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venerdì 20 ottobre 2017

Antropologia culturale #08

19 10 2017. Abbiamo “completato” la lettura di Verso una teoria interpretativa della cultura enfatizzando soprattutto come il lavoro interpretativo non sia mai concluso, potendo proseguire di fatto all’infinito.
Un altro punto su cui abbiamo cercato di riflettere è il cosiddetto TESTUALISMO di Geertz, vale a dire la riduzione che il suo approccio effettuerebbe di tutta la cultura a testo. Abbiamo detto (e me ne assumo la responsabilità, dato che alcuni colleghi sicuramente non concordano con me) che in realtà l’accusa di testualismo è fuorviante per Geertz, visto che lui non sta affatto dicendo che tutta la cultura dovrebbe essere considerata come un testo, ma dice una cosa ben diversa, vale a dire che lo sguardo di chi analizza la cultura dovrebbe essere quello di un analista culturale, vale a dire non di uno che cerca cause o funzioni, ma cerca invece senso e significati. Il primo esempio che viene in mente (non solo a Geertz) è quello del critico letterario, che certo quando studia La Divina Commedia non è tanto preoccupato delle cause della scrittura di Dante, ma piuttosto del senso di quel testo. Per capire come l’approccio dell’antropologia simbolica non sia affatto testualista, ma sinceramente interpretativo/ermeneutico, basta cambiare metafora, e dire che il lavoro dell’antropologo è simile a quello di un critico d’arte che voglia parlare di una mostra alla radio, vale a dire in uno spazio che nega il mezzo di espressione originario del pezzo studiato: non potrà mai dire “qui vedete…”, “ecco che con questo elemento l’artista ci vuole dire che…” ma dovrà invece TRADURRE lo specifico contenuto significativo dell’opera d’arte in un altro linguaggio diverso da quello in cui è stato originariamente espresso. Questo è il lavoro dell’antropologia, prende segni culturali espressi in qualunque mezzo di comunicazione (la lingua, il vestiario, il cibo, la prossemica, il rituale, la performance) e lo traduce in qualcosa che non c’era prima (la nota di campo, l’articolo scientifico, la monografia, la relazione per il convegno) cercando di mantenere il senso che vi ha colto studiandolo, quel cavolo di oggetto culturale.
Abbiamo inoltre riflettuto con qualche esempio su come leggere in traduzione sia un’operazione sempre rischiosa, e abbiamo messo empiricamente in luce la cosa segnalando un paio di grossolani errori di traduzione nel testo che stiamo leggendo.
Siamo poi rapidamente passati all’altro saggio di Geertz, vale a dire Gli usi della diversità (1986), in cui dialoga polemicamente con Claude Lévi-Strauss e con Richard Rorty sulla (allora) recente legittimazione dell’etnocentrismo. Abbiamo spiegato le rispettive posizioni di Lévi-Strauss e di Rorty e compreso che, se prese sul serio, portano l’antropologia culturale all’asfissia come progetto di ricerca.
La storia dell’indiano ubriacone è servita a Geertz per farci capire che quel che ci manca non è un po’ di etnocentrismo per restare creativi (come vorrebbe Lévi-Strauss) o per sentirci migliori (come vorrebbe Rorty); e neppure un po’ più di RELATIVISMO (come magari vorrebbero alcuni sostenitori smodati o cinici del l’equivalenza di tutto con tutto); ma è semmai uno sforzo di IMMAGINAZIONE, vale a dire quell’impegno a capire le cose veramente da un altro punto di vista, quello dell’Altro. Il fallimento della relazione tra indiano e medici testimonia la difficoltà di uscire dall’acqua, come diciamo noi in queste lezioni, oppure, come dice Geertz, “l’incapacità, da ambo le parti, di comprendere la posizione dell’altro, e quindi la propria” (p. 84).
La chiusura del saggio, con le sue importanti implicazioni teoriche, verrò discusso nella lezione successiva, del 20 ottobre.

Q1 riportate un caso di vostra conoscenza o di vostra invenzione in cui un fallimento comunicativo avrebbe potuto essere colmato se gli interlocutori avessero fatto uso dell’immaginazione nel senso in cui ne parla Geertz.

224 commenti:

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lucy ha detto...

Si sente spesso parlare di “fallimento comunicativo” in situazioni tragiche, in situazioni di mancanza di comprensione, in casi in cui vengono sottovalutate le emozioni, i gesti, i segnali di ricerca di aiuto del prossimo. Nello specifico, pensando a casi di fallimento comunicativo mi viene in mente la storia di una ragazza. Una ragazza, all’apparenza, come tutte le altre, solare, gioiosa, direi quasi senza pensieri. Eppure piano piano quella felicità che le illuminava gli occhi stava andando affievolendosi, si stava spegnendo quella luce che la caratterizzava. Nessuno sembrava accorgersi del suo disagio, nessuno riusciva a cogliere quei disperati segnali di aiuto che cercava di mandare. Col tempo aveva iniziato a perdere peso, a diventare cupa, triste, eppure nessuno, né gli amici né i familiari sembravano accorgersi del suo disagio. Nella disperazione di trovare un sostegno, di essere presa in considerazione, una mattina come tutte le altre, nella vasca da bagno, si tagliò le vene. Solo allora i genitori si resero conto dell’immenso problema della figlia. Solo allora tutti ci accorgemmo di essere stati ciechi, sordi, distratti; di aver lasciato che quella ragazza tentasse di togliersi la vita. Ebbene, non solo in situazioni che ci appaiono lontane, ma bensì anche nella vita di tutti i giorni dovremmo cercare di interpretare i segni che ci manda il prossimo, dovremmo essere, nel nostro piccolo, un po’ antropologi, in modo da riuscire a cogliere quei significati che sono celati da quell’immensa rete di segni che è la cultura e, più nello specifico, la comunicazione.

Elena Carnevale

Chiara Dell'Erba ha detto...

A mio avviso uno dei più grandi fallimenti comunicativi di questi ultimi tempi riguarda la questione dell'immigrazione in Italia e come questo venga percepito da alcuni italiani, convinti che coloro che giungono qui lo facciano per rubare, molto spesso il lavoro (quale lavoro?), per delinquere, e per toglierci qualsiasi cosa sia in nostro possesso. Nonostante la comunicazione in questo tipo di rapporto non sia diretta ma mediata dalla televisione, dai giornali e soprattutto dai social è chiaro che quello sforzo di immaginazione di cui parla Geertz non si verifichi e i risultati di questa mancanza sono drammaticamente sotto i nostri occhi. E' un esempio di fallimento comunicativo perchè non ci si riesce a mettere nei panni dell'altro e riuscire a comprendere quanta disperazione ci debba essere per emigrare qui, in quelle determinate condizioni tra l'altro, e soprattutto quanto poco la loro scelta sia dettata dai fini che ho citato sopra. Fintanto che questo sforzo non venga compiuto non si arriverà mai a quello che invece vorremmo, un successo comunicativo.
Chiara Dell' Erba

Francesco Gazzini ha detto...

Un episodio abbastanza noto di fallimento comunicativo è quello di Beethoven e suo nipote Karl; i rapporti tra i due non furono mai dei migliori e, salvo qualche eccezione, nessuno dei due si impegnò seriamente per capire l'altro. Conosciamo tutti il carattere difficile di Beethoven: considerava quel nipote come un figlio ma non era in grado di dimostrarglielo, a causa principalmente della sordità che lo aveva incupito e che limitava i suoi rapporti con gli altri; al culmine della loro vicenda, il compositore aveva sviluppato un attaccamento morboso per il nipote e questi tentò il suicidio pur di non dover sopportare più lo zio. Beethoven alla fine rinunciò alla tutela di Karl e lo lasciò libero di andare dove più volesse.

Mario Sancamillo ha detto...

RISPOSTA DOMANDA 1
Il "fallimento comunicativo" purtroppo è una situazione che ricorre spesso nella vita quotidiana. Si tratta di un processo nel quale uno degli interlocutori non si sforza di capire il punto di vista dell'altro, ovvero non usa l'IMMAGINAZIONE.
Come esempio, voglio citare l'umorismo di Luigi Pirandello, nello specifico "il sentimento del contrario".
C'è una vecchia signora con i capelli ritinti e unti e vestita con abiti giovanili e Pirandello la vede come il contrario di come deve essere una signore di quell'età. La comicità dell'autore nasce dal fatto che ci si accorge che qualcosa è in contrasto con le regole e abitudini. Pirandello analizza in modo migliore la questione e pensa che la signora si veste e atteggia in questo modo per rendersi più giovane e da questo momento scompare la parte comica. Quindi si passa da un avvertimento del contrario ad un sentimento del contrario. Si può dire che nella concezione umoristica la riflessione è come uno specchio del sentimento.
La riflessione di Pirandello la possiamo associare all'immaginazione di Geertz, cioè capire le cose dal punto di vista dell'altro. Se tutte le persone che ridevano vedendo la vecchia avessero capito il motivo per cui si comportasse cosi, il fallimento comunicativo avrebbe potuto essere colmato.

mariagiulia mattozzi ha detto...

Vorrei riportare un esempio di fallimento comincativo che al giorno d'oggi è sempre costante nelle società. C'era un ragazzo nel mio paese, studioso sempre molto gentile e cordiale ma soprattutto allegro. Passati mesi questo ragazzo cominciò a isolarsi dal suo gruppo, perse molto peso e iniziò a fare uso di droghe. Girava la notte senza una meta sembrava un fantasma. Come tutte le mattine prendeva il treno a Valmontone per andare a Termini, ma quella mattina di dicembre non prese il treno come al suo solito ma si lanciò sui binari e il treno lo travolse. Lo shock e lo sgomento per un episodio così grave e un ragazzo che era sempre solare. Si scoprì che i genitori si erano separati da 5 mesi e non erano rimasti in buoni rapporti. La sua sorellina più piccola era sempre triste e loro litigavano in continuazione, lui non ce la faceva più. Se solo entrambe le parti si fossero aperte l'un l'altro, se solo ci fosse stata l'immaginazione da parte di genitori e amici magari quel ragazzo sarebbe ancora vivo. Questo è un esempio di fallimento comunicativo.

Dell'Orco Alessandra ha detto...

Dell'Orco Alessandra

C’era una ragazza, una ragazza sempre felice, sempre solare, una ragazza che amava uscire con gli amici e divertirsi, una di quelle ragazze che inevitabilmente ti mettono di buon umore. Piano piano però questa ragazza diventò sempre più triste, non usciva più con i suoi amici, non trovava più la forza per andare a scuola la mattina e soprattutto Alessandra non rideva più.
Una sera la madre, trovò Alessandra svenuta nel bagno priva di sensi. La ragazza stava soffrendo profondamente per la recente separazione dei genitori e per la situazione di disagio economico che si era creata in casa, visto che il padre oltre la separazione dalla madre della ragazza si separò completamente anche dai figli. Alessandra aveva tentato di uccidersi assumendo una grande quantità di pasticche. Fortunamemte la madre si accorse subito di quanto accaduto, così la ragazza subì una semplice lavanda gastrica.
Solo in quel momento tutti si accorsero di quello che Alessandra stava cercando di far capire con il suo cambiamento drastico di comportamento.
Solo a quel punto amici e parenti si resero conto di aver prestato troppa poca attenzione a quel cambiamento e di averlo sottovalutato.
La storia di Alessandra è la mia storia.

Miriam D'Ascenzi ha detto...

Un fallimento comunicativo indica una situazione in cui gli interlocutori non sono riusciti a comprendere l’altro e le sue intenzioni. Parlando di fallimenti comunicativi, mi vengono in mente le varie discussioni che ci sono quasi quotidianamente tra genitori e figli. In particolare, qualche anno fa, nel mio paese, uscì la notizia di una giovane scomparsa e ritrovata qualche giorno dopo dai carabinieri. La giovane poi, ha raccontato di essersi allontanata volontariamente da casa, a seguito di una lite con i propri genitori. I genitori non capivano le difficoltà che la figlia incontrava nella scuola che frequentava. Ogni volta che prendeva un brutto voto, si ripeteva la stessa storia. I genitori si arrabbiavano, la figlia cercava di spiegare loro che quella non era la scuola adatta a lei, esprimeva le sue intenzioni di voler cambiare indirizzo di studi ma i genitori concludevano sempre dicendole che avrebbe dovuto studiare di più. Così, un giorno, la ragazza, esausta delle liti e dell’incomprensione dei propri genitori, decise di allontanarsi. Se solo i genitori fossero riusciti a capire le motivazioni della figlia, il perché dei suoi voti non sufficienti, se avessero utilizzato l’immaginazione, intesa come sforzo di capire l’altro, magari, quel giorno, la figlia non si sarebbe allontanata da casa.

Federica De Matteo ha detto...

Conoscevo un ragazzo tempo fa, era un amico di mio fratello.Quando veniva a casa raccontava dei disastri combinati durante la settimana e di come i suoi genitori lo rimproverassero.Lui sembrava non preoccuparsene,anzi si vantava delle sue gesta maldestre.Una sera mi svegliai perché sentivo dei lamenti, era lui, ma dalla porta non capivo cosa stesse dicendo a mio fratello.Alla fine tornai a dormire con i tappi alle orecchie e quando mi svegliai capì che ne se era andato.
Tre giorni dopo,tra l'indifferenza delle persone attorno e della rabbia dei genitori che vedevano solo i danni da lui causati e non il perché, scomparve.Non l'ho più visto,neanche mi sono mai preoccupata di sapere il suo nome.Ancora oggi penso a quello che avrei potuto fare se avessi aperto la porta quella notte e l'interesse ogni volta che fingeva di divertirsi nel fare infuriare i genitori.

Lui credeva che i suoi modi fossero giusti per arrivare a quello che voleva e nessuno seppe mai il perchè dei suoi modi.

Alessandra Marcelli ha detto...

ALESSANDRA MARCELLI

É più facile fingere di non voler capire, piuttosto che sforzarsi nel farlo. Mi viene in mente un esempio storico risalente al 1917, quando ci fu l'episodio passato alla storia come strage di Caporetto. I soldati italiani, straziati dalla fame, dalla stanchezza, completamente dilaniati dalla guerra, espongono il loro malessere al generale del tempo Cadorna, che li intima di continuare a combattere, in qualunque caso. La conclusione, la conosciamo tutti: migliaia di soldati morirono per mano delle truppe tedesche: è ancora oggi la più grave disfatta dell'esercito italiano. Cadorna, nonostante gli evidenti errori di comando commessi, continuerà ad incolpare i suoi della strage, rei di essersi arresi. Ora mi chiedo: cosa sarebbe successo se il generale avesse compreso le lamentele e lo stato di malessere dei suoi soldati? Cosa sarebbe successo se Cadorna avesse fatto uso dell'immaginazione intesa come impegno e sforzo a capire le cose dal punto di vista dell'altro. Probabilmente i tedeschi avrebbero comunque sconfitto gli italiani, o forse no. L'esempio di Cadorna ed i soldati italiani presente a Caporetto è un esempio di fallimento comunicativo.

Ciro del Covillo ha detto...

E' molto chiaro nella mia mente un esempio di fallimento comunicativo perchè capitato ad una mia cara amica nel corso della sua adolescenza.
Questa mia cara amica, Raffaella, è mia coetanea, è oramai adulta ed è omosessuale.
Lo è sempre stata fin da piccola, senza mai comunicarlo apertamente, sebbene ai più attenti questo era palese anche in tenera età.
Raffaella ha sempre manifestato questa diversità alla famiglia, che si reputa fortemente cattolica e tradizionalista, lanciando negli anni continui segnali, nonostante la sua ansia nel comunicare questa cosa alla famiglia, come detto molto rigida.
Raffaella voleva studiare arte, ma la famiglia la obbligava a dedicarsi ad altro.
Raffaella voleva giocare a calcio, ma la famiglia la iscrisse a danza.
Segnali i suoi, è vero, a volte tenui, a volte più chiari.
Mai è stata compresa perchè mai questi segnali sono stati osservati con attenzione.
Addirittura ricordo di come il padre si arrabbiava quando alle bambole, lei preferiva macchine e motociclette come giocattoli, di come ai vestitini lei preferiva jeans e le t-shirts nere dei gruppi rock.
La diversità di Raffaella l'ha sempre portata a vivere focosi scontri con la famiglia, continue fughe da casa, interminabili silenzi durante le cene, forti gesti comportamentali volti a mettere in imbarazzo i genitori, i nonni, forse il bigottismo di una famiglia che non l'ascoltava e non si interessava minimamente a ciò che voleva comunicare.
A Raffaella quindi non resta che fare un gesto estremo per farsi ascoltare.
Provocare uno choc per far si che la famiglia si svegliasse dal torpore in cui stava annegando.
Raffaella, maggiorenne, scappa di casa senza mai più tornarci, si trasferisce in un'altra città, trova un lavoro, fitta una casa, trova una compagna e con lei si sposa in Spagna.
E' certamente una storia a lieto fine, tranne per il fatto che, una volta venuta a conoscenza della diversità di Raffaella, la famiglia la rinnega, ordinandole di non farsi più vedere ed apostrofandola con gli epiteti più coloriti che il caso permette (anche se non dovrebbe permettere).

Mi viene in mente un verso di un intellettuale russo anarchico, Petr Kropotkin: SE NOI RIUSCISSIMO A METTERCI NEI PANNI DEGLI ALTRI TANTO DA SENTIRE GLI ALTRI COME FOSSIMO NOI, NON AVREMMO PIù BISOGNO DI REGOLE E DI LEGGI.
Certo questa è una frase detta da un politico per la politica, però adattata all'antropologia, farebbe al caso nostro...se un antropologo è in grado di mettersi nei panni di un altro individuo culturalmente distante da lui mille miglia, comprenderebbe perfettamente chi è l'altro e non peccherebbe di entnocentrismo!

Francesca Paradisi ha detto...

Possiamo prendere ad esempio il battibecco più comune tra gli abitanti di culture differenti residenti nello stesso condominio: gli odori generati da tradizioni culinarie differenti. Una famiglia di origine italiana potrebbe lamentarsi dell’odore forte e pungente derivato da cibi speziati anche nelle prime ore del mattino tipico della cucina asiatica o africana. Coloro che invece apprezzano questa tipologia di cucina potrebbero difendere le proprie tradizioni e i propri gusti alimentari intimando a i condomini di non impicciarsi. Le due opinioni differenti potrebbero trovare una soluzione comune se gli attori coinvolti provassero a mettersi nei panni l’uno dell’altro risolvendo questi spiacevoli screzi.

FRANCESCA PARADISI

Slawka G. Scarso ha detto...

Nel marketing internazionale ci sono innumerevoli casi di flop basati sul fatto che le aziende a volte non si mettono nei panni dell'altro (mercato-cultura). Tipicamente questo accade quando si porta un brand in un nuovo mercato, senza verificare se il nome del brand o per gli elementi grafici connessi al brand, abbiano o richiamino significati diversi nella cultura locale (se ricordo bene la saponetta Camay aveva come simbolo un fiore che in Sud America si associa ai funerali, mi sembra che se ne accorsero giusto in tempo).

Un altro caso ancora più interessante è quello della campagna di De Beers "A Diamond is Forever" (credo fosse di fine anni Novanta) - in Italia è passata in televisione con lo stesso claim, ma tradotto: Un diamante è per sempre. https://www.youtube.com/watch?v=8pU6WQXkiOU

Questa campagna per lanciare il Trilogy come anello di fidanzamento ebbe un successo clamoroso sia in Italia che negli Stati Uniti.

La portarono così com'era anche in Giappone, e fu un flop. Perché?

Perché mentre in Italia e negli Stati Uniti l'acquisto di un gioiello è associato al dono di un uomo a una donna, magari in un'occasione speciale come la proposta di matrimonio, in Giappone non era così, ma nel marketing di De Beers nessuno pare se ne fosse accorto.
Un flop dopo, hanno compreso che in Giappone le donne si compravano i gioielli da sole. Come gratificazione personale, ad esempio. Un contesto coompletamente rivesto. Ed era chiaro quindi che nessun consumatore/nessuna consumatrice si fosse riconosciuto in quella pubblicità.

Sara Cantalupo ha detto...

Per fallimento comunicativo intendiamo quel tipo di comunicazione che non porta a nessun risultato e invece di essere costruttiva, diventa distruttiva e logorante. Questo aspetto è molto presente soprattutto nella società di oggi, dove molte volte le figure più importanti della nostra vita come insegnanti, genitori, educatori e tanti altri non riescono a capire qual è il nostro problema, cos’è che ci fa star male, assumendo un aspetto “egoistico” nei nostri confronti, però attenzione, non parlo di egoismo nel vero significato della parola, ma nel senso che il più delle volte genitori-insegnati-educatori sono circondati da tante cose che bombardano il loro Mondo, non riuscendo a dedicare troppo tempo per ascoltare ma soprattutto OSSERVARE e INTERPRETARE i comportamenti dei propri figli. A tal proposito possiamo dire che i genitori devono assumere l’atteggiamento di “piccoli antropologi”, i quali non devono limitarsi ad osservare ma devono andare a fondo, innanzitutto essere empatici per poter interpretare i loro comportamenti.
Un tipico esempio che soprattutto negli ultimi anni si verifica sempre di più è il bullismo, molte volte i bambini/adolescenti vittime di bullismo, subiscono senza dire nulla, tenendo tutto dentro di sé. Questo fenomeno si verifica soprattutto nell’ambito scolastico. In loro si nota un comportamento ambiguo, cambiano da un giorno all’altro, diventano silenziosi, si chiudono in se stessi.
Il caso di bullismo è quello di un bambino di nome Paolo di 8 anni frequentava la scuola primaria, era un bambino sereno, solare, socievole, educato e soprattutto brillante nelle materie scolastiche; un giorno i suoi compagni di classe decisero di prenderlo di mira, inizialmente lo deridevano chiamandolo “secchione”, poi sono passati alle mani. Paolo, ogni volta che arrivava a casa era triste, giù di morale, ma nonostante il suo comportamento, i genitori non si accorsero di nulla troppo impegnati nelle loro faccende lavorative. Paolo arrivò a prendere la decisione di non voler più andare a scuola, comportamento inaspettato perché è sempre stato un bambino che andava a scuola con grande entusiasmo. Difronte a questa decisione la madre costrinse Paolo ad andare, interpretando il suo comportamento come un semplice capriccio. Paolo il giorno dopo non andò a scuola, ma decise di scappare da tutto e da tutti.
Se i genitori avessero fatto qualche domanda in più a Paolo, se gli insegnanti avessero fatto delle indagini un po’ più approfondite, tutto ciò non sarebbe successo. Paolo non sarebbe scomparso! Tutto questo è dovuto dalla mancanza di comunicazione, dove si è verificato un vero e proprio fallimento comunicativo.
Sara Cantalupo

Federico Vespoli ha detto...

Q1.

Premetto che sto cercando di rispondere alle domande settimanali tenendo bene a mente che “l’antropologia è la filosofia con le persone dentro”.
Di recente io e la mia ragazza V. siamo andati a cenare da due amici dei miei genitori che vivono a Roma. Questi amici, originari di Campobasso come me, ci invitano piuttosto spesso e io li conosco da moltissimo. V. mi ha proposto di portargli un piccolo regalo, giusto per non andare a mani vuote, e alla fine abbiamo optato per degli oggetti utili in cucina. Appena arrivati a cena abbiamo tirato fuori il regalo e ringraziato per l’invito. Durante tutta la serata, tuttavia, i padroni di casa si sono talmente dilungati nei convenevoli (del tipo: Ma non dovevate! Perché spendete i soldi così? Non era necessario! ) che quando siamo tornati a casa V. mi ha confessato di essersi un po’ offesa.
Questo caso di fallimento comunicativo mi è parso interessante perché personalmente sono riuscito a immaginare le ragioni di entrambe le parti: i padroni di casa vorrebbero inserire queste cene periodiche in un contesto familiare quindi, anche se contenti del regalo, insistono sul fatto che non dovremmo sentirci in obbligo di contraccambiare. Atteggiamenti simili li ho notati anche nei miei genitori e in altri loro coetanei che conosco da molto. D’altra parte a V. piace portare, quando può, un regalo a chi la invita a cena: non perché l’assenza di questo gesto la metterebbe in cattiva luce, ma perché con un regalo fa "bella figura". Entrambe le parti avrebbero potuto vedere il regalo dal punto di vista dell’Altro magari colmando il clamoroso fallimento comunicativo e magari convincendo l'altra parte della bontà dei propri intenti.

Federico Vespoli

Tiziana Vincenzo ha detto...

Un esempio di fallimento comunicativo può essere la storia di Cristina, una ragazza timida e riservata. Non aveva tanti amici e a scuola tutti tendevano ad escluderla dal gruppo. La madre era una donna che, ogni sabato sera usciva con un uomo diverso, tornava a casa all’alba, e spesso in uno stato irriconoscibile, ubriaca oppure sotto l’effetto di droghe. Il padre invece, era un manager poco presente, in quanto sempre in viaggio da una città ad un’altra. Cristina vive questa situazione male, la sua vita non ha un senso: si sveglia la mattina per andare a scuola, torna a casa, si prepara qualcosa da mangiare, si sdraia sul letto e inizia a piangere. Si sente sola. Un giorno, nei corridoi della scuola, incontra un ragazzo alto, biondo, con occhi azzurri, e Cristina tenta in ogni modo di richiamare la sua attenzione, ma sembra non essere interessato. Una settimana dopo scoprì il suo nome, Giorgio, e riuscì a contattarlo su facebook, e a chattare. Iniziarono a frequentarsi tra i corridoi della scuola e i giardinetti vicino casa di lei, ma la conoscenza non ebbe buon fine. Cristina non riusciva a relazionarsi con lui, parlava con fatica, aveva paura di non essere abbastanza, inoltre nel momento in cui le chiedeva della sua famiglia iniziava a rattristirsi, a piangere e questo atteggiamento non piaceva a Giorgio, perché considerato da lui infantile. A causa di ciò, si distaccò da Cristina e la insultò pesantemente, definendola anche grassa; la situazione iniziò a degenerarsi tanto che Cristina divenne anoressica, e perse del tutto la sua autostima. Purtroppo non è riuscita a superare queste sofferenze e delusioni causate dalla non curanza da parte dei suoi genitori e la non comprensione da parte di Giorgio; ora non c’è più, è morta; i genitori e Giorgio si sentono in colpa, perché non hanno capito fino in fondo le sue debolezze, il suo essere triste. Se ci fosse stata più comunicazione ed empatia da parte degli interlocutori, le cose sarebbero andate diversamente.
Sono convinta che il non comunicare sia diventato nella società di oggi il male assoluto.

federica faggiani ha detto...

Pensando ad un episodio di fallimento comunicativo mi viene in mente la storia di un ragazzo di nome Luca. Luca proviene da una famiglia circense e fin da quando è piccolo si sposta di città in città. Il suo destino è già scritto: da grande sarà un abile acrobata. Luca però sente di avere una grande passione per il canto e sogna di poter fare di questa passione il lavoro della sua vita. Così decide di parlare con i suoi genitori, sperando di trovare la loro comprensione. Al contrario, i genitori di Luca vanno su tutte le furie, vietando al figlio di studiare canto e dandogli punizioni severe. Luca soffre, si fa sempre più silenzioso e non riesce più ad essere felice. Lui ha un carattere fragile, teme molto i suoi genitori e per questo dopo quel rifiuto non ha il coraggio di tornare nuovamente a parlare con loro. Nel frattempo, i genitori troppo presi dal loro circo non si accorgono dei cambiamenti del figlio, non notano il suo malessere interiore. Per loro conta solo che Luca si impegni per diventare l’acrobata che è destinato ad essere. Luca però non riesce più a resistere, la sua passione per il canto cresce sempre di più. Cosi dopo aver riflettuto a lungo, non trovando altra soluzione, decide di scappare di casa per poter inseguire questo sogno. Una mattina, come sempre, i genitori di Luca vanno a svegliarlo. Lui però non c’è più, se n’è andato e per molti mesi non avranno sue notizie. Questo esempio ci serve a capire come spesso sarebbe sufficiente vedere le cose da un altro punto di vista, da un punto di vista che non sia il nostro. Se i genitori di Luca avessero cercato di immedesimarsi in lui, cercando di capire i suoi desideri, avrebbero potuto trovare con lui un punto d’incontro, evitandone la fuga.

Ciro Impinto ha detto...
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Ciro Impinto ha detto...

Q.1) Un esempio di fallimento comunicativo si può trovare nell’opera teatrale modernista inglese di Samuel Beckett: Waiting for Godot. I protagonisti Vladimir ed Estragon, stanno aspettando questo Godot che non arriverà mai e che si sarebbero impiccati se non fosse arrivato. Nella parte finale dell’opera teatrale, quando decidono di incamminarsi a cercarlo, diranno: V. “Beh? Andiamo?”; E. “Sì, andiamo.” [Non si muovono]

Come si può notare, ciò che viene detto dai personaggi ha una funzione ben precisa, ossia di incamminarsi e andare. Quello che in realtà fanno (notare la direzione scenica in parentesi quadra) è rimanere lì immobili, perché nelle loro coscienze sanno benissimo che questo Godot non arriverà mai. Ciò rappresenta un fallimento comunicativo perché, in questo particolare caso, la cultura sottostante è in realtà che questo Godot non arriverà, ma i personaggi, con le loro parole, vogliono illudersi di riuscire a trovarlo, quasi come se volessero salvarsi dal suicidio.

Bisogna aggiungere dell’altro: perché allora Vladimir ed Estragon non hanno capito sin da subito che questo Godot non sarebbe mai arrivato? Perché non hanno sfruttato l’immaginazione legata alla essenza che c’è dietro Godot. Molti studiosi hanno ipotizzato su chi potesse essere questo Godot tra cui la figura di Dio (GOD-ot) oppure il vero e proprio senso della vita, che i due protagonisti hanno perso. Se Vladimir ed Estragon avessero immaginato chi fosse Godot in realtà, probabilmente non sarebbero stati vicino a quel salice immobili ad attendere un domani migliore (che non sarebbe mai arrivato).

In conclusione, l’immaginazione avrebbe potuto davvero salvare questi due personaggi se solo avessero immaginato chi fosse Godot davvero. Come presentato a lezione, l’immaginazione è la volontà e lo sforzo di capire l’altro ed è un elemento fondamentale che è capace di salvare delle vite. Quello che ci dice Geertz è che è necessario capire i segni che ci mandano gli altri, di modo da accorgersi di una serie di significati che si nasconde dietro la cultura, che è una fitta rete di segni.

Alex DeLarge ha detto...

Q.1
Per quanto riguarda un esempio di fallimento comunicativo, come per la storia dell’indiano ubriacone, inizialmente volevo procedere riprendendo l’esempio che ho fatto alla domanda della lezione precedente, sulla questione autore ed editore e di come capitano molto spesso errori di comunicazione tra i due.
Però pensandoci bene, questo tipo di fallimento comunicativo è capitato ad un mio compagno quando ero alle elementari; una cosa che mi scosse.
Questo bambino era uno studente, diciamo non brillante, non gli piaceva studiare e faceva il minimo indispensabile.
Le maestre sapevano come si comportava e anche che studiava poco.
Durante un periodo dell’anno scolastico, questo bambino era sempre ammalato, diceva che la schiena e il basso ventre gli facevano male e questi attacchi erano molto frequenti a scuola.
Le maestre però non gli credevano e pensavano che stesse fingendo per non fare i compiti o per non essere interrogato.
Sta di fatto che questo ragazzino ad un certo punto si assentò per un lungo periodo e solo dopo qualche settimana di assenza scoprimmo tutti quanti, maestre comprese, che aveva i calcoli renali e si era dovuto operare, se non ricordo male.
Noi bambini vedevamo come il nostro compagno stava male e sinceramente, essendo ancora piccoli, non pensavamo al fatto che fingesse.
Invece le maestre, molto più grandi e con esperienza alle spalle, credevano che volesse fare il furbo.
C’è stato di fatto un errore di comunicazione, una vera e propria mancanza di “immaginazione”, cioè lo sforzo di capire da entrambi le parti, sia da parte del nostro compagno e soprattutto sia da parte delle maestre, che come si è visto alla fine, non ha giovato nessuno.

Trincia Leonardo

Lisa Pavone ha detto...
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Alice Carfora ha detto...

Una ragazza all'inizio della terza media ebbe un cambio radicale di comportamento rispetto a come era prima: non studiava mai, era sempre fuori casa e combinava danni a scuola.
Alcuni mesi più tardi la situazione era tornata normale, questa ragazza aveva smesso di fare danni a scuola e di passare la maggior parte del tempo fuori casa, iniziando a studiare moltissimo rifugiandosi nei libri.
Nessuno si rendeva conto di quello che stava accadendo, perché secondo tutti il fatto che all’inizio dell’anno lei avesse iniziato a comportarsi in modo totalmente diverso dal suo solito era giustificabile con “è un periodo così, le passerà!” e infatti così era stato, le era passato ed ora secondo gli occhi di tutti era tornata la normalità
Un giorno però questa ragazza non si presentò a scuola, e presto giunse la voce che aveva tentato il suicidio. All’inizio dell’anno suo padre affetto da una grave malattia (senza che nessuno lo sapesse a parte lei e la sua famiglia) morì e come reazione al lutto questa ragazza cambiò comportamento. A casa la madre era troppo distrutta dal lutto del marito e si era rifugiata in se stessa senza rendersi conto che la figlia stava soffrendo tanto quanto lei.
Anche se nessuno sapeva della malattia del padre ne della sua morte, il cambio del comportamento di questa ragazza era un chiaro segno di qualcosa che non andava, quindi era necessaria solo po’ di immaginazione in più per capire costa stesse accadendo ed evitare il suo tentato suicidio.

Simone Agati ha detto...

Faccio un esempio di vita non vissuta da me direttamente ma da una mia amica molto cara. Francesca è una ragazza simpatica e sincera ma che ha il gran difetto di farsi influenzare dal parere della gente. Da tanti anni fa danza classica ma adesso che frequenta il primo superiore, non riesce più a trovare spazio per lo sport o almeno lei aveva ancora voglia di trovarlo, ma gli impegni scolastici sono tanti e i voti a scuola sono bassi. Così la madre non ne vuole sapere e la toglie dalla danza. Il suo fisico allenato perde in tonicità ma è una ragazza che non ha niente da invidiare a nessuno. Tuttavia, la sua insicurezza aumenta col passare del tempo. In aggiunta, su una sua foto profilo facebbok, commentano inopportunamente due suoi compagni di classe, prendendola in giro sui suoi fianchi troppi accentuati -il fenomeno del "body shaming" è in continuo aumento (commentare in modo negativo la forma fisica delle persone sui social network), e questi commenti la segnano. Lei comincia a vedersi diversa, inadeguata. Non mangia più, dimagrisce sempre di più. La madre ignora i segnali, li considera una ripicca verso di lei per avergli fatto lasciare danza ma invece è un disagio interiore, un problema che sempre più adolescenti sono costretti ad affrontare per quei quattro imbecilli che si credono divertenti facendo oggetto di scherno un loro compagno. Francesca era arrivata a pesare 40 kg ed era alta un metro e settanta; alla fine grazie ai suoi amici stretti ,che hanno confidato il vero problema alla madre che stava alle spalle del suo dimagrimento, è riuscita a uscire fuori da quel tunnel. Se la madre avesse messo da parte la superficialità, Francesca avrebbe potuto passare quel suo periodo di difficoltà con accanto la forza che può dare un genitore.

Lisa Pavone ha detto...

Avevo 3 anni. Frequentavo il primo anno di scuola dell’infanzia e mi trovavo in una classe mista di bambini dai 3 ai 6 anni. Il mio linguaggio era scarso ed il mio lessico ancora di più tanto che sapevo solo le parole che erano contenute nella canzone di Claudio Baglioni ‘Ragazza di campagna’... per giunta non precisamente adeguate ad un contesto scolastico infantile! Piangevo ogni giorno, trascorrevo le mattinate con le bidelle che giravano per le classi a portare i tè alle maestre e tornando a casa chiamavo mia nonna per sentire la sua voce, ed era l’ unico momento in cui smettevo di piangere... nonostante questo non riuscivo a far capire a nessuno ciò che avevo, ciò che ancora oggi ricordo come se fosse ieri, ciò che non mi ha fatto vivere bene gli anni che sarebbero dovuti essere i più spensierati della mia vita! I miei genitori capivano che un problema sussisteva e di certo non era un semplice capriccio da 3enne. Mia mamma è un’ insegnante di sostegno e dopo 6 mesi che la situazione continuava ad essere invariata, è andata a parlare con la mia maestra... questa disse, dall’alto della sua superficialità, che ero problematica e che avevo bisogno di un insegnamento individualizzato. Mia mamma si oppose, conoscendo quali fossero i problemi veri nei bambini con disturbi specifici. Intanto passa un anno e una volta a settimana mi portavano da uno psicologo dell’ età evolutiva il quale aveva appreso che in me c’era un malessere vero e proprio... ma ancora tutti erano all ‘oscuro di quale potesse essere. Un giorno, nitido alla mia mente più di quanto può essere il pasto di ieri sera, al telefono con nonna, lei mi fece questa domanda ben precisa: “Lilla di nonna, un’amichetta ti da fastidio?”. La mia risposta fu un sì, un sì talmente deciso e liberatorio che portó con se uno strascico di lacrime e domande, porte con tanto di quell’amore che sembravano rappresentare una seconda nascita.
Cominciai quindi, a mozzichi e bocconi, il mio racconto, arrivando alla conclusione che una bimba di 5 anni mi diceva ogni giorno che mia mamma sarebbe morta e non mi sarebbe venuta più a prendere da scuola! Il mio angelo aveva avuto questa immaginazione, e la perseveranza e la forza di volontà di interpretarmi dei miei genitori aveva fatto sí che la problematica comunicativa non rimanesse irrisolta ma avesse un’evidente spiegazione alle spalle.

Il GuruX ha detto...

La cultura è una fitta rete di segni e significati talvolta così complessi che gli attori che vi sono all’interno spesso rimangono intrappolati in una dimensione di incomprensione e incomunicabilità.
Mattia era un bravo studente, Mattia era un bravo amico e Mattia era anche un bravo figlio. Mattia però era arrabbiato, molto arrabbiato con i propri genitori che lo avevano già incasellato in un futuro luminoso, si ma non il suo. Mattia amava la musica e suonava anche in un gruppo, ma per i genitori tutto questo era solo uno sciocco passatempo, per dirla meglio una vera e propria perdita di tempo. Mattia doveva studiare, diplomarsi, laurearsi e guadagnare tanti soldi con un lavoro ‘’serio’’, un ‘’lavoro vero’’. Mattia a 17 anni conobbe le droghe. Cominciò a rubare soldi a casa, andò a vendere ogni cosa d’oro che poteva trovare a casa, persino le posate d’argento del matrimonio dei suoi genitori. A 18 anni Mattia fu cacciato di casa e andò a stare con persone più grandi, amici di dipendenza e compagni di sventura. Mattia è morto a 20 anni tra l’indifferenza della gente, tra l’incomprensione e la mancanza di ‘’immaginazione’’ dei propri genitori che non stavano capendo il disagio, che non stavano capendo cosa Mattia stesse gridando al mondo. Mattia è morto come muore un tossico qualunque, non come muore una persona. Mattia è morto come quelli che muoiono a causa di chi non si sforza di intendere i segni e i significati dell’altro, è morto come muore chi viene emarginato perché la superficialità è un’arma semplice da usare, l’immaginazione di capire l’altro forse è solo un’immaginazione che non si realizzerà mai, ma è probabilmente ciò a cui dobbiamo tendere, ciò a cui noi tutti siamo tentati di sforzarci.
Geertz ci mette di fronte alla necessità di tentare di interpretare i segni che ci mandano gli altri sforzandosi di uscire dalla propria dimensione simbolica, Geertz mi ha insegnato che Mattia poteva vivere, che Mattia era solo arrabbiato e che Mattia non era solo un tossico.

Michele Daini

Alice Dionisi ha detto...

Ci troviamo in un contesto universitario, a lezione, in una classe piuttosto vuota: avendo molto spazio libero a disposizione, gli studenti si siedono lontani fra di loro, cercando di mantenere il proprio spazio personale inviolato, soprattutto in seguito alle ore precedenti passate seduti per terra schiena a schiena con la persona vicina. Arriva un ragazzo un po' in ritardo e si siede in prima fila, tira fuori dal suo zainetto tre quaderni per gli appunti, li dispone in ordine di grandezza, con penne, matite ed evidenziatori ben ordinati. Questo irrita un po' la ragazza seduta accanto a lui, che era arrivata in anticipo non sapendo quanta folla aspettarsi da questa prima lezione e che ora è costretta a doversi spostare di un posto per avere spazio necessario per scrivere.
La professoressa è un po' ripetitiva e la lezione diventa presto noiosa, così in quelle successive gli studenti si fanno un po' i fatti loro, controllano i social network, riorganizzano gli appunti ed escono spesso per una pausa sigaretta o caffè, tutti tranne il ragazzo che continua a sedere sempre in prima fila e fa domande in continuazione pur sembrando non comprendere i concetti più basilari come gli altri. Gli studenti lo guardano un po' male e con gli amici commentano sotto voce, a volte ridacchiando, subito dopo aver posto la sua domanda infatti si cimenta nel disegno di coniglietti pasquali, per poi mettersi a sfogliare il libro in maniera un po' distratta.
Arrivato il giorno dell'esame, il ragazzo fa domande ad ogni persona che lo precede quando esce dallo studio della professoressa, e chiede a chi attende come lui come si sono preparati, cosa ricordano meglio, quali pensano possano essere delle possibili domande. A detta degli altri è un po' insistente ed eccessivamente ansioso. Una ragazza gli risponde male, altri eventualmente lo liquidano con qualche monosillabo.
Giunto il turno del ragazzo, si siede nello studio della docente e porge lei un foglio: è un certificato medico che attesta la sua sindrome di deficit di attenzione. Se si fosse fatto uso dell'immaginazione si sarebbe potuta capire la situazione di questo ragazzo e anzi se ne sarebbe lodato il coraggio per essersi impegnato in un percorso universitario nonostante le difficoltà. I sintomi non erano poi così indecifrabili: disturbi d'ansia, d'apprendimento, disturbo ossessivo-compulsivo, ma i modi in cui si manifestano sono così differenti dai nostri, dalle nostre azioni e dai nostri comportamenti, che è stato additato come diverso e strano, senza impegnarci in un'analisi più approfondita della situazione. Era necessaria l'immaginazione, andare oltre e fare uno sforzo per mettersi nei panni dell'altro e capire il motivo di quei gesti e le cose dal suo punto di vista.

Davide Di Buono ha detto...

Un caso di fallimento comunicativo che quotidianamente abbiamo sotto gli occhi è quello tra genitori e figli. Da sempre le due parti si addossano "le colpe" per quella che Geertz chiamerebbe mancanza di immaginazione. Credo sia adatto come esempio proprio perchè è nel quotidiano, perchè nessuno può sentirsi esente da questo discorso.
Sicuramente, in più di un'occasione, uno sforzo di immaginazione da ambe le parti potrebbe portare a compimento un'operazione comunicativa che spesso diventa molto più complessa di quella che è o, appunto, fallimentare.

Adriana Grigoras ha detto...

Spesso ma non volentieri nell'educazione di mio figlio mi trovo davanti alla dolorosa esperienza del fallimento comunicativo.È triste vedere che tante volte lasciandoci trascinati dalla falsa compressione, ci accorgiamo che il feedback tra noi e i nostri figli non è quello desiderato.Perché accade questo? Forse non siamo in grado di trasmettere in modo corretto ai nostri figli i nostri pensieri. Come responsabilità nella comunicazione genitori -figli è maggiore quella dEl genitore e proprio per questo cHe dobbiamo verificare che quelle che gli abbiamo trasmesso è stato ricezionaTo. È il momento della verifica che ci fa venire tanti dubbi :è lui che non ha capito o io che non sono stata capace a comunicare oppure il controllo del messaggio era molto debole.Fare errori consente ai noi adulti di imparare da essi è spesso ci aiuta a capire come ci dobbiamo comportare.Di sicuro il fallimento comunicativo va affrontato, non si deve sfuggire, dobbiamo reagire e cambiare le strategie, inventando le nuove strade da percorrere insieme a loro,per non ripetere lo stesso errore. Un motivo per cui avviene sono gli impegni lavorativi che ci sottraggono una buona parte del tempo.Ci comportiamo con i nostri figli come se fossero in debito di qualcosa e tollerato tante volte gli atteggiamenti sbagliati,come se avessimo il senso di colpa.Loro hanno una logica elementare:"se mi ha tolleraTo questo atteggiamento adesso lo farà anche dopo".È dopo che nasce il problema della comunicazione :che tu provi a spiegarlo che non eRa corretto quello che ha fatto e lui da colpa a te.
Un altro è che spesso mettiamo in pratica dei metodi educatino appresi dai nostri genitori o metodi opposti.Per evitare tutto questo dobbiamo creare una coresponsabilita'efficace tra noi e loro.

Giuliamaria Casella ha detto...

Q1: Sono pendolare da molti anni e mi capita spesso di assistere a vicende curiose o, per dire, interessanti. L'autobus che passa per la Casilina è un ottimo esempio di vagone in cui sono comprese diverse culture: nello stesso contesto abbiamo la signora italiana sulla cinquantina che torna dal lavoro, lo studente che torna da scuola, o la persona di colore che non parla molto bene l'italiano. Qui di fallimenti comunicativi ne capitano di diversi. Uno che vedo capitare spesso è di questo tipo: due signore che parlottano tra di loro si scandalizzano di quanto questi stranieri non abbiano un buon odore, sottolineando il fatto che l'igiene sia importante e che dovrebbero lavarsi. Guardano male uno di questi stranieri, borbottando anche qualche insulto leggero. Ma nessuno dice nulla a queste signore, nonostante ci siano molte persone ad assistere alla scena. Neanche lo straniero dice nulla, forse perché non capisce o forse semplicemente per educazione. Se le signore avessero usato un po' di immaginazione, avrebbero capito che non tutti vivono nella stessa condizione agiata in cui vivono loro, potendosi permettere di lavarsi tutti i giorni. Gli altri, invece, avrebbero potuto immaginare che, magari, queste signore vivono in un contesto di mentalità "chiusa" e che magari, se fatto notare, avrebbero capito che quel tipo di atteggiamento non giova a nessuno.

Giuliamaria Casella

Eva Sara Donnini ha detto...

Un classico esempio di fallimento comunicativo possiamo ritrovarlo nell'ampio dibattito che si è recentemente aperto in Italia sulla obbligatorietà della vaccinazione. In questo caso, il rapporto comunicativo coinvolge Stato e cittadino. Una piccola percentuale di cittadini si è fortemente arroccata sulle proprie posizioni, sostenendo la pericolosità della vaccinazione obbligatoria. Essi, a sostegno della propria opinione, sottolineano i casi di alcune persone che, a causa dei vaccini, hanno riportato rilevanti danni fisici. D'altra parte, lo Stato obbliga i cittadini alla vaccinazione proprio per evitare epidemie di massa. Il fallimento comunicativo potrebbe essere evitato se il cittadino si immedesimasse nei panni dello Stato, il quale, nel caso di tali epidemie, sarebbe costretto ad ingenti coperture finanziarie e di protezione sociale per farvi fronte. D'altro canto, lo Stato, immedesimandosi nei panni del cittadino contrario alla vaccinazione, dovrebbe comprendere le preoccupazioni di coloro che temono che i loro figli possano subire danni. Lo Stato dovrebbe cercare di spiegare loro dettagliatamente che non esistono finora prove scientifiche della nocività dei vaccini e che, anche se così fosse, l'esistenza di alcuni di tali casi su milioni di vaccinazioni, potrebbe purtroppo essere statisticamente e socialmente accettabile.

Lorenzo Natella ha detto...

Una donna assai benestante, pensionata, nata in un quartiere ricco, conosce una giovane mamma poverissima di etnia sinti che vive in un campo nomadi. La donna più anziana decide di donare regolarmente alla sua nuova amica alcuni beni materiali di uso quotidiano: le regala ogni settimana libri, quaderni, vestiti e giocattoli, come semplice buona azione. La donna anziana però si aspetta dall'altra parte un comportamento adatto ai suoi parametri culturali, secondo cui il dono mette in condizione di "debito morale" il ricevente. Tuttavia, ogni volta che l'anziana donna contatta la giovane mamma per motivi che non prevedono la ricezione dei beni regalati, la giovane mamma sinti non si presenta o inventa scuse. Quando, ad esempio, la donna anziana cerca di coinvolgerla in un progetto sociale che richiede una presenza fisica, senza ricevere nulla di materiale, la giovane mamma smette addirittura di rispondere al telefono. Le due donne alla fine litigano e smettono perfino di parlarsi. Il fallimento comunicativo deriva da una forte incomprensione delle posizioni culturali dell'altro, perché da una parte la donna anziana si aspetta un adeguato comportamento di "riconoscenza" secondo i suoi parametri e le sue regole sociali introiettate sin dall'infanzia, mentre dall'altra parte la giovane mamma sinti è nata e cresciuta in un contesto (il campo rom) abituato ad un sistema assistenzialista secondo cui il dono, l'elemosina, la beneficenza, non hanno mai una contropartita e anzi, di solito sono seguiti dall'indifferenza successiva del soggetto esterno che dona. Quindi, l'interessamento dell'anziana donna ha creato uno shock inaspettato, un'ingerenza eccessiva per la giovane mamma sinti che ha preferito compromettere il rapporto anche a costo di non ricevere più la beneficenza dell'altra. L'immaginazione per comprendere la posizione dell'altro era non solo necessaria, ma anche possibile - avendo entrambe le donne basi di conoscenza del sistema culturale reciproco - per impedire l'insuccesso comunicativo. La chiusura si è creata sull'auto-considerazione del proprio ruolo, che entrambe ritenevano non negoziabile, impedendo quel necessario esercizio di apertura immaginativa.

Lorenzo Natella

Matteo Colafrancesco ha detto...

Salve professore, vorrei analizzare questo punto della nostra lezione con un esempio che ho vissuto in prima persona. Si parla molto spesso di fallimento comunicativo, come di un evento, un azione, che nella nostra vita quotidiana ormai siamo abituati ad affrontare. Conoscevo un ragazzo, di origine musulmana, era simpatico, dolce, pronto a scherzare e giocare sempre con tutti. Dopo un po di mesi, egli cominciò a non uscire piu, si era dimagrito, aveva il volto stanco e scavato, era diventato tutt altra persona rispetto a prima. Un giorno, purtroppo questo ragazzo si buttò dalla finestra, fu un evento inaspettato che colse di sorpresa amici e familiari. Si scoprì poco dopo, che kahil era stato minacciato di morte, semplicemente perche vi era una ragazza a cui lui era interessato, che pero intratteneva gia una relazione con un noto criminale del nostro quartiere. Perche un ragazzo cosi giovane si è tolto la vita? Davvero non siamo stati in grado di aiutarlo? Non c'è stata preoccupazione da parte nostra, da parte degli amici e delle persone a lui vicine, se solo ci fosse stata immaginazione, se avremmo capito lo stato d'animo in cui Kahil si trovava, forse questa tragedia non si sarebbe compiuta. Matteo Colafrancesco

ilaria ha detto...

ILARIA PESOLI
Un esempio abbastanza banale potrebbe essere il seguente: un signore italiano si trova in un ristorante di new york ed è deciso ad ordinare una pizza vegetariana. Vede che c'è la "pepperoni pizza" e pensa che ovviamente avrebbero voluto dire peperoni ma non l'hanno saputo scrivere correttamente perché non italiani. Non immagina nemmeno che ci possa essere una distinzione tra la pizza italiana e quella americana, perché per lui essendo la pizza una tradizione italiana, chi la propone deve necessariamente seguire le sue regole (della pizza italiana). Anche il cameriere non si fa domande e non pensa di dover spiegare questa differenza ad un cliente evidentemente straniero che non parla bene l'inglese. Così quando la pizza arriva il nostro Giuseppe si ritrova una pizza al salame che deve far rifare.

Martina Gerace ha detto...

Un esempio di fallimento comunicativo che mi viene in mente è il caso della morte di Tiziana Cantone. Tiziana ha avuto dei rapporti sessuali con degli uomini che sono stati filmati col telefonino. Questi filmati, invece di rimanere privati, ad uso personale, vengono diffusi sul Web e diventano molto popolari. Una frase che Tiziana pronuncia in uno di questi video diventa un tormentone; iniziano a circolare molti "meme" su di lei sui social network. Probabilmente è stato il fidanzato a diffonderli. A distanza di un anno Tiziana si suicida, impiccandosi con un foulard appeso a un tubo nello scantinato di casa sua.
Secondo me la sua morte si sarebbe potuta evitare, questo fallimento comunicativo avrebbe potuto essere colmato se ci fosse stato un uso di immaginazione nei termini in cui ne parla Geertz. Nessuno ha provato a immedesimarsi nei panni di Tiziana, nessuno ha provato a capirla, nessuno ha compreso il disagio che provava una ragazza che non poteva più uscire di casa perché ormai era riconosciuta da tutti e additata come la protagonista di quei video a sfondo sessuale e protagonista di prese in giro circolanti sul Web che avrebbero potuto benissimo essere evitate. Tiziana è vittima del Web, di un mondo di voyeur a cui con un semplice click piace entrare nell’intimità delle persone, intimità che non dovrebbe essere di loro interesse; è altresì vittima di un moralismo di massa che pensa che se la sia cercata facendo video che non doveva fare, perché sono tutti bravi a scagliare il sasso senza provare a fare quello sforzo di immaginazione e provare a pensare come ci sentiremmo noi al posto di Tiziana.

Martina Gerace

Stefania Regoli ha detto...

In un condominio una persona lava il suo balcone ed annaffia i suoi vasi facendo cadere l’acqua a scroscio sul balcone sottostante. La persona del piano di sotto prova a spiegare a quella di sopra il disagio che questo comportamento le provoca, ma la persona del piano di sopra forse per ignoranza o forse per arroganza, non solo non si scusa, ma si giustifica con un: “mi è caduta l’acqua, e allora?”, come se questo fosse un modo di fare normalissimo. In questo caso è palese che la persona del piano di sopra non ha usato l’immaginazione (nel significato che le attribuisce Geertz) per comprendere il punto di vista del vicino di casa, e non ha fatto nessuno sforzo per mettersi nei suoi panni e capire che magari l’acqua che arriva da sopra può sporcare il suo balcone o i panni stesi. Questo episodio di vicinato ci mostra come la comunicazione tra le due parti sia indubbiamente fallita.

Giulia Sellati ha detto...

Sono stata spesso male da bambina, come tutti i bambini, credo, che, per un motivo o per un altro, una settimana sì e l'altra pure si ritrovano dal pediatra. Avevo sei anni quando nacque mia sorella; lei nacque a settembre e io da novembre cominciai ad avere forti dolori alla testa, piangevo in continuazione. Dopo i vari tentativi di mia madre di aiutarmi con tisane, impacchi di acqua calda, di acqua fredda e camomilla, andammo dal pediatra. La visita, mi avrebbe ricordato poi mia madre, fu più che altro un'intervista riguardo ai cambiamenti comportamentali che aveva riscontrato in me mia madre dalla nascita di mia sorella, che si concluse con la sentenza secondo cui io stavo soffrendo delle attenzioni per la nuova arrivata e che alla fine tutti i miei pianti erano per attirare su di me l'attenzione. Se il pediatra avesse usato un po' di immaginazione e non si fosse arreso alla prima intuizione avuta, probabilmente un'otite trascurata non sarebbe degenerata in mastoidite perforante e non avrei perso l'udito all'orecchio destro. Cito Geertz "non riesco a vedere come un maggiore etnocentrismo, un maggiore relativismo o una maggiore neutralità avrebbero potuto migliorare le cose (benché una maggiore immaginazione avrebbe potuto farlo).

Sara Spada ha detto...

Marta e Silvia sono amiche da tanto tempo.
Hanno frequentato l'asilo, le scuole elementari, medie e superiori insieme e la loro amicizia dura ormai da 15 anni.
Sia Marta che Silvia sono diventate grandi ed entrambe hanno un fidanzato, Luca è quello di Marta e Marco quello di Silvia.
Silvia un giorno, per puro caso, vede Luca (ragazzo di Marta) in atteggiamenti a suo parere "strani" con un'altra ragazza e decide dunque di parlarne alla sua amica.
Quando Silvia parla con Marta, la reazione di quest'ultima è molto forte: accusa l'amica di essere invidiosa della sua relazione e di vedere cose che non esistono.
Silvia, ricevendo queste accuse, si arrabbia a sua volta e rimane delusa dall'idea che la sua amica si è fatta di lei.
Le due amiche ora non si parlano più.
Se ci fosse stata più immaginazione da parte di Marta, questa avrebbe potuto capire il motivo vero che aveva spinto la sua amica a parlare di quell'avvenimento, ovvero la preoccupazione nei suoi confronti.

Simone Perrone ha detto...

1) L’intera opera kafkiana è pervasa dal problema comunicativo che si esprime nell’impossibilità di capire se stessi e il sistema in cui si è inseriti, donde l’angoscia: basti ricordare, a tal proposito, Il Processo, dove il protagonista, K., cerca disperatamente di stabilire un contatto con i suoi accusatori; e tuttavia, egli morirà senza ancora aver capito né chi fossero costoro né cosa volessero esattamente da lui. Ma è soltanto alla luce della fallimentare comunicazione esistente tra Hermann e Franz Kafka che è possibile comprendere donde vengano i temi che costantemente riemergono in tutte le opere dello scrittore boemo. A ben vedere, la relazione dei Kafka è facilmente ravvisabile in numerosi rapporti padre-figlio tuttora esistenti, tra cui il mio: infatti, io mi riconosco drammaticamente in quasi ogni pagina di quella dolorosa Lettera che Kafka indirizzò a suo padre e dalla quale emergono tutti i fallimenti comunicativi che intercorrevano tra i due e che, con un po’ d’immaginazione, intesa al modo di Geertz, sarebbero stati, se non definitivamente superati, perlomeno ridotti nella quantità e nel loro riverbero negativo in Hermann e Franz, come pure in Ercole e in Simone, per riferirmi alla mia situazione. In che misura l’immaginazione sia rilevante all’interno delle relazioni, si può dedurlo senza troppe difficoltà giudicando l’esito delle opere kafkiane, in cui i protagonisti incontrano, in certa misura volendola, in ragione dell’estenuazione cui sono sottoposti, la morte: e.g. K., Gregor Samsa, l’uomo di campagna della parabola Davanti la legge.



Cordialmente,
Simone Perrone

Giada Giorgi ha detto...


Spero non me ne vorrà se in mente mi viene un caso inverso, ossia un episodio di quello che era cominciato come fallimento comunicativo, terminato poi con un uso immaginativo e conclusosi a “lieto fine”. L’ho vissuto in prima persona e credo sia calzante.
Una domenica di qualche settimana fa mi sono recata in un negozio di abbigliamento, di proprietà di una grossa catena. All’ingresso del negozio c’era un addetto alla sicurezza, di origini africane.
Ammetto di aver avuto un’aria malmessa: uscivo dalle fatiche lavorative del week-end e mi trascinavo a mo’ di zombie all’interno del negozio. Decido di provare delle cose per poi comperarle e prendo anche degli oggetti di bigiotteria. Noto che l’addetto alla sicurezza mi ha puntata, così, onde evitare fraintendimenti, prima di recarmi nei camerini poggio la bigiotteria su uno sgabello messo lì come arredo, dicendomi che l’avrei ripreso per andare poi in cassa.
L’addetto alla sicurezza mi ferma. Segue dialogo:
“ eh, dove stai andando, quanti capi hai”
“due”, dico, mostrando gli indumenti
“Avevi anche orecchini”
“Non ce li ho più, li ho posati”, dico
“Fammi vedere borsa, non ci credo” intima l’addetto alla sicurezza
“Guarda, li ho posati laggiù”, e lo porto a vedere dove li avevo appoggiati, diventando rossa in viso
“E che è questo il posto loro? Vanno qui?”
“Li avrei ripresi una volta uscita dal camerino”, dico, oramai furente circa il trattamento riservatomi. Mi dirigo in camerino fermamente convinta a parlare con un superiore affinché prenda provvedimenti circa la totale mancanza di tatto del ragazzo preso a lavorare.
Poi mi fermo. Respiro. Penso a quando sono io quella stanca a lavoro, a quando mi capita di trattare male un cliente. Mi metto nei panni del ragazzo che parla a stento l’italiano e quindi suppongo sia immigrato da relativamente poco; penso al tipo di vita che ha avuto, da dove proviene e che probabilmente lui non sa esattamente come ci si deve comportare in queste situazioni, visto che ha un altro trascorso culturale (lo ammetto, i pensieri essendo comunque dettati dalla rabbia, sono stati in realtà un poco più scurrili); penso che quel lavoro gli serva più che a molti altri e che alla fin fine magari voleva solo essere performante. Penso che, tutto sommato, forse quel giorno il mio aspetto sarebbe potuto sembrare quello di una potenziale ladra.
Esco dal camerino, prendo la bigiotteria, vado a pagare e torno a casa.

Anonimo ha detto...

L' esempio più calzante, a mio avviso, di questo fallimento è la discussione tra due o più persone, talmente evidente da lasciarci, come ha sottolineato lei a lezione, intravedere dietro il sipario della naturalezza e della condivisione quella realtà fatta di difficoltà comunicative colmabili solo con l' interpretazione personale.
Lo ritengo così esplicativo perché quando discutiamo con altre persone perdiamo la voglia di accettare questo accordo sull'incomprensione reciproca, ed anzi, tendiamo proprio ad evidenziare gli errori(quelli che ci fanno comodo o che dal nostro punto di vista sono tali) dell'altro tentando di far valere i nostri significati, ed il risultato, non sarà altro che un gran baccano che nulla ha condotto se non a rabbia e frustrazione reciproca per non essere riusciti a comunicare.
Vorrei parlare, a tal proposito, di una discussione avvenuta tra me e la mia ragazza, Ludovica.
Un anno fa lei era indecisa se continuare con il suo piano di studi archeologico o cambiarlo con un'impronta artistica, chiedendomi insistentemente, giorno dopo giorno cosa dovesse fare, ma io non volendo decidere per lei e rimproverandola di non saper prendere decisioni tentavo, con sottili spunti, di indirizzarla verso la decisione migliore per lei, l' arte.
Tutto ciò si è protratto fino al giorno di un'accesa discussione nella quale mi vidi rimproverato di non aiutarla fregandomene del problema, mentre io, nero per le accuse che mi parevano infondate, rispondevo a tono facendo notare che in realtà la stavo aiutando, e per giunta, nel modo migliore insegnandole cioè a decidere sola.
La discussione poi si è risolta con il suo cambio in arte, ma se avessi usato dapprima l'immaginazione avrei di certo colto l'aiuto che in quel momento le serviva, ovvero un punto solido su cui poggiarsi sempre e non una lezione su come prendere decisioni.
E'solo quando si è disposti ad "immaginare" i significati dell' altro e a prenderli in considerazione che sarà possibile ristabilire un "punto d'intesa" sul quale -come Cohen con il capitano Dumari sulla fantomatica autorizzazione- ognuno avrà modo di raccontare il suo, ma per lo meno quel minimo di volontà di comprensione è stato messo in atto per l'apparente comunicabilità.
Quel barlume di voglia è ciò che serve a tutti per poter vivere in società ed acquisire la criticità e l'apprendimento che farebbero dell'ipocrisia una ridotta parte della nostra esistenza.


Marco Giovannangelo

Cristiana Chiarelli ha detto...

Un caso, che ho vissuto abbastanza da vicino, di fallimento comunicativo è quello che si verifica tuttora tra un uomo di trent'anni, di una famiglia 'piccolo borghese', che vuole intraprendere la via della vocazione (religiosa) e i suoi genitori, i quali non riescono ad accettare la sua scelta.
Il ragazzo studia economia e commercio in una prestigiosa università per volere dei genitori. Dopo il successo accademico e le prime esperienze lavorative, le aspettative sul suo futuro crescono, e i genitori nutrono forti speranze sul fatto che un giorno il figlio rilevi l’azienda di famiglia. Tuttavia il ragazzo inizia a manifestare una certa reticenza a riguardo, fino a dichiarare il desiderio di lasciare la strada intrapresa. La comunicazione in famiglia, già pressoché assente poiché infruttuosa, diventa ulteriormente complicata quando egli annuncia di aver ricevuto la Chiamata, e che da questo momento la sua vita non è più nelle sue mani. A questo punto quindi la comunicazione diventa praticamente impossibile: da una parte abbiamo un ragazzo che parla in nome della sua fede la quale, al di là di ogni possibile tentativo di comunicabilità, risulta ai più incomprensibile. Dall'altra abbiamo i genitori del giovane, che ragionando in termini di logica capitalistica e di etica del lavoro, non riescono ad accettare lo stile di vita dell’uomo di fede, né il fatto che il loro primogenito neghi tutti i sacrifici fatti per la sua formazione e per costruirgli un futuro. Da entrambe le parti manca tuttavia un serio tentativo di IMMAGINAZIONE antropologica, poiché né il figlio, né i suoi genitori cercano di vedere le cose dal punto di vista dell’altro, senza comprendere i termini e valori su cui si basano le rispettive armi comunicative.
Se tutti gli attori sociali fossero riusciti ad ‘immedesimarsi’ l’uno nell'altro, l’accettazione da parte dei genitori delle scelte del figlio e la disponibilità alla comunicazione da parte del figlio sarebbero state molto meno problematiche.

Matilde Tramacere ha detto...

Mi vengono in mente due esempi, uno legato a un fatto di cronaca di cui si sta parlando tanto in questi giorni, l’altro inerente a un episodio accaduto veramente a mia madre.
Da qualche settimana un nome circola frequentemente nei vari titoli di giornale: Harvey Weinstein, produttore cinematografico americano accusato da varie attrici sue collaboratrici di molestie. Come spesso accade in situazioni simili, la vicenda è diventata “chiacchiera da bar” o, come sarebbe giusto chiamarla ora “chiacchiera da social” e non sono mancati commenti fuori luogo sulle attrici in questione. Commenti che non usavano l’immaginazione, come direbbe Geertz. La frasi più diffuse è una: “potevano parlarne prima”. Chi suole fare questo tipo di commento non fa alcuno sforzo di mettersi nei panni della vittima. Non sa che spesso in queste situazioni subentra il senso di colpa, la paura di non essere creduta o di essere allontanata dall’ambiente in cui lavora. Non sa i complessi risvolti psicologici che lasciano certe vicende, tanto meno sa come funziona il mondo dello show business. È in atto un fallimento comunicativo, quello delle vittime verso alcuni individui della società e questo sarebbe evitabile se questi facessero lo sforzo di immaginazione di cui Geertz parla.
Il secondo è una vicenda successa realmente mia madre, nata e cresciuta in Francia e trapiantata in Italia circa trent’anni fa. Tra le varie differenze culturali che l’hanno colpita di più c’era la facilità con cui le persone in Italia tendono a darsi del “tu” tra sconosciuti. I primi incontri di mia madre con commessi, baristi, ma anche colleghi universitari è stato all’insegna dell’imbarazzo. Da parte sua riscontrava una maleducazione di fondo e tendeva a non avere rapporti amichevoli con chi le dava subito del “tu”. Chi la sentiva dare del “lei” anche in situazioni in cui per noi italiani risulta fuori luogo, la trovava fredda o distaccata. Queste prime impressioni sbagliate potevano essere risolte con uno sforzo di immaginazione, appunto, rendendosi conto che non era il carattere di una persona a definire il suo comportamento, ma la sua cultura, ciò che gli era stato insegnato.

Matilde Tramacere

Lisa Del Nero ha detto...

Internet é senza dubbio il luogo principe della comunicazioni fallimentare. Non esiste empatia o immaginazione. Si tende in questo tipo di comunicazioni ad essere affrettati, approssimativi e superficiali. Non si considerano eventuali problemi legati alla scrittura non sempre comprensibile, al contesto personale, ai "toni" usati. Fare una battuta sul facebook non é semplice, tuttavia basterebbe utilizzare logica ed immaginazione, immedesimarsi nel contesto per evitare spiacevoli equivoci

Michela Fiorini ha detto...

Io in prima persona,all’inizio dell’estate, ho vissuto un fallimento comunicativo.
Con le mie amiche avevo deciso di venire a vedere il concerto di Tiziano Ferro qui a Roma.
I biglietti li avevamo comprati con il buono e per risparmiare avevamo deciso di ritirarli alla biglietteria (senza pagare quei 10 € in più di spedizione).
Il giorno del concerto arriva e noi con un po’ di ritardo ci precipitiamo alla biglietteria.
A consegnarli c’era un ragazzo e,già con le persone che ci precedevano, avevamo notato che si porgeva in maniera scocciata.
Arrivato il nostro turno si presenta il problema della mancanza di un biglietto e il ragazzo inizia a fare storie dicendo che o ne dovevamo comprare subito uno nuovo oppure una di noi non sarebbe entrata.
In tutto ciò la mattina seguente io avrei avuto il mio esame di maturità e quella sera sarebbe dovuta passare come un modo per scaricare la tensione accumulata e divertirmi.
Da lì sono iniziati dei battibecchi con il ragazzo,conclusi con il ritrovamento del biglietto inserito per sbaglio in un’altra lista e le scuse da parte di una gentile collega che, trovandolo in difficoltà si era decisa ad aiutarlo.
Quando ce ne siamo andate però il ragazzo,invece di salutarmi garbatamente come la sua collega, mi ha dato della “stronza”.
Io non ho replicato perché in primis volevo godermi la serata in serenità,e poi perchè mettendomi nei panni del ragazzo aveva sicuramente passato un pomeriggio “intenso” tra biglietti,liste e litigi(tralasciando la sua vita privata).

Davide Carapellotti ha detto...

Al giorno d'oggi si pensa sempre più a scrivere o comunicare di fretta, non ci si perde più tempo , lo stesso avviene nella trascrizione di manga/anime che vengono tradotti dalla lingua originale. Molto spesso si cerca di seguire uno standard di tempo per ogni puntata/capitolo e delle volte pur di arrivare con un minimo di anticipo si commettono errori grossolani che fanno perdere di significato all'intero paragrafo. L'uso dell'immaginazione in questo caso sarebbe stato molto importante , in quanto permetterebbe di far capire prima, allo scrittore, che quello che sta per fare con fretta potrebbe rovinare il lavoro di un intero mese. Forse è meglio impiegare tutto il tempo che si ha a disposizione invece di dover rincorrere dopo il proprio errore. Una buona comunicazione è necessaria se si vuole che le due parti vengano a contatto in modo logico e ragionato senza avere dubbi o problemi su quello che si è appena concluso

Gianluca Evangelista ha detto...

Un caso di fallimento comunicativo in cui è mancato l’uso dell’immaginazione è stata la scelta fatta dalla cantante Sia di apparire in pubblico indossando sempre una parrucca che le copriva interamente il viso. Il gesto di Sia è stato interpretato sia dal pubblico che dalla stampa come una strategia di marketing per far parlare di sé, la volontà di lanciare una nuova moda e legare il proprio nome a un simbolo identificativo o come un semplice vezzo eccentrico. La realtà, invece, che non è stata compresa poiché è mancato lo sforzo di immaginazione per capire realmente il punto di vista della cantante, è che si trattava di un modo per rivendicare la propria privacy, come la stessa Sia è stata costretta a chiarire in alcune interviste. La parrucca è uno schermo che Sia ha usato per continuare a cantare senza sacrificare la propria vita privata, un tentativo di essere “invisibile” come persona e di consegnare al pubblico solo la propria voce; una scelta legata all’impatto destabilizzante e oppressivo del successo, che si è andato ad aggiungere ad una vita già tormentata, con un passato fatto di depressione e dipendenza da alcool e droga. La maggior parte delle persone, invece, non ha provato a capire cosa nascondesse quel gesto e ne ha frainteso il senso comunicativo; si è limitata ad interpretare l’uso della parrucca secondo i canoni del mondo dello spettacolo, dove tutto è basato sull’immagine e sulla fama, senza pensare che qualcuno potesse fare l’esatto opposto e cercare di uscirne.

Gianluca Evangelista

Lucilla Damico ha detto...

L'immaginazione è una componente essenziale per mettersi nei panni altrui ed evitare di dare giudizi a priori. Nella comunicazione è molto importante ascoltare l'altro e non porre le proprie ragioni davanti a tutto e tutti ad ogni costo. Molto spesso a causa di questo comportamento avvengono delle incomprensioni che conducono al fallimento della comunicazione. Una situazione che ho vissuto in prima persona risale a qualche anno fa, quando ero al liceo.
Nella mia classe era presente una ragazza molto riservata, sempre silenziosa e con lo sguardo triste. Diverse volte si rifiutava di sostenere compiti in classe ed interrogazioni, non sembrava metterci il minimo impegno. Molti si sarebbero potuti risentire di questo atteggiamento incurante e menefreghista. Vedendo però che per lei le cose non andavano, l'intero gruppo classe ha deciso di riunirsi, parlare con lei di ciò che stava succedendo e, se fosse stato possibile,di darle una mano. I suoi genitori si stavano separando: questa ragazza si trovava a vivere una situazione molto complicata e da ciò ne derivava un malessere. Attraverso un impegno comune e cercando di mettersi il più possibile nei suoi panni, ogni componente della classe ha provato ad aiutarla in qualsiasi modo, studiando insieme,uscendo il pomeriggio o facendola sfogare. Trascorso qualche tempo questa ragazza è tornata finalmente a sorridere e ad affrontare la situazione con tenacia e positività. Tutto questo è stato reso possibile grazie ad uno sforzo di immaginazione, a pensare come ognuno di noi si fosse sentito in una situazione del genere e ciò a prodotto un'empatia verso l'altro.

Camilla Antonini ha detto...

In una piccola palazzina vivono, all’incirca, 5 famiglie. I primi due piani sono occupati, rispettivamente, da una famiglia molto numerosa al piano terra e da una piccola famiglia al piano superiore: i due gruppi convivono pacificamente, finché la piccola famiglia, abituata a sfruttare il giorno domenicale come occasione di riposo, comprende che le abitudini dei loro vicini sono di tutt’altra pasta: ogni domenica, infatti, è giorno di festa, un’occasione per invitare a pranzo parenti lontani che, lavorando tutta la settimana, possono incontrare solo nel weekend, per cuocere della carne al barbecue (il cuo odore si insinua sempre nelle stanze della casa al piano di sopra) e cantare al karaoke per tutto il pomeriggio. Il punto di scontro si palesa da sé: i membri della famiglia del piano superiore, che dopo un semplice pranzo tendono spesso a scivolare di nuovo sotto le coperte per un pisolino, restano visibilmente infastiditi dai rumori provenienti dal piano inferiore, tanto più dal forte odore di carne che, inevitabilmente, invade le loro camere da letto. Quando viene chiesto, alla famiglia al piano terra, di fare in modo che almeno il fumo del barbecue non salga fin sopra, essi reagiscono con sufficienza e consigliano, non troppo educatamente, alla famiglia del piano superiore di andar a vivere altrove. Il modo in cui hanno liquidato le richieste dei vicini, ha inasprito la loro posizione, spingendoli a lamentarsi ogni qual volta sentissero un rumore provenire dal piano inferiore. La tensione inesauribile tra le due famiglie le ha spinte verso una condizione di totale incomprensione reciproca e di non negoziabilità: nessuna delle due accettava più alcun compromesso. Il fallimento comunicativo sarebbe stato, però, semplice da colmare: i coinquilini del piano terra avrebbero potuto mettersi nei panni di un’intera famiglia di lavoratori che nel weekend gradisce pace e silenzio nel proprio quartiere, e l’altra famiglia avrebbe dovuto comprendere la necessità degli inquilini di sotto di incontrare periodicamente i propri parenti e trascorrere con loro del tempo di qualità, mettendo in atto quello sforzo immaginativo che Geertz, più in generale, ritiene fondamentale nel lavoro dell’etnografo di passaggio da un sistema comunictivo ad un altro.

Flavia Vitti ha detto...

Per spiegare l'apertura immaginativa di cui parla Geertz porrò il caso di uno studente mediocre S. S frequenta le elementari, la quarta elementare. I genitori lo riprendono continuamente per i cattivi risultati che questi porta a casa. Verso la fine dell'anno arriva una lettera da parte della maestra M: "Gentili genitori di S, comunico che se il bambino non avrà dei miglioramenti sarà bocciato. S non legge abbastanza, in quanto la sua lettura non è fluida e non è come quella degli altri compagni. S fa spesso errori ortografici, è pessimo nei dettati e spesso non svolge i compiti a casa. Inoltre S è talmente pigro da non aver memorizzato tabelline e alfabeto, questo crea molti disagi all'interno della classe che lo deride." Nonostante i genitori cerchino di seguirlo più a fondo e di punirlo quando porta a casa brutti voti, S viene bocciato. L'anno successivo, la nuova insegnate I di S chiede ai genitori il permesso di fare allo studente il test per la dislessia. Uno studente dislessico ha difficoltà a memorizzare liste, a scrivere correttamente le parole, a leggere, ed ha la tendenza ad isolarsi ed a non affrontare le sfide scolastiche che gli vengono regolarmente proposte. S risulta dislessico, verrà seguito in maniera diversa. Se i genitori o la maestra M avessero sospettato la problematica avrebbero potuto aiutare S.

Simone De Socio ha detto...

Simone De Socio

Voglio raccontare una storia (tengo a specificare di non voler sottolineare la realtà o meno della medesima, ma il forte significato della quale è impregnata che fanno si che sia per me una storia vera perché appunto rappresentativa. Ne parlerò in prima persone in modo da renderla il più vicino possibile alla comprensione di tutti) ha creato in me già prematuramente l'idea, non sviluppata fino a qualche giorno fa, di questa comprensione tra parti, di questo "sforzo immaginativo" di uscire dall'ottica stringente della propria gabbia di significati per cambiare prospettiva. Potremmo dire che il " put yourself in my shoes" sia l'espressione rudimentale che però coglie il senso di questa operazione. Quello che appunto dobbiamo fare è quello che ci risulta più "innaturale", distruggere un significato dato ad una medesima azione per ricostruirlo partendo dal soggetto che di fronte a noi lo pensa e vive diversamente. Non nego che questa ricostruzione possa essere vittima di un certo scetticismo e che questa ulteriore mediazione del significato che passa attraverso un altro che lo intende, rischi di frammentarlo in mille pezzi. Ma questo è qualcosa che possiamo estendere all'atto linguistico in generale e che per il momento lasciamo da parte. Quello che ci stiamo chiedendo noi non è se il linguaggio possegga una sua efficacia o se nell'atto comunicativo mediato dall'altro sia possibile dire e intendere le cose come stanno, ma capire come fare questo sforzo di scambio di parti e come evitare lo scontro delle due opinioni o di accettarle a priori come diverse dal normale ed entrarci per coglierne il senso reale. Accettare o disapprovare un'idea se fatto a priori secondo il nostro strettissimo punto di vista, è identico. Recuperando il filo provo a raccontare in poche righe nella maniera più efficace la mia storia. Mio fratello da quando era piccolo aveva enormi difficoltà a scuola: Difficoltà nel leggere, difficoltà nel fare calcoli, nel memorizzare, nello scrivere etc. . I professori si sentivano perfino presi in giro quando, dopo avergli ripetuto per la decima volta una data o un nome o dopo avergli spiegato per la centesima volta come fare un calcolo ricevevano come risposta alla loro domanda un "non lo so". Mio fratello era cresciuto, ma i suoi problemi continuavano e i miei genitori l'avevano iscritto ad una scuola privata a numero chiuso. Mio fratello era diventato con i professori scontroso e quasi violento e con un rendimento scolastico molto scarso giustificato dai professori come "pigrezza". Dopo poco pensando di poter lasciare il posto in classe a qualcuno di più meritevole e soprattutto più disciplinato lo espulsero. E ora parliamo dell'enorme fallimento comunicativo che sta tra le righe della storia. All'età di 17 anni scoprimmo che era dislessico, discalculico e disortografico e che i professori avevano totalmente frainteso mio fratello e che non avevano fatto nessuno sforzo per capire da cosa derivasse quell'aggressività. Mio fratello dal lato suo non aveva assolutamente capito quale fosse il significato della scuola, per lui era una costrizione dalla quale uscire il prima possibile, un luogo nel quale veniva continuamente giudicato e aggredito al quale appunto rispondere con la violenza. Questo è un piccolo racconto di quello che significa "sforzo immaginativo" che deve applicarsi per coglierne il senso reale anche nella comunicazione del rapporto "io-tu" o "io-altro" più semplice come il solo guardarsi o toccarsi.

Martina Pochiero ha detto...
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Annamaria ha detto...

Nel cercare di ricordare un caso in cui è avvenuto un fallimento comunicativo, mi balena in mente quanto accaduto a Roma in Piazza Indipendenza in occasione dello sgombero del palazzo in cui dimoravano un centinaio di sfollati.
Le due visioni contrapposte evidenziano da una parte la questura, che seguendo il proprio iter burocratico, organizza per mezzo della polizia uno sgombero forzato con tutti gli annessi e connessi, e dall'altra gli abitanti che occupavano abusivamente l'immobile.
L'intera situazione è precocemente degenerata, poiché entrambi gli attori volevano rivendicare le proprie ragioni, e con ogni mezzo.
Nel braccio di ferro che si è innescato c'è stato tutto un resoconto dettagliato da parte dei media, più o meno sindacabile, con opinioni contrastanti circa l'accaduto, e la colpevolezza dell'uno piuttosto che l'altro.......
A mio parere è mancata totalmente quella che Geertz chiama IMMAGINAZIONE, cioè l'impegno a capire le cose veramente da un altro punto di vista.
Da una parte era schierata la legge, con le sue regole e le sue procedure, dall'altra c'era un gruppo di persone in terra straniera, senza un luogo dove vivere e magari neanche la conoscenza della lingua.....Credo che una disponibilità diversa.... da tutte e due le parti, avrebbe modificato il corso degli eventi.

ANNAMARIA RAVIOLI

Giulia Bonsangue ha detto...

Sono al supermercato, quel giorno c'è una particolare offerta di cui non sono a conoscenza, ovvero facendo venti euro di spesa con un solo euro in più ti danno un set di tazzine da sei. Al momento del pagamento la cassiera mi dice: "con un euro in più ti do una tazzina, la vuoi?" io mi faccio due conti al volo, e penso che una tazzina singola mi è totalmente inutile, a maggior ragione se devo pagarla un euro. Nel momento in cui le dico "no, grazie", la signora dietro di me chiede alla cassiera se lei potesse usufruire di questa offerta pagando l'euro al posto mio. La cassiera acconsente e, mentre imbusto la spesa, tira fuori un set da sei tazzine da dare alla signora. In questo caso, il fallimento comunicativo sarebbe stato colmato se avessi immaginato l'improbabilità dell'offerta di una tazzina ad un euro e se la cassiera avesse immaginato, vedendo la mia faccia sorpresa alla vista di un set intero di tazzine, che magari io avessi preso alla lettera quello che lei aveva detto e che lei si fosse spiegata in modo ambiguo intendendo un'altra cosa. In più, pensando che una tazzina non potesse costare un euro (trattandosi di un'offerta, altrimenti che offerta sarebbe mai una tazzina ad un euro?) avrei potuto immaginare che si trattasse di un set da sei o comunque avrei potuto chiederle se avessi capito bene ciò che intendeva e magari mi avrebbe mostrato direttamente il set senza ulteriori giri di parole. Sì, ancora sto rosicando per quelle tazzine che la signora dietro si è portata a casa al posto mio.

Carolina Cristino ha detto...

credo che un episodio di cui sono stata protagonista possa essere considerato un fallimento comunicativo. Sin dalla scuola primaria sono stata amica di una ragazza di nome M. Quando facevamo il primo superiore lei si è fidanzata con un ragazzo ed in quel momento la nostra amicizia è andata via via disgregandosi. Io ero delusa dal fatto spesso avesse rifiutato di uscire per stare con il suo ragazzo, lei era convinta che il nostro rapporto fosse cambiato perchè nel frattempo avevo conosciuto e mi ero legata molto ad un'altra ragazza. Credo che l'amicizia sia terminata a causa di una mancanza di immaginazione da entrambe le parti. Io avrei dovuto immaginare che lei avrebbe avuto meno tempo per me, ma questo non significava che mi avrebbe voluto meno bene; M doveva immaginare che, ovviamente, per sopperire alla sua assenza, avrei dovuto conoscere altre persone. La mia amica ha frainteso il mio allontanamento pensando di essere stata ormai sostituita, io ho frainteso il suo atteggiamento pensando che in realtà non le importasse di me e che mi avesse usata soltanto per avere una compagna con cui uscire quando era ancora single.

Federico Pomponi ha detto...

Marco e Veronica sono una giovane coppia legata dal vincolo matrimoniale da un anno circa. Ad unirli è certamente un grande amore, ma i cosiddetti "alti e bassi" non sono mai mancati sin dai tempi delle prime uscite. Marco è il classico bel ragazzo apprezzato dal genere femminile, simpatico e,negli umani limiti, sempre disponibile con tutti; ciò lo ha portato in svariate occasioni a prestare più del dovuto attenzioni a delle amiche e a far irrimediabilmente innervosire ed ingelosire la propria compagna. E' sera, Marco ha deciso di aiutare l'amica Alessia con gli ultimi traslochi nella nuova casa ma, prevedendo una certa reazione negativa della giovane sposa, inventa di star uscendo con dei vecchi amici che non vedeva dai tempi del liceo. Veronica, titubante, decide di seguirlo e, al vederlo entrare in casa di Alessia, è certa di essere vittima di un tradimento. La ragazza sale piangendo ed inizia ad inveirgli contro, con tanto di insulti e promessa di imminente divorzio.
Marco dal canto suo, vedendosi così ingiustamente accusato ed aggredito, anche di fronte ad una terza persona, non si dimostra affatto comprensivo e reagisce con pari irruenza. Ciò da luogo ad una spiacevole e furiosa discussione che, con un pò di sforzo ermeneutico di immaginazione e comprensione del punto di vista dell'altro compiuto dai protagonisti, sarebbe risultata facilmente evitabile, a favore di un costruttivo confronto.

Martina Pochiero ha detto...

Per immaginazione Geertz intende la capacità dell'etnografia di rendere manifesta la differenza, di comprendere ciò che abbiamo di fronte, di comprendere gli orizzonti culturali altrui non tanto per, necessariamente, accettarli quanto per imparare a relazionarcisi.
Come caso di fallimento comunicativo voglio riportare un episodio di cui io stessa sono stata protagonista qualche tempo fa.
Da diversi anni ormai ho l’abitudine di recarmi, almeno una volta al mese, in un negozio che vende alimenti asiatici nei pressi di Piazza Vittorio Emanuele II per acquistare alcuni prodotti che fanno ormai parte della mia dieta e che solo lì posso trovare, o che lì trovo più a buon mercato rispetto alle grandi catene di supermercati.
Lo scorso mese stavo facendo la mia solita spesa ed ero nel reparto frigo quando mi sono imbattuta in una cassetta di pitayas, conosciuti in Italia come frutti del drago, frutti che è molto raro trovare nei supermercati italiani. Inoltre, trattandosi di frutti originari dell’America Centrale e attualmente coltivati principalmente in Asia, sono in genere venduti a caro prezzo in Europa.
Mi sono avvicinata e ho controllato il cartellino del prezzo posto proprio sopra alla piccola cassettina che conteneva le pitayas, il nome della merce scritto in cinese il prezzo scritto in euro, come di consuetudine all’interno di quel particolare negozio. 2 euro e 50 centesimi. Abituata ai prezzi contenuti del piccolo alimentari cinese ho pensato automaticamente che si intendesse 2,50 euro al pezzo e, entusiasta per il prezzo tanto conveniente, ne ho subito imbustati un paio, belli grandi. In quel momento si è avvicinato uno dei commessi del negozio, senza dirmi nulla, mi ha fatto cenno di porgerli la busta. Quando è tornato poco dopo sulla busta c’era un’etichetta adesiva, insieme al peso c’era stampato bello chiaro il prezzo, 10 euro. Purtroppo io non parlo né comprendo il cinese e il ragazzo parlava e comprendeva molto poco l’italiano. Ho subito reagito restituendo bruscamente il sacchetto al ragazzo, dicendo che per quel prezzo non ero più disposta ad acquistarli. Il primo pensiero è stato che lui avesse sbagliato in quanto nuovo assunto in negozio e inesperto. Ero convinta che i frutti non dovessero essere pesati. Ho cercato di indicargli il cartellino con il prezzo che avevo visto in precedenza ma non sono riuscita a farmi capire e, devo ammettere, non mi sono sforzata di capire quello che lui voleva dirmi. Avrei potuto chiedere aiuto alle cassiere che, sapevo, parlano molto bene in italiano ma, semplicemente, ho preferito lasciar correre e rinunciare ad acquistare i frutti. Nessuno dei due ha avuto la volontà di compiere uno sforzo per comprendere l'altro ed essere quindi in grado di relazionarcisi. Ovviamente appena uscita dal negozio ho riflettuto sull’accaduto e mi sono resa conto di quali fossero stati i miei sbagli. Mi sono sentita in colpa per aver adottato un atteggiamento che in genere non mi appartiene. D'altra parte però, un semplice modo per evitare di incappare in certi malintesi potrebbe essere che i negozianti decidano di inserire almeno una minima traduzione in italiano, o anche in inglese, sui cartellini della merce in vendita. I clienti italiani del negozio sono ormai numerosi e non solo, è frequentato da persone di molte nazionalità ed etnie diverse, in particolare asiatici e nordafricani, e utilizzare una lingua comprensibile da tutti per indicare le merci sarebbe forse la soluzione migliore.

Giulia Tommaselli ha detto...

Q1. riportate un caso di vostra conoscenza o di vostra invenzione in cui un fallimento comunicativo avrebbe potuto essere colmato se gli interlocutori avessero fatto uso dell’immaginazione nel senso in cui ne parla Geertz.


Per strada, una signora anziana cammina portando con sé delle buste.
Una giovane ragazza vestita di pelle e borchie, con tatuaggi sparsi e capelli fucsia la nota e le si avvicina, tentando di aiutarla. Ma la signora, appena vede la ragazza in procinto di soccorrerla, le grida di allonanarsi e cambia direzione. La giovane, offesa, torna sui suoi passi. La mancanza di immaginazione risiede nella vecchietta che si è lasciata ingannare dall'apparenza della ragazza spaventandosi e senza immaginare che lei fosse realmente intenzionata ad aiutarla, e nella giovane che magari avrebbe dovuto aspettarsi la reazione della signora, purtroppo dettata dagli stereotipi, ed approcciarla con più cautela.

Anonimo ha detto...

Maria Spinella
Benché possa sembrare una storia abbastanza comune, vorrei raccontare la storia di un ragazzo, A, che a causa di un fallimento comunicativo, litiga con i propri genitori i quali lo accusano di “non concludere nulla nella vita”. A si iscrive all’Università della città Y, in giurisprudenza, seguendo il consiglio dei genitori che avevano seguito esattamente la stessa strada. Benché lui non fosse molto convinto, decide in ogni caso di tentare. Il primo anno prosegue tra “alti e bassi” finchè però, al secondo anno, A non riesce a passare neanche un esame. I genitori di A si indispettiscono particolarmente, tra i 3 iniziano liti continue. A non demorde, decide di proseguire il percorso di studi ma da casa. Se i genitori di A avessero fatto uso dell’immaginazione, forse o quasi sicuramente, si sarebbero resi conto che il vero problema di A consisteva nel fatto che lui, non vivendo bene la situazione da fuori sede con i suoi nuovi coinquilini, non riusciva di conseguenza (causa il nervosismo, l’agitazione ecc.. ) a seguire i corsi universitari. Se i genitori avessero ascoltato il punto di vista di A, lasciando da parte per pochi attimi il desiderio di vedere il figlio come “il primo ragazzo del corso”, sicuramente la situazione spiacevole non si sarebbe creata.

Marta Grant ha detto...

Esempio di fallimento comunicativo:
una ragazza entra in una biblioteca chiedendo alla signora dietro al banco della reception se potesse venderle un biglietto per l’autobus. La signora la guarda e le dice “Questa è una biblioteca”. Allora la ragazza guardandosi in torno e vedendo la gente attenta nella lettura di libri, abbassa il tono della voce e pone alla signora alla reception la domanda precedente. La signora stranita le ripete che quelle è una biblioteca e che deve uscire da lì se non ha intenzione di entrare.
La signora alla reception, alla richiesta della ragazza, risponde in maniera evasiva e implicita. Dicendo infatti “questa è una biblioteca”, il messaggio implicito che la ragazza avrebbe dovuto intendere, sarebbe stato quello secondo il quale nelle biblioteche non si vendono biglietti per l’autobus, pertanto, la ragazza avrebbe dovuto andare a cercare un luogo idoneo a soddisfare le sue richieste, ovvero una biglietteria. La ragazza, tuttavia, crede che il problema sia il tono della sua voce anziché la stranezza della sua richiesta rendendo fallimentare la comunicazione tra le due. Il fallimento avrebbe potuto essere colmato se entrambe si fossero sforzate maggiormente di comprendere l’altra, attraverso uno sforzo di immaginazione.

Marta Grant
Matricola: 0230643
Scienze dell’educazione e della formazione

Noemi Flore ha detto...

Siamo in un paesino dell’Africa settentrionale, una famiglia composta dal padre Salim, la moglie e due figli, cade in disgrazia. L’attività di famiglia, il vendere vernici, ha un crollo. Sono costretti a vendere tutto e a vivere come mendicanti. Un tempo tutti rispettavano Salim, al paese lo conoscevano, ma adesso nessuno può aiutarlo. Un po’ di mesi prima della cessione della sua attività, due traverse dopo, aveva aperto un negozio di frutta. Il proprietario era un inglesotto, lavorava con sua moglie, una snob signora inglese tutta imbellettata che non faceva altro che chiedersi perché il marito si fosse trasferito in quel paesino sperduto dell’Africa, dove non c’era nulla d’interessante. Il Signor Harris era un ottimo commerciante e possedeva numerose filiali in Europa dei suoi negozi di frutta, si diceva che vendesse le primizie più buone di tutta l’Inghilterra e oltre. Per sfamare la sua famiglia, Salim, un giorno andò al negozio del Signor Harris, tutto mal ridotto, entrò e chiese a credito della frutta e un pezzo di pane per i suoi bambini. Harris, cacciò l’uomo dicendo che a un mendicante non si può fare credito. Salim tornò ben 15 giorni di seguito, facendo la stessa richiesta, scongiurandolo, i suoi bambini sarebbero morti se non gli avesse portato qualcosa. Harris non si fece intenerire e lo cacciò tutte le volte, lo denunciò persino alle autorità locali chiedendo delle misure restrittive. Due giorni dopo, mentre il Signor Harris stava sulla soglia del negozio, vide passare un bambino che spingeva piangendo una carriola, con dentro un corpicino, tutto pelle e ossa. Se il Signor Harris avesse fatto uno sforzo d’immaginazione, mettendosi dal punto di vista di Salim, e avesse cercato di capire e di rispondere al suo appello disperato, magari adesso il figlio più piccolo sarebbe ancora vivo. Come dice Geertz, c’è stata: “ l’incapacità, da ambo le parti, di comprendere la posizione dell’altro, e quindi la propria”. Salim non capiva perché pur chiedendo aiuto, il Signor Harris non lo aiutasse, nonostante tutta la merce che possedeva e ricchezza di cui godeva, si rifiutò di prestargli soccorso, anche davanti alla vita e alla morte dei suoi bambini e quindi, il suo risentimento per l’economia che lo aveva reso mendicante e incapace di sostentare la propria famiglia si fece più forte. Magari se fosse passato davanti al negozio e avesse rubato velocemente qualcosa, l’avrebbe anche fatta franca e avrebbe potuto dare qualcosa ai suoi figli, ma questo lo avrebbe reso un ladro e lui non sarebbe mai riuscito a riconoscersi in quei panni. Invece dall’altra parte c’è il Signor Harris, un “colonizzatore” che vedeva il povero Salim solo come un mendicante africano che voleva rubargli la sua merce. Non gli interessava conoscere l’altro, non gli serviva, quello era diverso, era solo un mendicante, africano, mentre lui era inglese, non poteva farsi “contaminare dall’altro” (Lévi - Strauss). Prestargli aiuto avrebbe significato mettersi in discussione con la diversità e abbassare il proprio livello di “colonizzatore”, superiore quindi, a un livello che lui considerava dal suo punto di vista inferiore, quello dell’africano Salim (Rorty). Se avesse fatto uno sforzo d’immaginazione (Geertz) e si fosse chiesto il perché di quelle continue richieste, e si fosse messo dal punto di vista dell’altro, se avesse davvero capito quello che Salim stava passando, dal crollo finanziario alla cessione dell’attività, alle porte sbattutegli in faccia dai possibili datori di lavoro, dalla mancanza di mezzi per far vivere i suoi cari, magari avrebbe capito la gravità della situazione e avrebbe potuto aiutarlo. Non capì quale ruolo avrebbe potuto svolgere, se non alla fine, dopo aver visto quel corpo.
Noemi Flore.

Anastasia Di Giuseppe ha detto...

Viviamo in una società in cui ognuno, attratto dal proprio ego, realizza fallimenti comunicativi quotidianamente; non ci immedesimiamo nel prossimo, lavoriamo poco d'immaginazione (per dirlo con le parole di Geertz) e questa forse è la causa dell'abisso che si crea non solo tra diverse culture ma proprio tra persone; un esempio di fallimento comunicativo che mi è venuto in mente è quello presente nel romanzo "Il segreto di Luca" di Ignazio Silone in cui il protagonista, Luca, additato dal popolo come omicida e per questo incarcerato, viene sprigionato quando il reale colpevole, in punto di morte, confessa di essere stato lui ad uccidere la donna; Luca, tornato allora nel proprio paesotto, Cisterna dei Marsi, deve affrontare la prova più dura: dimostrare al paesotto, compenetrato da un'arretratezza culturale, la sua innocenza. Prova a dirlo, ad urlarlo al mondo ma non ci riesce. E' innocente ma nessuno lo capisce, o meglio, anche se la "gente" deve fare i conti con quella che è la realtà giuridicamente dichiarata preferisce rimanere con la propria idea mediata da un'ignoranza di fondo e privata di qualsiasi sforzo immaginativo che portano Luca a rimpiangere gli anni di detenzione. Tutti abbiamo bisogno che gli altri si sforzino di capirci, tutti lo sappiamo ma è sicuramente più facile far finta di niente e continuare a giudicare l'altro o peggio ancora, continuare ad agire seguendo solo ciò che ognuno vuole.

Carola Genovese ha detto...

Poniamo il caso che un uomo italiano si trovi per qualche motivo a Castrillo de Murcia, in provincia di Burgos (Spagna) in occasione della festa El Colacho, meglio conosciuta come festa del salto del neonato. La tradizione vuole che degli uomini vestiti da diavoli scavalchino con un salto dei neonati. L'uomo italiano, trovandosi lì per caso e non conoscendo questa festa, sentendo i neonati piangere e vedendoli lì per terra si stupisce di ciò che sta accadendo e si meraviglia dell'esaltazione della folla circostante; cerca dunque di allontanare gli uomini mascherati dai bambini temendo che questi siano in pericolo e fraintendendo così il senso dell'evento; magari si intromette anche in malo modo. Gli spagnoli sono contrariati per via dell'atteggiamento dell'italiano e non interpretano il gesto come un tentativo di proteggere i bambini, ma come un'onta a dispetto delle loro tradizioni. Inevitabilmente si giungerà ad un diverbio o a qualcosa di più che un semplice scambio di opinioni. Indipendentemente da come andrà a finire la vicenda, siamo di fronte ad un fallimento comunicativo: l'italiano non sa che quel rito ha il fine di proteggere dagli spiriti maligni i nati nell'ultimo anno, e gli spagnoli non hanno compreso le buone intenzioni dell'italiano. È venuta a mancare l'immaginazione etnografica, come dice Geertz "l'apertura immaginativa a una mentalità aliena": entrambe le parti non si sono sforzate di capire l'altro, o meglio (e qui mi scuso per il gioco di parole) non hanno capito che dovevano capire l'altro.

Carola Genovese

Silvia Della Bella ha detto...

Secondo quanto afferma Geertz, molto spesso un fallimento comunicativo può essere colmato se solo gli interlocutori facessero lo sforzo di capire l'altro attraverso l'IMMAGINAZIONE.
Mi sono trovata a vivere una situazione di questo tipo, una sorta di comunicazione tra sordi, in cui da nessuna delle due parti c'è stato lo sforzo di mettersi nei panni di chi si aveva di fronte, giungendo così a issare un muro dinanzi all'atto comunicativo.
Questo avvenne parecchi anni fa, quando smisi di fare danza. Amavo questo sport, era la mia passione ma, ad un certo punto, non fu più condivisa dai miei genitori, convinti del fatto che fosse una distrazione per lo studio. Nonostante tutti i miei sforzi per far capire loro quanto fosse importante per me quella cosa, loro continuavano a guardare in una sola direzione, senza provare a mettersi nei miei panni e cercare di capire le mie motivazioni, la ragione per la quale avevo bisogno di praticare quello sport. Dall'altra parte, io non mi sono immedesimata nel loro ruolo, non ho usato l'immaginazione per interpretare le loro reti di significato per poter vedere le cose da un altro punto di vista ed evitare di giungere al fallimento comunicativo.

Flaminia Donnini ha detto...

Come esempio di fallimento comunicativo credo sia il caso di citare il rapporto Stato-Cittadino in merito all’argomento tasse. Come è noto, l’Italia è uno dei paesi europei con la più alta evasione fiscale per quanto riguarda il pagamento delle tasse. A parer mio, questa situazione è in buona parte dovuta ad una comunicazione non adeguata da parte dello Stato per quanto riguarda l’importanza del corretto pagamento dei tributi da parte del cittadino. Lo Stato dovrebbe infatti impegnarsi maggiormente a dialogare con i cittadini in merito alla necessità di pagare regolarmente le tasse, immaginando di porsi nelle vesti di chi debba materialmente pagarle e sottolineando il fatto che esse servono a garantire una buona qualità dei servizi pubblici come strade, ospedali, scuole, pubblica sicurezza. Sono convinta che la stragrande maggioranza di coloro che non le pagano non lo fanno per motivazioni di indigenza ma per frodare lo Stato. D’altra parte, non pagandole, a parte un tornaconto personale, si mette in difficoltà l’intera comunità, poiché coloro che le pagano sono costretti a pagare di più. Se la comunicazione in tal senso non fosse invece fallimentare e puntasse a far interiorizzare al cittadino l’importanza di un tale dovere civico, lo Stato sarebbe in grado di innescare un circolo virtuoso che consentirebbe a tutti di pagare di meno e di avere servizi migliori.

Flaminia Donnini

Noemi Grant ha detto...

Q.1:
Fabio è il padre di Marcella, una ragazza di tredici anni che ha da poco avuto il permesso di uscire con gli amici la sera a patto che non si allontanassero troppo dal quartiere e che a mezzanotte il papà la sarebbe andata a prendere.
Marcella accettate le condizioni, esce e dice al padre che a mezzanotte si troverà vicino la statua di Padre Pio dinnanzi la chiesa di quartiere. A mezzanotte Fabio va all'appuntamento e da lontano prova a guardare tra i tanti ragazzi se lì in mezzo vi stia la figlia, ma non la vede, prova allora a chiamarla al cellulare ma il telefono di Marcella è spento; così Fabio inizia a guardare con più attenzione nella speranza di riconoscere tra i tanti gruppi di ragazzi la figlia o quanto meno qualcuno dei suoi amici. Cinque minuti dopo si avvicinano a Fabio dei ragazzi diciottenni urlandogli: “Te ne devi andare. Ancora guardi? Vai via, vecchio pedofilo!”. Fabio urtato dalle accuse prova a spiegare ai ragazzi: “Ma io sto solo cercando mia figlia, non sono un guardone!” ma i ragazzi rispondono di contro: “Certo, tutti così dicono. Se ne vada immediatamente, altrimenti chiamiamo rinforzi!”. Questo è un chiarissimo esempio di situazione e comunicazione fallimentare, perché i ragazzi seppur con buonissime intenzioni non hanno minimamente immaginato che quel signore potesse essere un padre alla ricerca della figlia, e anche dopo avergli parlato son rimasti fermi nella loro convinzione.
Sarebbe interessante poi capire come è finita la vicenda: è arrivata la madre di Marcella che ha fatto esattamente quello che poco prima aveva fatto il padre, ovvero osservare da lontano ma nessuno è andato ad accusare la donna di pedofilia. Questo dimostra che vi era un pregiudizio alla base da parte dei ragazzi, ovvero che la figura del “pedofilo” è molto spesso maschile.

Noemi Grant (magistrale LeFiLing)

Antonio Mendicino ha detto...

Ogni anno a Nocera Terinese, il paese calabrese originario di mio padre, si svolge il rito dei Vattienti. Il venerdì e il sabato santo parecchi uomini, seguiti da piccoli cortei, girano per il paese battendosi (vattendosi in dialetto) le gambe con dischi di sughero pieni di schegge di vetro e facendo fluire il sangue per terra. A un visitatore straniero questi atti possono sembrare folli, masochisti, animaleschi, legati a un rito più pagano che cristiano. Ma se si mettesse nei panni dei nocerese, tutto il rito acquisirebbe un importante significato. Infatti il rituale ha funzione di penitenza e espiazione dei peccati, un modo per ottenere il favore di Dio e allontanare disgrazie, per richiedere una grazia, è anche un atto di vicinanza a Cristo celebrando le sue sofferenze nella passione, ma è anche un rito che chiama a raccolta l'intera comunità in un momento collettivo.

alessia capotondi ha detto...

Alessia Capotondi
Quesito numero 1: riportate un caso di vostra conoscenza o di vostra invenzione in cui un fallimento comunicativo avrebbe potuto essere colmato se gli interlocutori avessero fatto uso dell’immaginazione nel senso in cui ne parla Geertz.

Sono stata testimone di un esempio di fallimento comunicativo qualche anno fa, in occasione di una piccola mostra fotografica organizzata nella scuola elementare del mio quartiere. Oggetto della mostra erano foto che ritraevano soggetti diversi, scattate dai ragazzi che durante l’anno avevano seguito un corso di fotografia. L’evento era stato organizzato molto bene, vi erano addirittura gli stessi autori che spiegavano, accanto al loro lavoro, la motivazione che li aveva spinti a catturare quell’istante, a scegliere quella determinata inquadratura, o semplicemente a chi si erano ispirati. A causa di un imprevisto, arrivai in ritardo rispetto all’orario di apertura, proprio nel momento in cui stava concludendosi una discussione che coinvolgeva un’autrice di una foto e due donne di religione musulmana (madre e figlia) che indossavano il burqua. Appena presi posto, la situazione si era già sciolta: i gruppi litiganti si erano divisi, ma nell’aria si era creata un’atmosfera a dir poco pesante. Incuriosita dal fatto, chiesi a una signora che mi sedeva accanto cosa fosse accaduto. Quest’ultima, con un sorriso sulle labbra, mi raccontò che l’autrice della foto (che per comodità descrittiva chiamerò C.) era una brava ragazza, ma con delle idee molto radicate che in caso di confronto non sapeva ammorbidire: si considerava una femminista ed era convinta che l’uso del velo nella religione musulmana annullasse l’identità delle donne. Fatto il loro ingresso alla mostra, le due donne musulmane furono avvicinate da C., che chiese loro di allontanarsi. Quest’ultime, allibite, si rivoltarono in modo aggressivo, presupponendo di essere per l’ennesima volta vittima di razzismo, data la giuntura molto particolare in cui si trova l’Italia al giorno d’oggi. Il fallimento comunicativo si è creato in quanto entrambe le parti non si sono sforzate di capirsi: C. non ha cercato di capire la religione musulmana e le sue tradizioni, e le due donne musulmane non hanno compreso che il gesto della ragazza non fosse legato a un pregiudizio razziale, ma a un tentativo “grossolano” e avvenuto con modalità sbagliate, di difendere l’identità delle donne. Come dice Geertz, vi è stata una mancanza di immaginazione.

Flavio S. ha detto...

Un esempio di fallimento comunicativo possiamo evidenziarlo nella recente pubblicità del buondí. È un fallimento comunicativo perchè è stata concepita inizialmente come divertente e innovativa, ma è stata mal interpretata su larga scala, tanto da essere definita come pubblicità insensibile e offensiva.

Flavio Sabbatini

Gianni Schioppa ha detto...

L’immaginazione, secondo Geertz, è lo sforzo interpretativo volto a comprendere le ragioni, la posizione dell’Altro durante il confronto. L’assenza di tale processo ermeneutico conduce inevitabilmente a fallimenti comunicativi. Un esempio in cui l’uso dell’immaginazione avrebbe evitato un fallimento di comunicazione deriva dalla mia diretta esperienza. Per qualche tempo ho suonato come bassista in un gruppo; la formazione prevedeva l’affiancamento, ormai tradizionale, di due chitarre, una “ritmica” ed una “solista”. Durante i mesi di assidue prove in sala, con l’avvicinarsi della prima data di concerto, il chitarrista ritmico confidò al resto del gruppo di soffrire di ansia da palcoscenico; la questione venne decisamente sottovalutata ed archiviata con blande frasi di incoraggiamento da parte del gruppo, e minimizzata dal musicista stesso. Insomma, nessuno ebbe la premura di indagare sulle precedenti esperienze del chitarrista né di sincerarsi se la sua particolare condizione avrebbe costituito motivo di ostacolo al corretto svolgersi dell’evento. Arrivò dunque il fatidico giorno del concerto: tutto il gruppo si presentò per il soundcheck, che si svolse senza inconvenienti di sorta. Mancava ormai un’ora all’esibizione. Nella confusione del locale che ospitava la “serata”, perdemmo di vista il chitarrista. Furono del tutto vani i tentativi di reperirlo telefonicamente, in quanto spense il telefono cellulare. Accettata, nostro malgrado, la situazione, suonammo privi della presenza della chitarra ritmica: un’assenza che, sebbene non avesse completamente inficiato la qualità della performance, sicuramente ne ridusse largamente il successo, creando un imbarazzante “vuoto” nettamente percepito sia dal gruppo, sia dal pubblico. L’incontro con il chitarrista avvenne qualche giorno dopo: ne emerse la radicale convinzione, da parte del musicista, che l’assenza della chitarra ritmica non avrebbe arrecato danno all’armonia ed alla qualità complessive del gruppo. Una sostanziale sottovalutazione dell’importanza della sua presenza e la sua paura di esibirsi pubblicamente, unite alla mancanza di immaginazione sulla condizione del gruppo, trovatosi improvvisamente a dovere esibirsi privo di un componente, hanno quindi causato una comunicazione fallace da parte sua; da parte del gruppo, di nuovo la sottovalutazione, questa volta del problema del chitarrista, e la mancanza di immaginazione relativa alla sua condizione, hanno causato l’assenza di una comunicazione efficace: non è stata indagata a fondo la sua condizione, pertanto non abbiamo potuto essergli di aiuto o di conforto in alcun modo, né abbiamo potuto organizzare diversamente, con un sostituto, lo svolgersi del concerto. In prima persona, forte delle mie piccole esperienze teatrali, sono stato estremamente negligente nel calarmi nei panni di un individuo differente da me, non abituato (anche se, in fondo, non ci si abitua mai) a pubbliche performances: ho trascurato cioè che il rapporto con il pubblico, per me “naturale”, per un’altra persona potesse essere un così grande motivo di inibizione e timore. Tuttora mi sconvolge quanto gli sforzi di immaginazione (nel senso inteso da Geertz), o di empatia, se mi si consente di inserire il contesto in una sfera più “emotiva”, possano fare realmente la differenza in una comunicazione efficace.

Elettra De Giuli ha detto...

Sole, ventiduenne di origine romana, è una ballerina del Teatro dell’Opera di Roma; Orlando, suo coetaneo, ma romano d’adozione, possiede una tabaccheria in centro. Da un anno, Sole e Orlando formano una coppia: la relazione procede a gonfie vele, finché Sole viene scritturata al Teatro alla Scala di Milano.
Per lei, questa, è un’occasione irripetibile: è felice in coppia e – soprattutto – certa dei propri sentimenti; adora Calliope, la sua migliore amica; ed è soddisfatta, tutto sommato, della vita che sua madre, dopo aver divorziato da un marito violento e tossicodipendente, le ha permesso – complice la disponibilità economica. Sole, però, sente – ormai da tempo - la necessità di abbandonare la dimensione, confortevole e ovattata, che la circonda: vuole emanciparsi, diventare una donna capace e risoluta, ed accetta la proposta. Entusiasta, comunica la notizia a Orlando: è certa di ricevere la sua approvazione – e il suo sostegno - ma la reazione del giovane è del tutto inaspettata. Orlando che, dopo la morte del padre, ha dovuto rinunciare al suo sogno - diventare pneumologo – per prendere in gestione, insieme alla madre, l’esercizio di famiglia, è fuori di sé: giudica il trasferimento a Milano un capriccio, accusa Sole di essere un’egoista, e tronca la relazione. La comunicazione, tra Sole e Orlando è, evidentemente, fallimentare: perché? Da ambo le parti, sostanzialmente, manca immedesimazione. Sole, senza interpellare Orlando, coglie l’opportunità che ha ricevuto: quale sarebbe stato, al contrario, l’atteggiamento di Orlando, se Sole - ricevuta l’offerta - avesse coinvolto il partner e discusso, con lui, dell’eventuale spostamento, valutando pro e contro? Analogamente, se Orlando avesse recepito, diversamente, la decisione di Sole, avrebbe reagito nello stesso modo? E, ancora: se avesse cercato, realmente, di comprendere le motivazioni di Sole avrebbe, ugualmente, posto fine alla relazione?
In definitiva, se gli interlocutori avessero considerato, sin dal principio, i ruoli invertiti, l’esito della comunicazione sarebbe diverso? Probabilmente, sì.

Elettra De Giuli

Alessio Bernabucci ha detto...

Per descrivere un’esperienza di incomprensione dovuta alla mancanza di immaginazione da parte dell’interlocutore, attingo alla mia esperienza personale. Essendo io albino, devo evitare lunghe esposizioni a un’intensa luce diretta del sole perché la mia pelle non ha melanina e non può dunque offrire una barriera naturale ai raggi UV. Ciò non significa che io non possa stare in luoghi assolati, ma semplicemente che devo attuare precauzioni che evitino un’ustione irrimediabile, come cospargermi di crema solare a massima protezione ed evitare esposizioni prolungate nelle ore più calde della giornata, specialmente nel periodo estivo.
Tempo fa dei miei amici proposero di effettuare una vacanza insieme. Chiedendo maggiori informazioni sulle loro intenzioni compresi che la meta che avevano eletto era una località balneare in cui non v’era altro intrattenimento se non la spiaggia e che, dunque, non offriva altra possibilità che giornate all’insegna dell’abbronzatura. In un primo momento ho tentato di proporre una meta che offrisse anche altri svaghi (anche semplicemente una città artistica vicino al mare, che offrisse quindi altre occasioni fuori dalla sola spiaggia). Ma la loro decisione era già fermamente convinta che la meta non poteva subire variazioni. Io non insistetti ulteriormente per modificare i loro piani già stabiliti, e loro non impiegarono uno sforzo immaginativo per comprendere le mie ragioni. Infatti erano già a conoscenza delle mie necessità fisiche ma, in maniera semplicistica banalizzarono la situazione e le precauzioni da mettere in atto. Il risultato fu che mi defilai dall’iniziativa. Il fallimento comunicativo consiste nella non realizzata vicendevole comprensione, che sarebbe potuta avvenire grazie a un maggiore sforzo immaginativo. Affinché la comprensione sia efficace, è indispensabile la volontà di comprendere, che in sé richiede un serio impegno di immedesimazione nella rete culturale dell’interlocutore.

Francesco Pisani ha detto...

L'incapacità cronica attuale di comprendere l'altro, di usare quel tipo di immaginazione empatica che riuscirebbe a farci mettere nei panni degli altri è ormai prassi comune nelle nostre società, dove gli individui piuttosto che dialogare preferiscono parlarsi addosso, urlare le proprie ragioni senza ascoltare quelle dell'altro. Riguardo a questo tipo di mancanza di immaginazione mi viene in mente la situazione di un film dei primi anni '70 con Jack Nicholson, diretto da Bob Rafaelson, dal titolo Cinque Pezzi Facili. Il film si inserisce nel filone del cinema di protesta anti establishment di quegli anni ma piuttosto che inveire sulla drammatica situazione politica degli USA di quel periodo coinvolti nel massacro del Vietnam, Rafaelson sembra più interessato ad indagare il problema dell'incomunicabilità generazionali. Nel film Jack Nicholson, perfetto ribelle figlio della sua epoca, non riesce più a comunicare con il proprio padre, quest'ultimo è figlio di un mondo borghese che è incapace di dare risposte ai bisogni nuovi del figlio, è privo di immaginazione. Nicholson infatti è un pianista che nonostante la possibilità di un futuro roseo davanti a sé all'interno del proprio ambiente preferisce vivere di espedienti. In una scena folgorante verso il finale del film intratterrà un monologo con il proprio padre che non saprà assolutamente rispondere a nulla. Si limiterà semplicemente a guardarlo, con sguardo parzialmente assente e con quella paura che tutti noi proviamo quando non riusciamo, o forse non vogliamo, comprendere qualcuno. FRANCESCO PISANI

Martina Luciano ha detto...

Un esempio di fallimento comunicativo potrebbe essere per esempio quello che succede a molte coppie. Anna e Marco stanno insieme da molto tempo, ultimamente però le cose non vanno bene tra di loro, è subentrata la noia, la monotonia, a fatica si parlano. Marco lavora sempre e quando la sera rientra dal lavoro vede Anna silenziosa, seduta sul divano a guardare la tv, non lo accoglie con un bacio, non lo guarda, lo saluta fredda e distoglie lo sguardo. Questa scena ormai che si ripete ogni sera disturba molto Marco, si limita a dire “io proprio non ti capisco”, e a sua volta non le presta attenzioni, mangia una cosa al volo, si lava e si mette a letto per mandare le ultime email. La scena va avanti per qualche altro mese finché i due si lasciano.
Cos’è mancato alla coppia? La comunicazione. Abbiamo avuto un fallimento comunicativo, se entrambi si fossero messi nei panni dell’altro, se Marco si fosse chiesto perché Anna si comportava in quel modo, se davvero si fosse sforzato di capirla, e viceversa lei, le cose forse sarebbero andate diversamente. Marco avrebbe capito che bastava qualche attenzione in più, un pò di tempo da passare con lei e Anna avrebbe capito che quei mesi di lavoro intenso da parte di Marco erano dovuti a dei problemi sul lavoro, al rischio che la società per cui lavorava fallisse. Bastava soltanto che i due comunicassero, si sforzassero di capire l’altro.

Martina Luciano

Enda Meti ha detto...

Un comunissimo fallimento comunicativo è quello che avviene in una coppia. In primis, succede a me.Si litiga per banalità e poi si fa pace con altrettanta banalità, ma alcune volte uno dei due si impunta e il litigio diventa un vero e proprio problema. Perchè tante coppie si lasciano? Di sicuro non perchè l'amore finisce. Questo fallimento comunicativo succede di solito nel periodo dell'adolescenza, con il primo fidanzato. La maggior parte delle relazioni amorose finisce perchè non c'è comunicazione, una delle prime cose che l'uomo impara è quello di comunicare, ma quando si tratta di metterlo in atto non ne è più capace. Un fallimento comunicativo in una coppia può essere dovuto a tante cose ma la fallita comunicazione è uno dei peggior motivi da attribuire alla fine di una relazione. L'uomo, in generale, non si sforza di comprendere, di mettersi nei panni dell'altro (cosa che faccio anche io) forse per pretesa o per orgoglio o perchè non sa farlo. Per avere comunicazione reciproca ed equivalente c'è si bisogno di immaginazione, ma per l'immaginazione serve anche la voglia di immaginare, che è un fattore importante di cui tenere conto.

Orlandi Sara ha detto...

Oggi come oggi è difficile capire e interpretare ciò che ci si presenta davanti o che sia un'opera d'arte o una persona. Alcune volte mi capita di non esser capita, ovvero chi si trova a confrontarsi con me, per la prima volta, su un argomento a cui tengo molto pensano che sia un persona suscettibile che si arrabbia con molta facilità, in quelle occasioni il mio tono di voce, inconsapevolmente, diventa alta, tesa e rigida, appunto quasi aggressiva fraintendendo anche la mia posizione. In realtà non provo nessun tipo di sentimento negativo. Qui il fallimento comunicativo è avvenuto da parte mia che del mio interlocutore perché entrambi non abbiamo proprio considerato il punto di vista dell'altro.

Claudia Presutti ha detto...


L’immaginazione è una preziosa dote tutta umana che si concretizza in uno sforzo interpretativo nei confronti di un altro essere e che ci conduca a comprenderlo senza ‘minimizzarlo,neutralizzarlo o raffigurarlo in maniera affascinante,addirittura graziosa’ (Geertz).
Spesso, la mancanza di uno sforzo utile a interpretare e comprendere l’altro è all’origine di malintesi,chiari esempi di casi in cui il processo comunicativo fallisce.
Voglio esporre una mia esperienza che ritengo possa svolgere una chiara funzione esemplificativa di cosa sia un fallimento comunicativo. Premetto di essere una ragazza molto timida che, dopo mesi e mesi di riflessione,decide di iscriversi in palestra,pur sapendo che quell’ambiente l’avrebbe sicuramente messa a disagio. Ma molte persone mi avevano tranquillizzato circa l’assoluta disponibilità degli istruttori,che sicuramente avrebbero fatto del loro meglio per consentirmi di inserirmi nel miglior modo possibile nel nuovo ‘contesto’. Primo giorno di palestra : ero tesa ma al tempo stessa curiosa di iniziare questo percorso. Conosco il mio istruttore,un ragazzo di circa trenta anni molto cordiale,che si è subito mostrato disponibile a mostrarmi le varie sale e i vari attrezzi dei quali avrei potuto usufruire durante il mio allenamento. Da ragazza timida e introversa quale sono,essere accolta con quella cordialità mi rassicurava e mi invogliava anche a pensare circa un prolungamento della mia iscrizione in palestra terminato il mese di prova. Ma questa ‘magia’ dura ben poco. Dopo due settimane di allenamento,una sera,arrivata in palestra ,non trovo ad accogliermi il solito istruttore, ma un nuovo ragazzo che lo avrebbe sostituito per un breve periodo di tempo ( fino a che il primo non sarebbe guarito da una banale operazione). Ci presentiamo e ,senza neanche chiedermi da quanto stessi frequentando quella palestra e se avessi già una scheda da seguire per il mio allenamento, si congeda per tornare a giocare\messaggiare con il suo smartphone. Dopo 40 minuti di allenamento-ormai quasi terminato- si avvicina a me con aria sbruffata,invitandomi a interrompere l’allenamento al quale mi stavo dedicando e ad usare un nuovo attrezzo che potenziasse la forza muscolare delle braccia. Non mi ha fornito altra indicazione se non quella circa l’utilità dello strumento, e ha lasciato che lo usassi senza neanche spiegarmi come si usasse. Pensando fosse semplice,ho cominciato ad usarlo, ma probabilmente era più complesso di quanto pensassi. Ad interrompere il mio allenamento infatti sono state le risate di due ragazzi che, gustandosi la scena, aspettavano il momento che mi girassi verso di loro per dirmi che stavo eseguendo un esercizio completamente sbagliato, mostrandomi poi il modo in cui svolgerlo. Diventata ormai rossissima ho deciso di non ripetere quell’esercizio e, ringraziati quei due ragazzi,mi sono apprestata ad uscire immediatamente dalla sala. Da quel momento ho deciso di non frequentare più quella palestra. Tutto questo è stato il frutto di un banale malinteso,sorto sin da principio tra me e il nuovo istruttore : io che non ho precisato fossi nuova in quella palestra e che quindi non avevo ancora familiarizzato con tutti gli attrezzi e lui che,troppo preso dal suo intrattenimento telefonico, non si è posto scrupoli nel chiedermi da quanto fossi iscritta lì e se ormai avessi preso confidenza con i vari strumenti di allenamento. Si tratta di un fallimento comunicativo sorto da un mancato sforzo di immaginazione tanto mio quanto dell’istruttore che,se ci fosse stato,avrebbe sicuramente delineato una situazione differente : magari l’istruttore mi avrebbe seguita in modo più scrupoloso ed io non avrei sicuramente deciso di chiudere con quell’attività

Fabrizio Vona ha detto...

Lezione 8
Salve Professore
Ecco la mia risposta
Fabrizio Vona

Per motivi di limitazione di caratteri risponderò in due posti
Q1 riportate un caso di vostra conoscenza o di vostra invenzione in cui un fallimento comunicativo avrebbe potuto essere colmato se gli interlocutori avessero fatto uso dell’immaginazione nel senso in cui ne parla Geertz.
PRIMA PARTE
Geertz ci dice che l’etnografia non è più sola. Ora le “stranezze” non si trovano più, o si trovano sempre meno, nelle riserve o nel profondo di qualche foresta, ma le possiamo ritrovare sul pianerottolo del nostro palazzo. Ma proprio per questo il compito dell’etnografia è e sarà sempre più arduo ma al tempo stesso sempre più NECESSARIO.
E questo compito deve svolgersi, non solo con un lavoro di studio, di ricerca, ecc, ma anche e soprattutto attraverso un lavoro di immaginazione. Dice testualmente Geertz “Immaginare la differenza (che naturalmente non significa inventarla ma renderla manifesta), rimane una scienza della quale tutti noi abbiamo bisogno”.
Va da se allora, che questa “scienza dell’immaginazione” non deve e non può riguardare soltanto l’antropologo, lo studioso e l’etnografo, ma può e deve riguardare tutti noi. Tutti noi cittadini che vogliamo “allargare il nostro orizzonte umano”, per usare le parole del Professore, tutti coloro che vogliono ESSERE – ESSERI UMANI.
“Dobbiamo imparare a comprendere quello che non possiamo accettare” ci dice ancora Geertz. E subito dopo ci regala un’altra affermazione che ci riporta a quanto discusso nella prima lezione quando parlammo di sapere innato. Ci dice infatti “le difficoltà sono davvero enormi ma lo sono sempre state. Comprendere quello che, in un modo e nell’altro ci è alieno (e tale rimarrà), [..], questa è un’abilità che dobbiamo faticosamente imparare; e una volta imparata, lavorare continuamente per tenerla in vita poiché non si tratta di una facoltà INNATA, […….]. Gli usi della diversità, e dello studio della diversità, consistono proprio in questo: NEL RAFFORZARE LA NOSTRA IMMAGINAZIONE, la nostra capacità di comprendere ciò che ci sta di fronte”. Parole che mi hanno entusiasmato.

Fabrizio Vona ha detto...

FABRIZIO VONA
SECONDA PARTE DELLA RISPOSTA

E agganciandomi proprio al tema dell’IMMAGINAZIONE, così come la intende Geertz nel suo saggio, riporto il caso come richiesto dalla domanda: era il 2009 e da poco avevo iniziato le prove di uno spettacolo con la regia di Gabriele Lavia “Misura per Misura” di W. Shakespeare. Stavamo facendo l’allestimento a Pisa al Teatro Verdi e le prove erano molto stancanti: si provava praticamente tutto il giorno. Compagnia molto numerosa di circa 25 attori, più i tecnici, aiuti ecc…. C’era insomma molta “umanità” che stava in contatto praticamente 16 ore al giorno tra prove, pranzi e cene, poi tutti o quasi nello stesso albergo. Tutto questo, pur essendo sempre molto bello, ti espone tuttavia a dei rischi di incomprensione e nascenti antipatie spesso provocate anche dalla stanchezza. Ora, si da il caso, che nel cast c’era anche un attore senegalese che parlava pochino l’italiano e con qualche difficoltà, alto due metri, giusto per scene molto “fisiche” per le quali era stato scelto. Io avevo già avuto nei giorni precedenti all’accadimento che sto per raccontare qualche problema di “comunicazione” con SIDY (questo è il nome del mio collega). Durante una pausa, essendo molto stanco, mi dirigo nel camerino per riposarmi. Condividevo momentaneamente il camerino propio con Sidy. ed entrando me lo ritrovo seduto sulla mia sedia. Gli chiedo nervosamente di alzarsi, lui non lo fa. Anzi si gira verso di me e ride. Risata che percepisco come una presa in giro e allora gli chiedo con maggiore nervosismo e un po alterato nuovamente di alzarsi. Lui si alza ma il clima diventa teso. Entra un collega e parlo con lui sottovoce senza accorgermene. Questo evidentemente irritò ancora di più Sidy. Subito dopo tempero la mia matita da trucco e con un movimento non voluto mando alcune pezzi “scarti di matita” sul suo tavolino confinante con il mio. Sidy si alza, mi passa dietro le spalle per uscire e mi urla parole incomprensibili con uno sguardo molto alterato e gli occhi sbarrati. Da qui nasce una lite. Non siamo arrivati alle mani ma abbiamo abbastanza alzato la voce al punto che sono intervenuti per separarci e calmarci. Mi ricordo con chiarezza che lui gridava soltanto “rispetto, rispetto”. Da li in poi il rapporto tra me e Sidy rimase molto freddo e anzi posso dire che in realtà non nacque mai un vero e proprio rapporto umano. Pian piano con il passare della toruneè colsi in molta sensibilità e la sua paura di essere trattato come un “diverso”. Ripensando anche alla risata ora penso che non voleva essere strafottente ma al contrario, voleva esprimere simpaticamente un bisogno di avvicinamento. Lui dal canto suo aveva probabilmente travisato i miei modi a volte un po esuberanti e mi rendo conto che potevo apparire ai suoi occhi il “furbetto” che prende in giro. Questi miei atteggiamenti in una persona come lui, che si portava dietro il timore di non sentirsi “inserito”, avevano provocato strane sensazioni come strane sensazioni erano quelle che il suo comportamento aveva provocato in me.
Con la famosa IMMAGINAZIONE, con lo sforzo di comprendere, di cui ci parla Geertz, forse le cose potevano andare diversamente.

Arianna Tuni ha detto...

Arianna Tuni

Q1) Yassin e Assan sono due ragazzi musulmani che vivono in Italia ormai da anni. Quando la famiglia dei giovani è arrivata nel nostro paese Assan aveva 17 anni, mentre Yassin solo 4. Yassin inizia ad andare all'asilo del suo nuovo piccolo paese, poi alle elementari, medie, liceo e infine si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia a Roma. Al terzo anno di università Yassin incontra una ragazza, Viola. Viola è una ragazza molto carina, educata, sempre sorridente ma soprattutto Viola è di religione cattolica ed è molto credente. Yassin si innamora di Viola e i due iniziano una relazione. Viola molto spesso parla della sua religione a Yassin che inizia a provare un certo interesse, dovuto prima solo alla semplice curiosità ma pian piano trasformatosi in qualcosa di più, un interesse che viene dal profondo del cuore. Yassin, dopo mesi di riflessione, decide di parlarne con suo fratello e rivelargli la sua decisione: battezzarsi. Assan inizalmente è incredulo sentendo le parole del fratello, pensa addirittura sia uno scherzo di cattivo gusto. I due fratelli iniziano una violenta discussione in cui Assan accusa Yassin di aver preso quella decisione troppo alla leggera, di averlo fatto solo per amore di Viola ma di non crederci veramente, d'altra parte Yassin smentisce e dice al fratello di averlo ascoltato con superficialità. Terminata la discussione, Yassin informa il resto della famiglia (anche questa prenderà male le decisione del ragazzo) e decide di andare via di casa per portare a termine la sua decisione, convertirsi e sposare Viola. Cosa è successo ai due fratelli? La cosa più ovvia: nessuno dei due si è immedesimato nell'altro. Nessuno dei due ha compiuto il giusto sforzo per capire le ragioni dell'altro. Yassin non ha provato a capire quanto fosse importante per Assan che tutta la famiglia fosse unita, che uscire dall'Islam non era una decisione da niente soprattutto se poi avesse cambiato idea; tuttavia anche Assan non ha provato a capire lo strazio interiore del fratello che lo ha portato poi a prendere una decisione definitiva.

Francesca Acostachioae ha detto...

Q1.
Il mio vecchio condominio era abitato da svariati anziani ma anche da altrettanti giovani. Si trovava nei pressi di una chiesa, la quale con le sue scampanate giornaliere creava fastidio in alcuni condomini. Durante l’assemblea condominiale indetta da alcuni giovani condomini per discutere delle campane e cercare di parlarne con il parroco; si aprì una discussione. La signora Marianna nata e cresciuta nel quartiere, di profonda fede cristiana aggredì verbalmente Lorenzo, giovane ragazzo del nord da poco trasferitosi in città, per le sue critiche alle campane che puntualmente ogni giorno gli creavano fastidio. Lorenzo non era molto interessato alla religione e per questo non comprendeva le motivazioni e la fermezza delle idee della signora Marianna, la quale vedeva lo scampanare giornaliero come un proprio valore culturale. Dal canto suo ella non si sforzava neanche di immaginare quali potessero essere le idee e le problematiche di Lorenzo, in quanto era cresciuta e viveva in maniera completamente diversa da quella del ragazzo.
Dopo mesi di discussioni inefficaci tra i due condomini, Lorenzo fu costretto a mettere in affitto la casa e trovarsi un’altra sistemazione ma nonostante questo, i dissapori tra i due non si assopirono. Questo è un chiaro esempio di fallimento comunicativo in quanto non c’è stato uno sforzo di immaginazione tra i due. Entrambi, alla fine, hanno preferito proseguire sulla propria strada piuttosto che comprendere i valori e il punto di vista dell’altro. Al giorno d’oggi siamo circondati da conflitti di valore prodotti dalla diversità culturale.

Francesca Anna-Maria Acostachioae

Davide Catapano ha detto...

Sono stato testimone diretto di un episodio di fallimento di comunicazione un anno fa.
Viaggiavo sul treno e tornavo da Torino a Roma.
Accanto a me c'erano tre, quattro turisti asiatici, probabilmente cinesi.
Passa il controllore e chiede ad ognuno di noi il ticket.
Noto subito, dal tono di voce piuttosto agitato del controllore, che c'era qualcosa che non andava. I ragazzi orientali avevano preso il treno sbagliato.
Intuisco, nel momento in cui i ragazzi asiatici smettono di parlare nella loro lingua, tentando di esprimersi in inglese, che si erano accorti di aver sbagliato treno solo una volta saliti sulla carrozza.
La compagnia ferroviaria era la stessa, ma cambiava il numero del treno che avrebbero dovuto prendere.
Il controllore li fece scendere a Firenze, nonostante tentassi di spiegargli che non l'avevano fatto apposta.
Questo è un chiaro esempio di fallimento di comunicazione in cui nessuno, tra le due parti, ha usato il concetto di immaginazione come la intende Geertz, ovvero come "sforzo interpretativo" per comprendere le ragioni dell'altro.
Da una parte il controllore avrebbe potuto chiudere un occhio sulla loro condizione, dall' altra, invece, i ragazzi asiatici avrebbero potuto fingere, nonostante tutto, di aver preso quel treno consci del fatto che fosse il treno sbagliato perchè il loro era già partito in precedenza.

giulia morè ha detto...

Un esempio di immaginazione nel senso che Geertz attribuisce al termine può essere rappresentato da una bambina che a scuola tende a stare isolata, non cerca di socializzare con gli altri e che ,quando viene avvicinata, si pone in modo violento sia con gli insegnanti che con gli altri studenti e che non si applica nello studio. I docenti tendono ad interpretare negativamente questi atteggiamenti della bambina attribuendoli a una mancanza di interesse nello studio e con problemi seri a livello relazionale. Durante i ricevimenti con i genitori i docenti vengono a sapere la causa del malessere e dell'atteggiamento della bambina, provocati da alcuni episodi di bullismo che aveva subito nella scuola precedente.

Michelina Iula ha detto...

Guardando il Tg mi è rimasto impresso nella mente un episodio accaduto qualche giorno fa, si tratta della storia di una famiglia, un marito, una moglie e le loro quattro figlie. La famiglia aveva difficoltà economiche, la moglie ricoverata in una struttura per problemi psichiatrici, il marito disoccupato.
Il pover'uomo si dava da dare in tutti i modi, aveva chiesto aiuto al comune, aveva scritto una lettera ad un giornale, aveva chiesto aiuto in qualsiasi modo, ma nessuna risposta da chi di dovere. Soffocato da questa situazione insostenibile e per la paura che gli portassero via anche le sue bambine, ha appiccato il fuoco all'abitazione in cui viveva con la famiglia, mettendo fine alle sue sofferenze.
Questo ci fa capire che chi avrebbe potuto e dovuto fare qualcosa non ha capito la gravità della situazione, perché se l’avesse capita la tragica fine di questa famiglia si sarebbe potuta evitare.

Giuseppe Grieco ha detto...

Prendiamo come esempio un uomo, ormai anziano. Si è fatto una nomea come persona solitaria e molto scorbutica, difatti tutti gli stanno alla larga. È diventato così da quando sua moglie è morta di parto, anche il neonato non è sopravvissuto. Questo è successo molti anni addietro, ma nessuno ne è a conoscenza. Un giorno quest'individuo si imbatte in un padre e una figlia. Il padre è totalmente disinteressato nei riguardi della bambina. Ad un certo punto questa si butta in mezzo alla strada, e si sfiora la tragedia, che solo l'autista della vettura che la stava investendo scongiura, riuscendo a sterzare all'ultimo momento. Vedendo questo l'anziano perde il controllo di se, ed aggredisce il padre, solo grazie all'intervento di alcuni passanti quest'ultimo non si ritrova a terra con le ossa rotte. La vicenda dà ancor più fondamento ai giudizi che le persone avevano sull'anziano, nessuno cerca di immaginare il perché della sua reazione, ovvero il suo non sopportare dei genitori negligenti e che mettono a rischio la vita del propri figlio, figlio che a lui la sorte ha strappato via.

jessica ciuffa ha detto...

In un appartamento del terzo piano di un condominio vive un'anziana signora disoccupata mentre al secondo piano vive un giovane ragazzo. Tutte le sere,dalle 21:30 alle 23:00,la donna ascolta sempre la stessa canzone con il suo giradischi, ma il volume alto della musica disturba il suo coinquilino,impedendogli di dormire. Puntualmente, i due si affacciano dai rispettivi balconi e cominciano a discutere animosamente: "questa è casa mia,faccio quello che voglio quando voglio!Porta rispetto,giovanotto!",dice la signora; il ragazzo ribatte dicendogli che dovrebbe abbassare il volume o sentire la musica il giorno,per rispetto.
In realtà,il problema si potrebbe facilmente risolvere se tutti e due utilizzassero "l'immaginazione geertziana": infatti,il giovane capirebbe che la donna ascolta tutte le sere (e a quella precisa ora) quel disco perchè era un'abitudine che aveva con il marito,morto da poco, e alza il volume per un problema di udito. Mentre,l'anziana signora comprenderebbe la richiesta del ragazzo,il quale, dopo un'estenuante giornata di lavoro come paramedico, vuole sfruttare le poche ore di sonno che gli sono concesse prima di riniziare a lavorare.

Federico Dinella ha detto...

DOMANDA 1: Un caso in cui il fallimento comunicativo avrebbe potuto essere colmato se gli interlocutori avessero fatto uso dell'immaginazione nel senso in cui ne parla Geertz può essere nel caso in cui una ragazza di 18 anni tende a non voler iniziare una relazione o la frequentazione di altri ragazzi della sua stessa età anche quando i genitori spingono affinchè ciò accada. La ragazza tende ad avere dei comportamenti strani quando i genitori ogni volta a cena iniziano a parlare di questo argomento, appare molto turbata e a disagio, non riesce più a mangiare e alcune volte si alza dalla tavola e si va a chiudere nella sua stanza. I genitori pensano che la ragazza abbia dei problemi a relazionarsi con i ragazzi della sua stessa età ed in generale nelle situazioni quotidiane più comuni, pensano che abbia una sorta di imbarazzo, così decidono di mandarla da uno psicologo per provare a risolvere questo problema e per farla aprire mentalmente riguardo questo punto di vista. Attraverso le sedute dello psicologo arrivano a scoprire che la causa del suo atteggiamento e dei suoi modi è provocato da un episodio molto sgradevole che lei ha subito quando aveva 15 anni: è stata violentata da un gruppo di ragazzi molto più grandi di lei.

FEDERICO DINELLA

Eleonora Cericola ha detto...

Il fallimento comunicativo puo' avvenire per diversi motivi: l'emittente sta provando ad inviare un messaggio, ma il ricevente non recepisce nella maniera giusta perché non comprende il codice dello stesso messaggio e perché non comprende il contesto, e non ci sono sforzi eccessivi per accogliere il messaggio e farlo proprio.
E' qui che possiamo richiamare Geertz e la sua immaginazione. Per immaginazione non indichiamo come consueto una rappresentazione fantastica spesso di natura solo mentale. Nel senso di Geertz e' Immaginare come provare a capire l'altro, sforzandoci di comprenderlo fino in fondo.
Nel nostro quotidiano non ci soffermiamo molto ad immaginare, dando troppe cose per scontate. Eppure quanto ci costerebbe mai ascoltare l'altro?.
Nel corso degli anni della mia vita, ci sono stati diversi fallimenti comunicativi a cui ho assistito, che mi sono stati raccontati,che hanno portato alcune volte anche al termine di alcuni bei legami. Per ribadire che il "fallimento" non si verifica solo tra culture diverse ma anche tra persone di stessa cultura e  vicine tra loro.
 
Un esempio di fallimento comunicativo puo' esserci tra un figlio ed un genitore. Il figlio che cerca di comunicare un disagio ma ad il genitore non arrivare il messaggio, o arriva quando la situazione sta degerando.
Posso ricordare quando tra me ed una mia amica per il fallimento comunicativo, e per mancanza di immaginazione (lei non ha provato a capire me in una data situazione) ha portato la rottura del legame.
Un fallimento comunicativo può essere presente tra persone di diverse  generazioni. Esempio tra nonni e nipoti. Una nonna insistente perché il nipote mangi (le nonne si preoccupano sempre del cibo), e il nipote che non può mangiare perché ha una gara agognistica particolare, ma la nonna e' insistente ed il nipote prova a spiegare ma ne nasce una discussione quasi accesa e divertente.
Qui sono riportati esempi dove l'immaginazione manca da una sola parte, invece in aula abbiamo visto con l'esempio dei medici e del signore ubriaco dove l'immaginazione sia mancata da entrambe le parti.
Conclude dicendo che se ci sforzassimo maggiormente a capire l'altro eviteremmo molte situazioni spiacevoli e avremmo molte piu' soddisfazioni.

Eleonora Cericola

Letizia Del Gizzi ha detto...

un esempio di fallimento comunicativo è l'esperienza che ho avuto con il mio miglior amico. Dopo 7 anni di amicizia nei quali parlavamo di qualsiasi cosa e ci dicevamo tutto, ha iniziato ad essere più chiuso e alcune cose me le nascondeva. All'inizio pensavo fosse un periodo e non chiedevo nulla ma poi, col passare dei mesi, ho iniziato a far domande su questa situazione ma lui non voleva parlarne finchè non è "scoppiato" e mi ha confidato la sua omosessualità. All'inizio è rimasto anche stupito dalla mia reazione poichè non mi cambia nulla se una persona è etero o no, è il mio migliore amico e continua ad esserlo. Il problema maggiore di comunicazione si presenta però con i genitori. Sono ormai 4 anni che tiene nascosto ai genitori questa sua "condizione" e tiene nascosto anche il suo fidanzato. Lui tranquillamente dorme fuori casa e va in vacanza con il fidanzato ma da parte dei genitori non c'è alcuna domanda su chi sia questa persona con cui lui esce. Forse i genitori se lo immaginano e non chiedono, il mio amico soffre per tenere nascosta la sua situazione ai genitori e anche ad altri amici e conoscenti perchè non sa come potrebbero reagire. Se solo lui trovasse un pò di coraggio per dirglielo o se i genitori si interessassero di più a lui e si facessero sentire più vicini a lui e alle sue questioni private, secondo me vivrebbero in una situazione più serena da entrambe le parti.

Claudia Spinozzi ha detto...

Q1
Un caso in cui il fallimento comunicativo avrebbe potuto essere colmato se gli interlocutori avessero fatto uso dell'immaginazione può essere il caso del computista Belluca nella novella "Il treno ha fischiato" di Luigi Pirandello. Il protagonista è stato da sempre un impiegato rispettoso, pacato e sempre in orario, un giorno però era arrivato in ritardo e si era addirittura ribellato al suo capo, generando così grande confusione e stupore da parte di tutti i suoi colleghi. Egli continuava a ripetere di aver sentito un treno fischiare durante la notte e ad aver visto luoghi lontani ed esotici, nessuno riusciva a capire il suo comportamento e per questo fu definito pazzo e portato in una clinica. Se i colleghi di Belluca avessero cercato di capire o almeno immaginepare le motivazioni del suo comportamento, avrebbero scoperto che la sua "pazzia" era stata una conseguenza della trappola della sua vita che lo opprimeva, una vita passata interamente a lavorare e badare alla propria famiglia senza prendere un attimo di respiro, di pausa. Il fischio del treno dunque ha proprio ricordato a Belluca che esisteva il mondo fuori dalla sua vita quotidiana ed egli ci si è totalmente perso dentro.

Valentina Deidda ha detto...

A differenza di Levi-Strauss che sostiene l'esigenza di un po' di etnocentrismo per mantenere le peculiarità a livello culturale ed evitare quindi il miscuglio che si genera dall'unione di diverse culture e di Rorty che, in quanto filosofo, si trova a giustificare l'etnocentrismo per sentirci migliori e per consolarci a vicenda del fatto di far parte della stessa cultura, Geertz risponde che l'etnocentrismo è un comportamento sbagliato e non è mai una soluzione perché uccide letteralmente la nostra voglia di provare a conoscere l'altro che è invece propria dell'etnografia. Geertz sostiene, a differenza loro, la necessità di una apertura immaginativa ad una cultura aliena nel senso di immedesimazione nel punto di vista dell'altro.
Riflettendo su questo, mi è venuto in mente il caso dell'obiezione di coscienza e, in particolare, il processo al generale tedesco Eichmann che ho avuto modo di approfondire nel saggio di Hannah Arendt, “La banalità del male”. In questo libro, la filosofa tedesca parla del processo di Eichmann a Gerusalemme relativamente al suo essere stato colpevole di crimini contro l'umanità durante la seconda guerra mondiale. Nella descrizione del processo ho ritrovato un chiaro esempio di fallimento comunicativo, al di là del giudizio morale che si potrebbe dare sull'operato di Eichmann. Nelle sue parole emerge chiaramente l'inconsapevolezza e, appunto, la banalità di un uomo comune, un semplice impiegato che si occupava di smistare gli ebrei che sarebbero finiti poi nei campi di concentramento e, insieme, la totale assenza di immaginazione, quindi di immedesimazione nell'accusa ebrea (formata dai giudici che volevano la sua condanna a morte). Dall'altra parte i giudici erano manchevoli di immaginazione nei confronti di Heichmann nel senso che non provarono minimamente ad indossare i suoi panni e a capire la sua posizione di impiegato che, in quanto tale, doveva soltanto rispettare gli ordini dei suoi superiori, i quali a loro volta erano comandati da altri e così via. Dalle parole di Hannah Arendt emerge che Eichmann era un cittadino “ligio alla legge”, un uomo normale, insignificante, incapace di rendersi conto di ciò che faceva ed è proprio in questo che si può vedere l'assenza di immaginazione nei confronti dei capi d'accusa.
Il processo avrebbe potuto concludersi diversamente (senza la condanna a morte di Eichmann) se l'accusa avesse compreso, come effettivamente fece Hannah Arendt, la sua totale assenza di pentimento forte del fatto che stava solo rispettando gli ordini.

Valentina Deidda

Martina Coppola ha detto...

Lucia è al suo ultimo anno di magistrale e ha deciso di partire per un viaggio a Londra con delle ragazze conosciute da qualche mese che frequentano il suo stesso corso. Arrivata a Londra inizia a sentirsi poco bene, si sente le gambe stanche e ha dei problemi alla vista, inzialmente pensa che sia solamente la stanchezza del viaggio. La sera le sue amiche decidono di andare a ballare in discoteca, Lucia ancora non si sente bene quindi decide di non andare con loro, ma di rimanere in hotel. Le amiche rimangono molto amareggiate, pensano che Lucia non si trovi bene con loro. Hanno notato che durante l'intera giornata, la loro nuova amica, aveva sempre la faccia imbronciata e quando camminavano era sempre indietro rispetto a loro, come se non avesse voglia di stare in loro compagnia. La mattina seguente Lucia si fa coraggio e decide finalmente di dire alle sue compagne di viaggio che non si sente bene; infatti aveva taciuto fino a quel momento sullo stato della sua salute, per paura di essere giudicata una "guasta feste". Le ragazze però non credono minimamente che lei abbia problemi di salute, al contrario pensano solamente che sia una scusa per non stare con loro. Lucia ovviamente si sente offesa e delusa dal comportamente delle sue amiche, non riesce a capire perchè invece di aiutarla la attacchino dandole addirittura della ipocondriaca. Questo episodio ha rovinato inevitabilmente la loro amicizia.

In sintesi il fallimento comunicativo è avvenuto perchè le ragazze non sono state in grado di immaginare la situazione di grande disagio che Lucia stava videndo. Quest'ultima invece ha avuto paura di rovinare la vacanza alle altre ragazze e allo stesso tempo di essere etichettata come una "guasta feste", per questo motivo ha taciuto (inizialmente) sul suo stato di salute. Ma le sue compagne di viaggio invece, hanno letto il suo atteggiamento come un rifiuto nei loro confronti. Lucia avrebbe dovuto essere chiara fin dall'inzio sulla sua situazione e immaginare che il suo comportamento insolito avrebbe destato una totale incomprensione.

Martina Coppola

Francesca Menelao ha detto...
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Francesca Menelao ha detto...

Secondo C.Geertz, come si evince dal suo saggio "Gli usi della diversità", il fallimento comunicativo passa per la nostra debole o nulla capacità di "comprendere ciò che ci sta di fronte" (che lui chiama "immaginazione"); un'abilità che una volta appresa andrà allenata ripetutamente, per arrivare all'"idem sentire" (al vero capirsi).
Offro come esempio un "iter relazionale" fra i più comuni, però letto applicando la riflessione di Geertz.
Due ragazzi che vivono da anni una grande amicizia, si sentono uno “complementare” all'altro. Francesco, essendo cresciuto con un'educazione rigida, tradizionalista e poco permeabile alle novità, ha tentato solo qualche volta e timorosamente di uscire dai suoi orizzonti, grazie anche alla compagnia dell'amico. La famiglia di Marco, diversamente, è molto meno “ottusa”, disponibile al dialogo e al confronto, ma anche molto turbolenta, così, a sua volta, lui prova distensione nella quiete familiare dell'altro. I due si frequentano quasi simbioticamente per tutta l'adolescenza, entrando a far parte uno delle esperienze emotive e di vita dell'altro. Crescendo, Marco inizia a frequentare ambienti diversi, è curioso di cambiare prospettive, conoscere persone nuove; ha bisogno di non annoiarsi, di muoversi, di sperimentare. Francesco però non lo segue, restando legato alle sue abitudini e ai propri schemi culturali, che non riesce o non vuole mettere in discussione, pur soffrendone e, anzi, giudica presto come sbagliate o immorali le scelte dell'amico. I due litigano: Francesco accusa Marco di “averlo messo da parte”, “di essere cambiato senza dargli spiegazioni”, “di essere irriconoscente e di non essere più Lui”; il secondo inizia a sentirsi sotto giudizio e osservazione costante, per la “liceità” dei suoi comportamenti ed incompreso. Passano mesi e i due si vedono sempre di meno, si parlano sempre di meno, provando rimorso, ma senza il coraggio o la voglia di confrontarsi. Si perdono e con loro sfuma una grande amicizia.
Entrambi pensano, infatti, che l'altro non li abbia capiti e restano amareggiati.

I due ragazzi, pur sedendo nello stesso "vagone" (richiamando volutamente un termine improprio usato da C.L.Strauss nel 1971 per definire il carattere "delimitato" della cultura, che non ha invece confini delineati), hanno un "sapere appreso" di riferimento del tutto diverso per molti aspetti, che sicuramente li avrebbe portati ad un confronto-scontro; ma precludendosi la possibilità di comprendere nell'altro anche ciò che per se stessi non avrebbero accettato, arrivando a capirsi davvero, hanno bruciato definitivamente ogni possibilità di comunicare.
Se Francesco avesse fatto lo sforzo di capire quanto per Marco fosse fondamentale arrivare ad avere una conoscenza più profonda dei suoi limiti, dei suoi punti di forza, cercando di esserci nei suoi momenti di crisi o parlargliene, senza sentirsi a priori ed egoisticamente minacciato e se, da parte sua, Marco fosse stato in grado di comprendere che l'atteggiamento ostile di Francesco fosse dettato più dalla paura di perderlo, che dalla volontà di “immobilizzarlo” in un'amicizia-dipendenza “oramai claustrofobica”, probabilmente non avrebbero accumulato tensioni, frustrazioni e non si sarebbero persi in silenzio e tanto velocemente.

Scarlett2392 ha detto...

Q1. Come abbiamo avuto modo di vedere a lezione le culture non sono treni che viaggiano su binari separati ma sono influenzate tra loro, i confini sono offuscati. E abbiamo anche detto che l’idea di nazione unita entro dei confini geografici definiti da altri non delimitano automaticamente il punto dove termina una cultura e dove ne inizia un’altra ma semplicemente ciò rende più facile gestire un popolo se si sente unito da “qualcosa”.

Una casa la si può definire come una piccola nazione dove convivono persone apparentemente unite da lingua, cultura, tradizioni, ecc. In famiglia si fanno sforzi che non sembrano neanche tali molte volte, ti insegnano che fai parte di quel gruppo di persone grazie a un legame di sangue a che bisogna rispettare gli spazi altrui perché comunque individui con necessità diverse, ma nonostante ciò spesse volte ci prendiamo delle libertà perché tanto si è “in famiglia”, e il più delle volte c’è una figura tampone che può essere un genitore o un fratello maggiore che cerca di evitare i contrasti o di ammorbidirli. Poi decidi di andare all'università in un luogo distante da casa tua e diventi così “fuori sede” con la necessità di trovare una dimora che molto probabilmente sarà in condivisione con altre persone.
Nel mio caso sono cinque anni che vivo a Roma in un appartamento in condivisione predisposto per un totale di 4 ragazze. Negli anni mi sono trovata a condividere gli spazi con ragazze provenienti da regioni diverse dalla mia o anche dalla stessa. Quando ti ritrovi catapultato in un nuovo contesto ci sono persone che reagiscono in maniera differente in base all'educazione ricevuta e alle abitudini acquisite: c’è quella che ha sempre vissuto tranquillamente senza mai rendersi conto che c’è altro da sé; c’è quella che si preoccupa per sé e per gli altri; c’è quella che se ne sta in disparte senza entrare mai in contrasto stando bene attenta a dove mette i piedi; e c’è quella che punta il dito con un pizzico troppo grande di etnocentrismo la quale spesso non nota che anche le sue abitudini potrebbero apparire bizzarre agli occhi delle altre. Ed ecco che ogni singola mattonella può rappresentare una mina e che se non si ha sensibilità, desiderio di conoscere l’altro e dei suoi modi di fare, e soprattutto “immaginazione”, la comunicazione e la stessa convivenza non potrà che risultare fallimentare. E non è detto che se tu ti impegni, l’altro poi farà lo stesso. Eppure, si potrebbe pensare che essendo tutte appartenenti alla stessa fascia d’età, dello stesso sesso, lì per lo stesso motivo e “italiane”, la cosa sia facile. Non dico che sia un’eterna guerra, anzi, ho avuto modo di creare delle bellissime amicizie, e ponendo la chiarezza, la delicatezza e la comunicazione anzitutto alla base del rapporto, si riesce tranquillamente a convivere, ma le differenze rimangono non poche.
Purtroppo, ci sono state volte in cui non si è trovato un punto di incontro, perché, per esempio, se per A cucinare con tante spezie è un piacere, per B potrebbe essere la causa del suo evitare la cucina per 2 giorni. E se A non cerca di limitarne l’uso e B non riesce a cercare di tollerare minimamente l’odore vivendo la questione come un trauma, si genererà solo un comune malcontento che come conseguenza porterà qualcuno a fare i bagagli (esempio banale ma credo efficace).

Rossella Maria Coppolaro - LLEA

Giulia Testani ha detto...

L'esempio di fallimento comunicativo che porto riguarda un episodio che ho vissuto personalmente.
Io ed una mia amica ci dovevamo rivedere dopo tempo per un'uscita serale. Dopo mille interrogativi sul quando (Giorno) e dove avevamo finalmente deciso, venerdì sera alle 20:00 al ristorante "Old Wild West".
Contente dell'aver finalmente stabilito giorno e luogo non vedevamo l'ora di rincontrarci per passare una serata di chiacchiere ed aggiornamenti vari insieme, davanti a del cibo. La mia amica si era offerta di chiamare per riservare un tavolo.
Io e lei non abitiamo nello stesso quartiere ma neanche ai due poli opposti della capitale.
Mi recai al locale. Poco prima di entrare, dopo aver parcheggiato l'auto, la chiamai per sentire dov'era. Mi rispose che era già dentro seduta al tavolo onde evitare che cancellassero la prenotazione dato che era venerdì ed il ristorante era molto affollato.
Entrai rimanendo in contatto telefonico e dicendo ai camerieri che mi sarei recata sola al tavolo prenotato dalla mia amica che mi aspettava.
Lei dietro la cornetta mi diceva:" Gira a sinistra, poi a destra e sono al tavolo vicino alla porta per i servizi".
Seguii alla lettere le sue indicazioni ma non vidi una ragazza giovane dai capelli lunghi biondi e mingherlina ma un uomo calvo sulla quarantina.
Dissi subito alla mia amica che non la vedevo, che magari aveva sbagliato a darmi le indicazioni, feci un giro per il locale ma niente, di lei nessuna traccia.
Ad un certo punto mi disse:" Ma non sei all" Old Wild West della Romanina?"
Io le risposi di no, che ero a quello dell' Anagnina.
Morale della favola né io né lei avevamo specificato in quale dei tanti ristoranti di questa catena ci saremmo viste dato che per me era "Ovvio" quello ad Anagnina, se devo andare vado sempre lì, e per lei l'altro.
Nè io né lei abbiamo visto le cose dal punto di vista dell'altro, fallendo nella comunicazione.

GIULIA TESTANI

Eleonora Segaluscio ha detto...

Come esempio di fallimento comunicativo vorrei prendere in considerazione un episodio della mia vita.
Due anni fa per un grave blocco psicologico, chiesi ai miei genitori di poter andare dalla psicologa per essere aiutata e loro mi mandarono senza problemi.
Purtroppo o per fortuna non me la sentivo di raccontare ai miei genitori cosa mi passasse per la testa e questo comportava molte discussioni e molti litigi tra me e soprattutto mia madre, dovuti anche al mio stato d'animo angoscioso che, non capendo e basandosi solo su i miei atteggiamenti a volte nei loro confronti ritenuti sbagliati ma non volontari, mi dava contro in continuazione perggiorando magari anche la mia situazione psicologica o sentimentale del momento.
Da entambre le parti però, e me ne sono resa contro solamente dopo aver superato quel brutto periodo durato un anno, era mancato qualcosa, ovvero l'uso dell'IMMAGINAZIONE come viene intesa da Geerz,perché nessuan delle due aveva cercato di capire fino in fondo la situazione dal punto di vista dell'altra ma, al contrario, ci si era basate solamente su un tipo di comunicazione che però non risultava efficace e funzionale.

Ilaria Piacenti ha detto...

ILARIA PIACENTI

Daniele è in macchina, sta tornando da un’intensa giornata di lavoro, si sente stanco, tutto quello che vorrebbe fare è tornare a casa e buttarsi sul divano. Davanti a lui però c’è un vecchietto che con il suo veicolo ostacola la strada, data la sua andatura lenta e insicura.
Daniele cerca in tutti i modi di superarlo, inizia a suonare con il clacson e a lanciare imprecazioni contro l’anziano signore. A questo punto, il ragazzo ormai esausto, tenta un pericolosissimo sorpasso che lo fa finire fuori strada. L’incidente si sarebbe potuto evitare se gli interlocutori avessero compiuto uno sforzo di immaginazione: Daniele nel pensare che l’andatura del vecchietto dipendeva probabilmente dal fatto che stava cercando la scuola della nipote, e il vecchietto nel capire che il ragazzo aveva una certa fretta (si sarebbe potuto fermare per qualche secondo così da permettere il sorpasso); dunque, ciò che è venuto meno in questo caso è la comprensione, lo sforzo di capire l’altro, l’immaginazione nel senso in cui ne parla Geertz.

Francesco Santini ha detto...

La nostra società è piena di "fallimenti comunicativi" basta guardarci intorno, io sono al primo anno di università ed ho scelto la facoltà che più rispondesse alle mie esigenze e inclinazioni , alcuni miei amici sono stati indirizzati dai propri genitori , ...perché in famiglia siamo tutti ingegneri..., perché questa facoltà ti può dare un futuro e questa no..., perché questa università è più prestigiosa dell'altra ..., e tutto questo senza prendere minimamente in considerazione le attitudini e le opinioni dei loro figli, che hanno provato a convincere i loro genitori , ma senza ottenere nessun risultato, ed allora si lascia stare perché ci si accorge che non si riesce a comunicare. Questo fallimento comunicativo è dovuto al fatto che il potere decisionale spetta sempre ai genitori i quali cercano di entrare nei panni dei ragazzi ma con un atteggiamento adulto spesso troppo indirizzato alla ricerca di un futuro “più sicuro” che porta a delle scelte non condivise dai genitori che preferiscono magari un medico o un ingegnere ad un cuoco o un musicista.

Francesco Santini

Alessia Stirpe ha detto...

Se l'etnocentrismo per Claude (nome) Levistrauss era il modo per salvaguardare la specificità della propria cultura altrimenti ci sarebbe stato il rischio di infettarci della differenza culturale; è pur vero però che l'etnocentrismo stesso elimina la volontà di conoscere la cultura dell'altro, di aprirsi cioè alla comprensione della cultura altra o diversa. Quasi sempre il fallimento comunicativo deriva dalla mancanza di rapporto o interrelazione comunicativa tra culture diverse. Si può citare come esempio il distacco e l'isolamento culturale che spesso si viene a creare nei luoghi in cui risiedono tradizioni culturali diverse come potrebbe essere il caso di tradizioni religiose molto distanti tra loro: per esempio chiese cattoliche collocate in posizione riavvicinata rispetto a quelle islamiche con propri riti e messaggi molto diversi quindi in contrasto e conflittuali che spesso portano ad attriti, incomprensioni e veri e propri diverbi tra gli adepti delle due fedi. O come potrebbe essere il caso di comportamenti etici contrastanti tra etnie diverse tra i quali c'è una totale differenza e che portano a risultati sociali e culturali del tutto conflittuali.
Alessia Stirpe

Alessia Mauri ha detto...

Una mia cara amica ha iniziato quest'anno il suo percorso universitario. Oltre ad essere una matricola è una studentessa fuori sede. I primi mesi sono difficili: il mondo universitario si rivela completamente diverso da quello scolastico, le lezioni sono lunghe e complicate, e vivere da sola si rivela essere difficile e anche un po' triste. Il fine settimana torna a casa dei suoi genitori, che puntualmente fanno (continue) domande sull'università; lei risponde svogliata e infastidita e presto iniziano a litigare.
Questo fallimento comunicativo si potrebbe evitare se entrambe le parti si sforzassero di capire le ragioni dell'altro, facendo uso dell'immaginazione nel senso in cui ne parla Geertz: la mia amica dovrebbe cercare di capire che le continue domande sono dettate dalla preoccupazione e dall'affetto che i genitori nutrono verso di lei, mentre questi ultimi dovrebbero capire la frustrazione della ragazza.

Alessia Mauri

Ilaria Campaniello ha detto...

A mio avviso, un esempio in cui il punta di vista etico si è imposto su quello emico, dando luogo ad un mancanza di immaginazione, nel senso Geertziano del termine, e, di conseguenza ad un fallimento comunicativo, è racchiuso nell'immagine di Jep Gambardella, protagonista del film di Sorrentino, "la Grande Bellezza". Jep ha un blocco creativo da cui non riesce a uscire. Col tempo, lo scopo della sua esistenza è diventato quello di trasformarsi in "un mondano" e, in particolare, nel " re dei mondani". E' questa l'immagine che la gente ha di lui : un ricco borghese immerso nell'ambiente insipido della capitale. Tuttavia, Jep è sempre più convinto della futilità e dell'inutilità della sua esistenza. Il sogno è quello di recuperare la sua identità di scrittore e letterato, un sogno che va scontrandosi con l' aberrante e miserabile ambiente con cui ogni sera deve e vuole confrontarsi.

Giulia Eleuteri ha detto...

Ancora una volta Geertz ci dà modo di riflettere su tematiche importanti.
Se l’antropologia culturale ha come obiettivo quello di allargare l’ orizzonte dell’essere umano, non possiamo fare a meno di riflettere su tutti quei meccanismi che ostacolano il compimento di tale processo. Infatti“uscire fuori dall’ acqua” costa fatica e spesso preferiamo rimanere acciambellati nelle nostre convinzioni e nei nostri stereotipi al punto che lo stesso processo comunicativo ne risente.
In molti casi dunque comunicare, lungi dall’essere un’ operazione di riuscita scontata, diventa come lanciare una bottiglia in mare con un messaggio dentro: si fantastica che arrivi da qualche parte ma in fondo chissà se la cosa davvero ci importi.
La diversità, a ben guardare, fa paura e improvvisamente “allargare gli orizzonti” non sembra più così attraente come si poteva credere inizialmente. Per molti risulta più facile la strada dell’ etnocentrismo che si traduce in un sonoro “francamente (dell’ altro) me ne infischio”(per dirla alla Rhett Butler).
In merito a tutto questo nel saggio “Gli usi della diversità” Geertz sostiene con forza che ciò che serve all’uomo non è un pizzico di etnocentrismo (come argomentato da Lèvi-Strauss e da Rorty). Piuttosto egli indica la via dell’immaginazione ossia lo sforzo di comprendere l’altro. Uno sforzo che va applicato quotidianamente persino con i membri che appartengono “al nostro stesso vagone”: se è vero che le grandi macro-differenze stanno venendo meno è altrettanto vero che la diversità è a un palmo di naso da noi e riguarda i membri stessi di un certo gruppo culturale.

Penso a un esempio tratto dalla tragedia greca: la storia di Antigone narrata da Sofocle.
Figlia di Edipo e Giocasta, dopo la guerra dei “Sette contro Tebe”, Antigone dovette piangere la morte dei fratelli Eteocle e Polinice che si erano uccisi reciprocamente. La fanciulla fu condannata dallo zio Creonte ad essere rinchiusa in una caverna per aver sepolto Polinice, il quale doveva invece rimanere senza gli onori funebri come punizione per aver guidato la spedizione contro Tebe. Per questo Antigone si suicidò.
Tra i due personaggi, la donna e lo zio, c’è una perfetta incomunicabilità: nessuno è interessato alle ragioni dell’altro, ed entrambi considerano la propria rete di significato quella più giusta ed onorevole da applicare alla situazione.
È un dialogo tra sordi: ciascun eroe, chiuso nell'universo che gli è proprio, dà alle circostanze un senso ed uno solo.
Antigone gestisce gli accadimenti in nome della famiglia, mentre a guidare Creonte è la ceca ragion di stato. Non solo la “bottiglia della comunicazione” non giunge a destinazione ma non viene nemmeno lanciata.

Così spesso si è indotti a rifugiarsi nel silenzio, ma è un silenzio assordante, in cui implodono tutte le cose importanti taciute per la paura dell’incomprensione, e tutte quelle urlate nell’impassibile freddezza di chi non sa recepirle.

Giulia Eleuteri

lettere

0230674

Marianna persia ha detto...

Ho avuto difficoltà a scegliere un solo episodio di fallimento comunicativo. Infatti, penso che la vita ne sia estremamente ricca o, nel migliore dei casi, di illusioni comunicative. In ogni caso, ho deciso di portare un esempio in ambito universitario. A maggio di due anni fa mi sono laureata. Sognavo questo momento da anni e avevo un'idea molto precisa della tesi che avrei voluto fare. Lo sapevo già da prima di iniziare l'università. A gennaio mi reco quindi dalla professoressa più adatta per questo argomento. La mia idea le piace e mi chiede qualche informazione sulla mia scelta. Le spiego che si tratta di una vera passione tanto che il lavoro del quale mi occupo la riflette totalmente. A questo punto la professoressa cambia completamente registro. Mi spiega che non è possibile fare una tesi così con i miei turni di lavoro. Lavorare la mattina dal lunedì al venerdì è inconciliabile con lo studio... Per scrivere una tesi è necessario passare tutte le mattinate in biblioteca. Io sono impietrita. Sono anni che riesco a conciliare le due cose con sforzo e dedizione. Poco dopo, lei rincara la dose insinuando che questa tesi mi servisse per avere una promozione a lavoro. In sostanza, le dico
di non preoccuparsi e che mi sarei organizzata in altro modo. Me ne vado afflitta ed estremamente arrabbiata, incapace di comprendere il minimo senso del discorso. Dopo circa cinque mesi mi sono laureata con il massimo dei voti. Ho ritagliato tre ore ogni giorno per andare in biblioteca e nonostante mi sia dovuta affidare ad un professore di una materia diversa, sono rimasta molto soddisfatta del mio lavoro. Penso che se la professoressa avesse fatto lo sforzo di immedesimarsi nella
mia situazione e avesse capito che lavoro per necessità e studio per scelta e passione, non solo non avrebbe spento una luce dentro di me ma soprattutto avemmo
fatto insieme un ottimo lavoro.

SOFIA RONCHINI ha detto...

Nella società attuale, assistere a dei fallimenti comunicativi, purtroppo, è sempre più frequente. La nostra, è una realtà, a parer mio, molto egoista. La maggioranza delle persone sono solo in grado di pensare a sé stesse e non si curano di interrogarsi sulle motivazioni che portano il prossimo a tenere un determinato comportamento. Si guardano solamente gli aspetti esteriori e più evidenti dei fatti che ci si trova ad osservare. Il fallimento comunicativo, nel senso in cui ne parla Geertz, può essere colmato utilizzando l’immaginazione. Per immaginazione, in questo contesto, si intende cercare di indagare e capire cosa ci sia dietro alle singole azioni umane. Un esempio di questo è il caso di una mia conoscente, la quale, all’età di 15 anni ha cominciato a manifestare i primi segni di anoressia. I suoi genitori, invece di aiutarla cercando di capire quali fossero le ragioni che la stavano spingendo a smettere di mangiare (che erano principalmente legate ad una concezione insana che con il tempo le era stata trasmessa nella sua scuola di danza), le gridavano contro, cercavano di costringerla a mangiare e la mettevano in punizione impedendole di uscire con i suoi amici. Tutti comportamenti che, invece di aiutarla, la portavano a chiudersi ancora di più. Allo stesso tempo però, quello che questa ragazza all’inizio non riusciva a capire, era che i suoi genitori stavano solo cercando di aiutarla, anche se nel modo sbagliato, e che se avesse parlato con loro, avrebbero potuto trovare una soluzione, magari mediante l’aiuto di uno specialista. Fortunatamente, alla fine, il fallimento comunicativo è stato colmato con l’utilizzo dell’immaginazione, quindi cercando di immedesimarsi l’uno nell’altro e capirne le ragioni più profonde, e la ragazza è riuscita a risolvere il problema.

Manuele Margani ha detto...

Buonasera prof.
MANUELE MARGANI.
Credo che quando parliamo di comunicazione prendiamo in esame un Mare magnum di argomenti,senza farla troppo lunga parliamo del più brutto,la mancanza di comunicazione,chiamandola con il suo nome "Fallimento comunicativo".
Sicuramente avrà letto decine di teorie fallimentari riguardo situazioni familiari ,lavorative e istituzionali..benche' siano i campi forse più colpiti da questi ostacoli ne proverò ad immaginare uno diverso in quanto,per mia fortuna non ho avuto tragedie parentali di mancanza di comunicazione poiché ringrazio Dio ho una famiglia che sa leggere oltre le righe..!
Come ho detto ne inventero' una breve che ha a che fare con un tizio che chiamero' Marco,proprietario di un Autosalone e il suo commercialista Gianni al quale ha affidato anche la parte amministrativa dell'azienda. Egli possiede una grande vastita' di automobili plurimarche nel suo piazzale,l'unico problema?Marco è un giovane che ha deciso di mettersi in proprio,forse nel momento e nella zona sbagliata,aprendo da 2 mesi e nonostante le vendite non risultino COSÌ cospicue da rientrare dei soldi del guadagno Marco continua a consultarsi con parenti ed amici su come incrementare le vendite senza chiedere ad un esperto del campo su comprare dall'estero automobili sempre più costose e ricercate nella speranza di attirare clientela di un certo tipo. aumentando il suo debito..il commercialista dal fatto suo prende comunque i suoi bei soldoni,il risultato è che Marco il mese dopo deve chiudere la sua attività. Chiaro esempio di testardaggine e mancanza di comunicazione con chi ne ha fatta di strada nel mondo delle vendite automobilistiche!


Francesco Pieri ha detto...

Un esempio che, a mio avviso, presenta una catena di fallimenti comunicativi è il bullismo.
Spesso mi è capitato di assistere a questo tipo di scene a scuola, durante le attività sportive che frequentavo nel doposcuola , in televisione, quasi ovunque insomma. In tutti questi manca la disponibilità a capire: il bullo, il bullizzato, il resto.
Procedendo per gradi, analizziamo il primo soggetto. Spesso si giudica frettolosamente una persona in base alle azioni che compie, senza pensare che dietro ogni gesto ci siano un’infinità di motivazioni che possono spiegarlo (spiegarlo, non scusarlo). In questo senso, anche il bullo è vittima di un fallimento comunicativo che lo riguarda in prima persona: sarebbe da domandarsi “Perché quel ragazzo è così aggressivo?”, “Perché tenta di prevaricare gli altri? Che gusto ci trova?”. Magari quel ragazzo proviene da una famiglia autoritaria, in cui il padre picchia la madre e lui ha semplicemente assorbito, come una spugna che ingloba dentro sé ciò che la circonda, il comportamento paterno; oppure, da bambino, era anche lui timido e insicuro e veniva escluso dagli altri bambini e ora, come una sorta di vendetta, ricopre la parte del più forte, la parte che per tanto tempo non gli è appartenuta.
Analizziamo ora il secondo caso. Per quanto riguarda il bullizzato, spesso, il fallimento comunicativo sta in chi non ha mai subito atti di bullismo. Spesso, cioè, non ci si immedesima nell’altro, altrimenti non sarebbero tollerabili frasi come “Eh ma se l’è cercata, se lui è così strano è normale che gli altri poi lo prendono in giro” o del tipo “La colpa è sua che non sa reagire”. Questa frase è il classico esempio di chi non prova a mettersi nei panni di un ragazzo bullizzato per motivi razziali, sessuali, di peso o per qualunque altra ragione. Non si riesce, in tal caso, ad immedesimarsi in una persona che è uno contro tutti e non sa come reagire semplicemente perché, per esempio, non trova nessuno in grado di aiutarlo, o perché non trova alcuna ragione di reagire, tanto ormai è abituato a sentirsi umiliato. Non è raro, infatti, che il ragazzo bullizzato diventa vittima del vessatore e vittima di se stesso, della vergogna che prova e che induce il ragazzo a tacere, a chiudersi in se stesso e non parlare con nessuno.
Nessuno, questa è l’analisi del terzo soggetto. Il bullismo è, infatti, sempre un fenomeno di gruppo, anche quando il gruppo non è presente. L’elemento veramente dannoso per alcune vittime non è tanto il pugno o l’insulto subito, quanto il fatto che tutto ciò avvenga in presenza di compagni che non intervengono e anzi ridono e appoggiano il bullo. E ciò si verifica anche se il gruppo non è presente: il bullo colpisce la vittima perché prevede con sufficiente sicurezza che nessuno interverrebbe mai. Infatti è molto raro che i testimoni intervengano in aiuto della vittima, perché molto spesso hanno paura di diventare essi stessi oggetto di prevaricazioni da parte del bullo, o perché sono stati educati diversamente e non si immaginerebbero mai di fare una cosa del genere, perché lo vedono come uno scherzo e non intervengono per non essere visti come i moralisti della situazione o addirittura perché anche a loro piace assistere a tali scene perché è un modo mediato di vivere il bullismo. Questi “nessuno” peccano, a loro volta, di immaginazione, così come l’intende Geertz. Se si cercasse di entrare nei panni di entrambi gli attori, bullo e bullizzato, infatti, si cercherebbe di intervenire perché entrambi i soggetti soffrono di un disagio che è visibile solo parzialmente.
Ecco che, con un solo episodio di bullismo, possono verificarsi una serie di fallimenti comunicativi che portano le persone di quello stesso gruppo magari anche a conoscersi perfettamente, ma a non comprendersi veramente mai.

Francesco Pieri

Marta Tramontana ha detto...

Un tema intorno al quale l’immaginazione, con il significato che Geertz le ha dato, viene quasi sempre meno è quello del vegetarianesimo. Per esperienza personale so quanto sia difficile far comprendere il proprio punto di vista, e quando mi sento rispondere che tanto gli animali vengono uccisi lo stesso, oppure che la carne è così buona, capisco di aver fallito nella comunicazione di un concetto che a me sembra fin troppo semplice. Capisco anche che lo sforzo fatto delle persone è pari a zero. Spesso non c’è il desiderio di capire l’altro e le sue scelte.
Questa è più o meno la scena che si ripete ogni volta che mi siedo attorno ad un tavolo con amici, parenti o conoscenti.
Un giorno però mi sono trovata a non essere l’unica vegetariana ad un pranzo tra amici. Mentre speravo che nessuno accennasse al tema della dieta vegetariana, per non dovermi trovare a sostenere un discorso senza essere compresa per l’ennesima volta, con mia grande sorpresa fu proprio il mio ‘collega’ vegetariano ad introdurre lo spinoso argomento. Era talmente convinto della sua scelta, talmente sicuro di stare nel giusto che cercò in tutti modi di convincere gli altri poveri commensali a diventare vegetariani. Parlava solo lui, mettendo alle strette gli altri dal punto di vista etico, morale e salutare. Nessuno aveva intenzione di seguire il suo ‘consiglio’, lo ascoltavano aspettando solo che smettesse di parlare.
Questo mi ha fatto pensare che qui in realtà a non fare lo sforzo di immaginare non sono stati solo gli altri, ma anche il mio amico vegetariano che svalutava ogni tipo di obiezione gli venisse rivolta.
Riuscire ad immaginare, a mettersi nei panni di un altro è veramente difficile o forse, per meglio dire, faticoso.

Michela Valente ha detto...

Credo non sia semplicissimo scegliere un unico esempio di fallimento comunicativo perché fondamentalmente viviamo in una società in cui questo accade sovente, sia nei rapporti interpersonali che in altri ambiti più vasti; non a caso Pirandello diceva che anche quando crediamo di intenderci, in realtà non lo facciamo affatto: "come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch'io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com'egli l'ha dentro?". Tuttavia un esempio che mi viene in mente è un fatto che mi è accaduto due anni fa durante un esame universitario. Si trattava del penultimo esame prima della laurea, ero in cautelativa e cercavo di conciliare lavoro e lezioni almeno per quel corso. Ero davvero molto tesa e inevitabilmente il mio approccio a quell'esame non fu molto rilassato. Durante l'esposizione orale iniziai ad agitarmi molto e ad incespicare più del dovuto nel momento in cui il professore mi domandò di chiarirgli un concetto che in quel momento non riuscivo assolutamente a ricordare; inoltre, non appena mi accorsi che l'espressione del professore si faceva sempre più contrariata, la situazione precipitò. Il nervosismo prese il sopravvento e, oltre a non essere convinta di quello che dicevo, anche la mia proprietà di linguaggio iniziava a lasciar desiderare. La ciliegina sulla torta arrivò nel momento in cui il professore iniziò a guardarmi con aria scettica e ad accusarmi di non aver affatto frequentato il corso (si trattava di un esonero) iniziando a pormi domande non proprio pertinenti. Mi sento di affermare che il fallimento comunicativo è avvenuto nel momento in cui il professore ha dato un giudizio non tanto sulla preparazione della studentessa, quanto sulla buona fede e quindi sulla sua persona, creandosi un'idea precisa, e quando la studentessa si è messa sulla difensiva con un atteggiamento non proprio conciliante, passando così dalla parte del torto. L'incomprensione si sarebbe potuta risolvere mediando e attivando l'immaginazione da entrambe le parti: La studentessa non doveva stupirsi se il professore fosse arrivato ad avere dei dubbi, visto l'andamento dell'esame e considerando che probabilmente era avvezzo a trattare con ogni tipologia di studente; dall'altro lato il professore avrebbe potuto fare uno sforzo per non formulare giudizi affrettati, magari dando uno sguardo al libretto, o comunque evitando di manifestare un atteggiamento apertamente ostile e canzonatorio.

Michela Valente

Giorgia Giovannini ha detto...

Q1) Un fallimento comunicativo dovuto dalla mancanza di immaginazione potrebbe essere il caso di una famiglia italiana in visita in Indonesia, più nello specifico nella provincia di Tara Toraja, durante il periodo della celebrazione del rito di Ma’Nene, più comunemente noto come “Festival della morte”, solitamente svolto a fine Agosto. Durante questa festività, gli abitanti del posto sono soliti riesumare i loro parenti defunti (precedentemente mummificati con prodotti naturali e posti in tombe rupestri per far sì che il corpo si conservi meglio), lavarli, vestirli con abiti nuovi e portarli in giro per la città come se fossero di nuovo in vita in quel giorno così speciale. Per la famiglia italiana tutto ciò potrebbe apparire come una macabra e folle azione in cui le persone mancano di rispetto ai defunti non lasciandoli riposare in pace. La famiglia italiana, però, non si è aperta all’ALTRO, non ha guardato oltre il proprio naso, non ha capito il SENSO di quel rituale, ovvero prendersi cura dei propri cari anche quando non ci sono più e affrontare la morte non come un evento triste e pauroso ma come un rito di passaggio che si può addirittura trascendere grazie a questa festività.
Giorgia Giovannini

Alessia Concetti ha detto...

Un episodio che posso prendere esempio, in cui il fallimento comunicativo avrebbe potuto essere colmato se gli interlocutori avessero fatto uso di immaginazione, potrebbe essere quando da piccola non volevo andare ai corsi di pallavolo. Di solito i bambini si portano a fare degli sport di squadra per imparare a collaborare insieme ad altri per poter raggiungere un obiettivo e anche per permettergli di muoversi e di sviluppare le competenze psicomotorie. Iniziai questo corso molto entusiasta, ma ottenendo scarsi risultati: non ne prendevo una! Dopo un po’ di settimane iniziai a sentirmi a disagio perché non riuscivo a raggiungere il livello degli altri miei compagni e anche loro se ne erano accorti e per questo ridevano ad ogni mio sbaglio. Cominciai ad inventare scuse per non andare al corso, perché invece di passare qualche ora in compagnia divertendomi era diventato un incubo. I miei genitori dopo una settimana mi portarono ad ogni lezione con la forza pensando che il mio fosse un problema di pigrizia. In questo caso c’è stato un fallimento comunicativo: io cercavo di comunicargli (sempre indirettamente perché mi vergognavo) che non volevo andare in palestra inventando delle scuse e sperando che loro leggessero tra le righe e loro avrebbero potuto usare l’immaginazione per intuire quello che cercavo di fargli capire.

Silvia Gamucci ha detto...

Q1
La capacità di mettersi in condizione di ascoltare è una dote; spesso siamo così concentrati a preparare la risposta che non cerchiamo di comprendere il punto di vista altrui. Sentiamo solo quello che ci fa comodo, filtrando ciò che non piace al nostro ego. E così nascono i fallimenti comunicativi.
Mi capita spesso di sostenete delle conversazioni che non portano a nulla, come per esempio quando parlo con i cacciatori che si ostinano a pensare che la caccia sia insita nell'indole umana fin dai tempi della pietra. Parlano di istinto primordiale, della lotta infinita uomo/natura ma sono discorsi sterili perché non ci si deve più difendere dai dinosauri né procacciare cibo. Mi sforzo di interpretare le loro ragioni utilizzando quella immaginazione tanto cara a Geertz ma faccio fatica a comprendere un gioco cosi' crudele. Anche dall'altra parte non c'è voglia di comprendere le mie ragioni visto che, secondo loro, anche io sono carnivora.
Forse dovremmo utilizzare maggiormente la fantasia e lasciare da parte il nostro ostinato egocentrismo.
Mi trovo spesso a parlare con una persona a me cara non vedente. Non immagino fino in fondo i suoi limiti, cerco di esprimermi in maniera semplice, con descrizioni chiare ma senza condizionamenti, nel rispetto del suo stato e dei suoi tempi. Lei aspetta che io finisca di parlare. Io aspetto che lei parli senza alcuna ansia da prestazione, paura di essere criticata, consapevole solo che la sua sensibilità e la sua immaginazione aprano tutte le porte. Parla utilizzando i sensi a sua disposizione, senza il timore di essere fraintesa; c'è volontà di capire da ambo le parti.
In questi confronti basati sulla fantasia e sul rispetto ritrovo la tesi di Geertz che vede l'immaginazione alla base della comprensione quale unico strumento per uscire dai propri orizzonti limitati e da inutili sovrastrutture mentali.

Bianca Bisciaio ha detto...

1) Vorrei citare un caso che ha abbastanza colpito gli italiani nell'ultimo anno, specialmente noi abitanti del centro Italia: la valanga all'hotel Rigopiano in Abruzzo. È ormai a tutti noto che non una ma ben due telefonate d'allarme furono effettuate quel 18 gennaio 2017 per denunciare la disgrazia. Sia la prima che la seconda furono accreditate come “scherzi telefonici”. La prima chiamata arriva al 118 di Pescara circa alle 17.00, a farla è un cuoco di nome Giampiero Pareti che dice “C'è stata una valanga, è crollato tutto, ci sono dispersi”. La centralinista scettica avvisa le autorità che decidono di non intervenire prima di avere conferma dell'accaduto. Chiamano il direttore dell'hotel, che nel frattempo è a Pescara ignaro della valanga, che nega tutto. Probabilmente né lui né le autorità si sono messe nei panni di chi chiamava, lo hanno bollato subito per cretino. “Ci sono stato poco fa... è in cemento armato” dice l'autorità al direttore, sottointeso “non può essere crollato, è una cazzata”. Ma il cuoco non si da per vinto (e direi! Ha moglie e figli sotto quell'inferno) e avvisa una sua conoscente a Pescara (Quintino Marcella). Alle 19 quindi la seconda telefonata da parte di Marcella sempre al 118. Questa volta la funzionaria risponde proprio scocciata (“è uno scherzo che gira da stamattina... la mamma dei cretini è sempre incinta...”) e non degna di attenzione Marcella che continua ad insistere (“Ha i bimbi là sotto, sta piangendo... lui è uno serio, per favore”). Se la funzionaria si fosse messa nei panni di Marcella avrebbe pensato che non aveva senso inventare cose simili per scherzo, che quella persona che la stava chiamando era seriamente preoccupata, che stava soffrendo, che c'erano vite in pericolo. Invece né lei, né le autorità hanno compiuto quello sforzo d'immaginazione di cui parla Geertz, non si sono immedesimate nel punto di vista di chi li stava chiamando per ricevere soccorso (un po' come Cohen che si rivolge ai Francesi) e hanno etichettato quelle grida d'aiuto come fandonie. L'uso dell'immaginazione in questo caso non avrebbe solo colmato il fallimento comunicativo ma avrebbe salvato molte vite.

Bianca Bisciaio, matricola 0229645

sara pitolli ha detto...

Un importante caso di fallimento comunicativo è protagonista della cronaca attuale: mi riferisco, in particolare, alla lotta per l'indipendenza intrapresa dalla Catalogna nei confronti del governo di Madrid.La violenza scaturita in risposta alle manifestazioni pacifiche, ai cortei e ai numerosi "sit-in" attuati, sarebbe infatti potuta essere evitata se l'IMMAGINAZIONE di cui parla Geertz fosse stata presente nel dialogo tra le due parti in causa.

Mirko D ha detto...

Un esempio di fallimento comunicativo che avrebbe potuto essere colmato se solo gli interlocutori avessero fatto uso dell'immaginazione (ovviamente per come la intende Geertz) può essere il seguente: vengo invitato in una cittadina inglese da un mio amico che da anni si è trasferito lì. Mi ospita in casa sua e usciamo spesso insieme. Durante una serata di queste, passeggiando per le vie di Kingstone upon Hull, faccio il gesto delle dita a V con il dorso della mano rivolto, involontariamente, verso dei ragazzi inglesi, i quali vengono subito a battibeccare con noi. Il mio amico per fortuna riesce a risolvere la questione in maniera pacifica e mi spiega che lo stesso gesto che indica la vittoria, se realizzato con il dorso della mano verso possibili interlocutori, questo può essere interpretato come un insulto.

Mirko Donati

Caterina Zarlenga ha detto...

Prendiamo come esempio una mostra delle opere di Picasso o più in generale una mostra di arte contemporanea; e prendiamo due prototipi di visitatori della mostra: da una parte abbiamo un “conoscitore d’arte”, che conosce ciò che vede ed è in grado di comprendere a pieno un’opera contemporanea, andando oltre la prima apparenza, che a volte può risultare riprovevole; dall’altra parte abbiamo l’ “indifferente”, ovvero colui che “una mostra vale l’altra”, che di fronte ad opere di questo genere può ricorrere facilmente a giudizi affrettati, con la classica affermazione “Un bambino di due anni saprebbe disegnare meglio!” oppure “Non esistono più artisti di una volta!” Mentre nel primo caso, il visitatore della mostra è stato in grado di comprendere la posizione dell’artista attraverso un’apertura immaginativa, in questo caso ovviamente anche grazie ad una base di conoscenza artistica che lo avvicina all’artista; nell’ultimo caso invece da ambo le parti vi è una mancanza di comprensione: da una parte l’artista non è stato in grado di comunicare il messaggio veicolato dall’opera al pubblico, per così dire “non colto”, dall’altra il visitatore “indifferente” non è stato in grado di comprendere la posizione dell’artista perché non possiede aperture immaginative.

Sara De Rosa ha detto...

Per Geertz , tutto è interpretabile con un sistema di segni; per questo il lavoro interpretativo non è che la trasposizione in un altro linguaggio, una traduzione. Molto spesso, si affrontano nella vita di tutti i giorni molti fallimenti comunicativi. Io stessa né sono stata una “pedina”: mi è capitato recentemente di non capire una mia amica finendo cosi in una lunga discussione. Lei si è da poco fidanzata, cosi molte cose nel nostro rapporto di amicizia sono andate a cambiare creando molto spesso disagi comunicativi. Io non riuscivo a fargli capire, che non volevo finire ai margini della sua vita e, che la nuova situazione stava creando dei disagi portandoci a non parlarci . Lei non riusciva a farmi capire che non voleva assolutamente perdere la mia amicizia ma, non riusciva a conciliare tutto cosi cercava di unire i due mondi; cosa che non era possibile fare per nessuna delle due parti. Se avessimo fatto l’uso giusto delle parole avremmo risparmiato due giorni di discussioni! Avremmo dovuto far buon uso dell’ immaginazione come intesa da Geertz , immergendoci davvero nel punto di vista dell’altra persona, senza giudizi e paure. Un altro esempio che mi viene in mente, pensando a ciò, è tratto dal libro “vite di confine” dove i macedoni, che non si sentono greci , giudicano e accusano i greci di rubare la loro cultura.
In questo caso trovo che ci sia stato decisamente un fallimento comunicativo, perché nessuna delle due culture ha mai davvero cercato di capirsi e di vedere le cose in maniera meno rigida.

Chiara Grossi ha detto...

Chiara Grossi: Riflettendo su un possibile esempio di comunicazione assolutamente non efficace, poichè frutto di paradigmi culturali, valoriali, completamente opposti, mi è venuto in mente il famosissimo dialogo tra i Meli e gli Ateniesi, che Tucidide riporta nel libro V della "Guerra del Peloponneso".
Siamo nel corso della conflitto che oppone la lega del Peloponneso capeggiata da Sparta alla lega di Delo, con a capo Atene.
I Meli sono un popolo dichiaratosi fino a quelo momento neutrale, che vive su una piccola isola, dotato di forza militare nettamente inferiore ad Atene.
Una delegazione ateniese incontra i rappresentanti dei Meli ed inizia un dialogo serratissimo, nel quale ciò che emerge chiaramente al lettore è l'incomunicabilità, tra due visioni del mondo ed in particolare della politica.
I Meli, volendo conservare la propria neutralità, cercano di convincere gli Ateniesi a non attaccarli e si appellano a diverse motivazioni: il rischio, per esempio, che altri popoli si armino contro gli Ateniesi, magari con la volontà di prevenirne una loro aggressione. Atene somiglia molto, in quel perodo, ad una sorta di superpotenza dell'Ellade. Nessun dialogo potrà far desistere gli Ateniesi dalle proprie mire espansionistiche, in questo caso è davvero un dialogo tra "sordi", ovvero tra gli idealisti Meli, pronti ad appellarsi a concetti morali quali la Giustizia o al favore degli Dei, e i pragmatici e realisti Ateniesi, che non hanno intenzione di cambiare i propri propositi. Così nessuno dei rappresentanti dei due popoli riesce ad avere un minimo di lungimiranza o a mettersi nei "panni dell'altro". I Meli non comprendono fino a che punto possa essere cinica e spietata l'azione umana e così decidono di opporsi all'attacco ateniese, decretando in tal modo la propria fine e la distruzione del proprio popolo.
Infatti gli Ateniesi riserveranno alla popolazione vinta un trattamento durissimo.
Dal canto loro, proprio gli Ateniesi, adottando questa strategia radicale, decreteranno la propria fine, praticamente, in quanto non faranno che procurarsi nemici,pronti ad allearsi contro l'imperialista Atene, ma anche spiritualmente, in quanto proprio quella che era stata la culla della civiltà greca, la polis, simbolo della democrazia, che aveva guidato tutti i popoli della regione nelle guerre contro i Persiani, conoscerà un declino irreversibile, sconfitta ed invasa da Sparta, che appunto le decreterà guerra dopo l'invasione dell'isola di Milo. Questo è,secondo me, davvero un esempio dell'"incapacita, da ambo le parti, di comprendere la posizione dell'altro e, quindi, la propria".

Eleonora De Bellis ha detto...

Un esempio di fallimento comunicativo l’ho riscontrato recentemente durante la lettura del libro “il Baco di seta” di Robert Galbraith. Nel romanzo, questo, avviene tra i due protagonisti, il detective e la sua segretaria. Il detective sommerge di lavoro la sua segretaria tanto da farle pensare che sarebbe stata promossa a ricoprire anch’essa il ruolo di investigatore privato, suo sogno fin da bambina. In realtà il detective non aveva intenzione di assegnarle il ruolo, essendo ancora inesperta, perciò intende assumere un altro detective; a questo punto la segretaria si offende perché aveva nutrito false speranze. In questo episodio, c’è stato sicuramente uno sbaglio interpretativo da entrambe le parti: da una parte la segretaria doveva essere più realista e dall’altra il detective doveva chiarire meglio il ruolo ricoperto dalla segretaria.

Veronica Orsini ha detto...

Esempi di fallimento comunicativo possono essere facilmente trovati nella vita di tutti i giorni, senza andare troppo lontano. Ad esempio, si potrebbero evitare litigi deleteri e psicologicamente sfiancanti fra genitori e figli se entrambi si sforzassero di capire i punti di vista dell'altro cercando di trovare dei sani compromessi. In questo modo, i figli eviterebbero di inventare bugie e quindi di deludere prima se stessi e poi i genitori, mentre quest'ultimi eviterebbero arrabbiature e scontri inutili. Ma è più facile dire "no", è più sicuro negare il confronto, è più facile per un figlio pensare che il genitore tanto non lo capisce e per un padre o una madre è più rassicurante dire "è meglio come dico io". La comunicazione fallisce prima di iniziarla se non si fa lo sforzo di capire l'altro. Questo vale tanto in famiglia quanto nel resto dei contesti sociali.

Veronica Orsini.

Mik Dedo ha detto...

La scorsa settimana il signor Cheng ha ospitato a cena il Signor Brown con sua moglie nella sua bella casa nella provincia di Pechino.
Dopo aver mangiato e bevuto le specialità cucinate dalla signora Cheng, suo marito ha emesso un forte rutto che ha disgustato e sconvolto gli ospiti inglesi. Il signor Brown sembrava molto rammaricato in quanto ha visto nel comportamento del padrone di casa una mancanza di rispetto.
In realtà il signor Cheng voleva esprimere apprezzamento verso il cibo mangiato applicando una classica usanza cinese, ma il signor Brown, ignaro di tale intenzione, ha equivocato il gesto. Se Brown si fosse domandato il perché di tanta naturalezza in un gesto poco carino e Cheng avesse immaginato prima che in Inghilterra tale gesto non è ben visto i due avrebbero evitato un simile imbarazzo.

Michele De Dominicis

Sara Mercuri ha detto...

Il problema del fallimento comunicativo e’ un problema quotidiano, che troviamo in molti ambiti sociali quali, una minima parte:
Tra datore di lavoro e impiegato;
Tra genitori e figli;
Tra amici;
Tra partner.
A mio avviso si tratta di un incomprensione e di una mancanza di interesse nel cercare di comprendere l’altra persona.
Un esempio, un po’ banale, ma molto comune ( anche se esagerato nella quantità di fatti “sfortunati” accaduti al protagonista) che mi viene in mente e’ questo che le riporto qui sotto.
Mario e’ un avvocato ed e’ sposato con Francesca, un’infermiera.
A Mario non suona la sveglia ed esce di casa di corsa,dirigendosi a lavoro con la macchina, per la fretta, ne tampona un’altra facendo così tardi a lavoro.
Arrivato in ufficio si accorge di aver dimenticato dei documenti che gli servivano.
Nel pomeriggio si dirige in tribunale per una causa, che oltretutto perde.
Sua moglie Francesca ,dopo aver fatto un turno di notte ,torna a casa e la trova tutta in disordine.
Al rientro del marito, evidentemente stanco e giù di morale , Francesca gli urla che e’ stufa di ritrovare casa in quelle condizioni e inizia una litigata tra i due.
In questo caso se Francesca avesse saputo della giornata pesante che aveva subito il marito evitava la sfuriata ,come a sua volta però, Mario doveva rendersi conto che la moglie quando torna a casa vorrebbe riposarsi e non pensare alle faccende domestiche .

Sara Mercuri

Elettra Pellegrino ha detto...

Ognuno vive e agisce secondo un sistema di segni, significati e collegamenti noti solo a se stesso. Nella maggior parte dei casi, essendo questi sistemi appresi all'interno di una cultura, una persona vivrà circondata da altri individui che utilizzano schemi quanto meno simili al proprio, e dunque fino a un certo punto comprensibili. Ci sono momenti, tuttavia, in cui ci si trova in situazioni che richiedono uno sforzo di comprensione dell'altro e del suo linguaggio (inteso ovviamente non come lingua ma come sistema di credenze, priorità, vissuti, significati etc.). Questo tentativo di interpretazione empatica è di difficile compimento già quando c'è la volontà di comunicare, dato il semplice fatto che non si può conoscere l'intricato schema in cui muove una specifica persona senza previo studio, investigazione, riflessione e - paradossalmente - comunicazione. La comunicazione è ancora più improbabile quando questa volontà è assente. E spesso non è assente per malvagità o freddezza, ma perché sarebbe impossibile interagire con chiunque dovendosi ogni volta chiedere in che tipo di rete il proprio interlocutore è impigliato. E' quindi normale e addirittura salutare avere certe aspettative sul comportamento degli altri. Tuttavia, in alcune situazioni sarebbe bene riscuotersi da questo sonno confortevole e confrontarsi con il fatto che i valori che si danno per normali e addirittura ovvi nella vita quotidiana sono in realtà lungi dall'essere tali. Altrimenti si rischia di applicare i propri significati ai segni altrui, e impedire un effettivo confronto comunicativo.
Ho assistito a un fallimento di questo genere mentre aspettavo la metropolitana alla stazione di Termini, a Roma. Le persone intorno a me si sono improvvisamente agitate quando un uomo, straniero e malamente vestito, ha cominciato ad attaccare senza preavviso e apparentemente senza motivo un ragazzo che gli era passato davanti. Dopo un piccolo scambio di colpi, e l'intervento degli astanti per calmare la situazione, i due sono stati a fatica separati, ma l'uomo - che dall'aspetto era probabilmente un senzatetto - era veramente irato, e continuava a muoversi minaccioso verso il ragazzo. L'aggressore è finalmente riuscito a ferire la sua vittima con un cacciavite. Qualcuno è andato a chiamare le autorità, e all'accorrere dei militari si sono ricostruiti gli eventi. Si è scoperto che il ragazzo, che continuava a dirsi innocente, aveva tirato un calcio al consunto zainetto dell'uomo, che aveva poi reagito tentando di colpirlo. Quest'ira, causata dal fatto che in quello zainetto c'era probabilmente tutto ciò che l'uomo possedeva, è rimasta totalmente incomprensibile al ragazzo che aveva maltrattato l'oggetto, il quale continuava a ripetere, sbigottito: "Sta' calmo, è solo uno zaino!".
Ma chiaramente non lo era, almeno per il suo proprietario. E il ragazzo l'avrebbe capito se si fosse fermato un momento a considerare la cosa immergendosi nel quadro di significati del senzatetto. In tal caso avrebbe infatti compreso quanto sconsiderato e offensivo sia stato un gesto come quello, che a lui sembrava abbastanza innocuo (o almeno non così grave da essere attaccato con un cacciavite). Se una persona che non possiede che una manciata di oggetti li vede trattati in modo tale, è chiaro perché possa reagire diversamente da qualcuno che abbia una casa, una stabilità economica, e la possibilità di sostituire oggetti persi.
Parimenti l'assalitore, con un - piuttosto impegnativo - sforzo immaginativo avrebbe potuto riconoscere che per qualcun altro un misero zainetto non è abbastanza da ispirare una reazione come la sua, e che il gesto del ragazzo non era da intendersi come una tale provocazione (nonostante fosse comunque molto maleducato).
I due attori sociali in questa vicenda agivano chiaramente dando significati molto diversi al medesimo zainetto, e senza fermarsi a interpretare le azioni dell'altro. E come spesso accade, la conseguenza della comunicazione fallimentare è stata la violenza.

Luca Pizziconi ha detto...

Il mondo è pieno di “fallimenti comunicativi” ma devo dire la verità che la prima volta che l'ho avuto personalmente è stato quest'anno.
Mi sono iscritto a settembre qui a tor vergata a scienze della comunicazione dopo aver passato due anni ad architettura alla Sapienza, non accorgendomi mai del fatto che quella facoltà non mi piacesse e non rispecchiasse minimamente i miei interessi.
Scelsi architettura semplicemente perché i miei genitori mi dissero che avrei potuto trovare un lavoro dato che mio zio è in quell'ambito, quindi continuai a studiare senza la minima passione per quelle materie pensando che mi potesse servire in futuro.
Ho deciso di cambiare proprio perché mi trovavo indietro con gli esami così quando iniziai a valutare la possibilità di venire qui a tor vergata i miei genitori rientrarono in gioco, consigliandomi facoltà come ingegneria o economia solo perché avrei avuto più possibilità lavorative.
Prima di quest'anno andare all'università mi pesava molto, e stavo pensando di abbandonarla proprio perché iniziavo ad odiare anche l'ambiente universitario.
Così scelsi con la mia testa ed ebbi una completa rivoluzione.
Ora frequento le lezioni con molto interesse e studio molto volentieri proprio perché gli argomenti mi piacciono e mi rispecchiano.
Non oserei pensare come fosse andata se avessi dato ascolto ancora una volta a i miei genitori, infatti credo che avrei abbandonato il percorso universitario.
Questo credo sia il migliore e più basilare esempio di “fallimento comunicativo”.

Vivian De Dominicis ha detto...

Geerz raccontando il caso dell’indiano ubriacone e del rene artificiale mette in luce come non serva a migliorare le cose un maggiore etnocentrismo, un maggiore relativismo o una maggiore neutralità ma è necessaria una maggiore IMMAGINAZIONE.
Il fallimento comunicativo è derivato dall’incapacità di entrambi di comprendere la posizione dell’altro e quella di loro stessi.
Un’esempio dove appunto manca l’mmaginazione che scaturisce un’incomprensione è quello di un’insegnante che prende di mira, punisce un ragazzo straniero che spesso si addormenta in classe. La maestra non sa che la famiglia si trova in una situazione difficile e che il ragazzo per aiutarli e pagarsi gli studi lavora spesso di notte e prende delle lezioni di italiano base, capita quindi che a lezione crolli dalla stanchezza. La maestra non si è sforzata di mettersi nei suoi panni così come il ragazzo non si è impegnato nel fasi capire a suo discapito, prendendosi punizioni e litigate senza realmente capire. Nessuna delle due parti ha fatto lo sforzo di immaginare l’altro.

Simone Longobardi ha detto...

Un esempio di comunicazione fallimentare la posso facilmente rintracciare in un episodio che ho vissuto un po’ di tempo fa con alcuni miei amici. Un pomeriggio li incontrai e mi chiesero se fossi uscito con loro quella sera. Saremmo dovuti andare in centro a Roma, senza però specificare in quale locale. Io ed un mio amico però, avremmo dovuto lavorare il giorno seguente quindi non avremmo potuto fare tardi. Gli altri ci assicurarono che non saremmo rientrati tardi e che loro anche se il giorno dopo non avrebbero lavorato, si sarebbero adeguati, tenendo conto che abbiamo sempre deciso il da farsi tutti insieme. Soddisfatti di quanto stabilito andammo a prepararci. Ci siamo visti per le 22 circa, ma nell’indecisione generale tardammo a scegliere il locale. Passò un’ora senza accorgercene e cominciammo a muoverci verso il posto scelto dove però una volta arrivati, ci dissero che bisognava mettersi in lista per assicurarsi un posto. Il ragazzo che stava all’entrata ci disse che avremmo dovuto aspettare che qualcuno se ne andasse per poter avere un tavolo. Io e il mio amico rimanemmo perplessi e domandammo il perché non avessero prenotato ed il motivo per il quale, sapendo che il giorno dopo avremmo dovuto lavorare, a mezzanotte ancora non avevamo concluso nulla. Capimmo che tutti dissero la propria opinione quel pomeriggio, ma nessuno si decise a prenotare in un locale stabilito, dando per scontato che prima o poi lo avrebbe fatto qualcun’altro. E sopratutto nessuno si era immedesimato nel punto di vista di chi non poteva tardare troppo. Così io ed il mio amico prendemmo 2 birre li vicino e tornammo a casa abbastanza arrabbiati con gli altri anche se poi chiarimmo l’accaduto. Sarebbe dunque bastato accordarsi bene prima di partire, scegliere il posto, prenotare e comunicarlo a tutti così che poteva essere chiaro anche a noi se era possibile andare con gli altri o no.

Aurora Celima ha detto...

Due anni fa è apparso su tutti i giornali e sui social network il volto di Alice Sabatini, una bellissima ragazza, proclamata vincitrice al concorso di Miss Italia in quell'anno stesso.
In realtà, però, ciò che scrivevano sui giornali e ciò di cui si parlava in tv, non riguardava la sua vittoria, ma una frase che ha pronunciato la miss poco prima di essere nominata vincitrice.
Nel rispondere in diretta televisiva ad una domanda di Claudio Amendola sul contesto storico in cui le sarebbe piaciuto vivere, Alice Sabatini ha affermato: "Nel 1942. Sui libri ci sono pagine e pagine, io volevo viverla, tanto so' donna e il militare non l'avrei fatto e me ne sarei stata a casa".
Da quel momento in poi la sua "gaffe" sulla guerra ha scatenato il web.
In realtà Alice pochi giorni dopo ha rilasciato un'intervista in cui precisava di aver scelto l'anno 1942 pensando alla sua bisnonna Augusta che allora aveva diciotto anni come lei, aveva vissuto la guerra e cresciuto quattro figli da sola.
"Mi sarebbe piaciuto avere la sua forza", ha detto Alice.
La ragazza ha definito l'avvenuto come un'esperienza psicologicamente devastante, da cui è stato difficile riprendersi, a causa delle continue offese, ma poteva essere giustificata dalle circostanze in cui si trovava, avendo una giovanissima età e trovandosi in una condizione particolarmente emotiva, davanti a milioni di persone.
La frase è stata interpretata da molti in maniera errata, leggendoci un elogio alla guerra che non era assolutamente nelle intenzioni della miss.
Tutto ciò può essere considerato come un fallimento comunicativo, dato che ormai la fama di questa giovane donna è legata unicamente al suo ingenuo sbaglio, invece che alla sua bellezza e alle sue doti.
Tutto ciò si sarebbe potuto evitare se solo gli spettatori avessero intuito, con la loro immaginazione, che la ragazza era sopraffatta dalla tensione e che l'emozione gioca brutti scherzi.

Francesca Bertuccioli ha detto...

Come esempio di fallimento comunicativo mi viene in mente un episodio che riguarda un mio amico, di nome Luis. Luis è un ventiduenne di origini argentine, e per motivi economici e alla ricerca di un lavoro che gli permettesse di fuggire da una vita di stenti condotta nel suo paese, nonostante la sua giovanissima età, un paio di anni fa ha deciso di partire, lasciando i propri parenti, tra cui madre e sorelle, e di venire in Italia, fiducioso che potesse aiutarle da qui.
Nel dicembre dello scorso anno, però, mentre Luis, non so in che contesto, riceve una telefonata dove viene a sapere che sua madre aveva avuto un malore che l'aveva costretta al ricovero. Ovviamente si può immaginare la sua reazione: un ragazzo, anzi un figlio, distante kilometri e kilometri da sua madre, impotente, lontano e solo. Così decide di comprare il primo biglietto di ritorno verso l'Argentina, di preparare le valige e aspettare il giorno che sarebbe atterrato nella sua terra e avrebbe potuto riabbracciare e sostenere la sua famiglia.
Tuttavia insorse un problema, il passaporto era scaduto e le pratiche per poterlo rinnovare prevedevano tempistiche molto lunghe, dai due ai tre mesi. Troppo.
Luis naturalmente non la prese bene ma, dopo aver cercato di spiegare le sue ragioni e aver cercato di accelerare i tempi, fu costretto ad accettare.
Il fallimento comunicativo che ho ritrovato in questa vicenda è dovuta ad una divisione che vede da una parte Luis, con le sue ragioni e la sua fretta che non accetta i tempi di attesa burocratici necessari per il rinnovo del passaporto, e dall'altra gli stessi rappresentanti di questa burocrazia che non hanno saputo comprendere la situazione di Luis, perché ancorati a delle ''regole'' e tempistiche.

Francesca Rita Apicella ha detto...

Lo sviluppo dei mezzi di comunicazione ha permesso di entrare in contatto con mentalità e visioni del mondo diverse dalla propria. Ma per quanto sia più facile adesso conoscere l’opinione in merito a un certo argomento di qualcuno dall’altra parte del mondo, le difficoltà di comprensione e comunicazione rimangono.
Mi capita spesso di dover leggere lunghi dibattiti in cui una parte vuole prevalere sull’altra, alla luce di una presunta superiorità intellettuale e/o morale. Per entrare nello specifico, la parola "race", "razza", in Europa non fa un bell’effetto, almeno non alla maggior parte delle persone, mentre oltreoceano non soltanto il suo uso è pienamente legittimo, ma molti membri dei numerosissimi gruppi culturali che costellano gli USA prendono la loro "appartenenza" ad una certa """race""" come caratterizzante della propria identità, in particolare i gruppi culturali più emarginati che su internet sembrano cercare di ribaltare dinamiche e luoghi comuni a cui nella vita reale sono sottoposti, di scrollarseli almeno per qualche ora di dosso.
Questa concezione, assieme alle sue conseguenze, come il colorismo, viene aspramente denigrata e attaccata dagli users di altri continenti, spesso europei, che iniziano a fare la lezione sul perché la parola "razza" non sia adatta agli esseri umani, con breve riassunto della storia dei fascismi europei integrato, senza cercare di comprendere minimamente il punto di vista di chi vive in una società dove la parola "razza" ha effetti reali e tangibili direttamente sulla loro pelle. Dall’altra parte gli statunitensi (la maggior parte dei sostenitori dell’altra sponda) accusano gli europei di ipocrisia e razzismo, scambiando quel disgusto istantaneo che generalmente noi europei proviamo sentendo parlare di "razze" per disgusto delle etnie che non fanno parte della nostra società, come se negare la parola equivalesse a cancellare quel tratto identitario che hanno imparato dalla società circostante a riconoscere come proprio.
Si potrebbe pensare che una delle due parti presti minimamente ascolto all’altra, dal momento che dibattono per lungo tempo e con grande impegno, ma i toni si tengono sempre rigorosamente alti e si continua indefinitivamente. Non c’è possibilità di conciliazione, assolutamente nessuna. Vanno avanti per anni ormai, sempre gli stessi argomenti, le stesse parole, senza alcuna mediazione tra i due mondi, che sembrano totalmente ignari del fatto che la loro opinione fa parte di un orizzonte molto più vasto e a cui di certo non sono arrivati per una qualche illuminazione intellettuale o divina, ma perché ci sono nati dentro. Ignari della posizione dell’altro come della propria.

Sarah Dari ha detto...

Nel corso della mia vita ho assistito a molti litigi (tra amici, parenti, ecc.) e ho notato che uno delle maggiori cause di incomprensione, e dunque di fallimento comunicativo, è l'atteggiamento passivo-aggressivo di una delle due parti. In parole povere, l'utilizzo del silenzio come difesa o attacco nei confronti dell'altro. Credo sia uno dei casi in cui utilizzare l'immaginazione di cui parla Geertz risulta allo stesso tempo fondamentale e quasi impossibile, anche se non del tutto.
Effettivamente, questo sembra essere più un problema relativo alla psicologia dell'individuo, piuttosto che alla sua cultura. Ma se portiamo all'estremo il concetto di specificità fino ad arrivare all'individualismo, possiamo considerare ogni persona come portatrice di una propria e unica cultura, un particolarissimo microcosmo diverso da tutti gli altri.
In questo caso, comprendere l'altro e mettersi nei suoi panni, ulizzando l'immaginazione, vorrebbe dire essere un bravo interprete della cultura dell'altro, e dunque un buon conoscitore di quella persona, e riuscire in questo modo a trovare il significato di un segno culturale così delicato e inafferrabile come il silenzio.

Se traspongo questo esempio a un livello più generale, mi viene in mente la Guerra Fredda(evento storico, probabilmente ancora in corso, dai contorni incerti proprio a causa della sua natura estrememante effimera). In questo particolare caso, il fallimento comunicativo, l'utilizzo del silenzio, è coscientemente voluto e ricercato dalle due parti e traformato in vera e propria arma. Se si fosse optato, invece, per l'utilizzo dell'immaginazione, si sarebbero evitate molte stragi, come ad esempio i - purtroppo - famosi episodi di Hiroshima e Nagasaki.



Vanessa Rita ha detto...

Tutti i pomeriggi lavoro come baby-sitter e aiuto compiti con quattro cugini di età differente, tra i 9 e i 13 anni. M. è la più grande e frequenta l'ultimo anno delle scuole medie inferiori.
Qualche giorno fa mi è capitato di essere contattata dalla mamma di L., un adolescente di 13 anni che diverse volte ho aiutato con lo studio e i compiti di spagnolo; la signora mi ha contattato per aiutare il figlio con i compiti di spagnolo. Il giorno seguente, ho chiesto a M. se per caso conosce L., se frequentavano la stessa classe, dato che entrambi sarebbero partiti questa settimana per il campo scuola a Torino. M. mi disse che L. frequentava la sua classe, poi aggiunse "L. è una capra in tutto a scuola!". Nel sentire queste parole di M. subito l'ho rimproverata, e le ho spiegato anche che L., secondo quanto mi aveva spiegato la mamma, aveva avuto fin da piccolo problemi di apprendimento, disgrafia e discalculia, problemi che ancora oggi non sono del tutto risolti e che ancora oggi si trova ad affrontare. Credo che la risposta ricevuta da M. circa il suo compagno L. possa essere un chiaro episodio di comunicazione fallimentare, un fallimento comunicativo creatosi in primo luogo tra professori (che dovrebbero essere a conoscenza dei problemi di L.) e studenti stessi, nonché compagni di L.
M., come quasi sicuramente anche i suoi compagni di classe, non hanno messo in atto l'uso dell'immaginazione: essi si sono infatti fermati all'apparenza dei brutti voti senza provare a vedere la situazione dal punto di vista di L., provando ad immedesimarsi in lui e provando ad affrontare i suoi problemi. L., seppur impegnandosi a scuola, continua a risultare una "capra" agli occhi dei suoi compagni. Se i tutti i compagni di classe fossero stati messi a conoscenza delle difficoltà incontrate da L., magari anche con l'uso dell'immaginazione, e non fermandosi all'apparenza delle cose, avrebbero potuto in precedenza aiutare L. nello studio.

Emanuele Ietto ha detto...

DOMANDA 1

I fallimenti comunicativi nel mondo si verificano con grande frequenza in vari ambiti.
In alcuni casi, un fallimento comunicativo può essere evitato semplicemente con l'ausilio dell'immaginazione. A tal proposito, posso raccontarle come esempio la storia di un mio vecchio amico, Marco, che non sento da tempo: finì la scuola media con buoni risultati, e al momento della scelta della scuola dove proseguire la propria carriera scolastica, anziché scegliere un istituto tecnico come suggeritogli dai suoi insegnanti, decise di iscriversi in un liceo scientifico. La scelta si rivelò sbagliata: Marco venne ammesso a stento in secondo liceo e non venne ammesso in terzo. Chiese allora ai suoi genitori di cambiare scuola per trasferirsi in un istituto tecnico come gli era stato consigliato, ma i genitori si opposero, non comprendendo i disagi del figlio, in quanto avrebbero desiderato vedere Marco proseguire gli studi al liceo e successivamente all'università. Di lì a poco, Marco andò incontro alla seconda bocciatura consecutiva e maturò la decisione di abbandonare gli studi, finendo per frequentare compagnie poco raccomandabili.
Tutto questo a causa di una mancanza di immaginazione da parte dei genitori di Marco: se questi fossero riusciti a guardare le cose dal punto di vista del figlio e a comprenderne i disagi, la situazione non sarebbe precipitata in questo modo.

Anonimo ha detto...

Un caso di fallimento comunicativo che avrebbe potuto essere colmato se gli interlocutori avessero fatto uso di immaginazione come intesa da Geertz che mi viene in mente è quello che può avvenire tra due persone di culture diverse, per esempio tra lo stereotipo di italiano del Nord che magari per motivi di lavoro si trasferisce al Sud e nei modi è più freddo, timido di poche parole con le persone che non conosce ancora bene e viene etichettato dalla nuova società in cui vive come uno che si sente superiore per cultura o levatura morale. Invece non si sforzano di capire che lui ha un modo diverso di approcciarsi alle persone semplicemente perché fa parte della sua cultura da sempre.

Valerio Veloccia

Filippo Scafoletti ha detto...

Filippo Maria Scafoletti

Il fallimento comunicativo può essere riscontrato nella vita quotidiana in continuazione. Possiamo dire di essere costantemente in uno stato di "non comprensione" con le persone in quanto i significati che attribuiamo ai segni che ci circondano (e quindi ai messaggi che diamo) sono soggettivi (ognuno ha il proprio livello emico di osservazione). Le incomprensioni possono avvenire su diversi livelli, ma la causa scatenante può essere ricondotta alla scarsa capacità di immaginazione da parte degli interlocutori (degli attori sociali). Un esempio di fallimento comunicativo può essere sviluppato partendo dall'idea di opera d'arte. Se si pensa a molte opere d'arte contemporanea, ma anche ad artisti più remoti, esponenti magari di correnti particolari, si può capire meglio il riferimento. Può infatti capitare di trovarsi di fronte ad un quadro, ad una scultura, ad un film, senza riuscire a coglierne minimamente il significato, o addirittura può capitare di provare sentimenti negativi nei confronti dell'opera. se il messaggio che l'artista voleva trasmettere non è chiaro (poca immaginazione da parte dell'artista) o non viene colto da parte del fruitore perchè non riesce ad immedesimarsi (poca immaginazione da parte del fruitore) avviene a tutti gli effetti un fallimento comunicativo. L'artista rischia di non riuscire a cogliere il punto di vista di chi dovrà ammirare il suo lavoro e dunque può realizzare un'opera il cui messaggio resti valido solo per lui stesso; viceversa il fruitore del lavoro deve avere i mezzi comunicativi giusti per poter far sua l'opera d'arte, deve essere in grado di contestualizzarla alla visione di chi l'ha realizzata per poterla capire davvero. E' evidente come questo sia molto complicato da effettuare nella maggiora parte degli episodi della vita quotidiana, come insegna Max Weber: Siamo animali persi nelle reti di segni noi stessi abbiamo costruito.

Lorenzo Giannetti ha detto...

Riporto un caso di fallimento comunicativo avvenuto fra persone che non solo sono sullo stesso "vagone" culturale ma, ampliando la fuorviante metafora di Lèvi-Strauss, sono negli stessi sedili del vagone: la situazione è quella di un gruppo di amici ormai da anni affiatati. Uno di loro con l'inizio dell'ultimo anno delle scuole superiori va incontro ad una serie di piccole problematiche che sommate le une alle altre costituiscono una montagna troppo ripida da scalare. Pian piano entrano in crisi non solo la sua carriera scolastica ma anche i rapporti interpersonali. Allora il gruppo di amici si riunisce più volte tentando diversi approcci per spronare il ragazzo (affrontarlo a muso duro,con più calma o provando a farsi aiutare anche dai genitori), ma senza successo. Alla fine dell'anno scolastico il gruppo si divide poichè tutti affronteranno il mondo dell'università/lavoro tranne il ragazzo che dovrà incassare una bocciatura scelta da lui stesso (avendo smesso di andare alle lezioni). Può sembrare chiaro da quale parte si sia verificata la mancanza dell'uso dell'immaginazione come è intesa da Geertz: è stato il gruppo che non ha compreso le esigenze e lo stato d'animo più profondo del ragazzo ed è stato dunque inefficace lo sforzo per risollevare la sua situazione. Ma, parole del diretto interessato dopo aver superato questa "crisi", in realtà anche lui si è dimostrato un "muro" comunicativo perdendosi nella convinzione che nessuno poteva aiutarlo e che nessuno lo capiva. Dunque ho tratto come conclusione da questa storia il fatto che mai nelle dinamiche interpersonali (figuriamoci interculturali) il difetto comunicativo, l'abuso di etnocentrismo, è praticato interamente da una sola delle parti in causa.

Gabriela Baican ha detto...

Per rispondere a questa domanda ho voluto prendere spunto da un film d'animazione giapponese che ho visto qualche tempo fa intitolato Il giardino delle parole, di Makoto Shinkai, e ho cercato di riadattarlo mettendoci un po' del mio.


Ci troviamo di fronte alla storia di Takao, un giovane ragazzo di soli 15 anni, con il sogno piuttosto bizzarro di realizzare scarpe e, magari in un futuro non troppo lontano, farne la sua attività lavorativa. Non è qualcosa da condividere con i suoi compagni e, anzi, per dar sfogo al suo desiderio, giunge persino a marinare la scuola nei giorni di pioggia. Si reca infatti in un parco dove, sotto un gazebo, può dedicarsi indisturbato al disegno di nuovi modelli di scarpe. È un ragazzo introverso, vive da solo, quindi è costretto a fare più di un lavoro : deve provvedere a pagare le spese di casa, i materiali da lavoro e la retta della futura scuola. Inoltre il rapporto con la madre è molto difficile in quanto quest’ultima lo ha ormai abbandonato ed è solita frequentare uomini più giovani di lei. Recandosi nel parco incontra una giovane donna, Yukari, che come lui ama sedersi sotto il gazebo e sorseggiare birra mangiando cioccolato. Il ragazzo fin dal primo momento che la vede la giudica come una donna spregevole e trova molto strano il fatto che beva birra di prima mattina. Ciò nonostante pian piano, incontrandosi durante i giorni di pioggia, i due iniziano a conoscersi, scambiandosi di volta in volta qualche parola e il ragazzo incomincia a provare dei sentimenti verso la donna. Un giorno decide di confessarle ciò che prova ma lei lo rifiuta, raccontadogli che in passato aveva avuto un’esperienza simile.
Yukari, infatti, era una professoressa del suo liceo e a causa della sua bellezza aveva suscitato gli stessi sentimenti provati da Takao in moltissimi altri studenti. Dopo che all’interno della scuola questi ultimi iniziarono a spargere delle voci su di lei, aveva deciso di allontanarsi. Inoltre, non riuscendo a sopportare la situazione, era finita col cadere in una grave depressione, tanto che i medici decisero di prescriverle degli antidepressivi. Per questo motivo aveva iniziato a soffire di disgeusia e gli unici sapori che riusciva a sentire erano quelli della birra e del cioccolato, che era solita portare con sé al parco.
Ovviamente il primo pensiero di Takao nel vederla era stato che la donna avesse semplicemente qualche rotella fuori posto, non era riuscito a pensare che tutto ciò derivasse da questo particolare disturbo, causato a sua volta da una malattia come la depressione.
Takao si è così trovato all'interno di un fallimento comunicativo, non riuscendo a mettere in pratica l'immaginazione di cui ci parla Geertz. Il giovane ha infatti interpretato in modo sbagliato le azioni della donna, non conoscendo la sua storia.

Giampaolo Giudici ha detto...

Tempo fa, su un mezzo pubblico ho assistito personalmente ad un totale fallimento comunicativo. Una signora dell'est Europa si accinge a scendere dal bus e, mentre si incammina verso l'uscita, rimane impigliata nello zaino di un ragazzo seduto vicino a me. La signora, probabilmente sentendosi strattonata dal lato della borsa, si volta verso il ragazzo e comincia ad urlare accusandolo di essere un borseggiatore.
Il ragazzo tenta di difendersi in un italiano stentato, dopo di che passa all'inglese. Intervenendo con un altro passeggero, cerchiamo di tradurre le parole di scuse e difesa del ragazzo nei confronti della signora, ma questa non vuole sentire ragioni e continua ad accusare il ragazzo in quanto nero e quindi incline ai furti.

Ovviamente l'episodio si sarebbe potuto evitare, se la signora avesse cercato di comprendere le ragioni del ragazzo che non stava commettendo alcun furto. Oltre alla barriera linguistica (abbassata dall'altro passeggero e da me), la signora ha dimostrato una mancanza di "immaginazione alla Geertz", non provando mai a mettersi nei panni del povero ragazzo, ingiustamente accusato di furto.

Mery Mastandrea ha detto...

1) Il fallimento comunicativo fa parte del gioco, è implicato inevitabilmente nel processo di scambio comunicativo, ne è parte integrante e in qualche misura lo costituisce.
Chi può davvero dirsi compreso? Quante volte diciamo "tu non mi capisci"? Quante volte crediamo di essere stati chiari e invece ci accorgiamo che l'altra persona non ci ha intesi, o meglio, non ci ha intesi come Noi volevamo essere intesi?!
Citando una delle piu belle canzoni di Jovanotti:
"Che lingua parli tu?
Se dico vita dimmi cosa intendi
E come vivi tu?
Se dico forza attacchi o ti difendi?..."

Lo scambio comunicativo è dunque molto più complesso di ciò che sembra ed il rischio di non essere compresi è costante, è anche vero però che l'utilizzo dell'immaginazione e della capacità di mettersi nei panni dell'altro svolgono in questo caso un ruolo essenziale.
Penso per esempio a due persone che litigano e conseguentemente smettono di parlarsi, entrambe probabilmente si aspettano di ricevere delle scuse, ma nessuna delle due invece è pronta a scusarsi per prima...entrambe sottostanno alla forza dell'orgoglio senza pensare, senza immedesimarsi nei panni dell'altra persona cercando di capire a fondo le motivazioni l'una dell'altra. In questo caso la comunicazione fallisce perchè non c'è la necessaria forza di volontà di comprendersi e di venirsi incontro.

Federica Sorrentino ha detto...

Esempi di fallimenti comunicativi in cui l’immaginazione, intesa nel senso descritto da Geertz, non viene utilizzata per rimediare ad un fraintendimento possono essere riscontrati nella vita di tutti i giorni.
Una situazione nella quale possiamo evidenziare tale fenomeno è quella di un dibattito, a cui ho personalmente assistito, tra uno studente universitario italiano e un ragazzo africano, emigrato dal suo paese. Tema principale della discussione tra i due era quello dell’immigrazione nel nostro paese: il ragazzo italiano sosteneva che, in un paese attraversato da profonde crisi economiche e lavorative e caratterizzato da un’instabilità sempre maggiore, l’immigrazione fosse un ulteriore problema. Inoltre, alquanto ignorantemente, sosteneva che la causa dell’aumento di criminalità e delle “epidemie” fosse proprio l’arrivo di gente proveniente da altri paesi. Il ragazzo africano, in risposta, tentava di spiegare le motivazioni della fuga dal suo paese, decisione presa con difficoltà. Il fallimento comunicativo è dettato dal fatto che nessuno dei due interlocutori ha provato, anche solo per un attimo, ad utilizzare l’immaginazione e dunque ad immedesimarsi con l’altro. Infatti, lo studente italiano non ha pensato che quel ragazzo con cui stava discutendo fosse lì, ad “invadere” il suo paese, perché in fuga da una guerra o dalla povertà nel proprio. Allo stesso tempo, però, il ragazzo africano, tentando di far prevalere le sue ragioni, non ha cercato di mettersi nei panni dell’altro, arrabbiato per l’assenza di lavoro e le crisi del proprio paese di cui da giovane cittadino italiano risente profondamente.

Marta Piccioni ha detto...

un esempio di fallimento comunicativo in piena regola possiamo facilmente sperimentarlo sulla nostra pelle, ogni volta che discutiamo con qualcuno e magari ci ritroviamo a pensare "ma parlo arabo??"; spiegando questo modo di dire con un esempio posso far riferimento ad una discussione tra coinquiline [A e B], sulle pulizie nell'appartamento che condividono: A e B hanno stabilito dei turni, in merito ai quali non c'è possibilità (idealmente parlando) di fraintendimento perché sono affissi sul frigo. Puntualmente quando è B a fare le pulizie, A trova sempre qualcosa che non va, e all'ennesima volta lo fa presente a B, la quale cerca di spiegare le sue ragioni (ex. abitudine a fare una certa cosa in un certo modo) ma A si rifiuta di ascoltare le motivazioni e pensa "ma parlo arabo??"- non è una questione linguistica, in senso stretto, bensì a mancare è quella volontà (concetto basilare della comunicazione in quanto intesa come "volontarietà nel veicolare un messaggio in modo tale da rendere efficace la comunicazione") di mettersi dal punto di vista altrui per accettarne le argomentazioni, o quanto meno prenderne atto.

Simona Antuoni ha detto...

Oserei dire che “Fallimento comunicativo” è ovunque. Mi spingo a dire ciò , anche se non mi piacciono gli assoluti, perché penso che in pochi riescano a far uso dell’immaginazione nel senso in cui ne parla Geertz (ed io molto spesso sono la prima). C’è di buono che sto imparando molto da questa materia a me “aliena” e magari già che ammetto di essere la prima a non saper far uso dell’immaginazione alla Geertz è un miglioramento. Un miglioramento già solo il fatto di sapere dell’esistenza dell’immaginazione di cui parla Geertz. In ogni modo, potrei fare mille esempi di fallimento comunicativo. Un esempio di mia conoscenza che mi viene in mente dopo la storia dell’indiano ubriacone, è la seguente: X è padre di famiglia e da diversi anni è un dializzato. Il figlio si è fatto grande ed è un medico (alle prime armi, ma rimane comunque un medico). A tavola finchè si ride e si scherza va tutto bene… ma se si ride e si scherza mentre X beve un sorso di un qualsiasi liquido in più del Potuto (acqua frizzante, acqua naturale, vino, prosecco, succo, birra eccetera), ecco che il figlio (ossia il medico) va su tutte le furie. Non sopporta quel modo di fare di X, quella sua superficialità, quel suo egoismo. D’altra parte X non ne vuole più sapere di stare sempre dannatamente attento e di non potersi mai concedere un “piacere” facendosi, ad esempio, un sorso d’acqua. A tavola il clima cambia e si fa più che teso. Nessuno riesce a mettersi nei panni dell’altro, figlio che adora il padre e padre che ama il figlio, guardano da un’angolazione diversa e non fanno uso dell’immaginazione alla Geertz, non si impegnano a capire l’altro, il diverso. (Purtroppo).

martina fiorentini ha detto...

Martina Fiorentini
Angelo e Daniela sono una giovane coppia di sposi e abitano in una palazzina vicino al centro di Frascati. Da poco è arrivato nella loro vita il loro primo figlio Edoardo e insieme a lui dei nuovi vicini, Filippo e Stefania una coppia di musicisti rocchettari particolarmente appariscenti e rumorosi. Le abitudini e gli orari della famiglia sono ovviamente cambiati anche per le nuove necessità portate dal piccolo Edoardo. Tutta la nuova routine viene complicata dalle abitudini dei vicini che ogni giorno suonano i loro strumenti nell’appartamento vicino svegliando costantemente il bambino appena addormentato. Dopo varie richieste da parte di Angelo ai suoi vicini di abbassare il volume o di spostare gli orai delle prove le cose non accennano a migliorare. La situazione inizia a diventare pesante fino al giorno in cui Angelo decide di affrontare Filippo arrivando alle mani. Daniela avverte i carabinieri della situazione che, dopo un breve sopralluogo, non possono fare altro che consigliare ai due musicisti di moderare il volume. Passano i mesi la situazione è sempre più insopportabile, fino a che i giovani sposi prendono la decisione drastica di lasciare il loro appartamento e cercare una nuova casa per la salute e anche sicurezza della loro famiglia. Vediamo come in questo esempio vi sia un fallimento comunicativo, se solo entrambe le parti si fossero aperte l'un l'altro, se solo ci fosse stata l’immaginazione (alla Geertz), il trasferimento della famiglia di Angelo probabilmente non sarebbe stato necessario: la coppia di sposi avrebbe potuto immaginare la necessità di prove dei musicisti e magari trovare un accordo con loro chiedendo di spostare le loro prove in altri orari della giornata senza ricorrere agli insulti e alle mani, i musicisti allo stesso tempo avrebbero potuto immaginare che suonare in orari così disparati avrebbe recato fastidio agli altri condomini e in particolare ai loro vicini più diretti i quali avevano un bambino appena nato e magari organizzarsi, oltre a provare in altri orari, con l’insonorizzazione della loro sala prove.

Jamila Zenobio ha detto...

Riporto qui di seguito una mia esperienza personale rappresentativa di un fallimento comunicativo.
All’età di 8/9 sono andata insieme alla mia famiglia in vacanza in Marocco dove ho avuto modo di conoscere parte dei miei cugini che vivono lì. Siamo stati ospitati con grande entusiasmo e, come avviene sempre nei paesi nordafricani, ci è stato offerto un pranzo ricchissimo.
Dopo una meravigliosa carrellata di piatti abbondanti, tre dei miei cugini marocchini hanno concluso il pranzo con una serie di sonori rutti. A questo punto io (complice anche la mia giovane età) sono scoppiata a ridere.
I miei cugini sono rimasti scandalizzati non solo dalle mie risate inopportune ma anche dal fatto che io non avessi risposto al loro gesto di apprezzamento del cibo con il consueto “صحة”, ovvero “salute”.
In questo caso sia io che i miei cugini non abbiamo affrontato, citando le parole di Geertz, “l’impresa snervante di mettersi l’uno nei panni dell’altro”. Io non ho inteso che il loro gesto altro non era che l’apprezzamento del pranzo e un ringraziamento alla cuoca, loro d’altro canto non hanno fatto lo sforzo di capire che le mie risate erano provocate dalla singolarità dell’evento e dal fatto che ruttare nella mia cultura venisse interpretato come un gesto di maleducazione con risvolti talvolta comici.
Jamila Zenobio

FEDERICO COCCO ha detto...

Un fallimento comunicativo può determinare vari tipi di situazioni, più o meno tragiche o importanti. L'esempio che mi viene in mente è quello di un gruppo di ragazzi che partono per un viaggio e appena arrivati a destinazione conoscono un gruppo di ragazze. Due maschi del primo gruppo, uno piú riflessivo e timido (A) e l'altro più spensierato (B) si invaghiscono della stessa ragazza del secondo gruppo (C) , una volta tornati nella loro camera d'albergo la sera, mentre parlavano tutti insieme, B ammette con aria scherzosa che era rimasto colpito dalla ragazza C e che voleva provare a conquistarla creando una sorta di sfida con se stesso, mentre l'altro ragazzo, A, dopo l'esternazione dell'amico, conoscendolo per la sua fama di "rubacuori", non riesce a dire nulla agli amici sui sentimenti forti verso quella ragazza, che a primo impatto aveva provato. Il pomeriggio seguente, B incontra in spiaggia insieme A e C e preso dalla rabbia si scaglia verso A , iniziarono a parlare, durante il dialogo A provò a far capire all'amico che lui provava sentimenti veri e forti verso la ragazza ma B non capì la serietá della cosa, accecato dalla rabbia. Qualche giorno dopo A dovette ripartire in anticipo, gli amici rimasero e così B per le sere restanti provò, in segreto, a riconquistare la ragazza. Quest'ultima però rimase fedele ad A, informandolo sull'accaduto e una volta tornati tutti a casa i due amici chiusero per sempre. L'amico B non riuscì a comprendere che i sentimenti del suo amico erano seri e forti rispetto ai suoi molto più superficiali, e non riuscì a mettere da parte i suoi desideri di conquista per il bene del suo amico, rimase accecato dal desiderio di rivincita e questo portò alla fine del rapporto fra i due. Mi viene in mente una frase poco famosa di Gandhi, "occhio per occhio e il mondo diventa cieco" dobbiamo imparare a guardare meno noi stessi e concentrarci un po' di più sugli altri, usando l'immaginazione secondo Geertz in modo da poter capire il punto di vista delle altre persone, metterci nei loro panni ed evitare situazioni, spesso anche banali, che potrebbero portare a conclusioni talvolta irrimediabili.

FEDERICO COCCO

ILENIA FALSONE ha detto...

Non ce ne rendiamo conto ma, siamo quotidianamente circondati da fallimenti comunicativi. La comunicazione "fallisce" nel momento in cui, tra due interlocutori non c'è quell'immaginazione tale, da riuscire a superare le incomprensioni che possono scaturire durante il dialogo. A tal proposito vorrei riportare un esempio che sto vivendo in prima persona. Da qualche mese, frequento un ragazzo. Siamo molto simili e riusciamo a confrontarci su molte cose, ma è anche vero che su determinati argomenti ci "scontriamo". Diciamo che, a primo impatto sembra che diamo un "peso" diverso a determinate cose. In realtà, non è così poiché abbiamo alle spalle un vissuto diverso e i rapporti con le nostre rispettive famiglie, sono altrettanto differenti. Il tutto, influisce su alcuni aspetti del nostro rapporto, tanto che a volte è come se parlassimo due lingue diverse, ma alla fine intendiamo dire la stessa cosa. Da queste differenze, nascono delle incomprensioni che vengono affrontate e superate, soltanto, dopo aver riflettuto, mantenuto la calma e cercato di metterci una nei panni dell'altro. Quindi, una volta che avviene un fallimento comunicativo è soltanto con la forza di volontà da parte di entrambi che potrà essere colmato.

Martina Schettino ha detto...

Mi viene in mente un famosissimo passo di Pirandello che - cito testualmente - dice: "Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch'io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre, chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sè, del mondo com'egli l'ha dentro?" Il fallimento comunicativo è un problema quanto mai attuale, soprattutto al giorno d'oggi che si ha a che fare con mezzi di comunicazione che paradossalmente invece di agevolarla, la rendono più difficile. Si prenda ad esempio un semplice sms. In un sms non è possibile rilevare né tono della voce, né espressione facciale e questo è un bel problema quando si affrontano certi argomenti perché si rischia di fraintendersi (cosa che il più delle volte accade). Esempio di fallimento comunicativo più eclatante è rappresentato dalle notizie trasmesse dai tg locali o nazionali in merito ad un fatto avvenuto, specie se il fatto in questione coinvolge una persona di altra nazionalità. Il modo in cui percepiamo una notizia è il più delle volte soggettivo e questo dipende da tanti fattori che possono essere i principi morali coi quali siamo stati cresciuti, quelli sui quali la nostra cultura è imperniata (ritorniamo al discorso delle reti di significati). E allora interpretiamo, che interpretare è il più delle volte giudicare senza aver attivato il processo di immaginazione di cui parla Geerzt, che porterebbe a comprendere, che comprendere non vuol dire necessariamente concordare ma prendere atto di un fatto anche dal punto di vista di un altro.

Martina Schettino

Leandro Pasquali ha detto...

Un esempio eloquente di fallimento comunicativo è, ad esempio, alla base dell'antipatia tra cane e gatto, due animali che nell'immaginario comune non vanno assolutamente d'accordo. Scientificamente sembra che alla base ci sia il movimento caudale di questi due animali, il cane infatti muove la coda per esprimere apertura e voglia di giocare, il gatto, al contrario la agita in segno di difesa. Si uniscono a questo altre dinamiche legate alla natura sociale tipica di questi due animali: il cane è più curioso e socievole, il gatto più riservato. Queste differenze portano cane e gatto a fraintendere l'uno le intenzioni dell'altro, arrivando così, appunto, ad un fallimento comunicativo. L'immaginazione di cui parla Geertz, necessaria a superare le incomprensioni, è possibile anche negli animali, semplicemente lasciandoli trascorrere tempo insieme e finire inevitabilmente per "comprendersi" meglio, il tanto che basta ad evitare conflitti. Chiaramente nell'essere umano i processi che regolano le difficoltà comunicative e l'immaginazione sono estremamente più complessi.

Adriano Simei ha detto...

Posso facilmente prendere l’esempio di una conversazione qualsiasi tra due persone, il messaggio di uno non sarà mai recepito dal destinatario nella maniera culturale personale dell'emittente, o almeno non sarà recepito con l’intento che l’emittente aveva in testa, e questo è già di per sé un fallimento comunicativo.

Abbiamo la comunicazione tra omosessuali ed eterosessuali, che nel corso dei secoli è senza dubbio meno proibitoria, ma che resta saldamente un tema di fallimento comunicativo tra due prospettive diverse nello stesso genere.
L’immigrazione, altro tema caldo dei giorni nostri che vede aprirsi davanti un panorama vasto di fallimenti comunicativi, noi che pensiamo che vengano qui per vivere meglio, i governi che ci vogliono far credere che vengano qui perché c’è una mafia sui traffici illegali di persone, gli immigrati che dicono che vengono qui perché lì da loro tra guerre civili ed ingiustizie varie sono costretti a scappare via controvoglia.
Questi possono essere già tre temi validi per la risposta al quesito, vorrei sollevarne un quarto se lecito, quello che vede il rapporto comunicativo tra gli attentati/attentatori terroristici e ed i governi/popolazioni colpiti; chi da un lato si difende attaccando (attentatori) e chi dall’altro attacca difendendosi (stati/governi/popolazioni), ovvero, chi dice di difendere i propri ideali, le proprie ideologie religiose ed i propri orientamenti, dagli oppressori delle medesime, escogitando così attacchi, dei veri assassini per mano di pazzi estremisti nelle città europee e non solo; e chi da anni attacca militarmente queste culture, difendendosi col dire che la guerra è un atto di prevenzione a favore della libertà e della sicurezza contro ipotetici attacchi di distruzione di massa. Quale è la verità? E’ veramente così o ci troviamo davanti ad un altro fallimento comunicativo? Un fallimento che è ben più grande del nostro ubriacone indiano, qui ci sono vite umane che ogni giorno cadono al suolo sotto i colpi di armi da fuoco, un fallimento che oggi giorno non ci porta a star tranquilli da nessuna parte, in nessun luogo affollato o piazza pubblica, qualcosa che non sarà facile risanare.

Simei Adriano

Luca Renzi ha detto...


I più classici dei fallimenti comunicativi sono legati spesso alla sfera familiare, pensiamo ad esempio al rapporto fra genitori e figli.
Genitori e figli sono divisi da una realtà culturale diversa data dall'età e sovente si verificano fallimenti comunicativi da parte di entrambi, siano essi figli o genitori.
Poniamo l'esempio che un ragazzo di 14 anni si confronti con sua madre che ne ha 46.
La disputa in questo caso prende in esame il vestiario che questo ragazzo di 14 anni vorrebbe che la madre gli comprasse. Questo non specificato vestiario risulta essere, nella mente del figlio, una necessità in quanto il possedere questo capo d'abbigliamento gli permetterebbe di consolidare il suo status sociale nei confronti dei suoi coetanei.
Inutile dire che a gli occhi della madre, la richiesta risulta insensata ed il capo d'abbigliamento decisamente alieno e contrario ad ogni forma di gusto estetico che la madre può aver maturato nella sua adolescenza ormai distante.
Ovviamente, per vergogna ed orgoglio, il figlio non dirà mai alla madre di voler questo vestito (che tutti i suoi amici possiedono) solo per sentirsi parte di un gruppo, quindi la madre, che in questo caso non fa alcuno sforzo per comprendere, grazie alla sua immaginazione, i bisogni del figlio, incorrendo quindi in un fallimento comunicativo.

Francesca D'Amico ha detto...

Purtroppo oggi i fallimenti comunicativi sono numerosi e spesso si tende a parlare senza neppure IMMAGINARE come stiano le cose veramente da un altro punto di vista.
Riporto due mie esperienze che rappresentano un fallimento comunicativo. Sin da piccola sono sempre stata molto magra. A 11 anni mi sono trasferita a Roma per frequentare un’importante accademia di ballo. Le lezioni erano molto dure e ovviamente era preferibile avere un fisico adatto alla danza classica. Un primo fallimento comunicativo avvenne qualche anno dopo con una insegnante che a 13 anni mi vedeva “ingrassata” quando in realtà il motivo di mezzo chilo in più era il semplice fatto che io stessi diventando “grande”. Se lei avesse immaginato che dietro una piccola allieva, che stava iniziando a mettere le sue forme, ci fosse in realtà una bambina di 13 anni, allora mi sarei risparmiata un sacco di problemi che ancora oggi qualche volta mi accompagnano.
Un secondo fallimento comunicativo, avvenuto sempre per lo stesso motivo, è capitato con i miei compagni di classe. Senza preoccupazioni facevano battute e mi deridevano, uno di loro mi chiamava sempre “stecchino”. Anche in questa occasione i miei compagni non hanno immaginato che il mio fisico fosse sempre stato quello e che stessi frequentando una scuola che mi richiedeva di non avere chili in più come magari avrebbero potuto permettersi loro! Il punto è che queste persone non hanno aperto i loro confini mentali, sono rimaste chiuse all’interno del loro misero mondo, senza preoccuparsi minimamente di ciò che stesse succedendo all’altro o semplicemente senza curarsi delle sue reazioni.

Gaia Bottaro ha detto...

Di fallimenti comunicativi ne siamo circondati, uno degli esempi più evidenti è l'atteggiamento che le forze dell'ordine hanno nei confronti dei cittadini. Prendo in analisi la situazione italiana, ma nella maggior parte del mondo è più o meno la stessa. Il modo in cui si pongono a noi le persone che dovrebbero proteggerci è tutto il contrario di come dovrebbe essere. Come posso dare fiducia e sentirmi sicura sapendo che in molti, tra le file delle forze del'ordine sono dei razzisti, dei violenti o anche dei menefreghisti? Sinceramente il sentimento che mi provocano è senz'altro la paura, a me come a molti altri, soprattutto ragazzi e ragazze. Troppe volte mi è capitato di ricevere osservazioni non gradite dai "simpatici" militari posti in giro per Roma, affiancati dai poliziotti. Sicuramente e per fortuna tra di loro ci saranno altrettante persone per bene, che rispettano i cittadini e che non si approfittano del proprio potere, ma il numero di chi invece lo fa è veramente troppo alto.
Gaia Bottaro

Ilaria Iannuccilli ha detto...

Come esempio di fallimento comunicativo mi viene in mente il caso di una cantante americana di nome Kelly Clarkson. Intervistata recentemente da una rivista musicale, l’artista ha raccontato della depressione che l’aveva colpita nei primi anni della sua carriera.
Durante quel periodo, il suo corpo rispondeva perfettamente ai canoni estetici dettati dal mondo dello spettacolo, e questo bastava per far sì che agli occhi della gente, attenta solo al suo aspetto esteriore, sembrasse una ragazza senza alcun problema. In realtà, la cantante ha spiegato che proprio in quel periodo stava vivendo un periodo di grande disagio, che l’aveva quasi portata al suicidio. Oggi invece, avendo risolto i suoi problemi sul piano psicologico, ha dichiarato di sentirsi serena e in pace con se stessa anche a fronte di un evidente aumento di peso che negli ultimi tempi le ha portato numerose critiche.
In conclusione, l’utilizzo dell’immaginazione nel modo in cui ne ha parlato Geertz, sarebbe stata fondamentale per guardare oltre il velo dell’aspetto esteriore, non sempre corrispondente a quanto si prova interiormente.

Ilaria Iannuccilli

Francesca Calisi ha detto...

La cultura, è costituita da una fitta rete di segni, talvolta così complessi che gli attori sociali  rimangono intrappolati in una dimensione di incomprensibilità e incomunicabilità . Viviamo in una società in cui facciamo fatica ad immedesimarsi nell'altro, e questa è la causa del divario che si viene a creare tra le diverse culture. Il fallimento comunicativo avviene con l'emittente che sta provando ad inviare un messaggio, ma il ricevente non recepisce in maniera corretta il codice del medesimo messaggio. Come afferma Geertz, si fa fatica a comprendere l'altro fino in fondo. Posso riportare il rapporto del giovane adolescente con il proprio genitore, questo periodo prevede lo sviluppo dell'identità, dove l'adolescente non sta più alle regole perché vuole imparare da sé e, soprattutto, vuole diventare sé stesso e non un semplice prolungamento delle aspettative di mamma e papà. Può anche accadere che figli troppo amati si trovino costretti ad allontanarsi dai genitori in modo plateale e violento, proprio perché sussiste il problema della giusta distanza tra le diverse generazioni. Vediamo come le decisioni dei genitori nei confronti del figlio adolescente siano completamente diverse da quest'ultimo, arrivando così ad un fallimento comunicativo.

Francesca Calisi

Vanessa Sabellico ha detto...

Sabellico Vanessa
Q1
Melissa invita alla sua festa di compleanno Chiara. Chiara è molto contenta di essere stata invitata ma non può permettersi di fare il regalo a Melissa.Melissa ha invitato Chiara solo perché le fa piacere la sua presenza alla festa ma Chiara crede(sottovalutandosi)che l’abbia invitata solo per ricevere un regalo in più. Il giorno prima della festa Chiara invia un sms a Melissa avvisandola che non andrà alla sua festa. Melissa è dispiaciuta perché pensa che Chiara non tenga abbastanza a lei e che non abbia interesse a festeggiare il suo compleanno,quindi non insiste nel chiederle di andare. Parimenti,Chiara è delusa dal comportamento di Melissa perché è convinta di essere stata invitata solo per ricevere un regalo in più,e il fatto che Melissa non abbia insistito nel chiederle di partecipare alla sua festa,le conferma i suoi dubbi. Il fallimento comunicativo è avvenuto entrambe le parti. Melissa non ha cercato di capire i veri motivi che hanno spinto Chiara a non andare alla sua festa (possibilità economica),pensando che non le facesse piacere, Chiara ha travisato il fine dell’invito di Melissa. Se Melissa avesse indagato le reali motivazioni di Chiara, Chiara avrebbe spiegato la sua situazione,Melissa l’avrebbe convinta ad andare per il solo piacere di stare insieme, potendo partecipare anche senza regalo. Parimenti Chiara se avesse pensato alla relazione di amicizia che ha con Melissa, si sarebbe presentata alla festa anche senza regalo.

Lorenzo Angelici ha detto...

Un esempio di fallimento comunicativo può essere l'operato di Italo Svevo, il quale nel suo periodo in Italia non è stato molto compreso ed apprezzato (a causa anche del linguaggio con delle particolarità date dalle sue origini), mentre al giorno d'oggi viene addirittura insegnato alle scuole superiori. Svevo con le sue opere e i lettori italiani della fine del XIX secolo e l'inizio del XX quindi hanno fallito il loro tentativo di comunicare e di trasmettere messaggi e concezioni.

Laurenti Alessandro ha detto...

Un esempio che mi viene in mente di fallimento comunicativo è sicuramente una notizia che lessi alcuni giorni fa su un blog. Si tratta della storia di una famiglia; marito, moglie e quattro figlie. La famiglia aveva difficoltà economiche, la moglie ricoverata in una struttura per problemi psichiatrici, il marito era disoccupato.
Il marito,aveva chiesto aiuto in qualsiasi modo: scrivendo al comune, scrivendo una lettera ad un giornale, ma nessuna risposta. Soffocato da questa situazione insostenibile e per la paura che gli assistenti sociali portassero via anche le figlie, ha appiccato il fuoco all'abitazione in cui viveva con la famiglia, mettendo fine alle sue sofferenze
Questo è un esempio palese di fallimento comunicativo, in quanto se solo qualcuno a cui l'uomo aveva chieso aiuto avesse usato l'immaginazione come asserisce Geerz, si sarebbe potuta evitare in qualche modo la tragedia.

simone magi ha detto...


Stonerà banale, ma a proposito di "fallimenti comunicativi" non può che venirmi in mente Pirandello (e in particolare "Uno, nessuno e centomila" proposto proprio sabato scorso nella mia cittadina) che ci ricorda che non ci sono realtà perchè la verità è soggettiva, condizione che implica dunque quello sforzo di immaginazione per il mondo interiore altrui che per lo più non comprendiamo. Così come non posso non pensare ai rifugiati del progetto "emergenza sbarchi" coi quali indirettamente per lavoro vengo in contatto, ed alle lamentele popolari che mi investono a proposito di loro. Critiche un pò "copia e incolla" su giovanissimi (intendo i minorenni in particolar modo) ai quali si "danno troppe agevolazioni", che "fanno confusione", "che talvolta cucinano e impuzzoliscono"... Che "si vestono troppo bene"!
Visto il retroscena sarebbe un discorso infinito sui pregiudizi (o forse no, dato che quando si replica agli ignoranti bastano spesso un paio di considerazioni generali e confronti, che comunque non scalfirebbero le teste assai dure), ma scelgo come esempio la critica più mediocre e grottesca, quella al vestiario. Cosa ci vuole a capire – per lo più in un mondo fondato sulla immagine! – che sono semplicemente ragazzi e che, vista la provenienza, non possono coltivare chissà quali interessi-valori se non quello di una buona apparenza? È l'unico loro biglietto da visita, si priverebbero del cibo a costo di mostrarsi al meglio. Non hanno uno status sociale, sono o si sentono emarginati e l'immagine per loro è tutto, ma non per mera civetteria ma perchè rappresenta un valore. E' il primo segno che allontana la idea di povertà infondendo al contrario una idea di dignità. In fondo è lo stesso per le ragazze in russia in minigonna pur a zero gradi o con ragazzi romeni, almeno fino a quando non guadagnano abbastanza per sfoggiare per lo più una lucida autovettura.
Tutto questo per dire che bastereebbe un pizzico di immaginazione per capire che se quei ragazzi si vestono bene e hanno tutti il proprio cellulare per loro rappresenta una priorità sociale, di dignità e integrazione, e se provengono dalla povertà non per questo devono continuare a sentirsi poveri.

Simone Magi

Francesco Minni ha detto...

Si parla di fallimento comunicativo in situazioni in cui gli interlocutori non riescono ad intendersi. Ciò è dovuto ad una mancanza di impegno nell'immedesimarsi nella condizione dell'interlocutore, nel cercare di capire il differente punto di vista. Per fare un esempio prenderò in considerazione una scena di una serie televisiva che ho guardato tempo fa. Un uomo facoltoso e caritatevole si avvicina a due mendicanti stranieri, una madre con in braccio il suo bimbo, che stanno chiedendo l'elemosina. L'uomo si abbassa guardando il piccolo, posa delle monete accanto ai suoi piedi scalzi e accenna il gesto tipico del "mangiare" (avvicina la mano a cuneo alla bocca oscillandola). Non sa però che i due, in passato, hanno avute terribili esperienze: delle tribù cannibali erano solite attaccare il loro villaggio e quindi furono costretti a scappare. La madre, credendo che l'uomo volesse mangiare il figlio, comincia a sbraitare nella sua lingua (sconosciuta all'uomo facoltoso) e scappa col piccolo, lasciando lì tutti i "guadagni" della giornata. Il fallimento comunicativo è stato causato da un mancato sforzo di immaginazione. Infatti, in questo caso specifico, se la madre avesse capito le reali intenzioni dell'uomo senza far prendere il sopravvento alle emozioni dovute alle passate esperienze e se l'uomo fosse stato più accorto e prudente, immedesimandosi nella diffidenza e nel terrore della donna, la distanza comunicativa avrebbe potuto essere colmata, generando soddisfazione da entrambe le parti.
FRANCESCO MINNI

Marco Petruccelli ha detto...

Riporto nuovamente un esempio già fatto in un precedente post relativo alla simbolicità propria della cultura dove ci chiese di selezionare un segno non linguistico e di descriverne il suo significante e analizzandone il suo significato in termini culturali.L'esempio in questione è quello di Messi e di quando si ritrovò al centro di un forte dibattito dopo aver donato i suoi scarpini a scopo benefico ad un tv egiziana;fatto che fu interpretato come un umiliazione poichè nel mondo arabo mostrare le scarpe è sinonimo di grande disprezzo.
Per evitare questo fallimento comunicativo sarebbe bastato un sforzo da parte dei protagonisti egiziani di far uso dell'immaginazione nel senso in cui la intende Geertz dove quindi alla comunità araba sarebbe bastato interpretare il gesto del calciatore da un punto di vista occidentale per evitare scontri culturali dovuti ad un piccolo errore dettato da ignoranza.

valentina ciuchini ha detto...

Quando ero al liceo la mia amica e compagna di classe M. venne trascinata in un brutto litigio da un’altra compagna: quest’ultima durante un’attacco d’ira aveva buttato all’aria le cose della mia amica, e questa esasperata la prese a male parole. In quel momento entrò una delle insegnati che le mise a tacere, alla fine dell’anno ebbero entrambe 8 in condotta.
Questo episodio segnò l’apertura delle ostilità tra M. e la professoressa, ostilità che si sarebbero potute evitare se entrambe avessero fatto usato l’immaginazione per comprendere le ragioni dell’altro.
M. avrebbe dovuto comprendere il senso della scelta di punire anche lei: la ragazza che aveva avuto l’attacco d’ira era una persona molto fragile, infatti soffriva di disturbi alimentari, e non riusciva sempre a dominarsi; la cosa migliore da fare sarebbe stata calmarla e confortarla, invece di agire d’impulso e aggressivamente.
La professoressa dal canto suo poteva immaginare che M si sarebbe sentita punita ingiustamente, dal momento che non era stata lei a iniziare il litigio, ma non le parlò né le dette tante spiegazioni.
Affinché una punizione sia efficace (soprattutto in un contesto educativo, quando si ha a che fare con persone che non sono adulte) ci si deve assicurare che il “colpevole” abbia compreso perfettamente perché viene punito, facendo in primis uno sforzo per immaginare il motivo per cui ha agito in quel modo e i sentimenti che prova, e poi si deve far si che lui comprenda le ragioni di chi lo punisce e il perché si ritiene che abbia sbagliato.
In una situazione come questa uno sforzo di comprensione del punto di vista e del contesto in cui agisce l’altro sono fondamentali, perché un fallimento comunicativo porta chi viene punito a sentirsi oggetto di un sopruso, senza che ne tragga nessun insegnamento.
Morale della storia: M non solo si sentì punita ingiustamente, ma iniziò una sorta di sciopero del latino che le fece guadagnare il debito a fine anno.
Valentina Ciuchini

Anonimo ha detto...

Secondo me un esempio di fallimento comunicativo che poteva essere colmato se gli interlocutori avessero fatto l’uso dell’immaginazione è il rapporto tra Madame Bovary e suo marito Charles. Madame Bovary è un romanzo a puntante scritto da Gustave Flaubert verso la metà dell’ottocento, che narra la storia di Emma Rouault e Charles Bovary. La relazione tra questi due personaggi la considero fallita a causa della mancata comunicazione tra di loro e alla mancanza di un intendersi reciproco. Emma Bovary, sposando Charles credeva di entrare a far parte della nobiltà e di partecipare a delle feste di alto rango, ma rimane delusa dalla vita sciatta che le propone il marito. Quest’ultimo notando la depressione della moglie decide di trasferirsi per farla sentire meglio, ma lei non comprende completamente i tentativi del marito di aiutarla perché è concentrata solo ed esclusivamente verso la sua ricerca di sentirsi una donna di alto rango, inizia così ad avere delle relazioni extraconiugali. Quando Emma comincerà ad avere debiti vedrà come unica soluzione il suo suicidio con del veleno. Se Emma avesse chiesto aiuto al marito sarebbe arrivata al suicidio? Pensando alla bontà del marito ( quando scoprirà che la moglie lo tradiva deciderà di perdonarla, anche se soffrirà molto ma in silenzio ) l’avrebbe sicuramente aiutata saldando i debiti che aveva creato. È vero che il marito pur cercando di aiutarla, non è riuscito a comprendere pienamente i problemi che affliggevano Emma pensando che quello che faceva fosse abbastanza.

Elisabetta Pittalis

Anonimo ha detto...

Emily Bianchetti
Un fallimento comunicativo credo si verifichi di fronte a quei malesseri e quelle malattie che colpiscono una persona a livello psicologico. Risulta facile riconoscere una malattia fisica, ancora di più se ha i suoi sintomi evidenti, ma di fronte a un disturbo psicologico la comunicazione risulta difficoltosa.
Può capitare che due persone, legate tra loro da un rapporto stretto di qualsiasi genere, vengano a scontrarsi nel momento in cui un impedimento pratico si verifichi in funzione di un impedimento che nasce nella mente di uno dei due. In questo caso succede che entrambi mancano di immaginazione perché non riesco a capire l'Altro. L'uno non comprende ciò che avviene nella mente della persona che ha di fronte, quanto possa essere combattuta e quanto quegli ostacoli, seppur invisibili, siano montagne dalla scalata difficoltosa; l'altro dal canto suo non ha immaginazione nel non afferrare che per una mente digiuna da tormenti interiori troppo consistenti risulta difficile riuscire a comprenderli a fondo. Ciò che non si conosce necessita di uno sforzo maggiore di comunicazione da parte di entrambi gli interlocutori, sia nel trasmetterle che nel riceverle.
E.A.B.

Anonimo ha detto...

1- Un ipotetico esempio di fallimento comunicativo (e mancato uso di “immaginazione”) può concretamente essere rintracciato nel mondo dello sport, e in questo caso nel calcio.
Analizziamo un immaginario ritorno in campo di un calciatore dopo un lungo stop per infortunio. Dopo il percorso riabilitativo, il giocatore è apparentemente in forma e l’allenatore decide di schierarlo per tutti i 90 minuti di gioco. L’eccessivo minutaggio, col carico agonistico che esso comporta, provoca una grave ricaduta che rimette fuori uso un calciatore apparentemente recuperato. L’uso dell’immaginazione (da parte ovviamente dell’allenatore, e qui intesa come esperienza e lungimiranza), avrebbe potuto evitare il nuovo infortunio del calciatore, il quale con un rientro graduale avrebbe potuto, pian piano, tornare alle condizioni ottimali.

Federico Favale

Sara Ciancarelli ha detto...


Parliamo di fallimento comunicativo quando due o più soggetti intenti a comunicare e intendersi non riescono pienamente a comprendere o esprimere il significato voluto. Questo accade quando gli interlocutori, fossilizzati sulle proprie convinzioni, applicano i propri parametri e il proprio vissuto agli altri, e questa presa di posizione li rende incapaci di immedesimarsi davvero, cambiare prospettiva, fare tabula rasa e cogliere il senso profondo di quello che l'altro vuole comunicare. Geertz crede che basterebbe un po' di immaginazione per stabilire un vero contatto con l'altro e comprendere a fondo cosa questo voglia esprimere, ma non tutti siamo disposti, o siamo in grado, di mettere da parte ciò in cui crediamo (a volte ciecamente) per capire e interpetare qualcosa che non conosciamo. Accade ogni giorno quindi di non intenderci, accade tra figli e genitori, alunni e insegnanti, amici, fidanzati e anche tra sconosciuti: il fallimento comunicativo, per me, non è frutto di una semplice mancanza di immaginazione o di empatia, ma prima di tutto la mancanza della volontà di applicare immaginazione ed empatia, perché sono convinta che chiunque possieda queste due qualità.
Ad ogni modo, di esempi che si potrebbero fare su fallimenti comunicativi che con un po' di immaginazione si saprebbero potuti evitare ve ne sono talmente tanti che mi trovo in difficoltà a sceglierne uno: può accadere che un genitore apprensivo decida di non comprare il motorino al proprio figlio e che questo legga questo no come una privazione più che come una forma di tutela; può anche succedere che una persona non si faccia sentire spesso, magari per paura di disturbare, e che un altro interpreti questo atteggiamento come una forma di disinteresse; insomma, il fallimento comunicativo è sempre dietro l'angolo, in agguato, ma certe volte basterebbe davvero solo un po' più di impegno e certe incomprensioni si potrebbero evitare. Eppure è così facile non intendersi.
Che la comunicazione sia spesso filtrata e deformata dalle parole e dal linguaggio (che alla fine sono strumenti imperfetti e limitati, creati dagli uomini per gli uomini) è un'idea che si ritrova anche molti intellettuali, in primis Pirandello, seguito da Sartre, Dostoevskij, Kafka, ovviamente Bukowski, e tantissimi altri da qualsiasi paese e in qualsiasi tempo. La ragione di questa ricorrenza, nella vita individuale come nell'intera storia dei rapporti interpersonali, è semplice e si può riassumere, a parer mio, nelle parole di un altro intellettuale, Flaubert, quando scrive che "nessuno, mai, riesce a dare l'esatta misura di ciò che pensa, di ciò che soffre, della necessità che lo incalza, e la parola umana è spesso come un pentolino di latta su cui andiamo battendo melodie da far ballare gli orsi mentre vorremmo intenerire le stelle". Questa è una delle mie citazioni preferite, ma chissà a questo punto se quello che io credo sia chiaro, ben comunicato e da me ben compreso non sia anch'esso altro, chissà se ciò che leggo io in questa frase sia davvero ciò che anche Flaubert voleva dire o se, anche stavolta, il tentativo di comunicare sia fallito. "Crediamo di intenderci ma non ci intendiamo affatto."

Sara Ciancarelli

Francesca Bonomo ha detto...

Aurora e Miriam sono amiche da una vita. Si sono spostate lo stesso anno e, a pochi mesi di distanza, hanno avuto due bellissime bambine: Francesca e Sara.
Francesca e Sara frequentano la stessa scuola ed è per questo che Aurora e Miriam si sono organizzate in modo tale da andare a prendere le bimbe a giorno alterni.
E’ lunedì mattina, Miriam deve andare a prendere le bimbe ma, quella stessa mattina, chiama Aurora per chiederle un “cambio turno”. Per Aurora non c’è problema, andrà lei a prendere le bambine.
La mattina sembra trascorrere tranquillamente almeno fino a quando Aurora non arriva in ufficio e si trova sulla scrivania una lettera di licenziamento dovuta a un inevitabile taglio del personale. Aurora è sconvolta, non sa cosa fare. Non ha voglia di vedere nessuno. Vuole stare sola. Decide allora di chiamare la mamma per andare lei a prendere Francesca a scuola. Mamma Maria, non sapendo dell’accordo tra la figlia e la sua amica, e non avendo avuto precise istruzioni a riguardo, va a scuola e prendere la nipotina, lasciando lì Sara.
La scuola chiama Miriam. Miriam chiama Aurora!
Miriam non può credere che la sua amica possa essersi dimenticata di quella che per lei dovrebbe essere una seconda figlia. Eppure è così: Francesca è tornata a casa, Sara è rimasta a scuola!
Dopo diverse chiamate senza risposta, Miriam lascia un messaggio ad Aurora manifestandole tutta la sua delusione a riguardo! Non ci sono scuse né possibili giustificazioni.
Tornata a casa, Aurora non può credere alle sue orecchie, non bastava il licenziamento!
Aurora prova a richiamare Miriam ma è troppo tardi! L’amica non la lascia parlare, è un fiume in piena.
E allora anche Aurora inizia a urlare… è arrabbiata con il mondo intero in quel momento e per questo aggredisce l’amica senza darle reali spiegazioni.
Le due, per motivi differenti, non hanno più nulla da dirsi.
Se solo Miriam avesse dato più fiducia all’amica, avesse provato a IMMAGINARE il motivo del suo comportamento, allora forse, piuttosto che condannarla l’avrebbe capita, l’avrebbe perdonata ma soprattutto l’avrebbe aiutata a superare quel terribile momento.
Se solo Aurora avesse provato a mettersi nei panni dell’amica, nei panni di una mamma che si sente chiamare da scuola perché nessuno è andata a prendere la propria figlia…
Se entrambe avessero provato a immaginare il motivo per il quale hanno fatto quello che hanno fatto, allora Aurora e Miriam adesso sarebbero ancora quelle due inseparabili amiche.

Francesca Bonomo

Cristiano Formisano ha detto...
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Cristiano Formisano ha detto...

Q1: In questo periodo sto vivendo con la mia ragazza un periodo di incomprensione, dovuta alla mancanza di immaginazione. Infatti di recente abbiamo avuto una discussione dalla quale è emerso che alcuni miei comportamenti sono stati interpretati diversamente da come avrebbero dovuto, e così alcuni suoi comportamenti. Un esempio tra tanti: a me sembrava che il fatto che lei il sabato volesse uscire con le amiche piuttosto che con me significasse che io per lei valga meno degli altri. In realtà sarebbe bastato un mio sforzo per comprendere le sue esigenze di frequentare anche altre persone, in quanto durante la settimana è molto impegnata, per evitare la lite e l'incomprensione. Lei allo stesso tempo, secondo me, sbaglia a vedere questa mia voglia di stare con lei il sabato sera come sinonimo di una mia presunta possessività. Infatti, a generare l'incomprensione è la diversità che caratterizza la nostra organizzazione della settimana: io ho la possibilità di uscire nel resto della settimana, lei può solo il sabato. Così, quello che a me pare scontato, ossia vedersi almeno una sera su sette, per lei non lo è, in quanto per lei quella è l'unica sera. L'immaginazione, come la intende Geert, ossia lo sforzo di mettersi l'uno nei panni dell'altro, sarebbe stata sufficiente per non aprire la discussione. Dunque, non solo tra culture diverse, ma anche tra persone appartenenti a (quella che ritengono essere) la stessa cultura possono verificarsi incomprensioni dovute alla carenza di immaginazione.

Cristiano Formisano

Nicolò Fiorani ha detto...
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Nicolò Fiorani ha detto...

Un ipotetico ragazzo italiano osserva un opera la cui estetica non gli è familiare, ad esempio un quadro di Kandinskij . Il ragazzo in questione esprime ad alta voce il proprio disappunto verso l'artista che a suo parere ha dipinto con un tecnica elementare realizzando un'opera di poco valore. Un anziano signore, che conosce bene l'autore e l'astrattismo si innervosisce e inveisce contro il ragazzo. I due intraprendono un' accesa discussione che non diviene autentico dialogo e sfocia in una lite: nessuno dei due interlocutori riesce a comprendere l'altro. Infatti se da un lato il ragazzo si limita ad osservare il quadro, senza rendersi conto di non avere gli strumenti culturali adatti per interpretarlo , dall'altro l'anziano signore non considera come sia naturale una tale reazione da parte di chi non conosce l'artista e la sua corrente. Se essi avessero fatto uso dell'immaginazione nel senso in cui ne parla Geertz, da una parte chiedendosi quale fossero i motivi per cui un quadro così bizzarro fosse stato realizzato e fosse così apprezzato, dall'altra immedesimandosi nei panni del ragazzo, la comunicazione sarebbe stata feconda.

Nicolò Fiorani

Monsieur Luca Parodi ha detto...

Recentemente mi sono reso conto troppo tardi di aver vissuto in prima persona una situazione simile a quella descritta da Geertz, sebbene in un contesto diverso. Durante un esame - del quale parlerò in maniera indiretta - si è venuta a creare tra me e il/la professor* una situazione di stallo comunicativo. La mia mentalità filosofica mi ha *costretto*, durante le mie sessioni di studio, a pormi costanti ed approfondite domande sull’interessante argomento studiato, tralasciando malaugurantamente tutta la componente mnemonica dello studio. Tale metodologia, che mi ha costretto a dubitare fortemente di molte delle tesi sostenute nei libri studiati, si è cristallizata, durante l’esame, nel mio tentativo di creare una dialettica argomentativa più filosofica ed astratta che didascalica e legata ai dettagli. Il/la professor* è stat* al gioco, ed io ho percepito tale accondiscendenza in maniera positiva, proseguendo soddisfatto nel mio intento iniziale. Al termine dell’esame, però, il voto è stato più basso di quanto immaginassi, e la motivazione che ha accompagnato tale voto era una critica alla mia impostazione troppo “astratta” di un discorso che avrebbe dovuto essere più concreto e legato ai testi. Lì per lì mi sono sentito tradito e deluso dalla scarsa “immaginazione” - appunto - del* professor*. Riflettendoci attentamentemè probabile che l’errore - se di errore si può parlare - sia stato presente in entrambi i lati. Mettendomi nei panni del* professor*, infatti, ho provato ad immaginare la situazione inversa: come mi sentirei di fronte ad uno studente o ad un mio conoscente che, in un argomento sul quale io sono uno dei maggiori esperti italiani mentre lui è solo alle prime armi, tentasse di architettare discorsi complessi senza essere dotato di una struttura conoscitiva adeguata? Tradito a mia volta, ovviamente, e fortemente deluso. Vuoi parlare con me di x in maniera astratta e complessa? Bene, allora devi innazitutto dimostrare di conoscere y, z e k in maniera abbastanza profonda - poi possiamo riprendere a parlare di x. Certo, ciò non toglie che il/la professor* avrebbe potuto dimostrare un po’ più di immaginazione a sua volta, considerando adeguatamente i miei sforzi intellattuali e premiando alcune mie trovate filosofiche, ma alla fin fine credo, dopo svariate riflessioni, che con un pizzico in più di pazienza avremmo potuto entrambi capirci meglio, giungendo ad un esame più soddisfacente e ad una conclusione meno amara.

Luca Parodi

Flavia Romagnoli ha detto...

Come esempio di un fallimento comunicativo mi verrebbe sicuramente da riportare la storia di una mia conoscente che andò da un medico chirurgo per "rifarsi" il seno. Contenta di sé, dopo l'operazione cominciò ad essere piena di fierezza e soddisfazione dovute al nuovo seno, mentre girovagava per le strade del paese con aria quasi di superbia. Subito iniziarono gli insulti dietro le sue spalle e le brutte espressioni, indirizzate al suo cambiamento, da parte delle anziane del paese, abituate ad un'antica purezza della donna in generale, e di coloro che si sentono "belle al naturale", che non si sottoporrebbero mai a un'operazione chirurgica per un cambiamento estetico. Dopo mesi in cui la donna, comunque sempre fiera di sé, aveva accumulato un numero parecchio alto di insulti di invidia o di disprezzo da parte delle altre compaesane, si venne a scoprire che il suo seno aveva avuto bisogno di una ricostruzione, dopo che la donna era riuscita a sconfiggere un tumore che interessava proprio la zona del petto.

FLAVIA ROMAGNOLI

Linda Di Loreto ha detto...

Quello del fallimento comunicativo lo trovo un argomento molto interessante dal momento che è un tema che quotidianamente crea disguidi,separazioni in molti contesti, sia nel privato che al di fuori, portando conseguenze a volte anche molto pesanti. Un esempio apparentemente banale che però chiarisce,secondo me,molto bene questo tema é un dialogo a cui ho assistito poco tempo fa tra due ragazze di cui una è mia amica e la conosco molto bene. Ero in un bar vicino casa a prendere un caffè e abbiamo incontrato questa ragazza conoscente della mia amica,ci siamo fermate a salutare e la tipa dopo aver chiesto come stesse il bambino (la mia amica ha un bambino di 4 anni) insisteva seppur in modo scherzoso su "quando glielo fai un fratellino o una sorellina??" Mentre la mia amica un Po imbarazzata cercava di svagare sulla domanda con le solite risposte che si danno "nono basta Samuel". Apparentemente la mia amica sembra una di poche parole, un Po distaccata,in realtà la mia amica ha subìto da poco un intervento dopo il quale non potrà avere più bambini. Delle volte le incomprensioni nascono perché non si sanno molti retroscena come in questo caso e talvolta ci sono temi un Po delicati su cui le persone prima di parlare dovrebbero fermarsi e ragionare che esistono problematiche che non si conoscono e che potrebbero portare a offese o comunque forme di incomprensioni soprattutto quando non si conosce del tutto chi si ha di fronte.

Alessandra Cicinelli ha detto...

Q1:

Nella maggior parte delle discussioni, purtroppo, sono presenti fallimenti comunicativi. Le persone tendono ad esporre la propria opinione, non ascoltando pienamente quella altrui, ed ottenendo come risultato un'incomprensione. Invece di portare avanti e rimanere esclusivamente con la propria idea, gli interlocutori, per colmare questi fallimenti comunicativi, dovrebbero far uso dell'immaginazione, nel modo in cui la intende Geertz. In altre parole, questi dovrebbero cercare di comprendere il punto di vista dell'altro, andandosi incontro e non avendo dei limiti di pensiero.
Molte volte le "incomprensioni" non derivano solo da un mancato sforzo nel capire l'altro, ma recepiamo piuttosto ciò che ci è comodo recepire, magari analizzando una singola parola pronunciata senza trarre il nocciolo del discorso.
Riporto un caso di mia invenzione.
Una mamma sgrida il proprio figlio in seguito a una disobbedienza e lo punisce, facendolo restare a casa per una settimana.
"Non ti azzardare ad uscire da quella porta per i prossimi giorni, stavolta hai davvero esagerato", urla il genitore, indicando la porta d'entrata principale della casa.
L'adolescente la sera stessa esce dalla dimora e bussa alla porta sul retro verso l'una di notte. La madre, infuriata, gli apre e gli chiede come si sia permesso di infrangere nuovamente ciò che lei gli aveva imposto.
Il figlio le risponde che lei stessa aveva detto di non uscire dalla porta principale, e lui, effettivamente, era uscito dall'altra, non andando contro a nessuna sua prescrizione.

Alessandra Cicinelli

Leonardo De Stefano ha detto...

Q1: Il fallimento comunicativo è un tema molto importante poiché è presente molto spesso nelle azioni della nostra vita quotidiana durante in una qualsiasi discussione dove da nessuna delle due parti vuole mettersi a comprendere le decisioni dell'altro interlocutore mettersi nei panni dell'altro farebbe in modo di avere una visione a tutto tondo della situazione e quindi smettere nell'assurda follia di far prevalere la propria idea sull'altra. Un altro esempio potrebbero essere le scuole; quante volte la scuola sbaglia nella comunicazione dove l'insegnante è distaccato dalle reali esigenze dei suoi alunni dove l'unico suo obbiettivo e fare la lezione dare degli esercizi da compiere e dimenticandosi sempre di mettersi nella posizione degli studenti,ovvero, dare una mano se qualcuno non ha compreso la lezione o se magari in quel istante vivono un momento non ottimo e magari comprendere le sue difficoltà. A molti miei amici è stata negata la possibilità di poter compiere un'attiva pomeridiana come uno sport perché avevano un carico di compiti da svolgere tale che non gli consentiva di praticare qualcosa(io smisi di prendere le lezioni di piano). Tutto questo poteva essere risolto se il professore si fosse impegnato a vedere lo studente dall'altra parte della medaglia ovvero anche come una persona.

Leonardo De Stefano

Leonardo Ungherini ha detto...

All’interno delle discussioni, purtroppo, esistono i cosiddetti fallimenti comunicativi. Di cosa si tratta? Non sempre in un dialogo ci si comprende a pieno. Soprattutto se da una delle due parti mancano immaginazione e capacità di immedesimarsi nell’altro. Un esempio che trovo opportuno per descrivere questo concetto è possibile riscontrarlo nel film “La forma della voce”, oppure “A Silent Voice” in lingua originale. Si tratta di un film d’animazione giapponese, ripreso dal fumetto. In una classe di una scuola elementare arriva una nuova alunna di nome Shoko, che, purtroppo, non possiede il dono dell’udito. Dal primo giorno in cui ha messo piede nell’aula ha cercato di comunicare a tutti i suoi nuovi compagni, semplicemente con l’ausilio di un quaderno ed una matita, per poter integrarsi. Cercando di esprimere anche le proprie difficoltà. Non solo non trovò nessuno disposto ad imparare il linguaggio dei segni, ma non venne capita soprattutto da Shoya, un bambino irrequieto, che decise di schernire, giorno dopo giorno, la ragazza, costringendola a cambiare istituto. Dunque, Shoko non riuscì a comunicare la propria voglia di fare amicizia e il proprio disagio.
Questo fallimento comunicativo, all’interno della pellicola, si colmerà più in avanti: Shoya, ormai adulto, incontra di nuovo Shoko, sentendosi in colpa di ciò che successe e cercando di avvicinarsi sempre di più a lei, tutto questo perché in grado di immedesimarsi nei suoi problemi.


LEONARDO UNGHERINI (0244337)

Salvatore Di Simone ha detto...

Un caso lampante di fallimento comunicativo, di cui sono stato protagonista, è accaduto durante un viaggio di istruzione a Berlino ai tempi del liceo. Accadde che all'aeroporto di Berlino, un accompagnatore del nostro gruppo ritrovò la sua valigia tutta distrutta e rinchiusa in una busta. Aprendo quest'ultima si accorse che alcuni suoi affetti personali erano andati altrettanto distrutti, tra cui il suo pigiama, che era indispensabile dato che ci trovavamo lì a marzo, che fu un mese davvero molto freddo e nevoso in Germania quell'anno. Il giorno seguente questo accompagnatore cercò di acquistarne uno nuovo in alcuni negozi e in un centro commerciale, ma ci fu allora anche la beffa: quando egli chiedeva di un pigiama agli addetti del negozio, costoro non capivano; allora, questo nostro sventurato cercava di dare indicazioni di ogni sorta per farsi capire, imitando l'azione del coricarsi e indicando l'abbigliamento, con la speranza che i suoi interlocutori capissero che egli cercava un vestito adatto per il letto e la notte. Non ci fu verso per farsi comprendere dai negozianti, quindi si arrese e dovette continuare il suo soggiorno lì in Germania, andando a dormire in abbigliamento intimo, non molto adatto per un periodo invernale; unica cosa a suo favore fu che l'albergo era riscaldato a dovere, quindi non soffrì tantissimo il freddo.

Celeste Picchi ha detto...

L'ambiente scolastico è un ambito in cui molto spesso, purtroppo, è facile incorrere in fallimenti comunicativi. In condizioni ordinarie studenti e insegnanti si trovano già immersi in difficoltà comunicative e ricettive: gli uni devono sforzarsi di comprendere il punto di vista che gli si presenta, gli altri, nonostante i propri sforzi immaginativi, si trovano davanti una miriade di realtà con cui fare i conti.
La questione si complica ulteriormente nel momento in cui ci si trovi ad affrontare la diversità di studenti diversamente abili, e in tal caso il rischio di fallimenti comunicativi sale ulteriormente.
Il piccolo Marco è un bambino sordo in una classe delle elementari di bambini udenti, riceve la loro stessa istruzione, e soprattutto le stesse nozioni e regole di grammatica; il problema è che Marco ha delle difficoltà di acquisizione di queste nozioni perchè gli manca la parte di apprendimento linguistico informale ( non può assimilare la pronuncia e l'uso abitudinario nel parlato delle regole grammaticali).
Il bambino sostiene, come i suoi compagni, una verifica di italiano e la valutazione del suo elaborato avviene secondo gli stessi standard degli altri bambini, tenendo conto prima della forma e in seconda istanza del contenuto (cosa che lo penalizza inevitabilmente).
La valutazione dell'elaborato di Marco sarà di conseguenza poco positiva e così le sue problematicità vengono evidenziate dal docente, che non tiene conto delle differenze percettive della realtà di Marco. Ne risulta che lo studente si sente frustrato, poco stimolato, sente ancora più forte quell'handicap come una limitazione alle sue possibilità.
La mancata valutazione diversificata del compito di Marco e il suo conseguente senso di disagio si sarebbero potuti evitare se il docente avesse cercato di immaginarsi nel punto di vista di un bambino sordo che inizia ad apprendere formalmente le regole di una lingua della quale non sa immaginare neanche i suoni, e come questa mancanza possa inficiare sulla sua acquisizione culturale.


Celeste Picchi

Rosanna Vendemmia ha detto...

Ai giorni d'oggi, occupati in molteplici attività e travolti da una vita sempre più frenetica, sembra quasi un'utopia poter trovare qualcuno che possa dedicare un minuto del suo tempo, affinché presti attenzione a ciò che ognuno ha d'importante da dire. Molti,soprattutto i più giovani, incapaci di poter comunicare alle persone vicine le proprie difficoltà, le avversità di ogni giorno e ciò che può essere motivo di sconforto, ricorrono a vie secondarie, come l'alcol e la droga. Considerano quest'ultimi vere ancore di salvezza che, in realtà, sono meri palliativi che illudono l'attore sociale di un miglioramento del suo status psicologico ma che inevitabilmente, lo conducono ad una dipendenza che distrugge il proprio essere, sino alle fatali tragedie. Degas coglie in pieno, nell'opera "Assenzio", questo stato degli uomini che pur essendo vicini, pur vivendo in contatto tra loro, non si accorgono l'uno dell'altro, una sorta di presenza/assenza, terreno fertile del fallimento comunicativo che potrebbe essere superato tramite l'immaginazione, tramite un'accortezza maggiore che  possa permettere di fermarci e voltarci verso l'altro per poterne comprendere i pensieri e le necessità, magari aiutandolo.
Ritengo emblematico esempio di fallimento comunicativo l'opera "Campo di grano con volo di corvi"
1890, Van Gogh muore suicida. La tela sopracitata é considerata l'ultima sua opera con la quale avrebbe annunciato il suo status animi: il vorticoso vento che agita le spighe, lo stormo di corvi che si alza in volo a fatica rappresenterebbero il tormento interiore del pittore e l'imminente tragico gesto. Se qualcuno a lui vicino, in tempo, avesse fatto uso dell'immaginazione guardando le sue opere dell'ultimo periodo, avrebbe potuto tendere una mano a Vincent?

Riccardo Ricchiuti ha detto...
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Riccardo Ricchiuti ha detto...

Un signore siciliano decide, dopo tanti sacrifici fatti durante la sua vita, di aprire una piccola attività, con cui secondo i suoi calcoli riuscirebbe ad avere un riscatto sociale e a vivere una vita con meno difficoltà. Non è ancora consapevole a cosa sta andando in contro. Purtroppo la zona in cui viene aperta l'attività è gestita dalla Mafia siciliana e tutti i locali commerciali presenti sono costretti a cedere una parte del guadagno all'organizzazione. Dopo il primo mese dall'apertura, si presenta nel locale, un signore che senza alcuna esitazione chiede il "pizzo" mensile al neo-imprenditore. Solo quest'ultimo però è cosciente della difficoltà iniziale ad avere un guadagno sostanziale tale da cedere addirittura una parte dei soldi. Il mese successivo, si ripresenta lo stesso signore per riscuotere il guadagno; l'imprenditore, cosciente di tutte le difficoltà che ha dovuto superare per aprirsi una sua proprietà, inizialmente si rifiuta di cedere i pochi soldi che era riuscito a mettere da parte. Tuttavia il mafioso, rimasto indifferente alle suppliche e richieste dell'imprenditore di non pagare il "pizzo", durante la notte, munito di tanica di benzina e accendino, incendia il locale, rendendolo solo cenere e polvere. L'imprenditore, ormai inondato dai debiti e dallo sconforto, decide di lasciare il paese per la paura di essere rintracciato, e con i pochi soldi rimasti in tasca, riesce a pagarsi un biglietto aereo per l'estero sperando che questa volta la vita stia dalla sua parte.
Questa è un vicenda perpetua che è presente nella vita dei giorni nostri. Nell'attualità è un problema che percorre tutti gli individui che vivono in zone in cui sussistono le organizzazioni mafiose. Un fallimento comunicativo costante: da una parte,il "mafioso" che nega completamente l'immaginazione nel comprendere la difficile vita di colui che è sottoposto a cedere alle pressioni fiscali; dall'altra c'è chi deve subire o cerca una via di fuga.

Riccardo Ricchiuti

Micol Megliola ha detto...

Immaginiamo un colloquio di lavoro per venditori di elettrodomestici. La responsabile della selezione del personale è un'elegante donna sulla settantina. Ultima di cinque figli maschi, si trasferisce da Palermo a Roma, ove consegue una laurea in psicologia del marketing e trova lavoro nella suddetta azienda di elettrodomestici. Ora, immaginiamo che al colloquio si presenti una ragazza, nata in Italia da genitori senegalesi, con un ottimo curriculum. La signora attempata si mostra entusiasta della candidata, fino a quando le chiede se avesse avuto esperienze pregresse nel settore vendite. La ragazza le risponde che aveva venduto Bimby per circa un anno. A questo punto la signora sdegnata conclude il colloquio mettendo la ragazza alla porta. Il fallimento comunicativo si verifica poiché, nella rete di segni della signora, il fatto che una ragazza senegalese possa essere coinvolta in una tratta di schiavismo minorile ha perfettamente senso. Ciò che viene a mancare è lo sforzo immaginativo di mettersi nei panni dell’altro. A questo si aggiunge, inoltre, una visione etnocentrica e pregiudiziale volta a categorizzare la diversità (la ragazza senegalese) come elemento perturbante, veicolo di valori estranei, non condivisi e quindi spaventosi (la ragazza viene dunque vista come portatrice di una cultura “disumana” e “primitiva”). La responsabile del personale dimostra di intendere la cultura alla maniera di R.Rorty, rivendicando orgogliosamente (con annessa pacca sulla spalla) il proprio statuto di italianissima venditrice di elettrodomestici e sentendosi grata di appartenere ad una cultura civile: se fosse nata in Senegal, chissà, forse sarebbe finita anche lei a trafficare infanti! In questo primo esempio il fallimento comunicativo non è biunivoco, ma si dimostra, al contrario, viziato dalla prospettiva etnocentrica adottata da una sola delle parti in gioco. Un esempio di fallimento comunicativo che coinvolga entrambi gli attanti sociali potrebbe essere il seguente: un dentista si ritrova a prescrivere un’ortopanoramica ad un anziano signore con la terza elementare. Una settimana più tardi il dottore visiona il referto: un video in cui il contadino riprende una panoramica del suo orto. Un tale fallimento comunicativo poteva essere evitato se entrambi gli attanti sociali avessero fatto uno sforzo immaginativo. Il dottore avrebbe dovuto calarsi nei panni di un uomo anziano poco istruito, mentre il contadino avrebbe potuto comprendere l’impertinenza della richiesta di una panoramica del suo orticello da parte del dentista.

Loredana Opris ha detto...

Riflettendo sugli aspetti del fallimento comunicativo con particolare attenzione all'immaginazione secondo il punto di vista di Geertz, propongo un primo esempio : il conflitto tra genitori e figli che porta ad un vero fallimento da entrambe le parti perché non si trova un punto di incontro o meglio non si fa uso di immaginazione. Entrare nei panni dell'altro sembra essere un compito troppo difficile. Quante volte abbiamo sentito storie di genitori che obbligano i propri figli a frequentare una certa scuola, praticare un determinato sport senza tenere conto della volontà dei figli. Non c'é da stupirsi allora se nell'esempio che fornisco, Davide dopo aver frequentato per 2 anni l'Università di Medicina si rende conto che effettivamente quella non è la sua strada e si iscrive all'Università di Lettere perché ha la passione per le lingue straniere. Possiamo immaginare la delusione del padre, un noto medico di Roma che voleva a tutti i costi che il figlio seguisse la stessa carriera di medico.
Un altro esempio di fallimento comunicativo può essere individuato nella storia di Beatrice Cenci, una donna accusata di parricidio. L'unica figlia di un conte romano, viene ripetutamente sottoposta a degli abusi sessuali da parte del padre. Anche se si rivolge alle autorità per denunciare gli atti di violenza, nessuno le crede. Stufa di sentirsi umiliata, progetta un piano per uccidere il padre. Il conte muore per mano della figlia. Beatrice viene imprigionata e condannata a morte. A quanto pare le autorità che avevano il compito di difenderla non hanno voluto ascoltare il grido di disperazione di una donna in difficoltà e da qui la tragica fine.

Francesco Baldini ha detto...

Si possono osservare, ovunque e quotidianamente, episodi di "misunderstanding", per usare un termine ormai sempre più in voga, ovvero situazioni in cui gli interlocutori sono protagonisti di un equivoco. Ciò accade perché l'uno non è in grado di cogliere le motivazioni dell'altro, in merito ad un determinato discorso o a un determinato gesto effettuato, e viceversa, in quanto gli interlocutori sopracitati possono appartenere a culture diverse fra loro o, magari, a differenti generazioni; in ogni caso, per via del contesto in cui sono abituati a vivere e a spaziare, hanno opinioni e abitudini che tendono a scontrarsi con chi risulta lontano dal loro "sistema di segni".
Ricordo ancora il primo giorno che entrai nella palestra di Judo, uno sport che ho amato moltissimo e che ho praticato per dodici anni di fila: mi "accolse" il "senzei", ovvero il "maestro" (l'istruttore), un uomo sulla cinquantina, che ho sempre apprezzato per la sua correttezza e lealtà, qualità che ci ha sempre trasmesso anche durante gli allenamenti, nonché in occasione delle gare singole e di squadra. Ma ho scritto il termine "accolse" tra virgolette, perché, in effetti, non fu una vera e propria accoglienza, "semplicemente" (a mio dire) per il fatto che dimenticai il saluto a inchìno, accompagnato dalla parola "REI" (saluto giapponese), prima di salire sul "tatami" (il "materassone" dove ci si allena). Il maestro, abituato ad anni e anni in cui aveva costantemente ripetuto personalmente e fatto rispettare ai suoi allievi il saluto, si arrabbiò molto e mi fece aspettare una ventina di minuti fuori dal materassone, mentre gli altri si allenavano, prima di concedermi di prendere parte all'allenamento. Io ci rimasi malissimo, dissi che non sarei più tornato e lui mi rispose affermando che doveva essere una mia scelta, che nessuno mi avrebbe costretto. Così tornai a casa "a muso duro".
Già il giorno dopo compresi che, in realtà, entrambi avevamo commesso un errore: io non avevo dato peso ad un rituale che nella cultura giapponese e, nella fattispecie, nella tradizione del Judo, era fondamentale; ma, allo stesso tempo, il maestro avrebbe dovuto mostrarsi consapevole del fatto che il mio errore fosse comprensibile, in quanto era il mio primo giorno in una palestra di Judo e non potevo conoscere ogni cosa in merito allo sport stesso e ai rituali implicati.

alessia tardioli ha detto...
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Maria Lorenzetti ha detto...

(Q1)
L’antropologo americano Geertz sostiene un’importante teoria sul concetto di IMMAGINAZIONE. Essa si concepisce come uno sforzo per “comprendere l’altro” e dunque tentare di vedere le cose da un punto di vista diverso dal proprio. Se questo meccanismo manca, non può esservi comprensione.
Episodi di fallimenti comunicativi sono assai frequenti; spesso le persone non parlano chiaramente con chi sta loro accanto e finiscono per dare interpretazioni alle situazioni, dettate da un errato uso dell’immaginazione.
A questo proposito, ho scelto di analizzare un esempio tratto da una delle opere più note di tutti i tempi, l’ “Odissea” di Omero. Nel decimo libro, si racconta di un episodio che secondo me permette di comprendere meglio il concetto di fallimento comunicativo. Odisseo con i pochi compagni rimasti, ha appena lasciato la reggia di Eolo, il signore dei venti, ed egli per favorire il viaggio di ritorno in patria, rinchiude in un otre tutti i venti del mondo che potrebbero compromettere l’esito della navigazione, lasciando libero soltanto Zefiro, la brezza di primavera. A questo punto, tra Odisseo e i suoi compagni si genera un esempio di incomprensione; egli, dopo aver loro sommariamente ordinato di non aprire l’otre, dopo nove giorni di navigazione, si addormenta quando oramai si vede in lontananza Itaca, e dunque il viaggio sembra positivamente concluso. Mentre egli dorme però, i compagni, non fidandosi delle sue parole, e credendo che l’otre contenga chissà quali tesori donati da Eolo all’eroe, trasgrediscono gli ordini di Odisseo e lo aprono. Tutti i venti di tempesta vengono così liberati, riportando la nave in alto mare. Quando Odisseo si sveglia, si adira con i compagni, ma ormai è troppo tardi, e raggiungere Itaca non è più possibile.
A mio avviso, questo esempio spiega chiaramente il concetto di fallimento comunicativo dettato da un errato uso dell’immaginazione. Abbiamo detto che per Geertz essa si definisce come uno sforzo di comprendere l’altro, mettendosi nei suoi panni. Ciò che è mancato tra Odisseo e i suoi compagni è stata proprio la comunicazione e una mancata immedesimazione nell’altro; entrambe queste cose avrebbero consentito di interpretare correttamente la situazione, senza che l’esito della navigazione venisse compromesso. L’eroe infatti, ha solo sommariamente ordinato di non aprire l’otre, ma se si fosse immedesimato nei suoi compagni, avrebbe compreso di come essi, dopo anni di guerra e di viaggi per mare, volessero fare ritorno nelle loro case ricchi; da qui il desiderio di aprire l’otre per vedere se vi fosse qualche tesoro. Dall’altro lato, essi avrebbero dovuto rispettare gli ordini impartiti, evitando un errato uso dell’immaginazione che si è rivelato fatale per tutti. La mancata spiegazione ha portato dunque ad un’errata interpretazione della situazione. Probabilmente però, se anch’essi si fossero immedesimati nell’eroe, avrebbero compreso il perché del suo gesto, dettato forse dal fatto che egli, in quanto loro capo, riteneva che i suoi ordini dovessero essere rispettati anche senza troppe spiegazioni. Per concludere dunque, a prescindere dall’esito positivo dell’opera in sé, credo che questo episodio possa essere considerato un esempio di fallimento comunicativo, presente frequentemente anche nel nostro quotidiano.

Maria Lorenzetti ha detto...

Maria Lorenzetti

Alessio Martorelli ha detto...

Un esempio di fallimento comunicativo è ben rappresentato nella storia narrata dal film “To The Bone” di Marti Noxon. Il film narra la storia di Ellen, una ragazza che soffre da anni di anoressia. Sebbene sia malata, Ellen non fa altro che entrare e uscire dalle cliniche di riabilitazione, cosa che mi ha fatto ricordare molto la storia dell’indiano ubriaco. I suoi genitori le tentano tutte, ma nulla sembra funzionare, fino a che non si rivolgono ad uno specialista che le propone una cura alternativa. Parte di questa cura consiste nel risiedere assieme ad altri ragazzi affetti da disturbi alimentari, confrontarsi con loro e con la loro diversità che li ha portati a soffrire di disturbi alimentari, e impiegherà costantemente la protagonista a domandarsi: “voglio guarire?”. Ecco, rispetto all’indiano ubriacone, qui il fallimento comunicativo viene rappresentato, non taciuto e ricavato implicitamente da racconto di Geertz. Vi è, ad esempio, una scena in cui la famiglia di Ellen (famiglia allargata) è coinvolta in una seduta di gruppo, nella quale le varie parti si accusano a vicenda, imponendo la loro visione del problema e le sue cause (soprattutto colpe) agli altri. Manca la capacità di comprendere le posizioni dell’altro, ma soprattutto di Ellen, la quale non riesce neanche a verbalizzare il proprio malessere e da cosa sia dipeso (ed è esattamente come mi immagino l’indiano ubriacone, nell’eventualità in cui gli venisse chiesto il perché del suo alcolismo patologico). Il tentativo di sforzo di comprensione dell’altro avviene solo alla fine del film, in extremis, e il film non da una percezione netta del suo successo. Questo credo dimostri che, anche nell’eventualità si operi un’apertura immaginativa, il risultato positivo non possa essere dato per scontato. Inoltre, non si parla di mondi lontani, ma anzi, di un nucleo familiare, con all’interno i suoi componenti che condividono la stessa cultura, dove sono praticamente impercettibili le distanze che separano gli uni dagli altri.

Mia ha detto...
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Federica Palazzi ha detto...

Ripenso ad un episodio di qualche tempo fa che, secondo il mio punto di vista, rappresenta un chiaro fallimento comunicativo: mi riferisco alla campagna promossa dal Ministero della Salute sul “Fertility Day”, una giornata di sensibilizzazione sui temi della fertilità con diverse iniziative ed incontri in giro per le città italiane, ma tutto questo ha sollevato diverse critiche e lamentele; l’infertilità è un problema che purtroppo molte coppie italiane affrontano per cause diverse, patologie del sistema riproduttivo, avanzamento dell’età, e l’informazione in merito ai rischi è sempre stato un po’ carente nel nostro paese. L’obiettivo del Ministero di sensibilizzare la popolazione sul rischio di diminuzione delle nascite in Italia è stato fallimentare in quanto non è stato comunicato nel modo corretto, a partire dal concept e dal tono utilizzati nelle insegne pubblicitarie (in una di queste, una giovane ragazza mostra una clessidra, e dice “La bellezza non ha età. La fertilità sì”), fino al target di riferimento, cosa più importante in un tipo di comunicazione come questa, per questo non sono riusciti a mettersi nei panni di chi il problema lo affronta da anni, con serietà e a fatica. Tutto questo si è letto in chiave diversa, come se il Ministero dicesse che, in riferimento al precedente esempio dell’insegna pubblicitaria, la donna ha una “data di scadenza” della femminilità oltre la quale viene considerata inutile, incompleta, meno realizzata, se non è diventata madre, ergo, non madre=meno donna.
‘Immaginare’ è per Geertz un tassello fondamentale per la comunicazione ed il fallimento comunicativo deriva dall’incapacità delle due parti di comprendere ed IMMAGINARE la situazione dell’altro. Ciò accade infatti quando gli interlocutori si focalizzano sulle proprie idee e le applicano agli altri.
Bisognerebbe riaffrontare questo tema, mettere le due parti a confronto e scambiarsi l’un l’altro le prospettive.

Giada Stracqualursi ha detto...

Un fallimento comunicativo dipende soprattutto dell'incapacità di immaginare la situazione in cui si trova l'altro. Mi capita spesso di essere fraintesa, e non capisco se la colpa è mia, del fatto che mi spiego male oppure dell'altro che non capisce, perché non fa uno sforzo di immaginazione. Credo che sia il parlante che l'interlocutore debbano fare uno sforzo di immaginazione, quindi la "colpa" sta da entrambe le parti se la comunicazione fallisce. Ad esempio mi è capitato di offrire il mio aiuto ad un'amica in difficoltà, e lei ha pensato che lo facessi solo per dimostrarle che io sono migliore di lei, che io posso insegnarle qualcosa mentre lei è un incapace. In realtà avrei solo voluto aiutarla a risolvere un problema. Quel "ti aiuto io" ha fallito, e non l'ha aiutata per niente, anzi ho alimentato le sue insicurezze non volendo.
Giada Stracqualursi

alessia tardioli ha detto...

Questa mattina una mia amica mi ha chiamata per raccontarmi cosa le era successo ieri. Si tratta di un esempio di un vero e proprio fallimento comunicativo:
la mia amica da poco aveva conosciuto una ragazza,di nome Lavinia,con la quale però non si era ancora mai scambiata il numero di telefono,infatti le due si sentivano tramite facebook. La mia amica ieri ha inviato il suo numero di telefono a Lavinia per iniziare,così,a parlare su whatsapp e ha commesso un errore: ha sbagliato le prime tre cifre del numero. Il numero che ha scritto perciò non era il suo,ma corrispondeva a quello di un ragazzo che nè la mia amica nè Lavinia avevano mai visto o conosciuto. Lavinia riceve il messaggio dalla mia amica con il numero di telefono e subito manda un altro messaggio a quel numero,non sapendo che sarebbe arrivato ad uno sconosciuto,di nome Marco,il quale era in compagnia della sua fidanzata. Quest'ultima leggendo il messaggio appena arrivato al ragazzo,in cui c'era scritto "eccomi sono Lavinia",ha immediatamente pensato ad un tradimento da parte di Marco senza ascoltarlo,senza mettersi nei suoi panni e senza quindi cercare di realizzare uno sforzo di immaginazione per capire cosa l'altro stava passando in quel momento. Non è riuscita ad immaginare la situazione,a dir poco assurda,in cui si trovava Marco. Un altro esempio di fallimento comunicativo mi è venuto in mente pensando ad una serie televisiva che ho visto recentemente e che è intitolata "13 Reasons Why". La protagonista della serie è una ragazza vittima di bullismo e di violenza sessuale e la sua situazione non viene compresa nè dai parenti nè dagli amici. Nemmeno il consulente scolastico,dal quale la ragazza si reca per provare a parlare dei suoi problemi,la prende sul serio e da qui la protagonista decide di togliersi la vita. Il consulente scolastico,come anche i genitori e gli amici,non sono riusciti a mettersi nei panni della ragazza,a capire cosa stava passando. L'aiuto di qualcuno di questi,invece,avrebbe potuto cambiare decisamente il corso degli eventi.

giulia lucia ha detto...

Un caso che subito mi é venuto alla mente di mia conoscenza ha come protagonista una ragazza che abita nel mio condominio, di circa 20 anni che due anni fa ha tentato di suicidarsi buttandosi dal quarto piano. Nessuno di noi avrebbe mai immaginato ad un gesto così forte pur sapendo le problematiche di quella famiglia. Sentendo le sirene davanti il nostro portone subito uscimmo fuori per capire cosa stesse accadendo, da sotto si vedeva la nonna di questa ragazza che cercava di tirarla indietro ma non ci riescì, mentre nel frattempo intervenivano i vigili del fuoco che la presero di forza e la portarono dentro.
In questa famiglia così problematica c'é sicuramente un fallimento comunicativo dovuto all'essenza del padre e alla presenza superficiale della madre con cui non c'é mai stato un dialogo perché non si era mai accorta dei problemi della figlia e anche ascoltandoli non gli dava il giusto peso, e la sua immaginazione mai avrebbe pensato a un gesto simile da parte della ragazza.

Giulia Giulitti ha detto...

Q1 riportate un caso di vostra conoscenza o di vostra invenzione in cui un fallimento comunicativo avrebbe potuto essere colmato se gli interlocutori avessero fatto uso dell’immaginazione nel senso in cui ne parla Geertz.
La vita quotidiana è stracolma di fallimenti comunicativi: tra genitori e figli, tra insegnante e allievo, in un gruppo di amici. Un'esempio che vorrei riportare viene dalla mia esperienza personale.
Faccio parte di un gruppo scout e sono da poco membro della staff, ma non sono "il capo".
In fase di preparazione del campo scout notai che il nostro Capo Reparto era sempre assente, sia fisicamente che mentalmente. Era il nostro primo campo da organizzare, quindi la sua guida era essenziale. Siamo riusciti ad organizzare tutto nonostante le difficoltà e le fatiche, che non erano assolutamente poche, sopratutto senza una guida.
Una volta arrivato il campo notiamo subito che il Capo è scontroso e assente, sopratutto durante le attività. Ovviamente questo causò non pochi scontri, alcuni anche piuttosto accesi.
Qualche mese dopo decisi di parlare con il Capo Reparto per risolvere questo 'litigio' e trovare il motivo del suo comportamento.
Si scoprì che il suo atteggiamento era dato da una situazione spiacevole che aveva a casa, insieme ad altri problemi (di tipo lavorativo ed economici). Inoltre mi disse che non voleva più essere Capo e che si era "stancato", diciamo.
Concludendo, tutti i litigi e gli scontri che si sono verificati, tutto il malumore e la rabbia si potevano evitare se solo ci fossimo messi nei suoi panni, se avessimo visto le cose dal suo punto di vista; l'uso dell'immaginazione i cui parla Geertz, in questa situazione, sarebbe stata essenziale.

Andrea Martini ha detto...

1) Nel post della lezione precedente veniva richiesto di esporre qualche esempio in cui la comunicazione venisse complicata da un certo dislivello di "potere" tra gli attori sociali coinvolti, ed ho proposto gli esempi di esperienze familiari e scolastiche, come la reazione dei genitori di fronte alla nota riportata dal figlio. Le urla, le ciabatte volanti e i pianti si sarebbero potuti benissimo evitare utilizzando proprio quella immaginazione di cui parla Geertz nel suo saggio. Questa come le altri innumerevoli situazioni simili in casa e a scuola: prendendo spunto dalla mia vita scolastica, mi viene in mente quel travagliato periodo che trascorsi al quarto anno di liceo classico che mi portò poi alla bocciatura. Alla fine del mese di gennaio morì una mia zia alla quale ero molto legato e questo, insieme ad una situazione molto complicata di mia madre al lavoro, si tradusse in un forte stress per me. Non avendo valvole di sfogo, soprattutto a causa del mio carattere che avevo allora, tenni tutto dentro di me, e cominciai a trascurare lo studio. Di fronte al mio pessimo rendimento, che peggiorava costantemente, da una parte i miei genitori puntavano il dito su varie distrazioni come gli amici, il computer ecc; dall'altra i professori alimentavano queste accuse, e mi costrinsero insieme, in modo anche aggressivo e invadente, a frequentare corsi di recupero, restare interi giorni chiuso in casa a studiare, come se improvvisamente fossi diventato una capra, tenendomi fuori dal mondo e così via. Tutto ciò non fece altro che aggravare il mio stato, e continuai a non studiare ora non solo per mancanza di concentrazione e per ciò che avevo dentro, ma anche per stupido spirito di contestazione. Ovviamente ognuno di questi tentativi risultò fallimentare e non ebbi tempo di recuperare alcun voto, e con troppe insufficienze venni bocciato. Quella bocciatura in realtà fu quasi come una bombola di ossigeno e, liberatomi dallo stress, solo allora riuscii a parlare con i miei genitori e a confrontarmi con i professori, che insieme ammisero il loro sbaglio. Tutto ciò poteva essere evitato mettendosi nei miei panni, guardando le cose dal mio punto di vista, e cercare un'altra soluzione al problema.

Andrea Martini

Ilaria ha detto...

Un avvocato ed una professoressa di matematica non potevano avere figli. I due coniugi decisero quindi di adottare 3 bambini provenienti da culture diverse. Questi 3 bambini, che ora son adulti, vivevano in condizioni molto disagiate sin dalla tenera età. Uno di loro aveva patito la fame e il freddo; un altro era affetto da sindrome di autismo; e il terzo bambino era sordo-muto. I due coniugi avevano volontariamente scelto 3 casi non poco impegnativi, consapevoli del fatto che avrebbero potuto garantire loro il massimo. I 3 bambini, all'inizio della convivenza con quelli che sarebbero diventati i loro genitori, vivevano un mondo davvero invidiale: erano seguiti h24 da diverse persone che consentivano loro di non perdere le origini della propria cultura. I genitori avevano quindi scelto loro 3 per sottrarli ad un mondo che non avrebbe garantito loro un futuro e non per donare tutto l'amore che avevano da offrire. I 3 bambini, catapultati in un mondo che non gli apparteneva, avevano il desiderio di tornare a vivere dove erano cresciuti perché la ricchezza che forse speravano non era quella che i due coniugi gli stavano dando. I due coniugi erano convinti che assicurargli una vita piena di tutto, troppo potesse colmare il loro vuoto interiore. I 3 bambini non erano affatto felici di vivere quella vita dove potevano permettersi tutto, tranne il lusso di essere amati. Volevano confidare le tante paure che nel periodo dell'infanzia avevano colorato di nero i loro occhi profondi.
I due coniugi non si sono sforzati di comprendere che il reale bisogno dei bambini, era quello di avere due persone che si prendessero cura di loro semplicemente senza l'esigenza di riempirli di grandi giocattoli vuoti a morire.


Ilaria Stirpe

Ilenia Scaccia ha detto...

1: Per fallimento comunicativo si intende un fraintendimento, un insuccesso di comunicazione tra due o più individui, o anche il non comprendere una cultura. Un esempio di fallimento comunicativo si può verificare tra due amici, un ragazzo e una ragazza (che chiameremo rispettivamente Claudio e Anita). Sono al bar a prendere un caffè e Claudio, essendo un soggetto molto burlone, fa una battuta sui capelli di Anita. Lei non capendo il velo di ironia con cui Claudio le dice che sono troppo corti e quindi sembra un “maschiaccio”, lei si offende ed inizia ad inveire contro il suo amico, non avendo capito il tono scherzoso con cui i è rivolto. Ma allo stesso tempo Claudio facendo la sua battuta non ha capito cosa Anita, qualche minuto prima le aveva raccontato, cioè che la parrucchiera aveva sbagliato a farle il taglio e lei era molto irritata per questo.

Margherita Belli ha detto...

C'è un mio vecchissimo ricordo, risalente ormai alla quinta elementare, che ben può fotografare il caso di un fallimento comunicativo. L'ho stampato nella mente in modo vivo, dato che, a quel tempo, mi fece una grande impressione. Insomma, all'epoca frequentavo l'ultimo anno delle elementari nel mio paesino in provincia di Frosinone. Da qualche anno la nostra frazione ospitava in una casa famiglia, molti dei ragazzi che ci vivevano ovviamente iniziarono a venire a scuola con "noi". Era la prima volta che entravo in contatto con situazioni "diverse": c'era chi non aveva i genitori o chi li aveva (anche con se nella casa famiglia) tra mille difficoltà. Ricordo che vivevo la cosa con sgomento e con una buona dose di curiosità: tutto normale per chi è abituato alla" normale" vita di paese! Mi capitó di fare la conoscenza di uno di "loro", venne in classe mia, si chiamava Roberto. Con lui scattó subito una grande empatia, chiesi alla maestra di averlo come vicino di banco. Scherzavamo molto, lo aiutavo con i compiti (era un discolo!) ma ricordo che non mi permetteva mai di capire cosa gli accadeva davvero fuori dalla scuola. Nella mia mente prese le sembianze di un bambino triste: scherzavamo si, ma portava sempre sul volto quel velo di fatica, di malinconia che lo rendeva diverso, è vero. Nel cuore aveva tanta rabbia, si vedeva: litigava sempre con tutti ma è pur vero che veniva fatto oggetto di stupidi scherzi (un giorno se la presero anche con me!).
Presto iniziò a dire di non voler più venire a scuola, mi confidava di non sopportare ne le maestre che lo riprendevano sempre minacciandolo con brutti voti ne gli odiati "altri" bambini e che forse, in fondo, nemmeno di me si doveva fidare. Gli assistenti sociali iniziarono a portarlo con la forza, tutte le mattine. Roberto si comportava sempre peggio, ad un certo punto smise di parlarmi!
Sapevo che viveva nella struttura assieme alla madre, che le maestre dicevano "non troppo sana",lui non ne parlava, ogni tanto diceva che era" tutta scema". Una volta sparí per una settimana da scuola, un giorno fuggi proprio dalla casa famiglia, fortunatamente lo ritrovarono presto, ma a scuola non ci mise più piede.

Margherita Belli ha detto...

(continua dal commento precedente)
La cosa mi rendeva non poco triste, ricordo che non riuscivo a capire;
i miei mi accompagnarono alla casa-famiglia ma non me lo fecero vedere. Non lo vidi mai più.
Dopo mesi una delle maestre mi disse che lo avevano trasferito in un'altra struttura romana,che lui e la madre "qui non potevano più stare" che "non si era integrato", che "rendeva difficile il loro operare". Ero arrabbiata e se ci penso lo sono ancora. Da quel momento pensai che le maestre non l'avevano capito, che nemmeno li nella casa-famiglia ci avevano provato, scaricando lo lui è la madre come un pacco da un'altra parte e che se qualcuno non avesse cambiato modi di fare, sarebbe rimbalzato in eterno da un posto all'altro!
Col senno di poi, con gli occhi non più da bambina, non penso di aver cambiato idea. Il fatto, riletto alla luce di queste lezioni di Antropologia Culturale acquista un senso in piu: ora capisco cosa significava quel mio "non capire", che non era solo mio. Anche le maestre non capivano ma, a differenza di me, non facevano nemmeno lo sforzo di capire. Era questo che mi faceva rabbia. A mio avviso, la paura era la direttrice principale di ciò che accadeva: non quella espressa dal timore di Roberto nel relazionarsi con una nuova scuola, ma lo spavento degli "adulti" che, in questa storia, avrebbero dovuto fare lo sforzo di capire, lo sforzo "immaginativo" di cui parla Geertz e riuscire ad interpretare i segnali di rottura che dava Roberto, per andare dritto alle sue intenzioni, dritto alla sua storia e non rispondere, di certo, con altrettanta rottura, con il contrasto, lasciando la verità della sua condizione nell'oscurita.
Solo cosi Roberto sarebbe cambiato, sarebbe rimasto a scuola e, chissà, avremmo fatto le scuole medie insieme.

PS: Professore perdoni la prolissità del commento. So che renderà ancora più lento lo sfiancante lavoro che sta facendo ma mi dispiaceva mutilare la storia dopo averla scritta.

Belli Margherita

Claudia Giorgi ha detto...

Durante il liceo ho vissuto un’esperienza che mi ha lasciato un profondo senso di amarezza. Non sono mai riuscita a definirla o inquadrarla, ma adesso con le parole di Geertz riesco forse a darle una connotazione più chiara. Per tre anni abbiamo avuto una professoressa con cui non siamo (come classe) mai riusciti a entrare in sintonia e in pieno accordo. Quando la professoressa B. varcava la soglia dell’aula si diffondeva immediatamente un’atmosfera tesa e pesante, quasi insopportabile. La B. aveva un modo di insegnare che a noi studenti risultava del tutto inadeguato, che ci disorientava lasciandoci infastiditi e poco motivati a studiare. La professoressa di rimando, frustata e indispettita, adottava comportamenti sempre più irritanti, alimentando un circolo vizioso. Più volte nel corso degli anni abbiamo provato ad affrontare tali problemi parlando con la professoressa, ma tali tentativi si sono sempre dimostrati dei miseri fallimenti: dei veri e propri fallimenti comunicativi derivanti da un mancato uso dell’immaginazione in senso geertziano. Naturalmente noi studenti, da perfetti adolescenti, non avevamo alcun intenzione di sforzarci di comprendere le motivazioni dietro il comportamento della professoressa; né tantomeno la prof.ssa B. dimostrò di provare a capire quelle istanze che avanzavamo così insistentemente. E fu così che il nostro rapporto in ben tre anni non migliorò mai, anzi, con l’accumulo delle frustrazioni di una mancata comprensione, non fece altro che peggiorare progressivamente.
Dopo lo studio de “Gli usi della diversità” di Geertz ho compreso che la matassa non si riusciva a sciogliere non perché era assente il dialogo, ma perché, seppur il dialogo fosse presente, c’era “l’incapacità, da ambo le parti, di comprendere la posizione dell’altro”. Se noi come classe ci fossimo sforzati a comprendere le scelte didattiche della professoressa e la professoressa avesse provato a mettersi nei nostri panni, forse quel nodo così scomodo si sarebbe per lo meno individuato.

Sarah Tamimi ha detto...

Un esempio di fallimento comunicativo potrebbe essere una situazione in cui due individui dibattono sullo stesso argomento, con le stesse ragioni ma utilizzando terminologie diverse, applicando vissuti diversi e quindi non riuscendo a raggiungere un punto d'incontro.
Questo perché ognuno di loro non comprende a pieno la posizione dell'altro e restando irremovibile sulla sua ideologia senza utilizzare l'immaginazione come la intende Geertz non può entrare in empatia con il suo interlocutore e di conseguenza la discussione sarà fallimentare dal punto di vista comunicativo, perché se entrambi si fossero fermati a riflettere sulla posizione dell'altro avrebbero capito che in fondo le argomentazioni erano le stesse.

Sarah Tamimi

Simone Battistoni ha detto...

Leo ha otto anni , da poco ha iniziato le elementari ed è un bambino molto introverso . Non ha mai avuto molti amici , ora inoltre è in una nuova classe perché la sua famiglia si è trasferita da poco . C'è una cosa , forse soprattutto quella , che gli rende veramente difficile farsi nuovi amici ; questa cosa si chiama Jim . E' un'orsetto peluche che Leo possiede da quattro anni , quando il fratellino , il suo ex proprietario , ha perso la vita in un incidente . Jim è tutto per lui , infatti sono sempre insieme ed è senza mezzi termini il suo migliore amico . Da un pò di tempo però una delle maestre tiene d'occhio Leo e il suo amico , lei crede che quell'orso sia diventato troppa fonte di disturbo e ha deciso che è necessario intervenire . Un giorno entra in classe e si dirige subito da Leo con intenti ben chiari . Gli ordina di porgli l'orso che dal giorno seguente non avrebbe più dovuto essere in classe . Leo è attonito . Scoppia a piangere come solo un bambino che teme per il peggio può fare , mentre la maestra , sicuramente non la fata dal cuore dolce , cerca di togliergli Jim dalle braccia . In quell'orso c'è l'infanzia di Leo , le suo lacrime , quelle del fratello , ma da fuori è un peluche , un pò di tessuto a forma d'orso . Probabilmente le cose sarebbero andate diversamente . Ma nessuno dei due poteva immaginare quali fossero le ragioni delle gesta dell'altro .

Alessio Rischia ha detto...

In semiologia ogni tipo di comunicazione è una traduzione (da un linguaggio mentale non verbale a un linguaggio verbale naturale) e ogni tipo di traduzione comporta una perdita di elementi comunicativi poiché non esiste una traduzione che mantenga intatti tutti gli elementi del messaggio. Nella comunicazione si effettua una prima traduzione, da un linguaggio mentale (un linguaggio immediato e molto più preciso, Umberto Eco fece l'esempio del paziente che prova dolore a una parte del corpo, il paziente sa con estrema precisione la posizione esatta e l' intensità del suo dolore, ma quando deve descrivere questo dolore al medico trova grandi difficoltà) a un linguaggio verbale: si ha uno scarto, la prima perdita di elementi comunicativi. Il messaggio poi viene ritradotto dal destinatario che effettua un'altra traduzione, da linguaggio verbale a linguaggio mentale: altro scarto comunicativo, altri elementi della comunicazione si sono persi. Verrebbe da chiedersi: quanto di quello che comunichiamo all'Altro riesce effettivamente a passare? Non è un caso se dalla metà dell'800 si diffonde l'idea che esista dentro l'essere umano un nucleo indicibile di cose che non possono essere comunicate a causa delle mancanze strutturali del sistema Lingua - e la poesia di Mallarmé ne è un esempio perfetto. Partendo da questi presupposti il fallimento comunicativo avviene o può avvenire in qualsiasi aspetto quotidiano della nostra vita: due coppie che si separano, un litigio tra un adolescente e i genitori, una comitiva di amici che si disgrega piano piano, un equivoco tra uno studente e il professore. Sono tutti esempi di fallimenti comunicativi che avrebbero potuto essere colmati attraverso uno sforzo immaginativo da entrambe le parti.

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