Milan, due leggende della società rossonera; mi brillarono gli occhi e iniziai ad immaginare una squadra con certi campioni tutti insieme ma che durante l'anno si sfidano solo, rendendomi poi conto che quella squadra era proprio la nostra nazionale.
L'inno nazionale fu la scintilla che poi fece esplodere il mio patriottismo italiano: vedere i miei familiari e amici, malgrado fossero di squadre diverse, crederci quasi più dei calciatori in televisione e urlare stonatissimi tutto l'inno mi emozionò a tal punto che non mi persi neanche un minuto di quel mondiale che ci portammo a casa.
Da allora ogni competizione, che sia di qualifica, europeo o mondiale, sento dentro di me qualcosa che va oltre l'amore per una squadra, perché quella è la mia squadra, quella che rappresenta me e il mio paese e che “lotta” contro altre nazioni cercando sempre di fare del suo meglio e che, ogni volta che incontro un turista tedesco in giro, mi spinge a ricordargli pacificamente di un certo Fabio Grosso.

Luca Vona ha detto...

DOMANDA 1) io personalmente, avendo intrapreso molti viaggi all'estero, ho potuto notare le varie caratteristiche che ci dividevano dalle altre nazioni: senza dubbio la prima di tutte è la passione per il mangiare (cosa di qui vado pazzo infatti sto imparando a cucinare); poi la nostra cura per l'immagine che dobbiamo mostrare di noi,quel modo di presentarsi che ha solo il cittadino italiano; ma ciò che mi fa sentire davvero essere un italiano è la mia passione per l'arte e per la bellezza, che nel corso della stessa storia italiana è sempre stato un punto di riferimento, grazie ad i vari artisti che hanno reso l'Italia la nazione più bella e ricca di opere d'arte.

alessia tardioli ha detto...

Risulta difficile riflettere su come ho potuto acquisire il concetto di nazionalità dato che,molto spesso(se non sempre) è dato per scontato o meglio viene inteso come qualcosa di "naturale". Una determinata cultura nazionale può essere acquisita dall'uomo in tanti modi differenti. Tra i canali che hanno portato a farmi sentire "naturalmente" parte della mia nazione,quello che sembrerebbe essere di maggior impatto è la scuola. Effettivamente è così: fin da piccoli impariamo,per esempio,le regole grammaticali della nostra lingua o la storia della nostra nazione. Un canale ancora più importante è la famiglia,almeno per me è stato così. In fin dei conti,è con la famiglia che abbiamo a che fare la maggior parte del nostro tempo e con la quale siamo a contatto ancor prima di andare a scuola. Ogni anno,ad agosto,visito i miei nonni in un piccolo paesino delle Marche,insieme ai miei genitori. Essendo un paese non molto grande e che non offre chissà quali attività di svago,spesso passo il tempo insieme a mio nonno per ascoltare i suoi racconti,racconti incentrati su ciò che ha vissuto da giovane,racconti sul nostro paese,sulle sue tradizioni. Insomma i classici racconti di cui i nonni sono sempre disposti a parlare. Altre volte,invece,ho passato il tempo in cucina con mia nonna e mia madre e piano piano ho iniziato ad osservare e,successivamente anche ad apprendere,le tradizioni culinarie italiane. Quando viaggiamo all'estero quante volte è capitato di sentirci a disagio soprattutto quando ci si è trovati a dover decidere cosa e in che posto mangiare? Quante volte abbiamo detto che la nostra cucina italiana è la migliore? Innanzitutto perché tendiamo a considerare la nostra cultura come l'unica "normale",ma soprattutto perché siamo cresciuti mangiando ciò che è previsto nella tradizione italiana. Quando,dopo il nostro viaggio,torniamo a casa (almeno a me è sempre capitato) una delle cose che ci fa sentire "a casa" è proprio la cucina,la possibilità di poter tornare a mangiare secondo la nostra tradizione. Prendendo sempre l'esempio delle tradizioni culinarie,queste in realtà,ormai,possono essere apprese facilmente anche grazie ai programmi televisivi. Capiamo dunque che è la televisione,infatti,un altro canale importante. Siamo sempre a contatto con le pubblicità,con programmi televisivi,oppure,per esempio,con film che hanno fatto la storia del cinema italiano e che contribuiscono a farci sentire parte di un tutto,come contribuiscono a ciò anche le più importanti festività italiane o,ancora di più,sport come il calcio: tifare per la propria squadra ci fa sentire parte di un qualcosa che sentiamo come nostro.

Anonimo ha detto...

Ripercorrendo alcuni dei miei momenti più importanti dell’acquisizione della cultura nazionale, per quella “canonica” mi vengono subito in mente la scuola con le diverse materie come la storia, la geografia o l’italiano appunto focalizzate sulla nostra nazione. Per quanto riguarda quella “libera” invece per me le principali sono state sicuramente dalla nascita l’ascoltare gli altri italiani parlare nella vita di tutti i giorni, ma anche il modo di gesticolare, le abitudini culinarie dei mie connazionali, il tifare la nazionale di calcio etc.

Valerio Veloccia

Simone Battistoni ha detto...

Forse sarebbe più facile definire ciò che mi spinge ad allontanarmi dalla cultura italiana , però sono abbastanza chiare le dimensioni nelle quali si è costruito questo discutibile senso di appartenenza . Una è la scuola ; in rapporto al modo in si approcciava ad ogni evento , di fatti ogni letteratura , geografia o storia politica era letta dal "punto di vista italiano" . Forse è banale , ma nel resto del mondo al centro dell'atlante non c'è l'Italia . Al contrario la mia famiglia non è stata , come ci si aspetterebbe , una forte fonte di costruzione del sentimento , perché costituita di ex e attuali migranti delle Americhe .
Altrettanto insignificante da questo punto di vista è stato il mio sport , quasi invisibile la sua nazionale in questo Stato e parallelamente invisibile per me quell'altra nazionale , più seguita , che è quella del calcio .
Credo che importante sia stata la musica . Nei testi scritti durante i decenni precedenti alla mia nascita , gli autori parlavano spesso , sia in Italia che nel resto del mondo , della propria terra , e l'ascoltare artisti come Tenco , De Andre', Battisti , quello sì , ha contribuito alla formazione del mio sentimento nazionale , ma più che altro nel senso che la maggior parte delle storie che conosco sono da interpretarsi all'interno di questo contesto .

Claudio Carnassale ha detto...

Io penso che ciò che mi leghi sostanzialmente all'Italia sia il linguaggio. Parlo italiano, mi sento italiano. Altri fattori che contribuiscono a questo senso d'appartenenza sono il fatto che anche le persone che mi circondano parlano italiano. Si crea una dimensione pubblica del senso d'appartenenza, che rafforza quella personale. La scuola, poi, rafforza il senso d'appartenenza, ad esempio, buttando l'accento sulla storia romana piuttosto che su quella greca o cinese. Sempre grazie alla scuola ho potuto sviluppare una panoramica sulla letteratura, sulla storia e sulla cultura italiana maggiore rispetto alla panoramica che ho sviluppato relativamente alla cultura francese o statunitense, ad esempio. Fortunatamente la scuola mi ha saputo dimostrare come sia importante guardare l'occhio altrove. La mia italianità giace in questo: per studiare Coleridge devo buttare l'occhio altrove!

federica faggiani ha detto...

Riflettendo sui canali che mi hanno portato a sentirmi parte della mia nazione, mi torna subito in mente un’esperienza vissuta durante la scuola primaria. Il Ministero dell’Istruzione aveva inviato ad ogni studente una scatola contente un CD con l’inno nazionale dell’Italia e una trascrizione integrale del suo testo. Per la prima volta mi trovavo a leggere delle strofe dell’inno nazionale che fino a quel momento, essendo una piccola studentessa, non conoscevo. Mentre leggevo il testo dell’Inno di Mameli mi sentivo fiera di appartenere a questa nazione, sentendo di condividere con essa un ricco patrimonio storico.
L’acquisizione di una cultura nazionale più canonica, per ciò che mi riguarda, è passata soprattutto attraverso lo studio della Letteratura Italiana che mi ha permesso di conoscere diversi aspetti del nostro Paese, facendomi capire soprattutto come la ricerca di una lingua nazionale e comprensibile a tutti fosse fondamentale.
Pensando ad un’acquisizione più libera della cultura, mi viene in mente lo sport, in particolar modo la pallavolo. Ho praticato questo sport per sei anni e spesso con le mie compagne di squadra abbiamo assistito a delle partire della nazionale italiana. In quei momenti sentivo di condividere un forte sentimento di appartenenza nazionale con tutti coloro che si trovavano con me in quel momento.
Federica Faggiani

Maria Lorenzetti ha detto...

(Q1) Ho sempre percepito dentro di me un “naturale” senso di appartenenza al popolo italiano, ragion per cui non mi capita spesso di riflettere su questo tema, e su quali canali mi abbiano portato a considerarmi tale. Quando nasci in Italia, vivi lì da sempre e sei abituata ad avere dei modelli di riferimento italiani, diventa normale il sentirsi parte integrante di questa nazione.
Un ruolo importante in questo senso, spetta sicuramente alla mia FAMIGLIA: fin da piccolina i miei genitori mi hanno sempre insegnato a seguire le tradizioni che caratterizzano il nostro Paese, tra cui quella della buona cucina. Sono una grande amante della pasta e della pizza, e questo perché sono stata abituata a preferire i "piatti" italiani più di quelli stranieri.
Un’altra tradizione che in famiglia coltiviamo da sempre è la preparazione del presepe per le festività natalizie; la trepidazione con cui aspettavo il Natale è sempre stata grande, e ad ognuno dei pastorelli, la mia fantasia di bambina aveva dato un nome ed una storia. Successivamente, anche il tifo calcistico ha contribuito a forgiare il mio senso di appartenenza al popolo italiano; questo sport è notoriamente il più seguito nel nostro Paese, e tutti noi in famiglia, tifiamo da sempre la Nazionale, cantiamo l’inno assieme a loro e ci siamo ritrovati a sventolare la bandiera quando gli Azzurri hanno trionfato campioni del mondo nel 2006.
L’Italia annovera anche un’altra grande tradizione, quella della musica lirica, che ha da sempre suscitato il mio interesse; molti fra i compositori più noti (come Verdi, Puccini, Rossini), sono nati nel nostro Paese, ed hanno regalato al mondo opere senza tempo, che vengono eseguite in lingua originale anche da cantanti stranieri.
Un altro canale che ha contribuito a farmi sentire italiana, è stato quello della SCUOLA. Lo studio della nostra letteratura e della storia prima, e poi quello della cultura greco-romana grazie al liceo classico, mi ha permesso di approfondire aspetti sull’origine della nostra lingua (che deriva dal latino), e sulla grandezza dell’Impero Romano.
L’indirizzo di studi scelto mi ha illuminato anche su materie come la storia dell’arte, ricca di illustri personaggi nostri compatrioti (due esempi per tutti quello di Michelangelo e Leonardo da Vinci), attraverso la quale ho avuto modo di studiare anche i numerosi monumenti che popolano la “Città eterna” nella quale vivo. Inoltre, molte parole che a primo impatto si ritengono straniere, in realtà derivano dal latino: un esempio per tutti “computer”: molti pensano che si tratti di una parola inglese, ma in realtà viene dal latino “computare”. La scuola mi ha insegnato a riflettere su questi aspetti e lo studio dei nostri autori, (tra i quali cito Dante Alighieri) degli illustri personaggi storici, degli artisti e degli scienziati, mi ha fatto sentire sempre più parte del popolo italiano. A mio avviso, il tipo di scuola frequentata influisce molto sul senso di appartenenza ad una nazione; una nostra amica di famiglia, ad esempio, diplomata al liceo austriaco, non si è mai sentita del tutto italiana, nonostante abbia sempre vissuto a Roma.
Infine, credo che la cultura nazionalistica della quale tutti noi siamo figli, tracciando confini netti tra i vari Stati, abbia forgiato e continui a forgiare ancora oggi il nostro modo di pensare, trasmettendoci un forte senso di un’identità nazionale tanto faticosamente raggiunta.

Linda Di Loreto ha detto...

L'appartenenza alla propria nazione è un fattore che si acquisisce fin da piccoli partendo dalla lingua che è il canale più "scontato" attraverso cui possiamo riconoscerci nel nostro paese; con la scuola ci si avvicina sempre di più a questa appartenenza, di tipo più canonico ovviamente, attraverso lo studio della stria e della geografia con cui approfondiamo le nostre origini e capiamo più a fondo da dove veniamo e dove siamo situati nel mondo. Nel mio caso, avendo frequentato fino alle medie scuole private, mi sono sempre trovata a confrontarmi con italiani in quanto non ho mai avuto bambini di altre nazionalità in classe quindi quando si parlava di qualsiasi cosa, anche banalmente di una semplice Carbonara, tutti sapevano cosa era e ci si capiva istantaneamente. Nonostante questo non ho mai disprezzato altre culture anzi amo scoprire sempre cose nuove,ho fatto viaggi in città molto diverse tra loro come Istambul (città a dir poco meravigliosa) e Londra due mondi completamente diversi ma da cui ho imparato moltissime cose una più entusiasmante dell'altra. Da buona originaria del Sud sono molto legata alle tradizioni che penso siano i canali più importanti attraverso cui ci si possa riconoscere, basti pensare alla cucina,alla musica, all'arte e così via.
Tutto questo mi ha fatto strada per poter dire che l'appartenenza ad una nazionalità è un qualcosa che si ha nel sangue che ci viene trasmessa geneticamente e che tutto ciò che ci circonda è un canale attraverso cui passa la nostra cultura che crescendo, facciamo sempre di più nostra.

Sharon Petrongari ha detto...

Ripensando ai momenti che mi hanno fatto acquisire il senso della mia cultura nazionale in modo canonico posso fare l’esempio di quando ero piccola e andavo a scuola e dagli insegnanti ho imparato la lingua e la letteratura italiana . Invece per il senso della cultura appresa in modo più libero faccio l’esempio di ciò che ho imparato dalla mia famiglia come la cucina, la mentalità, le usanze e tutte le abitudini italiane. Un altro esempio di cultura nazionale appresa in modo libero è quando scende in campo la nazionale italiana e canta l’inno italiano che mi trasmette un forte senso di patriottismo.

Monsieur Luca Parodi ha detto...


1. Uno dei primi elementi a cui penso quando rifletto attivamente su cosa abbia determinato il nascere in me di un (praticamente insesistente, ormai) senso d’appartenenza nazionale è quello relativo al progressivo assorbimento delle norme del galateo. L’assimilazione indiretta ed informale di una lunga serie di comportamenti linguistici e corporei ritenuti “idonei” in certi contesti e con certe persone si è rivelata uno dei motivi portanti del mio sentirmi “italiano”. La fragilità di tali elementi, però, è emersa nel corso di alcuni miei viaggi in culture molto diverse, portandomi nel tempo ad una progressiva rivalutazione di quel sentirmi appartenente ad una cultura e ad una maggiore consapevolezza su come certi elementi che prima davo per scontati si rivelino, alla prova dei fatti, acquisiti. Questa lunga serie di etichette - al professore si da del Lei, per strada non si sputa, alla donna si offre il caffè, etc. - mi è stata poi venduta come “carattere specifico del popolo italiano”, intrinsecamente superiore a quello di chi non si adegua al nostro beneamato Galateo. Da una serie di etichette, dunque, è derivata in me una gerarchizzazione di esse in rapporto a quelle degli altri, portandomi nel corso del tempo a reputarmi figlio di una cultura apparenemente “superiore” e “più civile”. A tale risultato sono giunto sia attraverso una serie di processi spontanei e non controllati - l’osservazione dei miei parenti, i film in tv, la lettura di libri - sia attraverso delle affermazioni orientate al rafforzamento dei giudizi di valore positivi intorno alla bontà che tali caratteri dovrebbero possedere.

Luca Parodi

Marianna persia ha detto...

L'Italia, a mio parere, ha una fortissima identità. Un fattore determinante è costituito dalla televisione, dai primi programmi Rai fino ai giorni nostri. La televisione garantisce inizialmente un'unità linguistica in una nazione ricca di dialetti e crea, poi, degli stereotipi culturali ancora oggi molto radicati. Appare molto significativo in questo contesto, il fatto che la televisione sorga in un regime di monopolio statale. Inevitabilmente, è lo stato a dare la forma che vuole ai programmi televisivi. Oggi, se penso all'identità italiana non mi viene in mente la nobile letteratura ma due elementi dei quali gli italiani vanno molto fieri: cibo e calcio. Ricordo l'aura sacra che aleggiava durante la finale dei mondiali d'Italia del 2006 e, ai miei occhi di bambina, quella vittoria sembrava un evento da segnare nei libri di storia. Per quel che riguarda la mia esperienza, purtroppo o per fortuna, sono stati educata con l'idea di essere cittadina del mondo. Sono cresciuta con dei genitori che la domenica non andavano in chiesa ma recitavano il Gohonzon, non mi preparavano le lasagne ma mi portavano a spasso per Roma. E tutto ciò mi ha portato ad avere da bambina difficoltà a capire quale fosse la mia identità confrontandomi con gli altri bambini che andavano all'oratorio e la domenica non uscivano di casa perché dovevano sorbirsi pranzi interminabili e partite di calcio. Mi ritrovo moltissimo
nel concetto di cultura appresa, la mia non coincide forse con i pattern forse più comuni. Amo l'Italia ma non ritrovo nessun elemento che mi faccia percepire in modo netto un senso di appartenenza.

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