2011/12: INFORMAZIONI PER CHI AVEVA 12 CFU E TUTTI GLI MP3 DELLE LEZIONI

venerdì 27 ottobre 2017

Antropologia culturale #10

23 10 2017. Lucia De Marchi ha fatto una bellissima e importante lezione, che gli studenti di Antropologia culturale hanno condiviso con quelli di Pedagogia interculturale della collega Carla Roverselli, per raccontarci il suo libro A piccoli passi, che aveva già presentato a Roma sabato 21, alla libreria Griot.
Lucia ci ha raccontato come sia complessa la questione dei MSNA  (minori stranieri non accompagnati), a partire dalla loro definizione e dal loro conteggio. Chi sono, quanti sono, cosa portano?
"Un fiorino!" verrebbe da aggiungere, pensando alla forza della burocrazia statale, che deve per forza misurarsi con le misure e i conteggi, con la forza drammatica della statistica.
Abbiamo cercato di capire anche che questo conteggio burocratico, che per un verso appare come un esercizio sterile del potere esercitato sui corpi in movimento dei migranti minori (ma dei migranti tutti), in realtà nel nostro sistema è anche alla base della rivendicazione dei diritti. Senza un riconoscimento giuridico, per queste persone non c'è diritto (tant'è che i transitanti proprio su questo si basano, quando si occultano per andare altrove, oltre l'Italia) e la mancanza di registrazione corrisponde di fatto con la non-esistenza in termini di esercizio dei diritti.
Abbiamo poi cercato di capire anche come il raggiungimento della maggiore età, che "per noi" potrebbe essere un momento di festa e di acquisizione di ulteriori garanzie giuridiche, per i MSNA si possa trasformare nella soglia tra integrazione ed esclusione, nello spartiacque da cui dipende l'ammissione o meno nel corpo integrato della società attraverso l'attribuzione o il rifiuto del permesso di soggiorno.

Q1. I MSNA ci ricordano che la nostra esistenza si gioca sul difficile equilibrio tra quel che vogliamo noi dichiarare di essere, e quel che invece ci viene riconosciuta come identità. Tra identificazione interna (io/noi sono/siamo X) e categorizzazione esterna (tu/voi sei/siete Y) c'è sempre un difficile equilibrio politico. Portate un esempio di identità contestata/negoziata e cercate di dimostrare in che modo le differenze relative di potere (tra chi si identifica e chi categorizza) possono giocare un ruolo centrale nel riconoscimento/respingimento di un'identità.

207 commenti:

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Francesco Gazzini ha detto...

Parlando di identità negata non si può non ricordare la situazione interna dell'Impero austro-ungarico fino al 1914: le due culture più diffuse e ufficialmente riconosciute erano l'austriaca/tedesca e l'ungherese, tuttavia le relative minoranze di cechi, serbi e slavi si battevano per ottenere il riconoscimento della loro identità nazionale. Per usare il modello della domanda, l'autorità austriaca stabilisce "Voi siete austriaci" ma la risposta è "Noi siamo cechi/serbi/slavi". L'imposizione del governo centrale austriaco fu ostacolata in tutti i modi, soprattutto con azioni terroristiche; l'attentato di Sarajevo doveva proprio essere un messaggio esasperato da parte di un gruppo di serbi che reclamava l'indipendenza politica e il riconoscimento culturale del loro popolo.

Miriam D'Ascenzi ha detto...

Solo negli ultimi tempi, in Italia, si è più o meno riconosciuto lo status degli omosessuali. Si sta cercando di arrivare ad una condizione di eguaglianza dei diritti ma fino a qualche anno fa, gli omosessuali non erano né riconosciuti dalla comunità e né accettati. Certo ancora oggi c’è tanta strada da fare. Sento ancora le persone che vedono coppie omosessuali dire: “Non possono girare in luoghi pubblici mano nella mano, traumatizzano i bambini”. Oppure, persone che riguardo le adozioni da parte di coppie gay affermano: “Ma poi, il bambino come cresce? Quando gli chiedono di parlare dei genitori come fa? Non può mica dire che ha due mamme o due papà”.
Gli omosessuali si sentono delle persone come tutte le altre e chiedono di potersi sposare e adottare dei bambini. Chiedono di diventare genitori perché di non avere nulla in meno agli altri. Ma purtroppo, nella società in cui viviamo, vengono considerate strane perché una coppia “normale” è una coppia formata da un maschio e una femmina. Ma chi è che ha deciso cosa è normale? La normalità è una costruzione culturale. Ciò che è normale in un paese, è diverso da ciò che è normale in un altro.
I gay si battono da molto tempo per i loro diritti, ma l’Italia sembra andare a rilento. Si fa fatica, anche ai vertici della società, a riconoscere l’eguaglianza degli omosessuali. Chi ha il potere, non comprendere realmente i disagi che queste persone vivono costantemente. Chi ha il potere fa fatica ad accettare questa “diversità” e ad emanare delle leggi che tutelino i diritti dei gay. SI fa fatica a considerare gli omosessuali sullo stesso piano degli eterosessuali. Anche per chi ha il potere, la normalità è una coppia formata da un uomo e una donna, quindi si fa appello alla religione e alla storia per sostenere le proprie tesi, per continuare a considerare gli omosessuali ad uno stato inferiore rispetto agli eterosessuali.

Lucilla Damico ha detto...

Torniamo indietro nel tempo, al periodo del nazismo, quando il popolo ebraico veniva perseguitato e non aveva la possibilità di mantenere la propria identità culturale, sociale e collettiva. L'«ordine nuovo», nell'ideologia nazista, aveva come obiettivo l'annullamento e lo sradicamento dei valori umani. Gli ebrei risiedevano sul suolo tedesco da secoli,ciononostante furono privati della cittadinanza tedesca e fu vietato loro l'accesso alle cariche pubbliche, all'esercizio delle libere professioni e alle associazioni socioculturali. Negli ultimi decenni del XIX secolo, infatti, si era sviluppata una nuova forma di antisemitismo, soprattutto dal momento in cui gli ebrei erano diventati uguali davanti alla legge. Il miglioramento delle loro condizioni sociali, economiche e culturali aveva suscitato l'invidia di coloro che si consideravano svantaggiati.
Successivamente, la tragedia della "shoah" scosse l'opinione pubblica mondiale e rese necessario trovare una soluzione definitiva al problema ebraico, dal momento che molti Ebrei in Europa e in Medio Oriente reclamavano il diritto di tornare in Palestina e di avere una propria patria dopo secoli di oppressione e persecuzioni. Il nuovo Stato di Israele venne proclamato il 15 maggio 1948 .

Federica de Matteo ha detto...

Su piccola scala un esempio di potere che può determinare il ruolo della persona è quello che avviene all'interno di alcune istituzioni:i colleggi gestiti dalle suore.
L'istituto,in questo caso, decide il tipo di comportamento che il bambino deve avere, qual è il modo corretto di stare in classe conformandosi all'ambiente.Un modo molto piu` rigido di quello che ci sarebbe in una scuola normale.Talvolta ci sono bambini più attivi,meno controllabili,che vengono etichettati dalle suore come irrequieti, iperattivi,"ribelli".
Questo tipo di classificazione porta il bambino, che pur non si sente in quel modo, a incamerare quella concezione di sé.Di conseguenza :
a)assumerà il ruolo voluto da altri,sentendosi sbagliato se non facesse altrimenti
b)continuerà a comportarsi come lui crede, pensando a sé come a quel bambino "diverso".

Federico Vespoli ha detto...

Q1.

Come esempio di identità contestata mi viene in mente il percorso ad ostacoli che devono affrontare le donne in molti contesti. La partire dalla parità salariale ad esempio vede una identificazione interna (noi donne siamo lavoratrici capaci e abbiamo diritto ad un compenso pari a quello degli uomini) contestata dalla categorizzazione esterna degli ambienti lavorativi a maggioranza maschile. Un simile contrasto si presenta a livello politico: se in passato alle donne era addirittura negato il diritto al voto, ora con fatica si sta cercando di raggiungere una rappresentazione politica paritaria (anche utilizzando il sistema delle quote rosa). Nell’ambiente dell’alta cucina si è presentato un meccanismo simile: le donne erano associate ad un livello culinario casalingo, lontano dalle abilità degli chef uomini. Infine a livello scientifico e di ricerca spesso ho notato come le donne fatichino ad ottenere un riconoscimento pari a quello degli scienziati uomini, considerati ancora oggi più capaci nell’uso del rigore scientifico e della logica.

Federico Vespoli

Davide Di Buono ha detto...

Nell'immediato dopoguerra il padre di mia zia acquisita dovette partire, come tanti, alla ricerca di un lavoro all'estero e di "una possibilità per i miei figli", così lui motivava la sua avventura.
Il suo paese natale era Marconia, una piccola cittadina nella provincia di Matera. È quasi inutile pensare alle condizioni di vita in quei posti in quel periodo. Sempre stato un uomo attaccato alla sua terra, ai suoi campi e alla sua casa, costruita da lui stesso. La rinegoziazione, dovuta proprio alle politiche relative tra "noi" e "loro" iniziò quando arrivò nei Paesi Bassi. Fu lì che dovette imparare la lingua, che dovette inventarsi a nuovo e modificare ciò che lui era per poter entrare a far parte di quella "comunità". Di questo cambiamento interno se ne rese conto quando tornò nel proprio paese (dopo 6 anni), dove non era più visto come Nicola che "lavora la sua terra e alleva le sue bestie" ma come Nicola "quello che alla fine è tornato". Queste erano le conferme della sua nuova identità. La sua negoziazione identitaria quindi fu duplice: la prima in terra straniera e la seconda da straniero nella sua terra. In entrambi i casi fu la categorizzazione esterna a spingere sulla identificazione interna.
Quando i famigliari gli chiesero perché non fosse riuscito fino in fondo nel suo obiettivo di "sistemare i figli" lui rispondeva che era colpa del nuovo capo settore in fabbrica: "Non sono riuscito a rompere il ghiaccio". In realtà il problema era la lingua. Il nuovo capo non accettava questi problemi di comunicazione tra i suoi lavoratori e fece una sorta di scrematura.

Davide Di Buono ha detto...

Nell'immediato dopoguerra il padre di mia zia acquisita dovette partire, come tanti, alla ricerca di un lavoro all'estero e di "una possibilità per i miei figli", così lui motivava la sua avventura.
Il suo paese natale era Marconia, una piccola cittadina nella provincia di Matera. È quasi inutile pensare alle condizioni di vita in quei posti in quel periodo. Sempre stato un uomo attaccato alla sua terra, ai suoi campi e alla sua casa, costruita da lui stesso. La rinegoziazione, dovuta proprio alle politiche relative tra "noi" e "loro" iniziò quando arrivò nei Paesi Bassi. Fu lì che dovette imparare la lingua, che dovette inventarsi a nuovo e modificare ciò che lui era per poter entrare a far parte di quella "comunità". Di questo cambiamento interno se ne rese conto quando tornò nel proprio paese (dopo 6 anni), dove non era più visto come Nicola che "lavora la sua terra e alleva le sue bestie" ma come Nicola "quello che alla fine è tornato". Queste erano le conferme della sua nuova identità. La sua negoziazione identitaria quindi fu duplice: la prima in terra straniera e la seconda da straniero nella sua terra. In entrambi i casi fu la categorizzazione esterna a spingere sulla identificazione interna.
Quando i famigliari gli chiesero perché non fosse riuscito fino in fondo nel suo obiettivo di "sistemare i figli" lui rispondeva che era colpa del nuovo capo settore in fabbrica: "Non sono riuscito a rompere il ghiaccio". In realtà il problema era la lingua. Il nuovo capo non accettava questi problemi di comunicazione tra i suoi lavoratori e fece una sorta di scrematura.

Mario Sancamillo ha detto...

Un esempio che mi verrebbe da analizzare riguardo l'identità negata è quello legato agli africani che vivono in Italia, o agli extracomunitari in generale. Poniamo il caso di un colloquio di lavoro di un italiano e di un africano. Entrambi i colloqui vanno bene, entrambi rispondono alle esigenze del datore di lavoro, anzi sembra che il ragazzo africano (che comunque viene da una situazione economicamente difficile rispetto a quello italiano, e quindi ha necessariamente bisogno di questo lavoro per vivere) sia andato meglio. Terminato il colloquio, il ragazzo africano è molto contento, perché è convinto di aver fatto una grande figura. Il giorno dopo però non viene richiamato e scopre che il posto è stato assegnato a quell'altro ragazzo, quello italiano, che a suo dire non era andato così bene quanto lui.
Andatosi a chiarire con il datore di lavoro, quest'ultimo gli spiegherà il motivo per cui non è stato preso : ovvero il fatto di non essere italiano, il fatto che per quel lavoro serviva una figura diversa dalla sua, una persona "bianca".
L'identità del ragazzo africano in questo caso è stata contestata, cioè il fatto che anche lui era in grado di poter ricoprire quel ruolo, anche lui aveva le capacità per ottenere quel lavoro, anche lui è una PERSONA. Il datore di lavoro lo ha invece caratterizzato esternamente, gli ha detto implicitamente "tu sei nero". L'identità del povero ragazzo africano (quella di essere una persona, una persona come le altre e in grado di fare ciò che fanno le altre persone) è stata respinta, solamente in base al colore della pelle.
Purtroppo questi stereotipi sono frequenti al mondo d'oggi, non solo in Italia, e sono del parere che MAI l'identità di qualsiasi essere umano debba essere violata.

Sara Spada ha detto...

Qualche giorno fa, mentre guardavo il programma della 7 “L’aria che tira”, ho avuto la fortuna di ascoltare la storia di una giovane ragazza di nome Ilham Mounssif . Ilham Mounssif è nata in Marocco 22 anni fa e da 20 vive in Italia, in Sardegna precisamente. Durante l’intervista questa ragazza racconta che un giorno si trovava a Roma per “Rome Mun”, una simulazione annuale dei lavori delle Nazioni Unite per i giovani, nella quale aveva rappresentato l’Italia. Allo stesso tempo, si trovava lì anche per ricevere un premio della Fondazione Italia-Usa per neolaureati meritevoli. La cerimonia si sarebbe svolta nell’aula dei Gruppi Parlamentari in Campo Marzio e dunque Ilham, appassionata di politica e diplomazia, aveva pensato che fosse un’ottima opportunità per visitare anche la Camera dei Deputati. Era andata così in piazza Montecitorio, aveva riempito il modulo di richiesta a disposizione dei visitatori, e aveva mostrato il proprio documento che però le è stato rifiutato perché era un passaporto marocchino (la ragazza infatti non disponeva ancora della cittadinanza italiana perché le mancava il requisito del reddito). La commessa della Camera si era trovata costretta a rifiutarle l’ingresso, perché la regola impone che possano accedere soltanto cittadini dell’Unione Europea. Questo episodio racconta di averla lasciata sconcertata e delusa: non capiva come fosse possibile che nel suo paese, dove era arrivata che aveva 2 anni , dove aveva fatto l’asilo, le elementari, le medie, il liceo e l’università, non avesse il diritto di accedere a quello che era il simbolo della sua democrazia. Dunque, nonostante questa ragazza si sentisse completamente italiana, è stata costretta a fare i conti con la burocrazia italiana che non la considerava come tale.

Lisa Pavone ha detto...

Mio fratello, Giammauro, lo scorso anno ha iniziato a frequentare il primo anno di scuola dell’infanzia. Lui è nato a Marzo del 2013 e nella graduatoria avevano la precedenza i bimbi più piccoli di lui ed i bambini non italiani. Le scuole dovevano cominciare a settembre e lui fino a luglio è risultato la prima “riserva”. Erano 24 bambini, 4 di loro erano nati nel 2012, e nonostante fossero più grandi di lui, poiché stranieri, hanno avuto la precedenza. Questo mi sembra un caso in cui, a parità di situazioni, hanno avuto la meglio coloro che subiscono quotidianamente la prassi di essere bistrattati. Perché dico a parità di situazioni? Effettivamente sembra strano ammetterlo, ma se Giammauro non fosse entrato, con chi sarebbe rimasto la mattina? Entrambi i miei genitori lavorano grazie al Cielo, mia sorella va a scuola, io frequento l’università... Si sarebbe dovuta cercare una baby-Sitter, con tutti i dubbi e le preoccupazione che implica e con un dispendio economico da non sottovalutare. E lo stesso paragone poteva essere fatto togliendo Giammauro e mettendo un bambino di un livello socio-culturale infimo per cui la possibilità economica di assumere una signora per prendersi cura di lui, sarebbe stata davvero remota. Lo Stato, evidentemente in questo caso, ha preferito tutelare bambini e persone che vivono ogni giorno sul filo di un rasoio, “in bilico tra l’odio profondo” e l’eventuale privazione di ogni dignità umana. Al contrario, un diritto che viene negato a cittadini stranieri è quello del Voto, manifestazione primaria e principale dell’ appartenenza alla tua identità: a tal punto che viene concesso alla maggiore età, anno con il quale è stato pensato che la persona potesse essere il capitano ed il conducente della sua piccola nave senza essere passivamente guidato per la rotta condivisa.

Matteo Cimaroli ha detto...

Per fornire un esempio valido su questo fenomeno, mi baso su quella che è definita arte oggi giorno. In quasi tutta la storia dell'arte occidentale, non si è mai categorizzata o accettata come arte, quella nuova forma di espressione nata. Cioè, tra coloro che si definivano artisti e coloro che li giudicavano ( critici d'arte), non c'è mai stato un riconoscimento d'identità. Tuttavia, l'arte nascente veniva riconosciuta sempre dopo. Se questa prospettiva riguardante un definita regione culturale, valesse anche per i ragazzi stranieri di oggi, sicuramente non potremmo non auspicare ad un raggiungimento di quella "cittadinanza planetaria" a cui si faceva riferimento nella conferenza.

Il GuruX ha detto...

X viene dalla nigeria ed è giunta in Italia a causa del terrorismo. X ha 17 anni ma dichiara di essere una donna, che aveva un marito e persino dei figli. Ma la legge Italiana la considera una minore perché sangisce e concepisce la maggiore età come un evento piuttosto che una dimensione di esperienza che decorrere non appena si compie il diciottesimo anno di età. Ecco un chiaro esempio del conflitto tra ciò che una persona sente e crede di essere e ciò che gli altri dicono che sia. Ecco come il "potere" cala la sua sentenza dall'alto ed i X non è più donna, non è più moglie, non è più madre. X è una bambina. Ecco la violenza, l'incomunicabilità ed ecco anche l'etnocentrismo.
Michele Daini.

ilaria ha detto...

ILARIA PESOLI
Un esempio è la situazione che vivono le persone transessuali in tutto il mondo. La loro identità non viene riconosciuta in molti paesi, c'è un problema politico di fondo, ma sfortunatamente non si ferma qui. Le persone transessuali (che sono una minoranza sociale) non solo si vedono denigrare i diritti più umani (come l'assistenza sanitaria) per cui combattono da decenni, ma ogni giorno devono combattere l'ignoranza e l'odio delle persone anche a loro più care che semplicemente non prendono seriamente la loro identità. Oggi essere transessuali è un crimine in molti paese, pena l'umiliazione sociale, pena la galere, pena la morte. A metà '900 era una malattia (come l'omosessualità) per cui c'erano dei farmaci. Oggi almeno a livello medico non la si cerca di curare (non ovunque almeno), ma si attuano processi per soddisfare il bisogno che la persona ha di riappropriarsi della propria identità, il problema è che non tutti i paesi riconoscono questo cambiamento sulla carta, non ci sono leggi specifiche per difenderli e non vengono integrati a livello sociale. Oggi le loro identità vengono denigrate. Trump ha da poco negato loro l'accesso al servizio militare perché visti come un peso. Molti paesi non attuano adattamenti anagrafici senza un cambiamento chirurgico di sesso. Senza contare che per avviare un processo di cambiamento sessuale entrano in gioco l'aspetto economico, sociale, servono perizie psicologiche e l'identità di nascita rimane comunque su molti documenti (diplomi etc) e questo può creare disagio. Essere transessuali e quindi combattere per il riconoscimento della propria identità è una lotta continua, non è necessario vivere in un paese che la condanna.

Lisa Del Nero ha detto...

La sorella di mio nonno era la più piccola di casa. Parliamo di circa 60 anni fa. Su di lei i miei bisnonni avevano idee molto chiare. Scuole magistrali, avrebbe fatto la maestra e avrebbe sposato un uomo con una posizione si rilievo. In tutto questo non era contemplato altro. Così quando ricevette la proposta di matrimonio di Luigi, che era solo il proprietario di un bar in via Tuscolana, dissero di no. Questo è un classico esempio di identità negata, lei non poteva in nessun modo opporsi, ricordiamo il contesto socio culturale dell'epoca. Questa pressione sulla sua vita é stato così forte e costante, da aver in qualche modo messo a tacere i sogni e i desideri che lei aveva.

Luca Renzi ha detto...

Immediato il collegamento alla situazione degli Afroamericani nella storia Americana.
Inizialmente riconosciuti unicamente come schiavi, importati e sfruttati come mando d'opera e tramite un lentissimo processo, basato anche sull'Autodeterminazione di un identità Afroamericana, diversa da quella dei wasp Americani, li ha condotti fino alla naturalizzazione come cittadini Americani, al pari degli (altri).
La comunità Afroamericana è stata fortemente bersagliata da una categorizzazione esterna, basata sulla sua mortificazione sociale e culturale.

Francesco Pisani ha detto...

I contesti socioculturali determinano costantemente la nostra vita. Pensiamo ad esempio a chi vive in contesti sociali particolarmente difficili come quelli di una borgata romana. Mi ha sempre colpito l'intervista che molti anni fa tenne Franco Citti, famoso attore di Pier Paolo Pasolini, che raccontava come vivere in una borgata romana nell'Italia democristiana e nella Roma papalina fosse come vivere fuori dal mondo. Non era, ad esempio, possibile per un ragazzo di borgata prendere l'autobus e recarsi al centro di Roma, anche solo per ammirare i fori imperiali. Subito veniva guardato con sospetto da quella Roma borghese e perbenista, che determinava ciò che era giusto da ciò che era sbagliato. In questo giudizio silente si cela tutta la violenza e la disumanità dell'etnocentrismo. FRANCESCO PISANI

Francesco Pisani ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Sarah Dari ha detto...

Quando penso al concetto di identità negata mi vengono in mente molti esempi storici, ma penso che uno dei più pregnanti sia una questione molto attuale e che riguarda da vicino anche me: il problema del passaggio degli studenti universitari italiani dalla carriera di studi a quella lavorativa.
Ormai, il laureato che serve alle casse del McDonald's è divenuto un luogo comune, a volte anche motivo di scherno e ironia, tanto questo fenomeno riguarda un numero sempre più alto di individui.
L'identità che in questo caso risulta negata è quella professionale. Dare un contributo alla propria società, e avere delle soddisfazioni dal punto di vista personale, in base a ciò per cui si è preparati e alle proprie effettive capacità, sta diventando sempre più difficile. Si studia per anni, si investono soldi, tempo e fatica, si cerca di seguire un percorso coerente, che però spesso e volentieri non porta dove dovrebbe portare.
In questo caso, il potere di chi si identifica come in grado di eseguire una certa professione è schiacciato da quello di un sistema che permette solo a pochi di realizzarsi nell'ambito lavorativo. Un sistema in cui per ottenere un posto (precario) di lavoro bisogna affrontare mesi, a volte anni, di tirocini sottopagati o addirittura non retribuiti. Un sistema, tutto fuorchè meritocratico, che ha imparato a sfruttare il più possibile il lavoro di menti giovani e competenti, la maggior parte delle quali, non riuscendo ad affrontare gli innumerevoli ostacoli che incontrano nel tentativo di fare carriera e costruirsi un futuro, ripiegano su altri impieghi (che pur dignitosissimi, non rendono comunque giustizia alla loro preparazione) oppure decidono di andare a cercare fortuna altrove e lasciano il proprio paese.

Jamila Zenobio ha detto...

Tra i casi di squilibrio tra l’identificazione interna e la categorizzazione esterna è particolarmente significativo quello dei figli di stranieri, i cosiddetti immigrati di seconda generazione. Molto spesso si tratta di ragazzi nati qui o che sono venuti in Italia in giovanissima età. E’ ovvio che avendo vissuto qui per la maggior parte della loro vita essi si sentano parte integrante della nostra società e della nostra cultura, pur possedendo in diverse quantità tratti culturali del luogo di provenienza dei loro genitori.
Può capitare che, a causa dell’ignoranza, del razzismo e dei pregiudizi questi ragazzi vengano stigmatizzati e allontanati dalla società da parte di coloro che si considerano italiani “puri”, provocando casi più o meno gravi di emarginazione.
In altre parole questi ragazzi si sentono di fatto italiani perché hanno vissuto, studiato ed intessuto relazioni interpersonali qui in Italia ma molto spesso non vengono considerati tali dai cittadini italiani i quali ad esempio non vorrebbero vedergli riconosciuta la cittadinanza italiana.
In effetti il sistema italiano di attribuzione della cittadinanza, ovvero lo ius sanguinis, è rappresentativo del fatto che coloro che esercitano il potere in Italia respingono di fatto l’affermazione di un’identità italiana da parte dei figli di immigrati.


Jamila Zenobio

Alessandra Marcelli ha detto...

ALESSANDRA MARCELLI


Riguardo questo tema penso alla delicata situazione che sta vivendo la Catalogna desiderosa di indipendenza dalla Spagna. Penso ad un catalano, vissuto da sempre con l’idea di non essere spagnolo, ma di parlare una propria lingua, di avere propri usi e proprie tradizioni. Poi, penso a quanto quest’uomo viva in un territorio in cui non si identifica, in cui non si sente rappresentato. Potrebbe essere questo un esempio di identità negata. In questo caso, però, il potere di chi si identifica è minore rispetto a chi categorizza, ovvero la Spagna, ma anche gli altri stati europei. Non solo: le persone, soprattutto coloro che magari non conoscono le varie vicende storiche, tendono a classificare il catalano come uno spagnolo, respingendo dunque il suo riconoscersi in un’identità diversa da quella con cui viene standardizzato e categorizzato dagli altri.

lucy ha detto...

Ritengo di essere stata molto fortunata per aver avuto l’opportunità di seguire la lezione di Lucia De Marchi riguardante i MSNA; un po’ perché mi hanno affascinato la determinazione e l’entusiasmo che la relatrice mostrava nell’esporre il problema cardine del suo libro e della sua conferenza, un po’ perché ritengo che il problema dei minori stranieri non accompagnati sia un tema molto attuale e al momento ancora irrisolto.
Nel cercare di ideare un esempio che potesse, almeno in parte, essere simile a quella situazione, mi è venuto in mente il rapporto “gerarchico” che si instaura nelle scuole fra professori e studenti. Ho pensato a questo caso come esempio di respingimento di identità perché mi è spesso capitato di osservare docenti inconsapevoli nell’atto di attribuire ad un alunno un’etichetta che spesso rimane tale per tutta la vita. Invece di cercare di spronare i propri studenti e di aiutarli ad esprimere al meglio le loro potenzialità, spesso i professori tendono a sminuire le capacità degli alunni, facendo sì che quel ragazzo o quella ragazza per sempre crederanno di essere inferiori ai propri coetanei, per sempre crederanno di non essere abbastanza, per sempre non avranno il modo di farsi riconoscere dal resto della società attraverso la loro vera identità.

Elena Carnevale

Marianna Persia ha detto...

Non è facile trovare un solo esempio al riguardo. La nostra società è formata da molti gruppi con un'identità labile. Ho cercato di esaminare un caso un po' diverso rispetto ai gruppi sociali con un'identità palesemente difficile da mediare (omosessuali, stranieri). Ho pensato quindi alla situazione dei padri divorziati con figli. Conosco un uomo papà di due bambini ma, ora, con una vita estremamente difficile. Fino a qualche anno fa, viveva serenamente con la famiglia poco fuori Roma. Poi c'è stata la decisione della moglie, non pienamente consensuale, di separarsi. L'uomo ha tutt'ora un lavoro con uno stipendio decisamente basso, l'ex moglie invece sulla carta risulta disoccupata. In realtà, prepara catering per privati e svolge vari lavori ad ore riuscendo ad avere un introito dignitoso. Il giudice ha deciso in base a questo, che il marito debba versare un mantenimento e che i figli debbano stare con la mamma. Inoltre, il mutuo della casa dove vivono i bambini e la mamma è intestato al papà che ora vive in un locale decisamente squallido. Questa storia mi ha colpito perché ho visto un uomo al capolinea. Umiliato ma soprattutto molto triste. Un uomo costretto a fare i salti mortali per vedere i propri figli liberamente e per riuscire a vivere dignitosamente. Quest'uomo vorrebbe solo essere considerato padre ed essere trattato su un piano di parità rispetto alla ex moglie. Lo stato, tendenzialmente, privilegia sempre la mamma nell'addio dei minori a meno che non sussistano situazioni particolarmente gravi. Io capisco benissimo la differenza tra i ruoli materni e paterni e so quanto i bambini abbiano bisogno della figura della mamma ma penso ugualmente che i padri molte voltre vengano umiliati e trattati con parametri diversi. Ho sentito molte storie di uomini ridotti sul lastrico e soprattutto con il
cuore spezzato per aver perso il rapporto con i propri figli. Tutto questo per un amore finito per volontà di entrambe le parti. Penso che in questi casi, l'identità di padre non venga sempre riconosciuta da uno stato che adotta modelli genitoriali statici non in sintonia con i tempi correnti.

alessia tardioli ha detto...
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Letizia Del Gizzi ha detto...

Un esempio di differenze relative di potere può essere inteso nel rapporto tra studente e docente e quanto una votazione numerica può valutare o meno una persona. Ad un esame noi studenti veniamo valutati con dei numeri ma non sempre questi numeri rispecchiano il nostro studio, può capitare di sentirsi un pò a disagio di fronte ad un professore, essere timidi di fronte i colleghi, non aver ben capito 1 argomento ma bisogna comunque cercare di spiegarlo. Molti di questi fattori non vengono valutati dai docenti. Alla fine ci si ritrova con una votazione (di laurea) che si è basata solo sulla media dei voti. Per molti concorsi richiedono una votazione minima di laurea, ma come possono valutare effettivamente una persona da una votazione? Non sarebbe meglio valutare le conoscenze in materia di quella persona? A me personalmente è capitato il caso dell'ammissione in magistrale all'università Roma Tre: sono ammessi gli studenti con votazione superiore a 99/110. Su che basi una persona che si è laureata con votazione maggiore di 99 dovrebbe essere "migliore" di una con votazione 97? Oppure il concorso per Poste Italiane come porta lettere: può partecipare solo chi ha votazione maggiore di 72/100 al diploma superiore. Quindi chi ha votazione minore non è capace a portare bollette e pacchi? Credo che questo sia una specie di discriminazione verso chi ha comunque studiato ma magari non è stato capito o non è stato valutato in maniera corretta.
Chi si trova dalla parte del potere dovrebbe mettersi nei panni dell'altro e capire effettivamente la sua situazione per poi poterla valutare in modo adeguato.

alessia tardioli ha detto...

Uno dei romanzi più importanti della scrittrice Jane Austen è intitolato "Orgoglio e Pregiudizio" ("Pride and Prejudice") ed è pubblicato nel 1814. All'epoca le donne avevano generalmente pochi diritti, infatti non potevano ereditare la proprietà paterna. Di conseguenza era fondamentale sposarsi con un uomo che avrebbe potuto mantenerle economicamente. La protagonista,Elizabeth,è una vera e proprio eroina: ha un animo ribelle evidenziato soprattutto nel suo tentativo di rivendicare il ruolo delle donne nella società. Una donna avrebbe dovuto accettare una proposta di matrimonio solo se questa fosse stata economicamente conveniente e il vero amore non aveva alcuna importanza: non avrebbe mai potuto accettare una proposta di matrimonio solo perchè innamorata.Si nota quindi l'assenza di equilibrio dell'epoca tra quello che si vorrebbe essere e quello che ci viene riconosciuto come identità.

Gianluca Evangelista ha detto...

Un caso di identità negata e contestata è quello della Repubblica di Cina, più conosciuta come Taiwan. Formalmente Taiwan non è riconosciuto come stato indipendente né dalla Repubblica Popolare Cinese, che ne rivendica il possesso, né dall’ONU e dal resto della comunità internazionale (sono solo 22 gli stati che lo riconoscono). Gli abitanti di Taiwan, invece, rivendicano la legittimità e l’indipendenza del proprio paese, che di fatto ha già un governo e istituzioni proprie autonome dalla Repubblica Popolare Cinese. Il conflitto identitario risale alla fine della guerra civile (1949) vinta dal Partito Comunista di Mao, che costrinse Chiang Kai-shek e i membri del Kuomintang a fuggire in esilio a Taiwan; da quel momento entrambe le forze politiche si ritengono il governo legittimo della Cina e ne chiedono il riconoscimento a livello internazionale. In un primo momento, a causa dell’anticomunismo del periodo della Guerra Fredda, le Nazioni Unite e molti altri stati riconobbero Taiwan come stato indipendente e come governo legittimo della Cina. Quell’identità, però, è stata poi negata e revocata a Taiwan nel 1971 a causa del cambiamento degli scenari politici e del maggior peso internazionale ottenuto della Repubblica Popolare Cinese, che ha portato al suo riconoscimento formale da parte dell’ONU. Attualmente, sebbene a livello formale l’influenza internazionale della Repubblica Popolare Cinese impedisca di riconoscere l’indipedenza di Taiwan, di fatto tutti gli altri stati non hanno interrotto i loro rapporti diplomatici ed economici con l’isola, che continua a rivendicare la legittimità della propria esistenza come stato.

Gianluca Evangelista

Camilla Antonini ha detto...

Il concetto di identità comprende l’uomo in tutte le sue manifestazioni, dall’inidividuale al sociale. In generale, nell’era della post-modernità, l’identità è un concetto i cui confini sono sempre più sfumati: l’identità sessuale e di genere ha oggi ampi spazi di collocazione, o addirittura tentativi di non identificazione; quella nazionale, etnica, religiosa, sociale e di classe ne ha altrettanti, senonché i confini politici e istituzionali circoscrivono questi spazi di collocamento e tendono a categorizzare, etichettare e definire gli individui. Altrettanto ampio è il discorso sull’identità di rete e sul cosiddetto “catfishing”, un palese tentativo di sfuggire al proprio status di individuo e di rifuggiarsi in un altro, finto, lontano dal giudizio altrui. È stato detto che la maggiore età è, per i MSNA, un momento discriminante tra integrazione ed esclusione e che tale limite politico grava sul già povero bacino di aspettative future dei ragazzi. Questa possibilità concreta di vedere la propria identità, così come noi la concepiamo, frantumata in mille pezzi da un giudizio di valore dettato da meccanismi di potere è altrettanto violenta nell’immaginario soggettivo di una donna: essere donne in occidente è, oggi, sicuramente meno arduo di qualche decennio fa, ma prendiamo il caso generico di una neolaureata in medicina che ha completato il percorso specialistico in cardiochirurgia e vuole farsi assumere da un ospedale prestigioso: il giovane medico si presenta come esperto operatore, i cui risultati sia didattici che pratici sono stati brillanti e le cui abilità, nel proprio specifico campo, hanno spiccato rispetto a quelle di suoi altri colleghi. Per la donna non ci sono dubbi sulla propria identità personale e lavorativa e sul proprio potenziale ruolo sociale. Il primario del reparto, però, guardando il medico che ha di fronte, applica automaticamente un filtro che gli impedisce di valutare con chiarezza le abilità mediche della donna senza osservare, in primo luogo, i suoi connotati femmili e la sua giovane età: il filtro applicato spinge il primario ad avere dubbi sulla dedizione e sulla costanza del lavoro che avrebbe potuto svolgere il medico, perché ben presto potrebbe voler mettere al mondo un figlio. Allora, prima di analizzare le sue competenze, le chiede se fosse accompagnata e se avesse intenzione di restare incinta, premurandosi di spiegarle che in un lavoro tanto impegnativo non sarebbe stato possibile dedicarsi anche ad una potenziale famiglia. Le differenze di potere tra il chirurgo che si identifica come tale e il primario che la categorizza come possibile madre di famiglia si palesano in quella stanza qualunque, di un ospedale qualunque: la sua assunzione dipende da questo scarto, dalla concretizzazione o meno di un pregiudizio di genere che ha offuscato le capacità oggettive di giudizio di chi detiene quel potere. Chi categorizza ha sempre più autorità e dipenderà solo da lui l’eventuale respingimento o riconoscimento dell’identità dell’individuo.

Simone De Socio ha detto...

Simone De Socio

Un caso di identità negata è quello che riguarda le donne dell’Afghanistan. Viene loro negato il diritto di poter essere nominate e di conseguenza di poter esistere come individui liberi. Nemmeno sulle lapidi, sulle partecipazioni ai matrimoni o persino sulle prescrizioni mediche è concesso loro di avere un nome. Nella maggior parte dei casi ancora oggi vengono spesso adoperati pseudonimi: la mia capretta, la madre dei miei figli, la mia parte debole. Si tratta di un evidente riflesso dell’antica tradizione patriarcale del paese. Trovo questa negazione assolutamente immotivata, si sono oggi giorno aperti diversi dibattiti e polemiche sull'argomento, negare il nome significa negare la prima identità, l'identità che fonda il nostro essere. Il nome rappresenta l’identità primaria. Ti chiami dunque sei e negare questo significa negare l'essere di una persona e la propria individualità.

Anonimo ha detto...

Maria Spinella.
Per rispondere alla domanda, vorrei far riferimento a un libro che ho letto poco tempo fa. La storia è inventata ma è inserita all’interno di un quadro storico reale. Il libro è “tsubame” di Aki Shimazaki. Prima di tutto faccio un breve riassunto dal punto di vista storico: nel 1905 la Corea divenne un protettorato giapponese e successivamente, nel 1910, fu completamente annessa come colonia nell'Impero giapponese. La protagonista è di origini coreane, la madre a causa degli scontri tra governo coreano e governo giapponese fugge in Giappone, si stabilisce in un piccolo paese giapponese e inizia la sua vita ai margini della società. Dopo la morte della madre, la protagonista, pur di vivere tranquillamente in Giappone, è costretta a cambiare identità prendendo un nome falso giapponese. L’intero libro mostra come il governo Giapponese, all’epoca, non accetta l’arrivo dei coreani. Per molto tempo non dà la possibilità ai coreani di ottenere la cittadinanza giapponese, anche a coloro che nascevano in Giappone. Molti coreani, pur di non vivere ai margini della società, furono costretti ad annullare la loro “vera” identità in cambio di una “negoziata” dovendosi piegare ad un potere superiore.

Giulia Bonsangue ha detto...

Un'identità contestata potrebbe essere quella della donna in età vittoriana, vista dagli uomini come angelo del focolare domestico, fragile e debole, relegata alla sfera interna, quella della casa e della famiglia. La donna aveva il compito di occuparsi dei bambini e ed essere sempre pronta ad accogliere nel miglior modo il marito dopo una giornata di lavoro. Ovviamente il modo in cui le donne erano viste a quei tempi dagli uomini, non rispecchiava assolutamente il loro stato d'animo. A testimonianza di ciò il fatto che il sensation novel (romanzo sensazionale) avesse per la maggioranza lettrici accanite, tra cui la stessa regina Vittoria. Le donne avevano quindi un gusto particolarmente spiccato per omicidi, efferatezze e orrore in generale. Questo ovviamente andava a scontrarsi con la figura angelica dipinta dal patriarcato. Eppure la condizione della donna in età vittoriana era comunque di subordinazione rispetto al marito o alla figura paterna, che in quella società maschilista e patriarcale avevano un ruolo quasi supremo di detentori del potere e che per questo potevano determinare l'importanza o la non-importanza della donna in quanto individuo piuttosto che come figura ideale.

Marta Piccioni ha detto...

Per rispondere in realtà non occorre andare molto indietro nel tempo. Basti pensare a come erano considerate le donne, fino agli anni ’50 in Italia: sostanzialmente erano considerate e categorizzate come mamme, casalinghe e con un’istruzione poco più che elementare. Sottostavano prima alle decisioni dei padri (per citarne una su tutte: il matrimonio riparatore), poi ai mariti e si vedevano negati molti diritti come quello all’aborto o all’iniziativa al divorzio e anzi, se torniamo un poco più indietro nel tempo, spesso erano vittime del cosiddetto “delitto d’onore” abolito in tempi non così lontani (1981). Non avevano la possibilità di autodefinire le loro vite e le loro identità, seppur ovviamente non si possa parlare per assoluti. Moltissime donne infatti, non riuscendo a negoziare “pacificamente” la propria identità si sono battute per poterla affrancare. Un esempio pertinente con quanto accennato poche righe fa è secondo me quello della donna che ha lottato, in primis per sé stessa, per non subire il matrimonio riparatore, Franca Viola, rimasta incinta in seguito ad uno stupro, anche se in questo caso specifico la faccenda si complica un poco per via delle implicazioni mafiose. Questa ragazza (17 anni) per autodefinirsi ha deciso di rifiutare l’identità che il matrimonio riparatore le avrebbe portato, per imposizione di una società che tutelava e garantiva la decadenza del reato di stupro in caso le parti avessero contratto matrimonio, proprio perché ancora molto legata al senso della vergogna e dell’onore, specie nella Sicilia di quegli anni.

Simone Agati ha detto...

Un esempio di squilibrio politico tra una propria identificazione interna e unacategorizzazione esterna è nel rapporto tra i figli stranieri nati in Italia e gli Italiani stessi, ma prenderò in considerazione in particolare il rapporto tra quest'ultimi e gli italiani di colore. Seppur siano nati e cresciuti in Italia e fatte proprie le tradizioni del paese, c'è sempre quella parte (purtroppo numerosa) di popolazione che non considererà quelli di colore pienamente italiani. "Non ci sono negri italiani" - questo è il loro motto. Sono costretti quindi a supportare ogni frase cattiva e offensiva e questo succede nelle scuole per i più piccoli, nei luoghi di lavoro, sui campi da calcio per i giocatori. Un esempio palese è Balotelli. "Ormai siamo costretti a chiamare i negri, non ci sono gli italiani forti di una decina di anni fa", sentivo spesso nei bar nel 2012, quando Mario Balotelli guidava l'attacco azzurro (Poi quando segnava magicamente era pienamente italiano e l'esultanza sul gol non era certo minore). Mario, come tantie altre persone di colore, era costretto ,quasi ogni domenica in campionato, a convivere con i "bu" razzisti o ad essere paragonato a scimmie non sviluppate. Ecco Mario, se poi la fortuna lo abbia aiutato dopo, facendolo arricchire per le sue capacità con la palla fra i piedi, ha passato un'infanzia difficile. Sarà discriminato a scuola e in tenera età era stato abbandonato dai genitori e affidato ai centri sociali che tramite un tribunale lo manderanno in un'altra famiglia (Dalla famiglia Barwuah a quella Balotelli). Doppia difficoltà, doppia discriminazione. Tornando a casi meno celebri , la discriminazione c'è ogni giorno e deriva forse da un odio insito nelle persone e probabilmente dal quale - ho una visione piuttosto pessimistica- non ci si liberà definitavamente . Lo stato italiano si muove solo quando i casi fanno scalpore (adesivi con scitte come "romanista ebreo"-ebreo è inteso ancora come insulto dagli ignoranti- attaccati sui sedili in curva sud da ultras della Lazio, pochi giorni fa) e anzi alimenta l'odio dando spazio a personaggi politici che cavalcando l'onda dell'ignoranza, prendono sempre più potere; il razzismo così,diviene la loro arma principale.

Alex DeLarge ha detto...

Q.1
Come esempio voglio riportare la storia di Yp Man, il maestro di Bruce Lee, che si è visto negare la propria identità, insieme alla sua famiglia e a tutti gli altri cinesi prima e durante la guerra sino-nipponica.
Nato a Foshan negli ultimi anni del XIX secolo, Yp Man era considerato il miglior maestro di arti marziali della città. Le arti marziali cinesi, o kung fu, sono un patrimonio millenario ed eredità della cultura del popolo cinese oltre che un vero e proprio stile di vita.
Durante la seconda guerra mondiale e la guerra sino-giapponese intorno alla metà del XX secolo, Foshan e la maggior parte delle città cinesi furono prese dalla dominazione nipponica.
Il Giappone esercitò una vera e propria dittatura sulle città e sulla popolazione cinese, contrastando le varie tradizioni, come quella del kung fu e togliendo di fatto l’identità cinese alla popolazione.
Yp Man per questo motivo abbandonò Foshan, scappando dalla guerra sino-nipponica che si concluse nel 1949, per rifugiarsi a Hong Kong.
Hong Kong era sotto la dominazione britannica dal 1841 e quando Yp Man arrivò lì, con la convinzione di trovare pace rispetto alla guerra, in realtà trovò un’altra situazione particolare.
Non venne accettato non solo dai britannici ma anche dagli altri cinesi che abitavano e vivevano sull’isola e che ormai collaboravano con gli inglesi.
Vi fu una vera e propria categorizzazione sia interna che esterna.
La sua identità di cinese e di cittadino fu contestata fino a quando utilizzò la massima espressione della cultura cinese per riprendersela, le arti marziali.
Solo dopo alcuni anni riuscì a vivere una vita serena come cittadino cinese senza che la sua identità e la sua cultura fossero contestate o addirittura negate.


Trincia Leonardo

Davide Catapano ha detto...

Il primo esempio che mi viene in mente parlando di identitá contestata é quello della popolazione curda in Turchia.
La questione curda é stata riportata alla luce da quando i peshmerga, uomini e donne combattenti, affrontano ogni giorno l'isis da un lato e i bombardamenti di Erdogan dall'altro.
Il popolo curdo é formato da all'incirca 30 milioni di persone sparse tra Turchia, Iran, Iraq e Siria e da sempre sogna la formazione di uno stato indipendente che possa definitivamente accoglierli.
La Turchia, ad ogni modo, sappiamo che non accetterá mai uno stato curdo poiché tutto ció comprometterebbe la propria unitá.
L'unica cosa a cui possono aspirare i curdi é, da una parte, il riconoscimento della loro identitá di minoranza nazionale e, dall'altra, l'uso della propria lingua.

Alessia Stirpe ha detto...

I minori stranieri non accompagnati spesso rilevano in modo lampante che l'esistenza, soprattutto la loro che è estremamente disagiata, poggia sull'equilibrio estremamente instabile e difficile tra quello che essi ritengono sia la propria identità e come invece questa loro identità quasi sempre non viene riconosciuta o compresa da chi dall'esterno categorizza questa identificazione in una posizione di potere. Il MSNA è una povera vittima che non può contare su nessuna tipologia di potere, è in balia degli altri; chi invece accoglie ed ha innumerevoli pregiudizi è in una posizione di forza e quindi spesso e volentieri approfitta della propria posizione di potere per respingere un'identitá che non riconosce. L'accoglienza per esempio da parte di qualsiasi famiglia di un MSNA non lo accetta per quello che lui è e che vorrebbe dimostrare di essere si pensi per esempio ad un minore che ritiene di avere un talento sportivo di tipo per esempio calcistico ma questa sua aspirazione non viene riconosciuta in chi lo accoglie, perché l'identificazione di chi accoglie ha altre aspettative su quel minore: non rispettando il suo talento vorrebbe per esempio indirizzarlo verso obiettivi che rientrano nel quadro dell'identità di chi accoglie. Conosco personalmente famiglie che hanno accettato dei minorenni ma non li hanno rispettati in quelli che loro pretendevano di essere e di voler essere; li hanno per esempio indirizzati verso canali di occupazione che si inquadravano nelle aspirazioni della propria identificazione, costringendoli per esempio da subito a cercare un lavoro in qualche modo redditizio che faceva più comodo a chi aveva accolto che non al povero disgraziato che veniva accolto.

Alessia Stirpe

Noemi Flore ha detto...

Un esempio d’identità contestata/negoziata può essere quella delle persone affette da disabilità. Prendiamo ad esempio un bambino diversamente abile, costretto sulla sedia a rotelle che frequenta la seconda media. Deve essere aiutato nel recarsi a scuola, con uno specifico mezzo di trasporto, che magari non coincide con lo scuolabus su cui salgono tutti gli altri bambini della sua classe. Già qui c’è una cesura non manifesta tra il “tu disabile, diverso” e il “noi altri, normali”, per entrare a scuola ha bisogno di specifiche pedane, rampe, percorsi agevolati, la presenza di ampi corridoi e porte per entrare nell’aula e un posto tutto per lui, un banco più grande e comodo. Nello spingere la sua carrozzella per entrare è superato da tanti ragazzi che potendo correre si sbrigano per entrare in aula, che lo prendono in giro per la sua lentezza, sembra che non possa partecipare a tutte le attività scolastiche: come per esempio l’educazione fisica, che è una delle lezioni che più integra i ragazzi di una classe, infatti, i compagni lo metteranno sempre a fare l’arbitro ( proprio questo ruolo è la negoziazione, cioè il bambino pur di partecipare alla partita accetta pur essendo derisa, l’identità impostagli dal categorizzatore più forte, pur di sentirsi accettato e in parte membro di quel gruppo) e lo canzoneranno per quello “stupido” ruolo e mai lo acclameranno come “vincente” di una squadra, purtroppo è la maggioranza che in certe situazioni da un’identità. Il bambino diversamente abile si sente identificato nella sua figura di persona con disabilità, ma non per questo, si sente diverso dagli altri, anzi dichiara di essere come tutti, lo dimostrano i fatti: può andare a scuola, ci va con un piccolo pullman come i suoi compagni, ha un banco, segue le lezioni, può restare al doposcuola, se qualcuno lo aiutasse, potrebbe partecipare alla lezione di educazione fisica etc … La sua dichiarazione, di essere una persona come tutte le altre, riconosciuta anche a livello giuridico, non trova però corrispondenza di fatto con l’identità esterna riconosciuta e attribuita alla sua persona. A livello pratico i diversamente abili sono considerati “diversi”, molti pensano alla presenza di un “ noi, che possiamo fare tutto” e uno “loro, che sono limitati in certe cose”, due identità differenti, un “io” che vuole affermarsi come uguale a tutti e un “loro” che invece reprime spesse volta questa spinta, solo perché il categorizzatore è più forte del categorizzato. La realtà dei fatti, smentisce queste idee false e infondate tutti i giorni, infatti, tornando all’esempio del bambino diversamente abile che veniva sempre relegato ad arbitro, crescendo è diventato un abilissimo giocatore di basket in carrozzina.
Noemi Flore.

Simona Antuoni ha detto...

Un primo esempio di identità contestata che mi viene in mente adesso è la Catalogna e i suoi Catalani. Mi viene in mente dopo aver visto, in un articolo di giornale, la foto di una anziana signora che, nonostante non potesse scendere fisicamente in piazza per unirsi ai manifestanti , esprimeva il suo parere dalla finestra. Ci troviamo davanti ad una identificazione interna di questo popolo vs una categorizzazione esterna dettata soprattutto (penso) da interessi politici. La comunità catalana ha una lingua tutta sua (Il catalano si avvicina più al francese e all’italiano rispetto allo spagnolo o al portoghese. In Catalogna, fuori da Barcellona, questa differenza è facile da notare poiché il catalano è la lingua più parlata in termini di Quotidianità), ha una tradizione culturale diversa da quella spagnola, ma soprattutto una percezione culturale diversa: i catalani sono sempre stati considerati per decenni come grandi lavoratori, concentrati sugli affari e determinati a raggiungere il successo, al contrario degli spagnoli che sono spesso visti come esuberanti, amanti del divertimento e della siesta (anche solo gli eventi nazionali di ognuna di queste comunità ne descrive la differenza, la corrida spagnola/la battaglia selvaggia con animali vs la piramide umana dei catalani che predilige uno sforzo umano congiunto). L’anziana signora e tutti gli altri manifestanti, facenti parte della stessa Collettività, si identificano in qualità di “Catalani” e non di “Spagnoli” , ma questa loro identificazione viene contestata da coloro che categorizzano e che in questo caso stanno giocando sul serio un ruolo centrale nel respingimento della loro identità.

Michela Fiorini ha detto...

L’esempio che mi viene da riportare è quello degli scolari a cui viene affidata una maestra di sostegno.
Nella mia classe dell’elementari c’era un bambino più grande di me che era stato bocciato due volte e a parer delle mie maestre aveva bisogno del sostegno.
Da noi più piccoli era visto come il “pagliaccio” della classe, il tipico giullare di corte che riusciva sempre, durante l’ora di italiano o a mensa,a farci ridere per qualche sua uscita,o solo per un gesto che faceva.
Spesso era preso di mira dai ragazzi più grandi:gli davano dello stupido,gli facevano i dispetti,durante la ricreazione al cortile comune non lo facevano mai giocare con loro e spesso si metteva a piangere per questo.
Tutti noi sapevamo,maestre incluse,che non aveva di certo bisogno del sostegno,ma comunque lo trattavamo come quello DIVERSO,quello che da solo non era capace di fare una moltiplicazione.
Alla fine era come NOI.
Le maestre non riuscivano a gestirlo e quindi per “comodità” ,erroneamente,lo avevano affidato a questa maestra che non era proprio di sostegno, ma che comunque seguiva quei bambini bocciati e che non dimostravano impegno durante lo svolgimento delle lezioni.

Monica Valenziano ha detto...

Esordisco col dire che non sono una studentessa di antropologia ma l'esercizio richiesto dal professor Vereni mi ha mosso un po' i pensieri, per cui mi ritrovo qui a "occupare" (forse) un posto che non mi appartiene. Negli ultimi anni, molti dei quali passati a perorare le cause di una pratica pedagogica più attiva e più in ascolto dell'altro, mi sono spesso trovata a fronteggiare genitori spaventati (anche solo dall'idea), di dover affrontare con i propri bambini il tema della morte. È per questo che leggendo il post di Piero Vereni mi è tornata in mente la mia infanzia, trascorsa in buona parte, in un piccolo paese dell'entroterra abruzzese dal nome evocativo:Cerchio. Una realtà contadina dove era consueto avere a che fare con il ciclo della vita: piante, animali e persone erano destinati a nascere, crescere e morire senza tanti drammi e i lussi delle depressioni "urbane" che mi avrebbe regalato, in seguito, la vita cittadina. Nonna mi portava spesso, nelle calde giornate estive, al Cimitero a passeggiare: era la nostra Spoon River e mi raccomandava sempre di aver paura dei vivi e non dei morti. Il rituale che accompagnava le morti in quel pezzetto di mondo (e ora pressoché scomparso) era costituito da questi pochi elementi ma per me fortemente significativi: il suono della campana a morto: tre rintocchi cupi e il diffondersi della notizia. Poi iniziava il periodo pre-liminare, quello della separazione:i familiari del defunto erano costretti a rimanere in casa per almeno trenta giorni (elaborazione del lutto) senza poter uscire neanche a fare la spesa. Per tale motivo la comunità si prendeva cura di loro portando cibo per tutta la durata del periodo d'isolamento. Tale pratica prendeva il nome di "cunsl" ovvero consolazione. Dopo questo periodo si era riammessi ad uscire solo dopo aver partecipato alla messa chiamata:"rescita" vale a dire ri-uscita che sanciva, anche se con le vesti a lutto, il reintegro dei familiari nella comunità e nel normale flusso del ciclo della vita...E il cerchio si chiudeva!

Dell'Orco Alessandra ha detto...

DELL'ORCO ALESSANDRA

Le parlo della prima volta in cui ho percepito che la mia identità fosse stata contestata.
Io vivo in uno piccolo paese (Tecchiena), quando ho dovuto scegliere la scuola superiore da frequentare ho scelto un liceo che si trova in un paesino poco distante dal mio (Alatri). Allora ecco professore, per spiegarle al meglio la “rivalità” tra i due paesi mi basta dirle che possiamo facilmente paragonare alla rivalità tra i tifosi romanisti e i tifosi laziali.
Il primo giorno di scuola superiore nella mia classe eravamo 4-5 ragazzi di Tecchiena e i restanti 20 tutti ragazzi di Alatri.
Trovandosi appunto la scuola ad Alatri, ed arrivando noi “Tecchienesi” considerati figli di contadini, non all’altezza di stare in classe con i ragazza di Alatri, i genitori il giorno seguente fecero una vera e propria rivolta, chiedendo alla preside di far stare in quella classe solo i loro figli Alatresi.
La preside accontentò questi genitori, e cosi noi ci trovammo in una classe con solo persone di Tecchiena. La risposta della preside alla domanda posta dai nostri genitori (da quelli Tecchienesi) è stata: “Mi dispiace ma voi siete di Tecchiena”.
E appunto professore, come le dicevo all’inizio per la prima volta ho sentito la mia identità contestata.

alessia capotondi ha detto...


Alessia Capotondi
Un esempio di identità contestata che mi viene in mente potrebbe essere rappresentata da un ragazzo che si è appena affacciato alla scuola superiore ed è costretto, a causa degli insegnanti, a vivere all'ombra di suo fratello, passato per quella stessa scuola poco tempo prima. Il ragazzo, che per comodità chiamerò X, ha una propria identità: si chiama X, è affidabile e vuole dedicarsi allo studio in modo costante e serio per poter diventare un domani un medico, proprio come suo padre. Tuttavia tra i banchi di scuola, gli insegnanti (che rappresentano il "potere") respingono l'identità di X e gliene associano un'altra, che non gli appartiene: quella di suo fratello, un ragazzo poco studioso e creatore di disordini.

Bianca Bisciaio ha detto...

L'esistenza di tutti noi si gioca sull'equilibrio tra ciò che vogliamo essere e ciò che ci viene chiesto di essere. La nostra identificazione interna raramente coincide con ciò che la società si aspetta da noi e anzi tende spesso a discostarsene. Mi vengono in mente moltissimi esempi diversi ma vorrei citare un'esperienza personale a dimostrazione della quotidianità delle negoziazioni per ottenere questo equilibrio politico. I miei genitori sono entrambi cresciuti con una formazione tecnico/scientifica e hanno poi continuato a lavorare nel campo della matematica, della fisica e dell'informatica. Tutti e due i miei fratelli maggiori avevano già frequentato il liceo scientifico e, al momento della mia iscrizione alle scuole superiori, ci si aspettava lo stesso da me. Io, al contrario del resto della mia famiglia, ho sempre preferito i libri ai conti, lo studio dei quadri allo studio delle funzioni, la lettura dei classici ai romanzi fantasy moderni. La scelta del liceo quindi è stata la prima 'battaglia' tra me e la mia famiglia circa la mia identità: io volevo iscrivermi al liceo classico, i miei genitori sostenevano che ero portata per lo scientifico. In questo caso certamente ha influito la differenza di potere esistente tra me, figlia di 14 anni, e loro, genitori. Così sono stata iscritta al liceo scientifico e io stessa ho accettato questa visione 'scientifica di me' tanto da arrivare all'inizio del quinto liceo convinta di voler proseguire gli studi iscrivendomi a medicina o veterinaria. Durante l'ultimo anno di liceo però si è risvegliato in me il desiderio di seguire quella che io credo sia la mia vera vocazione. Al momento dell'iscrizione all'università quindi si è ripresentato lo stesso 'duello' tra me e la mia famiglia. Da una parte io che volevo a tutti i costi iscrivermi a lettere, convinta di esprimere il mio io interiore, dall'altra parte i miei genitori che invece volevano convincermi a continuare un percorso scientifico in facoltà come medicina o ingegneria (come mio fratello maggiore). La differenza tra questa 'battaglia' per l'università e la precedente per il liceo è stata sicuramente nei mutati rapporti di potere tra me e i miei. Avevo ormai 18 anni e potevo argomentare le mie ragioni allo stesso modo in cui lo facevano loro. Sono riuscita a respingere l'identità che mi era stata un po' imposta e a far riconoscere ed apprezzare alla mia famiglia l'identità che sentivo mia.

Bianca Bisciaio, matricola 0229645

Flaminia Donnini ha detto...

(Q1)
Come esempio di identità contestata ritengo necessario far riferimento al romanzo di Luigi Pirandello ‘’Uno, nessuno e centomila’’. Il protagonista di tale opera Vitangelo Moscarda cade in una forte crisi d’identità quando scopre che l’immagine che gli altri hanno di lui differisce molto da quella che lui stesso si immagina. Tale processo inizia quando la moglie gli fa notare una serie di difetti fisici di cui il marito non era conscio.
Alla fine del libro Vitangelo in preda alla follia giunge in un ospizio e arriva alla consapevolezza che la vita è una ‘’trappola’’ ed inoltre che essa è una realtà in continuo divenire ed il tentativo di fissarla in forme immutabili è puramente utopico (ma qui si aprirebbe un altro discorso che esula dalla domanda da lei posta).
Un aspetto fondamentale che incide sul riconoscimento o sul respingimento dell’identità è innanzitutto il ruolo sociale di entrambe le tipologie identificative. Infatti se chi categorizza dall’esterno ha un ruolo di maggior prestigio nella società, il pensiero degli altri tende ad uniformarsi ad esso. Al contrario, se colui che si identifica internamente occupa una posizione di maggior potere rispetto a chi lo categorizza, allora sarà esso ad imporre la propria visione di sé.

Flaminia Donnini

Eva Sara Donnini ha detto...

Un esempio di identità contestata potrebbe essere ben espresso da una vicenda che mi è stata raccontata da un mio caro amico poco tempo fa. Egli fin da piccolo ha sempre avuto una grande passione per la danza. Pensava spesso a se stesso come un ballerino e passava molto tempo a cercare di convincere i suoi genitori ad iscriverlo ad una scuola per coltivare questo suo sogno. Ma sia la madre che il padre erano estremamente contrari, per loro era molto più urgente ed utile iscriverlo ad un corso di inglese e segnarlo piuttosto ad una scuola di calcio. Essa era molto più “adatta”, a parer loro, ad un bambino. Ciò purtroppo lo portò a non poter realizzare questo suo obiettivo, poiché ovviamente durante l’infanzia un ragazzino non ha molto margine di scelta riguardo le decisioni dei genitori, questi ultimi infatti non sarebbero mai stati disposti a pagargli una scuola di danza. Pertanto è evidente che chi detiene maggior potere tende ad imporre la propria visione. In questo caso i genitori hanno obbligato il figlio ad abbandonare il proprio interesse.

Eva Sara Donnini

Arianna Tuni ha detto...

Arianna Tuni
Q1) Sicuramente esempi importanti di identità contestata sono quelli relativi a stranieri, omosessuali, transessuali, ecc. Tuttavia non è difficile ritrovare questo atteggiamento traslato in situazioni più piccole. E per questo vorrei raccontare un fatto accaduto a mia sorella anni fa, quando era una studentessa delle scuole medie. Il mio paese (Vico nel Lazio) ha due contrade e con la mia famiglia viviamo in una di queste due contrade: Pitocco. Quando mia sorella andava alle medie, che si trovavano e trovano ancora oggi proprio al centro del paese, una bambina era sempre solita prendere in giro lei e gli altri bambini delle contrade dicendo "noi di paese siamo più intelligenti, mentre voi di campagna sapete solo pascere le pecore nel vostro giardino". Queste piccole discriminazioni hanno sempre fatto sì che ci fosse una rivalità tra abitanti di paese e abitanti delle contrade: noi eravamo, fortunatamente ora meno, identificati come i campagnoli e niente di più. Non eravamo tutti abitanti dello stesso paese, ci era stata contestata la nostra identità da chi, sentendosi superiore, aveva deciso di categorizzarci in quel modo.

Silvia Della Bella ha detto...

La condizione dei MSNA ci fornisce uno spunto di riflessione su quella che è la nostra esistenza, vissuta in bilico tra ciò che siamo convinti di essere, e quindi vogliamo dichiarare, e l'identità che effettivamente ci viene attribuita dall'esterno. Un ruolo fondamentale in questi casi è giocato dalle differenze relative di potere in quanto, chi ci categorizza, tende a porre delle etichette sulla nostra personalità portandoci, in molti casi, ad acquisire una povertà non in termini economici ma come mancanza di libertà.
Per quanto una situazione del genere sembri alle volte riguardare solo ed esclusivamente i MSNA nei Paesi europei, in realtà, si tratta di una condizione che molto spesso ci troviamo a vivere anche all'interno di una cultura molto più vicina a noi.
Mi viene automaticamente da pensare all'esperienza vissuta in prima persona da mio fratello, il quale, per questioni lavorative, decise di lasciare il nostro Paese e di trasferirsi a Tenerife. Nel momento in cui lo racconto a qualcuno, le reazioni sono sempre del tipo: "Beato lui, sarà stata una passeggiata, poi lì sono molto simili a noi!" non prendendo neanche lontanamente in considerazione il disagio che inizialmente si trovò a vivere, non tanto dal punto di vista lavorativo, quanto invece nel suo rapporto con la comunità.
La sua difficoltà più grande fu subito quella di trovare un appartamento, constatando fin da subito il disprezzo che gli abitanti del posto nutrono nei confronti di qualsiasi italiano. Ed è così che veniva continuamente classificato come "il ragazzo italiano furbo in cerca di vida loca" che avrebbe sicuramente procurato dei danni all'abitazione, come era solito fare dai suoi connazionali.
Si trovò così ad essere costantemente ETICHETTATO dalla società, gli veniva affibbiato un ruolo che non gli apparteneva ma che era comunque stabilito da chi, avendo più potere di lui, respingeva regolarmente la sua vera identità.

mariagiulia mattozzi ha detto...

Purtroppo a volte accade che la nostra vera identità ci viene negata. Un ragazzo che conosco ha una voce bellissima, ama cantare e sarebbe per lui un sogno andare a tentare la fortuna a X-Factor. Nella vita lui vuole fare il cantate ma i suoi genitori che sono gerarchicamente più potenti rispetto a lui ritengono che fare il cantante può essere solo un hobby e non un vero lavoro e lo costringono così ad accantonare il suo sogno e intraprende una carriera universitaria. Questo è un esempio di identità negata, lui non può essere semplicemente se stesso per colpa di persone che hanno più potere.

Stefania Regoli ha detto...

Un’identità contestata potrebbe essere quella di una persona disabile, che vorrebbe ad esempio sposarsi o fare figli ma il suo desiderio potrebbe essere contrastato dai suoi genitori o dal suo tutore legale. A questo concetto di identità contestata si può ricollegare anche il concetto di POVERTA’, non in senso economico, ma nel significato che le dà Amartya Sen nella sua Teoria della Capacitazione, ed intesa come mancanza di libertà di scegliere la propria vita e di realizzare le proprie aspirazioni.

Annamaria ha detto...

Per rispondere a questa domanda mi servirò della lettura di un libro che ho conosciuto grazie alla preparazione di un altro esame universitario.
Il libro si intitola "La terrazza proibita" di Fatema Mernissi, una sociologa marocchina nata a Fez nel 1940 in una terra di confine tra il mondo occidentale e quello orientale. Si definisce per questo, un'araba musulmana.... ma non totalmente integrata. E' docente all'università di Rabat, ma ha compiuto parte dei suoi studi negli Stati Uniti.
In questo libro racconta l'harem e la rigidità degli "hudud", confini, che danno sicurezza e stabilità a chi li occupa, ma relegano le donne ad una reclusione forzata e le privano di ogni forma di libertà.
Dal suo punto di vista ci presenta l'Islam come una religione bellissima, ma con evidenti distorsioni, attribuibili alle errate interpretazioni politiche corrotte e dispotiche, che ledono i basilari diritti umani. Le restrizioni culturali in cui è cresciuta le fanno sviluppare il desiderio di uscire da ogni tipo di barriera, che sia sociale, politica, geografica o temporale, perché il confine dell'harem non è solo fisico, ma anche mentale..... "l'harem ce l'hai nella testa.... come una legge tatuata nel cervello".
Questo esempio mi pare sia particolarmente adatto a raccontare un caso di identità contestata dalle donne arabe, che cercano di negoziare la propria posizione nella società contemporanea, cercando di colmare le lacune esistenti attraverso l'istruzione, l'educazione e l'apertura di una "finestra" che guarda al mondo esterno per mezzo delle moderne tecnologie , dei mass media , ecc..

ANNAMARIA RAVIOLI

Alessio Bernabucci ha detto...

In riferimento a un’identità contestata, si può citare l’esempio storico dei berberi. Essi sono un popolo autoctono dell’Africa nord-occidentale di cui abbiamo attestazioni sin dal periodo neolitico. Con l’espansione degli arabi, vennero assoggettati ed entrarono a far parte dei domini prima arabi, poi ottomani e infine tra le colonie francesi. Attualmente si trovano in un ampio territorio che fa parte principalmente di Libia, Algeria, Tunisia e Marocco, ma sono numerosissime minoranze berbere in tutta l’Africa occidentale e in Europa, ma rivendicano da anni un proprio stato nazionale. Presentano tradizioni e costumi propri e una lingua autonoma berbera (che essi affermano non avere nulla a che fare con l’arabo).
Purtuttavia, la loro identità etnico-politica viene negata o messa in dubbio dalle Nazioni in cui si trovano che, visto il ruolo egemone dal punto di vista amministrativo, sono in grado di categorizzare ed esplicitare i tratti specifici di un popolo (anche sostenendo che non ve ne siano). Ma, a seguito delle Primavere Arabe, nel 2011 in Marocco e nel 2016 in Algeria sono state approvate leggi che rendono ufficiale la lingua berbera, che ha quindi pari dignità (anche in campo istituzionale) dell’arabo. Interviste di giovani berberi rivelano comunque una grande delusione perché, pur apprezzando questo primo segno di apertura, in realtà garantiscono poco spazio di effettivo utilizzo.
Questo esempio può mostrare come l’asimmetricità del potere faccia in modo che le categorizzazioni vengano dalla fonte di potere e che non può bastare l’autoconsapevolezza o autoidentificazione per garantire che si venga giudicati tali.

Francesca Menelao ha detto...

Un esempio in tal senso potrebbe essere la cancellazione geografica-politica della Polonia e la sua successiva ricostruzione Conferenza di Parigi del 1918 (trattato di Versailles). La Polonia, a partire dalla Confederazione polacco-lituana del 1569 fino alla seconda metà del XVIII sec, poteva vantare un passato influente (e un processo di "nation building" abbastanza solido), per poi però "scomparire" geopoliticamente per ben 123 anni, venendo assorbita tra gli imperi austro-ungarico e russo , multietnici e di ispirazione divina e la Prussia. Questa forzatura politica, creò una inevitabile frattura fra identificazione interna, per cui ci si riconosceva nella rete di segni abituale (come polacchi) e una categorizzazione esterna, che ne negava l'esistenza, cancellando di fatto anche l'esistenza dei Polacchi stessi. Anche in questo caso dunque, i diritti non sarebbero potuti esistere senza garanzie giuridiche, che a loro volta non sarebbero esistite senza riconoscimento di chi categorizzava a cui, in quel momento, apparteneva la gestione del potere. Nel caso polacco, la cultura resistette alla cancellazione geopolitica dello stato, con il conseguente braccio di ferro tra chi ancora ci si identificava e chi continuava a non riconoscerla e a negarla (da qui le numerose ribellioni fra il gli anni '70 e '90 del 1700). La grande "cifra politica" di negoziazione dell'identità polacca ha lasciato un'eco profonda che ha percorso gli stravolgimenti politici successivi, dal secondo conflitto mondiale ai giorni nostri ed è ravvisabile anche nella letteratura polacca contemporanea. Riporto, in questo senso, uno stralcio della poesia "Figli dell'epoca", di W.Szymborska (dalla raccolta "Vista con granello di sabbia", 1998):
"Siamo figli dell’epoca/l’epoca è politica. [...] Che ti piaccia o no/ i tuoi geni hanno un passato politico/la tua pelle una sfumatura politica/i tuoi occhi un aspetto politico. [...] Non devi neppure essere una creatura umana/ per acquistare un significato politico./Basta che tu sia petrolio,/mangime arricchito o materiale riciclabile./ O anche il tavolo delle trattative, sulla cui forma/si è disputato per mesi:/se negoziare sulla vita e la morte/intorno a un rotondo o quadrato."

jessica ciuffa ha detto...

Un esempio riguardo questo argomento,a mio parere, ce lo offrono i Romani. Questi,infatti, quando conquistavano una popolazione (prendiamo in questo caso i loro storici nemici,i Galli),gli imponevano la loro religione e i loro costumi,oltre che a porli sotto il dominio amministrativo dell'Impero. A nulla serviva che i Galli continuassero a identificarsi come tali, magari ostinandosi a seguire l'originaria cultura e a respingere la nuova identità;dal momento che erano stati sconfitti e posti sotto il loro controllo, i Romani non li consideravano più "galli",poichè ormai erano ufficialmente parte del loro popolo. Questo appena esposto è un esempio di identità contestata (da parte dei conquistatori nei confronti dei conquistati)e di respingimento di identità (da parte dei Galli), in cui è fondamentale porre l'accento sul superiore potere politico,amministrativo e militare, di coloro che categorizzano dall'esterno (i Romani) rispetto a quello di coloro che si identificano internamente (i Galli).

Ilaria Piacenti ha detto...

ILARIA PIACENTI

Come esempio di identità contestata, la parabola del vangelo di Giovanni della donna adultera, mi sembra appropriata. C’è una donna infedele, un gruppo di farisei, movimento religioso rigoroso nel rispetto della legge e la Sacra Scrittura. I farisei ricordano a Gesù che secondo la Scrittura la donna deve essere uccisa proprio perché è venuta meno al rispetto della legge, la identificano quindi come una peccatrice, ma Gesù rispondendo con la nota frase: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro lei” mette in evidenza come l’estremizzazione possa portare a situazioni davvero dannose. Coloro che sembravano essere i difensori della legge, vengono in realtà smascherati; mentre la donna, considerata colpevole riconoscendo i propri errori, ottiene nuovamente la dignità che la comunità dei ben pensati le voleva togliere.


Matteo Colafrancesco ha detto...

Salve prof, parlando di identità negata mi è venuto subito un chiaro esempio nella mente, che è quello che purtroppo alcuni di noi romani vivono ogni giorno. Lei sa sicuramente piu di noi che vivere in una borgata non è facile, ci sono condizioni di vita molto difficili e la natura dei quartieri è spesso a fondo criminale. Qual è il senso di questo discorso? Un ragazzo come me( che abita in una borgata) è visto con un occhio sbagliato, ci assegnano delle etichette ancor prima di conoscerci. Questo è un fatto che si riscontra quotidianamente, proprio un po di tempo fa leggevo che dei ragazzi di torbellamonaca erano andati a piazza Cavour semplicemente per passare una serata diversa dalle altre, quando senza un preciso motivo altre persone appena hanno visto e sentito che facevano parte di una borgata, hanno tirato fuori delle armi e li hanno picchiati! Perche succede questo? La cultura è costruita secondo una rete di significati, appena questi sono diversi dai propri, vengono visti come segno di disprezzo e motivo di emarginazione. Questo purtroppo è un chiaro esempio di violenza e disumanità dell' etnocentrismo, e non è possibile che ancora adesso questi fatti accadano. Matteo colafrancesco

Marta Grant ha detto...

Riprendendo il discorso sui MSNA mi viene in mente un esempio in cui la concezione della propria identità si scontra con la categorizzazione esterna da parte della società e dell’istituzione.
Luigi, cresciuto in un ambiente socio-culturale difficile, si trova in galera dopo aver commesso un furto. Nel periodo di detenzione Luigi ha modo di comprendere le proprie azioni e, grazie anche all’aiuto da parte degli attori sociali all’interno delle carceri, ha modo di riflettere su sé stesso e sulla propria vita. Inizia quindi un processo di rinnovamento già a partire dalle carceri che continuerà anche al di fuori che lo porterà a sentirsi e ad agire come un individuo diverso rispetto a quello che era.
Una volta concluso il periodo di detenzione Luigi si troverà a dover fare i conti con quella categoria in cui è stato collocato, ovvero quella di “ex detenuto” che gli rende difficile ricominciare una nuova vita. Nonostante Luigi si senta profondamente cambiato agli occhi della società rimane un delinquente. L’identità di Luigi e i suoi sforzi sembrano quindi costantemente contestati.

Marta Grant
Matricola: 0230643
Scienze dell’educazione e della formazione

Alice Carfora ha detto...

Martedì nel programma televisivo “Le Iene”, hanno fatto un servizio su un ragazzo autistico e suo papà, che hanno fondato un progetto: “La banca del tempo sociale”, dove ragazzi con autismo possono avere delle occasioni di inclusione con alunni dai 16 ai 19 anni delle scuole superiori, che potranno avere un’esperienza positiva rapportandosi con questi ragazzi.
Questo servizio mi ha fatto molto riflettere, perche i ragazzi autistici coinvolti in questo progetto venivano intervistati, e molti di loro erano consapevoli di avere un “problema” da ognuno di loro descritto in modo differente, e affermavano anche che a scuola e fuori da casa spesso venivano trattati in modo diverso dagli altri, guardati male e spesso anche bullizzati dai loro coetanei che si definiscono “normali”. Loro invece, nonostante affermino con consapevolezza di avere questa sindrome, si definiscono uguali agli altri, nonostante vengano etichettati spesso come i diversi. Loro sono ragazzi come tutti noi, hanno voglia di giocare, divertirsi, avere degli amici, fare sport, e questo progetto permette loro di fare tutto questo con loro coetanei che si rapportano con loro trattandoli come tratterebbero chiunque, senza far pesare o rimarcare il fatto che sono affetti da questa sindrome.

Flavio S. ha detto...

In merito a questa domanda, prendo come esempio la mia esperienza lavorativa. Io e i miei ex colleghi cercammo in tutti i modi di poter parlare con i responsabili dell'azienda per discutere alcune problematiche, ma senza successo. Decidemmo, quindi, di recarci presso un sindacato per far valere le nostre ragioni. Poco dopo, su segnalazione del sindacato stesso, l'azienda decise di riceverci, ma non fu il confronto costruttivo che avevamo immaginato.
I dirigenti si mostrarono rigidi alle nostre proposte, arrivando a dirci che stavamo solo incentivando sentimenti sindacali rischiando di conseguenza il liceziamento. Per loro è stato piú importante tutelare il proprio ruolo. Più e più volte tentammo di far valere le nostre proposte, ma la loro posizione era a priori piú forte della nostra, non sentirono nessuna ragione e marcavano il discorso sul licenziamento per tenerci distanti, senza far valere i nostri diritti e la nostra parola. Lo squilibrio risiede nel non averci ascoltato e nell'aver avuto poca flessibilità nei nostri confronti, e di considerarci solamente "uno dei tanti".

Flavio Sabbatini

Martina Gerace ha detto...

Come esempio di identità negata mi viene in mente il caso dei Palestinesi. I Palestinesi furono costretti all’esodo nel 1948, dopo la fine del mandato britannico, la fondazione dello Stato d’Israele e l’inizio della guerra arabo-israeliana del 1948. Più di 700.000 arabi palestinesi abbandonarono città e villaggi, furono espulsi dai confini del nascente Stato d’Israele, e, successivamente, si videro rifiutare ogni loro diritto al ritorno nelle proprie terre, sia durante sia al termine del conflitto. Questo esodo ha dato origine alla problematica dei rifugiati palestinesi, distribuiti tra Giordania, Striscia di Gaza, Cisgiordania, Siria e Libano. Nel 1988 fu proclamata l’indipendenza dello Stato di Palestina dall'OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), con capitale Gerusalemme Est, sebbene la città sia sotto il controllo israeliano. Tale indipendenza fu sancita dalle Nazioni Unite con la Risoluzione 67/19 dell'Assemblea generale del 29 novembre 2012. Eppure tuttora Israele non riconosce lo Stato di Palestina. Nonostante il riconoscimento da parte della maggioranza delle nazioni del mondo, lo Stato di Palestina è tuttora privo di un'organizzazione statuale tipica, senza un esercito regolare, e rimane occupato da Israele su parte della Cisgiordania, mentre la Striscia di Gaza è sotto blocco navale, terrestre e aereo da parte di Israele, le cui forze armate sono le uniche forze militari autorizzate a violare tali restrizioni. Questo caso è la prova di come non combaci l’identificazione interna (in questo caso i Palestinesi che sentono di essere palestinesi) e la categorizzazione esterna (in questo caso gli Israeliani che non riconoscono l’esistenza dei Palestinesi e di un loro Stato) e le due dimensioni è difficile che possano mai combaciare perché Israele è forte del suo potere e non smetterà mai di esercitare tale potere, andando sempre a sfavore dei Palestinesi.

Martina Gerace

Fabrizio Vona ha detto...


Lezione 10
Salve Prof
Ecco la mia risposta
Fabrizio Vona

Q1. I MSNA ci ricordano che la nostra esistenza si gioca sul difficile equilibrio tra quel che vogliamo
noi dichiarare di essere, e quel che invece ci viene riconosciuta come identità. Tra identificazione interna (io/noi sono/siamo X) e categorizzazione esterna (tu/voi sei/siete Y) c'è sempre un difficile equilibrio politico. Portate un esempio di identità contestata/negoziata e cercate di dimostrare in che modo le differenze relative di potere (tra chi si identifica e chi categorizza) possono giocare un ruolo centrale nel riconoscimento/respingimento di un'identità.


Mi ha molto colpito la lezione della Dr.sa De Marchi. Sospettavo le lacune e le probabili inefficienze del nostro “sistema” di accoglienza e integrazione, e sospettavo anche l’esistenza di una fredda burocrazia che detta la sua legge con titoli e certificazioni, ma non credevo che anche sui minori non accompagnati potesse esserci una tale situazione.
Durante la lezione abbiamo conosciuto la definizione di minore non accompagnato, come enunciato nella ultima legge Zampa del 13 Aprile 2017: “si intende il minorenne non avente cittadinanza italiana o dell’U.E., privo di assistenza e rappresentanza da parte di genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili in base alle leggi vigenti nell’ordinamento italiano”.
Tutti questi ragazzi hanno bisogno di un riconoscimento giuridico per esistere. Ecco allora che la vita di questi giovani dipende anche e soprattutto da un riconoscimento esterno, sul quale spesso si fonda anche la loro stessa identità
Per fare un esempio come la domanda richiede mi viene in mente un bellissimo film che mi piacque molto: The Terminal, film del 2004 diretto da Steven Spielberg ed interpretato da Tom Hanks, Catherine Zeta-Jones e Stanley Tucci. Tom Hanks interpreta un cittadino di un (immaginario) Stato dell'Europa orientale, la Cracozia. Quando atterra a New York, scopre che nel suo Paese è avvenuto un feroce colpo di Stato, proprio mentre si trovava in aereo, diretto verso l'ambita America. Costretto a sostare nell'Aeroporto Internazionale "John Fitzgerald Kennedy", con un passaporto ormai privo di validità, Viktor si vede negato il visto d'entrata per gli Stati Uniti e impedita, da parte del capo della sicurezza Frank Dixon, la possibilità di far ritorno a casa, dovendo quindi restare all'interno del terminal dedicato ai voli internazionali, senza possibilità di varcare la frontiera.
Senza passaporto, senza il permesso, senza quel timbro, il cittadino straniero non può entrare e non può uscire: è senza identità. O meglio, la sua identificazione interna non può avere una categorizzazione esterna. Il capo della sicurezza, non permette al nostro protagonista di uscire dall’aeroporto, non gli permette, quindi, il riconoscimento di una identità.

Sara Mercuri ha detto...

A parer mio, l'identità contestata la possiamo subire in forme più gravi, come quella a cui sono sottoposti gli extracomunitari, gli omosessuali, i disabili e cosi via e in forme meno gravi, ossia quando quotidianamente non siamo liberi di essere noi stessi al 100%.
Tutti noi sin da piccoli, siamo stati abituati a seguire dei canoni precisi: comportarci in un certo modo, rispondere in una determinata maniera e crescendo, è la società, attraverso i media ed il marketing, a dirci in che modo dobbiamo vestirci, quale musica dobbiamo ascoltare, cosa dobbiamo mangiare e tutte le diverse tendenze che dobbiamo seguire per essere al passo con i tempi e per il timore di non essere accettati.

Sara Mercuri

Valentina Deidda ha detto...

Un esempio di identità contestata, addirittura negata, che mi è venuto in mente, è quello dei cosiddetti desaparecidos (“scomparsi” in spagnolo) cioè di quelle persone che furono arrestate per motivi politici o anche solo per sospetti politici e di cui sono completamente andate perse le tracce. Tutto questo avvenne negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso per mano delle polizie dei regimi militari e dittatoriali sudamericani, in particolare in Argentina e in Cile. Gli arresti e i sequestri di queste persone avvenivano in totale segretezza, di notte e spesso in assenza di testimoni. Il fatto più sconcertante è che i parenti delle vittime non venivano informati dell'accaduto e solo dopo la caduta dei regimi e il ritorno alla democrazia fu possibile ricostruire gli avvenimenti e scoprire alcuni fatti essenziali. Il fenomeno ha colpito quasi un'intera generazione e ancora oggi se ne avvertono le conseguenze nel continente sudamericano. Il problema di identità riguarda anche molti bambini, figli di desaparecidos scomparsi e in seguito adottati illegalmente.
In questo caso è facile vedere come il regime, con la forza e la violenza perpetrate, sia riuscito a categorizzare queste persone come colpevoli, attribuendo quindi loro un'identità che non avevano e respingendo necessariamente quella vera.

Valentina Deidda

Federico Dinella ha detto...

DOMANDA 1: Mi vengono in mente tanti esempi del passato riguardo questo tema ed uno di questi è sicuramente il concetto di matrimonio che c'era ad esempio nell'Inghilterra, in particolare parliamo di "social climbing" nel quale si trovavano spesso delle donne che erano costrette, contro la loro volontà, da parte dei genitori di convolare a nozze solamente con uomini di un'elevata classe sociale per poter effettuare appunto questo "salto" dal punto di vista economico e sociale. Per questo, magari, anche se le donne avevano come desiderio di sposarsi con persone della loro stessa classe sociale, i genitori lo impedivano e le costringevano a rifiutare queste proposte perchè non corrispondeva a ciò che loro volevano. Questo riguarda anche il punto di vista lavorativo, infatti i genitori decidevano che lavoro avessero dovuto fare le loro figlie per il bene della famiglia anche contro la loro voglia. Le donne quindi si trovavano con le spalle al muro ad essere vincolate agli ideali delle loro famiglie, in quanto non potevano imporre la loro idea e quindi in questo caso si parla di una identità demolita.

FEDERICO DINELLA

Orlandi Sara ha detto...

Parlare dei MSNA durante la lezione,ci ha fatto capire che "la nostra esistenza si gioca sul difficile equilibrio tra esistenza quel che vogliamo noi dichiarare di essere, e quel che invece viene riconosciuta come identità".Un esempio che mi viene in mente è quello della mia amica di origine filippina che ho conosciuto al primo anno delle superiori. Lei è nata a Roma,ma i suoi genitori erano arrivati da poco in Italia, non conoscevano bene il sistema italiano e non la segnarono all'anagrafe. Lei a due anni è andata nelle Filippine con la zia; a cinque anni è ritornata a Roma dato, che i genitori erano riusciti a creare una situazione abbastanza stabile. Tutto questo l'ha portata a una lunga lotta. Sono otto anni che viene sbattuta da un ufficio all'altro:manca sempre qualche documento o cambiano la versione dei fatti. Nel frattempo le sono nati tre fratelli i quali hanno la cittadinanza italiana. Lei si sente al 100% italiana (identificazione interna), mentre lo stato italiano la considera extracomunitaria (categorizzazione esterna).

sara pitolli ha detto...

Un esempio di identità contestata, in questo particolare momento storico, si concretizza nella situazione attualmente presente in Spagna. La Catalogna, infatti, regione fondamentale per l'economia del Paese ma allo stesso tempo portatrice di una cultura diversa (lingua, usanze), ha intrapreso un percorso volto al riconoscimento della propria indipendenza. Questa, infatti, non le è concessa dal governo di Madrid che preme, al contrario, al mantenimento dell'unità nazionale.
In questo caso, dunque, è possibile constatare un difficile (se non inesistente) equilibrio politico tra l'identificazione interna, ovvero la cultura catalana, e la categorizzazione esterna attuata dal governo spagnolo.

Giulia Tommaselli ha detto...

Q1. Portate un esempio di identità contestata/negoziata e cercate di dimostrare in che modo le differenze relative di potere (tra chi si identifica e chi categorizza) possono giocare un ruolo centrale nel riconoscimento/respingimento di un'identità.

Parliamo di identità sessuale. Nell'industria dello spettacolo è un tema da evitare come la peste. Meno lo si affronta, meglio è. Le dive, gli attori, le rockstars, difficilmente riescono ad esprimere apertamente la loro identità sessuale. Questo perché ovviamente sono personaggi pubblici, quindi hanno la responsabilità di mantenere un'immagine ben precisa (per l'appunto, affidatagli da altri). Molte celebrità non hanno mai esplicato liberamente il loro personale modo di intendere la sessualità proprio perché obbligate a tacere (nei contratti discografici spesso sono presenti clausole che indicano cosa l'artista può e non può esporre pubblicamente). Altre lo hanno fatto e per questo ne stanno ancora pagando le conseguenze; hanno scatenato una guerra contro la casa produttrice/discografica eccetera, contro i potenti e magari l'hanno pure persa. Il problema è che non è solo il potente, quello da combattere: sono le masse da egli stesso fomentate anzi, oserei dire forgiate che, in casi come questi, non si chiedono dove sia il giusto e dove l'errore valutando e confrontando diverse situazioni, ma si lasciano imbambolare da tutte le istruzioni che con il tempo hanno preso possesso della loro mente. E' questa la sconfitta più grande: essere respinti dalle persone che dovrebbero capire il punto di vista del disagiato invece lo fanno sentire ancora più escluso e diverso.

Martina Schettino ha detto...

Q1: Un esempio in tal senso, quanto mai attuale, potrebbe essere quello di un soggetto transgender. L'identità di genere fa parte della percezione che ognuno ha di sé (quindi corrisponde all'identificazione interna: sono un uomo esteticamente, ma mi sento una donna e viceversa). La società italiana riconosce soltanto due generi: quello maschile e quello femminile quindi le persone che non si identificano in un caso o nell'altro, non trovano una "terza identità" nella quale riconoscersi e soprattutto nella quale essere riconosciuti. In altri paesi come la Germania e l’India, seppur in modalità molto diverse, sono state introdotte diverse varianti di “terzo genere” per identificare queste persone. Insomma appare chiaro come in questo caso ci si trovi di fronte ad un esempio in cui lo Stato che detta legge, gioca un ruolo fondamentale nel riconoscimento di un'identità.

Martina Schettino

Martina Pochiero ha detto...

Il sesso di appartenenza di un essere umano viene assegnato alla nascita attraverso un atto prima medico e poi giuridico. Ma una persona non nasce identificandosi automaticamente come uomo o come donna. È la cultura di appartenenza a creare determinate aspettative di ruolo e ad imporre un’identità di genere legata al sesso biologico di appartenenza. Esattamente come per l’identità sessuale, l’identità di genere non ha nulla a che fare con la biologia o l’anatomia di una persona. Nella maggioranza dei casi vi è una corrispondenza tra identità di genere e sesso biologico, si parla di persona cisgender. Esistono però anche molti casi in cui identità di genere e sesso biologico non corrispondono, generalmente si identificano queste persone come transgender. Ma l’identità di genere può andare anche oltre al sistema binario uomo/donna, si può parlare in questo caso di third gender o non-binary gender, queste persone potrebbero identificarsi con entrambi i generi o con nessuno dei due. Tra i non-binary genders ad esempio esistono bigender, neutrois, pangender, agender, genderfluid. Quanto sia difficile in questo tema individuare un punto d’incontro tra identificazione interna agli individui e categorizzazione esterna lo si riscontra proprio nel fatto che spesso non è detto che esista un termine per indicare una specifica identità di genere. Le parole sono categorizzazioni esterne che nascono dalla necessità di definire, inquadrare, distinguere. Spesso però costituiscono delle limitazioni. L’Italia ad esempio è purtroppo talmente indietro su questo tema che nella lingua italiana non esistono neanche le traduzioni per indicare molte delle identità di genere riconosciute.
In molti paesi negli ultimi anni sono stati fatti diversi passi avanti per concedere agli individui il diritto a non riconoscersi né come uomini né come donne. Alcune università e imprese stanno modificando la documentazione e le pratiche burocratiche per promuovere l’inclusività di ogni identità di genere. Nei paesi anglosassoni è stato creato l’apposito pronome neutro “ze” che permette di non dover distinguere necessariamente in genere maschile e genere femminile. In Svezia nel 2015 è stato introdotto il pronome neutro “hen”.
Si potrebbe ribattere che si tratta di meri formalismi, ma almeno dei tentativi sono stati fatti.
In Italia ad oggi ancora sono riconosciute solamente due identità di genere, donna/uomo. Una persona transgender è obbligata a mantenere sul documento d’identità il sesso assegnatogli alla nascita. Una persona transessuale a transizione completata, che deve essere comunque autorizzata dal Tribunale, è obbligata al cambio dello stato anagrafico nei documenti. Le altre identità di genere non sono legalmente riconosciute. Si tratta di atteggiamenti discriminatori che generano inevitabilmente una stigmatizzazione sociale, la tendenza a considerare chiunque non rientri nelle categorie prestabilite come diverso o peggio come sbagliato.

Federico Pomponi ha detto...

Dovendo riflettere sul concetto di identità negata, sulla concezione che un individuo ha di se e che viene però disconosciuta e trasfigurata da un ente terzo avente potere, mi sovvengono miriadi di esempi, dal caso più specifico e particolare a quello di carattere globale. Decido di riportare uno tra i più noti, che molto ha indignato l'opinione pubblica: l'Apartheid, politica di segregazione razziale istituita in Sudafrica a seguito della vittoria del Partito Nazionalista, che "disciplinava" il vivere tra bianchi e neri. Questi ultimi, la maggioranza, nonostante si considerassero come i primi, esseri umani a tutti gli effetti, si videro trattati dallo Stato in maniera criminale e discriminatoria: non avevano pari diritti e opportunità in nessun ambito (lavorativo, scolastico ecc.), non potevano frequentare determinati luoghi accessibili solo ai bianchi, né tantomeno intraprendere relazioni sentimentali/sessuali con questi.

Anastasia Di Giuseppe ha detto...


Un’idea di minoranza che mi frulla per la testa è quella degli studenti che scelgono, per la vita, lettere classiche. Io sono Anastasia, una ragazza che insieme a pochi altri marziani,  ha scelto la letteratura classica come pianeta su cui atterrare. Amo quello che faccio e spero di riuscire a trasmetterlo un giorno attraverso l’insegnamento; per gli altri sono una ragazza intelligente sì, ma che ha fatto una scelta sbagliata che le costerà disoccupazione e graduatorie infinite.
“Ah se avessi fatto medicina” dice mia zia, perché siamo nella società del consumismo e della superficialità in cui un mestiere è utile nella misura in cui fai qualcosa di utile per gli altri; e chissene di se stessi. Io invece ciò che faccio, lo faccio per me stessa, ma nessuno lo capisce. Siamo una minoranza rispetto agli studenti di medicina, economia ed ingegneria.

Francesca Acostachioae ha detto...

Q1.
Un esempio, a noi vicino, di identità negata, è lo status della comunità di madrelingua tedesca nella provincia autonoma di Bolzano. Nonostante questa regione faccia parte dello stato italiano dal 1919, le tensioni politico-linguistiche continuano ancora oggi. Una buona parte della popolazione, di madrelingua tedesca, non si riconosce nello stato italiano poiché si considera austriaca o tedesca. Questo ha creato, nel corso del tempo, non poche tensioni tra la popolazione e lo stato, che a più riprese ha concesso varie autonomie senza però permettere di raggiungere l’annessione all’Austria. Possiamo quindi constatare come questa comunità si senta tedesca per origine, lingua e cultura ma che comunque gli sia negata la sua identità perché di fatto facente parte del territorio italiano. In questo caso le differenze relative di potere hanno però alcune sfumature. Grazie alla gestione politica della provincia, da parte del partito autonomista SVP, dal secondo dopoguerra, sono state raggiunge autonomie di tipo politico ed economico che hanno in parte giovato agli animi della comunità tedesca. Non è stato però possibile il raggiungimento della tanto agognata secessione che riconoscerebbe, di fatto, la loro identità.

Francesca Anna-Maria Acostachioae

Marta Tramontana ha detto...

Nella vita di tutti i giorni ci imbattiamo nel problema della comunicazione. In ogni nostro gesto comunichiamo qualcosa, consapevolmente o inconsapevolmente, qualcosa che viene raccolto da chi ci sta intorno, da chi ci osserva, consapevolmente o inconsapevolmente. Sviluppiamo inoltre una percezione di noi stessi che vogliamo trasmettere, ci percepiamo in un determinato modo e diamo per scontato che gli altri ci vedano così, così come siamo convinti di essere.
Questa opposizione tra percezione interna e categorizzazione esterna è stata applicata, nella lezione tenuta dalla dottoressa Lucia De Marchi, al tema dei minori stranieri non accompagnati ed è quindi stata rilevata la sua importanza sociale e politica.
Credo però che una riflessione del genere si possa applicare a moltissimi altri ambiti, ad esempio l’ambito artistico. Molte volte, leggendo le vite di diversi artisti, ci accorgiamo di quanto abbiano sofferto, di quanto non siano stati compresi dalle società loro contemporanee. Pensiamo ad esempio all’artista olandese Van Gogh. I suoi quadri non furono apprezzati come lo sono adesso. L’opinione che la società, artistica in questo caso, aveva di lui gli farà cambiare la percezione di se stesso: nelle ultime lettere al fratello Theo, Vincent Van Gogh scriverà di avvertire la propria inutilità. La percezione di se stesso è cambiata, così come cambierà la sua categorizzazione esterna da perte della società.
Questo è il potere della società, eleggere alcuni eroi, artisti, letterati, e condannare tutti gli altri.

Elisa Raponi ha detto...

Tutti gli stranieri vengono visti con una certa diffidenza indipendentemente da quale parte del mondo provengano. Generalmente, sono più apprezzati gli stranieri che conosciamo bene perché vivono nelle nostre case (come filippini e ucraini), mentre altri (come i cinesi) sono visti come una minaccia per il nostro sistema economico e occupazionale. Tra identificazione interna e categorizzazione esterna c’è sempre un difficile equilibrio politico; ci sono due definizioni di appartenenza: quello che io dico di essere; quello che il resto del mondo dice che sono. Spesso vengono attaccate addosso delle etichette; queste etichette si sommano ma la povertà non passa: povertà intesa come mancanza di libertà. Tutti quei ragazzi che sono irreperibili, le ragazze vittime di tratta non si emancipano dalla loro condizione, sono persone che rimangono oppresse. La vita degli stranieri è spesso ridotta a nuda vita. Lo stato, le istituzioni possono lavorare al punto di produrre individui senza cittadinanza, diritti, libertà. Questa assenza di futuro va letta nella sua area sociale, culturale. Avere futuro vuol dire essere stati abituati a pensarsi dentro a un futuro. L’idea di avere un futuro non è qualcosa che l’uomo ha istintivamente; bisogna essere educati a farlo. Diventa difficile però quando si è visti con gli occhi degli “altri”, un “altro” che tende a proiettare le proprie categorie e dunque a vedere il mondo con i propri occhi (spesso possiamo proprio parlare di "paraocchi"). Mi viene in mente un episodio successo a Verona qualche mese fa a una ragazza di origine ghanese. “Italiani si nasce non si diventa; non accetto stranieri. Italiano è chi nasce da genitori italiani”. Non poteva essere più chiaro l’organizzatore di “Canta Verona” nei confronti di Dora, una quindicenne di colore che aveva chiesto più informazioni sul concorso canoro. Secondo l’organizzatore del concorso la ragazza non poteva essere considerata “italiana di fatto”, per questo motivo è stata scartata a prescindere. A Dora è bastata una semplice foto-profilo per essere rifiutata; è bastata una foto che mostrava il colore della sua pelle; è bastato guardarla con gli occhi dell’altro (quello che io dico di essere Vs quello che il resto del mondo dice che sono).

Elisa Raponi

Martina Coppola ha detto...

Vorrei riportare l'esperienza di una mia cara amica per raccontare un esempio di identità contestata. La mia amica ha combattuto contro un tumore, ho potuto vedere putroppo quanto la malattia sia stata terribile e quanto l'abbia tanto provata fisicamente, eppure lei mi ha sempre detto che la cosa che più la faceva soffrire era come la gente la guardava e la trattava. Nel momento esatto in cui la gente capiva che aveva un tumore, lei smetteva di essere Sofia (nome di fantasia ovviamente) ma diventava la " sfigata" che aveva il cancro ( testuali parole). Non era piu vista la ragazza di prima con i suoi sogni o le sue passioni, no diventava quella che doveva solo essere compatita e basta. Putroppo ho visto con i miei occhi questo atteggiamento nei suoi confronti tante volte. Ora Sofia sta bene, si sta riprendendo piano piano la sua vita, ma a volte mi racconta quanto sia difficile per lei sentirsi "giusta" in una società che cerca solo la "perfezione" fisica.

Martina Coppola

SOFIA RONCHINI ha detto...

Molto spesso quello che una persona vorrebbe essere non coincide con la maniera con la quale gli altri la riconoscono. Generalmente sono coloro che stanno al potere, non necessariamente in senso politico, che hanno la possibilità di stabilire quale debba essere la categorizzazione esterna di una persona. Un esempio che mi viene in mente è quello di una ragazza che ho conosciuto quando andavo a scuola. Lei non faceva parte della mia classe ma nei momenti di pausa a volte ci ritrovavamo a parlare. Le sue origini e quelle della sua famiglia erano cinesi, ma era stata lasciata in Italia con sua nonna, mentre i suoi genitori erano tornati in Cina insieme a suo fratello. Spesso mi raccontava che nonostante non li vedesse da anni, loro ancora continuavano a proibirle di comportarsi in una determinata maniera che definivano troppo occidentale secondo i loro principi: per esempio le negavano la possibilità di andare al mare perché altrimenti la sua pelle si sarebbe abbronzata, e questo non le era consentito. Per lei era una sofferenza dal momento che si identificava come italiana e sentiva di non poter fare le stesse cose dei suoi compagni, purtroppo però la sua famiglia le attribuiva una categorizzazione esterna differente e nonostante la lontananza, riusciva ancora, tramite la nonna, ad esercitare un certo potere decisionale sulla sua vita. In qualche modo era come se la sua identificazione interna venisse continuamente contestata.

Ilenia Scaccia ha detto...

1: Varie sfumature dell’identità contestata e/o negoziata sono presenti nel nostro sistema. Possiamo parlare del terrorismo, basti pensare ai numerosi attentati che al giorno d’oggi avvengono nel mondo. Si pensi all'attentato delle Torri Gemelle l’11-09-2001 o anche all'attentato francese 7 gennaio 2015 o all'attentato in Inghilterra il 15-09-2017. Sono tutti atteggiamenti estremisti islamici che rivendicano la propria identità religiosa che nel corso del tempo è stata contestata. Ma il terrorismo al suo interno ha anche una propria identità: si pone in contrasto con i media, cerca di divulgare le proprie idee con atti estremi e immagini forti per far esaltare i propri ideali. Questo però è causa di una chiusura e di esclusione da parte del mondo intero che cerca incessantemente di reprimere l’identità di una religione.

Alice Dionisi ha detto...

Riguardo la contestazione di un'identità mi viene in mente un episodio che può dimostrare le differenze relative al potere e all'identificazione interna e categorizzazione esterna seppur su piccola scala.
Sono solita andare a vedere gli allenamenti e le partite di calcio a 5 del mio ragazzo che, ancora per poco, gioca nella squadra Under 21 della società. Il loro mister è lo stesso che allena anche i ragazzi juniores, dai 15 anni ai 19. La scorsa settimana è successo che in allenamento il mister abbia deciso di portarsi anche alcuni ragazzi della categoria juniores perchè voleva farli giocare nella partita del fine settimana insieme alla squadra del mio ragazzo. Un po' tutti hanno storto il naso perchè "siamo già abbastanza giocatori non abbiamo bisogno di altri" (frase non nuova e applicabile purtroppo a molte altre situazioni qui in Italia!).
Inoltre, il portiere chiamato dagli juniores si chiama Ayoub, è un po' scuro di pelle e si è messo a litigare con Mirko, il ragazzo più forte dell'under 21, che lo aveva accusato di non essere all'altezza.
Qui si è creato uno scontro con il mister che insisteva per potarsi alcuni di quei ragazzi in partita perchè avrebbero potuto dare un valido aiuto alla squadra, contrastato da il parere dei suoi giocatori perchè "più piccoli e senza abbastanza esperienza" e perchè questa novità avrebbe potuto compromettere la loro posizione in classifica. I ragazzi juniores invece si sentivano -identificazione interna- all'altezza della partita e degli avversari, oltre che dei loro compagni. L'allenatore ha cercato di far valere la sua posizione, ma non essendo una società di alti livelli (e non essendo lui a dover giocare in campo) in realtà si è verificata una spiacevole situazione,, un ammutinamento moderno: Mirko ha inviato un messaggio nel gruppo della squadra dicendo che se Ayoub fosse stato convocato, allora lui non si sarebbe presentato. Molti si dimostrarono essere d'accordo con lui, tanto che alla partita della domenica si sono trovati a giocare per il 90% ragazzi del gruppo juniores. (Inoltre, alla fine, il risultato è stata una bella vittoria per 7-2).
I ragazzi under 21 accusavano il mister di preferire gli juniores, più soliti vincere il campionato rispetto a loro, e di non dare loro abbastanza direttive, concentrandosi più sulla crescita dei ragazzi più piccoli che a detta loro -categorizzazione esterna- non erano comunque all'altezza del loro campionato (oltre, ahimè, anche una piccola dose di razzismo).

Lorenzo Giannetti ha detto...

Questo tema della pluralità delle identità è sicuramente caro a Luigi Pirandello ed emerge sempre nei suoi capolavori. L'esempio più lampante è quello del romanzo "Il fu Mattia Pascal"nel quale il protagonista prende improvvisamente coscienza della molteplicità delle maschere (come le definisce Pirandello) che indossa quotidianamente (vale a dire quella di buon marito, di uomo del paese, di lavoratore ecc.). Inizia a essere oppresso da questa sua situazione immutabile data dalla società che lo contorna e riesce, complice un ritrovamento di un cadavere che identificano come lui, a fuggire liberandosi di tutte le maschere. Dopo varie peripezie giunge a Roma dove si innamora di una donna che vuole sposare. Si rende però conto che così facendo non sta solo riappropriandosi di quelle maschere di cui si era liberato, ma si sta andando anche a scontrare con le istituzioni: per lo Stato infatti lui é morto, non esiste più,e quindi non può di certo sposarsi legalmente con la sua amata. In questo episodio appare evidente e quasi paradossale il contrasto fra ciò che ci si sente e come gli altri (in questo caso la società del paesino prima e lo Stato poi) ti catalogano.E la condizione di Mattia Pascal ben ricalca, con gli ovvi cambiamenti dovuti al quadro sociale e al periodo storico, la situazione di quegli immigrati che scelgono di non essere registrati in Italia sperando di arrivare in altri paesi europei. Naturalmente Mattia alla fine è costretto ad arrendersi alla versione di lui che propone lo Stato e quindi si ritrova ad essere nessuno e così vive il resto della sua vita. Appare chiaro come in questo tipo di rapporti fra singole persone e grandi organizzazioni o entità statali, l'individuo è sopraffatto dall'apparto amministrativo che è gestito e regolato da uomini ma troppo spesso si dimentica proprio delle esigenze di questi ultimi.

Enda Meti ha detto...

Vorrei riportare l'esempio del Burnout, di cui ho sentito parlare l'altro giorno.

Un esempio sugli effetti negativi del ruolo professionale sull'identità dell'individuo è il burnout. Si tratta di un sindrome che porta il professionista a sentirsi privo di motivazioni, emotivamente svuotato, come se non avesse più altro da dare. Le cause possono essere molteplici, ma ciò che qui ci interessa è che gli effetti sulla vita personale dell'individuo per qualcosa che riguarda il proprio ruolo professionale sono devastanti. La demotivazione infatti pervade la vita dell'individuo che non ritrovandosi più nel proprio ruolo fatica ad investire nuove risorse emotive anche nella vita quotidiana.La causa del burnout è il contesto sociale nel quale si opera. Il lavoro (contesto, contenuto, struttura, ecc) modella il modo in cui le persone interagiscono tra di loro e il modo in cui ricoprono la propria mansione. Quando l’ambiente lavorativo non riconosce l’aspetto umano del lavoro, il rischio di burnout aumenta.

Matilde Tramacere ha detto...

L’esempio che vorrei riportare riguarda il mio amico Murad, nome non nuovo nei miei commenti su questo blog. Murad è di origine marocchine, ma vive in Francia da molti anni, totalmente integrato nella cultura occidentale. La famiglia di Murad, è musulmana, devota e profondamente ligia a quelli che sono i dogmi della religione. Il mio amico è, invece, fermamente ateo. Non mi soffermerò sui motivi che lo spingono a definirsi tale, ma basti sapere che si identifica in quanto non credente e che ha spesso avuto modo di ribadirlo ad amici e parenti. Nonostante ciò è costretto da molti anni a praticare la religione musulmana. I suoi genitori non gli hanno mai permesso di non pregare o di mangiare durante le ore di sole nel periodo del ramadan, inorridiscono all’idea di vederlo in relazione con una ragazza non musulmana e nascondono al resto dei parenti che ancora vivono in Marocco la “deviazione” del figlio. Questo atteggiamento parentale ha anche una ripercussione sul modo in cui Murad viene visto dalla comunità in cui vive. Vane sono le sue parole e dichiarazioni, per le persone del posto Murad è musulmano. È di origine marocchina, i suoi genitori sono devoti praticanti, lui non beve e non fuma, quindi deve essere musulmano, anche se lui non si definisce come tale. Non viene accettata la sua identificazione interna (sostenuta da una logica innegabile: non credo in Allah, i gesti che compio mi sono imposti e sono per me senza significato, quindi sono ateo nonostante le apparenze) e gli viene imposta una categorizzazione esterna.

Matilde Tramacere

Francesca Russo ha detto...

Q1. Sono molti gli invisibili. Prendiamo i senzatetto, ad esempio. Persone politicamente trascurate di cui non si hanno dati di alcun tipo. Quel poco che sappiamo è dovuto al duro lavoro di volontari che si occupano di censire i senza dimora restituendoci informazioni che sorprenderanno gran parte di noi, se non tutti. Infatti pochi sanno che i "barboni", di cui si ha l'immagine stereotipata del vecchio con la barba bianca, hanno per la maggior parte un'età media tra i 25 e i 44 anni, molti di loro sono laureati e/o hanno un lavoro, ma non hanno il foglio bianco sul quale disegnare il loro futuro. La causa per la quale si ritrovano per strada è spesso una rottura del loro equilibrio familiare, un divorzio, o la perdita di lavoro, le dipendenze, ma più in generale la mancanza di qualcuno su cui contare. La politica, tra l'altro, non si attiva a dovere per risolvere la situazione e per dare delle certezze a queste persone, che allora risultano invisibili, privati della loro identità, e della loro dignità. Proprio perché sono soli, non hanno scudi contro la macchina del potere che li calpesta come gomme da masticare, e -nonostante quasi tutti loro abbiano intenzione di emergere- non dà loro gli strumenti per superare quello scalino ed entrare a far parte della società, generando un gap, che si rivela piuttosto grave, poiché viene perso definitivamente il controllo su persone che lavorano a nero, spacciano, o finiscono in brutti giri come la tratta, o la Mafia. Questo è strettamente collegato con ciò di cui ci ha parlato la dottoressa De Marchi, perché le dinamiche sono piuttosto simili, e i senzatetto sono italiani ma anche immigrati.

Francesco Santini ha detto...

Fino a qualche anno fa in Italia chi portava i tatuaggi era considerato un criminale o un drogato, ma ultimamente questa convinzione si sta rivalutando e sta iniziando a rientrare nei canoni di “ normalità “ Italiani.
Ho diversi amici che sono tatuati e sono bravissime persone al contrario di ciò che pensano le persone che li guardano. Un mio amico laureato e che sa correttamente tre lingue un giorno mi ha raccontato di una vicenda che gli è accaduta: dopo aver sostenuto un colloquio di lavoro in modo decisamente positivo , si è visto svanire tale opportunità lavorativa solo perché era eccessivamente tatuato. Sfortunatamente ancora oggi ed in determinate situazioni coloro che hanno dei tatuaggi non vengono considerati e riconosciuti come persone valide e quindi chi ha il potere in questo caso di assumere o meno decide di categorizzare quella persona come non idonea a svolgere quel tipo di lavoro perché tatuata

Francesco Santini

Chiara Dell'Erba ha detto...

Purtroppo non sono pochi gli esempi di una differenza estremamente profonda che può sorgere tra come un gruppo identifica se stesso e come invece viene categorizzato, solitamente dal potere. Questa differenza ha avuto esiti terribili nel corso della storia. Un esempio fra tutti: gli ebrei durante la dittatura nazista. Non erano più categorizzati dal potere come uomini e come tali aventi diritti, ma erano alla stregua di insetti (venivano definiti pidocchi). Ovviamente questo non riconoscimento da parte dei nazisti della natura umana degli ebrei ha avuto delle ripercussioni sul piano politico: in un primo momento i diritti politici e civili gli sono stati revocati, infine anche il diritto alla vita gli è stato tolto con la soluzione finale. Purtroppo come vediamo nel caso dei minori non accompagnati, ma anche in quello degli omosessuali, e molti altri, l'equilibrio tra identificazione interna e categorizzazione esterna non si è ancora realizzato e sembra anche che sia molto lavoro ancora da fare.
Chiara Dell' Erba

Flavia Romagnoli ha detto...

Affrontando tale fenomeno, purtroppo mi sento di riportare l'esempio dello status degli omosessuali oggi in Italia, che non sono ancora considerati normali. Dico "purtroppo" poiché essendo direttamente interessata, mi ritrovo giornalmente di fronte a scene e situazioni di continuo disagio: c'è sempre quel genitore che copre gli occhi al figlioletto quando passa una coppia di omosessuali per mano, c'è sempre il ragazzetto pieno di sé che con la sua "crew" va a picchiare il coetaneo gay per il solo motivo di avere l'orientamento sessuale opposto al suo, c'è sempre il religioso che considera l'omosessuale eretico perché sulla Bibbia non esiste il tale concetto, c'è sempre il politico di destra che vota contro l'adozione di un bambino da parte di una coppia gay perché non potranno mai essere considerati genitori. In generale gli omosessuali sono considerati quindi anormali, solo perché la coppia formata da due individui di sesso opposto è considerata normale: ma chi ha deciso qual è la normalità? Chi ha deciso cosa è normale? Il "normale" che intende l'uomo di oggi è solamente una costruzione culturale creatasi nel corso della storia. Anche se l'omosessuale è ed ha il diritto di sentirsi uguale a tutto il resto degli individui che vivono sulla Terra, purtroppo ancora oggi esiste questo divario con la categoria degli eterosessuali, di gran lunga più numerosa, che proprio per questo considera l'omosessuale ad uno stato inferiore.

FLAVIA ROMAGNOLI

giulia morè ha detto...

I MSNA costituiscono un chiaro esempio del conflitto che ognuno di noi si trova a vivere, ossia quello dell'identità percepita dal singolo, e che vuole affermare, e quella che ci viene attribuita dalle persone che ci circondano.
Spesso l'attribuzione di etichette tra gli esseri umani è legata a un dislivello nell'attribuzione dei poteri.
La condizione degli MSNA mi ha rievocato quella del popolo messicano nel libro "The Tortilla Curtain". Qui vengono descritte le vite di due messicani che fuggono dal loro Paese alla ricerca di migliori condizioni di vita ma che, una volta giunti negli Stati Uniti, vedono questo loro sogno sfumare davanti ai loro occhi.
Ciò che più mi ha colpito nel corso della lettura è stata la percezione e il giudizio negativo che gli statunitensi avevano nei confronti di questi messicani, che loro tendevano a considerare più "bestie" che esseri umani, spesso negando anche loro quelli che nei Paesi democratici sono ritenuti diritti inalienabili degli individui.
Giulia Moré

Giulia Cursi ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Elettra De Giuli ha detto...

Un esempio che, personalmente, ritengo rispondente alla contrapposizione tra “identificazione interna” e “categorizzazione esterna” riguarda lo scrittore: questi, di fatto, si identifica internamente come tale poiché – a prescindere dalla pubblicazione o meno della sua opera – è consapevole di averla realizzata, ma è categorizzato esternamente e, quindi, socialmente riconosciuto in questa veste, solo nel momento in cui l’opera viene pubblicata, diventando “merce” fruibile per i lettori. Nel riconoscimento o respingimento di questa identità, l’editore ha un ruolo cruciale: a lui spetta, infatti, la selezione delle opere (e, quindi, dello scrittore); il miglioramento dell’opera mediante l’editing; la produzione dell’oggetto libro attraverso una serie di operazioni tecniche; l’acquisizione del codice ISBN al fine di trasformare il libro stampato in commercializzabile; l’assolvimento degli obblighi fiscali e, infine, la distribuzione e la promozione del prodotto. È ovvio che, internamente, lo scrittore conservi il potere di autoproclamarsi tale ma, esternamente, il suo status è soggetto al giocoforza dell’editore e, solo tramite la sua mediazione, diventa incontestabile, in quanto l'autore inizia ad esistere, manifestamente, come "autore di...".

Elettra De Giuli

Giulia Cursi ha detto...

Q1: Purtroppo viviamo in una società in cui ogni giorno qualcuno vede la propria identità negata. Ho un collega e caro amico omosessuale, il quale è costretto a dover fingere una relazione con una sua amica per non essere giudicato male nell'ambito lavorativo. Nato in una famiglia cristiana, vecchio stampo e bigotta, per lui è stato sempre impossibile poter esprimere la sua vera identità, e si è portato dietro questo peso per anni; tanto che tutt'oggi ha riserbo a parlane in quanto viene visto da molti come diverso. Quante volte infatti sento dire in modo superficiale "noi normali... ma voi.." senza pensare che questo in qualche modo li categorizza come diversi, anormali. Questo è senza dubbio un retaggio che la nostra società ci ha lasciato dopo secoli in cui la visione religiosa ha fin troppo influenzato la società! In Italia solo nel 2016 sono state finalmente riconosciute le unioni civili gay dopo trent’anni di discussioni ( la prima proposta di legge risale alla fine degli anni 80). Ma una legge non basta. L’omofobia, cioè il sentimento di chi prova paura o disgusto verso gli omosessuali o i suoi sentimenti, è ancora presente nella società e nella cultura italiana e non permette a questi individui di vivere la propria identità serenamente. Il peso del giudizio altrui ha avuto, e continuerà ad avere, un peso enorme sulla nostra considerazione personale, riuscendo persino a farci sentire dei reietti della società.

Francesco Pieri ha detto...

Tempo fa ho visto un video su YouTube che mi ha ricordato una situazione simile a quella degli MSNA, ovvero i minori stranieri non accompagnati, nell’ambito identificazione interna - categorizzazione esterna.
Era un video promosso dall’associazione Jump, formato da persone LGBT con disabilità. Uno di questi video comincia con “Giuseppe, strabico, disabile, gay… tutti voi penserete ‘Che vita di merda!’ e invece no”. La particolarità di questa associazione è quella di voler rivendicare l’esistenza di una minoranza nella minoranza: quella dei gay disabili, emarginati ancora di più rispetto ai semplici gay o ai disabili etero data la combinazione di entrambe le caratteristiche, ancora considerate negativamente nella nostra società. I membri di questa associazione si battono contro stereotipi che considerano i disabili come degli “angeli” che devono essere trattati con buonismo o come dei “bambini” che non provano attrazione sessuale.
Giuseppe, nel video, rivendica il proprio bisogno e desiderio di fare sesso, a dispetto di chi pensa che anche i disabili non possano “scopare”. A partire dagli anni ’70 si è affermata l’idea del sesso come attività ludica e liberatoria, trasgressiva e spontanea allo stesso tempo: tutti oggi leggono di organi genitali o zone erogene sulle pagine dei settimanali, e si va regolarmente dal sessuologo. Eppure il discorso sul sesso ha colpito tutti tranne i gay e i disabili: in entrambi i casi non se ne parla, figuriamoci se una persona, sia disabile che gay, sia disposta a parlare di una scena sesso senza essere considerata oscena. In questo senso, chi rientra nei canoni stabiliti dalla società respinge quest’idea di “normalità” verso chi per loro non è normale, come se alcuni bisogni, come quello di scopare, fosse un privilegio che spetta solo ai puri, ai pochi privilegiati. Questa distanza tra il pensiero comune della società e la realtà effettiva di queste persone porta ad una visione distorta della realtà. Per questo i membri di Jump si battono, per diffondere l’idea che i disabili sono persone con comuni bisogni, anche quelli sessuali, e che proprio per questo pretendono di essere trattati come tutti gli altri, né come angeli né come bambini.

Francesco Pieri

Francesco Minni ha detto...

Un esempio di identità negata è sicuramente il Kurdistan. Il Kurdistan è una regione che dall’est della Turchia arriva fino in Iran, passando per la Siria e l’Iraq.
Il popolo dei curdi è sempre stato un popolo diviso e perseguitato in ognuno dei quattro stati dove è vissuto.
Una certa autonomia è stata raggiunta nel Nord della Siria e in Iraq.
Anche in Turchia si stanno facendo passi avanti, riconoscendo l’uso della lingua. L’unico paese che non riconosce neppure l’esistenza di questa etnia è l’Iran.
In Iran la lingua, la cultura e l'identità curda sono state negate e perseguitate da agenti autoritari ed etno-centrici.
Possiamo notare quanto sia ampia la forbice tra l'identificazione interna (i curdi sono orientati a ottenere riconoscimento politico, libertà culturale, di conduzione amministrativa e di governo) e categorizzazione esterna (in Iran vige l'obbligo di adattarsi alla cultura dominante).

FRANCESCO MINNI

GIULIA VINCIGUERRA ha detto...

Un esempio di gap tra l'identità percepita dal singolo e come questo viene invece categorizzato , sia dalle altre persone che a livello politico, è incarnato perfettamente in una ragazza, Insaf, invitata a discutere della sua situazione da Tiziana Panella nel programma Tagadà.
Durante la discussione sullo IUS SOLI, la giovane racconta di sé: vent'anni, di origine tunisina ma residente in Italia da quando aveva 9mesi, parla perfettamente italiano ed è a completa conoscenza della nostra cultura, per cui ordinariamente forgiata secondo i nostri costrutti culturali. Studia scienze politiche all'università di Bologna ed è molto impegnata socialmente. Suo padre ha la cittadinanza italiana da un anno e mezzo, dopo anni di lotte burocratiche, ma lei non è riuscita a diventare cittadina italiana, perchè secondo l'attuale legge che disciplina l'acquisizione della cittadinanza, un genitore può trasmettere la cittadinanza ad un figlio se minorenne. Insaf era maggiorenne da 20 giorni quando il padre la ottenne. Dunque, lei e la madre sono per lo stato totalmente straniere: questo, specialmente in Insaf, provoca molto disagio e rabbia per l'impossibilità di essere riconosciuta politicamente come lei si percepisce dentro. In più, si aggiunge l'aspetto riguardante i diritti del cittadino, come quello da lei stessa citato del voto: pur avendo questa passione per la politica, lei non può esercitare il tanto ambito diritto di voto che tutti noi italiani acquisiamo a 18 anni.
La storia di Insaf mi ha particolarmente colpita già dalla prima volta che l'ho sentita, ma aver avuto l'occasione di parlarne per esporre il tema dal punto di vista antropologico è stato ancora più costruttivo.

Giulia Vinciguerra
0243980

Ilaria Campaniello ha detto...

A mio avviso, un caso molto rappresentativo di questo profondo abisso che, talvolta, si configura fra la percezione del sè, in termini di singolo o di comunità, e di come questo sè venga, di fatto, canalizzato in realtà profondamente diverse,dall'altro, va concretizzandosi nel movimento kemalista che represse gli Armeni nel dopoguerra.
In seguito al massacro ad opera dei Turchi, nel corso della prima guerra mondiale, gli Armeni svilupparono un forte sentimento nazionalista, che mirava alla formazione di uno Stato indipendente.
Tuttavia, tale disegno, fu ben presto cancellato dall'esercito della nuova Turchia, capeggiata da Kemal Ataturk. Infatti, il movimento kemalista, che aveva come obiettivo lo sviluppo capitalisico nazionale, oppresse violentemente quei pericolosi concorrenti della nascente borghesia turca quali erano gli Armeni.
Questi ultimi, riuscirono, in parte a fuggire agli eccidi, il resto preferì l'esilio.

Chiara Grossi ha detto...

Chiara Grossi: grazie allo studio della Lis e al rapporto che ogni giorno di più sto istaurando con il gruppo di persone che gravitano intorno all'Ens di Frosinone, per me è quasi immediato il collegamento alla Cominità Sorda.
Le persone sorde hanno una propria lingua, che ne costituisce il fondamento identitario. Essi riconoscono la propria disabiltà, nè in alcun modo vogliono impedire l'utilizzo del metodo oralista, che costituisce la via di accesso primaria alla comunicazione con gli udenti.
Quello che i sordi reclamano a "gran voce" (ecco il primo stereotipo da sfatare, i sordi non sono muti, anzi fanno un gran casino!!!!!) è il riconoscimento della propria identità culturale. La lingua dei segni è una lingua naturale, ha una sua grammatica, una sua sintassi, una sua morfologia e una sua produzione: numerosi sono gli esempi di teatro o di poesia in lis. I sordi chiedono il riconoscimento della propria identità di cittadini bilingue, appartenenti ad una minoranza linguistica, seppur non territorialmente stanziata. Essi si vedono Sordi e poi Italiani, o meglio Sordi-Italiani, mentre la stragrande maggioranza della comunità udente non ne conosce nemmeno questa identità, ignora che la Lis sia una lingua naturale (esistono studi all'univerità Ca'Foscari, sembrerebbe che le lingua visive si siano sviluppate, tra i nostri progenitori, ancor prima delle lingua vocali).
Solitamente si affronta il problema della sordità o con distacco ("tanto non mi capisce, che gli dico")o con pietà("poverino, è sordo").
Eppure la vita reale non funziona così...ascoltando la conferenza della Dottoressa de Marchi sui MSNA, ho subito pensato a tutti quei bambini che nascono sordi o acquisiscono la sordità in fase pre-linguistica e che nascono in famiglie udenti.
Non sto parlando di situazioni sporadiche, ma di circa il 95% dei casi.
Quale dramma possa significare per un genitore avere un figlio con il quale non si può relazionare, con il quale non possiede una lingua in comune, sentire di non poterlo raggiungere in nessun modo, perchè quel figlio non utilizzerà mai lo stesso canale comunicativo che utilizziamo noi, o se lo farà sarà sempre un'acquisizione successiva e comunque artificiale. Approvare la lingua dei segni significa potenziare per questi bambini l'accesso alla conoscenza di una lingua per loro naturale e quindi favorirne la successiva acquisizione della lingua vocale. La maggior parte dei Linguisti Italiani appoggia convintamente l'uso della Lis per questi bambini, permettendo così loro di acquisire una competenza nell'apprendimento del linguaggio, che poi sarà di fondamentale importanza per l'acquisizione della lingua orale, grazie ad un mirato intervento logopedico. Il linguaggio è infatti indipendente dalla modalità utilizzata per veicolarlo, tant'è che studi neurologici dimostrano che nella comunicazione visivo-gestuale propria delle lingue dei segni si attivano le stesse aree del cervello che usiamo per la ricezione degli stimoli uditivi complessi, propri della lingua vocale. Soltanto garantendo un tipo di educazione pienamente bilingue possiamo garantire a questi bambini il pieno sviluppo delle proprie capacità cognitive e sociali.

Carolina Cristino ha detto...

vorrei riportare l'esempio di una storia che ho letto casualmente qualche tempo fa sul giornale. Durante una visita a Tirana, papa Francesco ha incontrato Don Ernest Simoni, un parroco albanese che aveva vissuto la persecuzione del regime di Enver Hoxha, che aveva proclamato l’Albania il «primo Stato ateo al mondo». Egli aveva studiato in un collegio di francescani e quando i suoi superiori erano stati uccisi, era stato costretto a completare in segreto gli studi di teologia. Quando l'Albania si allontanò dall'Unione sovietica e passò sotto l'influenza cinese ebbe inizio una nuova fase di persecuzione: fu arrestato e condannato ai lavori forzati. Continuò a celebrare l'eucarestia sostituendo il vino con chicchi d'uva e cuocendo l'ostia con legna, che metteva da parte o con fornellini usati durante il lavoro. Don Ernest si riconosceva come cattolico, come sacerdote, tuttavia, il regime non gli permetteva di essere se stesso, contestava la sua identità. Categorizzato come un dissidente era stato arrestato e condannato ai lavori forzati.

Giulia Testani ha detto...

La maggior parte delle volte quello che si è non coincide con quello che gli altri vedono in noi.
Ci tengo particolarmente a riportare questi due esempi: il primo riguarda il poeta, drammaturgo e prosista spagnolo Federico Garcia Lorca. Apprezzato e conosciuto per la sua destrezza anche in altri tipi di arte.
Attualmente è il poeta spagnolo più letto di tutti i tempi. Sì, attualmente. All'epoca a causa della sua dichiarata omosessualità e legame con diversi artisti come Salvador Dalì fu soggetto a dure e ferocissime critiche da parte della società a lui contemporanea. Lorca morirà nel 1936 allo scoppio della guerra civile spagnola perché omosessuale.
Pendeva su di lui un "mandato di morte" da parte dei franchisti che non potevano accettare il suo essere.
Una dura condanna si abbattè su di lui. Una spessa etichetta lo classificò. Solo la morte gliela potete "togliere".
Il suo corpo, ad oggi, non è stato rinvenuto e si pensa che si trovi nei vasti uliveti di Granada.
L'altro esempio forte che riporto è un fatto accaduto pochi giorni fa che però trae le sue origini dal passato.
Premetto che non seguo assiduamente il calcio ma mi piace, ho la mia squadra del cuore, quando è corretto, pulito insomma con fair play.
Alcuni tifosi ( a mio avviso non possono definirsi tali) di una delle due squadre della capitale hanno attaccato nella curva opposta, allo stadio, delle foto raffiguranti Anna Frank simbolo dell'olocausto con indosso la maglia dell'altra squadra.
Presunto insulto che avrebbe dovuto ferire la squadra chiamata in causa. Dietro il volto di questa giovane ragazza c'è il passato, un passato che non può e non deve essere dimenticato per continuare a costruire un futuro migliore.
Queste persone si erano identificate internamente ( io/ noi sono/ siamo) e categorizzato esternamente Anna Frank quindi la sua comunità e l'altra squadra ( tu/ voi sei/ siete).

GIULIA TESTANI

simone magi ha detto...

Non può che venirmi in mente come esempio la difficoltà di esprimere liberamente la propria identità da parte degli omosessuali. Ne ho 3 amici, che se è pur vero che rispetto a 10-15 anni fa appaiono più spontanei - almeno nella cerchia dei conoscenti - a livello sociale rimangono "nascosti" o quanto meno non manifestano esplicitamente la loro tendenza (anche se forse dipende dalla piccolezza della mia città, per numero di abitanti e di mentalità consenziente). Questo solo per dire che non conosco le grandi città dove gli omosessuali evidentemente sono e/o si sentono più liberi di mostrare liberamente le proprie scelte e i propri affetti). In ogni modo ritengo che nella nostra "cultura italiana" la dimensione di appartenenza omosessuale ancora non si senta pienamente libera di rivendicare i propri diritti, eppure non parrebbe qualcosa di strano vista l'interpretazione di altri Paesi; dunque inultima analisi ci deve essere evidentemente un riconoscimento politico persino della propria identità personale. Su un piano antropologico l'omossessualità è come se eliminasse la differenza, ingenerando diciamo confusione, alterazione di categorie eterne uomo-donna, forse per questo storicamente e, almeno fino all'inizio degli anni '70,essa era visto come malattia. Ma soprattutto l'omosessuale non contribuisce alla crescita demografica, importante non solo per i paesi in via di sviluppo ma per la società in generale, quindi in quanto cittadino l'uomo (e la donna) è/sarebbe tenuto, tramite il matrimonio e dunque i figli legittimi, a mantenere l'assetto sociale e a perpetrare le generazioni. Infine parrebbe che la propria identità comincia a delinearsi in seno a quella stessa famiglia, identificandosi innanzitutto nel ruolo figlio o figlia in emulazione al genitore.
Queste le ragioni che frenano ancora molti Paesi dall'accettarli, quell' annichilimento dell'istituo famiglia, che altera il diritto positivo e che dall'altra parte invoca rivendicazioni sociali liberali.
E' a seconda della "cultura del Paese" che si ha il paradigma della giusta identità, il suo ruolo è socialmente costruito; e se da una parte le identità non sono ontologicamente fisse e dunque possiamo rifsafre noi stessi (Focault), è altrettanto vero che il maschio (soprattutto, e la femmina) è una costruzione culturale che se non si allinea a tali suoi dettami-parametri può ingenerare nell'uomo uno stato confusione, di nevrosi, in quanto la sua costruzione è disallineata e messa in discussione (Vereni).
Oggi si sta diffondendo una tendenza liberale alla audodeterminazione della identità sessuale, ma in molte culture nazionalei rimane per scelta politica quella ostilità, pur non razionalmentedeterminata.
In Russia, che è un Paese figlio di grande cultura e, teoricamente oggigiorno civile, forte è la discriminazine tanto che recentemente sono state promiulgate normative contro manifestazioni gay e diffusione di informazioni in proposito, che comportano arresti e, in seconda battuta, gratuite violenze. In alcuni paesi africani la situazione è ben peggiore, le condanne di pratiche o propagande omosessuali possono essere importanti, mentre in molti Paesi europei e delgi USA c'è un generale assenso se non un incoraggiamento. Quindi è la differenza di potere che determina la identità, quantomeno quella lecita e praticabile, quella che etichetta giuridicamente ed eticamente quel che è giusto o esecrabile. Non ci può essere equilibrio, ma accettazione totale per garantire l'affermarsi di una individualità, altrimenti la si nega. E se persino dalla roma cristiana il papa attuale è più aperto del predecessore, non si può pretendere altrettanto da un paese musulmano.

Simone Magi

Antonio Mendicino ha detto...

Le dinamiche politiche in Kosovo ci offrono uno spunto per il problema dell'identità. Vi è un conflitto tra come si identificano gli abitanti della regione, cioè come kosovari, e come vengono identificati dal governo serbo, cioè facenti parte a tutti gli effetti dell'identità nazionale serba. Tra le due parti non vi era equilibrio politico, il governo serbo era in evidente posizione di forza. D'altra parte il Kosovo pur non essendo mai stato indipendente (anche durante il periodo jugoslavo non era una delle repubbliche socialiste, ma provincia autonoma della Serbia) poteva contare su una lunga storia di autonomia e su differenze di tipo etnico, religioso e linguistico (albanesi musulmani) rispetto ai serbi. Il riconoscimento della propria identità è frutto di una dura battaglia politica, ed è stata possibile anche grazie al riconoscimento da altri Stati e dal supporto dell'ONU, che hanno riequilibrato il gioco politico tra le parti. Una battaglia ancora non conclusa visto che la Serbia non riconosce il nuovo Stato

federica faggiani ha detto...

L’esempio di identità contestata/negoziata che vorrei portare è quello della scrittrice Mary Ann Evans. Si tratta di una scrittrice inglese di epoca vittoriana, un’epoca in cui la donna era vista come un angelo del focolare domestico, in cui tutti i poteri erano in mano all’uomo. Mary Ann Evans vive in una famiglia estremamente religiosa che non incoraggia all’iniziativa e insegna alla figlia a rispettare gli ordini gerarchici, in particolare tra uomo e donna. Essa però sin da piccola si rivela molto diversa rispetto alle altre ragazze, interessandosi soprattutto alla formazione di una propria cultura, in quanto lo studio era visto da lei come un modo per acquisire strumenti che le consentivano di essere intellettualmente libera. Insomma, in un contesto in cui la donna non deve far altro che occuparsi della famiglia, Mary Ann Evans capisce che fare la donna di casa non è la sua missione ed inizia a studiare la Bibbia evidenziandone quelli che giudica errori di traduzione o incongruenze. La scrittrice però è continuamente costretta a fare i conti con un ambiente fortemente religioso, in particolar modo deve scontrarsi con il padre, il quale non accettava che la figlia potesse contestare le incongruenze che trovava nella Bibbia. Cosi Mary Ann sarà costretta a vivere in una sorta di conformismo, accettando quelle che erano le idee del padre. Dopo la morte del padre, nel momento in cui si avvicina alla scrittura, è costretta ad adottare lo pseudonimo maschile di George Eliot, in quanto le donne che all’epoca volevano scrivere dovevano rispettare le convenzioni sociali e religiose, cosa che lei non intendeva assolutamente fare, volendo dare ai suoi testi un’impronta critica.
Vediamo come qui non sia accettata la categorizzazione interna di Mary Ann Evans che si riconosceva come una donna con delle proprie idee e che non intendeva aderire alle convenzioni sociali; e vediamo come le sia stata una categorizzazione esterna del ruolo di donna, alla quale la scrittrice ha tentato di sfuggire adottando uno pseudonimo maschile.

Noemi Grant ha detto...

Q.1:
Il mio esempio di identità contestata sarà un piccolo aneddoto successo a Sofia, mia amica d'infanzia, la quale all'età di 15 anni le è stato diagnosticato un diabete tipo1 con insulino dipendenza. Ci trovavamo a passeggiare per le vie del centro storico e Sofia riconosce che qualcosa non va, decide allora di misurarsi la glicemia ed effettivamente era molto alta. Sofia cammina sempre con le penne d'insulina dentro la borsa e necessitava quindi di farsi qualche unità per far scendere la glicemia. Entriamo in un bar e chiediamo se possiamo usufruire del bagno, ma il cameriere ci dice che dovevamo consumare per poter usare il bagno (e non una semplice bottiglietta d'acqua o un caffè, per intenderci). Ovviamente con una glicemia molto alta l'unica cosa che è vietatissima è giusto appunto mangiare!! Sofia non aveva spiegato al cameriere la sua necessità perché non voleva che si provasse pena per lei e per la condizione di "giovane malata", quindi indignata per la risposta ricevuta esce dal locale senza nemmeno sentire che le avevo detto che avrei consumato io qualcosa al posto suo così poteva farsi l'insulina in bagno. Sofia si siede allora in una panchina e mi dice: “Non capisco perché devo nascondermi. La farò qui l'iniezione. Dicono che il diabete fa parte di me ormai, vabene allora!”. Ci tengo a specificare che le iniezioni di insulina le faceva nella pancia, con un piccolo aghetto che sarà stato un 6 millimetri, quindi non doveva denudarsi o mostrare chissà cosa. Mentre io le reggevo la borsa e giubbotto e Sofia stava facendo l'iniezione passa davanti a noi una donna sui 50-60 anni che esclama “Drogata!! Vergognati!!”. Sofia ci restò talmente male per quella frase che come prima reazione si paralizzò, non riuscì nemmeno a rispondere alla signora, come seconda cosa decise di tornare quanto prima a casa (seppur camminare un altro poco le avrebbe solo fatto bene e avrebbe aiutato a far scendere la glicemia). Sofia non ha scelto di essere diabetica, c'è diventata e ha subito accettato questa sua nuova condizione. Ma quel termine “drogata” le ha fatto ancora più male del sentirsi dire “malata”, perché ci siam resi conto entrambe che il vedere una ragazza che si fa un'iniezione su una panchina sia un'azione etichettata da più come un “drogata!”. In quei pochi secondi Sofia ha perso la sua identità di “diabetica” e ne ha acquisita una nuova. Additata in quell'occasione come tossico-dipendente, Sofia per la prima volta ha capito che quell'episodio sarebbe stato solo il primo di una lunga serie di pre-giudizi, nomignoli ed esclusioni da parte di “quei più” che non sanno, non conoscono e sentenziano gratuitamente.

Noemi Grant (magistrale LeFiLing)

Vanessa Sabellico ha detto...
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Vanessa Sabellico ha detto...
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Vanessa Sabellico ha detto...

Sabellico Vanessa
Un difficile equilibrio politico può essere prodotto dalla categorizzazione esterna del tossicodipendente:qual’ è lo stereotipo che caratterizza questa identità contestata?Lo stigma che ha colpito per tantissimi anni chi aveva dipendenza da sostanze o da comportamenti patologici è quello che li vedeva come viziosi, piuttosto che come malati. Quindi persone che continuavano perché lo volevano e non a causa, appunto, di una dipendenza patologica. A questo pregiudizio si somma oggi quello che vede i tossicodipendenti come “gente pericolosa” (come l'altro lo definisce), che fa reati e che può anche uccidere per prendere la dose giornaliera. Le persone che usano o che hanno usato sostanze stupefacenti illegali possono affrontare discriminazioni nell'ambito dell'occupazione, del welfare, dell'alloggio, della custodia dei figli e del turismo oltre che alla detenzione, alla perdita dei beni e in alcuni casi estremi anche alla tortura e alla pena di morte. Tali discriminazioni producono differenze di potere in relazione ad un soggetto “pulito”(come si autodefinisce).Spesso categorizzati in maniera pregiudiziale come devianti e disadattati, la maggior parte degli utilizzatori di tali sostanze non rimangono membri ben equilibrati e produttivi della società.I divieti sull'uso di droghe possono essere in parte motivati anche dal razzismo e da altre forme di pregiudizio contro le minoranze; chiare disparità razziali sono state riscontrate nell'applicazione e nel perseguimento delle leggi sulle droghe. La discriminazione dovuta all'uso illegale di droga è la tipologia maggiormente diffusa tra gli afroamericani e i latinos; questo in uno studio condotto nel 2003 condotto sull'uso di sostanze tra le minoranze a New York, fino a triplicare la discriminazione basata sul gruppo etnico.Un relazione emessa dalla "Global Commission on Drug Policy" critica fortemente la "guerra mondiale" condotta contro la droga:"Gli approcci politici di criminalizzazione in materia di droga stanno gravemente sconvolgendo i diritti umani in tutte le regioni del mondo; essi portano all'erosione delle libertà civili e dei criteri stessi della giustizia, con conseguente stigmatizzazione d'individui e di gruppi - in articolare giovani, donne e minoranze etniche - e l'imposizione di punizioni abusive e disumane".Il respingimento d’identità del soggetto tossicodipendente è dato dalle discriminazioni politiche in settori quali l'istruzione pubblica, l'occupazione, l'alloggio, la custoria dei figli e il trapianto di organi .Quello di rendere una persona "differente" è il processo attraverso il quale un individuo o un gruppo viene posto al di fuori della "norma" da un soggetto che s’identifica internamente al sistema (nel nostro caso come non drogato) , ossia ai margini della società costituita; è un sistema di discriminazione per cui le caratteristiche di un gruppo sono utilizzate per distinguerle come separate dalla norma.

Giulia Sellati ha detto...

Voglio parlare del mio ballerino e migliore amico, gay. La sua è una storia di lotta per affermare la propria identità in una società che vede sventolate le bandiere del progresso da bigotti tradizionalisti.
Francesco è stato adottato da piccolo da una famiglia cristiana molto attaccata ai precetti religiosi. La sua vita è stata segnata da domeniche a messa, letture durante il catechismo e convivenze, o ritiri spirituali con la parrocchia. Vive in un ambiente nel quale sente continuamente sottolineare la distinzione tra gay ed eterosessuali come una distinzione tra "malati" e "sani". Francesco conserva gelosamente il suo segreto e vive due realtà, quella della finzione, che è l'ambiente familiare e della parrocchia, e quella in cui può manifestare la sua vera identità, che è per lui il momento in cui siamo insieme o siamo tra amici.
Francesco vive così la sua sessualità, tra mura di timore e sprazzi di serenità.
Ho visto Francesco affrontare relazioni presentando il suo ragazzo come un mio amico, o mettervi fine perché si era arrivati al momento di fare un passo in più, quello verso l'ufficializzazione della storia. Se è vero che in Italia dal 2016 sono state riconosciute le unioni civili gay, non è altrettanto vero che questo basta a superare l'omofobia, che è profondamente radicata in molti e non permette a persone come Francesco di vivere la propria identità serenamente. Sono gli sguardi della gente, i giudizi degli altri, a impedire la realizzazione piena dell'identità di Francesco, che dovrà vivere la sua esistenza diviso tra le sue due realtà.

Giorgia Papasidero ha detto...

GIORGIA PAPASIDERO BENI CULTURALI

Q1. I MSNA ci ricordano che la nostra esistenza si gioca sul difficile equilibrio tra quel che vogliamo noi dichiarare di essere, e quel che invece ci viene riconosciuta come identità. Tra identificazione interna (io/noi sono/siamo X) e categorizzazione esterna (tu/voi sei/siete Y) c'è sempre un difficile equilibrio politico. Portate un esempio di identità contestata/negoziata e cercate di dimostrare in che modo le differenze relative di potere (tra chi si identifica e chi categorizza) possono giocare un ruolo centrale nel riconoscimento/respingimento di un'identità.

Quel che vogliamo noi dichiarare di essere e quel che invece ci viene riconosciuta come identità è un argomento molto delicato.
Per spiegare questo sentimento vorrei riportare l'esempio di una mia amica.
Lei (la chiameremo Anna) nacque 30 anni fa in una paesino della Sicilia.
Quando nacque non era ancora una lei, ma aveva già dei lineamenti delicati e un aspetto esile. Crescendo non riusciva a star bene con i suoi amici, si sentiva diverso, si sentiva diversa. Da bambini però si sa che certe cose non son csì evidenti. Arrivarono però le medie. Il suo corpo cambiava e lui non si accettava, non era il suo corpo, si sentiva perso. Era un ragazzino.
Un giorno tentò il suicidio ma non sapeva perchè.
Poi capì, non era il suo corpo e iniziò il suo lungo cammino di trasformazione.
Nel periodo della trasfrmazione nella sua carta d'identità ancora c'era il nome da uomo sebbene fosse già quasi a tutti gli effetti donna. Giorno dopo giorno subina gravi umiliazioni anche per quel maledetto documento. Anna voleva solo essere Anna. Ma non veniva riconosciuta come Anna.

Filippo Scafoletti ha detto...

Scafoletti Filippo Maria

Pensando ad un esempio di identità contestata mi viene in mente un caso storico molto noto e di importanza cruciale: le persecuzioni dei Cristiani da parte dell'Impero romano. Le persecuzioni che ci furono sono una caso lampante di come il potere, in questo caso dell'Impero, possa portare all'intolleranza nei confronti di un qualcosa di diverso. La religione cristiana fu portata ad essere un vero e proprio crimine nei confronti dello Stato e i praticanti furono condannati. Si pensi al noto caso dell'incendio di Roma del 64, in cui Nerone utilizzò i Cristiani come capro espiatorio su cui rigettare le accuse e le cause che avevano scaturito le fiamme e per collocare le colpe politiche verso di loro. In tale frangente si mise in gioco la vera fede cristiana e la forza morale di questi "criminali" che vennero condannati a morte. Molti tra questi preferirono dunque proclamare la propria fede al costo di torture, deportazioni e a volte appunto della propria vita. Questo fa riflettere su come, in questo caso particolare, l'affermazione della propria identità e della propria libertà sia stata forte al punto da sacrificarsi per essa e di come il potere cerchi sempre di imporre dei confini e dei limiti alle identità che vivono sotto di esso.

Vivian De Dominicis ha detto...

Un esempio di identità contestata è quella che stanno vivendo i catalani oggi. Il governo spagnolo non riconosce l'indipendenza, l'identità della Catalogna, che è il fulcro economico del paese. Il catalanismo nella sua accezione indipendentista, è un fenomeno che non può essere pensato se non come una somma dinamica di diversi elementi che nel corso della storia si sono mescolati fra loro, uno degli elementi cardine è proprio la lingua, il catalano.
I catalani sono molto diversi dagli spagnoli per alcuni aspetti, si tratta di uno stato all'interno di uno stato che oggi richiede l'indipendenza. Troviamo quindi un difficile equilibrio politico tra l'identificazione interna, ovvero l'identificarsi dei catalani e la categorizzazione esterna attuata dal governo spagnolo.
Un altro esempio di identità negata/contestata è la situazione che vivevano fino a qualche tempo fa i mancini, che venivano costretti a correggersi e a imparare a scrivere con la mano destra, in quanto utilizzare la sinistra era visto dalla società come qualcosa di assimilabile al demonio, di sbagliato.
Ai mancini quindi non veniva riconosciuta l'identità respingendola con la correzione forzata.

Alessia Concetti ha detto...

Un esempio di identità contestata sono gli omosessuali che rivendicano il diritto di potersi sposare. Da una parte possiamo trovare una coppia omosessuale che vorrebbe coronare il proprio sogno di convolare a nozze e quindi vorrebbe avere le stesse opportunità di una coppia etero; mentre d’altra troviamo la Chiesa che categorizza il matrimonio gay come qualcosa di immorale e respinge quest’identità. La Chiesa fa valere la sua facoltà di poter decidere o respingere un’identità in base ai suoi valori.

Sarah Tamimi ha detto...

Uno degli esempi più significativi a mio parere è l'Olocausto.
La persecuzione degli ebrei durante la seconda guerra mondiale fu uno degli episodi di respingimento identitario più forte e più conosciuto.
Milioni di persone furono uccise e massacrate solamente per il loro volere di esprimere liberamente il credo religioso che più li identificava.

Sarah Tamimi

Anonimo ha detto...

1- Numerosi esempi di identità contestata/negoziata possono essere rintracciati nei vari movimenti indipendentisti che la storia annovera. L’esempio dall’attualità è senza dubbio quello dell’indipendenza della Catalogna. Quest’ultima, regione storica formata dalla città di Barcellona e dalle zone immediatamente limitrofe, è da sempre animata da un forte sentimento identitario e dalla volontà di ottenere l’indipendenza dalla Spagna, per motivi economici (tassazione non equilibrata) e non solo. In questo caso possiamo affermare che l’identificazione interna corrisponde al “noi siamo catalani” degli indipendentisti, e la categorizzazione esterna è rappresentata dal “voi siete spagnoli” del governo. In generale quindi, e per ovvie ragioni, il potere politico gioca sempre un ruolo fondamentale tra il riconoscimento e il respingimento di un'identità, e in questo caso il potere politico (il governo spagnolo, che ha in mano il potere esecutivo) corrisponde proprio allo schieramento controindipendentista.

Federico Favale

martina fiorentini ha detto...

Martina Fiorentini

Un esempio di identità contestata che vorrei riportare è quello del fenomeno dell'Apartheid, cioè di separazione razziale istituita dal governo di etnia bianca del Sudafrica rimasto in vigore fino al 1994. L'Apartheid aveva due manifestazioni: una era quella di separare i bianchi dai neri nelle zone abitate da entrambi; la seconda era l'istituzione dei Bantustan, ossia dei territori semi indipendenti in cui molti neri furono costretti a trasferirsi. Le leggi che costituivano questo sistema erano diverse come la proibizione dei matrimoni interrazziali, avere rapporti sessuali con una persona di "razza" diversa diventava un fatto penalmente perseguibile, leggi che vietavano alle persone di colore di entrare in alcune aree urbane o di utilizzare le stesse strutture pubbliche dei "bianchi", leggi che rendevano molto difficile l'accesso per i neri all'istruzione e discriminazione in ambito lavorativo. L'Apartheid terminato definitivamente nel 1994 sta a dimostrare come in questo contesto l'identità dell'intera popolazione nera venne contestata a tal punto da renderla al di fuori della norma, ai margini della società, obbligandola addirittura a vivere in luoghi separati, ad essere serviti nei negozi dopo i bianchi, a non poter sostare sullo stesso marciapiede, considerandoli più bestie che esseri umani. Era un sistema in cui tutto ciò rese la popolazione nera atipica, un sistema in cui il colore della pelle era ciò che permetteva l'accesso ai diritti fondamentali e a condizioni necessarie per vivere.

Loredana Opris ha detto...

Nella società del XIX secolo, predominava ancora la disuguaglianza dei generi, non soltanto sul piano politico e sociale ma anche intellettuale (alle donne veniva impedito di studiare).
In questo contesto emerge la figura di un medico e letterato americano Silas Weir Mitchell (1829-1914) che all'interno dei suoi trattati parla di una malattia specialmente diffusa tra le donne, ossia la nevrostenia. Tra le cause di questo disturbo nervoso egli individua lo studio. Dal suo punto di vista, una donna non dovrebbe più studiare oltre l'adolescenza perché in questo modo rischia di trascurare il proprio dovere biologico.
Questo è un esempio in cui l'identità e la dignità della donna vengono contestate. La società sottrae alla donna la possibilità scelta. Lei vuole essere un’intellettuale ma la società la riconosce soltanto nella sua funzione di procreare.

Loredana Opris ha detto...

Nella società del XIX secolo, predominava ancora la disuguaglianza dei generi, non soltanto sul piano politico e sociale ma anche intellettuale (alle donne veniva impedito di studiare).
In questo contesto emerge la figura di un medico e letterato americano Silas Weir Mitchell (1829-1914) che all'interno dei suoi trattati parla di una malattia specialmente diffusa tra le donne, ossia la nevrostenia. Tra le cause di questo disturbo nervoso egli individua lo studio. Dal suo punto di vista, una donna non dovrebbe più studiare oltre l'adolescenza perché in questo modo rischia di trascurare il proprio dovere biologico.
Questo è un esempio in cui l'identità e la dignità della donna vengono contestate. La società sottrae alla donna la possibilità di scelta. Lei vuole essere un’intellettuale ma la società la riconosce soltanto nella sua funzione di procreare.

valentina ciuchini ha detto...

La conferenza della Dottoressa De Marchi mi ha riportato alla mente un caso simile a quello oggetto della sua ricerca, di cui si è parlato negli ultimi tempi e che mi ha colpito: quello dei cosiddetti “dreamers”, i giovani che sono arrivati negli Stati Uniti illegalmente quando erano bambini.
A inizio settembre il presidente degli USA Donald Trump ha annunciato l’abrogazione del programma sull’immigrazione DACA, dell’amministrazione Obama, il qual prevedeva che alcuni dei dreamers in possesso di determinate caratteristiche (essere entrati negli Usa ad una età minore di 15 anni, entro il 2012, etc) potessero usufruire di varie garanzie, tra cui la principale era il non essere rimpatriati.
Chiaramente questo annuncio ha provocato una grossa ondata di proteste da parte dei diretti interessati, critiche da parte di membri autorevoli della società civile e malumori anche nel partito repubblicano.
Una buona parte di queste persone sono entrate nel paese quando erano molto piccole, non parlano altra lingua oltre all’inglese, non sono mai state nel loro paese di origine e con quest’ultimo non hanno necessariamente legami; in breve non hanno un’altra identità oltre a quella di essere dei normali Americani.
La prospettiva di un rimpatrio è per queste persone semplicemente drammatica, e per indicare questa eventualità si è usata spesso la parola “deportazione”; infatti se la legge DACA venisse effettivamente abrogata questi ragazzi, che hanno più o meno la mia età (27 anni) e hanno costruito tutta la loro vita in America, hanno studiato li, pagano le tasse, hanno comprato macchine e case, hanno avviato attività, si troverebbero da un giorno all’altro nella stessa situazione di colore che hanno attraversato il confine il giorno prima.
Sono bastati pochi anni e un risultati politico diverso perché aspetti della vita di questi ragazzi come la lingua, gli studi, il lavoro, volendo il loro essere dei soggetti attivi nell’economia del paese (dato solitamente di massima importanza), siano diventati ininfluenti di fronte al fatto di non avere i documenti in regola, e la loro identità di quasi-americani venisse soppiantata agli occhi dello stato da quella di clandestini.
Valentina Ciuchini

Giuseppe Grieco ha detto...

Un lampante esempio di identità contestata che mi viene in mente è il trattamento che ha subito in vita uno dei miei scrittori preferiti, Howard Phillips Lovecraft.
Traumatizzato sin da bambino da esperienze negative, ebbe sempre molta difficoltà ad inserirsi nella società della sua epoca, con il risultato di rimanere quasi totalmente isolato e di non venire riconosciuto un degno scrittore, cosa che definire abominio è poco.
Tale è stato il prezzo da pagare per la sua mentalità troppo all'avanguardia per quei tempi, tale è il potere delle categorizzazioni esterne.

Monsieur Luca Parodi ha detto...

LEZIONE 10

La dialettica che sta al fondamento della strutturazione dell’identità (di un individuo o di un gruppo) è estesa temporalmente lungo tutto l’arco dell’esistenza e si fonda su un delicato bilanciamento tra forze esterne giudicanti e convinzioni interne. Nel caso specifico, tra le principali forze sociali e burocratiche in grado di plasmare fortemente le identità singolari o collettive, vi è ovviamente quella scolastica. Sin dal principio, infatti, essa si sforza di ordinare e di quantificare aspetti fondamentali della vita dei giovani e dei meno giovani, categorizzando in maniera arbitraria taluni aspetti dell’esistenza in una maniera tale che potrebbe risultare in contrasto con la fragile opinione che il diretto interessato ha di se stesso. Il voto sulla condotta, malauguratamente reintrodotto nelle scuole superiori da non molti anni, potrebbe, ad esempio, stroncare in maniera sottile e persistente l’immagine che di se ha un ragazzino di 14/15 anni, che in un momento cruciale della propria formazione caratteriale si vede d’un tratto definito da un numero come un membro non adatto al vivere in società a causa di una parolaccia o di un commento un po’ troppo fuori dagli schemi. Una frattura psicologica di tal fatta, messa in atto da un potere burocratico che fonda i propri giudizi su retaggi culturali oramai vetusti [davvero due chiacchiere, un piede su un tavolo o una parolaccia determinano come e quanto un ragazzo sarà “civile” dopo 10 anni da quel gesto?] testimonia come la persistenza di un organizzazione statale che detiene un quasi-monopolio sull’istruzione possa essere deleteria per il singolo. Il problema, a mio avviso, sta nel fondo stesso del ragionamento: un qualsiasi potere statale, per quanto efficente e ben gestito, avrà sempre la presunzione di catalogare i singoli individui, e sarà sempre un monopolista in molti campi essenziali per la definizione delle identità proprio a causa della sua tendenza a burocratizzare. Per evitare che esistano le gravi problematiche di cui sopra, credo sia necessaria una completa liberalizzazione del settore dell’istruzione scolastica, onde evitare che una incancrenita classe burocratica abbia la pretesa di sostituirsi ad una armonica costruzione del giudizio che dovrebbe essere il singolo stesso a strutturare nei confronti di se stesso.

Luca Parodi

Ilaria Stirpe ha detto...

Un esempio di identità contestata/negoziata non può che ritrovarsi in uno dei grandi classici della letteratura italiana di Luigi Pirandello. Si tratta de "Il Fu Mattia Pascal" in cui il protagonista, Mattia Pascal, decide di andare a trovare un po' di fortuna a Montecarlo. Arricchitosi quanto basta per fare ritorno e condurre una vita agiata, mentre si trovava sul treno di ritorno, scopre da un giornale di essere stato identificato nel cadavere di un suicida. Coglie l'occasione di diventare un'altra persona, Adriano Meis. Abbandona quindi la sua vera identità cercando di liberarsi da quella che non gli permetteva di vivere in pace con se stesso. Ma si accorge ben presto che, privo di documenti per garantire la sua identità, non può ricostruirsi una vita, così decide di tornare alla sua "vera" identità. In conclusione l'identità del protagonista alberga quella di ognuno di noi in quanto oscilliamo continuamente tra ciò che siamo (identità sociale con regole, convenzioni, norme) e ciò che vorremmo essere (liberi di poter scegliere di indossare una maschera nuda).

Ilaria Stirpe

Scarlett2392 ha detto...

Un gioco sociale, sottile e meschino: la moda. Che riguardi il taglio o il colore dei capelli, il modo di vestirsi, il modo di comportarsi, il gergo utilizzato, il livello di tecnologia di cui si è in possesso, le mode ci sono sempre state, cambiano negli anni, costano sempre di più e soprattutto chi ne paga le conseguenze sono i giovani, soprattutto tra i 12 e i 19 anni, costretti, se così si può dire, ad annullare la loro personalità e a uniformarsi. Sicuramente ci sono delle regole base dalle quali non si può scappare fingendo che sia per libertà di pensiero ed espressione, gli indumenti esistono per una questione di igiene e per coprirsi dalle intemperie, quindi non se ne può fare a meno; inoltre il decoro e la dignità li trovo quantomeno fondamentali. Purtroppo, però, seguire la moda del momento sembra essere l’unico modo per farti sentire apprezzato e integrato in un gruppo, ti permette di comunicare lo status sociale, di “distinguerti” e sentirti superiore. Ma ci sono quei ragazzi che sia per disinteresse, incapacità o impossibilità economica, si ritrovano emarginati e derisi quotidianamente, ciò li porta a vivere male una fetta molto importante della loro esistenza. In un’età in cui è fondamentale socializzare con gli altri, si viene esclusi, e se non si ha la forza di non curarsene, o la capacità di aprirsi in famiglia o se comunque ciò fosse inutile, quello che potrebbero essere la cosa più futile del mondo potrebbe aumentare il carico di problemi adolescenziali (e può darsi anche familiari) portando il ragazzo inevitabilmente alla depressione, e se non a qualcosa di peggio.
Di una fazione o dell’altra, si indossa comunque una maschera, che sia voluta o meno. Oggi sembra esserci maggiore elasticità, non va “di moda” sono uno stile, c’è più possibilità di scelta, ma devi appunto scegliere tra uno stile o l’altro che ti viene proposto (o imposto?). E scegliere un capo anziché l’altro non servirà solo a coprirti ma, senza che tu lo faccia consapevolmente, verrai categorizzato dagli occhi dei passanti, dei coetanei, dei superiori, ecc. Ogni giorno con le nostre stesse mani e con i nostri gusti deviati inconsciamente, ci spersonalizziamo e ci auto-categorizziamo sperando di trovare un equilibrio tra chi dichiariamo di essere e cosa gli altri percepiscono.

Rossella Maria Coppolaro - LLEA

Ilaria Iannuccilli ha detto...

Un esempio di identità contestata in cui l’identificazione interna e la categorizzazione esterna sono in un rapporto conflittuale in cui le differenze di potere condizionano il costituirsi di un’identità, è rappresentato dal tentativo di Taiwan di essere riconosciuto, agli occhi della comunità internazionale, come il legittimo governo della Cina. La caduta dell’impero cinese nel 1912 portò all’ istaurazione di un governo repubblicano in cui si fronteggiarono nazionalisti e rivoluzionari bolscevichi. La vittoria di questi ultimi, nel 1949, portò alla cacciata del governo nazionalista che da quel momento, rifugiatosi a Taiwan, prese a considerarsi l’unico vero governo cinese, detenendo ancora oggi il nome di Repubblica di Cina. Ad oggi, l’immagine che Taiwan vuole dare di sé non corrisponde però a quella che gli viene attribuita sul piano ufficiale dal resto del mondo, dal momento che esso è riconosciuto soltanto da una ventina di Paesi.

Ilaria Iannuccilli

Cristiana Chiarelli ha detto...

Parlando di identità contestate e di equilibri di potere che determinano la possibilità di affermare e ottenere riconoscimento dell’identità ‘sentita’, mi viene in mente quello che sicuramente è stato un fenomeno drammatico nella storia della Chiesa e dell’umanità in generale: la persecuzione degli eretici. Il concetto di eresia, inizialmente neutro, indicava una dottrina in ambito filosofico (il termine greco da cui deriva infatti può voler dire scelta, posizione, proposta), ad esempio quella dei Pitagorici o degli Stoici. Solo successivamente il termine assunse una connotazione negativa nel lessico cristiano adottato dalla Chiesa romana, che dal 1000 in poi, con l’istituzione dell’Inquisizione e dei relativi tribunali più tardi, fu apertamente in lotta contro coloro i quali fossero accusati di un grave crimine civile, oltre che morale, che è appunto quello dell’eresia. In questa dinamica c’è però qualcosa di più che sfugge ad un primo sguardo: le condanne di eresia infatti erano uno forte strumento di potere nelle mani di un’istituzione ecumenica come quella della Chiesa che, in un momento di debolezza e di forti minacce alla propria unità e integrità, adotta un sistema di repressione contro chi afferma le proprie idee, che deviano dal dogma e generano controversie. Di fatto l’accusa può essere vista come una categorizzazione negativa messa in atto dalla parte relativamente più ‘potente’, che tenta di sopprimere quelle identità in quanto ‘scelte’ consapevoli ma in contrasto con la credenza ritenuta ‘ortodossa’ (perché gli equilibri di potere hanno stabilito che così dovesse essere). Un’identificazione interna (dell’eretico, che non considera se stesso come tale) che non combacia con la categorizzazione esterna della fazione più forte nel gioco politico, che tuttavia nega e anzi schiaccia la dimensione dell’autodeterminazione dell’individuo, il quale viene privato del diritto di credere ed essere ciò in cui crede.

Leonardo De Stefano ha detto...

Q1: Un esempio d'identità negoziata/contestata è la storia della popolazione armena. Nel 1915 durante la prima guerra mondiale avvenne il genocidio della popolazione armena. l'Armenia faceva parte dell'impero ottomano il quale aveva subito delle pesanti sconfitte dalla Russia. Alcuni armeni disertarono l'esercito ottomano e si unirono volontariamente all'esercito zarista; ciò causò una risposta ferrea da parte del governo turco il quale decise di sterminare il popolo armeno incolpandolo di aver tradito l'impero. Da quel momento gli armeni, che sostenevano di essere ottomani e fedeli al governante, vennero etichettati dalle alte cariche di essere dei traditori che cospiravano contro l'impero a vantaggio della Russia. Ciò portò alle, purtroppo, famose marce della morte dove morirono un milione e mezzo di armeni solo perché categorizzati come traditori.

Leonardo De Stefano

Adriano Simei ha detto...

Ci sono gli amanti del proprio sesso (omosessuali) soffrono differenze evidenti di potere, politico e sociale, che và dal sentirsi negare un matrimonio od un’adozione, alle offese personali più violenti atti maneschi di vigliaccheria. Ci sono gli extracomunitari nel nostro paese anche. Ma io voglio portare come esempio una relazione più intima quale è quella tra genitori e figli, facciamo tra un padre ed un figlio, dove il padre occupa un ruolo importante e di rilievo quale può essere quello di un dottore, di un avvocato, o nel mio esempio, di un politico; e di suo figlio che fin da piccolo non sembra voler prendere le orme del padre, anzi, sembra proprio orientarsi preventivamente su una strada piena di problemi. Quindi avremo un’azione attiva da parte del padre che per salvaguardare la sua faccia da politico sarà obbligato a respingere l’identità del figlio, spingendolo ed obbligandolo a seguire degli studi prestigiosi dalle superiori fino alla laurea, tutto ciò contro netto volere del figlio di potersi esprimere come lui meglio preferisce, mandandolo quindi contro la sua identificazione interna a favore dell’identificazione esterna che il padre vuole far avere di suo figlio. Questo per dire che possiamo portare degli esempi forti e comuni che riguardano milioni di persone allo stesso momento (come gay ed immigrati) ed esempi sempre valenti ma che riguardano ambienti circoscritti come quello intimo soggettivo di una famiglia qualsiasi.

SiMei Adriano

Claudia Presutti ha detto...

L’odio contro il popolo ebraico ha una sua storia che affonda le radici in tempi remoti : inizia con la diaspora del 75 d.C.
Da sempre,a partire da questo momento, l’ebreo fu considerato un vero e proprio nemico interno , una forza che ,agendo,era volta a minare la stabilità della religione cattolica , un fautore di complotti mondiale e addirittura un comunista,responsabile delle spinte rivoluzionarie verificatesi in Russia nel corso del 1917.
Ma l’antisemitismo raggiunse il suo culmine nel corso del Novecento , quando per definire l’ebreo si presero in considerazione termini di razza e di sangue e non più termini basati sulla religione.
Fu in questo periodo che Hitler lavorò al ‘Mein Kampf’ , attraverso il quale offriva al popolo tedesco prima,e al resto dello scenario europeo poi,l’immagine stereotipata e alterata dell’individuo ebreo,che sicuramente non corrispondeva alla realtà, ma esplicitamente frutto delle sue considerazioni distorte. L’Ebreo veniva definito come un virus,un’infezione che doveva essere ‘sconfitta’ in modo da non contaminare la purezza del sangue ariano.
L’odio contro l’ebreo cominciò a diffondersi a macchia d’olio nei vari paesi alleati della Germania,come in Italia, ma anche in Polonia e in Russia, che aderirono al progetto di deportazione di massa proposto da Hitler in modo da eliminare l’ebreo ‘nemico,complottista e infetto’ e ottendendone vantaggi a livello economico,impossessandosi di terre,case,beni che venivano lasciati incustoditi dagli ebrei deportati.
Tutto ciò fu una pura follia. Si attribuì al popolo ebraico un’ identità che non corrisponde alla realtà. Azione giustificata da un’esigenza specifica : trovare un colpevole alla situazione di collasso economico e sociale vissuto dai paesi europei (e soprattutto dalla Germania) dopo la Prima Guerra Mondiale.
Il popolo ebraico,infatti, non era né un germe,né un virus né artefice di un complotto mirato ad impadronirsi del potere a livello internazionale, ma semplicemente un popolo più benestante ed intraprendente rispetto ad altre realtà di quel periodo e per questo illogicamente e follemente martoriato.

Gaia Bottaro ha detto...

Il potere delle forze politiche e militari spesso sovrasta i bisogni e l'individualità dei singoli individui, ma anche di un intero popolo, riuscendo quasi a distruggere la cultura e i modi di vita di esso. La Corsica è stata una terra in cui è successo proprio questo. Da quando la dominazione francese si stabilì in modo permanente in Corsica dai primi anni del 1800, la repressione della cultura corsa è continuata quasi fino ad ora, e anche se adesso i corsi sono liberi di manifestarsi in quanto tali, ormai la cultura francese si è diffusa e sviluppata molto di più di quella nativa.I corsi non si sono mai identificati come francesi, bensì come italiani. Alcune estati fa sono stata in vacanza in Corsica, e ho potuto osservare che molti tra la gente del posto, soprattutto quelli più avanti con l'età, odiano il francese e neanche lo parlano bene. Infatti la lingua corsa, il "corsu" è praticamente uguale all'italiano, e non ha niente a che vedere con il francese. Il proprietario della casa in cui abitavo ci ha raccontato che quando andava a scuola lo costringevano a parlare il francese e lo picchiavano se osava dire qualcosa in corso. Per colpa di questa repressione attuata dai francesi in tutti gli anni passati, i giovani ormai non parlano più il corso e la cultura originaria è destinata ad essere perduta e dimenticata.

Silvia Gamucci ha detto...

Q1

Immaginiamo noi e la nostra ombra.
Il nostro corpo è la nostra capacità ed il diritto di affermazione individuale innegabile ed imprescindibile.
Poi siamo seguiti dalla nostra ombra ma solo se c'è il sole, quindi non dipende da noi. Ecco, la nostra ombra è quello che ci viene riconosciuto arbitrariamente da altri ed è indipendente dalla nostra volontà.
Non può essere deciso da noi che tipo di ombra avere, se lunga, obliqua, intensa o pallida. Dipende dal sole in questo caso. Come dipende da altri, in maniera strumentale e spesso politicamente scorretta, se una persona possa o non possa avere un'identità.
Penso ai senzatetto o barboni, clochard oppure homeless come vogliamo chiamarli. Persone senza più identità che per motivi economici, psichici, per abusi vari o per essere stati abusati ma anche per scelta spirituale rinunciano al possesso di ogni bene materiale.
Rappresentano una parte di umanità disperata che vive ai margini, che mangia, quando può, nelle Caritas e si ripara sotto i cartoni in qualche Stazione.

Il tutto molto spesso sotto la totale indifferenza o peggio con quel finto buonismo che maschera interessi personali (come accade per alcune cooperative ipocritamente onlus)o di propaganda politica e con l'obiettivo di alimentare il mercato della disperazione.

A queste persone è stata negata la propria ombra.




Francesca Rita Apicella ha detto...

Per la grande pigrizia che caratterizza il genere umano, normalmente nei giudizi e nella visione complessiva delle cose ci si affida alle voci circostanti. Questo modo casuale e spontaneo di prendere posizioni e partiti si fa asse principale del dibattito pubblico, diventa una voce potente, orizzonte a cui guardano in genere le direzioni politiche. Per un gruppo culturale, uscire fuori da una categorizzazione esterna è un percorso lento e faticoso, si tratta di unirsi al coro di voci in maniera dissonante, e da lì muovere altri a cantare la società in maniera diversa.
Nell’ultimo decennio, a causa di fenomeni di portata internazionale, l’occidente è stato attraversato da una forte ondata d’islamofobia.Alla diffusissima religione monoteista si sono andati attribuendo caratteri non appartenenti al nucleo dottrinario originale, come la violenza gratuita nei confronti dei cristiani e odio per l'occidente. Questa presunta avversione per i costumi occidentali ha inacidito il modo in cui nel nostro paese si guarda alle comunità islamiche, che si vedono costrette all’interno di una serrata dicotomia islam/cristianesimo-oriente/occidente in cui di fatto non rientrano. Non c’è da legare assieme componenti religiose e ideologiche con altre spaziali,storiche e politiche senza creare un grande impiastro: si forzano delle dinamiche immaginarie su persone reali, producendo effetti altrettanto reali e tangibili, modificando il modo di stare assieme, abitudini e modalità di interazione. Si creano attriti, disagi, che a volte culminano in forme di violenza verbale o anche fisica, e i musulmani si ritrovano a sentirsi emarginati da un gruppo sociale che non li riconosce come la parte costitutiva che sono. Così, a una ragazza musulmana di Milano che va a scuola con l'hijab si urlerà per strada di tornare al proprio paese, ed esponenti politici promuoveranno il divieto di costruzione delle moschee come atto di difesa da nemici esterni che ci tengono sotto attacco.

Claudia Spinozzi ha detto...

Q1
Un esempio di identità contestata o negoziata può essere la questione della città di Fiume. Tale città si riconosceva dagli stessi cittadini abitanti come "italiana", sia per la provenienza dei cittadini, sia per la lingua maggiormente parlata, appunto l'italiano. Nonostante questa chiara identificazione della città di Fiume e inoltre la pubblicazione dei 14 punti da parte del presidente americano Wilson, che preveda il principio di "autodeterminazione dei popoli", la città venne dichiarata "città libera" e non riconosciuta allo Stato italiano. Ciò avvenne perché, all'entrata in guerra dell'Italia venne stipulato il Patto di Londra, in cui si promettevano ad essa alcune terre come Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, ma non Fiume. Per tanto la città venne categorizzata dalle varie potenze politiche presenti durante i trattati di pace a Versailles come non italiana, rifiutando l'identità che il suo popolo riconosceva come propria.

Alessandra Cicinelli ha detto...

Q1:

Un esempio di identità contestata ingiustamente che poi si è rilevata possedere un talento pazzesco è rappresentato dal famosissimo Walter Disney. Tutti oggi lo conosciamo come il produttore cinematografico degli Stati Uniti, grandissimo doppiatore, animatore, artista. E pensare che all'inizio della sua carriera il direttore di un giornale, per il quale Walter lavorava come disegnatore di fumetti, lo licenziò, giudicando i suoi prodotti privi di idee e inventive. Eppure ancora ai giorni nostri, Walt Disney è noto per la sua fantasia e abilità artistica, vincitore di ben ventisei Premi Oscar.
Un'altra identità respinta e non riconosciuta è Stephen King, celebre scrittore di letteratura fantastica, nello specifico del genere horror. Il suo primo libro fu disapprovato dalle case editrici una trentina di volte. In seguito egli fu incoraggiato dalla moglie a ritentare ed ora Stephen è approvato come un prestigioso autore.
Le persone con un talento grandioso, riconosciute solo in un momento successivo, sono davvero tante. E questo respingimento iniziale di identità si deve alle differenze relative di potere, tra chi si identifica e chi categorizza (un importante direttore di giornale che con uno schiocco di dita ebbe il potere di licenziare un suo dipendente che, a conti fatti, si rivelò molto più eccezionale dello stesso direttore).

Alessandra Cicinelli

Mirko D ha detto...

Mirko Donati


Per farvi un esempio di identità negata, vi racconterò la storia di mio cugino.
Lui è cresciuto in una famiglia molto cattolica che, come avviene per molti credenti, cerca di trasmettere la
propria fede alle generazioni future. Fin da piccolo è stato obbligato a partecipare alle messe domenicali e a
frequentare il catechismo. Tutto cambia quando si fidanza con una ragazza di religione buddista. Anche lui
ora è buddista ma i suoi genitori, non riconoscendo questa sua nuova fede, questa sua nuova identità, lo costringono a partecipare ai riti cattolici più importanti. Mio cugino ha negoziato la sua identità poiché, nonostante lui non creda più alla fede cattolica, è obbligato a seguirne gli usi. I miei zii sono coloro che detengono il potere perché sono i proprietari di casa e mantengono economicamente mio cugino che ha solo diciotto anni. Probabilmente se mio cugino fosse stato più grande, o più autonomo, i suoi genitori non avrebbero potuto esercitare un potere così grande su di lui.

Giada Stracqualursi ha detto...

La differenza tra identità interna e identificazione esterna si evidenzia, ad esempio, quando un popolo viene colonizzato. In questo caso i colonizzatori cercano di annientare l'identità dei colonizzati per ragioni politiche e legate alla sete di conquista e sottomissione. La stessa cosa accade quando degli immigrati vengono a contatto con la nuova realtà del paese che li ospita. In entrambi i casi c'è un mescolamento di popoli, e un popolo che accoglie o colonizza, in ogni caso che detiene il potere politico e culturale. C'e un annientamento di quella che è l'identità individuale, legata a certi valori, a una certa cultura. Non c'è uno sforzo di immaginazione verso la cultura del "diverso", ma la necessità di omologarlo in qualche categoria più familiare. Questo passaggio è indispensabile per assegnare diritti e doveri alla minoranza culturale e gestirla in qualche modo. Non importa ciò che è quell'individuo per se stesso, bisogna controllarlo.
Giada Stracqualursi

Gianni Schioppa ha detto...

La storia di Malta, dal diciannovesimo secolo sino all’attualità, è indubbiamente caratterizzata dall’influenza britannica esercitata sull’isola e sui suoi abitanti. Divenuta parte dell’Impero Britannico nel 1814 in base al Trattato di Parigi, Malta si rivelò eccellente base strategica, sia per il commercio, sia per le operazioni belliche: con l’apertura del Canale di Suez (1869) divenne importante base navale sulla rotta commerciale inglese verso l’India; durante la Prima Guerra Mondiale l’isola fu ampiamente utilizzata per la cura di migliaia di soldati britannici feriti durante la fallimentare campagna di Gallipoli; nel secondo conflitto globale, in quanto colonia inglese, fu fondamentale avamposto degli Alleati, dotato di base sottomarina e centro di decrittazione dei messaggi tedeschi inviati via radio. Nonostante l’intricato guazzabuglio culturale che propriamente e storicamente caratterizza tale isola del Mediterraneo, esposta alle influenze arabe ed italiane (soprattutto sicule), la cultura maltese si è appropriata di tali influenze, agglomerandole in un’unica cultura “nazionale” forte e definita; è altresì innegabile che il prolungato stanziamento inglese nell’isola abbia impresso nella cultura locale una profonda traccia, destinata a caratterizzarne alcune componenti, come l’affermarsi della lingua inglese, l’istituzione di un esercito analogo al modello britannico, l’ordinamento giuridico basato sul Common Law. Nonostante fosse indubbiamente presente, nei cittadini maltesi, una decisa percezione di identità nazionale, testimoniata dalle numerose manifestazioni indipendentiste negli anni ’50 del secolo scorso, dal risultato di un referendum popolare indetto per l’integrazione politica al Regno Unito (1956) emerse la sostanziale questione dell’identità maltese: secondo i dati analizzati dallo scienziato della politica tedesco Nohlen, il 77% della popolazione maltese si espresse a favore dell’integrazione; fu ritenuto risultato sintomatico della necessità di appartenenza politica, se non culturale, ad un’altra nazione. L’ideale dell’identità maltese nel 1956 si configurò quindi come vero elemento di scissione tra cultura e politica: la maggioranza dei cittadini maltesi desiderò essere formalmente parte del Regno Unito, senza però rinunciare alla forte identità nazionale che caratterizzava la cultura dell’isola. Il Regno Unito, tuttavia, non ottemperò mai pienamente a tale richiesta. Nel 1964, dopo intense negoziazioni con il Regno Unito, Malta ottenne l’indipendenza: dapprincipio in quanto Stato governato dalla Regina Elisabetta II, Capo di Stato; nel 1971 come Repubblica facente parte del Commonwealth, guidata dal primo Presidente maltese Anthony Mamo. La negazione dell’esito del referendum di integrazione maltese, da parte del Regno Unito, si configura come paradigma del peso esercitato dalla categorizzazione esterna sull’identificazione interna, basato sul meccanismo del potere: sebbene la maggioranza dei cittadini maltesi rintracciasse la propria identità nell’appartenenza formale al Regno Unito, la categorizzante deliberazione britannica di diniego (manifestazione di potere) condusse ad una complessa negoziazione, la quale ha trovato finale risoluzione nell’indipendenza maltese.

Maria Lorenzetti ha detto...

(Q1)
Per parlare del difficile equilibrio tra l’identità che una persona si attribuisce e quella che gli altri le impongono, ho scelto un esempio tratto dal mondo del cinema. In film in questione è “MI CHIAMO GIULIA ROSS”, un giallo del 1945 diretto da Joseph H. Lewis. Esso racconta la storia di Giulia Ross, una giovane londinese in cerca di lavoro per pagare l’affitto della stanza dove vive. Al riguardo, la ragazza viene convocata dalla responsabile di un ufficio di collocamento, per fare da segretaria ad una ricca famiglia inglese. La protagonista conosce così i suoi datori di lavoro: l’anziana signora Hughes e suo figlio Ralph, uno squilibrato facile preda di scatti d’ira. Non sa però che essi hanno ordito un complotto contro di lei. A Giulia viene infatti somministrato del sonnifero, e la ragazza si risveglia due giorni dopo nella tenuta degli Hughes dove la signora e suo figlio la chiamano con il nome di “Marion.” L’obiettivo dei due è quello di farla passare per la moglie di Ralph, da lui precedentemente uccisa e fatta sparire, e farla impazzire per spingerla a suicidarsi, salvando così l’onore della famiglia. Giulia tenta disperatamente di dimostrare la sua vera identità, ma nessuno le crede; la servitù è involontariamente complice della situazione, essendo stata volutamente informata dai padroni, del fatto che la signora ha perso la memoria ed è ammalata di esaurimento nervoso. La ragazza è sempre più frastornata e sola, tenta la fuga, ma poi con uno stratagemma riesce ad inviare una lettera al suo fidanzato che la cerca da giorni e non riesce a rintracciarla. Giulia infatti si trova in un indirizzo diverso rispetto a quello che lei gli aveva comunicato in precedenza. Grazie alla lettera, la ragazza viene finalmente salvata dall’arrivo della Polizia e può riabbracciare il suo fidanzato.
Prosegue nel commento successivo.
Maria Lorenzetti

Maria Lorenzetti ha detto...

Questo esempio mostra come qualcuno che in determinate circostanze si trovi in una posizione di superiorità rispetto a noi, possa tentare di imporci dall’esterno un’identità che non sentiamo propria, e di come questa entri in conflitto con quello che noi affermiamo di essere. La nostra protagonista ha un’identità ben definita e sulla quale non nutre alcun dubbio, rimarcata anche dal titolo del film: lei è Giulia Ross. Poi però gli Hughes per i loro scopi, le impongono una nuova identità e le fanno credere di essere Marion, la moglie di Ralph, con la quale la giovane ha un’evidente somiglianza fisica. La ragazza, come è naturale pensare, non può accettare un’identità che non le appartiene, ma che le viene imposta, e cerca in tutti i modi di dimostrare di essere Giulia e non Marion, ma non viene creduta: sentendosi chiamare continuamente con un altro nome, la ragazza inizia ad essere sempre più frastornata. L’obiettivo è quello di insinuarle il dubbio su una cosa che lei aveva sempre affermato con certezza, e cioè di essere Giulia Ross. Si crea dunque un evidente squilibrio tra l’identità che una persona si attribuisce e rivendica, e quella che le viene imposta da persone che si trovano in una posizione di superiorità rispetto a lei. Il potere che gli Hughes esercitano sulla ragazza è quello di avere in mano la sua vita; Giulia infatti non tarda a scoprire che i due vogliono la sua morte, ma ciò nonostante riesce ad inviare una lettera grazie alla quale verrà liberata. Se la ragazza fosse rimasta in quella casa, l’identità di Giulia sarebbe stata affiancata, e forse sovrastata da quella di Marion, portando la giovane alla pazzia e al suicidio, proprio come gli Hughes avrebbero voluto. Il persistere delle due identità avrebbe provocato lo squilibrio mentale di Giulia Ross, che non sarebbe stata più così certa di sentirsi tale. La situazione della ragazza non rispecchia dunque una imposizione da parte della società, ma è frutto di un rapporto di prevaricazione da parte della famiglia dominante nei riguardi della protagonista. Si tratta dunque di una situazione prettamente familiare, che sarebbe però sfociata nel sociale, qualora lei avesse assecondato i progetti criminosi della famiglia in questione. In caso di suicidio infatti, tutti avrebbero creduto che fosse morta Marion e non Giulia.
Maria Lorenzetti

Mery Mastandrea ha detto...

1) Come abbiamo capito esiste sempre uno scarto tra l'identificazione interna dell'io e la categorizzazione esterna che invece viene riconosciuta dagli altri solitamente influenzata da questioni politiche.
Mi viene in mente come esempio un film scritto da J. Michael Straczynski e interpretato da Angelina Jolie, la cui trama riguarda in qualche modo l'identità.
Il film si basa su eventi realmente accaduti a Los Angeles nel 1928, quando in un giorno qualunque, ad una donna scomparve il figlio. Cinque mesi dopo, la polizia locale che non gode di buona reputazione, sembra aver risolto il caso. Consegna infatti a Christine un bambino che dice di esser Walter e che un po' gli assomiglia. La madre è però certa che non si tratti di suo figlio, non è quella l'identità del figlio. Le autorità di polizia, sostenute da un'opinione pubblica desiderosa di un rassicurante lieto fine, insistono nella loro versione fino a decidere di internare Christine attribuendole disturbi mentali che l'avrebbero spinta a non riconoscere più suo figlio.
Vediamo in questa storia come il riconoscimento di una madre del figlio (qualcosa di così forte) viene messo in dubbio volontariamente ed esplicitamente dalle autorità politiche, che pur di mettere a tacere la questione (per varie motivazioni di sicurezza e segretezza politica) decidono di imporre alla madre il riconoscimenti di un figlio che non è il suo.

Giorgia Giovannini ha detto...

Q1) Lo scontro fra identificazione interna e categorizzazione esterna mi richiama alla mente una mattinata passata alla mensa della Caritas. Con la mia classe del liceo organizzavamo spesso di andare a fare da volontarie durante l’ora di pranzo. Quel giorno nello specifico se ne erano andati ormai quasi tutti… tranne una ragazza, non avrà avuto nemmeno trent’anni ma i suoi occhi stanchi sembravano quelli di chi ha visto già tante cose nella propria vita. Con mia grande sorpresa si avvicinò a me e alla mia compagna di banco dell’epoca. Si mise a raccontare del suo passato, così, a due sconosciute, come se non aspettasse altro di trovare un paio di orecchie che l’ascoltassero e degli occhi che non temessero di incrociare i suoi. Ci raccontò di come la vita era stata ed era tutt’ora dura con lei: di come il padre aveva abusato di lei, di come se ne era andata di casa dopo aver finito il liceo, di come era finita per strada e di come era caduta nel giro della droga e a frequentare le persone sbagliate. “Ho fatto delle scelte sbagliate, sono la prima ad ammetterlo, probabilmente avevo solo voglia di scappare di casa da quell’orribile uomo e non farmi trovare più. Ho frequentato persone sbagliate, ho fatto uso di sostanze che VI PREGO di non usare MAI …per non pensare, forse anche per morire… era la via più semplice che potessi prendere, la morte dico”. La cosa che più mi ricorda la sua situazione è il discorso che questa ragazza ha fatto prima di andare via: in modo decisamente rassegnato affermò che la sua vita ormai era segnata perché anche se lei ormai si sentiva libera, ERA LIBERA, dai fantasmi del suo passato e dal giro della droga, gli altri la vedranno sempre come la “senzatetto che di sicuro si prostituirà per potersi permettere la droga, una persona che non potrà mai avere un futuro, una famiglia…”. Come fa una persona a sperare di abbattere un muro così saldo di categorizzazione esterna?
Giorgia Giovannini

Luca Vona ha detto...

quest'estate sono andato a lavorare nella ditta di mio padre, nella quale ho avuto modo di affiancare molti signori più grandi di me, tra cui due albanesi. Stando tutti i giorni a contatto con loro ho avuto modo di ascoltare la difficile situazione che hanno dovuto superare quando, circa 20 anni fa, appena maggiorenni, decisero di venire in Italia per sfuggire alla grande crisi che stava colpendo il loro paese. mi raccontarono di come venendo qui incontrarono molte difficoltà nell'integrazione con gli italiani, che non li guardavano di buon occhio solo perché stranieri, e di come hanno dovuto farsi strada nel mondo del lavoro, all'inizio in nero e sottopagati, ma come pian piano imparando il mestiere abbiano potuto far valere le loro ragioni e siano riusciti ad integrarsi abbastanza bene nella società italiana. tuttavia però mi è capitato di assistere anche direttamente ad una sorta di discriminazione nei loro confronti solo per la loro appartenenza di origine, che non è vista come una bona nazione.
Io penso che la gente debba lasciare indietro i pregiudizi con cui si viene ad etichettare una determinata persona, dandogli un'occasione di dimostrare quanto essa vale e, ricollegandomi alla presentazione della dottoressa de marchi, credo che anche per i minori stranieri di qualsiasi nazionalità debba esser permesso di integrarsi nel miglior modo possibile.
purtroppo sappiamo tutti bene quanto ciò sia difficile per i cittadini della propria nazione che vedono queste ondate di persone arrivare da ogni dove e "invadere" la propria casa. Perché non cerchiamo di essere tutti un po più empatici ed accoglienti con il prossimo? ci vuole davvero poco.

Andrea Martini ha detto...

La storia è piena di situazioni in cui il potere politico ha condizionato in modo evidente il riconoscimento/respingimento di un'identità. Basti pensare alla questione dell'autodeterminazione dei popoli: la maggior parte delle guerre si sono concluse con spartizioni di territori, fissando dei confini geopolitici in modo da favorire le grandi potenze, andando a ledere seriamente o a distruggere l'identità di interi popoli. Soltanto dopo la Prima Guerra Mondiale cominciò ad essere abbozzato il principio di autodeterminazione, venendo applicato per la prima volta nella spartizione dei territori usciti sconfitti dalla guerra, più compiutamente alla fine della Seconda Guerra Mondiale, con l'ONU, ma in entrambi i casi con risultati sempre fortemente contestati e che diedero vita a nuove tensioni e conflitti. Uno dei casi che più ci riguarda da vicino come italiani è la questione della città di Fiume. La storia inoltre ci ricorda la delicata questione degli afroamericani, non ancora del tutto risolta, oppure le travagliate vicende del popolo ebraico, o dei cristiani ai tempi delle persecuzioni. Tornando al mondo di oggi invece si potrebbe parlare della lotta degli omosessuali per il riconoscimento dei loro diritti, affinché vengano riconosciuti a tutti gli effetti cittadini "normali" come gli altri; fino a non molto tempo fa stessa sorte è toccata agli individui affetti da sindrome di Down (ricordiamo che fino a 60/70 anni fa non potevano neanche accedere a scuola).

Andrea Martini

Francesca D'Amico ha detto...

Pensando al concetto di identità contestata mi viene subito in mente un episodio che ho vissuto sulla mia pelle. Ho frequentato, prima di iscrivermi all’università, il liceo nella mia provincia. Lei potrebbe dire: “e che cosa c’entra?”. Ecco, il liceo che ho frequentato è sempre stato visto di buon occhio e ritenuto una delle scuole più prestigiose di Frosinone e a detta degli altri “dove ci sono i vip”. Non è che “gli altri” avessero poi così torto: era chiaro come la maggioranza dei ragazzi appartenesse ad una certa classe sociale, come vestisse in un determinato modo e come si approcciasse.
Beh, proprio in quel contesto io, Francesca D’Amico, mi sono sentita un pesce fuor d’acqua non solo dal mio punto di vista ma addirittura da quello dell’istituto stesso.
Non a caso ho notato le differenze che si evincevano sezione per sezione: ce ne erano alcune dove gli alunni erano esclusivamente figli di medici, avvocati, anche politici ed altre (come la mia) in cui la maggioranza dei membri appartenenti proveniva da famiglie più umili economicamente (e aggiungerei moralmente). Tutto ciò si riversava su di noi i quali molte volte non siamo venuti al corrente di alcune attività in quanto le circolari passavano elusivamente in determinate classi, professori che cambiavano in continuazione rispetto agli altri..(mi fermo qui perché la lista sarebbe molto lunga). Insomma, oggi vediamo come questo fenomeno sia presente in larga scala su ambiti molto più estesi (basti pensare alla condizione degli extracomunitari che sbarcano sulle nostre terre o agli omosessuali che si trovano ancora a “combattere” contro pregiudizi e persone bigotte) e notiamo come sia diffuso questo difficile equilibrio tra identificazione interna e categorizzazione esterna. Anche in un contesto così piccolo, che è quello di una delle tante scuole, la mia identità è stata messa in crisi e in qualche senso (non voglio risultare tragica) l’ho sentita respinta in quanto figlia di una “minore” classe sociale.

Alessio Rischia ha detto...

Mi viene in mente due esempi (uno estremamente attuale) d'identità contestata/negoziata: quello che sta passando la Catalogna e quello che ha passato l'Irlanda. Per quanto riguarda la Catalogna il 92%, dei 43% degli aventi diritto, ha rivendicato l'indipendenza politica dal resto della Spagna. La Catalogna ha ineffetti delle differenze culturali, storiche linguistiche, differenze che hanno generato nel tempo un'identità nazional Catalana potremmo dire. Ma la situazione della Catalogna è ancora più complessa di così: il 42% degli aventi diritto non sono il 100%. Se da una parte ci sono persone che si identificano più come catalani che come spagnoli è anche vero il contrario - molti catalani si riconoscono nella bandiera spagnola (e in quella europea) - la recente manifestazione ne è una prova. Da un lato si ha una parte della popolazione che si identifica in un'altra identità nazionale, con una cultura, una lingua, una bandiera propria (il 43% non è affatto una minoranza, stiamo parlando quasi della metà degli aventi diritto). Un'identità culturale che non viene affatto osteggiata dal governo centrale (semmai è l'indipendenza politica) - ma al contrario diviene strumento di emarginazione sociale nei confronti dei non-catalani. Spesso per chi non parla catalano diventa più difficile trovare lavoro in Catalogna, un catalano ha più possibilità di carriera. È esattamente ciò che successe in Irlanda del nord. Lì le differenze non erano né culturali né linguistiche ma religiose. I cattolici venivano emarginati nella protestante Irlanda del nord, spesso anche sviliti e vilipesi (celebre fu la manifestazione cattolica per i propri diritti del '72 nella quale un battaglione dell' esercito britannico sparò sulla folla: quella giornata passò alla storia col nome di bloody Sunday). In entrambi i casi le differenze di potere (tra chi s' identifica e chi categorizza) sono un'intreccio di potere politico, culturale, religioso, linguistico, geografico - condiviso non da una ristretta minoranza, ma da un gruppo di persone molto ampio che vogliono rafforzare, sottolineare, evidenziare queste differenze.

Giulia Pazzini ha detto...

Un esempio di identità contestata è quello che c'era nell'antica Grecia, in special modo nelle poleis greche (le città-stato): questo perché i diritti, che all'epoca erano molto importanti per partecipare all'attività politica, al servizio militare e alla vita religiosa (e quindi, solo partecipando a queste attività si era parte della comunità, cioè si aveva un'identità all'interno di essa) degli abitanti delle poleis erano distribuiti in modo molto eterogeneo; infatti, erano considerati cittadini solo gli abitanti maschi adulti di status libero, mentre le donne, gli stranieri residenti liberi e gli schiavi erano esclusi.
Tant'è che le donne, oltre ad essere escluse totalmente dalla attività politica, erano definite cittadine libere solo tramite il matrimonio, accordato dal padre con la famiglia dello sposo; le donne quindi non hanno alcun potere decisionale, anzi addirittura le loro relazioni sociali dipendono dai mariti o dai padri, quindi devono sottomettersi (ciò significa quindi che non sono considerate veri e propri individui: ci vorrà un po' di tempo perché questo accada, dato che le donne greche in seguito avranno molte più possibilità di libertà, anche se non politica).
Dopodiché ci sono gli stranieri che, appartenendo a un'altra polis, in quanto tali non avevano alcun diritto politico all'interno della polis (anche se questi erano maschi e adulti). Quindi anche loro non hanno la possibilità di esprimere le loro idee all'interno della comunità, che era un privilegio molto importante per sentirsi parte della comunità.
Infine gli schiavi, che erano tali o perché prigionieri di guerra o perché erano soggetti a condanne penali, pur svolgendo manzioni pubbliche, domestiche o manufatturiere, sul piano giuridico, essi erano considerati soltanto proprietà, non persone, e quindi non avevano alcun diritto.
Quindi, nel caso delle donne, degli stranieri o degli schiavi, non c'era possibilità di "costruire" una propria identità all'interno della comunità; essi dovevano semplicemente attenersi a ciò che la legge prevedeva.

Giulia Eleuteri ha detto...

Abbiamo riflettuto su come persino designazioni che sentiamo “naturali” come “l’essere uomo”, “l’essere adulto” o “l’essere donna” in realtà siano il frutto di una costruzione culturale assai raffinata (lavoro antropopoietico).
Siamo passati poi a porre l’accento sulle due direzioni dell’appartenenza: l’autoidentificazione da un lato (ciò che io dico di essere) e l’identità pubblicamente riconosciuta dall’altro (ciò che il resto del mondo dice che io sia). Tra queste due istanze sussiste un difficile equilibrio che non sempre le istituzioni sono in grado di gestire. In altre parole, spesso in nome dell’identità nazionale ci vengono appiccicate addosso delle etichette che posso rivelarsi limitanti o inappropriate per le nostre situazioni di vita (la conferenza sulla situazione degli MSNA ci ha dato interessanti spunti in merito).
Come esempio di identità violata penso al caso di Franca Viola dato che nelle nostre lezioni sta assumendo sempre più importanza il concetto di antropologia come “filosofia con la gente dentro”.
Siamo nel dicembre del 1965 e una giovane contadina siciliana di nome Franca Viola finisce sulle prime pagine dei quotidiani dopo essere stata rapita e violentata da un ragazzo che la donna si era rifiutata di sposare. In tali contesti, assolutamente non rari, ci si aspettava che la donna cedesse, di modo che quello che il Codice penale italiano definiva “matrimonio riparatore” potesse cancellare l’offesa arrecata dall’uomo. La donna, tuttavia, per la prima volta in assoluto, rifiutò di sposarsi, e di conseguenza il suo assalitore fu arrestato e poi mandato in prigione.
La tenacia di Franca Viola fu considerata dalla gente del paese la vera condotta disonorevole, ma nel resto d’ Italia il caso fece scalpore ed evidenziò l’assenza di parità e dignità per le donne agli occhi della legge.
Le costituzioni potevano anche promettere uguaglianza a tutti i cittadini a prescindere dal sesso, ma i codici penali vigenti trattavano uomini e donne in maniera molto diversa. Gli uomini potevano commettere impunemente adulterio mentre per le donne ciò costituiva reato.
Le garanzie formali dei diritti costituzionali significavano ben poco in assenza di un’efficace azione politica volta alla loro applicazione pratica. Le costituzioni infatti potevano offrire alle donne pieni diritti politici ma senza una parallela uguaglianza nel campo del diritto privato e della prassi, le donne restavano subordinate agli uomini: negli anni Settanta emerse sempre di più il divario esistente tra quanto le democrazie liberali promettevano e quanto effettivamente garantivano.
L’esempio di Franca Viola chiarisce quanto la realtà spesso sia più avanti rispetto alla norma giuridica.
Se consideriamo le leggi come l’emanazione culturale di una volontà collettiva possiamo capire la frattura tra questa “aspettativa condivisa” e l’azione di Franca Viola. Il suo atto è un qualcosa che ha suscitato la repulsione dei suoi compaesani proprio perché la decisione di non sposare il suo carnefice è stata vista come una deviazione da un orizzonte comportamentale condiviso in cui dopo l’accadimento x (la violenza) ci si aspetta una reazione y prestabilita socialmente (sposare l’uomo per rendere nuovamente rispettabile il suo status dopo la violenza). Questa donna scegliendo per se stessa ha violato questa norma del vivere comune e per tanto ha trovato l’ostilità della sua comunità. Per il resto d’Italia invece Franca Viola ha acceso un faro di speranza ed è presto diventata un simbolo della lotta per i diritti delle donne. È interessante in tal senso notare come uno stesso atto può essere letto in maniera empia da un certo gruppo e in maniera coraggiosa da altri.

Giulia Eleuteri

lettere

0230674

Luca Pizziconi ha detto...

Come esempio lampante posso prendere in considerazione il saggio di Geertz letto in aula qualche lezione fa.
In questo testo vediamo come i colonizzatori Francesi invadendo il Marocco non si fanno scrupoli ad imporre la loro egemonia sul popolo che abita quella terra.
Dall'altro lato vediamo come tutto ciò metta in difficoltà gli abitanti nel posto in quanto si iniziano a creare delle incomprensioni comunicative.
Questo è il perfetto esempio di come un popolo colonizzatore inquadra una popolazione in una categoria standardizzata senza ripsettare la loro cultura ma solamente per semplificarsi la vita.
Oggi, io credo, che stiamo vivendo il fatto opposto, dato che tutte queste persone che vengono dall'Africa o dai paesi dell'est per cercare un futuro in Italia o comunque in Europa vengono facilmente categorizzate per semplificare il lavoro alla politica.
Tutto ciò ovviamente non si ferma solamente alla politica ma arriva a toccare la mentalità di un cittadino europeo che, anche lui, facilmente categorizzerà una persona senza neanche conoscerla.
Purtroppo questa situazione va a discapito delle persone che sono immigrate in Europa perchè non riusciranno ad integrarsi (sia a livello politico che culturale) come avrebbero desiderato, e non riusciranno ad immaginare un futuro.

Eleonora De Bellis ha detto...

Un esempio di identità negata è dato dal rapporto che intercorre oggi tra gli omosessuali e la società, riguardo la questione del matrimonio. Soprattutto nel nostro paese non viene accettata la loro identità perchè in contrasto con i principi della religione cattolica, che portano avanti gli ideali della famiglia tradizionale. Le varie lotte che si sono susseguite negli ultimi anni dagli omosessuali hanno indotto lo Stato italiano a rivalutare la questione e ad attuare leggi che tutelino i diritti delle coppie omosessuali. Prime dell’attuazione di queste leggi, le coppie erano costrette ad unirsi in matrimonio fuori dall’Italia, ad esempio in Spagna. Attualmente, grazie all’approvazione della legge sui matrimoni civili, anche in Italia le coppie dello stesso stesso possono unirsi in matrimonio anche se non da un punto di vista religioso.

Alessandra Cicinelli ha detto...

Q1:

Alcuni artisti si sono rivelati grandiosi ma solo in un momento successivo, quando la valutazione di questi è cambiata. Infatti inizialmente molti hanno percepito la propria inutilità, a causa magari di qualche critica da parte di chi aveva il potere di esprimerla (contraria, dunque, all'identificazione propria che gli autori davano a se stessi, o che la società in un secondo tempo ha dato a loro).
Un esempio di identità contestata che poi si è rilevata possedere un talento pazzesco è rappresentato dal famosissimo Walter Disney. Tutti oggi lo conosciamo come il produttore cinematografico degli Stati Uniti, grandissimo doppiatore, animatore, artista. E pensare che all'inizio della sua carriera il direttore di un giornale, per il quale Walter lavorava come disegnatore di fumetti, lo licenziò, giudicando i suoi prodotti privi di idee e inventive. Eppure ancora ai giorni nostri, Walt Disney è noto per la sua fantasia e abilità artistica, vincitore di ben ventisei Premi Oscar.
Un'altra identità respinta e non riconosciuta è Stephen King, celebre scrittore di letteratura fantastica, nello specifico del genere horror. Il suo primo libro fu disapprovato dalle case editrici una trentina di volte. In seguito egli fu incoraggiato dalla moglie a ritentare ed ora Stephen è approvato come un prestigioso autore.
Questo respingimento iniziale di identità si deve alle differenze relative di potere, tra chi si identifica e chi categorizza. Per l'appunto, un importante direttore di giornale, con uno schiocco di dita, ha il potere di licenziare un suo dipendente, categorizzandolo come fallito, mentre lo stesso dipendente si identifica in modo contrastante, come un uomo con delle qualità che potrebbe avere successo, come così è stato grazie alla categorizzazione positiva che poi la società (disponendo del potere) gli ha dato.

Alessandra Cicinelli

Elettra Pellegrino ha detto...

Quello di identità è un concetto piuttosto sfuggente; accettando l'individuo come pura costruzione (prodotto dell'azione plasmante della società, ricettacolo passivo dei dettami della propria cultura), risulterebbe impossibile alcuna divergenza tra ciò che egli considera se stesso e l'identità che gli viene invece riconosciuta. Ma in realtà ogni data società, lungi dall'essere una distesa omogenea e ordinata, è anzi più simile a una mescolanza di società minori (scuola, famiglia, vicinato, etc.) che si intersecano e sovrappongono, ognuna un sistema culturale a sé, ognuna una forza foggiante e creatrice di un tipo diverso di persona. Ognuna di queste micro-società finisce per imporre parametri diversi e talvolta contradditori rispetto alle altre, sicché l'individuo che ne deriva è altrettanto frammentato. Questo individuo subisce poi continue categorizzazioni che generalizzano le sue complessità e riducono la sua identità a una misera frazione di ciò che realmente è.
Altra fonte di divergenza, specie nel caso dei migranti, è il fatto che la società in cui cercano di inserirsi tenta di operare una sorta di foggiatura retroattiva, rifiutando l'identità che essi portano dal loro Paese e imponendone una arbitraria (ad esempio riducendola alla provenienza dal dato luogo, oppure all'età, come nel caso del giovane imbianchino riportato dalla dottoressa De Marchi, che non sono che minuscoli tasselli dell'insieme).
Riportare un esempio d'identità negoziata è difficile, dato che praticamente ogni aspetto della vita comune comporta continue contestazioni e rivendicazioni del proprio io. In effetti, citando Arendt, il singolo stabilisce e consolida la propria identità unica solo nel momento in cui la mostra agli altri nello spazio pubblico. Infatti parlare in un certo modo, usando certe espressioni, o vestire determinati abiti, è uno dei tanti modi in cui un individuo promuove e definisce il modo in cui gli altri debbano vederlo. Ogni azione è un tentativo di stabilire agli altri e a noi stessi chi siamo, e l'interazione stessa finisce per essere il campo di battaglia dell'individuo contro i pregiudizi e gli stereotipi in cui l'altro cerca di forzarlo. Queste sono spesso battaglie impari, in cui c'è una dinamica di uno a molti in cui l'uno detiene l'autorità (un professore con i suoi studenti, un capo con i suoi sottoposti, un genitore con i suoi figli), e per comodità li categorizza come meglio crede, o impone loro l'identità che preferisce. Così la persona nega qualunque volontà di conoscere l'individuo interamente piuttosto che fermarsi al 'chi è per me'.

Caterina Zarlenga ha detto...

La situazione della donna nell’Italia all’inizio del secolo scorso, in balia di una marcata disuguaglianza di genere, può essere un chiaro esempio di identità contestata/negoziata. Oggi le donne, in teoria, sono padrone di loro stesse e godono, a livello di cittadini, stessi diritti degli uomini e, anche se con più difficoltà di quest’ultimi, possono accedere a qualsiasi tipo di professione. Questo nuovo ruolo acquisito dalla donna è stato il risultato di anni di battaglie e soprusi all’interno della società. La donna, generalizzando, era vista esclusivamente come “angelo del focolare”: la condizione socioeconomica delle donne era di drammatica disparità infatti il lavoro femminile difficilmente veniva riconosciuto come tale. Sul fronte dell’istruzione, venne permesso soltanto a fine Ottocento l’accesso delle donne ai licei e alle università, anche se in realtà, nonostante questo, inizialmente, continuarono ad essere respinte le iscrizioni femminili. Solo dopo la fine del secondo conflitto mondiale, la donna comincia ad ottenere i primi diritti (come il diritto al voto), ma di fatto restavano in vigore tutte le discriminazioni legali vigenti, in particolare quelle contenute nel Codice di Famiglia e il Codice Penale e bisognerà attendere l’inizio del nuovo secolo affinché le donne acquisiscano l’esclusiva parità con l’uomo.

De Rosa Sara ha detto...

Un esempio di identità negata è quella araba – israeliana. Di recente ho letto “ come il vento tra i
mandorli” di Michelle Cohen Corasanti , dove racconta le vicende di una famiglia araba perseguitata dal esercito israeliano .La guerra Araba- Israeliana vede il contrapporsi gli ebrei della Palestina contro gli Arabi della Palestina. Israele è uno Stato ebraico situato in Medio oriente, la Palestina è costituita da due territori non indipendenti, i cui abitanti sono di etnia araba e in prevalenza musulmani, ufficialmente non esiste un confine riconosciuto a livello internazionale tra Israele e Palestina; per questo le frontiere sono oggetto di contenziosi, come anche lo status della Palestina, alcuni governi la considerano Paese indipendente, altri un insieme di territori sotto l'occupazione israeliana; la disputa riguarda chi ha diritto a quali territori e come questi devono essere amministrati. Per questo gli Israeliti negano l’identità palestinese agli arabi. Lo Stato ha concesso le libertà di pratiche religiose e la lingua araba come lingua ufficiale, sebbene l'ebraico sia la lingua dello Stato, ha negato agli arabi ogni rapporto con la loro storia, la tradizione, la cultura e l'identità palestinese.

Alessia Mauri ha detto...

Spesso l'identificazione interna non coincide con la categorizzazione esterna. Un esempio, tratto dalla mia esperienza personale, è la mancata coincidenza di identità di genere e sesso biologico. Cercherò di raccontare la storia di una persona che ha qualche anno meno di me e che anche se biologicamente è una donna, non si è mai sentita tale.
L'identità di genere si definisce fin da bambini: quando questa bambina frequentava l'asilo giocava sempre con i bambini piuttosto che con le bambine, voleva (e aveva) i capelli corti e il grembiulino blu, come i maschietti, e durante le recite scolastiche non metteva il fiocchetto o il capellino rosa come le altre bambine ma quello blu; non mancavano, però, i tentativi delle maestre (e forse anche dei genitori?) di convincerla ad indossare ciò che indossavano le altre bambine. Alle elementari la categorizzazione maschi/femmine si fece ancora più forte: i bambini adesso avevano dei bagni separati e quando partecipavano alle gite scolastiche, maschi e femmine non potevano dormire insieme; questa volta dovette piegarsi a questa categorizzazione. La bambina non si riconosceva neanche nel suo nome, voleva essere chiamata “F.” (nome maschile), ma nessuno la chiamava così, tanto meno le maestre durante l'appello. Nel periodo della scuola media, un viaggio all'estero la fece sentire finalmente accettata per quello che era: qui nessuno conosceva il suo sesso biologico e veniva chiamata “F.” da tutti. Ricordo che descrisse quel luogo come il luogo in cui avrebbe voluto vivere.

Alessia Mauri

Francesca Bonomo ha detto...

Vorrei parlarvi della sorella di mia nonna, Maria.
Maria aveva 16 anni quando felicemente fidanzata ha scoperto che non avrebbe mai potuto sposare quel ragazzo che tanto amava perché il papà non glielo avrebbe mai permesso. Maria aveva 16 anni quando ha scoperto che non sarebbe mai diventata moglie, che non sarebbe mai diventata mamma. Poteva scappare, ma la sua famiglia, la sua mamma, le sue sorelle erano lì, avrebbe avuto l’amore ma avrebbe perso la famiglia e quando hai 16 anni non sai nemmeno cosa possa significare rinunciare a una o all’altra cosa.
Maria avrebbe semplicemente voluto avere quella vita che tutte le donne (da sempre) sognano, o almeno la maggior parte di esse. Voleva costruire la sua vita insieme a quel ragazzo così come le sue tante sorelle avevano fatto, eppure a lei tutto questo è stato negato.
È vero, ha avuto tante sorelle meravigliose che le sono state sempre vicine (ora sono 3, insieme sono qualcosa di unico!), sorelle che ovviamente hanno potuto sposarsi, ha avuto mia mamma, e quindi una nipote che le è stata sempre accanto, così come mio papà, mio nonno, me e mio fratello… non l’abbiamo mai fatta sentire sola… Eppure qualcosa le è mancato: le è mancato qualcuno che l’aspettasse a casa la sera, le è mancato qualcuno che le ricordasse quanto fosse bella, le è mancato qualcuno con cui costruire una sua famiglia. E non è una fede al dito a fare la felicità ma l’avere qualcuno accanto con cui costruire giorno dopo giorno il proprio futuro, qualcuno con cui condividere ogni singolo istante.
Maria ha vissuto una vita veramente felice ma nei suoi discorsi non è mai mancato un pensiero a quel suo fidanzato. Ha sempre guardato mia mamma con gli occhi più di una mamma che di una zia perché aveva bisogno di colmare quel piccolo vuoto che portava dentro. E adesso, adesso che ha 87 anni, adesso che fatica a riconoscere le persone intorno a sé, adesso che non ricorda che giorno sia oggi… Oggi è tornata a vivere quei giorni che non ha mai dimenticato: parla di Tunisi (luogo in cui ha vissuto per diversi anni) e parla di quel suo fidanzato che tanto amava e che suo papà gli ha impedito di sposare.
Perché ho scelto di parlare di lei? Perché ogni volta che vado a trovarla e vedo, sul comodino, quella bellissima foto di lei da ragazza, mi domando come possa essere stato possibile che sia rimasta “sola” tutta la vita. Lei che era (ai miei occhi) la più bella della sorelle, con quei occhi chiari e quei capelli biondi. E penso che forse la risposta si nasconda proprio dietro questa bellezza, una bellezza che, agli occhi di suo padre, doveva essere preservata da tutto e da tutti. Nessuna l’avrebbe mai meritata, lei era troppo bella.
Ed ecco che allora vediamo come un padre abbia potuto negare a sua figlia la propria categorizzazione interna (quella di essere moglie e mamma) per imporgliene un’altra, una categorizzazione quindi esterna alla quale lei ha dovuto adattarsi. Il padre di Maria non riusciva a vedere la figlia come una donna sposata, a differenza della figlia che nei suoi sogni di ragazza non aveva mai avuto immagine diversa di sé se non quella, appunto, di moglie e mamma.

Francesca Bonomo

Giada Giorgi ha detto...

Per riportare un esempio di identità contestata/negoziata e tra identificazione interna e categorizzazione interna, non bisogna andare molto più lontano dalla prima lezione di antropologia seguita quest’anno con lei. Parlando di Ius soli, Ius Sanguinis e Ius Culturae, è lampante immaginare come spesso il potere non riconosca le ragioni del singolo cittadino. Così è in Italia: una mia amica, Bianca Ioana, si sente a tutti gli effetti italiana, parla romanesco più di me, ma, nonostante sia qui stabilmente oramai da sette anni, non ha ancora la cittadinanza italiana, ma ha quella romena, anche se in qualche modo si sente distante anni luce dalla cultura romena e, quando va a trovare i parenti in Romania, torna raccontandomi sconvolta di come “i tacchini passeggiano per la strada allo stato brado insieme alle persone”. Non riconoscendole lo stato la cittadinanza italiana, Bianca Ioana non può partecipare a molti concorsi pubblici e non può neanche votare, nonostante ricordi come alle scuole superiori lei avesse uno spiccato senso della vita politica in Italia e volesse ardentemente poter partecipare attivamente a quest’ultima.

Francesca Calisi ha detto...

Riporto l'esempio dell'omosessualità. Nell'ultimo decennio, si è cercato  di arrivare ad una condizione di eguaglianza dei diritti riguardo questo tema ma purtroppo fino a qualche anno fa, gli omosessuali non erano né riconosciuti dalla comunità e né accettati. Certo ancora oggi c’è tanta strada da fare. In Italia infatti il 46 per cento degli intervistati dichiara che, alla notizia di avere un figlio innamorato di una persona dello stesso sesso ne sarebbe ‘abbastanza sconvolto’. Si fa fatica a considerare gli omosessuali sullo stesso piano degli eterosessuali.  L'Italia è stato l'ultimo paese dell'Europa occidentale a non avere ancora una legge per le coppie omosessuali. Infatti, il 5 giugno 2016 è entrata in vigore la legge sulle unioni civili nota anche come legge Cirinnà, dal nome della sua proponente (la senatrice del Partito Democratico, Monica Cirinnà). Ciò che notiamo,  é vedere come nel nostro Paese, la normalità che  riguarda in primis il concetto di coppia uomo-donna, per anni ha dominato la nostra cultura. Per questo il concetto di normalità rappresenta una vera e propria costruzione culturale, ciò che è normale in un paese, è diverso da ciò che è normale in un altro.  Chi ha il potere fa fatica ad accettare questa “diversità” e ad emanare delle leggi che tutelino i diritti dei gay, per questo si fa appello alla religione e alla storia per sostenere le proprie tesi. In conclusione abbiamo visto come l'integrazione e l'esclusione dell'omosessualità dipenda dall'ammissione o meno di quest'ultima integrata nella società attraverso l'attribuzione o il rifiuto dei propri diritti.

Francesca Calisi

Martina Luciano ha detto...

Riporto l’esempio del mio amico Paolo, 23 anni, nato con una sola passione: la musica. Niente di male fin qui, se non fosse che entrambi i genitori sono affermati avvocati qui a Roma.
Paolo nonostante questo ha deciso comunque di cercare di realizzare il suo sogno, diventare un bravissimo bassista e quindi si iscrive al conservatorio. Questo però suscita lo sdegno dei genitori i quali decidono di disconoscerlo e privarlo di qualsiasi tipo di aiuto economico. Per mantenersi gli studi e realizzare il suo sogno Paolo aveva anche trovato un lavoretto in un pub la sera e sembrava che niente lo potesse fermare. La continua violenza psicologica del padre però, che ogni giorno gli ripeteva che era un fallito e che non avrebbe concluso mai niente nella vita (perché la musica è solo un hobby non una professione), sommata alle difficoltà economiche lo hanno portato a dover rinunciare. Questo è un chiaro esempio di violazione della propria identità perché Paolo si riconosce come musicista, ma il padre gli vieta di essere ciò e vorrebbe piuttosto che si iscrivesse a giurisprudenza e seguire le sue orme. Il fatto che lui sia il padre e quindi “più forte” ha fatto si che Paolo rinunciasse a tutto sopprimendo quella che è la sua vera identità.

MARTINA LUCIANO

Simone Longobardi ha detto...

Uno dei casi più eclatanti di identità negata è sicuramente quello dei "Desaparecidos" in Argentina. Tutto cominciò dalla data del 1 luglio 1974 giorno della morte di Juan Domingo Peron, leader incontrastato della scena politica argentina fin dagli anni 40. Dopo la sua morte diventa presidente dell'Argentina la sua terza moglie Isabel Perón ma nello sgomento generale e in un clima di smobilitazione prende sempre più piede la figura di López Rega che crea un vero e proprio stato di Polizia, instaurando un clima di terrore con la formazione dell'alleanza anti-comunista argentina (AAA). I militari rovesciano il governo di Isabel Peròn. Con l'intenzione di scoprire ogni possibile oppositore al regime, i militari cominciano a compiere abusi, violenze e a detenere illegalmente i civili. A tutto questo vanno aggiunti i primi, preoccupanti, casi di sparizione delle persone. Si ritiene che, tra il 1976 e il 1983, in Argentina, sotto il regime della Giunta militare, siano scomparsi fino a 30.000 dissidenti o sospettati tali. I detenuti furono rinchiusi nei carceri, e al loro nome fu sostituito un numero. Persero ogni diritto che contraddistingue un essere umano da una bestia. I parenti dei detenuti non seppero più nulla dei loro cari, salvo casi eccezionali. I pochi che riuscirono a sopravvivere furono costretti a cambiare nome, credo politico e ogni cosa che andasse contro al regime militare. In questo caso quindi, i militari non riconobbero l'identità di queste persone, non rispettarono le loro idee e si posero nella posizione di poter giudicare e imporre un loro concetto di identità, che potesse sposare il regime dittatoriale che si era creato.

Grigoras Adriana ha detto...

La formazione della nostra identità personale,come immagine che noi abbiamo di noi stessi è un processo inconscio.Questo processo si forma in base ad uno status o ad una situazione,oppure in base alle condizioni imposte dalla società.Spesso veniamo etichettati con delle parole squalificate come:emarginazione ,isolamento, che ci portano alla formazione di un identità negativa,in cui ci riconosciamo senza valori.L'identità è legata , sia alla sfera individuale(caratteristiche uniche dell'individuo) ,sia alla sfera sociale(se realizza nel proprio percorso di vita).Senza uno riconoscimento giuridico si parla delle persone che non esistono.Rubare un'identità ,significa cancellare ogni traccia delle nostre origini.Un esempio che riguardo questo tema ,che io ricordo abbastanza,è la Transnistria ,una piccola provincia sottosviluppata che cerca di conservare qualche cosa della sua individualità prima dall'occupazione russa.Questa sottile terra non è stata riconosciuta da nessun stato,nemmeno dalla sua protettrice Russia.,anche se ha un parlamento,una moneta,un suo presidente.E' vista come "un buco nero" perchè non ha nessun controllo interno.La sua storia oscilla tra l'accorpamento tra la Romania e poi la Russia,la sua identità oscilla tra popolo rumeno e quello moldavo,tra l'affinità ideologica dei moldavi e e i russi .Una causa dell non riconoscimento dell'identità di questa regione potrebbe essere anche l'insistenza della Romania Madre di riprendere la sua figlia ,persa dopo l'ultimatum sovietico nel 1940. Perchè parliamo di un'identità negata della Transnistria? Perchè fino al 1992 non ha mai avuto la libertà di scegliere il suo modo di organizzazione amministrativa,sociale, la sua lingua,il suo modo di vivere etc.E' stato un oggetto di una manipolazione intenzionale del proprio passato,ed è mancato quello che poteva sublimare il suo sentimento nazionale,qui possiamo parlare del fallimento oggettivo di dominio rumeno dal 1812-1918.Comunque osserviamo che tutti noi continuiamo a lasciarci la maschera che indossiamo per essere in passo con le condizioni della società,assumere un'identità che non è nostra.E'difficile far accettare oggi com'è oggi la consapevolezza della nostra identità.

Francesco Baldini ha detto...

L'identità si trova alla base del nostro essere, è ciò che fondamentalmente (nel senso letterale della parola) ci caratterizza. Essa si consolida attraverso le nostre esperienze, i vissuti, che pian piano la plasmano, rendendola più completa e consapevole di sé stessa. Purtroppo la percezione che ognuno possiede, in merito alla propria identità, può non essere riconosciuta dall'ambiente esterno, dalla società e dalla cultura in cui si è immersi o di cui si vuole entrare a far parte; infatti l'identità stessa di ogni singolo può essere osservata da due punti di vista, uno interno e uno esterno: quello interno è, ovviamente, proprio del soggetto in questione, il quale ha la possibilità di osservare e comprendere sé stesso a livello introspettivo, in profondità; all'esterno, invece, si instaura il giudizio superficiale della società, che può vedere soltanto la copertina dell'identità, giudicando sulla base di valori, ideali e convinzioni precostituite.
Si pensi, ad esempio, alla condizione del popolo ebraico durante la seconda guerra mondiale. Hitler, capo del governo tedesco, era assolutamente convinto dell'inferiorità biologica della razza ebraica, dimostrata attraverso ricerche pseudoscientifiche, nonché del fatto che gli ebrei stessi fossero "parassiti della società", "scrocconi", che spesso ricoprivano ruoli importanti e comunemente ambìti, in campo lavorativo, togliendo spazio ad altri. Essi erano, in media, benestanti, a suo dire immeritatamente, e divennero presto un morbo che avrebbe dovuto essere estirpato dalla società stessa. Hitler scrisse e spiegò, nel dettaglio, il suo programma di schiavizzazione ed eliminazione degli ebrei all'interno del "Mein Kampf", libro scritto durante la sua permanenza in carcere. Il libro riscosse pian piano grande successo, in quanto l'autore era un uomo assolutamente in grado di manipolare e conciliare a sé gli animi dei cittadini, per i propri scopi. Dunque la stesura di queste pagine non fu altro che l'origine della messa in discussione dell'identità degli ebrei (cosa già accaduta diverse volte nel corso della storia), fino alla bramata cancellazione della stessa, avvenuta progressivamente tramite lo sterminio di massa, passando per i campi di concentramento, la quale emerge dalle inconfondibili parole di Primo Levi, nella poesia presente al termine del volume "Se questo è un uomo". A tutto ciò si sommi il fatto che il popolo ebraico fosse da secoli privo di una propria terra, in quanto sparso per tutto il continente e che quindi, a causa di queste innumerevoli difficoltà, non ha avuto facile compito nel cercare di recuperare e mantenere salda la propria identità.

Federica Sorrentino ha detto...

Per identità si intende l’insieme di caratteristiche che distinguono ogni individuo dagli altri, rendendolo unico nel suo genere. Da questa definizione si comprende l’importanza del ruolo che l’identità riveste nella vita di tutti noi. Vorrei narrare, come esempio di identità contestata, la storia di Carmela. Fin da piccola, Carmela amava guardare con il nonno gli aerei che decollavano dall’aeroporto vicino casa sua; giocava con il nonno fingendo di essere la comandante di aerei che partivano per chissà quali destinazioni. Ben presto, quello che sembrava essere un semplice gioco che la faceva tanto divertire, si trasformò in una passione di cui Carmela voleva fare il suo lavoro. Tuttavia, essendo figlia di un avvocato, il padre non le permise di frequentare la scuola aeronautica, né tantomeno di prendere i brevetti che le consentissero di divenire pilota a tutti gli effetti, ma la iscrisse piuttosto alla facoltà di Giurisprudenza. Carmela portò avanti gli studi e si laureò rendendo il padre orgoglioso di lei. Tuttavia, nonostante ad oggi sia diventata un’insegnante di diritto, Carmela non ha mai smesso di coltivare la sua vera identità, la passione che dall’interno la identificava e che non le è stata riconosciuta come tale. Carmela oggi ha una figlia a cui ha trasmesso la passione per il volo e che sta portando avanti i sogni che a lei sono stati negati, negando così al tempo stesso la sua vera identità e categorizzandola in ciò che lei, se avesse potuto scegliere, non sarebbe mai diventata.

Eleonora Cericola ha detto...

Proviamo a sviluppare il concetto di identificazione interna (Io Sono) cioè quando riconosciamo la nostra identità, e la categorizzazione esterna, il momento in cui cataloghiamo l'altro o veniamo noi catalogati.
Queste due parti devono restare in equilibrio altrimenti si mostrano al loro interno delle dinamiche di potere, tra chi si identifica e chi categorizza, quindi chi sceglie di accogliere o respingere l'identità. Esempio della religione, che al giorno di oggi tende a marcare la differenza tra soggetti e modelli culturali. Pensiamo al noi  italiani cristiani e agli immigrati che in maggioranza sono musulmani. L'opinione pubblica italiana vede l'Islam come religione professata da persone pericolose o tendono ad associarla al terrorismo. Respingono così non soltanto la religione stessa con tutte le sue pratiche, ma in particolar modo i soggetti che la professano. Fanno ciò in nome di pregiudizi, creati  inevitabilmente dalla società nel tempo, e dalle informazioni recepite dai media. Bisognerebbe andare Oltre queste categorizzazione che fa la società. Spesso però ci accorgiamo di quanto sia sbagliato pur restando sempre conformisti con ciò che dice la società, per non essere identificati e respinti anche noi dallo stesso meccanismo.

Sara Ciancarelli ha detto...

La relazione tra ciò che siamo e ciò che ci viene riconosciuto di essere (da una qualche istituzione o da determinati gruppi sociali) è una relazione tra due termini che spesso si fondono tra loro, ma che altrettanto spesso discordano profondamente, si contraddicono, si annullano o si scambiano l’uno con l’altro. La voglia di valorizzare non solo ciò che siamo effettivamente “su carta” o per la collettività, ma anche ciò che siamo nella nostra intimità, vede susseguirsi continue lotte e tentativi di dimostrazione, di riappropriazione di qualcosa che per qualcuno non ha valore semplicemente perché "non-ufficiale". È vero che che siamo ciò che le persone ci riconoscono, ma questo non significa che siamo solo e unicamente questo, anzi, siamo molto di più.
Gli esempi, anche storici, di identità violata (perché alla fine di questo stiamo parlando) sono moltissimi e disparati, toccano una moltitudine di ambiti, epoche e gruppi così consistenti che se ci si mette a pensare davvero non si riescono a contare.

Un esempio che voglio proporre, perché mi sta particolarmente a cuore in quanto non solo esempio di identità negoziata ma di vera e propria ingiustizia sociale a cui non posso attribuire aggettivi o risulterei davvero poco elegante, è l’esempio di P., un grande lavoratore (e un grande uomo davvero) con uno spirito di sacrificio che in pochi hanno.
L’esempio di P. è importante per spiegare questa contrapposizione identità interna/categorizzazione esterna perché P., seppure di fatto innocente, è oggi per lo Stato Italiano colpevole dell'invalidità di un uomo oggi quasi del tutto paralizzato.

P. lavora come capo operaio in una nota azienda di Roma e coordina un gruppo di altri operai composto da una cinquantina di persone. I suoi compiti di base sono la gestione del lavoro dei suoi sottoposti e la sorveglianza di questi ultimi, ma si occupa anche di consulenze, grandi manutenzioni, e spesso viene inviato in altre strutture per tenere dei corsi.
Cinque anni fa, mentre P. si trova in una delle succursali dell'azienda sotto indicazione dei suoi superiori, uno dei suoi operai ha un incidente sul lavoro e, per non aver rispettato le misure di sicurezza previste, rimane paralizzato dal collo ai piedi. Decide quindi di fare causa all'azienda, ma quest'ultima si solleva da qualsiasi responsabilità puntando invece il dito contro P.

A distanza di 5 anni, P. ancora lotta per provare la propria innocenza.
L’azienda ha negato che l’assenza di P. in loco fosse sotto sua indicazione, perché in quel caso l’azienda sarebbe diretta responsabile dell'incidente, non avendo sostituito P. con qualcuno che supervisionasse che le norme di sicurezza venissero rispettate, quindi, anche se P. stava solo compiendo il proprio lavoro, al momento è considerato colpevole, condannato a 3 anni di reclusione e ad un risarcimento danni davvero spaventoso.

È un esempio drammatico ma ci tenevo a farlo. Forse questa è più una denuncia che un semplice esempio. Ma è importante e esplica pienamente che ciò che effettivamente siamo alle volte non coincide con ciò che che l’esterno ci riconosce, per un motivo o per l'altro.

P., per lo Stato Italiano, è colpevole di negligenza sul lavoro e lesioni colpose gravi, ma per me, per se stesso, per la sua famiglia, per i suoi operai, per chiunque provasse a mettersi nei panni di un lavoratore che semplicemente compie con impegno e dedizione i propri doveri e viene usato poi come scudo da altri senza scrupoli, per noi e per tanti altri, Paolo è innocente, e il fatto che la sua fedina penale sia sporca non modifica che per me lui sia in realtà uno degli uomini più puliti che io conosca.

Sara Ciancarelli

Claudia Giorgi ha detto...

La categorizzazione che proviene dall’esterno (ciò che gli altri dicono che noi siamo) non solo può entrare in conflitto con la nostra identificazione interna (ciò che noi diciamo di essere), ma può influenzare la formazione stessa della nostra identità. La costruzione dell’identità personale infatti non è solo il frutto di una serie di scelte meramente individuali, ma è un processo in cui il contesto culturale in cui avviene (con tutte le sue dinamiche di potere) gioca un ruolo fondamentale. Quante volte capita infatti che ci identifichiamo nell’immagine che gli altri hanno di noi!
Pensando ad un caso di mancato riconoscimento di identità mi viene in mente un fatto risalente al lontano 1880: la II Conferenza internazionale sull’educazione delle persone sorde. Tale congresso decretò la proibizione dell’utilizzo della lingua dei segni nelle scuole a favore dell’oralismo come unico metodo di insegnamento. Proibire l’utilizzo della lingua dei segni ha rappresentato la negazione da parte del mondo degli udenti (categorizzante) di un connotato identitario fondamentale (quale la lingua) dei sordi. Di fatto i sordi non venivano riconosciuti come una comunità con la propria cultura e la propria lingua, ma venivano semplicemente identificati come persone “disabili”.
Oggi molte persone sorde, per rimarcare la propria appartenenza identitaria, chiedono di essere definite “sorde” e non “non-udenti”, poiché questo secondo aggettivo andrebbe a sottolineare il loro deficit e ad adombrare la propria identità di sordi che spesso sentono tanto forte da andarne paradossalmente fieri.

Gabriela Baican ha detto...

Il concetto d'identità può essere riassunto come l'insieme di caratteristiche uniche che rende l'individuo unico e inconfondibile, e quindi ciò che ci rende diversi gli uni dagli altri. Molto spesso accade, però, che ciò che identifichiamo come nostra identità non coincida con il pensiero delle persone a noi esterne. Per questo motivo la nostra identità può essere messa in discussione e/o adirittura negata.
A questo proprosito volevo riportare il caso di una giovane artista vietnamita conosciuta come “Plaaastic” o “GG”, che purtroppo è scomparsa esattamente un mese fa. A causa del suo modo di vestire, eccentrico rispetto allo standard del Vietnam, a causa delle idee per cui ha cercato di combattere attraverso la sua arte, a causa del suo essere donna e a causa del suo essere “diversa” è stata spesso vittima di violenze fisiche non indifferenti.
La società vietnamita non ha mai accettato la sua identità, in quanto non conforme alla “normalità”, e l’ha negata, in questo caso, attraverso la violenza.
Purtroppo si tratta di un forte paradosso, che troviamo nel fatto che il concetto d’identità, come ho detto precedentemente, presuppone una diversità intrinseca di per sé, dunque il fatto di accettare o rifiutare solo alcune identità piuttosto che altre risulta un qualcosa privo di significato, poiché, da questo punto di vista, siamo tutti diversi.

Micol Megliola ha detto...

Un esempio di identità al contempo negoziata e contestata potrebbe essere individuato nella travagliata vicenda del movimento religioso pastafariano.
Nel lontano 2015 lo scienziato Bobby Henderson, in aperta polemica con la decisione dello stato del Kansas di affiancare l'insegnamento della teoria creazionista a quella evoluzionistica negli istituti scolastici, invia una missiva di protesta al Kansas State Board of Education. Nella lettera lo studioso, dichiarandosi pastafariano credente, avanza la richiesta di integrare la sua teoria nei programmi di insegnamento. Il caso diventa virale e, quella che inizialmente si configurava come una creativa forma di protesta, si tramuta a poco a poco in un movimento con milioni di seguaci nel globo che richiedono a gran voce il riconoscimento del pastafarianesimo come religione ufficiale. Del resto la creatura del profeta Henderson non ha nulla da invidiare alle altre religioni, poiché prevede: un dio/ grande ammasso di spaghetti volanti che, ubriaco, ha dato vita ad un creato imperfetto; un popolo eletto (i pirati) guidato dal comandante Mosey al quale vengono rivelati gli otto condimenti (meglio conosciuti come gli otto "preferirei che tu evitassi") sul Monte Sugo; delle formule di preghiera (tutte rigorosamente terminanti in "Ramen") e delle festività sacre (il "beverdì"). A lungo tempo l'identità religiosa dei pastafariani è stata contestata, salvo poi essere riconosciuta in alcuni stati: in Nuova Zelanda (dal 2015) e in Olanda (dall'anno seguente) il pastafarianesimo è a tutti gli effetti religione ufficiale; in alcuni stati USA, in Austria e in Repubblica Ceca è consentito ritrarsi nelle fototessere dei documenti ufficiali con uno scolapasta in testa per motivi religiosi. Tuttavia, nei restanti stati, l'identità religiosa del movimento è tuttora negata o, ancor peggio, repressa. Per citare un singolo caso: il 21 settembre 2012 il cittadino greco Filippos Loizos venne arrestato per aver pubblicato su Facebook un fotomontaggio parodico del monaco ortodosso del Monte Athos, storpiandone il nome da padre Paisios a "Pastitsios".

FEDERICO COCCO ha detto...

L'identitá é uno dei nostri più importanti diritti, violarlo, in molti paesi, é un reato perseguibile dalla legge, ognuno deve avere questo diritto, di potersi identificare in un popolo, un gruppo, un'idea in tutto ciò che ognuno di noi trova più giusto. Purtroppo nella storia questo diritto non é stato sempre fatto valere, non è stato in ogni caso tutelato. A tal proposito possiamo parlare della situazione dei Rohingya, un gruppo etnico di origine Islamica che in questo momento vive sulla costa della Birmania. Nel 1948 con la dichiarazione d'indipendenza della Birmania dall'impero Britannico, questo popolo venne escluso, da parte dello stato, dai gruppi che avevano un riconoscimento nazionale, fino ad arrivare nel 1952 dove gli venne negata definitivamente la cittadinanza. Questo popolo subisce ancora oggi ingiustizie di vario genere, la negazione addirittura di possedere un documento di identitá, la non possibilitá di avere delle proprietá terriere e il non poter usufruire delle cure mediche, sono presenti nel territorio ma é come se non ci fossero, non sono per nulla presi in considerazione dagli altri abitanti del territorio. Vengono definiti da molti come il popolo più perseguitato del mondo, da molti anni provano a fuggire dalla Birmania ma vengono continuamente respinti anche dai paesi limitrofi, un popolo "fantasma", isolato, e negato di ogni diritto alla sua identitá ,che si ritrova ogni giorno a dover convivere con una situazione surreale in un clima di assoluto silenzio.

FEDERICO COCCO

Aurora Celima ha detto...

Su un articolo de "Il Mattino", il 31 luglio 2016, si parlava del caso di Nunzia, una signora napoletana, che raccontava di aver avuto necessità di essere curata al pronto soccorso dell'ospedale San Giovanni Bosco per un'ischemia cardiaca e il personale l'ha derisa, trattandola come se non avesse una dignità e lo stesso trattamento gliel'hanno riservato i dirigenti, per questo ha deciso di rifiutare il ricovero, correndo un forte rischio per la sua salute.
La signora ha subito questo trattamento per il suo orientamento sessuale, in quanto trans.
L'episodio è stato segnalato anche dal'Associazione Trans Napoli e, secondo quanto raccontato da Nunzia, due infermieri, un uomo e una donna, avrebbero detto testuali parole: "Questo dove lo mettiamo?", infierendo in dialetto con frasi e ammiccamenti sulla sua condizione sessuale.
Nunzia ha proseguito raccontando che quando è arrivata nel reparto di terapia intensiva, poiché necessitava di ossigeno, ha subìto il secondo attacco verbale da un uomo e una donna, spingendola a rinunciare alle cure per il terrore di subire un'ulteriore violenza psicologica.
Ciò che denuncia Nunzia, come tutti coloro che sono vittime di discriminazioni come la sua, è di non vedersi riconosciuta la propria identità: ormai lei è una donna a tutti gli effetti, e vuole essere riconosciuta tale dalla società.

Leonardo Ungherini ha detto...

Per quanto concerne l’identità di una popolazione esistono due categorie: l’identificazione interna (ciò che si sente e si crede di essere) e la categorizzazione esterna (ciò che si viene costretti ad essere).
Esistono tantissimi casi, partendo dalla storia più antica fino ad arrivare al giorno d’oggi, di popolazioni minori ancora alla ricerca di una propria identità.
Un esempio è quello del popolo dei Tamil, originario dello Stato del Tamil Nadu nel sud-est dell'India e del nord-est dello Sri Lanka. Esistono diverse comunità dei tamil provenienti da diverse parti del mondo, prevalentemente dal Canada, dalla Malesia e da Singapore. I Tamil hanno abitato lo Sri Lanka per più di 2500 anni al nord, mentre a sud viveva il popolo cingalese. Successivamente l’isola venne contesa fra Portogallo e i musulmani, che volevano il controllo dell'Oceano Indiano. Con la vittoria dei portoghesi, i Tamil e i cingalesi vennero fusi come un'unica etnia. Successivamente gli Olandesi liberarono l'isola dalla dominazione portoghese, su richiesta degli stessi Tamil, conquistando l’intero controllo dell'isola. In seguito ad una guerra, gli olandesi furono scacciati dallo Sri Lanka e quest'ultimo venne annesso all'Impero Inglese. Questo portò per la seconda volta alla fusione tra l’etnia Tamil con quella cingalese, non portando, però, buoni risvolti: il rapporto fra le due etnie rimaneva bellicoso e conflittuale. Nel 1948 all'Isola di Sri Lanka fu concessa l'indipendenza. Furono i cingalesi ad avere la meglio sui tamil ed emanarono spesso leggi di carattere discriminatorio. Tutto ciò non fece altro che accendere ulteriormente il fuoco del conflitto: i cingalesi abitavano la zona settentrionale. I tamil rivendicavano la sovranità su quell'area: motivo scatenante di una feroce Guerra civile, che andò dal 1983 al 2009.


LEONARDO UNGHERINI (0244337)

Erica Blandino ha detto...

Potrei prendere da esempio una mia amica conosciuta proprio in facoltà. Si tratta di una persona che ha sempre avuto una passione per la filosofia e che avrebbe intrapreso volentieri degli studi annessi alla materia. Essendo figlia, però, di una custode di un museo e di un professore di storia dell'arte è stata costretta a scegliere la facoltà di beni culturali.
Questo tipo di identità contestata dimostra che questa ragazza, pur essendo maggiorenne, sta ancora al di sotto del volere del padre e della madre che sfruttano la loro superiorità in quanto genitori per continuare, diciamo così, la "tradizione" di famiglia.

Anonimo ha detto...

Un esempio di differenze relative di potere che possono giocare un ruolo centrale nel riconoscimento/respingimento di un’identità si può trovare, a mio avviso, durante la seconda guerra mondiale, in particolare quando la Jugoslavia fu invasa dalla Germania e dall’Italia. Nel 1941 venne instaurato in Croazia e in Bosnia un governo fantoccio guidato da dei nazi-fascisti locali. Questo governo aveva come scopo quello di eliminare tutti i serbi, per creare una Croazia di soli croati ma anche per eliminare ogni religione diversa da quella cristiana cattolica. Tra le vittime serbe vi erano anche degli ebrei e dei rom. Questo governo decideva chi doveva essere ucciso, chi doveva essere escluso e chi invece era costretto a cambiare religione per poter vivere, passare dalla quella ortodossa a quella cristiana.

Elisabetta Pittalis

Anonimo ha detto...

GIOVANNI BRUNI

Un esempio di identità negata è quella dei cosiddetti "Movimenti Ereticali" medievali. Questi erano veri e propri gruppi "alternativi" di fedeli cristiani, dissociatisi dalla chiesa di Roma come reazione, il più delle volte, alla ricchezza del clero, ma anche per questioni unicamente Teologiche. Gli Eretici erano dunque etichettati come tali dalla Chiesa Cattolica, poiché dal loro punto di vista erano credenti molto più puri della corrotta istituzione romana. In termini Politici, l'influenza Cattolica fu talmente schiacciante che si arrivò alla repressione fisica, dopo la condanna religiosa e l'etichettatura, dei movimenti eretici qualora i membri non si convertissero. E' questo il caso della Crociata Albigese del 1209-1229, bandita da Papa Innocenzo III.

Emanuele Ietto ha detto...

DOMANDA 1

Un esempio di identità negata potrebbe essere il recente caso della Catalogna, che ha manifestato tramite referendum la propria intenzione di chiedere l'indipendenza dalla Spagna. Gli abitanti di tale regione (perlomeno la maggior parte) si identificano ormai come "catalani" e non più come "spagnoli" (identificazione interna), ma tale identificazione è rigettata dal governo spagnolo, che ha ritenuto incostituzionale il risultato del referendum. Per il governo spagnolo, gli abitanti della Catalogna sono e rimarranno a tutti gli effetti "spagnoli" (identificazione esterna).

Lorenzo Angelici ha detto...

Come esempio si può far riferimento allo Ius soli applicato negli USA: nel periodo dell'emigrazione degli italiani tra il XIX e il XX secolo la maggior parte di essi andarono negli USA in cerca di nuove opportunità e speranze. Chiunque poi fosse nato da due genitori italiani emigrati in America veniva identificato come americano, dal momento in cui è nato nel territorio statunitense, applicando quindi lo Ius soli, anche se lo spirito italiano dello Ius sanguinis, quindi della vicinanza con la propria patria, lo rendeva effettivamente italo-americano, se non addirittura italiano.
Perciò per il governo statunitense chi nasceva nel territorio degli USA aveva un'identità americana con altrettanti diritti, malgrado però a livello familiare, personale e affettivo dai genitori, dai parenti, sia emigrati che non, e a volte da sé stessi, veniva considerata la sua identità italiana.

Veronica Orsini ha detto...

Un esempio che mi sovviene partendo dalla questione degli MSNA riguarda l'identità territoriale degli isolani italiani soprattutto siciliani. Mia zia è siciliana e da piccola verso i 12 o 13 anni andava con la sorella in un centro estivo in Emilia Romagna. Gli altri bambini dicevano loro che non erano italiane, bensì "siciliane", nonostante mia zia si sentisse italiana al 100%, quindi non si classificava come "siciliana", isolana. Quindi l'identità X che mia zia e sua sorella dichiaravano di avere (identificazione interna) era contestata, cioè non era accettata dagli altri, i quali le etichettavano come Y (categorizzazione esterna).

Veronica Orsini

Federica Palazzi ha detto...
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Federica Palazzi ha detto...

Nel rispondere a questa domanda (a mio avviso una tra le più difficili), mi sono venuti in mentre due esempi, il primo personale, se non il più futile ma significativo, il secondo di cronaca attuale:
1) Mia sorella sin da piccola ha sempre avuto la passione per le lingue, una dote presa da mio nonno paterno; dopo il diploma di scuola media, mia sorella voleva assolutamente intraprendere questa passione e voleva così segnarsi ad un liceo linguistico; i miei genitori, che sono sempre stati abbastanza rigidi riguardo la nostra istruzione (e oggi, guardando indietro e dando un’occhiata al presente, li definirei GIUSTI), volevano da mia sorella un’educazione classica. Il primo giorno di scuola mia sorella si presenta a questo istituto pensando fosse un istituto linguistico, ma quando sente dalla professoressa che all’ora successiva ci sarebbe stato il professore di greco, aveva capito che i miei genitori l’avevano iscritta ad un liceo classico. Un esempio banale e di poco conto, perché alla fine mia sorella tutt’oggi li ringrazia per averle dato una base classica (ora parla 8 lingue), ma se parliamo di identità negata, effettivamente a mia sorella è stata negata a 14 anni di studiare ciò che voleva lei, di essere una studentessa di lingue (identificazione interna); mia sorella ha studiato ciò che volevano i miei genitori, alla fine del quinquennio si diplomata come i miei genitori volevano che si diplomasse (categorizzazione esterna).
2) Qualche settimana fa ho sentito al tg che una coppia gay è stata buttata fuori casa per il loro orientamento sessuale; anche questo episodio rivela purtroppo un’identità negata ai due ragazzi da parte dei rispettivi genitori che non accettano il fatto che i propri figli siano “diversi” rispetto ai valori che gli sono stati insegnati. In questo caso però mi chiedo: qual è l'identificazione esterna da parte dei genitori, l'essere gay, e quindi non accettare l'identità, o riconoscerli senza nemmeno un'identità?

Michelina Iula ha detto...

Come esempio di identità negata mi viene in mente un episodio accaduto un po’di tempo fa. Una donna transessuale brasiliana in Italia da quasi vent’anni, dopo aver perso il lavoro ed il permesso di soggiorno, per la legge italiana è divenuta una clandestina e si è trovata così reclusa nella sezione maschile di un Centro di identificazione ed espulsione. Una situazione che si è prolungata per mesi mentre attendeva il trasferimento in un Cie con reparto femminile. L'orientamento sessuale è uno degli elementi costitutivi dell'essere umano, il diritto di determinarlo liberamente e il diritto di esprimerlo senza paura devono essere considerati diritti umani, in questo caso però alla donna sono stati negati questi diritti.

Slawka G. Scarso ha detto...

Un esempio a cui mi viene di pensare è dato dalla comunità slovena che si trova a Gorizia, al confine con la Slovenia.
Durante alcune interviste fatte ai produttori vitivinicoli della zona mi è capitato più volte di sentire loro raccontare la stessa esperienza: per lo Stato italiano loro erano cittadini italiani di minoranza slovena. Di fatto si sono sempre sentiti sloveni in Italia. Hanno sempre mantenuto una loro identità culturale e linguistica. Tuttora parlano a casa sloveno e non italiano. Al tempo stesso però - la beffa, per così dire - era che quando avevano occasione di passare il confine, venivano trattati dagli sloveni come italiani. Così nè da una, nè dall'altra parte si potevano identificare completamente. Questa poi è una condizione comune a tante comunità di confine.
Una situazione simile era capitata agli istriani fuggiti negli Stati Uniti nel racconto fatto dall'imprenditore della ristorazione Joe Bastianich (Giuseppino, UTET). Lui e la sua famiglia (la mamma emigrò da ragazzina) si consideravano italiani a tutti gli effetti, per il governo statunitense prima di acquisire la cittadinanza americana erano italiani, ma gli altri italiani emigrati negli Stati Uniti paradossalmente li consideravano stranieri.

Celeste Picchi ha detto...

Molto spesso per elaborare i quesiti di questo blog mi rivolgo a quelle che ho individuato come informatrici privilegiate: mia madre, assistente sociale, che da venti anni lavora a stretto contatto con la diversità; e Licia, una mia collega universitaria originaria di Venosa, un piccolissimo borgo della Basilicata che grazie a lei ho visitato alcune volte.
Proprio in una delle contrade di Venosa, Boreano, si può incontrare una discreta comunità di ragazzi africani che vive in una chiesa sconsacrata e lavora negli sterminati campi venosini. La comunità è essenzialmente maschile, priva di minori, nata per dare a questi la possibilità di mantenere le proprie famiglie nei loro paesi di origine.
Si tratta di lavoratori itineranti, che si spostano in base alle raccolte stagionali in tutta Italia, e vanno a Boreano per la raccolta estiva dei pomodori.
Sono dunque delle comunità temporanee che si disgregano e riaggregano in modo variegato negli stessi luoghi e periodi dell'anno.
Questi uomini si dividono in due categorie: quelli partiti spontaneamente e quelli costretti a scappare da situazioni socioeconomiche disagiate. Alle volte, mi racconta Licia, si tratta di individui scelti dal villaggio come loro "campioni" per partire e andare a cercare lavoro non solo per sostentare la propria famiglia ma l'intera comunità. Nel caso non dovessero riuscire a passare la frontiera, o dovessero tornare a mani vuote, diventerebbero una delusione per tutto il villaggio e porterebbero con loro il fallimento con grande vergogna.
Dal 2014 la Caritas opera per accoglierli in centri di accoglienza, ed ha inoltre istituito per loro un centro di impiego, sportelli sanitari ed eventuale assistenza legale.
Licia ha prestato servizio volontario presso la Caritas come interprete, per facilitare le comunicazioni con i componenti della comunità, ed ha avuto modo di conoscere diverse storie di vita. Tra queste spicca quella di Abdul, ventenne senegalese, la cui identità interna e autopercepita è quella di giovane laureato in architettura. Il ragazzo ha deciso di partire per l'Italia con il progetto di trovare migliori opportunità di far fruttare il suo titolo di studio, conseguito con grande sacrificio. La laurea di Abdul, però, in Italia non viene riconosciuta come valida, e dunque il sistema di potere e il nuovo tessuto sociale in cui si trova ora a vivere lo categorizza dall'esterno come immigrato, senza titolo di studio, arrivato volontariamente nel paese in cerca di lavoro. Lo scopo del ragazzo resta sostanzialmente lo stesso, ma non viene riconosciuto nell'identità in cui egli vede se stesso.
Con questa contestazione di identità, Abdul viene spogliato delle competenze acquisite durante il suo percorso di studi, una riduzione e impoverimento dell'individuo; il suo io viene dunque rinegoziato come forza lavoro proveniente da un paese estero per motivi di sopravvivenza, con l'inevitabile senso di frustrazione e delusione che ne consegue.

Celeste Picchi

ILENIA FALSONE ha detto...

Partecipando all'incontro, tenuto dalla Dott.ssa De Marchi, ho avuto modo di approfondire le mie conoscenze riguardanti una tematica tanto attuale e sempre più diffusa nel nostro Paese, quella dei Minori Stranieri Non Accompagnati. La loro, è un'esistenza disagiata che, poggia sull'equilibrio estremamente instabile e difficile tra quello che essi ritengono sia la propria identità e come invece questa loro identità, non viene riconosciuta o compresa da chi dall'esterno categorizza questa identificazione in una posizione di potere. Il MSNA è una vittima indifesa, è in balia degli altri; chi invece accoglie ed ha innumerevoli pregiudizi è in una posizione di forza e quindi spesso e volentieri approfitta della propria posizione di potere per respingere un'identità che non riconosce. Un esempio di identità contestata che mi viene in mente, potrebbe essere quello dell'identità di genere. Oggi con la parola “sesso” ci si riferisce esclusivamente all'anatomia di una persona, mentre con “genere” si indica sia la percezione che ciascuno ha di sé in quanto maschio o femmina (cioè l’identità di genere), ma anche il sistema socialmente costruito intorno a quelle stesse identità (cioè il ruolo di genere). Molte persone nascono e crescono in una condizione di discontinuità tra sesso e identità di genere: per esempio ci sono – e ci sono sempre state – persone che sono anatomicamente donne ma si sentono uomini, oppure né donne né uomini. Per venire incontro ad alcune di queste persone alcuni paesi – tra cui la Germania e l’India, hanno introdotto diverse varianti di “terzo genere” per identificare le persone. Per queste persone, ancora nel Terzo Millennio non è facile essere accettati, soprattutto dalle famiglie. Conosco più ragazze che si identificano come "maschi" e spesso fanno di tutto per reprimere questa loro natura, di fronte ai familiari che magari continuano imperterriti ad associare loro un'identità che non li rappresenta affatto. Così facendo, le ragazze in questione, si sono gradualmente allontanate dalla famiglia e trasferite in una grande città, dove riescono pienamente ad esprimere la loro "diversità" di genere. Loro sanno già che, dichiararsi apertamente alle loro famiglie, le porterebbe ad essere "cacciate" via da casa e a dover tagliare i ponti con le famiglie. Questo è un caso di identità negata, a queste due ragazze da parte dei rispettivi genitori che non accettano il fatto che i propri figli siano “diversi” rispetto ai valori che gli sono stati insegnati.

Anonimo ha detto...

Se si parla di identità negoziata o respinta mi piacerebbe porre l'esempio della Catalogna, esempio spesso utilizzato per altri contesti, in cui c'è una regione di uno Stato che riconosce una propria "cultura condivisa" che differisce dalla cultura del resto della Spagna, e in quanto sussiste tale differenza, pretende vi sia riconosciuta un'identità a se stante.
Perciò abbiamo una regione che riconosce una propria identità ed un potere centrale che invece non la riconosce(tanti sono gli esempi simili, come Taiwan e la Cina tanto per citarne uno), definendo tutti sotto l'identità spagnola.
I catalani si etichettano tali e giustificano grazie alla storia, utilizzata come strumento di legittimazione, la loro rivendicazione, ma l' equilibrio del potere pende inevitabilmente dalla parte spagnola, forte, dell' autorità statale riconosciutagli dall'UE e dagli altri Stati mondiali e di fatto, è l'unica parola che conta e che nega inevitabilmente alla Catalogna ciò che vorrebbe.
La collettività in una qualsiasi situazione identitaria decide in sostanza chi sei, indipendentemente da ciò che tu vuoi essere, lo squilibrio di potere, è nei numeri, che fanno pendere la bilancia verso di te o contro di te.

Marco Giovannangelo

Cristiano Formisano ha detto...

Q1. L'esempio, della difficoltà dell'equilibrio tra identificazione interna e categorizzazione esterna, che, in questi giorni, è sotto gli occhi di tutti è sicuramente la attuale situazione catalana. In Spagna, infatti, nelle ultime settimane, la regione catalana, caratterizzata da un'economia più florida del resto del paese, ha intrapreso un percorso di scissione dal governo centrale al fine di raggiungere l'indipendenza. I promotori di tale processo, quindi il popolo catalano, che si è espresso tramite un controverso referendum, rivendicano la loro identità culturale, considerata differente per storia, lingua e tradizioni da quella spagnola, quale base per l'autonomia e l'indipendenza politica. Tuttavia, il governo centrale, che in questa situazione rappresenta il lato forte, detentore del potere, si rifiuta di riconoscere tale identità. La differenza di potere tra le due parti sta facendo sì che il governo centrale stia, da un lato, condannando e, dunque, arrestando i leader fautori della autoproclamata indipendenza, e, dall'altro, che possa fermare e non riconoscere il processo indipendentista.

Cristiano Formisano

Francesco Paoletti ha detto...

Q1: per rispondere a questa domanda desidero attingere da una storia "privata" ma che voglio condividere con chi leggerà.
Tanti anni fa una mia zia viveva la sua adolescenza, ho visto tante sue foto ed era veramente un donna/ragazza molto molto bella; oggi lei è morta ma ricordo che non esitava mai a fare riferimento a quanti uomini le facessero la corte, sì i termini sono un po' arcaici ma ci riferiamo ad una persona nata negli anni 20.
Questa mia zia, che chiameremo M. aveva un fidanzato, o meglio, colui che lei avrebbe voluto che lo fosse e che avrebbe quindi voluto sposare. Lei mi ha sempre raccontato di aver amato quell'uomo (che chiameremo F.) come si può amare la propria vita. Come purtroppo abbiamo sentito tante volte mia zia non ebbe mai il permesso del padre per sposare e frequentare F., egli era figlio di una famiglia che al pare-padrone non andava a genio.
Dato che M. "invecchiava" i genitori volevano che si sposasse e le presentarono molti uomini che a loro andavano a genio; lei si ribellò ad ognuno di questi e alla fine, per non cedere a quell'imposizione, si fece suora. Lei raccontava tranquillamente questa storia, ma ogni volta aveva gli occhi velati di una certa amarezza, era sì orgogliosa di se stessa per non aver ceduto, ma allo stesso tempo le era stata sottratta l'identità da colui che all'epoca esercitava il potere all'interno della famiglia. Lei avrebbe voluto essere sposa, madre, nonna ma avrebbe voluto passarla con F. la vita, le è stato offerto di passarla con altri uomini ma li ha rifiutati, o meglio ha rifiutato il fatto che la sua identità venisse riconosciuta da qualcuno, o meglio imposta.

Francesco Paoletti

Nicolò Fiorani ha detto...

Un esempio in cui è evidente il difficile equilibrio tra identificazione interna e categorizzazione esterna è la battaglia per l'emancipazione giuridica e sociale in Italia. Sino al XX secolo infatti la donna era affidata alla tutela dell'uomo, e possiamo dire che non avesse un identità propria ma ancillare, e di proprietà del marito o comunque di una figura maschile. In particolare durante e dopo la prima guerra mondiale, le donne assunsero un ruolo fondamentale nella società, sostituendo gli uomini, che avevano preso parte alla guerra, nelle mansioni e nei lavori che prima le erano preclusi. Prendendo quindi consapevolezza del proprio attuale e potenziale contributo sociale, molte donne si batterono per l'uguaglianza sociale e per la rivendicazione dei propri diritti, ambendo ad un'identità propria e ben definita, paritaria e non dipendente da quella maschile. Tuttavia il processo che portò al suffragio femminile e alla completa parità fu lento e tortuoso e forse è in parte ancora atto. Infatti il potere, da sempre in mano agli uomini, inizialmente si oppose e in seguito a fatica fu costretto a riconoscere l'identità della donna. Un caso fra i tanti fu il licenziamento di massa delle donne nel 1919 per dare lavoro ai reduci della prima guerra mondiale.

Nicolò Fiorani

Francesco Minni ha detto...

Il rituale segna il cambiamento di status di un individuo. Più che una cerimonia ufficiale vorrei prendere come esempio il momento in cui mi sono sentito per la prima volta "adulto". Non voglio intendere l'essere adulto nel senso di aver raggiunto la maturità, che sia anagrafica, scolastica o morale.
Intendo quando ho acquisito la consapevolezza di potermi prendere delle responsabilità che ritenevo importanti. Questa consapevolezza l'ho raggiunta quando, in assenza dei miei genitori, ho dovuto controllare per la prima volta mio fratello di 8 anni più piccolo. Ero appena un dodicenne e i miei genitori dovevano andare ad una visita medica; quindi hanno approfittato della situazione e, volendomi mettere alla prova, hanno deciso che fosse arrivato il momento di lasciarmi da solo con lui (fase della separazione).
Non nego che questa situazione mi suscitò molte preoccupazioni ma comunque mi sentii pronto a ad accontentare la richiesta che mi era stata fatta. Così mi presi cura di mio fratello: giocai con lui, lo feci mangiare, lo aiutai e supportai in tutte le circostanze. Insomma, nulla che non avessi già fatto, ma comunque la situazione si presentava a me come una nuova sfida, con nuovi stimoli (fase della trasformazione).
Quando tornarono i miei genitori non nego che mi sentii sollevato. Comunque ero molto orgoglioso di ciò che avevo fatto, mio fratello era contento e i miei anche. Questo avvenimento, seppur banale, mi ha trasformato da un semplice bambino che gioca col fratello minore al fratello maggiore che se ne prende cura, assumendosi delle responsabilità importanti se rapportate all'età (fase della riaggregazione).

FRANCESCO MINNI

Margherita Belli ha detto...

Quello del "non avere identita" è dell'essere condannati a vivere un eterno "hic et nunc" nell'attesa di essere riconosciuti è un vero e proprio dramma contemporaneo. Un'esistenza che, oltre i Minori Stranieri Non Accompagnati, accomuna trasversalmente molti altri "gruppi", trafigge e congela molte altre storie di vita.
A Frosinone, capoluogo di provincia in cui vivo, c'è un lungo asse attrezzato che attraversa la zona industriale. Molte sono le anime senza identità che costeggiano l'asfalto in attesa che qualche macchina faccia sosta in cerca di qualche minuto di sesso. Da sempre. Capita a tutti di passare per quella strada trafficatissima e, a qualsiasi ora del giorno o della notte, quelle ragazze invisibili sono lì, semi-nude e spente, a risvegliarmi lo stesso impellente interrogativo: "chi sono?". Da quando ero solo una bambina, che lo chiesi a mio padre per la prima volta, ad oggi non ho ancora una risposta sufficiente. Crescendo ho inziato a pensare che fossero "altro" rispetto alle risposte di facciata che ricevevo, dovevano per forza essere altro dal loro stare tutto il tempo per strada, nell'angolo di quella vita miserabile. Allora, le parole della dottoressa De Marchi arrivano a fare un bel po' di luce. Ieri sono ripassata da lì, il puzzo dei fumi delle fabbriche e la nebbia autunnale le avvolgevano. Ho rivisto quei volti assenti, che sembrano sempre fantasmi e stavolta ho pensato che quell'apparente evanescenza parlasse in modo molto chiaro. È proprio questo concetto di assenza che ha fatto balenare tutto d'un tratto il significato in me.

Margherita Belli ha detto...
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Margherita Belli ha detto...

L'assenza è non avere tempo e queste donne "non hanno tempo". Il mondo intero gli sfreccia davanti senza fare attenzione, per tutti sono solo "quelle dell'asse" e, paradossalmente, per il senso comune sono le stesse da decenni, senza cambiare mai nome e senza invecchiare, indomite attraversano il tempo indenni da ogni sorta di divenire. Dall'assenza di tempo deriva l'assenza di esistenza, ciò che vivono è soltanto il totale appiattimento al "qui ed ora", non hanno una vita al di là di ciò che sono o meno costrette a fare per sopravvivere, segregate in quella meschina circonvallazione. Non esistono per nessuno, se non come bocche che rispondono ad una sola interrogazione "quanto fai?". Dell'assenza di tempo e di esistenza è inevitabilmente figlia l'assenza di futuro. E mi sono drammaticamente chiesta se qualcuna riesca ancora a pensare "prospettivamente". Come si fa, in queste condizioni, a pensare ancora che ci sia una direzione? Dal momento in cui lo stereotipo di ciò che fai è più forte del resto della tua storia, di quello che senti. Dal momento che "prostituta" è la tua etichetta sociale, il tuo unico riconoscimento. Dal momento in cui l' "identita-per-loro" sovrasta l' "identità-per-te", il futuro che significato può avere? Oppure, lo ha mai avuto?
Nella loro vita ridotta a "nuda vita", miliardi di queste ragazze nel mondo perde la "partita" con il potere, nella quale avviene questa ignobile negoziazione delle identità. Se avere un futuro passa per l'apprendimento del senso di prospettiva, come potrà mai avvenire in un contesto sociale in cui Stato e istituzioni, preposte alla "cura" pedagogica, abdicano al loro ruolo e decidono di giocare da antagonisti in questa partita contro le diversità, assolutamente priva di fair play? Risultato di questa competizione invisibile, ad armi impari, è per forza il respingimento delle identità in un limbo, che inizia ad avere tutte le sembianze di un ghetto per non-esistenze. È così che l'asse-attrezzato di Frosinone si fa dimora e crocevia di sagome vuote, prive di cittadinanza, di diritti, di libertà. Vite etichettate con la forza, costrette ad una forma qualsiasi da un potere ignorante che ha la sola preoccupazione della "conta" degli individui per controllarli e non ha alcun senno e alcuna lungimiranza democratica per conoscere e capire la sofferenza di soggetti sociale sempre più "sfuggente" è disperato.

Belli Margherita

Micol Megliola ha detto...

La nostra cultura tratta la metamorfosi in maniera implicita, fingendo, cioè, che il cambiamento avvenga per apprendimento informale e in maniera apparentemente naturale. Una cultura foggiata in siffatta maniera lascia ben poco spazio ai riti di passaggio intesi come manifestazione pubblica di una metamorfosi. Ben pochi, infatti, sono i riti di passaggio che godono di un'ampia dimensione pubblica di riconoscimento (mi riferisco in particolar modo a quei riti che prevedono una messinscena collettiva e performativa come il matrimonio, la laurea o ancora una sentenza di proscioglimento), mentre di "riti" che presuppongono un carattere squisitamente privato abbondano gli esempi (basti pensare al primo cellulare, alla consegna delle prime chiavi di casa, alla prima volta che si esce non accompagnati dai genitori, alla prima sigaretta e così via). Messa in luce la povertà assoluta di riti di passaggio ad litteram nella nostra cultura, vado ora a presentare un esempio tratto dalla mia esperienza: il passaggio dal ginnasio al liceo. Ricordo che durante l'intero arco del biennio i professori non perdevano occasione per rimarcare la differenza rispetto al liceo: se sbagliavi una versione o un esercizio di matematica si prospettavano indicibili sofferenze e una vita di stenti per tutto l'arco del triennio. Alla fine del secondo anno venni rimandata a settembre in greco. Si prospetta così: una fase di separazione (le vacanze estive), una fase liminare (le ripetizioni per affrontare l'esame) e una fase di riaggregazione (il passaggio al tanto agognato liceo dopo il superamento dell'esame e il conseguente ricongiungimento con la classe).

Eleonora Segaluscio ha detto...

Possiamo basare il nostro esempio su alcune dinamiche in vigore in Italia ai giorni nostri.
Presumiamo che ci siano due famiglie: Y, italiana, formata da 5 membri in cui a lavorare è solo il padre; Z, Etiope, formata da 4 membri in cui entrambi i genitori lavorano.
Entrambe le famiglie chiedono l'assegnazione di una casa più grande rispetto a quella in cui stanno vivendo momentaneamente (parliamo ovviamente di case popolari). Per fare ciò per diversi mesi vanno, dove di dovere, a compilare moduli e a sostenere delle specie di colloqui con chi si occupa delle varie pratiche ecc.
Dopo diversi mesi di attesa poi, la casa viene assegnata, non alla famiglia Y ma alla famiglia Z.
Ora il mio esempio porta per lo più a ragionare sul respingimento di un'identità Italiana negata a dei cittadini italiani a tutti gli effetti.( Nessuno nega ai membri della famiglia Z il riconoscimento di una cittadinanza italiana, vivendo comunque in Italia da due anni e mantenendo, allo stesso modo della famiglia Y, un posto di lavoro “stabile”) Ora, è senza dubbio vero (e l'ho fatto anche io) che la nostra vita, esistenza si basa su delle identificazioni ben precise tra NOI,VOI,ESSI. Ma, allo stesso tempo è più che altro chi sta al potere a definire maggiormente queste differenze.

Ramona Santarelli ha detto...

Una ventina di anni fa, l’azienda X ha ottenuto dalla società Y, tramite contratto di appalto, il personale necessario da allocare alla reception del suo stabilimento. Trattasi di un lavoro poco specializzato, per il quale un breve periodo di formazione riguardo le procedure vigenti in azienda può essere sufficiente.
Oggi, spinta dalla necessità del taglio dei costi, l’azienda X decide di interrompere il contratto con la società Y e di riallocare in reception quella fetta del suo personale amministrativo ormai prossima al pensionamento.
Il personale amministrativo, a cui spettava fino a ieri un certo tipo ruolo, si trova adesso a ricoprire tutt’altra mansione, diffusamente percepita come peggiorativa rispetto alla situazione precedente. Un cambiamento di vita dal punto di vista lavorativo, che pesa a questi veterani dell’azienda, non solo per il forte demansionamento, che comporta ad esempio il cambiamento di postazione (più esposta all’esterno e meno “confortevole” dell’ufficio), ma anche, da un punto di vista più umano, per quel che riguarda la loro posizione agli occhi dei colleghi (soprattutto i coetanei, stessa anzianità di servizio ma che, magari per le mansioni differenti che svolgono, per il momento sono stati salvaguardati).
Chi esercita il potere ha definito una categorizzazione/mansione (receptionist) diversa da quella (personale amministrativo) in cui si identificano coloro i quali questo potere l’hanno in qualche modo subìto. In questo contesto emerge quindi un conflitto, per il quale l’identità professionale del personale viene messa da parte e per così dire reinterpretata secondo dei criteri di lettura svalutanti.

Marco Petruccelli ha detto...

Un esempio di identità negata a cui spesso non si fa riferimento è secondo me quella propria degli animali,che nella maggior parte dei casi viene negata,contestata e quindi modificata.Spesso questo argomento viene considerato banale,ma è evidente che la nostra categorizzazione esterna dell'animale in molti casi equivale a considerare l'animale NON come un essere vivente nato originariamente libero , ma come uno strumento di soddisfacimento dei piaceri umani.Ciò significa che una tigre , ad esempio, può essere trasformata in un oggetto di performance circensi , o in una pelliccia , o magari come un semplice oggetto ornamentale all'interno di un'abitazione , e tali esempi sono validi per un grossa maggioranza di specie animali sfruttate dall'uomo;per non parlare degli allevamenti intensivi dove in questo caso un essere vivente nasce in una realtà in cui il suo scopo è unicamente quello di finire inscatolato dentro un supermercato.Un altro caso dove l'identificazione interna potrebbe non coincidere con una categorizzazione esterna , può nascere a seguito della lettura della prima parte di questo commento dove potrei essere etichettato come il classico vegetariano,vegano o animalista dissociato , ma in realtà non sono niente di tutto questo , ho solo cercato di affrontare un tema che credo a pochi sia venuto in mente, ma come ha fatto riflettere me potrebbe far riflettere chiunque lo legga, sul cercare di guardare gli animali con occhi diversi e quindi di imparare a rispettarli poichè come noi , anch'essi sono esseri viventi.(un altro scopo era quello di sembrare originale)

Flavia Vitti ha detto...



Un esempio di identità contestata in campo storico va ricercato nel dissenso verso le autorità, che possiamo ritrovare in diversi tipi di regimi da l'antico regime dell'età moderna al regime totalitario dell'età contemporanea.
Per non parlare dello Stato della Chiesa che nel corso del 500 ha bruciato come eretici diversi gruppi religiosi che si distanziavano eccessivamente dalla dottrina. Quello di cui mi interessa parlare è delle donne del cinquecento che sono state bruciate come streghe. Da cosa nasceva questa necessità? Le donne che venivano scelte erano spesso donne anziane e sole, nubili, che venivano emarginate dalla società, o all'inverso donne sposate che si sospettava avessero commesso adulterio, un comportamento altamente recriminato dalla società stessa. Venivano quindi identificate come streghe e tramite la tortura avrebbero dovuto dimostrare la propria innocenza, ovvero nessuno avrebbe dovuto dimostrare la loro colpevolezza con delle prove, per essere colpevoli bastava venire accusati da un membro della società di maggiore rilievo sociale.

Linda Di Loreto ha detto...

Un esempio di identità negata che mi viene subito in mente in quanto molto attuale, è la situazione della Catalogna che vorrebbe a tutti i costi vuole la propria indipendenza mentre la Spagna vuole che risultino "spagnoli" a tutti gli effetti così da respingere la richiesta. Si tratta a tutti gli effetti di un'identità negata da parte del potere centrale. Oggi sono tanti gli esempi che si possono fare, negli ultimi anni si è sempre più esteso il tema della libertà negata anche per esempio con l'immigrazione e tanto altro. dal momento che si ha un potere centrale forte allora sono sempre più le libertà che vengono soppresse.

Alessio Martorelli ha detto...

Q1. Un esempio che mi viene in mente è la comunità LGBTQIA. La rivendicazione dei diritti di omogenitorialità o di forme di unione civile si basa sull’identificazione interna della comunità, che ritiene di essere in grado di contrarre matrimonio sulla stessa base di valori che deve rispettare una coppia eterosessuale quando si sposa. La categorizzazione esterna, che nega questi riconoscimenti, basa la propria strategia in base a concetti già visti in questo corso: l’omosessualità non viene ritenuta naturale, per tanto non è naturale l’unione ufficiale (matrimonio) tra due individui dello stesso sesso, che biologicamente non possono procreare. Inoltre, si pensa ad un piano preciso a livello globale affinché si operi una confusione dei ruoli sociali che in natura siamo portati ad assumere in base al nostro sesso biologico. È il caso dei gender studies stravolti di significato e riconvertiti nella sinistra teoria gender. A livello politico, in questo paese, questo difficile equilibrio politico si è palesato nella legge Cirinnà sulle unioni civili. Da un lato, l’identificazione interna della comunità pretendeva il matrimonio egualitario, dall’altro, il popolo della famiglia (per dirne uno), che vi si opponeva. Il risultato è stato un compromesso politico, le unioni civili.

Giampaolo Giudici ha detto...

Basandoci sull'attuale esperienza che i MSNA stanno vivendo nel nostro paese, cioè di mancato riconoscimento di un'identità, possiamo identificare una serie di esempi di altrettanti riconoscimenti mancati.
Prettamente politica è la questione delle richieste di indipendenza da parte di alcune regioni, mi riferisco ad esempio all'attuale questione catalana, ma è possibile citare anche le richieste della Padania in Italia.

La questione interessante è che le moderne indipendenza non sono un respingimento dell'identità altrui, bensì un tirarsi indietro da una identità nazionale che non si riconosce come propria. L'identificazione interna è un'auto-esclusione da una certa cultura nazionale che diventa la categorizzazione esterna.
L'argomentazione è basata di solito su motivi di carattere economico, politico e culturale. Spesso queste regioni sono forti dal punto di vista economico e ritengono di essere troppo vessate da obblighi nei confronti dello Stato nazionale di cui fanno parte. Dunque ad una richiesta di maggiore autonomia economica (ad esempio la possibilità di amministrare le proprie entrate locali) si accompagna una richiesta di autonomia politica.
Questa viene giustificata anche da differenze culturali, sottolineate dalla comunità X che propone una propria identificazione interna e da cui viene esclusa la comunità Y, categorizzazione esterna.

giulia lucia ha detto...

Un esempio di identità negata é la questione dei trentini. Un noto editorialista afferma che i trentini sono "veneti", in questo modo nega di fatto l'esistenza stessa di una identità trentina e la storia interna di una popolazione. Perfino i più accesi irredentisti trentini come Ottone Brentari, ebbero modo di assumere un atteggiamento di sdegno di fronte al dilagare del termine "Triveneto" ritenendo le tre regioni che ne dovevano far parte diverse per storia lingua e carattere degli abitanti

Omar Shabaka ha detto...

Il 20 maggio 2016 Il disegno di legge Cirinnà viene approvato dalla Camera dei Deputati e viene firmato dal Presidente della Repubblica. Nonostante ciò la condizione degli omosessuali non è cambiata relativamente in Italia.
Da un punto divista di legge non vengono chiamati Matrimoni o Unione Civile ma qualificate come “specifiche formazioni sociali”. Inoltre, presentano caratteristiche diverse rispetto al classico matrimonio eterosessuale, tra questi: la stepchild adoption e l’obbligo di fedeltà.
La Stepchild Adoption prevedeva l’adozione del figliastro, cioè che il genitore non biologico adotti il figlio, naturale o adottivo, del partner. Mentre per le coppie eterosessuali sposate da almeno tre anni o che convivono per almeno tre anni, hanno il diritto di parentela sul figliastro (Però devono essere sposati al momento della richiesta).
E per quanto riguarda l’obbligo di fedeltà, non è previsto nelle unioni civili, anche se la prima stesura della legge lo prevedeva. Mentre nel matrimonio eterosessuale è presente ed è un obbligo.
Parte della comunità vedono questa nuova legge come un primo passo verso un futuro più equo, mentre l’altra parte, vedono soltanto una legge che prende in giro e che non garantisce e tutela effettivamente una famiglia omosessuale da un punto di vista legale, e forse, mette ancora più in evidenzia il “Noi” e “Voi”.
Mentre se parliamo da un punto di vista sociale, all’interno della comunità, tutt’oggi ci sono ancora casi di omofobia, sia all’interno di un nucleo familiare, lavorativo e scolastico. Una parte della popolazione non si sente a suo agio ed ha paura a vivere un amore alla luce del sole, molti lo fanno, ma sono però consapevoli del rischio che corrono.

Anonimo ha detto...

Un esempio latente di identità contestata/negoziata è la storia di Cohen che abbiamo trattato a lezione per spiegare la thick e la thin description.
I soldati francesi si insediano sulla cittadina imponendo le loro regole di sorveglianza ma non tengono conto di quelle già vigenti, in particolare il mezrag.
I francesi non capivano l' 'ar ossia l'ospitalità e la gentilezza che il mercante doveva avere nei confronti dei suoi clienti, che nella storia Cohen perse a causa dei malviventi che entrarono nel suo negozio e ammazzarono due suoi clienti.
Nel racconto quando Cohen andò dai malviventi a contrattare per riprendersi l' 'ar che aveva perduto per colpa loro, scelse dal gregge 500 pecore. Purtroppo quando mentre rientrava fu visto dai francesi disse loro: "questo è il mio 'ar" non fu capito nè creduto e chiuso immediatamente in galera anche se per poco.
E' qui che si denota l'identità contestata da parte dei francesi nei confronti di Cohen e di una cultura che è totalmente diversa dalla loro, ma proprio per questo da interpretare.
In questa storia, così come in altri esempi che abbiamo visto a lezione, possiamo notare i problemi che si creano dall'incapacità di guardare le cose dal punto di vista dell'altro, cercando di interpretarlo anche solo con l'uso dell'immaginazione, prima di agire.

Marianna Addis

Filippo Anzalone ha detto...

Filippo Anzalone

Prima risposta:

Nella vita di tutti i giorni ci imbattiamo nel problema della comunicazione. In ogni nostro gesto comunichiamo qualcosa, consapevolmente o inconsapevolmente, qualcosa che viene raccolto da chi ci sta intorno, da chi ci osserva, consapevolmente o inconsapevolmente. Sviluppiamo inoltre una percezione di noi stessi che vogliamo trasmettere, ci percepiamo in un determinato modo e diamo per scontato che gli altri ci vedano così, così come siamo convinti di essere.
Questa opposizione tra percezione interna e categorizzazione esterna è stata applicata, nella lezione tenuta dalla dottoressa Lucia De Marchi, al tema dei minori stranieri non accompagnati ed è quindi stata rilevata la sua importanza sociale e politica.
Credo però che una riflessione del genere si possa applicare a moltissimi altri ambiti, ad esempio l’ambito artistico. Molte volte, leggendo le vite di diversi artisti, ci accorgiamo di quanto abbiano sofferto, di quanto non siano stati compresi dalle società loro contemporanee. Pensiamo ad esempio all’artista olandese Van Gogh. I suoi quadri non furono apprezzati come lo sono adesso. L’opinione che la società, artistica in questo caso, aveva di lui gli farà cambiare la percezione di se stesso: nelle ultime lettere al fratello Theo, Vincent Van Gogh scriverà di avvertire la propria inutilità. La percezione di se stesso è cambiata, così come cambierà la sua categorizzazione esterna da perte della società.
Questo è il potere della società, eleggere alcuni eroi, artisti, letterati, e condannare tutti gli altri.

Manuel Magazzeni ha detto...

nel rapporto tra identificazione interna e categorizzazione esterna un soggetto, che può essere anche un soggetto collettivo, definisce il suo diritto/dovere di fare/avere nella società composta da sé e dall'altro (colui che categorizza), sulla base di determinati criteri, stabiliti in comune dalle parti o più spesso imposte dalla parte che detiene il potere economico e politico. Quando questi criteri sono condivisi tra i gruppi, membri della società, il rapporto tra identificazione interna e categorizzazione esterna di ciascuno è in equilibrio, l'ambiente sociale fa in modo che in ognuno l'identificazione di sé sia percepita conforme alla percezione che l'altro ne ha, nonostante che il potere di definire i criteri nei contesti più numerosi sia per la maggior parte nelle mani di uno solo dei due soggetti (normalmente la maggioranza). Nel caso in cui i criteri siano messi in discussione e non siano più condivisi tra i membri di una società, l'equilibrio si rompe e nasce la contestazione. Una contestazione può essere di basso impatto, come quella del singolo soggetto, che magari giovane per i criteri della sua famiglia, protesta nei confronti di questa la mancanza di libertà di fare di più, in questo caso la negoziazione, vissuta più o meno drammaticamente dalle parti, si risolve senza coinvolgere formalmente l'intero contesto sociale, o di alto impatto, quando un intero ed identificabile gruppo sociale non condivide più i criteri del diritto/dovere stabiliti da chi ha il potere, come fu il caso degli afroamericani degli stati del sud durante gli anni 50 e 60 del secolo passato, che protestavano per la mancanza dei diritti civili, pur considerandosi a pieno diritto cittadini statunitensi, come lo erano tutte le altre comunità, la cui negoziazione si risolse con la riformulazione di nuovi criteri, che coinvolsero l'intera società, ma la cui gestazione fu lunga, dolorosa e a sprazzi violenta.

Rosanna Vendemmia ha detto...

Una differenza tra identificazione interna e categorizzazione esterna potrebbe essere quella tra impressionisti e critici dell'ottocento: i primi si identificarono come veri artisti, i secondi contestarono questa identità.
È il 1874 quando, nello studio del fotografo Nadar, i membri della «società anonima di artisti, pittori, scultori, incisori» esposero le loro tele, in opposizione alla mostra ufficiale del Salon francese che aveva precedentemente rifiutato le loro opere. Renoir, Monet, Degas avevano elaborato un nuovo metodo di dipingere non condiviso dai più. Alla perfezione anatomica dei corpi, ricercata negli atelier, prediligevano la possibilità di catturare, con i loro pennelli, il paesaggio, le figure in un determinato istante e luogo, convogliando con l'atmosfera anche i loro sentimenti. I critici negarono loro l'identità di artisti, vennero sbeffeggiati e apostrofati come "schifosi pittorucoli" solo perché la loro arte non era conforme ai dettami accademici , perché il tripudio di colori, che rappresentava le sensazioni suscitate nell'artista,che aveva soppiantato la perfezione stilistica. Solo più tardi, queste tele vennero riconosciute come opere vere e proprie, frutto del genio umano e questi artisti considerati pilastri della storia dell'arte.

Leandro Pasquali ha detto...

Possiamo riportare numerosi esempi in grado di marcare la differenza tra identificazione interna e categorizzazione estera, come ad esempio quello legato alle mire espansionistiche dell'impero romano, i quali si credevano portatori di civiltà, laddove invece, molti dei popoli soggiogati vedevano l'egemonia romana come un sopruso. L'identificazione interna romana di "civilizzatori" non veniva infatti riconosciuta, tanto che i greci li consideravano barbari e numerosi popoli vi si opposero in quanto non ne accettavano l'autorità. Nel corso della storia furono numerosi i casi che dimostrarono questa differenza. Altro esempio è quello di Guy Fawkes, il cospiratore inglese che tentò di assassinare Giacomo I e tutto il parlamento inglese riunito nella Camera dei Lord facendo esplodere numerosi barili di polvere da sparo in quella che passò alla storia come "congiura delle polveri". Fawkes (come gli altri cospiratori) considerava la sua causa di enorme importanza, tanto che, finanche dopo il suo arresto continuò a provocare il re in quanto egli si considerava un eroe e credeva il suo gesto necessario in quanto egli stava solo servendo l'Inghilterra. Di tutta risposta la Corona lo condannò a morte, in quanto, piuttosto che eroe, lo considerò un traditore.

ilaria falcone ha detto...

Il diverso è sempre stato oggetto di scherno nelle società. Fare nostro ciò che non comprendiamo è un limite umano purtroppo e può essere legato alla mancanza di istruzione o mancanza di cultura. Si pensa spesso che chi è ‘ignorante’ non comprenda determinati aspetti della vita, delle persone. Ma come abbiamo visto per gli MSNA è proprio dai vertici che viene bloccato questo inserimento nella società di soggetti considerati Y, rispetto a un ipotetico noi X. Queste differenze venivano accentuate in antichità. Un esempio che posso riportare è quello della caccia alle streghe del XV- XVIII° secolo. La persecuzione di donne sospettate di aver fatto fatture, sortilegi, di intrattenere rapporti con forze oscure. Era considerato come un attacco alla virilità della persona e spesso le accuse erano rivolte alle donne e non agli uomini. Non si accettava l’esistenza di qualcuno che potesse con poco ‘fare del male o del bene’ alle persone. Cio che non si vede e non si può controllare è sempre stato emarginato. Oggi un altro esempio può essere il continuo marcare che c’è differenza fra nord e sud Italia. ‘terroni’ e ‘quelli del nord’ sono le definizioni comunemente usate per far capire che c’è qualcuno di diverso, un Y non accettato completamente dalla società a tal punto che si accentua il dialetto di appartenenza per non farsi capire da chi chiede informazioni stradali per esempio.

Francesca Bertuccioli ha detto...

Pensando ad un esempio di identità negata non posso non pensare ad una situazione che mi riguarda da vicino: la situazione del laureato che si trova a svolgere un lavoro o una carriera che non concerne il proprio titolo di studio o che faccia parte del suo progetto di vita.
Alternato al mio corso di studi lavoro in un negozio di abbigliamento ed ogni giorno mi trovo a scoprire che moltissimi dei miei colleghi sono laureati, chi in studi internazionali, chi in scienze politiche etc, chi in lingue. Tutti loro mi raccontano di quanto sia stato bello il loro percorso di studi, di quanto le materie li appassionavano ma di quanto la realtà al di fuori dell'università era difficile e di come non erano riusciti a trovare lavoro.
Così dopo anni e anni di ricerca si sono accontentati di questo lavoro che, seppur dinamico e che ti permette di stare sempre a contatto con persone e colleghi con cui crei bellissimi rapporti, non è il lavoro che sognavano ma che gli ''permette di vivere''.
Questa purtroppo è la realtà odierna. Trovare un lavoro che ti permette di SOPRAVVIVERE, non di vivere. Un lavoro di cui ti accontenti per forza.
Purtroppo comprendo perfettamente le loro difficoltà perché ho paura anche io e non posso biasimare il fatto che sia questa la verità del nostro sistema, un sistema che permette a pochi di realizzarsi; che non è meritocratico e ci costringe a nascondere o eliminare le nostre ambizioni perché o sfruttati o respinti o costretti a fuggire lontano da casa.

Consuelo Casu Di Gaetano ha detto...

Un esempio che mi sento di portare è quello dell'affido. L'affido è di fatto una tutela provvisoria di un minore che ne ha necessità. Ci sono diversi casi appunto in cui questo minore necessità o desiderio di una casa e di conseguenza una famiglia con cui stare. Questo spesso si effettua dopo la permanenza in istituti di educazione minorile o anche dette case famiglia, ma ci sono casi rari in cui si passa direttamente dalla propria famiglia biologica a quella affidataria. Cosa mi sento di riportare con questo esempio? Il fatto è che l'identità di un minore che subisce un cambio di questo tipo, si ritrova a non essere figlio di nessuno, ad non avere un proprio riconoscimento all'interno della società e del nucleo famigliare che gli viene assegnato. Dunque i genitori biologici in casi meno gravi, avranno la patria podestà in fermo provvisorio, mentre la nuova famiglia non avrà nulla, un foglio su cui verrà testimoniata la presenza del minore in tale casa e con i seguenti membri; questo però non farà del bambino/a figlio/a della famiglia. Tutto ciò per dire che finché lo stato non deciderà che la famiglia affidataria è di fatto la sua nuova famiglia e che quindi viene riconosciuto come componente effettivo della tale, lui/lei non si sentirà mai parte di qualcosa. Non ha il potere di poter decidere, sì, loro sono i miei genitori e desidero essere loro figlio/a. In questo caso, come in molti altri,possiamo vedere come il gioco del potere è essenziale per far si di avere un'identità ben precisa.

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