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giovedì 26 ottobre 2017

Antropologia culturale #09

20 10 2017. Lezione sull'ANTROPOPOIESI, concetto elaborato da Francesco Remotti, con una breve premessa di chiusura sull'ETNOCENTRISMO come ce l'ha raccontato Geertz. Superare l'etnocentrismo è un passaggio necessario per provare a comprendere (senza necessariamente giustificare o legittimare) la differenza con la quale ci troviamo a interloquire. Per poter prendere decisioni impegnative nel mondo complesso e super-diverso in cui siamo immersi abbiamo bisogno di strumenti che ci consentano di comprendere la diversità, in modo da sapere cosa fare. L'etnografia ci fornisce quadri di comprensione, orizzonti di senso per pratiche verso cui altrimenti eserciteremmo indifferenza, repulsione o uno sguardo esotizzante, i tre grandi errori dai quali ci dobbiamo tenere alla larga, se vogliamo vivere con un adeguato grado di consapevolezza.
Non è la "voglia di abbracciare l'altro fino a scomparire in lui" il problema della società attuale; semmai è l'opposto, vale a dire il "disinteresse sprezzante per l'altro che chissene" il problema della nostra vita quotidiana, e certo non sarà un "po' di etnocentrismo" ad aiutarci a migliorare la convivenza sociale.

Siamo poi passati a leggere alcune pagine da Prima lezione di antropologia di Francesco Remotti, sui Lese e gli Efe, abbiamo visto la costruzione culturale dell'umanità. Uomini e donne sono costruiti più o meno consapevolmente. L'uomo è incompleto biologicamente e deve essere foggiato nella struttura sociale dove cresce. La foggiatura può essere più o meno formalizzata e consapevole, vale a dire organizzata in pratiche socialmente riconosciute detti RITI, oppure lasciata all'organizzazione spontanea delle società. Non riassumo qui il caso etnografico presentato, la relazione simbiotica tra Lese e Efe, ma è importante comprendere il senso di quell'esempio: gli uomini riconoscono la dimensione costruita della loro appartenenza, a volte anche contrastando la propria condizione con quella di altri, considerati meno costruiti, oppure costruiti secondo logiche differenti.

Q1. Dopo aver compreso il senso del concetto di antropopoiesi, riportate un caso equiparabile a quello dei Lese e degli Efe, vale a dire di due costruzioni culturali distinte ma in rapporto e definite le modalità di quella costruzione (suggerimento: pensate alle molte relazioni etniche di cui si nutrono i rapporti sociali in un contesto urbano complesso come quello di Roma)

217 commenti:

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Lisa Pavone ha detto...

Poco tempo fa ho sostenuto una conversazione con una ragazza e stavamo parlando degli abbonamenti delle varie compagnie telefoniche. La Vodafone ha promosso un pacchetto per cui ai nuovi iscritti era riservata un’offerta che prevedeva 1000 sms, 1000 minuti e 10 GB in 4 giga, tutto a 10 euro. Lei però già apparteneva a questa compagnia, quindi l‘offerta non sarebbe stata valida se non si fosse recata in un negozio di telefonia gestita da ragazzi del Bangladesh che le hanno trovato una “via” per fare in modo che anche lei avesse potuto usufruire di quella offerta... capita spesso di sentire in giro, che questi extra-comunitari hanno leso l’integrità del paese e la maggior parte dei danni provengono da quelle etnie... Ma, se usciamo la sera, specialmente nella periferia romana, su 100 ragazzi, di certo 90 di loro si rifiutano di spendere soldi per sedersi al tavolo di un pub e preferiscono buttarsi su qualche scaletta dopo aver preso 3-4 secchi di alcolici dai famigerati “bangladini”... Stesso discorso può essere fatto per i cinesi, intorno ai quali si dice che sono troppi e che ormai, la nostra metropoli, è diventata loro e che tra qualche anno ci cacceranno... Ma se durante una domenica pomeriggio, in pieno inverno, con una voglia pari a zero di prendere la macchina, abbiamo bisogno di latte, di sigarette o di un detersivo, cosa ci viene in mente?! Beh un negozio di cinesi, instancabili lavoratori aperti sempre, durante qualsiasi festività e contro ogni condizione meteorologica. O ancora sono proprio le persone di colore che permettono l’acquisto di prodotti non originali per cui sono costantemente aperte diatribe sull’illegalità del commercio ma che costantemente si trovano ad avere clienti proprio dai pulpiti da dove derivano le prediche. Additati e screditati, ma nessuno può negare che nella nostra società, molte minoranze etniche, ricoprono un ruolo di “gancio in mezzo al cielo” non indifferente.

Francesco Gazzini ha detto...

Un esempio storico di questa dinamica è rintracciabile nei rapporti tra la cultura greca e quella orientale nell'antichità: nonostante i Greci tendezialmente si sentissero in diritto di bollare tutti i non-Greci come "barbari", tuttavia assimilarono alcuni elementi culturali dei loro vicini d'Oriente, ad esempio le dottrine orfiche e pitagoriche sulla reincarnazione dell'anima, alcuni culti misterici e perfino il dio Dioniso, che secondo il mito si credeva nato in India.
Le campagne di Alessandro poi permisero la diffusione della cultura greca in aeree anche molto distanti e i regni ellenistici cementarono questo scambio culturale con risultati diversi, dal sincretismo alla distinzione netta tra culture.

Miriam D'Ascenzi ha detto...

I Lese e gli Efe sono due gruppi etnici che mantengono tra loro un costante rapporto. I Lese infatti, pur ritenendo gli Efe “inferiori”, ammettono che senza di loro non potrebbero vivere. I Lese chiedono continuamente aiuto agli Efe e questa lunga convivenza fa pensare ad un adattamento reciproco. Il loro è un sistema sociale fondato sull’ineguaglianza che però implica cooperazione. Quindi i due gruppi non sono uguali e il loro rapporto è segnato dalla gerarchia superiore/inferiore.
Pensando a tale rapporto, si potrebbe forse trovare un collegamento con la situazione attuale in Italia. Non dico che gli italiani siano completamente dipendenti da “altri” ma forse una dipendenza abbastanza notevole c’è. Pensiamo ai marocchini che sulla spiaggia vendono maglie e borse firmate (sulla cui provenienza non voglio soffermarmi). Molte persone pur di avere i capi firmati, li comprano da questi venditori ambulanti. Magari poi sono le stesse persone che sostengono che ci sono troppi stranieri in Italia e che non dobbiamo far entrare chiunque nel “nostro” Paese. Poi però, quando fa comodo a loro, gli stranieri sono “utili”. Sono “utili” perché prendono le borse firmate da chissà dove e le vendono a prezzi stracciati a quelle stesse persone che tanto li odiano e li vorrebbero cacciare dall’Italia. Gli Italiani, si sentono superiori a questi stranieri ma nel momento in cui hanno bisogno, si rivolgono proprio a loro.

Sara Spada ha detto...

La crisi europea dei migranti che ha avuto inizio nel 2015 ha fatto si che un numero sempre crescente di persone si spostasse verso l'Europa per richiedere asilo.
La maggior parte delle volte, questi stranieri, vengono ricevuti con diffidenza e ostilità nei vari paesi e l'opinione pubblica generale su questi non è affatto positiva.
Tra le varie accuse che la maggior parte dei cittadini (in questo caso italiani) rivolgono a questi migranti c'è quella secondo cui questi ruberebbero posti di lavoro.
Se rivolgiamo però uno sguardo più attento alle nostre comunità locali possiamo renderci conto di quanto tali accuse siano infondate.
Oggi, in Italia, molte delle persone provenienti da altri paesi, svolgono professioni umili che pochi italiani accetterebbero di fare perché troppo duri e mal pagati.
Da alcuni studi, al contrario, viene affermato che abbiamo bisogno degli immigrati per tenere in piedi il nostro sistema di protezione sociale.

Alessandra Marcelli ha detto...

ALESSANDRA MARCELLI

“Chi disprezza compra”. Così forse potrebbe essere banalmente riassunta la storia dei Lese e degli Efe immaginando di doverla spiegare ad un bambino. In una società fatta di uomini che si considerano uguali e acculturati alla stessa maniera, che vivono vestendo uguale, mangiando tutti le stesse cose, è difficile che il processo di integrazione del “diverso” possa avvenire in maniera facile. Una società tende a considerare “diverso” chi non condivide e non vive delle stesse tradizioni e degli stessi costumi della società stessa. Eppure, spesso e volentieri, ci si ritrova a dover ringraziare quasi il “diverso”, perché senza di lui probabilmente molti spazi, occupazionali e non, della società rimarrebbero vuoti. Chi andrebbe ad accudire un anziano di 94 anni, fornendo lui assistenza domiciliare 24 ore al giorno, tutti i giorni, se non una donna extracomunitaria senza famiglia in Italia? Chi accompagnerebbe la signora di mezz’età, piena di buste della spesa, dal banco della frutta del mercato del paese all’automobile, in cambio di qualche spiccio per la colazione? É in situazioni come queste che gli uomini non considerano più i diversi tali, ma tendono quasi a ritenerli gli unici su cui poter fare affidamento. É in situazioni come queste che la diversità si annulla e diventa bisogno, diventa necessità. “La vita senza gli efe è male”, dicevano i Lese. “La vita senza gli extracomunitari è male”, dicevano gli italiani. Triste realtà.

mariagiulia mattozzi ha detto...
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Davide Catapano ha detto...

Quattro o cinque mesi fa abbiamo assistito ad un qualcosa che non accadeva da tempo.
A Doha, in Qatar, la popolazione ha preso d'assalto i centri commerciali svuotandone gli scaffali per accaparrarsi cibo ed acqua.
Le navi cisterna che trasportano gas e petrolio verso l'Europa e le altre nazioni asiatiche sono state bloccate.
Questo perché, in seguito al summit dei paesi arabi con il presidente Usa Donald Trump, l'emiro del Qatar é stato accusato di appoggiare e finanziare movimenti terroristici quali Hamas ed Hezbollah e di essersi aperto troppo all'Iran, paese in prevalenza sciita.
É stata chiusa anche la principale arteria stradale che dall'Arabia Saudita porta il 50% del cibo e dell'acqua che la popolazione del Qatar consuma ogni giorno.
La situazione è stata apparentemente risolta nei giorni a seguire poiché, il Qatar,  da un lato ospita la principale base aereonavale americana dal nome di "Al-Udeid", dalla quale partono ogni giorno i raid aerei contro l'isis, dall'altro perché il Qatar è il principale rifornitore di gas naturale di tutti i paesi asiatici, compresi quelli circostanti.

mariagiulia mattozzi ha detto...

Numerosi sono gli italiani che si ritengono superiori rispetto ad un qualsiasi essere umano che viene considerato "diverso","estraneo". Un comportamento secondo me significativo avviene quando una persona si reputa superiore e ha bisogno di un aiuto ma non esita a chiedere agli extracomunitari, che per necessitá sono disposti a svolgere mansioni dure e faticose. Esempio clamoroso: ( prendendo in considerazione il mio paese) un italiano sta costruendo la sua casa, tutti i muratori presenti sono stranieri. Questo ci deve far riflettere perché dimostra quanto sia ipocrita l'essere umano. Sono tutti inferiori ma quando serve una mano, quando serve fare un lavoro di fatica o che solo non ci va di fare diventano tutti utili e indispensabili.

Marianna Persia ha detto...

Porto come esempio una realtà con la quale ho avuto il piacere di entrare in contatto. Tempo fa, volevo imparare a cucire e mi sono imbattuta in un volantino di una struttura chiamata "Lucha y siesta", nei pressi di Lucio Sestio. Si tratta di un luogo dove vivono donne, straniere e non. Si tratta di donne con storie diverse, con vissuti pesanti ma con un tratto comune: essere sole. Alcune sono giovanissime, altre hanno figli. Non si tratta di un centro di accoglienza o di anti violenza ma di uno spazio di condivisione e socialità. Lavorano qui diversi volontari (soprattutto donne) che cercano di agevolare l'integrazione di queste donne nella società. Si finanziano tramite attività pratiche, cineforum, mercatino artigianali. E si tratta di uno scambio fecondo e fertile per entrambe le parti. Le inquiline della casa non sono sole, hanno appoggio, sostegno ma soprattutto aiuti pratici per integrarsi. Non è facile essere donna, a maggior ragione se si è ai margini della società. I residenti del quartiere invece hanno la possibilità di guardare film, assaggiare cucine straniere, imparare a cucire, fare yoga a prezzi assolutamente modici. E hanno soprattutto l'onore di consocere donne forti, determinate e indipendenti che lottano per la loro dignità. Penso che sia un esempio utile per capire quanto la diversità sociale possa essere una risorsa.

Anastasia Di Giuseppe ha detto...

Un esempio che mi viene subito in mente e che può essere considerato per certi versi un calco di quello degli efe e dei lese è quello che ognuno di noi può constatare prendendo un treno e spostandosi in maniera verticale nella Penisola; io sono una ragazza di origine abbbbbruzzese ma se dovessi schierarmi nel divario tra nord e sud; il mio istinto sceglierebbe senza ombra di dubbio la seconda opzione. Ho avuto modo di spostarmi sia verso Agrigento che verso Milano e da questo ho potuto constatare le profonde differenze che contraddistinguono l’una o l’altra zona d’Italia soprattutto attraverso due episodi: il primo si è verificato quest’estate quando sono andata a trovare la mia migliore amica che studia a Padova e su incarico della mamma e della nonna avevo in valigia più vasetti di conserva fatti con i pomodori dell’orto, olio buono del vicino e uova fresche fresche di Marina, la gallina di fiducia della famiglia, che vestiti. Sono entrata nella palazzina tenendo alcune di queste cose in mano e una signora sulla cinquanta vestita in maniera molto elegante, con sopracciglia perfettamente pinzettate e capelli super laccati mi guarda dall’alto al basso, visibilmente sdegnata e sottovoce dice “Teruun” (mi perdoni se la trascrizione non è esatta). Il secondo invece è avvenuto circa due anni fa in Sicilia, a Palermo quando andando verso i teatri greci un signore anziano si prende confidenza e avvicinandosi ci chiede dov’è che stessimo andando, noi rispondiamo educatamente e lui risponde con un’altra domanda “avete mangiato?” (In dialetto più stretto ma non riesco a trascriverlo) e noi diciamo di aver mangiato ad un fast food e lui “nda fuss?” e se na va, ritorna dopo poco con una busta di limoni del suo albero e ci ordina di provarli. Dopo questo episodio io non l’ho più visto e lui non ha più visto me. 

Ora, questa non è un semplice distinguo tra il sud mangione e il nord a dieta; bensì, presenta due stili di vita completamente opposti: da un lato, a nord, la riservatezza, la morigeratezza, una lingua diversa, con accenti più precisi e vocali più chiuse; dall’altro, a sud, l'essere "compagnoni" e più estroversi, una lingua contraddistinta da parole per lo più tronche e con vocali unicamente aperte. Queste differenze si potrebbero riscontrare in due stati diversi: lingua diversa, dieta diversa, abitudini diverse (mio cugino di Milano ha la mia stessa età e già lavora e si mantiene da solo, mio zio d’Abbbbbruzzo ha 41 anni, la mamma ancora gli cucina, stira e chiama ogni due minuti); invece no, siamo in Italia dove ci è stata imposta una identità nazionale che però non condividiamo tutti alla stessa maniera. È italiano il signore di Palermo come è italiana la signora di Parma. Ma la seconda ci si sente automaticamente di più, molto probabilmente per un progresso economico avvenuto prima, e guarda il “terrone” in maniera pidocchiosa. Al centro Italia questa tensione si avverte ancora di più; sembra un tira la fune dove ognuno mette forza dalla propria parte e chi sta al centro si sente spezzettato; perché da un lato sí, non andiamo in motorino in tre come è buon costume nella  bella Napoli o le nostre vocali sono più chiuse rispetto a quelle di amici siciliani; ma io dopo tempo, faccio ancora difficoltà a capire la nonna del mio fidanzato quando ci partorisce perle di saggezza in dialetto stretto.

Davide Di Buono ha detto...

Nell'ampio spettro dei rapporti culturali in Italia, ma valida in tutto il mondo, vi è un aspetto decisamente rilevante, ovvero quello gastronomico. Come nel saggio di Francesco Remotti, affrontiamo l'esempio dal nostro punto di vista. Noi vediamo gli stranieri come coloro che vengono ad offrire il loro cibo. L'atteggiamento etnocentrico ci porta a considerarli come collocati in una situazione di inferiorità culturale nei nostri confronti. Dal loro punto di vista, l'"offrire" si trasforma in "investire": loro vengono in Italia vedendo la nostra abitudine nel consumare le loro pietanze tipiche. L'esempio dimostra come questi rapporti sociali derivino da relazioni etniche pensate in maniera molto diversa, in base a quale sia la cultura presa come riferimento

Lucilla Damico ha detto...

1.
Un esempio che ho vissuto in prima persona, risale a qualche tempo fa. Mi trovavo in Abruzzo, in un paesino molto piccolo dove abitano i miei nonni. Da circa 10 anni c'è stata un'affluenza sempre maggiore di stranieri provenienti da ogni parte. Sopratutto nei primi tempi la faccenda non è stata presa affatto bene dai pochi cittadini del paese. Temevano che la presenza di queste persone minasse la loro identità di comunità, dubitavano di questi ragazzi e li consideravano a tutti gli effetti come "altri". Arrivato l'inverno , però, i "nuovi arrivati" hanno avuto la possibilità di dimostrare quanto la comunità locale si sbagliasse a creare un muro tra le parti: è iniziata una vera e propria collaborazione per quanto riguarda i lavori della vendemmia, il taglio della legna e pratiche di questo tipo. Il contributo di braccia giovani e forti ha fatto la differenza e da quel momento queste persone sono state accettate a tutti gli effetti facendo quindi ricredere i gli abitanti del paesino dei loro pregiudizi.

lucy ha detto...

Pensando a due costruzioni distinte fra loro ma pur sempre in contatto e in stretta relazione, mi viene in mente l'hegeliano rapporto fra padrone e schiavo. Ora, non intendo dilungarmi in una discussione filosofica, ma quel famoso rapporto mi sembra molto simile alla relazione che spesso si instaura fra un datore di lavoro italiano, ad esempio il proprietario di un'azienda, e i suoi lavoratori stranieri. Come nel rapporto fra i Lese e gli Efe, si instaura una gerarchia di "importanza" che è facilmente riscontrabile nelle relazioni fra gli individui presi in considerazione e dunque come i Lese credono di essere superiori agli Efe, così il padrone dell'azienda crede di essere un gradino più in alto dei suoi impiegati. Ciò che mi salta all'occhio leggendo la storia di Grinker e osservando i rapporti sociali, è che sia i Lefe sia il padrone dell'azienda dipendono strettamente dai loro "subordinati", in un caso per la difesa dalla stregoneria, nell'altro per la produzione. Specialmente nel caso preso in analisi mi salta all'occhio la faccenda antropopoietica che ha fatto sì che il padrone credesse ciò. In conclusione, tornando ad Hegel, gli schiavi si "umanizzano" lavorando, mentre il padrone diventa a tutti gli effetti loro servo.

Elena Carnevale

Arianna Tuni ha detto...

Arianna Tuni
L'esempio che vorrei riportare è quello della schiavitù nell'antica Roma. Come sappiamo l'espansione di Roma è stata notevole e le popolazioni conquistate venivano spesso ridotte in schiavitù. I barbari, cioè coloro che facevano parte dei popoli non-romani,venivano comprati dai personaggi romani più illustri al mercato e il padrone molto spesso marchiava il proprio schiavo come fosse una bestia. Gli schiavi non godevano di alcun diritto, dovevano sottostare al volere del padrone tanto che non avevano il permesso di avere neanche famiglia. Lo schiavo doveva occuparsi della domus e del benessere del padrone e non aveva diritto ad avere nessuna proprietà.
Il padrone romano era ovviamente consapevole della sua superiorità rispetto allo schiavo, sapeva che questo non aveva bisogno di diritti, tuttavia era indispensabile per la propria quotidianità e senza di esso di avrebbe dovuto egli stesso compiere anche i lavori più umili.

Alex DeLarge ha detto...

Q.1
Abbiamo visto a lezione come l’antropopoiesi opera sugli uomini e sui modelli culturali.
L’esempio dei Lese e degli Efe è lampante, come una cultura come quella Lese si sente se stessa e riconosce la sua dimensione costruita proprio in rapporto all’altra cultura, quelle Ese.
I Lese riconoscono in loro il ‘kunda’ cioè la possibilità di sfociare nella cultura Efe, costruita così differentemente dalla loro.
Un esempio al quale ho pensato è la condizione ad Atene, durante il periodo delle colonizzazioni, degli ateniesi.
Atene, come per la maggior parte delle poleis greche, è sempre stata gelosa della cittadinanza degli ateniesi, tant’è che il proprio nome stava ad indicare “la città degli ateniesi”.
Chi non aveva la cittadinanza non poteva acquistare beni immobili per esempio (potevano stare nelle case solo in affitto), non poteva entrare nell’Agorà, pena una multa e dopo la morte, che infatti era delimitata da due scritte, alle due porte di ingresso: io sono Ateniese.
(Aristotele, che non aveva la cittadinanza non poteva filosofeggiare nell’Agorà).
Ma ad Atene e nelle terre limitrofe, si trovavano numerose genti che vivevano, lavoravano in botteghe, commerciavano e non possedevano la cittadinanza che gli ateniesi si tenevano stretti così gelosamente: erano i cosiddetti ‘metechi’, cioè “colore che abitano di là”, frutto dei numerosi spostamenti durante l’era coloniale.
Infatti la condanna peggiore per un ateniese (come per la maggior parte dei Greci) non era la morte, ma era l’esilio e la perdita della propria cittadinanza, vista come cultura costruita dagli stessi ateniesi e posseduta gelosamente.
Come per i Lese e gli Efe, gli ateniesi riconoscevano la propria cultura così costruita e si sentivano tali contrastando la loro condizione con quella dei non cittadini, considerati differenti da loro.


Trincia Leonardo

Rosanna Vendemmia ha detto...

Riguardo al concetto di "antropopoiesi" di Remotti, parlando di due costruzioni culturali distinte ma in rapporto tra loro, come i Lese e gli Efe, penso al rapporto tra cultura greca e cultura romana. È il 22 giugno del 168 quando i romani vincono sui macedoni e molti greci della lega Achea,militante per il regno macedone, vengono deportati a Roma, tra questi, Polibio. Lo storico aveva avuto un'intuizione che ben presto si rivelerà: i romani avevano conquistato militarmente i greci che a loro volta avrebbero conquistato culturalmente i nuovi sovrani. Lo stesso Lucio Emilio Paolo aveva scelto lo "schiavo" Polibio come precettore dei suoi figli e come suo fido braccio destro. Se pur la fazione conservatrice, capitanata da Catone in Censore, fosse ostile agli "intellettuali effeminati" (descrizione spregiativa dei greci per via dei loro copricapi) era innegabile, e tutt'ora lo è, ritenere che la letteratura latina abbia avuto inizio da schiavi greci,in particolare nel 240 con Livio Andronico, deportato da "Taras", unica colonia spartana.

Dell'Orco Alessandra ha detto...

Dell'Orco Alessandra

I Lese pur ritenendosi superiori, un “gradino sopra” gli Efe ammettono quanto questi ultimi siano indispensabili.
Esiste quindi un rapporto di proporzionalità diretta, fanno parte di un’equazione che non sarebbe possibile, se non si considerano entrambe le parti.
L’esempio che mi viene in mente, (ahimè sempre troppo attuale) è quello delle badanti straniere. Ci sono infatti quelle famiglie che considerano le donne rumene donne venute in Italia “sono per rubare il marito” che si trovano volente o nolente a dipendere proprio da queste ultime. È difficile infatti, trovare una donna o una madre italiana che è disposta a fare la badante anche durante le ore notturne, perché si sa che le mamma italiane non vorrebbero lasciare i propri figli neanche quando questi sono ormai autosufficienti. Ci si affida quindi a queste donne che non hanno famiglia in Italia e che non dovrebbero quindi lasciare “soli” i propri figli. Si fanno quindi entrare le famose ruba-marito in casa del proprio padre o della proprio madre malati e ne dipendono totalmente. O mi viene anche in mente (come tanti film ci mostrano) che le famose colf sono sempre quelle simpatiche e basse donne filippine che vengono trattate male e vengono pagate anche peggio, ma senza di loro non sarebbe possibile trovare il pranzo pronto o una casa pulita. E qui dalle mie parti si direbbe “non sputare per l’aria che ti ricade in faccia”. Dopo aver sminuito queste donne e dopo essersi fatte un’opinione bigotta, e nella maggior parte dei casi poco veritiera, si finisce per essere totalmente dipendenti dalla presenza indispensabile di queste donne.

Carolina Cristino ha detto...

Un esempio di rapporto sociale simile a quello tra Efe e Lese può essere tratto dalla storia. Pensiamo al divario che da sempre é esistito tra aristocrazia e servitù. Tra i due gruppi sociali vi é una grande diversità nei valori, nello stile di vita, nella formazione culturale ecc...
Gli aristocratici, come dice stesso il nome sono i migliori e sono tali perché nelle loro vene scorre sangue nobile, hanno accumulato ed ereditato ricchezza. I servi, invece, sono coloro che sono stati meno fortunati sin dalla nascita, che non hanno avuto la possibilità di cambiare il proprio status e dunque condannati all'inferiorità. Gli aristocratici, tuttavia, sono costretti ad usare la servitù nello svolgimento delle attività lavorative che vengono considerate pregiudicanti la moralità e la nobiltà stessa. É proprio lo sfruttamento della servitù, dunque, che consente loro di vivere una vita agiata e conservare quella diversità su cui si fonda la discriminazione delle classi inferiori.

Federica De Matteo ha detto...

Gli Efe e i Lese rappresentano due culture distinte pur coesistendo nello stesso territorio.Essi infatti sono geograficamente molto vicini eppure hanno concezioni di vita diverse.Remotti dice che l'uomo è un essere incompleto,e per vivere,per completarsi,ha bisogno di cultura.In questo modo ognuno ne crea una propria.Il risultato è una pluralità di costruzioni,diverse e "sbagliate"per altri.Non ce ne è una giusta,e completa,per questo finiscono,come nel caso degli Efe e Lese,per contemperarsi.Un esempio può essere il rapporto tra operaio edile,che costruisce una villa,e l'uomo benestante,che vive di rendita,a cui essa è destinata.Il loro rapporto è interdipendente eppure la concezione di lavoro,di vita,di identità è opposta.

Francesca Paradisi ha detto...

Il rapporto tra Efe e Lese può essere definito come collaborazione/subordinazione, ma anche necessità. Tra le loro culture troviamo una netta divisione e, allo stesso tempo un’interazione profonda. Possiamo ritrovare tale rapporto anche nel famoso passo della Bibbia che ci racconta l’episodio di Mose’. Si tratta di un periodo storico in cui parte della popolazione ebraica che abitava in Egitto si trovava a ricoprire la condizione di schiavitu’. Ebrei e egiziani non condividevano la cultura ne’ tantomeno la religione( i primi monoteisti, gli ultimi addirittura politeisti); vivevano in quartieri separati nelle città; gli ebrei erano in oltre oggetto di stigma e accusati di superstizione. Gli egiziani, però, necessitavano fortemente della presenza ebraica in quanto essi svolgevano attività manuali e faticose.

FRANCESCA PARADISI

Noemi Flore ha detto...

Un caso equiparabile che mi viene in mente è quello del rapporto vassallatico beneficiario del periodo medievale. Le due costruzioni culturali distinte ma in rapporto sono: il senior o signore da una parte e il vassus o vassallo dall’altra, la costruzione del rapporto tra queste due parti vede il senior concedere in beneficio vitalizio una terra, aiutare e dare protezione al vassallo e quest’ultimo giurare fedeltà a vita al signore, prestandogli servizio militare a cavallo con armamento completo. Le due realtà sono contrapposte, ricoprono ruoli opposti, uno comanda, e l’altro deve per necessità obbedire, entrambe collaborano, pur rimanendo separate. Inoltre nell’ordinamento carolingio alla morte dei titolari, le cariche di ufficiale pubblico e i grandi benefici, erano riconfermati agli eredi del defunto, così da trasmettere il rapporto vassallatico ereditariamente. Il figlio del senior defunto prendeva in carico i suoi vassalli,oppure i figli di un vassallo defunto potevano diventare essi stessi vassalli del signore che il padre serviva. Il legame tra questi due contraenti viene anche riconosciuto formalmente, tramite un giuramento che prevede da parte del senior la concessione dell’investitura e da parte del vassallo l’omaggio, così, i due, si riconoscono come contraenti del rapporto, da cui guadagnano benefici reciproci pur rimanendo consapevoli della differenza di fondo che li separa. I vassalli come gli Efe sono necessari strutturalmente ai signori, perché coltivano le terre, ne ricavano prodotti e beni e combattono, il signore gli fornisce solo i mezzi, non farebbe mai quei lavori. I Senior sono come i Lese, che fanno di tutto per marcare la differenza con gli Efe ma non possono vivere senza di loro, inoltre, anche in questi rapporti di vassallaggio c’è, come tra i due popoli descritti nel saggio di Remotti, una vicinanza spaziale, la corte e il villaggio medievale, che li porta a dover collaborare. Infine sono i vassalli che permettono il funzionamento e la realizzazione della forma di “senior” che accresce sempre più il suo prestigio e potere, garantito dal lavoro prolifico dei vassalli, com’è per il ruolo svolto degli Efe nei confronti dei Lese.
Noemi Flore.

Adriano Simei ha detto...

Sono portato a dire come esempio quello che per molti è scontato, ovvero la realtà di Roma che vede un numero maggiore di cinesi e di cultura cinese vivere nella capitale; poi però prendo spunto da una frase che io dico sempre, ovvero, "Dopo una Chinatown, in ogni città che si rispetti, c'è sempre una little Italy", che voglio dire con questo? Che "noi" siamo sempre molto critici, o scettici, o contrari addirittura a questa popolazione mandarina che cresce sempre di più e si sviluppa sul territorio, ma voglio ricordare che noi siamo secondi solo a loro, in ogni grande città, come Roma, New York, e via discorrendo, ci sono culture cinesi che si sono ormai da anni stabilizzate in quelle città, passando anche da inferiori (secondo gli originari abitanti di quelle città), ma certamente raggiungendo un numero così elevato da aver creato in queste capitali mondiali delle comunità a se stanti che condividono lo stesso territorio negli stessi confini con gli abitanti "originari" di quel posto, ma noi italiani siamo uguali, stiamo tanto a lamentarci dei cinesi a Roma (per esempio), e poi ci scordiamo che noi in fatto d'immigrazione e creazione di comunità italiane in altri stati siamo sempre presenti, possiamo trovare comunità italiane immigrante generazioni fa', o successivamente, ovunque; siamo noi stessi, a nostro discapito, portatori di questa diversità culturale innestata in altre comunità. Quindi per abbreviare, come esempio voglio portare le comunità italiane che convivono e condividono con le comunità e culture estere le proprie tradizioni ed usanze, che poi a loro modo vengono valorizzate o meno in base al paese ed al contesto, posso prendere nello specifico la popolazione londinese che si è lamentata sempre di più degli italiani che venivano a Londra solo per cercare lavoro e "rubarne" agli inglesi; e posso prendere gli Australiani che hanno dedicato piazze e statue agli italiani e alle comunità italiane in Australia per il loro aiuto al governo nelle costruzioni edili (visto che non sapevano nemmeno cosa fosse il cemento). Quindi due attualità diverse che hanno visto comunità straniere accettarci nei loro territori condividendone gli spazi, la natura, e molto altro, e che ci hanno visto considerati come inferiori in alcuni casi, e come superiori in altri.

Simei Adriano

Ilaria Piacenti ha detto...
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Ilaria Piacenti ha detto...

Nella vita quotidiana abbiamo numerosi esempi di costruzioni culturali distinte ma in rapporto tra loro. Potremmo prendere il caso di un contadino e di un ricco imprenditore. Il primo abita in campagna, vive del suo raccolto e dei prodotti che riesce a vendere al grande mercato; il secondo abita in una grande metropoli, lavora nel suo ufficio, conduce una vita piena di comfort.
Per quanto il ricco imprenditore tenda a discriminare il lavoro del contadino (perché faticoso e poco dignitoso) deve ammettere che è una figura strutturalmente indispensabile per la sua esistenza (così come per i Lese una vita senza Efe è MALE).

jessica ciuffa ha detto...
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jessica ciuffa ha detto...

Equiparabile alla vicenda dei Lese e degli Efe raccontata da Renotti (ma leggermente più brutale) è il colonialismo spagnolo,avvenuto in America nel XVI secolo. I "conquistadores" si ritenevano più evoluti e civilizzati degli "Indios" (come i Lese rispetto agli Efe) e,in quanto "uomini di Dio", credevano di avere il sacro compito di portare la civiltà e la giusta religione anche a questa "sottospecie di uomini non ancora sviluppati", definiti "homuncoli" da De Sepulveda. In realtà,questi "selvaggi" avevano solo una cultura diversa (per certi versi simile a quella degli Efe) poichè vivevano in villaggi o in tribù, a contatto con la natura,e praticavano riti e costumi diversi. Queste due etnie vengono a rapportarsi quando la maggior parte degli Indios accoglie benevolmente gli spagnoli appena giunti,considerandoli degli dei e credendo nelle loro false promesse di liberarli dai nemici/padroni e di migliorare la loro vita. Inoltre, i conquistadores (come i Lese) si appoggiavano agli indigeni per riuscire a sopravvivere nel nuovo territorio e per vincere alcune battaglie contro altre popolazioni ribelli. Tuttavia,ben presto iniziò il brutale massacro da parte degli spagnoli, il cui vero scopo era solo quello di arricchirsi e di espandere i territori della corona.

Fabrizio Vona ha detto...

Lezione 9
Salve Professore
Ecco la mia risposta
Fabrizio Vona

Q1. Dopo aver compreso il senso del concetto di antropopoiesi, riportate un caso equiparabile a quello dei Lese e degli Efe, vale a dire di due costruzioni culturali distinte ma in rapporto e definite le modalità di quella costruzione (suggerimento: pensate alle molte relazioni etniche di cui si nutrono i rapporti sociali in un contesto urbano complesso come quello di Roma)


L’antropopoiesi è quell’operazione attraverso cui le culture costruiscono i propri specifici tipi umani. Se partiamo dall’assunto, venuto fuori in maniera molto evidente in quasi tutte le lezioni, che l’uomo è “un animale” incompleto e che ha bisogno di essere “foggiato”; se riflettiamo che l’uomo è probabilmente l’essere che ha meno sapere innato rispetto a tutti gli atri abitanti della terra, allora possiamo comprendere con grande facilità il fatto che l’uomo si forma, si auto costruisce, ma soprattutto viene costruito da pratiche sociali e culturali. Questa foggiatura è appunto l’antropopoiesi.
Altro concetto molto importante toccato a lezione riguarda appunto il concetto di scarto. La foggiatura crea scarti.
Per riportate un caso equiparabile a quello dei Lese e degli Efe, racconto cosa accadde a Frosinone nei primi anni 90:
Non molto lontano dal quartiere dove sono cresciuto, c’è un quartiere in cui vivono prevalentemente albanesi. Ricordo i “disagi” che questa situazione portò. Erano i primi anni 90, e nel 91 c’era stato il grande sbarco a Brindisi, e molte città si “sentivano” invase. Il fenomeno toccò anche la mia città, Frosinone. Ricordo che arrivarono molti albanesi e praticamente in poco tempo. Con il passare del tempo molti si sistemarono nel quartiere “Casermone”. Si diceva che erano puzzolenti, che rubavano. Mi ricordo che sentivo frasi (tornate oggi molto di moda) “non possiamo accoglierli tutti”, “invasione”. Ogni volta che c’era un furto nel quartiere si incolpavano gli albanesi, così io e molti giovani della mia età siamo cresciuti con l’immagine dell’albanese sporco e ladro. Poi piano piano crescendo ho visto che molte persone chiamavano proprio “gli albanesi”, quando dovevano fare dei lavori di muratura. Inoltre ogni tanto allestivano dei piccoli mercatini la domenica dove la gente accorreva per comprare le cose a ottimi prezzi.
Il quartiere degli albanesi all’inizio era visto come un ghetto, dove all’interno c’erano “loro” con le loro abitudini percepite spesso molto diverse dalle “nostre, ma in alcuni quartieri edili della provincia di Frosinone la loro presenza è stata a dir poco determinante.

Jamila Zenobio ha detto...


Quello dei Lese e degli Efe è stato definito da Grinker come un caso di un’unica società formata da due gruppi culturali in relazione simbiotica. Pur marcando la propria differenza dagli Efe, i Lese non possono fare a meno di loro per diverse motivazioni, dalle più pratiche (intrattengono con loro scambi commerciali) a quelle culturali. In effetti gli Efe costituiscono il termine di paragone attraverso cui i Lese sono in grado di misurare il proprio grado di costruzione della civiltà e del modello d’individuo (antropopoiesi).
Un esempio di due costruzioni culturali distinte ma in rapporto fra loro potrebbe essere quello degli immigrati e degli abitanti della piccola cittadina di Rosarno.
I Rosarnesi marcano il loro status di italiani, portatori di una cultura più raffinata e superiore rispetto a quella dei “baluba” e rivendicano i propri diritti da cittadini. D’altro canto non si può fare a meno di riconoscere che gli immigrati costituiscono di fatto un anello fondamentale della catena produttiva agricola di Rosarno.
Essi svolgono infatti il lavoro di raccolta di pomodori ed agrumi nei campi calabresi, sottoponendosi ad estenuanti orari di lavoro e percependo una paga a dir poco umiliante (si è parlato in questa situazione di vera e propria schiavitù).
I rosarnesi dunque, pur mantenendo netto il distacco dagli immigrati, riconoscono comunque la loro utilità nello svolgere un lavoro che loro stessi si rifiutano ormai di fare.

Jamila Zenobio

Simone Agati ha detto...
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Federica Palazzi ha detto...

Per riportare un caso simile a quello dei Lese e degli Efe, ho pensato ad un argomento approfondito quest’anno durante il corso di Angloamericana; analizzando la condizione dei black afroamericans nella seconda metà dell’800, ci siamo soffermati sulla figura di Booker T.Washington, primo leader politico ed economico afroamericano, il quale fonda inoltre una scuola utile ad offrire istruzione agli afroamericani liberati dalla schiavitù.
Con il suo importante discorso denominato ‘Atlanta Address’, Booker T.Washington parla dell’importanza degli afroamericani dinanzi ad una platea composta maggiormente da bianchi i quali negli stati del sud dell’America si sono serviti della schiavitù degli afroamericani nelle piantagioni; nel durante il discorso riflette e spiega quanto i bianchi e gli Afroamericans, seppur diversi – “we can be as separate as the fingers” – abbiano bisogno l’un l’altro per arrivare ad un progresso e per far rifiorire l’America – “yet one as the hand in all things essential to mutual progress” –.
Gli afroamericani, poiché sono ignoranti ed inesperti, imparano dai bianchi, ma senza il loro continuo lavoro e la loro grande manodopera (gli afroamericani erano in aggiunta 8 milioni), l’economia degli Stati del sud sarebbe andata alla deriva; per Booker T. Washington essi sono utili per il commercio (visto il loro passato come lavoratori nelle piantagioni), lavorano a scuola in attività manifatturiere e studiano per diventare commercianti, comprano pezzi di terra dei bianchi facendo fiorire le discariche e gestendo le loro fabbriche. In una situazione simile i bianchi hanno due possibilità, o accogliere le loro mani che elevano il peso oppure aspettare che quel peso crolli prima o poi su loro stessi.

Manuele Margani ha detto...
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Simone Agati ha detto...

Blogger Simone Agati ha detto...
Per fare un esempio di costruzioni culturali distinte ma che interagiscono tra loro, relativamente alla mia città, penso immediatamente a bengalesi,romeni ecc. con italiani. Ma nel farlo riporto un fatto che almeno a me è risultato divertente. L'ex sindaco di Roma Alemanno il 14 ottobre è stato a capo di un corteo che riunivi diversi partiti e movimenti del centro destra. "Stop invasione" era il loro motto. Ma giorni prima nel bel mezzo delle prove microfono, si riscontrano problemi audio, ma il motivo è la presa elettrica che è fuori uso. Gli addetti al sistema audio non sanno che fare, sono in preda al panico. Arriva però l'idea geniale, sfruttare la presa di una persona sistemata lì vicino con il suo banchetto per vendere le caldarroste. Colui che vendeva le caldarroste era proprio il "problema" che qualche giorno dopo sarebbe stato al centro del corteo. Un altro esempio di rapporti tra culture diverse ma conflittuali sono sciiti e sunniti .Oggi tutti i musulmani del mondo concordano che Allah sia l’unico dio e che Maometto sia il suo profeta. Tutte e due le religioni osservano i cinque pilastri dell’islam e condividono come libro sacro il Corano. Tuttavia ci sono differenze sostanziali: i sunniti basano la loro pratica religiosa sugli insegnamenti tramandati da Maometto, mentre per gli sciiti ci sono gli ayatollah (guide spirituali; altre figure religiose sono presenti per i sunniti ma hanno meno importanza.), visti come riflesso di Allah sulla terra. Ai 5 pilastri inolte, gli sciiti aggiungono il jihad, difesa e diffusione dei propri valori. La Turchia è un esempio di convivenza di queste due culture, purtroppo in constrasto.

Manuele Margani ha detto...

Buona sera professore
MANUELE MARGANI.
Lese e Efe,Italiani e Stranieri,Nobiltà e schiavitù...
Voglio pensare ad un "processo"culturale dove l'opinione pubblica oggi sempre più spesso trova le sue radici nei pregiudizi nei confronti di chi non è come noi,di chi non fa quello che piace a noi e di che non "parla" come noi. Tutto ciò è difficile da spiegare,forse perché da spiegare c'è ben poco,forse l'unica cosa di cui dobbiamo parlare è accettazione di ciò che non sappiamo fare "noi"! È la realtà di "immagini" che giornalmente vediamo con i nostri occhi e la verita' é che un Etnografo Marziano impedirebbe a spiegare ad un suo superiore che ha visto milioni di persone criticarsi l'un l'altro per poi mangiare assieme, spiegherebbe che in una città come Roma ci sono una moltitudine di persone che si differenziano per usi e costumi ma che fondamentalmente per quanto schivi nell'accettare "l'altro" hanno sempre bisogno di loro,della loro forza o della volontà d'animo.
Prendiamo come esempio un ristorante cinese, wok,o sushi, che sembra ultimamente andare molto di moda fra di noi, quante volte ho sentito dire che ci sono più negozi dei cinesi che negozi italiani eppure la sera tra amici si fa la conta su cosa si ha più voglia di mangiare .. bhe 3 volte su 4 i miei amici scelgono il sushi!
Sono gran lavoratori in tutti i settori all'elettronica al cibo a parere mio..però poi loro vengono qui a rubarti il lavoro,cucinano carne di cane,i loro prodotti sono scadenti ecc "cit. Italiano medio". Tutti a nostro modo siamo,se non indispensabili,fondamentali per qualcuno..proprio come gli Efe per i Lese.

Alessia Concetti ha detto...

Il rapporto che intercorre tra i Lese e gli Efe è sia di natura simbiotica sia di estraneità. Un esempio di questo tipo di rapporto si può vedere tra un imprenditore edile ed un muratore extracomunitario. supponiamo che l’imprenditore sia razzista e condivida l’idea di “aiutarli a casa loro”, quindi non ritiene gli extracomunitari come persone al suo stesso livello e li vorrebbe tenere più lontano possibile dal suo “noi”, inteso come nazione. Per quanto non accetti la loro presenza sul terreno nazionale, li assume per fare il lavoro “sporco” al suo posto e sottopagandoli delle loro necessità. D’altra parte gli extracomunitari capiscono la loro situazione di sfruttamento, ma per reali motivi economici non possono lasciare il lavoro.

simone magi ha detto...


Nel centro storico della città di A. ci sono circa quaranta famiglie che occupano altrettanti appartamenti "residenze popolari", in un'area circoscritta entro le mura antiche in cui abitano alcune centinaia di residenti, molti di provenienza romana che col tempo hanno (ri)colonizzato il piccolo centro.
I cittadini delle case popolari (cs) hanno un aspetto e una identità dai tratti comuni che condivide gli stessi ideali di famiglia, onestà, solidarietà, risparmio, per lo più però canalizzati entro lo stesso gruppo (nel senso che preferiscono cooperare a vantaggio del gruppo), del lavoro, del rispetto delle pratiche cultuali che diligentemente seguono ad ogni occasione, ecc. Hanno a loro parere la dignità di chi parte in svantaggio è che perciò è indubitabile; fanno figli con facilità e per noia che però non emergeranno negli studi ma razzoleranno per lo più dietro a un pallone o roba simile, ma saranno a loro vedere comunque bravi ragazzi. In fondo ritengono di rientrare nella parte buona della società, quella che si sacrifica e che contribuisce a mandare avanti le cose. I lavori sono manuali, spesso in cooperative.
Gli altri cittadini residenti (r) rappresentano invece una maggioranza eterogenea, individualista, pragmatica, che coltiva molti interessi culturali estranei ai cs, che spesso da Roma è giunta a comprarsi interi palazzi facendo risaltare la differenza economica. Avvocati, imprenditori, impiegati agenti di commercio, che non coltivano amicizie "territoriali" ma di interessi comuni, e certo pure alcuni del settore operaio che hanno comunque un tenore sufficientemente buono da permettersi di vivere nel centro. E' chiaro che si sentono uno o più gradini sopra i cs, loro con interessi umanistici, cultura, competenze tecniche...
I cs credono di amare gli uomini, con un ingenuo atteggiamento umanitario di provincia, mentre gli r non si sentono obbligati di amare il prossimo, a cominciare dai cs.
Nei cs ci sono anche stranieri, specie romeni, negli r solo italiani.
Sono dunque due gruppi lontanissimi, eppure vicini: i cs hanno quasi l'esclusiva per certi lavori presso glir dalle pulizie domestiche a quelle delle strade (con cooperative, che li occupano anche in appalti di altri servizi pubblici), fanno i custodi o coltivano gli orti degli r, sono impiegati nelle mansioni locali più faticose, dai taglialegna alle ditte edili. E la scuola elementare locale sarebbe chiusa se non ci fossero i tanti giovanissimi, anche romeni, dei cs. Gli r, dal canto loro, ritengono di "mantenerli" con le tasse non solo per gli affitti ma per tutta la dimensione socio-scolastica-assistenziale.
Per i cs gli r sono i viziosi, se non dissoluti, i disonesti che rovinano la società nell'aver abbandonato i valori di una volta; viceversa gli r vedono nei cs il covo favorito per la delinquenza. I cs per gli r sono un ottimo capro espiatorio non solo per giustificare le devianze sociali, ma i loro stessi difetti: se il loro rampollo dopo l'università si fa gli spinelli, è colpa di certe influenze, se i maschietti r hanno occasione di sfogarsi con qualche donna dei cs,e'colpa esclusiva dei cattivi costumi di queste ultime, i furti o il vandalismo li addebitano senz'altro a siffatta risma.
In fondo l'esempio si può proiettare su una dimension macro-sociale o individuare altre categorie distinte, ma coinvolte, dove gli attori potrebbero essere rispettivamente gli operai-proletari e i borghesi, i poveri e i ricchi, gli schiavi e i padroni.

Simone Magi

Annamaria ha detto...

I rapporti tra Efe e Lese sono il frutto di un processo di antropopoiesi che ha determinato un legame tra le due costruzioni culturali, ponendo i primi in una posizione di inferiorità rispetto ai secondi. Si avrà quindi il gruppo degli Efe più semplice e spartano, ma anche più autonomo e indipendente, e il gruppo dei Lese più elaborato e quindi più "difficile" , ma che dovrà avvalersi del supporto degli uomini della foresta in più occasioni.
Situazioni analoghe possiamo ricercarle anche intorno a noi, e notare come è sempre più uso comune, trovare stranieri che svolgono lavori di tipo prettamente manuale o mansioni meno gratificanti, che gli abitanti locali non vogliono più fare.
Sembra inoltre che ogni cultura abbia una predilezione per una mansione specifica, per esempio gli uomini albanesi e rumeni si occupano di lavori edili e le donne solitamente fanno le badanti, i filippini spesso aiutano nei lavori domestici, i cinesi o gli egiziani hanno negozi aperti a tutte le ore, gli africani molto spesso lavorano nell'agricoltura.
Questo sistema di distribuzione dei ruoli sta entrando nella nostra cultura prepotentemente, creandoci una sorta di convincimento\riferimento a tal punto che se cerchiamo una badante... con molta probabilità... la troveremo proveniente dai paesi dell'est, e svolgerà mansioni che non tutti vogliono fare.
Credo però che i gruppi etnici che ho citato, non vivendo nella foresta, e non dovendosi accontentare solo della natura, debbano per forza interagire e integrarsi con gli abitanti locali ai quali potranno rivolgersi per le molte questioni di ordine burocratico delle quali avranno bisogno, e potrà esserci quindi un reciproco scambio, a differenza degli Efe..... che possono invece tranquillamente vivere di quel poco che hanno.

ANNAMARIA RAVIOLI




Martina Pochiero ha detto...

Con antropopoiesi si intende l’operazione attraverso la quale le culture costituiscono i propri gruppi umani. L’uomo, essere incompleto, ha bisogno di essere foggiato, deve quindi essergli data una forma culturale. Vi sono delle differenze nella foggiatura che danno vita a delle forme di classificazione degli individui, a dei modelli uniformanti e totalizzanti. Non tutti gli individui riescono però ad entrare nei modelli prestabiliti e diventano “scarti della società”, vittime di disprezzo, scherno, umiliazione.
Ogni cultura percepisce la propria incompletezza. Le società si differenziano a seconda del diverso modo in cui prendono coscienza di essere incomplete. Questo genera rapporti di vario genere tra di esse. Nel rapporto tra Lese e Efe i primi si percepiscono come culturalmente superiori ai secondi anche se, per molti aspetti, non possono fare a meno di esserne dipendenti.
Per riportare un caso di costruzioni culturali distinte ma in rapporto mi viene da pensare a tutti i migranti che cadono nelle mani della criminalità organizzata e del caporalato una volta arrivati in Italia. In particolare mi vengono in mente le condizioni di vita e di lavoro disumane dei braccianti stranieri nella Piana di Gioia Tauro, in Calabria. La delicata questione di San Ferdinando, comune della città metropolitana di Reggio Calabria, dove si è creato negli ultimi anni uno dei più grandi ghetti della storia d’Italia, di cui ancora a inizio ottobre non si era riuscito a completare lo sgombero. Una tendopoli in cui, fino a pochi mesi fa, hanno vissuto migliaia di persone in condizioni spaventose, senza servizi igienici, senza acqua, senza elettricità, a poca distanza dai campi dove si spaccavano la schiena e le ossa per raccogliere agrumi per pochi, miseri, euro. Reclutati con false promesse, spesso anche quella di ottenere un permesso di soggiorno. Lavoratori nei campi di giorno. Vessati e sottopagati. “Fantasmi” di notte. Non solo molti di loro non sono mai stati registrati e vivono in completa assenza di diritti legali, ma la maggioranza dei cittadini italiani della zona non si rende (o fa finta di non rendersi) neanche conto della loro esistenza. Sfruttati al limite della schiavitù per lavorare i campi italiani ma mai considerati parte della comunità. Questo perché nei confronti del sistema del caporalato vige ancora nel Meridione una rete di omertà allarmante, omertà che ormai fa parte della "cultura" di molti cittadini italiani. Ma almeno del caso di San Ferdinando se ne parla, di migliaia di altri casi simili l’opinione pubblica ignora totalmente l'esistenza.
Non ho volutamente scelto di parlare di un’etnia definita ma di tanti uomini, di etnie e culture diverse, che condividono lo stesso triste destino. Per anni al loro posto ci sono stati i meridionali stessi. Per anni molti dei miei parenti sono stati braccianti o operai sottopagati, prima in Calabria poi in molte parti d’Italia e d’Europa. Trattati nello stesso identico modo in cui oggi nel nostro paese si trattano questi uomini. Sfruttati, giudicati e tenuti ai margini, gli “scarti della società”. Quello di cui non ci si rende conto è che queste persone della società fanno parte. Come i Lefe non riuscivano a guardare oltre al loro sistema di regole e credenze e a capire che dagli Efe non solo dipendevano ma, anzi, che ormai erano un tutt'uno con loro.

Sara Mercuri ha detto...

Un caso equiparabile tra Efe e Lese potrebbe essere l’Italia e gli stranieri , forse non e’ poi così equiparabile visto che la maggior parte degli italiani, a differenza dei Lese, non apprezza il lavoro e il contributo che lo straniero porta al nostro paese.
Per cercare di fare un commento basato più sui fatti piuttosto che sulle parole ,mi sono documentata :
Il 35,6% degli occupati stranieri lavora come personale non qualificato, mentre solo il 6,7% svolge attività qualificate o tecniche.
Solo lo 0,3% dei lavoratori dipendenti stranieri occupa la posizione di dirigente, rispetto all’1,9% dei lavoratori dipendenti italiani.
Al contrario, il 77,9% di dipendenti stranieri è un operaio mentre quelli italiani sono il 30,4%. 
Questo ci fa capire che la maggior parte degli stranieri fa lavori più umili di noi italiani , infatti i mestieri prevalenti per rumeni, la principale comunità migrante in Italia, e albanesi sono quelli di muratore, manovale e carpentiere per gli uomini, e nella cura della persona per le donne.
Tra gli immigrati dei paesi africani, oltre alle professioni operaie, sono diffuse anche quelle di venditore ambulante, facchino, addetto ai servizi di pulizia e sicurezza.
Inoltre le retribuzioni sono nettamente più basse rispetto a quelle dichiarate dai lavoratori italiani: la retribuzione media mensile dichiarata dagli occupati italiani è di 1.356 euro, quella degli stranieri è di 965 euro.
Secondo i dati Istat, a parità di impiego gli italiani sono più pagati rispetto agli immigrati.
Aggiungerei anche che la maggior parte degli stranieri sono disposti ad una mobilità che gli italiani non hanno mai avuto.
Per intenderci: la probabilità di cambiare impresa per un lavoratore italiano negli ultimi anni è stato del 15%.
L’evidenza dei numeri Inps non solo conferma l’utilità della forza lavoro immigrata, ma smonta un altro falso mito, ovvero la presunta spinta al ribasso dei salari e del lavoro per gli italiani.
Gli stranieri sono di aiutano anche per l’economia italiana infatti per quanto riguarda il numero di imprenditori, al primo posto ci sono i marocchini, i romeni sono al secondo posto e al terzo posto i cinesi .
I romeni sono tra i primi tra gli stranieri che versano contributi all’Italia.
Negli ultimi 5 anni gli imprenditori immigrati sono più che raddoppiati nelle sartorie (+129,7%), dove sono leader i cinesi, nelle imprese di pulizie (+108,8%), in larga parte condotte da rumeni, egiziani e albanesi, e fortemente aumentati nelle ditte di giardinaggio (+74,5%), la metà delle quali guidate ancora una volta da nativi della Romania e dell'Albania.
Negli ultimi cinque anni la crescita di attività artigiane di immigrati (+8,3%) ha frenato la caduta dell'intero settore.
Quello che voglio dire e’ che oltre alle percentuali riportate sopra, siamo i primi ad assumere uno straniero per il salario più basso e le tante ore che e’ disposto a fare , a comprare in un negozio cinese o dal marocchino , perché più economico.
Siamo i primi anche ad andare da un estetista di origine romena per i prezzi più bassi e a cenare al ristorante cinese perché costa poco.
Quindi alla domanda << come sarebbe la vita degli italiani senza gli stranieri ? >>
La risposta sarebbe : la vita degli italiani senza gli stranieri è male!

Sara Mercuri

valentina ciuchini ha detto...

Come abbiamo visto a lezione, l’antropopoiesi è il processo attraverso il quale una cultura foggia gli individui in modo che siano uomini (esseri umani) secondo i propri canoni.
Due costruzioni culturali distinte ma in rapporto potrebbero essere, in alcuni luoghi d’Italia, lo Stato e la Mafia. Le associazioni malavitose del sud Italia infatti (la Mafia in Sicilia, come la Camorra in Campania o la Ndrangheta in Calabria) hanno una storia, dei valori e dei riti interni (ampiamente sfruttati e spettacolarizzati dai media) che portano spesso a parlare di cultura mafiosa; in questa “cultura mafiosa” l’organizzazione si pone come centro di potere nel territorio, come organismo a cui rivolgersi per avere lavoro e protezione, in cambio di fedeltà.
Questo natura eversiva pone la criminalità organizzata naturalmente in contrasto con lo Stato e i suoi rappresentanti.
Nonostante ciò la cronaca ha messo spesso sotto gli occhi di tutti quanto, in alcuni posti d’Italia, ci sia un rapporto di collaborazione e scambio di favori fra questi due mondi che invece dovrebbero essere nemici giurati; non per niente si parla di “infiltrazione mafiosa”. Basti pensare ai politici che scambiano favori in cambio di voti portati dalla malavita, agli appalti truccati per favorire ditte immobiliari vicine alle cosche, che a loro volta fanno sparire a costo zero i rifiuti tossici delle aziende, al riciclaggio di denaro sporco, etc
Entrambi i gruppi sfruttano il potere dell’altro per rafforzare il proprio, e ovviamente per guadagnare: il politico ad esempio rafforza la sua posizione grazie al sostegno del boss ( e magari mette in tasca anche qualche mazzetta) mentre il boss con l’aiuto del politico riesce a espandere il suo giro d’affari e a non avere problemi con la legge.
Chiaramente questo non avviene ovunque e la maggio parte dei cittadini Italiani disapprova con forza questo rapporto, e si augura che la cosiddetta cultura mafiosa sparisca al più presto dal territorio; ciononostante non si può ignorare quanto siano strette le relazioni culturali tra questi due mondi.
Basti pensare alle statue dei santi patroni che ancora oggi durante le processioni si fermano sotto la casa del boss del paese.
Valentina Ciuchini

Chiara Dell'Erba ha detto...

Secondo me un buon esempio rapportabile a quello degli Lese ed Efe citato da Remotti, in cui abbiamo cioè due costruzioni culturali distinte ma che si trovano in un rapporto di reciprocità, è quello tra uomo e donna in Italia (e non solo). Senza andare per forza a vedere quello che noi consideriamo "straniero" basta volgere lo sguardo nella direzione del cosiddetto altro sesso. Innegabilmente uomo/donna sono due costruzioni culturali, abbiamo infatti visto come il sesso biologicamente dato centri ben poco con il genere uomo/donna che invece viene costruito attraverso l'antropopoiesi. Queste due costruzioni,UOMO/DONNA, sono distinte tanto che un qualsiasi vacillamento, sfumatura di una delle due crea il panico, allo stesso modo si trovano in un rapporto di reciprocità e vengono costruite in maniera neanche troppo nascosta e velata dalla nostra cultura: basti pensare all'arredo della cameretta ancor prima della nascita del bambino/a oppure secondo alcuni studi gli adulti si rivolgono,si intende tono di voce, espressioni usate, differentemente che si tratti di bambini o bambine. Questo lavoro continua per tutta l'infanzia, adolescenza ed età adulta; nonostante siano stati fatti passi in avanti soprattutto dal punto di vista legislativo per riequilibrare questo rapporto, purtroppo non sempre ha trovato riscontro nella realtà culturale nella quale siamo immersi.
Chiara Dell'Erba

Giulia Sellati ha detto...
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Giulia Sellati ha detto...

Ogni cultura, attraverso un processo di antropopoiesi, effettua quell'operazione attraverso cui crea i propri specifici tipi umani. Nel rapporto tra Lese e Efe i primi si percepiscono come culturalmente superiori ai secondi anche se, per molti aspetti, non possono fare a meno di esserne dipendenti, mentre i secondi sono "scarti" che restano fuori dal sistema culturale dei Lese. In realtà Grinker indentifica un fortissimo legame tra questi due gruppi etnici, tanto da considerarli un'unica società, nonostante i Lese marchino questo rapporto di subordinazione e addirittura di separazione. Un esempio equiparabile a questo ce lo offre la nostra stessa storia: l'occidente fino agli anni '70 è stato interessato dal fenomeno della lotta per l'affermazione dei diritti dei neri, che i bianchi (che sono i nostri Lese) rifiutavano marcando la distanza tra loro e i neri (i nostri Efe) ritenuti incivili al punto da separarli da se stessi in ogni attività quotidiana della società civile: si acquista in supermercati e negozi diversi, si mangia in ristoranti separati, si soggiorna in hotel distinti, le scuole sono diverse. Bianchi e neri sono diversi, pertanto non possono stare insieme o, se stanno insieme, i neri devono comunque essere riverenti, portare rispetto ai bianchi e seguire certe regole. Ma i bianchi dipendono dai neri per un rapporto di subordinazione che ricalca sia il rapporto Lese-Efe, sia, in qualche senso, anche la figura hegeliana di servo e servitù, che mette in evidenza una stretta interdipendenza tra i due.
Eppure questa distinzione è sentita al punto tale che un'unione tra un bianco e un nero è la "kunda" dei Lese: come "kunda" infatti rappresenta la consapevolezza dell'indefinitezza di un'operazione atropopoietica.

Giampaolo Giudici ha detto...

Un rapporto paragonabile a quello dei Lese e degli Efe è quello che, nell'antica Roma, si instaurò per secoli tra l'Urbe e le colonie. Escluse le "colonie romane" che erano una vera e propria estensione del territorio di Roma e del suo potere politico-amministrativo, rimangono le "colonie di diritto latino".
Queste erano comunità erano subordinate all'Urbe, riconoscevano il suo predominio ed erano obbligate a fornire aiuti militari in caso di guerra. In cambio, Roma riconosceva loro una certa autonomia amministrativa che permetteva l'elezione di magistrati locali e addirittura l'emissione di monete proprie.
I cittadini delle colonie non avevano cittadinanza romana, bensì "latina", ma potevano godere di alcuni diritti come il commercio secondo diritto romano o la possibilità di contrarre matrimonio legale.
L'esempio può essere calzante in quanto le due comunità rimangono culturalmente distinte, ma si riconoscono a vicenda e diventano in qualche modo dipendenti l'una dall'altra.

Flavio S. ha detto...

Un esempio che si puó collegare a quello dei Lese e degli Efe, è quello del rapporto degli italiani con i commercianti cinesi o i venditori ambulanti. Sono due costruzioni culturali diverse ma in rapporto in quanto, in tempi di crisi, preferiamo rifornici sempre presso le attività straniere, che presentano ogni tipo di prodotto a un costo piú basso per poter risparmiare, ma nonostante ció, ci lamentiamo se poi i commercianti italiani con le loro attività falliscono, continuando sempre e comunque a risparmiare presso negozi stranieri.

Flavio Sabbatini.

Federico Vespoli ha detto...

Q1.

Durante la mia esperienza universitaria a Pisa, ho avuto modo di osservare come i giovani pisani passassero attraverso un processo di antropopoiesi parallelo e contrapposto a quello che ricevevano gli studenti universitari fuori sede, pur frequentando le stesse facoltà e vivendo pressoché gli stessi ambienti. Da studente fuori sede ricordo come gli universitari pisani avessero particolarmente a cuore tutte le feste e i cibi tradizionali della città: dal Gioco del Ponte (https://www.youtube.com/watch?v=qSkin3WBtWE) al Capodanno Pisano, dalla Luminara di San Ranieri al pane e cecina. Al contrario gli studenti fuori sede vivono queste attività al massimo come turisti, privi del trasporto che caratterizza i “veri pisani”.
I fuori sede frequentano abitualmente Piazza delle Vettovaglie e Piazza dei Cavalieri, dove i fine settimana gli schiamazzi proseguono fino a mattina, non sempre curandosi del disordine lasciato. Un “vero pisano”, invece, frequenta altre zone della città, lontano dagli studenti fuori sede irrispettosi: addirittura l’intero centro città é abbandonato dai pisani, che preferiscono vivere nelle zone più periferiche e tranquille. Turisti e studenti fuori sede sono praticamente identificati in quest’ottica: speriamo che finisca in fretta quello che vuole fare, magari spendendo il più possibile, per poi andarsene e smetterla di rovinare la mia bella città.
I pisani arrivano a disprezzare gli studenti fuori sede, che rovinano e sporcano Pisa, nonostante praticamente ogni abitazione del centro sia affittata ad essi e l’intera economia cittadina si basa oramai sugli introiti generati dagli studenti e dai turisti. Lo stesso sindaco cercava di attirare elettori promuovendo un’aspra lotta alla movida, la stessa che teneva a galla l’economia della città.

Federico Vespoli

Mario Sancamillo ha detto...

Un esempio che ho rapportato a quello dei Lese ed Efe è la schiavitù nell'America post-indipendenza. Alla fine del Settecento gli Stati Uniti erano lo Stato più libero del mondo e quello in cui la democrazia era più vicina a trasformarsi in realtà effettiva. Restava però una grande ombra sull'insieme, una macchia, ovvero la schiavitù.
Si stima che in tutto il continente americano giungessero 10-20 000 schiavi
ogni anno : i mercanti europei li acquistavano dai sovrani neri dei grandi regni dell’Africa costiera,i quali si rifornivano tramite razzie compiute a danno degli abitanti delle regioni dell’entroterra.In cambio degli uomini da trasferire oltre l’Atlantico, i trafficanti bianchi offrivano armi da fuoco, manufatti e rum (in genere un barile per ogni schiavo). Questi poveri schiavi vivevano in condizioni pessime, igienicamente insostenibili, al che si rischiava l'epidemia. Lo schiavo nero veniva poi portato nelle piantagioni, dove veniva sfruttato con maggior profitto, per tempi più lunghi e con minori difficoltà dei servi bianchi, molti dei quali non riuscivano a sopportare le dure condizioni del lavoro di piantagione.
Ed è cosi che gli schiavi neri, sempre denigrati, insultati e offesi dai padroni bianchi, servivano allo scopo di quest'ultimi. Seppur sempre considerati superiori, i padroni bianchi si servivano degli schiavi neri per le loro piantagioni perché gli conveniva (per le ragioni espresse sopra). In questo caso troviamo due costruzioni culturali distinte ma in rapporto tra loro : i padroni si servivano degli schiavi per la produzione di cotone ad esempio, mentre gli schiavi neri cercavano di sopravvivere, seppur in condizioni di sfruttamento.


Francesca Acostachioae ha detto...

Q1.
Il concetto di antropopoiesi indica quell’operazione attraverso cui le culture costruiscono i propri specifici tipi umani. L’essere umano è una materia molle e informe, la quale ha la necessità di essere foggiata e modellata. È una plasmatura dell’uomo, in cui l’individuo impara a diventare un uomo secondo i dettami di quella cultura e può farlo sia in modo formale sia in modo informale. L’individuo sociale segue dei vari processi di auto-costruzione, in particolare dal punto di vista della modificazione del corpo socializzato, nonché i vari processi di costruzione del patrimonio culturale di ogni gruppo umano. Attraverso la modificazione del corpo, l'individuo fabbrica se stesso come essere umano e definisce la propria identità rispetto agli altri individui, uomini e donne. L'essere umano si completa quindi solo con l'acquisizione della cultura.
Un caso equiparabile a quello dei Lese e degli Efe, ovvero due costruzioni culturali distinte ma in rapporto tra loro che formano un'unica società, è la nostra realtà sociale. Viviamo in una società dove sono diffusi dei pregiudizi verso gli stranieri e cresce sempre di più l'intolleranza verso gli immigrati. Cresce il sentimento di paura ma allo stesso tempo si sta diffondendo la consapevolezza che la loro presenza sia necessaria. Infatti gli stranieri sono fondamentali all'interno della nostra società in quanto contribuiscono nell'economia del Paese. Così come i Lese, gli italiani denigrano gran parte degli stranieri, ma allo stesso tempo la vita senza di loro è il male, in quanto ormai sono parte della quotidianità di molti italiani e sempre più spesso sono a servizio presso le loro abitazioni o assistono, come badanti i loro familiari, rendendosi così indispensabili.

Francesca Anna-Maria Acostachioae.

ilaria ha detto...

ILARIA PESOLI
Un esempio di culture distinte ma in rapporto potrebbe essere quello tra i coloni europei e i nativi americani, anche se onestamente è un rapporto che ha da sempre portato solo svantaggi ai nativi che sono gli "esclusi" della società americana. E' un rapporto longevo che oggi sta in attrito perché i due gruppi (WASP e Nativi) combattono ancora. Partendo dall'inizio abbiamo coloni che arrivano su un territorio a loro sconosciuto e fanno la conoscenza di queste tribù che Colombo per primo ci descrive come inferiori, riconosce le loro qualità, ma solo per approfittarne, li voleva trasformare in schiavi da esibire in patria come incentivo a continuare la spedizione; facili da convertire se necessario, robusti lavoratori etc.(un pò come fanno i Lese con le conoscenze mediche e la generale esistenza degli Efe). Anche qui c'è un simbolismo territoriale, i coloni arrivando via mare si stanziavano sulle coste dove davano inizio alla costruzione di villaggi, mentre l'interno era abitato da uomini e animali selvaggi. Questa paura durò poco, l'idea di superiorità dei WASP (quindi credersi di una foggiatura superiore, civilizzata) li porterà alla conquista, attraverso trattati a discapito dei Nativi e le Guerre indiane, delle terre possedute dagli ultimi. Tra i due gruppi, le cui differenze sono molteplici, c'erano scambi e rapporti, tutt'ora le diverse culture hanno elementi dell'altra, ma è impossibile negare che senza i Nativi la storia non sarebbe come la conosciamo oggi (forse un bene per loro) e che sono stati essenziali, ma il rispetto spesso non gli viene dato e vediamo la loro cultura sfruttata in diversi modi (dalle magliette, agli acchiappa sogni, allo "spirit animals"...) ma di loro non sappiamo nulla.

Francesco Pisani ha detto...

Una situazione analoga a quella dei lese ed efe è il rapporto intrattenuto tra la classe politica italiana e gli italiani stessi. Gran parte degli italiani si lamenta costantemente dei propri politici e della classe dirigente che guida il paese. Le urne sono sempre più vuote, la gente si dice stufa della politica, specialmente tra i più giovani il disinteresse pare sempre più crescente. Diversi anni fa l'ex premier Romano Prodi disse che gli italiani hanno semplicemente i politici che meritano. Credo che in questo rapporto dialettico tra classe politica ed elettorato italiano sia presente la completa interdipendenza tra questi due poli. Tutti criticavano Berlusconi ma inspiegabilmente vinceva le lezioni, all'indomani della guerra tutti erano antifascisti ma non si capisce come Mussolini abbia potuto governare per oltre un ventennio. Lamentarsi e saltare da un carro di vincitori ad un altro sembra essere lo sport preferito degli italiani. L'inadeguatezza della nostra classe politica è direttamente proporzionale alla nostra incapacità di essere cittadini, dal momento che gli italiani sono sempre stati tutti diversi nei pregi ma tutti uguali nei difetti. FRANCESCO PISANI

Il GuruX ha detto...

Per rispondere a questa domanda metterò in rapporto, seppur brevemente, due culture che convivono nel tessuto urbano della città in cui sono collocati con dinamiche del tutto simili agli Efe e i Lese, ossia il rapporto tra rom e i romani. Per quanto sia totalmente illegittimo parlare di Rom in senso generico, confesso qui la mia profonda e inaccettabile ignoranza, userò tale termine troppo semplicistico sicuramente al solo scopo di fornire un esempio che sia il più esemplificativo possibile. I Rom vivono a Roma, ma non proprio a Roma. Diciamo che vivono in luoghi che somigliano molto più a dei confini, dei confini precisi e delineati tra il nostro (dei romani) e il loro. I romani non visitano mai i luoghi dove vivono i Rom, essi temono il Kunda, il "ritorno del rimosso", temo di essere assimiliti agli "zingari". I Rom non lavorano, sono perlopiù dei "frugivori" e stanno lì in questa dimensione molto più originaria rispetto alla cristallizzata dimensione urbana dei romani che temono il Kunda, il Kunda che è solo dei Romani. Le dimanche antropoietiche che hanno generato il romano, lo hanno collocato in un territorio con riferimenti ben precisi e ruoli ben determinati. Il romano teme lo zingaro, il romano considera lo zingaro non umano anche se considera gli zingari uomini. Ma il romano ha bisogno dello zingaro. Il romano cerca lo zingaro che da creatura siburdinata, per una sorta di dinamica molto simile alla hegeliana servo/padrone, pare essere necessario al romano. Lo zingaro è uno spazzino oscuro e nascosto, un operatore ecologico che si occupa di fare pulizia, una pulizia segreta e minuziosa di ciò che il romano butta. Ciò che il romano butta è il tesoro dello zingaro. In questo tacito accordo, in questa interdipendenza e comunione di intenti, si incontrano i due orizzonti così separati, si incontrano la Roma (quella ufficiale e dei romani) e quella dei campi rom (quasi da considerarsi dei luoghi di cui perlopiù il romano non ne vuole sapere). Come è costruito questo zingaro? Non certo come noi. Al romano sembra sospetto lo zingaro, il suo vivere al confine e sul confine, eppure gli è necessario, eppure lo considera un umano diverso, un umano che non è proprio umano, un cittadino che non è proprio un cittadino. Ma entrambi si nutrono della costruzione culturale che fa dell'altro un alterita inassimilabile a volte inaccettabile, a volte un vero e proprio Kunda.

Michele Daini

Il GuruX ha detto...

Per rispondere a questa domanda metterò in rapporto, seppur brevemente, due culture che convivono nel tessuto urbano della città in cui sono collocati con dinamiche del tutto simili agli Efe e i Lese, ossia il rapporto tra rom e i romani. Per quanto sia totalmente illegittimo parlare di Rom in senso generico, confesso qui la mia profonda e inaccettabile ignoranza, userò tale termine troppo semplicistico sicuramente al solo scopo di fornire un esempio che sia il più esemplificativo possibile. I Rom vivono a Roma, ma non proprio a Roma. Diciamo che vivono in luoghi che somigliano molto più a dei confini, dei confini precisi e delineati tra il nostro (dei romani) e il loro. I romani non visitano mai i luoghi dove vivono i Rom, essi temono il Kunda, il "ritorno del rimosso", temo di essere assimilati agli "zingari". I Rom non lavorano, sono perlopiù dei "frugivori" e stanno lì in questa dimensione molto più originaria rispetto alla cristallizzata dimensione urbana dei romani che temono il Kunda, il Kunda che è solo dei Romani. Le dinamiche antropoietiche che hanno generato il romano, lo hanno collocato in un territorio con riferimenti ben precisi e ruoli ben determinati. Il romano teme lo zingaro, il romano considera lo zingaro non umano anche se considera gli zingari uomini. Ma il romano ha bisogno dello zingaro. Il romano cerca lo zingaro che da creatura subordinata, per una sorta di dinamica molto simile alla hegeliana servo/padrone, pare essere necessario al romano. Lo zingaro è uno spazzino oscuro e nascosto, un operatore ecologico che si occupa di fare pulizia, una pulizia segreta e minuziosa di ciò che il romano butta. Ciò che il romano butta è il tesoro dello zingaro. In questo tacito accordo, in questa interdipendenza e comunione di intenti, si incontrano i due orizzonti così separati, si incontrano la Roma (quella ufficiale e dei romani) e quella dei campi rom (quasi da considerarsi dei luoghi di cui perlopiù il romano non ne vuole sapere). Come è costruito questo zingaro? Non certo come noi. Al romano sembra sospetto lo zingaro, il suo vivere al confine e sul confine, eppure gli è necessario, eppure lo considera un umano diverso, un umano che non è proprio umano, un cittadino che non è proprio un cittadino. Ma entrambi si nutrono della costruzione culturale che fa dell'altro un alterita inassimilabile a volte inaccettabile, a volte un vero e proprio Kunda.

Michele Daini

Sarah Dari ha detto...

L'esempio che mi viene in mente, pensando al rapporto simbiotico e reciprocamente necessario tra gli Efe e i Lese, è quello riguardo la manodopera impiegata in Vietnam dall'azienda Nike. La Nike, intesa come i dirigenti delle fabbriche si trovano sul posto (che potremmo comparare ai Lese), sfrutta il lavoro a basso costo - la paga media mensile di un operaio non supera i 40 euro - dei nativi del posto (che invece farebbero la parte degli Efe), i quali vivono in condizioni di estrema povertà. Due gruppi sociali profondamente diversi (la classe dirigente e il proletariato), che vivono a stretto contatto, in cui una prevale fortemente sull'altra perchè arrogantemente portartice di una cultura "più evoluta" e dunque detentrice di potere. Tralasciando gli ovvi giudizi morali, se si analizza la situazione, questo è un palese esempio di schiavitù, in cui il rapporto schiavo/padrone è quello, appunto, di reciproco bisogno. La storia si ripete ed è piena di esempi di gruppi sociali che prevalgono su altri (e purtroppo non bisogna scavare troppo a fondo per trovarne): i colonizzatori portoghesi in Angola e Mozambico, quelli inglesi in India, il rapporto tra uomo e donna nell'Inghilterra vittoriana, fino ad arrivare a oggi.




Ciro del Covillo ha detto...


Un esempio che mi viene in mente circa la relazione sociale che c'è tra i Lese e gli Efe è il rapporto che c'era tra la classe dirigente e la classe operaia presente in un Paese, ossia tra borgesia e proletariato.
Tra la fine del XVIII secolo e l'inizio del XX l'Europa è stato teatro della creazione e ascesa di ciò che viene definita "Classe Borghese", quasi come nel post dopoguerra viene a crearsi densamente ciò che viene chiamata "Classe Proletaria".
La classe borghese, quella che occupava i livelli più "alti" della società, aveva i propri codici comportamentali, di linguaggio, di costume, tendeva a condividere spazi comuni, come club o circoli, mentre quella proletaria occupava i livelli più "bassi", anch'essa con i propri codici, i propri costumi, sempre sottomessa ai "padroni" che li consideravano inferiori, sia sotto l'aspetto lavorativo che comportamentale, pur essendo questi indispensabili per portare avanti la macchina sociale, per far si che le industrie e le aziende della classe dominante funzionassero e producessero.
La classe operaia, seppur ritenuta inferiore a quella borghese, era necessaria, se non indispensabile, per la sopravvivenza della classe dominante, che pur consapevole di questo meccanismo sociale, non era disponsta a fondere i due mondi.

Lisa Del Nero ha detto...

Abito a Rocca di Papa e la situazione é davvero degna di nota. Ci sono gli autoctoni e gli stranieri. Qui gli abitanti nativi, sono tutti ostili verso i cinesi o i rumeni che abitano r lavorano qui. Eppure ormai sono per noi, funzionali alla nostra vita. Non solo perché noi acquistiamo spesso (non sempre volentieri) presso le loro attività, ma perché la loro presenza crea sostentamento economico. Tutti qui hanno una casa, una cantina o un'attività commerciale in affino ad uno straniero. Siamo sistemi distinti e separati, ci sono locali in cui noi non andiamo perché ci sono loro e viceversa. Addirittura il parco giochi é ad uso "esclusivo": quello della piazza viene frequentato da mamme rumene, quello della parte alta del paese dalle mamme italiane. Eppure siano necessari gli uni agli altri, in un modo che in molti non riescono a cogliere.

alessia tardioli ha detto...

Nella serie televisiva "Lost" un aereo si schianta in un isola apparentemente disabitata. I sopravvissuti sono 48. Questi si accampano e cercano di sopravvivere fino alla fine dei soccorsi che,però,non arriveranno così facilmente. Con il tempo si rendono conto che già altre persone vivevano sull'isola. Si tratta di un gruppo che loro chiamano "gli altri" e che viveva in case ben costruite,con una grande scorta di cibo e con tutto il necessario per poter vivere nel modo migliore. Si erano ritagliati un vero e proprio villaggio all'interno della grande foresta nell'isola. Per loro scelta si trovavano su quell'isola perciò hanno costruito la loro umanità e marcato molto la differenza nei confronti di coloro che non facevano parte del gruppo. Sono consapevoli di quanto tempo hanno impiegato a costruire la loro umanità e di certo non vogliono che qualcun'altro la distrugga. I sopravvissuti che,invece,non vivono lì per loro scelta ma perchè sono costretti,vivono in modo completamente diverso,praticano uno stile di vita selvaggio: dormono in tende e non hanno case ben costruite,non hanno scorte di cibo perciò sono costretti a pescare e a cacciare e sono sottomessi ai così detti "Gli altri" che da tempo vivono sull'isola. Quest'ultimi vedono i sopravvissuti come dei selvaggi,come dei nemici ma nonostante questo non vogliono che se ne vadano dall'isola,tramite i soccorsi,perchè gli sono utili per delle loro ricerche sulla fertilità: tutte le donne incinte sull'isola perdono la loro vita e quindi "gli altri" provano a trovare,mettendo in atto ricerche,il modo di poter salvare le donne e continuare la riproduzione,e quindi la vita,sull'isola. La maggior parte delle loro donne sono morte,perciò servono quelle del gruppo dei sopravvissuti per continuare le ricerche. Anche se ritenuti inferiori,selvaggi e dei veri e propri nemici,i sopravvissuti sono necessari per la sopravvivenza di questa gente. E' un esempio molto simile a quello dei Lese e degli Efe che,pur essendo completamente differenti,formano una sola società,una società con gruppi culturali in relazione simbiotica.

Luca Renzi ha detto...
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Luca Renzi ha detto...

Un esempio di convivenza basata sul reciproco interesse e quello degli extra comunitari, che affollano le strutture d'accoglienza o i campi riconosciuti davanti alla legge e gli stessi gestori, che dovrebbero impegnarsi all'elargizione di aiuti per questi immigrati o più in generale stranieri.
Occorre fare una distinzione: a Roma come in Italia e nel resto del mondo non tutti si prodigano solo per i propri interessi personali e allo stesso modo non tutti sentono il bisogno di aiutare il prossimo suo.
Detto questo, molte persone vivono sulle spalle degli immigrati, grazie ai fondi elargiti dallo Stato e dall'Europa.
Una determinata classe politica ha fondato la pripria campagna elettorale sul gia difficle rapporto fra Iatliani e immigrati, per non parlare dell'enorme flusso di denaro generato dai media che vivono ormai da anni del dramma di queste persone.

In sostanza possiamo dire, esattamente come direbbero i Lese: non sono come noi, ma non potremmo vivere senza di loro.

Stefania Regoli ha detto...

I Lese e gli Efe sono due culture diverse ma che vivono un rapporto simbiotico, vale a dire che sono funzionali l’una alla sopravvivenza dell’altra. Questo rapporto non è alla pari, ma è gerarchico in quanto i Lese si considerano superiori agli Efe, ma paradossalmente senza di loro non potrebbero sopravvivere.
Anche se declinato nel microcosmo della vita quotidiana, un esempio che mi viene in mente di due culture diverse che hanno bisogno l’una dell’altra potrebbe essere il rapporto instaurato tra una “normale” famiglia italiana e una donna delle pulizie o una badante di un’altra nazionalità. Chiaramente in questo rapporto vi è una gerarchia in quanto la famiglia italiana si trova in una posizione di superiorità, ma si trova anche in una posizione di dipendenza dalla donna delle pulizie (o badante), poiché necessita dei suoi servigi per poter mandare avanti il menage familiare.

Simone De Socio ha detto...

Simone De Socio

Nell'antica Grecia la schiavitù era talmente radicata nella cultura da non poter essere messa in discussione. la maggioranza dei cittadini ateniesi possedeva almeno uno schiavo. La considerazione di un greco nei confronti di uno schiavo non era sicuramente paritaria. Infatti erano considerati non "politai" (non cittadini) e non avevano accesso alla vita politica in quanto degni solo dei cittadini greci. Esisteva un mercato di schiavi e i principali centri del commercio di schiavi sembrano essere le città di Efeso, Bisanzio e persino la città di Tana. Quello di cui mi interessa parlare è però più nello specifico la "schiavitù domestica", ovvero della schiavitù che serviva un padrone all'interno di una famiglia. Le "oikai" (ovvero le famiglie come le definisce Aristotele) sottintendevano al loro interno il rapporto schiavo-padrone, doveva lo schiavo era parte necessitante per un buon funzionamento della casa. Gli schiavi nati e allevati in una casa, detti "oixogheneis", spesso costituivano una classe privilegiata: avevano, per esempio, l'incarico di portare i bambini a scuola. Alcuni di questi bambini erano i figli del padrone di casa (anche se in molte città, come ad Atene, il bambino ereditava lo status della madre, che poteva essere schiava o cittadina). Il padrone considerava lo schiavo primitivo, eppure ne aveva bisogno per vivere, la vita senza lo schiavo era un male. Agli schiavi veniva dato il compito di sostituire il padrone nei lavori domestici e di accompagnarlo nei viaggi, alle schiave erano addette a preparare il pane o a tessere. Lo schiavo dall'altra parte provava spesso un senso di disprezzo per il padrone eppure ne aveva bisogno, lo schiavo senza il padrone rischiava di morire di fame di dover dormire all'aperto di essere rivenduto al mercato e di trovarsi in una situazione molto più rigida e di lavorare magari in una cava e in una miniera. Ecco come due gruppi così diverso formano un solo "gruppo" che trae il proprio vigore dall'incontro di entrambe le parti.

Anonimo ha detto...

Per rispondere a questo tema vorrei collegare questa lezione a ciò che abbiamo appreso sulla frase "la cultura è condivisa".
Perciò riflettendo in questa ottica mi è sembrato di scorgere questo rapporto tra costruzioni differenti, ma necessarie tra loro, proprio all'interno di ciò che siamo abituati a credere come blocco culturale unitario.
L'antropopoiesi è l'azione di foggiatura,più o meno consapevole, che la cultura stessa attua per modellare individui affini ad essa, tanto è che come in qualsiasi processo produttivo si generano degli scarti(carcerati, matti, ecc..), ma di chi invece passa l'esame culturale e viene accettato nel fatidico "noi" cosa realmente possiamo dire?
Se ho ben compreso il concetto, non posso sicuramente dire che ne siano usciti come dallo stampo di una fabbrica, perciò, essendo sottoposti già a differenti forgiature all'interno della stessa cultura(maschi e femmine per esempio) e assimilando questi insegnamenti ognuno a modo suo, finiremo per risultare costrutti diversi gli uni dagli altri sin nei minimi particolari e di fatto costruzioni, o meglio interpretazioni, differenti del medesimo insegnamento assai difficilmente distinguibili tra loro, ma così reali.
Detto ciò oserei dire che la vita di tutti i giorni può essere un piccolo esempio del rapporto Lese-Efe.
Cosa facciamo vivendo se non necessitare degli altri se pur differenti da "me"?
In alcuni, come i Lese verso gli Efe, riverserò le mie paure disprezzandoli, altri saranno degli intrusi nel mio spazio e altri ancora persone con cui posso stare, ma ho bisogno di tutti loro per tenere la mia vita pulita dalle erbacce.
L'incongruenza con i lese e gli Efe, invece, mi viene più che altro dal fatto che molto spesso, come i lese, le culture riconoscono la loro foggiatura mentre noi nel quotidiano non facciamo altro che illuderci che sia naturalmente così.

Marco Giovannangelo


Camilla Antonini ha detto...

L’autocostruzione del proprio status di essere umano è uno dei pochi universali dell’antropologia culturale: essa, infatti, coinvolge tutte le società, tutti gli uomini che, senza la quale, non sarebbero definibili tali.
Le costruzioni culturali sono, in ogni società, programmatiche e rituali: c’è sempre un evento identificabile come segno di avvenuta umanità, come se ci fosse una sorta di trasformazione da animale fragile e vuoto a uomo. In questo processo, il contesto in cui l’uomo costruisce la propria umanità è fondamentale, come lo è stata la foresta per i Lese e gli Efe. Questo “embodiment” della cultura (termine che ricalca perfettamente la partecipazione del corpo alla fabricazione dell’umanità – circoncisioni, trucco, pitture sulle pelle, acconciature…), poi, genera uomini diversi, che si rapportano in maniera gerarchica ma condividono lo stesso contesto, che li spinge a co-dipendere gli uni dagli altri. Un caso equiparabile a quello riportato da Remotti, seppure traslato in un contesto molto lontano da quello della foresta dell’Ituri, è il rapporto tra padrone e contadino nella circostanza del latifondo, ai tempi della servitù della gleba: la terra è del padrone, tipo di uomo diverso dal bracciante per posizione sociale ed economica, fatto che gli consente di porsi più in alto nella scala gerarchica; la propietà, dunque, è divisa in due parti – una destinata al sostentamento di colui che la lavora e una alla coltivazione di prodotti riservati solo al signore, il quale è l’unico beneficiario della rendita: nonostante lavori il contadino, il suo diritto è solo quello di coltivare un pezzo di quel terreno per la propria sussitenza, è questa la sua paga. In questo contesto, sebbene il contadino sia considerato dal signore come un uomo inferiore, egli vive nella sua stessa terra e sa come lavorarla: senza di lui il signore non avrebbe prodotti da commericalizzare e il frutto del proprio possedimento rimarrebbe vano. Dunque, il rapporto tra signore e contadino è necessario alla sopravvivenza di entrambi ed è certamente palese il bisogno del signore, la cui forma umana è stata costruita all’interno della società in modo più articolato di quella del contadino, di rapportarsi ad un’altra forma umana inferiore alla propria.

SOFIA RONCHINI ha detto...

Il concetto di antropopoiesi, elaborato da Francesco Remotti, si riferisce a quell’operazione con cui le culture costituiscono i propri tipi umani. È importante ricordare che gli uomini nascono biologicamente incompleti e privi di dotazioni particolari che possano renderli autosufficienti senza un sostegno sociale forte e, quindi, devono essere foggiati, cioè assumere determinate caratteristiche per entrare a far parte delle diverse costruzioni sociali che, attualmente, è sempre più comune trovare a contatto. Numerosi esempi di questo è possibile trovarli a Roma, ma anche nei suoi dintorni. Io abito a Castel Gandolfo dove, ormai da molti anni, alcune famiglie di romeni si sono trasferite nel centro storico. Inizialmente gli abitanti del piccolo comune non riuscivano a vedere la cosa in maniera positiva, probabilmente perché la sua popolazione, era (ed è tuttora) costituita prevalentemente da persone anziane e queste, la maggior parte delle volte, non riescono ad avere una mentalità aperta e accettare il diverso. Con il tempo, però, anche loro hanno imparato ad apprezzare i nuovi arrivati e hanno cominciato ad aprirsi nel loro confronti, offrendogli dei lavori, scambiando delle chiacchiere e imparando a conoscerli. Oggi queste famiglie, che comunque sono in costante aumento, sono sempre più integrate e parte fondamentale all’interno della piccola realtà di paese.

Letizia Del Gizzi ha detto...

L’esempio più comune è la realtà che stiamo vivendo da qualche anno con l’inserimento di stranieri nella nostra società. Persone provenienti dall’est o dall’Africa che cercano di inserirsi in Italia anche se non riescono facilmente a farlo. Noi italiani abbiamo sempre visto in modo negativo l’arrivo di altre culture, del “diverso”, che però in qualche modo ci aiuta in ambito lavorativo. Si pensa sempre a qualche tipo di lavoro che può farci condurre una vita dignitosa, lavorare quelle 8 ore al giorno, magari in ufficio, vestiti bene, con uno stipendio medio-alto per potersi togliere degli sfizi.
E il resto delle tipologie di lavoro? Contadini, meccanici, manovali: poco “dignitosi” per noi italiani. Se non ci fossero persone di altri paesi che pur di avere un lavoro e mantenere la famiglia si impegnano in questi lavori più “ umili” (con una mole di lavoro che neanche immaginiamo), ci ritroveremmo senza operai e tutti che vogliono fare la bella vita. In qualche modo ci sentiamo culturalmente superiori a loro lasciandogli questi lavori di cui noi ci “vergogniamo” ma senza di loro la nostra società non andrebbe avanti poiché mancherebbero le basi. Dovremmo apprezzare di più queste persone e metterci pari a loro invece di pensare di essere migliori o superiori di loro.

Anonimo ha detto...

Maria Spinella.
Per rispondere alla domanda vorrei parlare del rapporto che si è instaurato tra il gruppo di abitanti della mia cittadina natale e un gruppo di cinesi che, nel giro di pochi anni, si è stabilito in una parte della città. Le due culture rappresentano, ad oggi, esempio pratico di due culture distinte ma in continuo rapporto. Tra i due esiste un rapporto di tipo gerarchico: il gruppo “originario” della città si pone con un rapporto di superiorità nei confronti dei “nuovi arrivati”. I cinesi, in poco tempo, hanno aperto lunghe catene di negozi e gestiscono, inoltre, una parte del centro commerciale “x” che pochi in passato riuscivano a gestire dal punto di vista economico. Entrambi i gruppi continuano a vivere seguendo le loro tendenze culturali ma, entrambi hanno bisogno l’uno dell’altro: da un lato i cinesi hanno trovato una cittadina dove potersi stabilire, dall’altro lato i cittadini della città sono consapevoli del fatto che i cinesi risultano utili per mantenere in piedi un commercio che, fino a pochi anni fa, era sull’orlo di una crisi. I due entrano in contatto grazie al commercio.

Martina Schettino ha detto...

Q1: Quando ha chiesto di riflettere sul complesso sistema urbano di Roma non ho potuto fare a meno di pensare ai cinesi e non solo limitatamente al territorio romano. La presenza cinese in Italia è consistente. Quindi ecco, volendo prendere in esame questo esempio, possiamo dire che cinesi e italiani rappresentano due costruzioni culturali nettamente distinte quanto ad usi e costumi ma sono reciprocamente necessarie. I cinesi hanno trovato a Roma come in altre città italiane terreno fertile per il miglioramento della propria condizione economica aprendo un'attività (che è solitamente gestita dall'intera famiglia) e conseguentemente anche un tetto sotto cui stare. Ora, la questione circa gli investimenti dei cinesi in Italia sarebbe ben più ampia, ma volendoci mantenere in un discorso più circoscritto di "città/convivenza fra cittadini di etnie differenti possiamo dire che in maniera inversamente proporzionale, gli italiani traggono "profitto" dalla presenza cinese a partire dal semplice acquisto di un capo d'abbigliamento o di un oggetto a prezzo inferiore rispetto al corrispettivo "Made in Italy". O ancora, seppur in maniera molto ridotta, possiamo riportare l'esempio di alcuni giovani italiani che vengono assunti a lavorare presso le loro attività. Parlo anche per esperienza personale avendo lavorato io stessa, per un periodo, in un ristopub gestito da cinesi.

Martina Schettino

Francesca Menelao ha detto...

Il processo di "antropopoiesi" può essere definito come un "universale culturale", in quanto processo comune a tutte le culture attraverso cui modellano e foggiano i loro"tipi umani". Nello stesso tempo e paradossalmente, ogni cultura sarà più o meno consapevole del suo percorso di "costruzione" e di essere incompleta, cercando così ripetutamente livelli più alti di umanità (o di "disumanità") nel cuore di un'altra (Hese-Lefe).
Le connessioni con cui le culture entrano in relazione fra loro, possono spaziare dal rifiuto al rispetto, all'assimilazione o all'alleanza.
Riporto l'esempio del gruppo etnico dei Baul del Bengala, cantori mistici indiani itineranti, gli unici induisti ad aver rifiutato il sistema delle caste. Ciò ha implicato che il contenuto la loro musica, a metà fra il sufismo, la corrente della Devozione e il Buddismo, si riempisse di tutta una serie di messaggi "rivoluzionari" (l'uguaglianza fra hindu e musulmani; rifiuto della separazione fra classi, caste e sessi; predilezione per il rapporto personale ed estatico con il divino, denigrando il pedante ritualismo) inaccettabili per il sistema induista.
Chiunque infatti può diventare Baul: si può provenire dagli strati sociali più disparati, ma dovendo rinunciare, se serve, al proprio status di privilegiato. La loro scelta di vita li ha portati ad essere più che semplici "fuori casta", a distinguersi nettamente dal resto della compagine induista che, da parte sua, pur non riconoscendoli, ha dovuto faticosamente accettarli, in quanto detentori di uno dei patrimoni mistici orali più antichi dell'India (possiamo paragonarli ai griot africani). Dunque come per gli Hese e i Lefe, i due gruppi etnici possono entrare in contatto (e di fatto lo fanno) e mentre, come gli Hefe, i Baul contribuiscono alla loro "emarginazione" (scegliendo di non uniformarsi al sistema societario preordinato), gli induisti non possono non riconoscere loro il ruolo di diffusori e conservatori di un sapere che rischia di scomparire: della voce dei villaggi, delle folle, che i cantori consolano con poesie filosofiche e musica fatta di strumenti essenziali. Tant'è che in ambito letterario, i canti di etnia Baul furono riscoperti dal poeta R.Tagore, definendoli parte del capolavoro della letteratura indiana.

Giulia Bonsangue ha detto...

Un esempio di due costruzioni culturali distinte ma in stretto rapporto potrebbe essere quello fra i romani e i “bangla, bangladini o bengalini”, tutti appellativi usati in riferimento ai minimarket aperti fino a tarda ora, molto spesso gestiti proprio da persone originarie del Bangladesh. Proprio per il fatto di essere persone provenienti da un altro paese, l'atteggiamento del romano di turno è bipolare: se da una parte egli è ben felice di stare davanti al bangla a gustarsi la sua Peroni da 66 ghiacciata, acquistata all'onestissima cifra di 1,20 euro, dall'altra parte credendosi superiore, si sente in dovere di denigrare e schernire l'immigrato venuto in Italia a rubare il lavoro agli italiani, a cui però grato perché gli sta fornendo un servizio low cost facendogli svoltare la serata. Questo secondo il punto di vista del romano. Secondo quello del "bangla", lui sente questa tensione di fondo, sente di non essere accettato, se non addirittura schifato, però ha bisogno di lavorare e per lavorare fa buon viso a cattivo gioco, tante volte ignorando i commenti stupidi di alcuni clienti. Tutti e due hanno bisogno l'uno dell'altro, quindi in un certo senso scendono a compromessi con se stessi e con gli altri per raggiungere i propri obbiettivi: il romano la serata tranquilla ed economica da alternare al solito pub/locale che ti spenna; il "bangla" guadagnare per mandare avanti la baracca.

Marta Piccioni ha detto...

I Lese e gli Efe possono essere descritte come due impostazioni culturali distinte, ma reciprocamente funzionali seppur in un rapporto gerarchico; stando a questa “definizione” l’esempio di vita quotidiana che posso riportare è quello di mia nonna con la badante romena: in questa situazione è evidente il rapporto di reciproco vantaggio, in quanto la mia famiglia può star tranquilla che mia nonna sia “accudita” con cura, e al contempo la badante percepisce uno stipendio e ha una casa in cui vivere (seppur lontana dalla sua famiglia, alla quale invia regolarmente parte del compenso). In ultimo, ma non certamente meno importante, questo lavoro ha permesso a questa donna di integrarsi nel nostro Paese, nella nostra famiglia ma anche nella comunità del condominio in cui mia nonna vive, stringendo rapporti di amicizia anche con altre badanti del palazzo. Anche in questo caso però si mantiene il presupposto gerarchico, creato nello specifico da un rapporto di lavoro dipendente, ma si riscontra anche sul piano personale in virtù del fatto che la badante mostra una sorta di “timore reverenziale” nei confronti dei componenti della mia famiglia.

Alessia Mauri ha detto...

Il termine “antropopoiesi” indica l'operazione attraverso la quale le culture costruiscono i propri specifici tipi umani. Un caso equiparabile a quello dei Lese e degli Efe potrebbe essere (rispettivamente) quello degli avvocati (o dei medici, docenti, ingegneri ecc.; uomini che fanno lavori intellettuali) e dei braccianti agricoli (o dei muratori, elettricisti, falegnami ecc.; uomini che fanno lavori manuali). Questi uomini sono frutto di costruzioni culturali distinte e socialmente organizzate in maniera gerarchica: spesso i primi si sentono superiori ai secondi e considerano il lavoro di questi ultimi più umile del loro (indipendentemente dal salario). Questo avviene perché a volte gli uomini «riconoscono la dimensione costruita della loro appartenenza […] anche contrastando la propria condizione con quella di altri, considerati meno costruiti, oppure costruiti secondo logiche differenti»: non ci potrebbero essere lavori “intellettuali” se non ci fossero lavori “manuali”, verrebbe meno il termine di paragone. Ovviamente, dunque, nonostante le differenze, queste costruzioni culturali sono in rapporto: l'avvocato mangia ciò che è stato coltivato e raccolto da un bracciante agricolo e ha bisogno del muratore o dell'elettricista per la manutenzione della sua casa, mentre questi necessitano dei medici per guarire o per mantenersi sani, dei docenti per educare i propri figli e così via.

Alessia Mauri

Bianca Bisciaio ha detto...

1) Pensando ad un caso equiparabile a quello presentato a lezione ( dei Lese e degli Efe) mi viene in mente il rapporto che esiste tra americani e messicani. I primi, favoriti dalla prosperità del loro Paese, si ritengono culturalmente più avanzati dei secondi. I messicani sono visti come persone svogliate, sporche, troglodite, che arrivano in America con il solo scopo di 'rubare il pane' ai bravi cittadini americani. E i messicani che vivono in America sono consapevoli di avere questa bassa reputazione, non la condividono ma la accettano. La realtà dei fatti dimostra che, nonostante il disprezzo, gli americani traggono grandi vantaggi dalla manodopera messicana. Prostituzione, sfruttamento minorile, traffico d'organi, manovalanza nel mondo della droga ma anche moltissimi mestieri legali ritenuti di troppo basso prestigio sociale come lavorare nei campi o fare le donne di servizio. Non sono pochi i film, i documentari e gli articoli di denuncia sociale sullo sfruttamento dei messicani in America. Dal Messico tuttavia l'esodo continua generazione dopo generazione perché i messicani hanno bisogno di lavorare in America per poter garantire un livello di vita dignitoso per sé e per le loro famiglie. Questi due gruppi etnici quindi, secondo me, vivono in simbiosi allo stesso modo dei Lese con gli Efe. Le stesse dinamiche si ripresentano anche in Italia dove molti mestieri 'umili' sono ormai completamente delegati ad altri gruppi etnici (che siano est-europei o africani) ma al tempo stesso questi gruppi sono denigrati e ritenuti inferiori.

Bianca Bisciaio, matricola 0229645

Matteo Colafrancesco ha detto...

Salve professore. Come abbiamo visto a lezione i Lese e gli Efe pur appartenendo a due culture molto diverse, vivono in un rapporto simbiotico, gli uni dipendono dagli altri. Come abbiamo potuto osservare i poveri Efe venivano visti come dei selvaggi senza terra, privi di intelligenza e autocontrollo, quindi sicuramente inferiori ai vicini Lese. Un esempio che mi viene in mente da questa metafora che abbiamo studiato è la diversità culturale che c era tra bianchi e neri nell America intorno agli anni 60. Vivevano in contesti di vita molto differenti,Sappiamo dalla storia, che le persone di colore venivano viste come dei scarti della società, inevitabilmente soggetti a denigrazione. Ma allora perché i bianchi e quindi appunto i Lese hanno bisogno dei neri? La risposta è che semplicemente senza di essi non potrebbero sopravvivere, i bianchi non sopportano l idea che senza i neri non ci possono stare. Vi sono persone che farebbero di tutto per avere un semplice lavoro, anche facendosi sfruttare, per essere riconosciute dalla società e nonostante siano emarginate da essa,cercare in tutti modi di uscirne fuori. I Lese Dovrebbero capire che sono pari a quelle persone e non superiori, che in una buona società vi deve essere cordialità e aiuto reciproco, non un rapporto di sfida e sottomissione. Matteo colafrancesco

Giulia Eleuteri ha detto...

Come esempio di relazioni culturali tra comunità distinte penso al rapporto tra Atene e gli Ioni dell’Asia e dell’Ellesponto nella LEGA DELIO-ATTICA.
Innanzitutto non dobbiamo pensare che queste polis fossero legate tra loro da un comune concetto di nazione. Infatti, come abbiamo visto nelle nostre lezioni, il principio di stato moderno, così come lo concepiamo oggi, è frutto di un’acquisizione piuttosto recente (acquisizione che ha un ruolo preponderante nel definire in maniera univoca le nostre identità).
Nella Grecia antica invece, nonostante la comune origine etnica indoeuropea, ogni comunità era gelosa della sua autarchia: ciò era anche rimarcato dal fatto che ogni città avesse le proprie leggi e la propria divinità cittadina (divinità poliade).
Eppure la minaccia delle guerre persiane comportò la necessità di combattere uniti contro un fronte comune. Fu un’ esperienza che coinvolse il mondo greco nella sua totalità e che comportò una modifica dei legami tra le varie polis. Dopo la fine della seconda guerra persiana infatti, venne fondata la lega navale delio-attica per impedire possibili attacchi futuri. Tale lega si proponeva di fronteggiare la minaccia persiana in due modi: le città più grandi dovevano fornire un certo numero di triremi all’anno mentre le più piccole, le quali non potevano permettersi i costi elevati di una flotta, versavano comunque dei tributi (detti phoros). La cassa comune si trovava a Delo dove si tenevano anche le adunanze degli alleati (koinaì synodoi). Erano accordi bilaterali in cui Atene, nel suo ruolo-guida, era alleata con tutte le città della lega mentre quest’ultime non necessariamente intessevano rapporti tra loro.
Dopo poco risultò evidente che i Persiani non sarebbero più stati motivo di preoccupazione: infatti nel 476 a.c. Serse viene assassinato da una congiura di palazzo dando il via a un periodo di anarchia e lotte intestine per l’assegnazione del trono. In questo contesto la questione della conquista della Grecia venne accantonata definitivamente dall’impero.
Nonostante ciò il patto non cessò di esistere. Potremmo ben dire che si creò un legame servo/padrone. Col tempo infatti la lega non implicò più un’alleanza in funzione antipersiana ma sempre più chiaramente divenne uno strumento di sottomissione nelle mani di Atene: da accordo difensivo essa divenne uno strumento imperialistico. Un episodio del 471 a.c. risulta svelante in tal senso: i Nassi espressero l’intento di voler uscire dalla lega e in tutta risposta gli ateniesi mandarono un contingente armato segno ormai che queste polis erano ormai sotto un regime egemonico.
I soldi della lega vennero poi usati da Pericle per abbellire Atene ( es costruzione del partenone).
Anche durante la guerra del Peloponneso tra Sparta e Atene la lega delio-attica ebbe un ruolo di primo piano: l’ingente flotta ateniese era stata costruita soprattutto grazie alle risorse che provenivano dall’ “alleata” Anfipoli e dalle sue miniere d’oro.
Il rapporto che lega Atene a queste città per certi versi mi ricorda quello che sussiste tra Lese e Efe. Infatti la foggiatura degli ateniesi da un certo punto in poi è garantita in parte dai tributi delle polis della lega. Se oggi consideriamo l’acropoli come cuore pulsante della DEMOCRAZIA dobbiamo però soffermarci sul fatto che la sua realizzazione è stata possibile grazie ai proventi di queste città di fatto SOTTOMESSE. Il “padrone” necessita dei suoi “schiavi” per costruire se stesso ed esercitare la propria funzione, direbbe Hegel.

Giulia Eleuteri

lettere

0230674

Silvia Della Bella ha detto...

Il concetto di antropopoiesi viene elaborato da Francesco Remotti ed è l'operazione attraverso la quale ogni cultura realizza i propri specifici tipi umani e si inserisce all'interno di un determinato contesto sociale. Nella "Prima lezione di antropologia" ci viene riportato l'esempio dei Lese e degli Efe, due gruppi etnici distinti che sono però in simbiosi culturale (vivono all'interno di un'unica società). I Lese, nei loro villaggi, nutrono un senso di superiorità e disprezzo nei confronti degli Efe, semplici cacciatori della foresta. In realtà però, nonostante i Lese cerchino di marcare in modo netto la loro estraneità rispetto a questa sorta di "babbuini selvaggi e violenti", nessuno di loro potrebbe negare il fatto che la loro vita, senza la presenza degli Efe, sarebbe sostanzialmente MALE. Pur sussistendo un rapporto gerarchico ben definito tra i due gruppi, gli Ese sono parte integrante della vita dei Lese dal momento che apportano numerosi miglioramenti al loro stile di vita sotto vari punti di vista.
Nella nostra realtà quotidiana, assistiamo continuamente e a volte inconsapevolmente, all'interazione tra costruzioni culturali distinte ma in qualche modo correlate tra loro. Nonostante io non mi trovi a vivere in una realtà urbana complessa come quella di Roma, anche nel mio piccolo paese di provincia, sono ben visibili le relazioni etniche esistenti tra gruppi culturali apparentemente così indipendenti gli uni dagli altri, relazioni che rendono molto meno nitidi quei "muri", quei "confini" che la società tende costantemente a marcare tra una cultura e un'altra. Sono ormai molto diffusi in paese i cosiddetti "Bangla-market", negozi di prodotti alimentari, generalmente frutta e verdura, gestiti quasi sempre da egiziani che vendono tali prodotti a prezzi di gran lunga ridotti rispetto alla media.
Subito sono iniziate le polemiche e molteplici sono state le ipotesi circa l'ovvia "fregatura" che sicuramente si nascondeva dietro questo mercato.
Paradossalmente, la realtà dei fatti dimostra che, anche i proprietari di attività commerciali quali pizzerie, bar e ristoranti gestiti da italiani, abbiano fatto di questi negozi i loro fornitori primari, nonostante fossero stati i primi a nutrire un certo scetticismo nei loro confronti. Così come nel caso dei Lese e degli Efe, anche nella società attuale si tende a guardare con diffidenza qualcuno che consideriamo inferiore a noi solo perché appartenente a una cultura diversa, lo svalutiamo completamente ma, nella maggior parte dei casi, siamo noi stessi che in fin dei conti ammettiamo quanto sia essenzialmente l'ALTRO a dare senso alla nostra vita come membri di una comunità.

sara pitolli ha detto...

Uno dei casi in grado di rappresentare il rapporto di interdipendenza tra due gruppi culturali diversi può essere, ad esempio, la relazione tra il Meridione e il Settentrione d'Italia.
Ognuna delle due parti, infatti, dispone di sistemi culturali, organizzativi e, in un certo senso, linguistici differenti. È altrettanto innegabile, d'altro canto, l'importanza delle materie prime provenienti dal Sud e la potenza industriale del Nord per il Paese. È dunque fondamentale e di centrale importanza il riconoscimento e l'accettazione di tali diversità, anche per la valorizzazione e la costruzione della propria specificità.

alessia capotondi ha detto...

Alessia Capotondi

L’antropopoiesi è un’operazione attraverso cui le culture costruiscono i propri specifici umani. L’uomo è biologicamente incompleto, è una materia molle informe che necessita di essere foggiato/plasmato in base ai modelli, canoni di una determinata cultura. Tutte le culture sono consapevoli del proprio lavoro di costruzione culturale così come, di non poter soffocare tutto in modelli: di conseguenza tendono a relazionarsi (anche se in modi differenti) con l’alterità. Questa consapevolezza è posseduta dai Lefe che si relazionano con gli Hese secondo un rapporto di superiorità ma anche di dipendenza. Un esempio analogo, può essere tratto da un caso che mi coinvolge da vicino. Mia nonna di 87 anni vive con una badante moldava, originaria di un piccolo paesino in cui la vita si svolge in modo molto “originario”: si fa poco uso delle macchine: ci si sposta a piedi, oppure con il sostegno di un mulo; e’ un paese di agricoltori e molto spesso, ciò che proviene dai loro campi oltre che essere diretto alla vendita viene utilizzato anche per sfamarsi; conducono uno stile di vita diverso: vanno raramente a teatro o al cinema dato che tali strutture sono distanti dal paese, e così via. Ebbene, mia nonna, che potremmo dire rappresenta la grande maggioranza degli italiani considera questa donna e i suoi connazionali come “grossolani”, come non ancora foggiati abbastanza culturalmente e si relaziona con quest’ultimi secondo un rapporto di superiorità ma anche di dipendenza: senza questa donna, mia nonna non potrebbe mandare avanti la casa, oppure più semplicemente badare a se stessa. Moldavi e italiani sono dunque molto diversi, ma nonostante questa diversità il loro rapporto è molto stretto, simbiotico, proprio come quello tra i Lefe e gli Hese.

Veronica Orsini ha detto...

Per quanto riguarda il rapporto di interdipendenza, un caso equiparabile a quello dei Lese e degli Efe potrebbe essere quello che ha caratterizzato la società civile del Sud Africa fino all'avvento alla presidenza della Repubblica di Nelson Mandela. La struttura civile ed economica di quella società era infatti basata su una rigida applicazione della Apartheid, ovvero una politica basata sul disprezzo verso i neri da parte dei bianchi, ancorché sudafricani come loro. Tale politica era impostata sulla separazione assoluta della minoranza bianca di origine coloniale, riferibile ai flussi espansivi nord europei (olandesi, tedeschi, etc.), che deteneva ogni forma di potere civile, politico e militare, mentre la maggioranza nera sia originaria di quelle terre sia proveniente dai pregressi traffici di schiavi era di fatto priva di qualsiasi diritto e tenuta separata in ogni espressione della vita quotidiana (ospedali, scuole, etc). Ciononostante, la parte preponderante della forza lavoro nell'agricoltura,nelle fabbriche e nelle miniere di diamanti (prima risorsa del paese) era costituita da neri, sottoposti a condizioni disumane. Senza l'apporto di tale forza lavoro la società sudafricana sarebbe crollata. I bianchi quindi si sentivano superiori alla maggioranza nera e la denigrava, ma era a loro necessaria per il funzionamento della propria società.

Veronica Orsini.

Matteo Cimaroli ha detto...

A proposito delle norme di purità ed impurità collegate tra di loro, che si ritrovano tra i Lese e gli Efe e anche al rapporto che ha la stregoneria nei fenomeni naturali quali la morte e le sofferenze, mi viene in mente questo esempio: ''Quando nell'età vittoriana la prostituzione ebbe il suo flourit a causa della forte repressione degli istinti ancestrali ritenuti impuri. Non a caso, la prostituzione veniva etichettata come qualcosa di demoniaco. Tuttavia questa attività impura e demoniaca, era necessaria per il ruolo sociale che giocava, anche di cose sacre come il matrimonio tra borghesi perbenisti''.

Francesca Bertuccioli ha detto...

Relativamente alle differenze culturali in rapporto attribuite ai Lese e agli Efe, mi è venuta in mente una questione che per molto tempo, e ancora oggi, caratterizza una zona particolare dell'Africa, la Regione dei Grandi Laghi: le problematiche relative ai Tutsi e agli Hutu, due gruppi che per moltissimo tempo(fin dai tempi delle prime colonizzazioni) sono stati considerati distinti.
Le principali fonti di differenza tra i due gruppi è relativa alle abitudini sociali, culturali ed economiche: da una parte i Tusti sono allevatori di bestiame, dall'altra gli Hutu sono tradizionalmente considerati agricoltori e proprio in base a questo aspetto, e da come raccontato dalla letteratura coloniale, i primi sono sempre stati, nonostante fossero una minoranza, un gruppo molto ricco, tanto da considerarlo ''un'elité sociale''.
Tuttavia, nonostante tali punti di distacco tra queste due culture(anche relativi alle unioni matrimoniali, all'altezza, alle abitudini alimentari), molti studiosi discutono sulla loro appartenenza ad etnie diverse, relativamente al fatto la stessa lingua, pratichino la stessa religione e che, vivendo in uno stesso territorio ed essendo specializzati in pratiche diverse, sono costretti ad un necessario rapporto tra di loro.

Alessia Stirpe ha detto...

Due costruzioni culturali distinte quindi due tipologie umane fatte o costruite, cioè risultato dell'antropopoiesi, pur essendo distinte entrano in rapporto di collaborazione tra di loro e rilevano che l'uomo in sé per sé è biologicamente incompleto e quindi deve essere foggiato culturalmente così come c'è bisogno della simbiosi tra due o più gruppi umani ai fini del completamento culturale. L'identità culturale della popolazione italiana con tutte le sue caratteristiche folcloristiche, etiche e religiose di è integrata perfettamente con le comunità culturali cinesi che hanno quasi letteralmente invaso ed occupato i nostri spazi cittadini. La simbiosi è sicuramente dovuta al fatto che la religione dei cinesi per esempio non è predominante ed invasiva o oltraggiosa nei confronti delle nostre tradizioni morali e spirituali. C'è quindi un rispetto reciproco perché le comunità cinesi non ostentano in modo arrogante e quasi oltranzista la loro fede religiosa. Anche sotto il profilo laico e civile in particolare per quanto concerne l'aspetto dei centri commerciali cinesi c'è un'integrazione quasi perfetta tra la cultura cinese e quella italiana, perché in quei centri è possibile l'acquisto di prodotti più stravaganti e a prezzi talmente bassi che coincidono con le aspettative economiche e culturali dei cittadini italiani. Inoltre l'aspetto culturale dei cittadini cinesi rivela una fortissima caratterizzazione di bonarietà, di onestà e di cordialità che seducono e sono perfettamente in sintonia con le nostre esigenze culturali.

Alessia Stirpe

Lorenzo Giannetti ha detto...

Sicuramente, come lei ha suggerito, la periferia (e non solo) di Roma offre diverse riprove di quanto i concetti affrontati finora sono validi nelle relazioni sociali: ci si può infatti accorgere di quanto la cultura non sia esattamente tutta condivisa come invece si pensa superficialmente e di quanto la spinta etnocentrista limiti gli scambi interculturali che comunque esistono a testimonianza che le culture non sono pacchetti chiusi e omogenei al loro interno.
Ho quindi voluto analizzare il rapporto fra due culture che vivono ormai a stretto contatto giornaliero, ovvero quella romana e quella bengalese. Nonostante gli svariati anni di convivenza non si può certo parlare di una completa commistione fra le due culture, anzi all'ombra dell'etnocentrismo queste appaiono (almeno a "noi" romani) più separate e diverse possibile. Ma nonostante i romani considerino sicuramente estranei, altro da loro, i bengalesi,è altresì chiaro di quanto ormai il "negozio del bangladino" sia ormai entrato a far parte del retaggio culturale di questo o quel quartiere, tanto è vero che spesso ci si reca in questi negozi anche abitualmente. Tutto questo nonostante per molti romani i bengalesi siano visti anche come inferiori o addirittura pericolosi in quanto, in maggioranza, praticanti musulmani. Mi sono poi reso conto di non poter dare una lucida analisi di questa convivenza perchè sono totalmente immerso nella situazione e dunque ho raccolto le opinioni di un mio amico figlio di bengalesi che lavorano ormai da anni in Italia che dopo anni di trepidante attesa ha ottenuto la cittadinanza italiana. Quello che è emerso dalle sue parole è che l'etnocentrismo che si potrebbe rimproverare ai romani è in realtà duplice: anche la loro comunità, salvo le ovvie eccezioni, tende a vedere l'Italia come un luogo dove possono mettere su un'attività lavorativa e non vogliono assorbire nulla della cultura italiana tranne ciò che si rivela strettamente necessario perchè hanno paura che possano in qualche modo contaminare il loro pacchetto culturale che vedono con confini perfettamente delineati. Dunque per riassumere, il rapporto che si instaura fra romani e bengalesi è quello di un doppio sfruttamento: i romani si servono spesso del "negozio bangladino" mentre i bengalesi vedono i romani come la fonte del loro guadagno. Naturalmente esistono diversi casi di abbattimento dell'etnocentrismo che stanno aprendo la strada a un percorso di mescolamento delle due culture come è testimoniato proprio dal caso del mio amico con cui ho chiacchierato e che ha dichiarato di sentirsi senza dubbio più italiano che bengalese.

Matilde Tramacere ha detto...

Ad aiutarmi nell’elaborazione di una situazione che porti in esempio un caso di antropopoiesi, prendo in analisi il film “Il colore viola” di Steven Spielberg. Ambientato nel Sud degli Stati Uniti nel primo ‘900, segue la vicenda di Celie, ragazzina data in matrimonio a quattordici anni ad un uomo, Albert, che la maltratterà e disprezzerà per tutta la vita. Celie vive in una società dove trovare marito e casa è essenziale, sa di dover essere in qualche modo grata ad Albert per averla “scelta” e per donarle vitto e alloggio. Subisce violenze e ingiurie quotidiane, ma nella sua cultura tutto ciò è la norma, è il posto che le spetta, che deve ambire a raggiungere. Albert usa Celie quasi come schiava ed è totalmente dipendente dalle sue cure. Un suo allontanamento comporterebbe la rovina della casa e di lui stesso. I due vivono in un rapporto simbiotico, sono dipendenti l’uno dall’altra nonostante l’evidente disequilibrio gerarchico e nonostante il disprezzo del marito verso la sottomessa moglie.

Matilde Tramacere

Mirko D ha detto...
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Mirko D ha detto...

Un caso equiparabile a quello dei Lese e degli Efe è il caso degli italiani e dei rumeni in Italia. Gli italiani, gruppo dominante, paragonabile ai Lese, hanno un giudizio ambiguo: se da un lato molti li detestano perché li vedono come gli stranieri venuti in Italia per rubare il lavoro, o li associano a degli ubriaconi, dall'altro lato non possono fare a meno di loro. I cantieri edili o le imprese di trasporti, per esempio, molto spesso si trovano a dover assumere personale romeno. Questa scelta è dettata dal fatto che la maggior parte degli italiani, spesso i più giovani, non voglio fare più questi lavori che possono essere considerati faticosi o particolarmente stressanti. Il rifiuto di alcune professioni è reso possibile proprio dalla presenza di cittadini romeni che sono venuti nel nostro paese e, avendo meno possibilità (culturali, linguistiche o economiche), si trovano costretti a ricoprire i ruoli lasciati vacanti dagli italiani. Generalmente gli italiani credono di essere superiori ai romeni per molti aspetti ma senza i romeni, o più generalmente gli stranieri, gli italiani non potrebbero permettersi di riconoscerli come estranei o inferiori. Come gli Efe, i romeni, sempre per fare un esempio, sono bistrattati dal gruppo dominante ma, al tempo stesso, sono indispensabili a garantire il senso di superiorità degli italiani.

Mirko Donati

Chiara Grossi ha detto...

Chiara Grossi: I Lese e gli Efe rappresentano un chiaro esempio di interdipendenza culturale, in cui la definizione identitaria delle due popolazioni è strutturata dal reciproco confronto. I Lese si distinguono dagli Efe, fanno di tutto per distinguersi, eppure proprio degli Efe hanno bisogno: "la vita senza gli Efe è male". Ogni gruppo sociale cerca un suo antagonista, ma la contrapposizone è solo una delle due facce della medaglia, al "rovescio" troviamo la dipendenza reciproca.
Un esempio che mi viene in mente di fenomeno antropopoietico, fatto di vincolo identitario e contrapposizione, che riguarda la nostra storia più recente, è la netta distinzione che si è venuta a creare tra "Ossis" e "Wessis" dopo la riunificazione della Germania nel 1990. In Germania si sono venuti a creare due gruppi contrapposti e in qualche modo nuovi. Certo, logicamente già prima della guerra esistevano Tedeschi dell'est e dell'ovest, con le proprie tradizioni, il proprio dialetto, la propria cucina, il proprio folklore. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, il Paese è stato letteralmente diviso in due e la ferita più evidente di questa profonda spaccatura è stato il muro che divideva Berlino: ad ovest del muro la società liberale, ricca e all'avanguardia della Repubblica Federale e ad est la DDR, la Rupubblica Democratica Tedesca.
Con la caduta del muro e la fine della guerra fredda, le profonde ferite, materiali e soprattutto psicologiche, fanno fatica a rimarginarsi.
Infatti molti Ossis (i Tedeschi dell'est) si sono trovati improvvisamente senza lavoro, poichè le aziende dell'est non hanno retto alla concorrenza di quelle dell'ovest, molto più competitive ed in salute.
Così, la cultura, con la sua enorme potenza di costruzione simbolica, ha creato due sottogruppi di Tedeschi, gli Ossis e i Wessis ( i Tedeschi dell'ovest), che si riconoscono come membri di un'unico popolo e nello stesso tempo si criticano e denigrano a vicenda.
I Wessis criticano gli Ossis, ritenondoli ancora troppo legati allo Stato assistenzialista ed inoltre si lamentano del livello più alto di tasse che ha comportato la riunificazione, soprattutto per il ricco ovest. Dal canto loro, gli Ossis ritengono i Wessis prepotenti ed arroganti, quasi avessero colonizzato l'est, trattandolo come territorio di conquista, li ritengono individualisti e materialisti e che non hanno idea di cosa significhi vivere in una dittatura.
Dietro questa contrapposizione si nascondono errori nelle scelte politiche ed economiche: infatti le due Germanie non sono state riunificate, ma la Germania dell'est è stata annessa a quella dell'ovest. Capire queste differenze è fondamentale per la Germania di oggi, infatti gli orientamenti di voto sono profondamente diversi tra le due zone, così come i livelli di occupazione. La cultura, con il suo lavoro antropopoietico di costruzione simbolica, ha creato due gruppi assolutamente nuovi in solo 40 anni, gruppi che prima della guerra non esistevano. Stiamo parlando di persone che vivono nella stessa città, anche a poche centinaia di metri le une dalle altre. Mi sembra questo un chiaro esempio di come le nostre identità affondino le proprie radici, anche le più profonde ed inconsapevoli, in prodotti storici e culturali. Ossis e Wessis non esistevano prima di settant'anni fa', eppure adesso essi si sentono così diversi, da poter far dire a qualcuno che nella testa dei Tedeschi il muro non sia mai caduto!!!!!

Francesco Baldini ha detto...

Esistono moltissimi "casi culturali", nel mondo, che si avvicinano alla storia dei due popoli-campione, Lese ed Efe, presi in esame a lezione. Questo perché ovunque possiamo riscontrare situazioni in cui una cultura si presenta come dominante, ma in realtà non può fare a meno delle minoranze, molto spesso tanto disprezzate.
Mi vengono in mente gli italiani, migrati negli USA già a partire dal '700, chiamati, molto spesso con tono dispregiativo, italoamericani. Il termine sta spesso ad indicare il loro collegamento con la mafia, la malavita (basti pensare al boss Al Capone), pertanto vengono considerati la feccia della società. Ma l'altra faccia della medaglia ci dice che la cultura italiana negli USA non ha portato soltanto violenza e criminalità, perché è stata in grado di trasferire anche in quei luoghi molte delle sue peculiarità, tra cui, tanto per citare due esempi, la musica lirica e il cibo (pasta, pizza..). Dunque anche la cultura italiana ha contribuito, inevitabilmente, a formare quelli che oggi possono dirsi, a tutti gli effetti, "uomini americani".

Eleonora Segaluscio ha detto...

Farò un esempio basandomi su Roma come suggerito, perché è la mia città, anche se credo che questo tipo di esempio possa essere preso in considerazione e fare riferimento a tutta Italia e non solo. Sappiamo tutti che a Roma, essendo una città gigantesca, possiamo trovare un'enorme vastità di differenze culturali. Quindi, il caso che vorrei presentare di due costruzioni culturali distinte ma in rapporto è quello degli Italiani/Romani e dei Cinesi. Ora, è evidente che la differenza delle costruzioni culturali non è palese, o almeno non a primo impatto come quella che caratterizza Lese e Efe. In realtà mi vorrei soffermare su quella che mette i due distinti gruppi culturali in rapporto. Siamo soliti lamentarci, ma non solo i Romani, del fatto che Roma sia piena di negozi Cinesi e che in realtà anche nei ristoranti giapponesi ci siano loro a cucinare e a servire. Siamo consapevoli però, che grazie alla loro cultura che vede, non solo il lavoro al primo posto ma anche poche festività (non di certo quanto le nostre) dovute ad un calendario evidentemente differente, abbiamo sempre la possibilità di comprare cose all'ultimo momento a prezzi più bassi di quelli di un normale negozio. Allo stesso modo, non sembriamo poi troppo dispiaciuti quando il sabato sera uscendo con gli amici, andiamo a mangiare ad un qualsiasi ristorante di Sushi (so che il sushi non è caratteristico della Cina) “All You Can Eat”sempre perché il prezzo è conveniente. Ovviamente, dall'altro lato, anche a loro fa comodo la nostra presenza “nel mondo” , perché gli portiamo avanti le attività. Per questo, credo che in realtà queste due culture si giovino a vicenda.

Simona Antuoni ha detto...

Nella mia città a sud di Roma, c’è un quartiere chiamato “le capanne” da diverse generazioni. Prima ci vivevano i poveracci (anche se nel primo secolo era presente un anfiteatro oggi riscontrabile dell’andatura curvilinea degli edifici presenti) e adesso ci vivono gli indiani. Mia nonna quando vede casa sporca o in disordine dice “Ma che abiti alle capanne?!”. Quelli che prima vivevano nelle capanne si sono dati all’agricoltura, alle campagne. Non avendo molto altro se non un piccolo appezzamento terriero e quella misera casa alle capanne. Andando avanti negli anni la comunità indiana è aumentata e le prime case disponibili erano proprio gli edifici delle capanne. Inizialmente, però, non avendo possibilità di pagare un affitto si sono resi disponibili per il lavoro nei campi (oggi sono soprattutto raccoglitori di zucchine, di fragole, di angurie, di olive e uva). Le voci girano velocemente e così facendo la maggior parte delle famiglie si sono stanziate in quel quartiere, sono entrate a far parte “dell’orizzonte condiviso” terracinese. Si è creata una vera e propria forza lavoro, sono molto bravi in quello che fanno e senza di loro, senza il loro contributo (oggi retribuito, anche se non è mai abbastanza) molti campi sarebbero incolti o forse molti raccolti andrebbero perduti, perché sono davvero pochi i terracinesi che si cimentano in questi lavori (anche se forse qualcosa si inizia a muovere, perché inizia a fare “tendenza” il lavoro agricolo, almeno dalle nostre parti). La comunità indiana e quella terracinese sono assai distinte ma allo stesso tempo hanno ormai un solido rapporto, potrei azzardare che i terracinesi “necessitano” degli indiani poiché cooperano e producono occasioni di scambio economico/agricolo, proprio come i Lese necessitano degli Efe (per quanto denigrati).

Michela Fiorini ha detto...

In seguito alla riflessione del concetto di antropopoiesi e alla rielaborazione della storia dei Lese ed Efe si possono discutere diversi punti ma quello più importante è la netta differenza,marcata specialmente dai Lese, tra le due popolazioni.
I Lese si sentono un popolo superiore rispetto agli Efe e tale superiorità è una caratteristica comune di molte culture:la si trova alla base di quasi tutte le società “che si ritengono”sviluppate.
Ho pensato che il caso dei Lese ed Efe sia facilmente paragonabile al fenomeno del colonialismo.
Nella storia ci sono stati molti esempi di “Lese ed Efe”, in cui i Lese erano i colonizzatori e gli efe erano quelle popolazioni primitive a cui veniva insegnata cultura.
Questo continuo “gioco di ruoli” è un argomento affrontato più volte in diversi studi come quello della letteratura,della storia e dato che ci riguarda in prima persona anche dall’antropologia.
Più nello specifico vorrei parlare del rapporto tra Robinson Crusoe e Venerdì.
All'inizio sembra un rapporto schiavo/padrone tra l'uomo più civilizzato e quello primitivo, tant’è che la prima cosa che Robinson insegna a dire a Venerdì è il gesto del SI,risposta che avrebbe dovuto dare a quelle che sarebbero state le sue future richieste; ma poi si stabilisce un rapporto di amicizia, perché se è vero che Robinson salva la vita a Venerdì e gli insegna molte cose della civiltà è anche vero che Venerdì gli fa da compagnia, lì sull'isola deserta, e aver trovato un amico non è cosa da poco.
Venerdì senza Robinson sarebbe morto, e Robinson senza Venerdì sarebbe rimasto solo e sotto un certo senso non sarebbe nemmeno riuscito a tornare in Inghilterra.
C‘è stato dunque una sorta di scambio tra i due,una collaborazione,senza la quale sarebbero di certo “morti” entrambi.

Orlandi Sara ha detto...

Se penso a due costruzioni culturali distinte ma in rapporto come i Lese e gli Efe, mi vengono in mente due esempi: uno tra gli italiani e le tante persone di etnie diverse che popolano il nostro paese, le quali "noi" (Lefe) le consideriamo come "umanità inferiore" (Efe). Li discriminiamo li disprezziamo perchè cerchiamo di proteggere la nostra identità, ma in realtà li sfruttiamo ,ovvero, ci fanno comodo poichè loro sono disposti a svolgere lavori che "noi" non faremo mai. E come accade ai Lese anche "noi" abbiamo iniziato ad apprezzare gli "altri" sessualmente, infatti in quest' ultimo decennio sono stati celebrati molti matrimoni misti.
Il secondo esempio è quello tra italiani del centro- nord italia (Lese) e italia del sud(Efe). In molti considerano i meridionali strani, quasi inferiori e volgari dal resto degli italiani. Questo perché non sono ancora arrivati a capire che hanno semplicemente una mentalità e stile di vita diversi. Non possiamo fare a meno di loro perché apparteniamo ad unica società.

martina fiorentini ha detto...

Martina Fiorentini
L'esempio che vorrei riportare, partendo da quello affrontato in classe tra Lese e Efe, è quello della condizione a Sparta tra Iloti e Spartiati. Gli Iloti erano, nel sistema sociale di Sparta, una parte della popolazione, i quali vivevano in stato di schiavitù. Gli Iloti erano destinati ai lavori agricoli, cioè lavoravano le terre degli Spartiati con l'obbligo di dare a essi una parte dei prodotti del suolo, e si occupavano dei lavori domestici in una società in cui i cittadini, ovvero la categoria degli Spartiati, si occupava esclusivamente della preparazione e delle imprese militari. Gli Iloti erano scudieri dei lori signori, e durante lo sviluppo della marineria spartana servivano come rematori e marinai. Oltre al lavoro dei campi erano obbligai ad altre corvée su richiesta degli Spartiati: esempio funerali dei re o dei magistrati. La vigilanza sugli Iloti è spiegata dalla grande disparità che vi era tra essi e gli Spartiati e dall'indispensabilità degli Iloti per la vita e l'economia dei loro padroni. Come per i Lese gli Efe venivano usati per svolgere diverse attività così gli Iloti nel mondo greco seppur disprezzati dagli Spartiti erano necessari per la vita di questi.

Marta Grant ha detto...

La scorsa estate mi trovavo a Palermo, la mia città natale, e feci una conversazione piuttosto interessante con un ragazzo proveniente dal Bangladesh. A Palermo degli ultimi 10 anni sono arrivati tantissimi immigrati, molti provenienti dal Bangladesh per l’appunto. Non si sono distribuiti in modo omogeneo nella città ma gran parte degli immigrati si è stabilita in quartieri specifici a pochi passi dal centro della città e della stazione. Parlando con questo ragazzo, di cui sfortunatamente non ricordo più il nome, mi raccontò la sua storia, il motivo del suo arrivo in Italia e con grande frustrazione mi raccontò di essere stato “assunto”, si tratta di un lavoro in nero, da un uomo palermitano per coltivare e lavorare la terra che però da mesi non lo pagava e che adesso si trovava in grave difficoltà e non sapeva più come andare avanti.
Il caso dei Lese e degli Efe mi ha fatto tornare in mente il racconto di quel ragazzo. Sicuramente i Palermitani e gli immigrati provenienti dal Bangladesh hanno sviluppato nel tempo delle costruzioni culturali differenti che, in seguito al forte flusso migratorio, sono venute a contatto. Moltissimi palermitani cercano allora di ri-definire la loro identità attraverso una descrizione negativa degli “altri”. Ho sentito spesso molti palermitani dire che “questi immigrati non hanno voglia di far nulla”, oppure che “sono fannulloni, venuti qui solo perché lo stato li aiuta anche se non fanno nulla”. L’accusa di essere scansafatiche molto spesso viene rivolta a quelli del sud che a loro volta la indirizzano agli immigrati. In realtà, ovviamente, non è assolutamente vero che tutti gli immigrati siano scansafatiche, come dimostra infatti quel ragazzo da me conosciuto che aveva lavorato duramente per mesi e che ancora non era stato pagato. Molti palermitani nonostante screditino gli immigrati, li assumono molto spesso per fare i lavori più duri sottopagandoli.

Marta Grant
Matricola: 0230643
Scienze dell’educazione e della formazione

giulia lucia ha detto...

Un caso equiparabile a quello dei Lese e degli Efe é presente in modo chiaro anche in Italia del nord e del sud. Come i Lese si sentivano superiori agli Efe lo stesso accade tra gli abitanti del nord e del sud del nostro Paese. I nordici si sentono superiori perché sostengono di essere più colti e che il loro dialetto sia migliore e più comprensibile rispetto ai dialetti del sud che ritengono "stranieri" e incomprensibili. In più un uomo del nord ha modi di fare e di pensare completamente differenti e per questo un ragazzo di Milano che conosco ha ammesso che non andrebbe mai ad abitare in una cittadina del sud perché é abituato ad una grande metropoli. Ma proprio queste persone che non gratificano il sud poi l'estate ci vanno in vacanza perché il mare é uno dei migliori. Così come le persone del sud ritengono fredde e aride quelle del nord e preferiscono il clima del sud poi vanno in settimana bianca proprio li, per le migliori piste d'Italia. Quindi alla fine entrambi si necessitano perché ognuno ha le proprie qualità e bellezze di cui non possono fare a meno.

Ilenia Scaccia ha detto...

1: Francesco Remotti ci racconta la storia degli Efe e dei Lese, come due gruppi sempre in contrasto e anche con un velo di pregiudizio, in quanto gli Efe sono considerati dai Lese come una popolazione barbara, ma allo steso tempo i Lese hanno bisogno degli Efe per colmare le loro mancanze. Da questo mi è subito venuta in mente un esempio che riguarda la mia famiglia. Zia mi racconta sempre che lei da ragazza lavorava nei campi di raccolta dei “selleri”, sedani, e quando tornava a casa era molto stanca e soprattutto sottolinea che oggi non tornerebbe mai a raccogliere verdure nei campi e ringrazia stranieri come: marocchini e indiani che hanno preso il suo posto in questo lavoro. Però dobbiamo anche ricordare che queste persone vengono quotidianamente schernite, considerate come un insetto fastidioso all'interno della nostra società. Ma abbiamo bisogno di loro perché al giorno d’oggi nessun ragazzo andrebbe mai a raccogliere i sedani in un campo.

Eva Sara Donnini ha detto...

Un esempio simile a quello del rapporto tra Lese ed Efe potrebbe essere quello riguardante la colonizzazione inglese in Africa ed in Asia. Nell'800 l'Inghilterra, ed altre nazioni europee, inizia prima ad esplorare e poi a conquistare l'Africa e l'Asia. La penetrazione verso i territori interni del continente Nero era dovuta allo sfruttamento delle risorse economiche. Tale conquista provocò notevoli trasformazioni sociali e culturali delle quali, ancora oggi, gli stati africani subiscono le conseguenze. Gli inglesi infatti si sentivano superiori agli abitanti dei paesi conquistati e cercarono di imporre la propria cultura, ma allo stesso tempo, avevano bisogno di mantenere il controllo su questi territori, poiché essi fornivano sia materie prime che petrolio e diamanti, sia perché dal punto di vista militare reclutarono nell’esercito inglese anche le popolazioni provenienti dai territori conquistati. Ciò fu molto utile durante le guerre mondiali, in quanto nelle file inglesi combatterono molti contingenti relativi alle colonie occupate. Anche se queste ultime usufruirono certamente delle infrastrutture create dall’occupazione europea, crescendo dal punto di vista culturale, esse continuarono e continuano ancora oggi, purtroppo, ad essere considerate ad un livello di sviluppo inferiore rispetto al Vecchio Continente. La percezione dell’uomo comune non considera il fatto che le culture non sono comparabili.

Eva Sara Donnini

Martina Coppola ha detto...

Il rapporto tra i Lese e gli Efe mi ha fatto ricordare un episodio di qualche anno fa. All'epoca mi era stato chiesto aiuto in una parrocchia per un dopo scuola, in particolare dovevo seguire delle bambine che abitavano in un campo nomadi a Tor vergata. Le bambine venivano accompagnate dalla loro nonna, una simpatica signora di nome Elena, spesso capitava di fermarsi a chiacchierare. La signora mi ha raccontato che era originaria di Spalato, ed era venuta qui con tutta la sua famiglia, ma nel campo non c'erano solo croati, ma anche moldavi (erano i gruppi più numerosi). Mi raccontava che tra loro c'era una sorta di rivalità e anche molto rancore, insomma si sopportavano a stento, spesso capitava anche qualche litigio, specialmente tra i membri più giovani. Nel campo ovviamente la comunità piu numerosa era gerarchicamente più dominante; ora non ricordo sinceramente se fossero i croati o i moldavi ecc.. ma ricordo che la signora Elena fu molto attenta a sottolineare che dovevano cercare di andare d'accordo, altrimenti si sarebbero dovuti nuovamente spostare. Il gruppo più numeroso, non era comunque abbastanza grande per occuparsi da solo degli spazi comuni, aveva necessariamente bisogno di aiuto da parte delle altre minoranze presenti nel campo: un rapporto analogo a quelli dei Lese e degli Efe.

Martina Coppola

Giuliamaria Casella ha detto...

Proprio a Roma, pensando a due costruzioni culturali distinte ma in rapporto, mi vengono in mente i romani, o semplicemente gli italiani, in rapporto con qualsiasi tipo di straniero, ovvero il "non italiano". Gli italiani potrebbero essere collegati ai Lese, ovvero quelli più costruiti e più vicini all'operazione che è l'antropoiesi, mentre gli stranieri potrebbero essere collegati agli Efe, coloro che sono più "vicini alla natura" e al "selvaggio".

Siamo a Roma, un venerdì di Ottobre.
Un romano, del centro, esce di casa per fare un regalo alla ragazza. Dopo un po', si trova a Vittorio Emanuele e decide di comprare un vestito da un negozio gestito da cinesi, perché più economico.
Una signora anziana, che vive nella zona della Romanina, prende una navetta ed arriva all'Anagnina per comprare delle cose al mercato gestito dai marocchini, tra cui un regalo al nipote.
Un signore anziano, invece, è in casa in compagnia della badante ucraina che si prende cura di lui, ormai solo e poco autosufficiente.
Una donna in carriera di zona Parioli, durante il giorno, lascia il Chihuahua ad una ragazza filippina, poiché deve andare a lavoro.
Il gestore di una ditta di pulizie consegna lo stipendio alle donne, rumene, che lavorano per lui. Chiaramente dandogli il minimo indispensabile, in modo da potersi intascare più soldi.

Questi romani, una volta arrivati la sera a casa, si indignano di quanti stranieri ci siano ormai a Roma, addirittura a "rubare" il lavoro agli italiani. Ma cosa avrebbero fatto quel venerdì di Ottobre, senza di loro? Consapevolmente o inconsapevolmente, sanno che questi stranieri gli fanno comodo poiché si prendono i lavori più umili, o ti presentano prodotti ad un prezzo minore rispetto ad un negozio prettamente italiano. Alla fine, è comunque un vantaggio per loro. Allo stesso tempo, gli stranieri in questo modo possono guadagnare e usare quei (pochi) soldi per mandare avanti le loro famiglie o sé stessi.

Marta Tramontana ha detto...

L’organizzazione sociale degli Efe e dei Lese mi ha molto colpita. Mai sarei riuscita ad immaginare che esistessero due tribù così diverse eppure così indispensabili l’una all’altra. Nel resoconto riportato da Francesco Remotti inoltre si parla di queste due popolazioni come isolate. Gli unici rapporti che hanno all’esterno delle rispettive tribù è con membri di altre tribù Efe o Lese. Non sono riportati altri contatti e questo rende molto difficile riuscire a trovare un esempio analogo, soprattutto ambientato nei giorni nostri.
Il racconto è scritto dal punto di vista dei Lese e trapela chiaramente il loro sentimento di superiorità rispetto agli Efe, atteggiamento questo che probabilmente accomuna ogni popolazione nel momento in cui entra in stretto contatto con una cultura diversa. Quest’ultima caratteristica quindi non mi aiuta nella scelta di una realtà culturale specifica adatta all’esempio.
Proseguendo a leggere il saggio mi imbatto nel capitolo intitolato ‘la vita senza gli Efe?’. Questo semplice interrogativo mi fa venire in mente l’esempio che stavo cercando: l’attuale dibattito riguardante la secessione della Catalogna. La Catalogna è una delle regioni più ricche della Spagna, con una propria identità culturale, con la sua lingua e le sue radici storiche. In questo periodo, e in particolare in questo ultimo mese, è scoppiato il dibattito sull’indipendenza che la Catalogna rivendica nei confronti della Spagna. La politica si divide tra chi è a favore dell’indipendenza e chi è contro. È una vera e propria lotta. Ma perché la Spagna non vuole concedere l’indipendenza alla Catalogna? Cosa sarebbe per la Spagna 'la vita senza la Catalogna?'
Innanzi tutto la regione catalana è madre di numerosi artisti, figure storiche celebri in tutto il mondo che riempiono di prestigio tutta la nazione spagnola. Per questi motivi, ma anche per la bellezza delle sue città, in particolare Barcellona, la Catalogna è una meta turistica molto importante per l’economia spagnola. Bisogna ricordare però che nel caso della separazione entrambe le parti dovrebbero affrontare difficoltà economiche e organizzative notevoli (uscendo dalla Spagna, ad esempio, la Catalogna si troverebbe fuori dall’Unione Europea).
Non sembra essere quindi una ragione economia, o politica a spingere la Catalogna a compiere questo importante passo. Si tratta di una ragione culturale. Anche qui ritroviamo dunque il fattore economico e organizzativo posto in secondo piano, come nel rapporto tra Efe e Lese. La vera dipendenza si fonda su basi meramente culturali in entrambi i casi.

Vanessa Sabellico ha detto...

Sabellico Vanessa
Riflettiamo sulla condizione delle donne vittime della tratta. La situazione delle donne che scappano da diversi paesi per raggiungere l’Europa è molto particolare. Sappiamo con certezza che la maggioranza ha subìto ogni tipo di abuso, prima di tutto sessuale, da parte dei numerosi trafficanti nei quali si sono imbattute e dei quali, frequentemente, rimangono incinta. Molte donne riescono a raggiungere l’Europa perché inserite in uno specifico traffico di esseri umani, quello della tratta e dello sfruttamento sessuale.Una donna su tre a Benin City, in Nigeria, viene avvicinata da trafficanti locali che promettono un’opportunità di lavoro o studio in Europa e vengono così allontanate dalle loro famiglie immaginandosi di andare incontro ad un futuro migliore. Molte volte sono gli stessi familiari che si accordano con queste persone, generalmente figure molto stimate dalla famiglia, alle quali affidano la giovane donna per intraprendere il lungo viaggio verso l’Europa. Questo è il rapporto simbiotico che si crea tra queste persone e la famiglia della donna. Tramite una testimonianza racconterò le modalità di costruzione culturale delle donne e i vincoli che hanno con i trafficanti (dei quali accenno solamente).«Chiaramente questo viaggio ha un costo che, da quello che ci viene raccontato, si aggira intorno ai 60.000-70.000 euro - spiega Graziella Salzo - È un debito che viene stabilito e che paradossalmente assume proprio le sembianze di un contratto legale controfirmato davanti ad un avvocato. È quindi un contratto che riguarda la singola ragazza ma anche tutta la famiglia». Si può quindi comprendere quanto questo traffico sia ben strutturato e consolidato con pratiche fortemente vincolanti per le donne che vi finiscono.«Un altro vincolo che si crea - prosegue la coordinatrice del “Pellegrino della Terra” - ha anche maggiori ripercussioni sulla qualità di vita di queste donne, ed è il rito voodoo a cui vengono sottoposte prima della partenza, che è una protezione spirituale. Il voodoo è considerata una delle religioni ufficiali in Nigeria, quindi immaginiamo la valenza che ha per ciascuna di queste donne. Questo vincolo spirituale diventa una prigionia in una seconda fase, perché alle donne che cercano a un certo punto di ribellarsi a chi le ha ridotte in condizioni di schiavitù vengono poi avanzate delle minacce sulla propria persona. Ma quello che è ancora più difficilmente tollerabile è quando queste minacce vengono rivolte ai propri familiari».«Il viaggio stesso è un'esperienza mortificante, devastante, dove le donne vengono sottoposte a dei maltrattamenti e a delle violenze fisiche. In alcune situazioni sono saltate fuori delle maternità da queste violenze. Donne da ammirare perché hanno portato avanti la loro gravidanza, però con la difficoltà di avere costituito un nucleo mono parentale, che spesso rimane tale per la paura di costituire nuovi legami». Una volta arrivate in Italia, o nel paese di destinazione, le donne vengono consegnate, sempre attraverso organizzazioni criminali, a delle madame che si occupano del loro sfruttamento. La madame è una donna generalmente più adulta, considerata una figura di riferimento e protezione, ma che in realtà è solo un’altra pedina all’interno del fenomeno della tratta. Inizia così la condizione di vera e propria schiavitù di queste donne, in uno stato di grande isolamento e marginalità.Il trafficante che sfrutta la donna per il suo “commercio”, non considera la donna al suo pari ed è suo oggetto di violenza. La donna si “affida” al trafficante perché vede nel viaggio l’opportunità di costruire il suo futuro,ha bisogno di questo Trafficante che si presenta come un protettore e il salvatore dalla sua attuale condizione di vita.

Francesca D'Amico ha detto...

Antropopoiesi è quell’operazione in cui le culture costruiscono i propri specifici tipi umani e abbiamo visto tale fenomeno in “Prima lezione di antropologia” discutendo sui Lese e sugli Efe, due gruppi culturali completamente differenti ma allo stesso tempo connessi tra di loro. Anche se non vivo a Roma, nella mia provincia sono altrettanto presenti fenomeni legati alle tantissime relazioni etniche. Un esempio che mi viene subito in mente è la storia di una mia amica nata in Italia ma da genitori cinesi.
Un giorno al liceo ci raccontò un po’ della sua famiglia, delle loro tradizioni, dei loro modi di vivere e pensare. I suoi genitori, nonostante fossero molto a contatto con la cultura occidentale visto il ristorante di loro proprietà, erano molto legati ad alcuni precetti e imponevano ai figli diverse norme per loro essenziali come ad esempio il fatto di frequentare ragazzi esclusivamente della loro etnia e non occidentali. La mia amica ci rivelò le tante discussioni avvenute dal momento che nonostante rispettasse in parte la sua cultura (ad esempio ha iniziato ad imparare a scrivere cinese visto che lei lo parlava solamente e a praticare la religione buddista), lei si sentiva del tutto italiana, amante della pizza, delle feste in discoteca, della musica e dei ragazzi italiani.
Come i genitori di J. alla maniera dei Lese fanno di tutto per marcare la differenza con un’altra cultura, in questo caso quella italiana, cercando di imporre le proprie idee ai figli, allo stesso tempo hanno bisogno proprio degli italiani per mandare avanti il ristorante e quindi continuare a lavorare.
Arrivati alla conclusione dunque che il rapporto tra cinesi e italiani in questo caso sia essenziale, tutto questo ci riporta sempre allo stesso punto: la cultura è CONDIVISA. Non limitiamoci a guardare “l’altro treno che interrompe la placida visuale” perché è proprio la diversità ad essere una risorsa.

Giulia Testani ha detto...

Un caso equiparabile a quello dei Lese e degli Efe potrebbe essere quello che ora riporterò tra Italiani e Bangladesi.
Sotto il mio palazzo si trova un autolavaggio "Onda blu" dove i lavoratori sono un gruppo di Bangladesi, alcuni padri di famiglia altri giovani ragazzi, che la mattina all'alba si recano sul loro posto di lavoro.
Un grande garage attrezzato con tutti gli strumenti per il lavaggio delle diverse auto li attende ogni giorno.
Il proprietario dell'attività è un Italiano che paga loro una somma irrisoria.
Lavorano dalla mattina alla sera e devono rimanere aperti anche quando il tempo cambia, da una splendida giornata di sole all'arrivo di un forte temporale.
Noi gente del quartiere, a volte, gli portiamo qualcosa come del cibo oppure divani o poltroncine per rendere le loro ore meno pesanti.
Il proprietario ha bisogno di loro dato che molto spesso gli Italiani si sentono superiori e non sono disposti a svolgere questi lavori.
Per il fatturato dell'Italiano i Bangladesi sono indispensabili così come lo sono gli Efe per i Lese.
Queste sono due costruzioni culturali distinte ma in rapporto.


GIULIA TESTANI

ilaria falcone ha detto...

Ci troviamo in un contesto sociale che in ogni cosa ci fa vedere la sua diversità. La nostra stessa società ci fa sentire in ‘difetto’, per cosi dire, verso chi si considera un gradino sopra e si sente in dovere e con chissà quale potere di esercitare questa forma di etnocentrismo e egocentrismo sulla società. Un esempio di società distinta la si può definire in quell’élite di persone considerate aristocratiche che si perdono in serate super chic, con pass per l’entrata che comprende un determinato tipo di abbigliamento, esercizio di lavoro e tipo di persona che ne fa l’attore sociale in questione. Quell’attore sociale che ha diritto a quel tipo di vita e che giudica gli altri facenti un tipo di vita differente e con idee differenti ‘mediocre’, ‘basso’, ‘emarginato’ perché non parte costituente di quella sfera d’élite. Questo nell’ambito della nostra stessa società. Ma possiamo allargare gli orizzonti mettendo nel mix tutte quelle persone straniere che sono considerate diverse perché conducono uno stile di vita opposto al nostro, perché si procurano il pane per vivere facendo lavori considerati da NOI miseri come lavare vetri al semaforo, accompagnare anziane signore a fare la spesa o badare ad anziani che sono stati dimenticati dalla famiglia. Ecco un esempio può essere questo: quel signore o ragazzo che ci vende fazzoletti al semaforo o ci pulisce il vetro viene visto da gran parte di noi (italiani ) come approfittatore e a volte rompi scatole perché ci ruba tempo prezioso. Oppure la signora che bada agli anziani vista come una possibile approfittatrice, ecco che diventa importante per noi nel momento in cui ne abbiamo bisogno per ‘toglierci’ di mezzo quel poveretto anziano che altrimenti dovremmo guardare! Questi esempi racchiudo il significato di antropopoiesi per cui le società tendono a creare i propri stereotipi umani che non possono essere superati dalla comprensione verso altri stili di vita, modi di pensare la vita in maniera differente e ammettere che viviamo in un contesto di diversità costruttiva e non da emarginare.

Alessio Bernabucci ha detto...

Un esempio che ricalca la struttura sociale dei Lese ed Efe può essere quella del ghetto di Venezia. Fu il primo ghetto al mondo e venne creato per tutelare i veneziani cattolici che si sentivano minacciati dai crescenti flussi migratori di ebrei. Venne dunque a loro adibito un quartiere con l’obbligo di residenza al suo interno. Queste strutture, ben diverse dai successivi ghetti nazisti, non miravano alla violenza o alla discriminazione nei confronti degli ebrei, ma semplicemente a evitare che la religione cattolica radicata a Venezia fosse intaccata dall’ebraismo. Infatti , per garantire alla sempre maggiore popolazione del ghetto di professare la propria religione, vennero costantemente edificate nuove sinagoghe, facendo anche attenzione alle necessità dei vari gruppi etnico-culturali al suo interno. La netta distinzione spaziale non precludeva però intensi rapporti e contatti di vario genere tra ebrei e non. Potevano infatti praticare attività bancarie concedendo prestiti (spesso a usura), cosa che invece non era concessa dal cristianesimo poiché giudicata immorale. Erano anche abili nell'arte della medicina e conoscitori della cabala.
Dunque, pur essendo due comunità distinte (anche spazialmente), esisteva uno stretto legame che metteva in rapporto tra di loro le due culture.

Mery Mastandrea ha detto...

1) Il termine antropopoiesi indica quel processo, proprio dell'essere umano, che gli permette di definire la propria identità. Si è già spiegato come,la dimensione umana si completi soltanto con l'acquisizione della componente culturale e di come quindi, le pratiche sociali attraverso le quali gli esseri umani tendono ad emanciparsi dalla loro condizione naturale siano fondamentali.
Come ogni processo di costruzione però, c'è bisogno di uno scarto, la creazione della propria identità infatti, come quella del gruppo sociale, è solitamente accompagnata da una forte distinzione, una distanza che divide ciò che è riconoscibile come "noi" da ciò che invece risulta essere "altro da noi".
Abbiamo visto come un esempio di questo processo è stato esplicitamente riportato da Francesco Remotti in riferimento alla distinzione tra Lese ed Efe.
Un altro esempio attualissimo di questo processo di antropopoiesi è continuamente posto sotto i nostri occhi se pensiamo alla distinzione tra gli italiani e gli stranieri oggi in Italia.
L'italiano rappresenta in qualche modo il Lese della situazione: si sente superiore, discrimina e denigra lo straniero, ne evidenzia le differenze e lo vuole lontano da sè perchè: lo straniero è lo sporco, quello senza regole, il disgraziato che viene in Italia a fare i suoi comodi, quello che ruba il lavoro agli italiani, che molesta le donne (italiane), ruba e commette quanto di più disonesto possibile, che approfitta della "bontà" del popolo italiano.
Allo stesso tempo lo straniero rappresenta l'Efe: colui che, in qualsiasi caso e per quanto se ne dica, svolge un ruolo essenziale all'interno delle dinamiche economiche e politiche dell'Italia; sono infatti spesso gli stranieri a fare i lavori più "pesanti"(moltissime donne straniere fanno le badanti e molti uomini lavoro nei cantieri) rappresentano un elemento di forza lavoro che condiziona fortemente lo sviluppo economico italiano.
Allo stesso tempo, i rapporti sociali di questi due gruppi sono constantemente intrecciati nella vita quotidiana, si influenzano reciprocamente e sono funzionali l'uno all'altro.

Valentina Deidda ha detto...

A lezione abbiamo parlato del rapporto tra Lese ed Efe sulla base del concetto di antropopoiesi elaborato da Francesco Remotti. Questo termine viene dal greco “poieo” che significa “faccio, costruisco” e sta ad indicare quell'operazione attraverso cui le culture costruiscono i propri specifici tipi umani perché, sostiene F. Remotti, l'uomo è biologicamente incompleto e ha bisogno, per questo, di essere foggiato; bisogna “dargli una forma”, per utilizzare un'espressione tipica di fabbri e vasai. Pensando al rapporto tra Lese ed Efe, e volendo trovare un esempio simile, vorrei riportare il caso della suddivisione in ceti o gruppi all'interno della società europea del 1700 e, in particolare, il rapporto tra la nobiltà e il terzo stato.
Nel '700 si assiste in primo luogo ad una forte crescita demografica dovuta ad una costante migrazione verso i grandi centri soprattutto di individui giovani in cerca di lavoro: servi e serve per le famiglie nobili e agiate, manovali e apprendisti. I ceti prevalenti in questo tipo di società erano disposti a piramide, in ordine gerarchico e comprendevano: contadini, artigiani, borghesi, proprietari terrieri, nobiltà e clero. Ad ogni ceto si apparteneva per nascita ed era estremamente difficile uscire dal proprio status di appartenenza, ragion per cui chi nasceva nobile vi rimaneva tutta la vita e chi, invece, nasceva contadino, era condannato a rimanervi per sempre. Questa distinzione tra la nobiltà che godeva dei massimi privilegi e il terzo stato (contadini e artigiani senza alcuna protezione) mi ha fatto pensare ad un altro argomento affrontato a lezione, quello degli “scarti sociali”. I contadini, dal punto di vista dei nobili, erano considerati un nulla, totalmente esclusi dalle assemblee e privi di diritti secondo il modello della diseguaglianza sociale. I signori affittavano loro le terre, secondo il modello feudale, e il ricavo del loro lavoro era per la maggior parte restituito ai proprietari. Nonostante questo rapporto di superiorità dei nobili, non dobbiamo dimenticare una cosa fondamentale e cioè che la vita dei signori senza il terzo stato sarebbe stata come la vita dei Lese senza gli Efe, ovvero inutile in quanto i contadini e gli artigiani erano coloro che si occupavano di fornire le materie prime per la sopravvivenza di tutta la popolazione. Per di più, alcuni di questi, svolgevano la funzione di veri e propri servi all'interno delle grandi famiglie e si sa bene quanto fosse importante il loro lavoro. A questo proposito mi è venuta in mente una serie televisiva storica, “Downton Abbey", che parla del rapporto tra nobiltà e servitù nell'Inghilterra degli inizi del '900. La casa era strutturata su due piani: al piano basso c'era la servitù, al piano superiore la famiglia, la quale, senza la cucina della sguattera e i numerosi servizi di camerieri e autisti privati, si sarebbe trovata completamente disorientata e incapace di fare alcunché.

Valentina Deidda

Martina Gerace ha detto...

Pensando a un caso equiparabile al caso dei Lese e degli Efe, mi viene in mente il rapporto tra patrizi e plebei nell’antica Roma. La Repubblica romana era costituita da patrizi, i quali erano i soli a poter far parte del Senato e ad essere eletti magistrati, quindi di fatto detenevano il potere di governare Roma e applicavano le leggi a proprio favore visto che i tribunali erano composti solo da patrizi; e i plebei, che erano la maggioranza della popolazione e la parte più produttiva (contadini, commercianti, artigiani), non godevano di diritti politici però dovevano pagare le tasse per sostenere la comunità patrizia che li difendeva e partecipavano alle guerre come soldati.
Le prime guerre combattute durante la Repubblica costrinsero i plebei a lasciare il proprio lavoro per combattere. Per procurarsi le armi e i vestiti per la guerra i plebei dovettero contrarre debiti. I patrizi gli davano il denaro in prestito, per cui i plebei si indebitarono con i patrizi. I plebei potevano ripagare i propri debiti lavorando per i patrizi e consegnando loro il raccolto degli anni successivi. Purtroppo alcune guerre durarono a lungo e distrussero i campi e i raccolti, perciò i plebei si trovarono sempre più sommersi dai debiti. Inoltre, una antica legge romana, stabiliva che, chi non era in grado di far fronte ai propri debiti, diventava schiavo del suo creditore. Così molti plebei persero la propria libertà o rischiavano di perderla.
Dunque i plebei cominciarono a chiedere condizioni di vita migliori, l'annullamento o la riduzione dei propri debiti, la possibilità di accedere alle cariche pubbliche. I patrizi non accolsero queste richieste e i plebei risposero con la secessione dell’Aventino, lasciando la città senza protezione militare. Questo momento di crisi si risolse con i plebei che ottennero di eleggere alcuni magistrati come loro rappresentanti: i tribuni della plebe che avevano il potere di veto, cioè, potevano bloccare una legge quando pensavano che questa danneggiasse i plebei. Tirando le somme patrizi e plebei giunsero ad un accordo perché da una parte, i patrizi, rimasti soli a Roma, si resero conto di aver bisogno dei plebei per coltivare i campi, svolgere gli altri lavori, difendere la città dai nemici; dall'altra, i plebei, compresero quanto fosse difficile vivere lontano dalle proprie case, senza il proprio lavoro e il proprio guadagno. Il rapporto tra patrizi e plebei è simile a quello tra i Lese e gli Efe perché i plebei vivevano socialmente in una condizione di sottomissione rispetto ai patrizi, così come i Lese sono il gruppo dominante rispetto agli Efe, che sono anche denigrati dai Lese perché li considerano selvaggi, grossolani, grezzi. Nonostante tutto, per i Lese la vita senza gli Efe è male; gli Efe sono necessari per la vita dei Lese perché gli Efe producono occasione di scambio economico, servono ai Lese per lavorare nei campi, per la cura fisica dei Lese, per le relazioni sessuali con le donne Efe e per affrontare il problema della stregoneria che affligge la cultura Lese. Allo stesso modo i patrizi si accorsero di aver bisogno dei plebei per avere soldati che combattessero le guerre, contribuendo in modo rilevante alla crescita della potenza romana; perché i plebei erano fonte di reddito economico col loro lavoro nei campi e pagavano le tasse.

Martina Gerace

Enda Meti ha detto...

Un esempio di due costruzioni culturali distinte ma in rapporto potrebbero essere le importazioni dell'Italia con gli altri paesi. L'economia dell'Italia si basa molto sull' import/export, dunque per soddisfare il bisogno dello Stato si ricorre a questa pratica, che è indispensabile, anche se L'Italia spesso e volentieri si sente in una particolare posizione 'superiore' rispetto ad altri Paesi. L'Italia potrà avere tante risorse ma in alcuni casi ha bisogno dell'aiuto di un 'altro', come per esempio ha bisogno di gas naturale e petrolio(importati dalla Russia e dalla Libia)poichè ne è priva.

Gianluca Evangelista ha detto...

Nel libro “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini, ambientato in Afghanistan, vengono descritte due costruzioni culturali distinte ma in rapporto come quelle dei Lese e degli Efe, cioè l’etnia Pashtun e quella Hazara. Il romanzo segue il punto di vista di Amir, un ragazzo afghano pashtun, nel suo processo di antropopoiesi, che lo porta a distinguere nettamente tra cosa vuol dire essere pashtun o hazara. I pashtun sono sunniti, acculturati, spesso ricchi e si considerano i veri afghani, gli hazara sono sciiti e lavorano come domestici o balie dei pashtun, spesso come veri e propri servi, e non possono sposarsi con i pashtun (sarebbe una perdita dell’onore per i pashtun). Fin da piccolo Amir si rende conto che gli hazara vengono presi in giro (vengono chiamati “nasopiatto” o asino da soma) e gli è stato insegato che discendono dai mongoli e assomigliano ai cinesi. Amir è cresciuto insieme ad Hassan, il figlio del domestico hazara che lavora a casa sua, ma nonostante siano stati allattati dalla stessa balia e tra loro ci sia un rapporto di fratellanza, Amir non riesce a definire Hassan come un amico a causa della sua etnia; inoltre Hassan non vive nella stessa casa, ma in una capanna di argilla nel giardino insieme a suo padre, e quando ci sono altre persone Amir si vergogna di farsi vedere insieme ad Hassan. Amir apprende in modo informale che l’Afghanistan è la terra dei pashtun, i veri afghani, mentre gli hazara, che provengono dall’Hazarajat, “inquinano” la loro patria e il loro watan (popolo); i pashtun sono forti, possenti e dotati di ottima reputazione, gli hazara sono kasif (grossolani, rozzi), analfabeti (non possono andare a scuola) e si rivolgono ai pashtun chiamandoli agha (signore) con un forte senso di rispetto gerarchico. I libri di scuola di Amir non parlano quasi mai degli hazara, ma in un libro di storia scopre che in passato i pashtun li avevano oppressi e perseguitati per motivi etnici e religiosi, uccidendoli e bruciando le loro case; il processo di antropopoiesi porta a pensare che i destini dei membri delle due etnie siano scritti al momento della loro nascita (come se avessero due nature differenti), ma nonostante ciò pashtun e hazara vivono insieme, seppur in modo distinto e con una gerarchia netta, in una relazione quasi simbiotica che ricorda quella tra Lese ed Efe.

Gianluca Evangelista

Martina Luciano ha detto...

Un rapporto simile a quello dei Lese e degli Efe può essere quello che avvenne tra i migranti italiani in America e gli Americani. Questo episodio risale a fine ’800, quando in America arriva un grosso afflusso di italiani, i quali, come tutte le storie di migrazione, cercano sicurezza altrove in seguito a gravi crisi economiche o guerre.
Gli Italiani sono quindi i nostri Efe e gli Americani i Lese.
In entrambi i casi abbiamo infatti una situazione di “superiorità” culturale rispetto all’altra e di sfruttamento.
Una volta arrivati in America, gli Italiani non venivano accolti bene, anzi venivano visti come dei poveracci arretrati, dei parassiti che rischiavano di “contaminare” l’America con le loro possibili malattie che si portavano dietro dall’Italia (appena arrivati infatti venivano mandati nella East Coast, dove c’era “Allis Island”, qui venivano sottoposti a tutte le ispezioni per accertarsi che fossero in buono stato di salute). C’erano quindi molti stereotipi su di loro come il fatto che fossero tutti mafiosi.
Gli Americani invece si consideravano migliori a loro, superiori, più avanzati in tutti i campi.
Nonostante queste realtà fortemente distinte, le due culture erano in rapporto tra loro poiché gli Americani (come i Lese) sfruttavano gli italiani (Efe) e gli facevano fare i lavori più pesanti e più sporchi, come per esempio lavorare per la realizzazione di strade e ferrovie, in alcuni casi si trattava di vera e propria schiavitù in cui il loro “padrone” li faceva lavorare fino allo stremo nelle miniere.

MARTINA LUCIANO

Federico Dinella ha detto...

DOMANDA 1: Un esempio equiparabile a quello dei Lese e degli Efe è sicuramente il caso della schiavitù, in particolare lo schiavismo dell'antica Grecia e dell'antica Roma. Infatti queste popolazioni una volta affrontate le guerre e conquistati i territori prendevano come bottino e riducevano in schiavi le popolazioni conquistate L'antica Grecia ne è un esempio importante perchè basava gran parte della sua economia sugli schiavi, tanto è vero che ad Atene per lunghi periodi ci sono stati più schiavi che uomini liberi. Per i Greci la schiavitù era un "diritto naturale" mentre per i Romani lo schiavo non lo era per natura ma lo diventava e per questo gli schiavi dei Romani potevano diventare liberi ed acquisire la cittadinanza romana. Gli schiavi non avevano nessun diritto, erano semplicemente delle "cose" che dovevano obbedire al dovere ed agli ordini del proprio padrone, vivere con esso e fare i lavori che il padrone si rifiutava di fare, ad esempio i lavori più umili come occuparsi dell'abitazione in cui vivevano. Per questo gli schiavi erano indispensabili nella vita dei padroni così come gli Efe erano indispensabili per la vita dei Lese nonostante la differenza "sociale" e nei diritti.

FEDERICO DINELLA

Loredana Opris ha detto...

La storia dei lese e degli efe fornita da Francesco Remotti per descrivere la relazione simbiotica di queste 2 culture diverse ma basate su un rapporto di dipendenza reciproca, ci consente di riflettere sulla situazione concreta di alcuni gruppi che come i lese, per diversi motivi: economici, politici, religiosi, ecc si sentono superiori rispetto ad altri gruppi umani e più forgiati culturalmente.
Supponiamo che un datore di lavoro X ha bisogno di 10 nuovi dipendenti. Egli decide di assumere soltanto stranieri. Anche se certe volte il datore di lavoro si comporta come i lesi, diventando
un po' diffidente perché si lascia guidato dagli stereotipi, considerando i suoi dipendenti inferiori dal punto di vista della classe sociale, e non volendo comprendere la loro cultura, in realtà egli è consapevole che nonostante una serie di diversità che li separa culturalmente essi sono legati da un rapporto di reciprocità. Senza i suoi dipendenti, l'attività cesserebbe di esistere così come in assenza della figura del datore di lavoro, probabilmente i 10 dipendenti non lavorerebbero.

Alice Carfora ha detto...

Molto spesso le persone che discriminano e deridono gli stranieri, sono le prime che usufruiscono di quello che loro possono dargli.
Ad esempio delle persone che venivano alle superiori con me discriminavano continuamente i stranieri, dicendo che loro venivano in Italia a rubare il nostro posto di lavoro, a gravare sulle nostre spalle ecc. Poi però erano le prime persone che quando la mamma non gli dava i soldi per comprarsi la borsa firmata, andavano a comprarla falsa sulle bancarelle che si trovano in giro per Roma dei marocchini. Quando il caricatore dell’iphone si rompeva, i cinesi non erano più definiti coloro che stanno invadendo l’Italia, ma erano quelli da cui queste persone andavano a comprare il nuovo cavetto, perché di spendere 40€ al negozio della Apple non avevano voglia.
Quindi nonostante queste persone continuano a screditare gli stranieri, non possono negare che quando serviva gli hanno sempre fatto comodo.

Lorenzo Natella ha detto...

Un esempio di rapporto simbiotico basato sulla diversa rappresentazione della costruzione di cultura, simile al caso raccontato da Remotti, potrebbe essere il rapporto tra la nostra cultura post-industriale e le popolazioni di lingua romanì (gli zingari, i gitani, i rom, i dom ecc.). La cultura dominante di una nazione post-industriale vive il rapporto con queste popolazioni in termini di differenze costruite sull'appartenenza delle culture nomadi ad un mondo "arcaico", percepito come precedente al nostro, legato ad un'economia nomade che la cultura industriale ha abbandonato rilegandola nel "barbaro". Da questo deriva la comune rappresentazione, diffusa in aree geografiche anche molto distanti e diverse tra loro, delle popolazioni romanì come "primitive", "arretrate", se non addirittura "animalesche", ma comunque sempre "incivili". Questa rappresentazione viene data con sfumature diverse, fino ad arrivare all'odio etnico. In città come Parigi o Barcellona, dove la segregazione dei rom è minore, queste popolazioni vengono comunque rappresentate più vicine al mondo "naturale" che a quello culturale. Ciò nonostante, proprio come nel caso degli Efe e dei Lese, per secoli le popolazioni romanì hanno occupato un ruolo indispensabile in molti contesti economici (il metallo, alcuni settori dell'intrattenimento, ecc.) ma soprattutto, nel contesto culturale occidentale post-industriale, queste popolazioni vivono del loro ruolo culturale "magico": Ancora oggi moltissimi si fanno leggere la mano dalle "zingare" agli angoli delle strade in tutte le grandi città dell'Occidente, molte persone credono più o meno coscientemente alla loro capacità di mettere o togliere il malocchio, di effettuare riti e maledizioni efficaci. Questo perché, come nel caso delle due tribù congolesi che ci racconta Remotti, le popolazioni romanì vivono in una simbiosi con le culture stanziali che per secoli si è basata sulla costruzione culturale di un gruppo umano che proviene dalla natura, dal mondo precedente, che si porta dietro una forza magica che solo loro possono maneggiare, che ci fa sentire parte di un mondo culturalmente costruito proprio in virtù del nostro essere indifesi o ignari di fronte a questa magia.

Lorenzo Natella

Luca Pizziconi ha detto...

L'Italia è sempre stato un paese multietnico sin dall'antica civiltà romana, ed anche a i giorni nostri sta vivendo un forte flusso migratorio.
Un tipico esempio di Antropopoiesi infatti si può descrivere semplicemente guardando la giornata di un tipico romano in cui, involontariamente o senza accorgersene, viene a contatto con persone che fanno parte di altre culture.
Per esempio si può vedere come gli imprenditori italiani non possono più fare a meno dell'operaio romeno perché è diventato il più bravo e specializzato in quel settore, oppure come quando si ha bisogno di un oggetto economico ci si rivolge a i tipici negozi gestiti da cinesi.
Inoltre possiamo aggiungere gli egiziani che hanno a parer mio le migliori frutterie, ma credo che l'esempio più semplice ed esaustivo sia quello che mi coinvolge personalmente in quanto lavoro, come fattorino per consegnare le pizze a domicilio, per una pizzeria gestita interamente da bangladesi.
Nonostante ciò ci sono ancora molti italiani che rimangono rivolti con il pensiero verso il fascismo con l'idea secondo cui tutte queste persone ci stanno rubando il lavoro, ma io credo che questa è una caratteristica dell'Italia che è sempre esistita infatti la forza principale che ha reso l'antica Roma la super potenza che è stata era data proprio dalla sua multietnicità.

Giulia Tommaselli ha detto...

Q1.

Voglio discutere il rapporto che intercorre tra Settentrionali e Meridionali, in Italia:
costruzioni culturali opposte letteralmente, pur facenti parte dello stesso Paese.
La mia teoria è questa: l'Italia è sempre stata divisa a livello territoriale e conseguentemente culturale. Il Sud, dal clima caldo e dai paesaggi marittimi è più favorevole allo sviluppo del settore primario = aziende agricole, professioni modeste; il Nord, dal clima freddo e ampi spazi pianeggianti è più propenso alla costruzione di zone industriali che poi si sono trasformate in multinazionali = professioni più raffinate, stile di vita altolocato.
Il Sud ha sempre giudicato il Settentrione con la puzza sotto il naso e il Nord ha sempre ritenuto il Meriodione una massa di ignoranti. Nonostante questo, i rapporti tra i due gruppi sono comunque consistenti: le aziende del nord producono anche per il sud (infrastrutture, tecnologie, formazione professionale), le aziende del sud producono anche per il nord (frutta, vino, olio). Entrambe le risorse sono indispensabili all'uno e all'altro poiché se non fosse per questo scambio reciproco non avrebbero nessun altro modo di procurarsele.

Simone Perrone ha detto...

1) Un rapporto analogo a quello in atto tra i Lese e gli Efe è ravvisabile nella relazione che c’era a Sparta tra gli Spartiati e gli iloti: i primi erano i cittadini maschi di pieno diritto, i secondi erano loro subordinati ed erano ritenuti inferiori, ragion per cui erano costretti a coltivare i kleroi degli Spartiati affinché questi potessero dedicarsi esclusivamente al mestiere delle armi. Le due costruzioni culturali sono distinte l’una dall’altra anche dal punto di vista dell’educazione: gli Spartiati, infatti, divenivano tali, tra le altre cose, tramite la partecipazione ad un preciso sistema educativo, rigidamente sorvegliato dagli efori, detto agoghé - il cui fine era sviluppare la virtù del coraggio nei maschi, e rendere le donne capaci di generare figli sani e forti –, dal quale erano esclusi gli iloti.



Cordialmente,
Simone Perrone

Giada Stracqualursi ha detto...

Per adattare al mio contesto il concetto di antropopoiesi e di costruzione culturale, ho deciso di prendere in esame il rapporto simbiotico, che si è venuto a creare negli anni tra italiani e albanesi nel posto in cui vivo. Molti lavorano nel campo dell'edilizia, sono sottopagati e spesso non hanno un contratto regolare, perché considerati nell'immaginario collettivo come scarto nel senso antropopoietico del termine. Tuttavia proprio come gli Efe vengono preferiti per piccoli lavori di manutenzione nelle case, per risparmiare e "aiutare". Si preferisce far lavorare loro, in nero se vogliamo dirla tutta, perché "hanno famiglia" e "hanno bisogno", questi sono i termini che secondo me mettono in risalto questa selezione tra società intesa come "standard" e scarti di umanità. C'è chi aiuta e chi ha bisogno di aiuto: una persona che resterà sempre in difficoltà, diversa rispetto a "noi".
Questo rapporto simbiotico sta portando pian piano all'integrazione, la possibilità di "arrangiarsi" con dei lavori saltuari permette loro di far studiare i propri figli. Molti sono laureati e pian piano credo che questo scarto sociale tra "noi" e "loro" andrà a scomparire.
Giada Stracqualursi

Federico Pomponi ha detto...

Un caso, a mio avviso analogo a quello riportato da Remotti, potrebbe essere quello del rapporto tra uomini e donne in date epoche e civiltà, esempio di relazione simbiotica tra due costruzioni culturali distinte, seppur all'interno di una medesima.
Nel corso della storia infatti, numerose e differenti culture hanno riconosciuto ed attribuito all'uomo importanza,ruoli e funzioni più ampie e rilevanti rispetto a quelle destinate alla donna, limitate alla semplice procreazione e cura dei figli e della casa. "Gli uomini riconoscono la dimensione costruita della loro appartenenza, a volte anche contrastando la propria condizione con quella di altri, considerati meno costruiti, oppure costruiti secondo logiche differenti"; ed è così che a lavorare andavano gli uomini, a votare e decidere della vita pubblica erano gli uomini, a non avere vincoli sociali, etici, "morali" erano sempre gli uomini ecc.
Ciò nonostante, Hegel docet, il ruolo della donna è sempre stato indispensabile alla comunità e a molti maschi che, con una casa e dei figli da mandare avanti, non avrebbero saputo dove mettere mano.

Alice Dionisi ha detto...

Con l'esempio dei Lese e degli Efe abbiamo potuto analizzare il rapporto di interdipendenza tra i due, un po', per i Lese, secondo il tipico modo di dire "chi disprezza, compra": gli Efe sono essenziali in numerosi campi per la vita dei Lese, seppur essi si trovano in posizione di inferiorità in una piramide gerarchica.
Secondo il suggerimento dai lei dato, nel contesto di una vasta città come Roma questo episodio si verifica di continuo. Si parte -purtroppo- proprio dal tema dello scarto e degli emarginati, quelli tagliati fuori dal "nostro stampino", "scarti" nei confronti dei quali appunto la maggior parte degli italiani si sente superiore: nei confronti di rumeni, cinesi, africani... però ci troviamo SEMPRE a dipendere da loro (i rumeni fanno quei lavori un po' scomodi con i quali gli italiani non vogliono sporcarsi le mani, i cinesi sono sempre aperti nel negozio vicino casa quando ci serve quel prodotto per la lavatrice che al supermercato costa 5 euro di più, quando il mio fidanzato si deve far perdonare mi porta sempre una rosa, comprata dal vucumprà all'angolo della strada).
Ancora, possiamo prendere l'esempio degli ebrei che venivano accusati della condanna a morte del figlio di Dio da parte degli uomini di dottrina, gli ebrei erano ritenuti il male assoluto. Ma nell'ottica cristiana Dio doveva morire per salvare l'uomo dai suoi peccati, perciò era necessario il diocidio e il ruolo degli ebrei per compiere ciò.

Erica Blandino ha detto...

L'esempio che voglio riportare riguarda proprio il mio paese d'origine.
Abito in un paesino nella quale la produzione del vino è molto rinomata, ma in cui la mentalità non è propriamente aperta. La cittadinanza infatti non ha ben visto l'arrivo degli extracomunitari. Tuttavia questi extracomunitari sono stati assunti da numerosi agricoltori per la raccolta dell'uva, venendo spesso sottopagati e sfruttati.
Gli abitanti del mio paese capiscono che questi extracomunitari sono comunque necessari per certi tipi di lavoro (il cosiddetto "lavoro sporco"), nonostante non condividano il loro arrivo, d'altro canto l'extracomunitario comprende la sua necessità di avere un lavoro per guadagnare soldi e in qualche modo sopravvivere.

Elisa Raponi ha detto...

“Ci stanno invadendo”, “ci rubano il lavoro”, “se ne tornassero a casa loro”: queste sono solo alcune delle frasi diventate ormai stereotipi nelle conversazioni degli italiani. Sono molti gli italiani che riversano le loro frustrazioni e la loro rabbia nei confronti degli stranieri, attribuendo loro la colpa del mancato lavoro. Nonostante ciò una vasta gamma di impieghi più umili, che prevedono un monte ore di lavoro enorme ed una retribuzione irrisoria (lavapiatti, lavori agricoli e domestici, badanti, benzinai ecc…) vengono svolti principalmente proprio da quelle stesse persone che quotidianamente sono oggetto di scherno e talvolta di odio. Si tratta di lavori che vengono generalmente snobbati dagli italiani, spesso considerati avvilenti e dequalificanti; gli stranieri in questo caso fanno comodo, così come fa comodo che il pannolone dei loro cari e anziani genitori venga cambiato proprio da quello che normalmente viene percepito come “diverso”. In questo caso allora il “diverso” va bene. Lo stesso discorso si può traslare anche nel campo dell’edilizia dove l’italiano accetta di eseguire ristrutturazioni utilizzando manovali stranieri (proprio gli stessi che nell’arco della giornata deride e disprezza) per evadere le tasse attraverso il lavoro in nero. Paradossalmente tutto ciò che viene disprezzato, quando va a incidere sul bilancio economico della famiglia, diventa risorsa. La statistica ci dice anche che negli ultimi anni il ruolo delle badanti e delle infermiere viene ricoperto in percentuale maggiore da persone straniere.

Elisa Raponi

Giulitti Giulia ha detto...

Q1. Dopo aver compreso il senso del concetto di antropopoiesi, riportate un caso equiparabile a quello dei Lese e degli Efe, vale a dire di due costruzioni culturali distinte ma in rapporto e definite le modalità di quella costruzione (suggerimento: pensate alle molte relazioni etniche di cui si nutrono i rapporti sociali in un contesto urbano complesso come quello di Roma)
Come sempre vorrei utilizzare come esempio lo scoutismo. Lo scoutismo è un'unica, grande associazione formata da un grande numero di persone che condividono gli stessi valori morali e lo stesso “credo” ( non da intendersi come credo religioso, ma come codice di comportamento su una specifica base morale); nonostante questa unione nel corso degli anni sono nate diverse associazioni.
All’apparenza non sembrano esserci grandi differenze, ma se si vive questa ‘divisione’ dall’interno ci sono una miriade di regole e preconcetti non scritti che riguardano queste associazioni. Ad esempio: io faccio parte dell’associazione laica (CNGEI), e vivendo in prima persona quest’esperienza ho notato delle vere e proprie discriminazioni che avvengono tra il gruppo laico e quello cattolico (AGESCI). Tra di noi c’erano dei preconcetti verso l’altra associazione (ad esempio: non sono veri scout, le loro attività sono blande ed inutili ecc..) e delle regole non scritte che si erano create all’interno di quella specie di società (ad esempio: non dare troppa confidenza all’altro gruppo). Crescendo notai che queste ‘discriminazioni’ avvenivano anche nell’altro senso (ad esempio: un gruppo Agesci che non ci ospita nella propria struttura perché siamo Cngei).
Nonostante tutto l’Agesci è indispensabile per il Cngei, e viceversa: uno non potrebbe esistere in assenza dell’altro, sia per quanto riguardi l’ambito educativo sia per quanto riguardi il piano pratico (di organizzazione, numeri, storia ecc..) .

Elettra Pellegrino ha detto...

Uno dei tanti dubbi che da sempre assilla l'uomo è come definire se stesso. Rimosso dalle forme sociali che lo educano in determinati modi, lasciato a sé, al suo stato 'naturale', egli non è assolutamente nulla. Ne deriva che ciò che lo rende uomo è una serie di artifici esterni atti ad incasellarlo in modelli rigidamente codificati secondo genere, posizione sociale etc., adempiendo ai quali egli può essere definito uomo secondo l'idea di uomo che la sua cultura promuove. Questo costruire e plasmare tipi di umanità è il processo di antropopoiesi.
I raggruppamenti umani presentano di solito una molteplicità di tipi umani, dalla convivenza e interazione dei quali dipende il corretto funzionamento della società.
Un esempio di ciò sono le vecchie aristocrazie europee e il loro rapporto con il popolo. Analogamente ai Lese, i nobili erano ben coscienti dell'impegno che mettevano nella costruzione di sé, e di quanto ciò li rendesse diversi e superiori al rozzo popolino. Questa differenza era tuttavia riconosciuta come estremamente fragile, e si ricorreva a qualunque espediente (per quanto ridicolo o dannoso) per alimentarla. Basti pensare all'educazione delle giovani nobili, che spesso includeva dolorose lezioni di portamento e lo studio di migliaia di regole di etichetta che avevano come unico scopo modificare ogni ambito del comportamento dei nobili affinché differisse da quello del popolo. Si ricorreva poi a scomodità come corsetti soffocanti, parrucche traballanti e scarpe improponibili per sottolineare ancora di più che il lavoro fosse dominio esclusivo del ceto basso.
Questa convivenza di costruzioni diverse ma in simbiosi può avvenire solo con la completa collaborazione di entrambi i tipi di umanità. Infatti l'aristocrazia dipendeva da contadini e cuochi per nutrirsi, da sarti e servitù per vestirsi e dai domestici per le questioni relative alla casa; in sostanza, un nobile non sarebbe sopravvissuto un singolo giorno senza il popolo che tanto disprezzava. Ma allora perché il popolo (come anche gli Efe) accettava la sua posizione di subordinazione?
Forse, essendo ogni uomo cosciente della sua incompletezza, esisteva tra i due tipi umani un rapporto di reciproca invidia. La nobiltà, in possesso del potere e della superiorità di costruzione, sentiva le proprie mancanze quando guardava all'autonomia e libertà del popolo, e viceversa, dando quindi vita al desiderio di mantenere uno status quo con l'alterità che sapevano di non poter racchiudere in se stessi. O forse, come insegna Hegel, è il servo che detiene il vero potere nel rapporto con il padrone, e dunque l'autentica superiorità.
In ogni caso però, sembra sempre che la ricerca di un'identità si accompagni necessariamente all'istituirsi di gerarchie, e a un certo desiderio di superiorità.

Andrea Martini ha detto...

1) In questa lezione abbiamo appreso il concetto di antropopoiesi elaborato da Francesco Remotti, il quale con questo termine indicava l'operazione attraverso la quale le culture costruiscono i propri specifici tipi umani: l'uomo è biologicamente incompleto e quindi, per definirsi tale, deve essere foggiato (costruito, plasmato) dalla cultura della società in cui vive. Tale foggiatura avviene sia per canali formali, strutturati secondo pratiche sociali dette riti, sia per canali informali, secondo l'organizzazione spontanea della società. Abbiamo poi introdotto l'esempio dei due gruppi etnici del Congo, quello dei Lese e degli Efe, che è stato utile per comprendere una questione molto importante: gli uomini riconoscono consapevolmente la propria condizione di foggiatura, di costruzione, e a volte tale riconoscimento avviene in virtù del contrasto/confronto con l'alterità, con la condizione dell'altro, degli scarti sociali, condizione percepita come inferiore o come costruita con modalità comunque differenti. Pensando a un esempio equiparabile a questo, ovvero di due costruzioni culturali distinte ma in rapporto fra loro, mi viene in mente la situazione odierna, e che ormai vige da diverse generazioni, del mio piccolo paese di provincia, in Ciociaria. Non si tratta di due gruppi etnici differenti, come i Lese e gli Efe, ma la situazione è molto simile: all'interno della stessa comunità italiana, costituita da poco più di 900 abitanti, c'è un'enorme famiglia, che chiamerò L., costituita da numerosi nuclei familiari. Da sola questa famiglia potrebbe fare comunità a se per quanti membri conta al suo interno (circa un centinaio). Sono sparsi quasi ovunque, ma si concentrano soprattutto nel centro storico e in periferia, ai piedi della montagna. Dal racconto degli anziani del paese questa famiglia L. è sempre esistita, almeno da due secoli, e i vari nuclei familiari sono legati non solo da discendenza, dal sangue, e quindi dallo stesso cognome, ma anche dalla stessa cultura che, nonostante siano loro italiani come noi, tutti nati e cresciuti nello stesso paese, è molto differente da quella degli altri cittadini. Innanzitutto c'è una differenza di lingua: non sanno parlare italiano, ma solo un dialetto molto stretto che a volte è davvero difficile comprendere, neanche stessimo a parlare con degli stranieri. Anche i membri più giovani, quelli nati negli anni 90 come me ad esempio, non hanno frequentato mai la scuola dell'obbligo, se non i primi 2 o 3 anni di elementari. Frequentano poco o per nulla i bar, non vanno in chiesa, non seguono il calcio, molti di loro non sanno neanche cosa sia internet. Vestono in modo diverso, sempre in "tenuta da lavoro". Sono pochissimi i membri L., tra l'altro tutti maschi, che sono riusciti a "civilizzarsi" e a frequentare altra gente del paese. Due di loro, molto giovani, escono il sabato sera con mio fratello e il suo gruppo di amici. Ma è un caso molto raro. Nessuno degli altri cittadini del paese ha mai pensato di prendere in sposa una L., se non qualche altro "soggetto" come loro. Vivono la vita allevando pecore, maiali, cavalli, asini, conigli e altro bestiame, arando i campi, disboscando e vendendo legna. Sembra proprio che vivano fuori dal tempo, come se fossero rimasti nel passato. Tutti ne stanno alla larga, difficilmente ci si scambia due parole o un saluto, anche perché anche quando sono in giro, emanano quell'odore non certo di pulito. Non si curano, hanno tutti qualche dente in meno; sono proprio, come si dice comunemente, "rozzi".

Andrea Martini ha detto...

Proprio per questa loro "natura" vengono discriminati, derisi, allontanati, e non sempre esplicitamente, ma anche con dispositivi sociali che mascherano le reali intenzioni: ad esempio molte altre famiglie all'occorrenza si rivolgono ai membri L. per arare la terra, per rifornirsi di legna da ardere, di prodotti della terra e quant'altro, ovviamente risparmiando molto, e con la scusa del << poverini, aiutiamo quei disagiati>> mascherano la convenienza di "usarli", mascherano l'opportunismo con il buonismo. Questa situazione, come l'esempio dei Lese e degli Efe, chiarisce come noi, facenti parte della maggioranza civilizzata della comunità, ci sentiamo tali, foggiati, plasmati come lo siamo ora, proprio in virtù della presenza di questa differenza, di questo scarto, con cui ci imbattiamo quotidianamente; confrontandosi ogni giorno con questa diversa cultura che non condivide numerosi dei nostri riti, come il frequentare la scuola, incontrarsi al bar, andare a messa la domenica mattina; confrontandosi ogni giorno con questa cultura che tutti noi consideriamo inferiore.

Andrea Martini

ILARIA STIRPE ha detto...

A lezione abbiamo affrontato il concetto di antropopoiesi, operazione attraverso il quale le culture costituiscono i propri specifici tipi umani. Abbiamo fatto l'esempio delle due popolazioni degli Efe e dei Lese, due popolazioni che, seppur antropologicamente distanti, vivono in una relazione simbiotica.
Un esempio analogo potrebbe essere la figura di Hitler con la popolazione ebrea. La razza di Hitler era considerata da lui stesso una razza forte e superiore agli ebrei che era la popolazione da sottomettere, da considerarsi la razza inferiore.


ILARIA STIRPE

Flavia Romagnoli ha detto...

Affrontando il concetto di antropopoiesi, a lezione è stato riportato l'esempio di due popolazioni, Efe e Lese, che hanno una relazione simbiotica anche se sono antropologicamente distanti. Sulla base di tale esempio, immediatamente mi salta in mente la situazione attuale che caratterizza il nostro territorio: a Roma, come più o meno in quasi tutto il territorio italiano, troviamo un altissima percentuale di stranieri (cinesi, rumeni, albanesi, tunisini, ecc.), che in alcune località si avvicina addirittura a quella degli autoctoni. Ciò genera ovviamente ostilità nei confronti degli stranieri, ma ormai noi nativi del luogo siamo abituati e quasi dipendiamo dalla presenza di tali figure: basta pensare alle nostre scelte dovute al sostentamento economico dei grandi magazzini discount gestiti dai cinesi per acquistare necessità di ogni genere, oppure ai muratori/idraulici rumeni o albanesi che vengono nelle nostre case a riparare qualsiasi guasto.
Bensì l'italiano di oggi non se ne accorga, o meglio non voglia accettarlo e finge di non accorgersi, ormai siamo necessari gli uni agli altri, lo straniero all'autoctono e viceversa, ormai viviamo in un rapporto interdipendente con gli stranieri.

FLAVIA ROMAGNOLI

Francesco Santini ha detto...

Il 16 gennaio 1920 negli Stati Uniti entra in vigore l’emendamento che proibisce la vendita, il consumo, l'importazione e la produzione di alcolici. Inizia il proibizionismo, ma anche l'era dei gangster e dei ruggenti Anni '20. Questo proibizionismo portò subito problemi per coloro che erano diventati dipendenti dall’alcool. Questo proibizionismo fa nascere associazioni mafiose che contrabbandano alcool. La maggior parte di questi contrabbandieri erano Italo-americani , questo fece subito scaturire la costruzione culturale: Italiani = mafiosi. Gli Americani, consumatori di alcolici e non, iniziarono a discriminare gli italiani e anche gli italo-americani ritenendoli tutti criminali. Nonostante la gente insultasse e discriminasse gli italiani, essi continuavano a comprare alcolici e continuavano ad andare in attività italiane perché comunque ne avevano bisogno. Quindi anche se era notevole l’ostilità da parte degli Americani questi non potevano fare a meno degli italiani, perché essi comunque procuravano ciò che gli Americani volevano ossia l’alcool, che veniva consumato in grandissime quantità in tutto il territorio degli Stati Uniti.

Francesco Santini

giulia morè ha detto...

Nella società attuale è spesso possibile riscontrare esempi di rapporti come quello instauratosi trai Lese e gli Efe in diversi ambiti della vita quotidiana.
In una città molto ricca culturalmente come Roma, dove sono presenti in gran quantità numerosi cittadini stranieri, emerge una grande ostilità dei cittadini romani nei loro confronti, accusandoli di privarli del lavoro. Questi, però, senza il lavoro svolto da queste persone (che ad esempio tendono a lavorare nei giorni festivi) possono usufruire di servizi che, altrimenti, non sarebbero disponibili.
Un esempio analogo riguarda il paese di mia madre in Sicilia, dove il lavoro dei campi ormai viene svolto quasi esclusivamente da cittadini stranieri, che sono accolti malvolentieri dai locali. Questi ultimi però senza il lavoro nelle campagne di queste persone non potrebbero vivere.
Giulia Moré

Scarlett2392 ha detto...

La mia coinquilina mi ha parlato spesso dei luoghi dove è cresciuta e delle bellezze che la circondano che comportano un forte afflusso di turisti ogni anno. Mi ha mostrate tante foto di Diamante, una cittadina in provincia di Cosenza che affaccia sul mare. Ogni anno viene inondata di turisti alla ricerca del mare cristallino, desiderosi di visitare l’isola di Cirella e di godersi il “Festival del peperoncino”, un evento che dura circa una settimana, la prima di settembre, dove avvengono degustazioni e presentazioni di libri, e inoltre la città è conosciuta anche per i murales sparsi per i vicoli del centro storico dipinti da poeti e scrittori. Gli abitanti preferiscono i mesi di quiete, senza “invasioni” soprattutto da parte dei “fastidiosi” e “chiassosi” napoletani (si percepiscono forte e chiaro l'etnocentrismo e gli stereotipi), ma senza turisti non si venderebbero liquori al cedro in quantità industriali, nessun cittadino avrebbe bisogno di comprare peperoncini da appendere in casa o souvenir da regalare, non si affitterebbero case per mesi interi, né si riempirebbero gli hotel che lavorano solo nei mesi estivi dando anche lavoro ai giovani del posto.

Rossella Maria Coppolaro - LLEA

Francesco Minni ha detto...

I Lese e gli Efe sono due tribù conviventi. Malgrado i primi si sentano superiori, più costruiti, più raffinati e di conseguenza più civilizzati, senza gli Efe troverebbero molteplici difficoltà. I Lese dipendono dagli Efe dal punto di vista economico, lavorativo, addirittura sanitario e dal punto di vista dei legami matrimoniali.
Questa sorta di "dipendenza" l'ho ritrovata nel rapporto che c'è tra un paese di montagna nelle Marche, che frequento abitualmente, e i turisti. Per turisti non intendo solo chi, magari nel weekend, va a visitare questa località caratteristica per ammirare i suoi monumenti e paesaggi; ma anche chi qui ha origini e, per ragioni lavorative, ha dovuto trasferirsi in città, la maggior parte a Roma.
I cittadini del paese spesso non guardano con buon occhio e criticano i turisti (o i cosiddetti "romani") perché, a detta loro, portano confusione e maleducazione. Essi però non comprendono che sono proprio i numerosi turisti a rilanciare l'economia del paese, acquistando e consumando i caratteristici prodotti del posto. Tutto ciò consente alle piccole attività di arricchirsi e questo giova a tutti cittadini del paese.
Proprio coloro che vengono derisi e criticati diventano quindi indispensabili per l'economia del posto.

FRANCESCO MINNI

Filippo Scafoletti ha detto...

Scafoletti Filippo Maria

Un caso simile a quello degli Efe e dei Lese presentato a lezione mi viene in mente pensando alla mia esperienza personale. Da Romano di Torpignattara mi trovo costantemente a contatto con quelle culture (gli Efe se vogliamo) che vengono spesso denigrate dalla maggioranza degli Italiani. Il mio villaggio Lese dunque, il mio quartiere, potrebbe essere considerato come "invaso" da queste popolazioni aliene, che lo contaminano con la loro influenza. Tuttavia, dopo una riflessione fatta in seguito alla domanda stessa, mi accorgo di come nella mia vita quotidiana mi ritrovo spesso ad avere dei rapporti con queste culture, rapporti di diversa natura su cui vale la pena riflettere. Dal semplice Indiano che mi tiene aperto il portone del palazzo, al negozio cinese sempre aperto e fornito di qualsivoglia tipo di oggetto economico, noto come ormai moltissime di quelle culture considerate "diverse" abbiano sempre più un ruolo nella nostra vita. Le modalità con cui le nostre culture si approcciano sono molto meno evidenti di quanto possa sembrare e questo perchè tutti dipendiamo da tutti. In questo modo si capisce come culture distanti siano in realtà legate da piccoli particolari che le rendono non solo simili, ma anche connesse tra di loro sempre più, anche in modo impercettibile.

Ilaria Campaniello ha detto...

Alla luce del concetto di "antropopoiesi", di questa continua pianificazione e costruzione culturale, da cui si origina l'individuo sociale,un esempio analogo a quello rappresentato dalla storia dei Lese e degli Efe,è rintracciabile nel rapporto, raccontato da Defoe, fra il naufrago civilizzato Robinson Crusoe e l'indigeno Venerdì.
Le direttive su cui si muove questo rapporto si esplicano nelle questioni relative alla percezione del sé e dell'altro, all'uso strumentale di uomini e beni, alla relazione padrone- servo, nella peculiare accezione colonialista che fu propria del pensiero settecentesco e dell'occidente autodefinitosi "civilizzato".
Dopo dieci lunghi anni di isolamento sull'isola in cui è naufragato, Robinson prende coscienza dell'attività di cannibalismo lì praticata, da parte dei selvaggi nei confronti dei prigionieri di guerra.
Inorridito, riesce a salvare una delle vittime che sarebbe stata sacrificata di lì a poco, tenendola con sè come "suddito" e ribattezzandola con il nome di "Venerdì".
Quello che esplicitamente si configura come un vero e proprio rapporto servo-padrone, cela in sè una dimensione più profonda, che sottende una progressiva opera di sincretismo delle due culture, l'una nei confronti dell'altra.
Se da una parte, Robinson insegna a Venerdì la lingua inglese e lo inizia alla fede cristiana attraverso la costante lettura della Bibbia, del resto,Robinson non può più vivere senza la compagnia del suo "cadetto".
Ciò che si instaura, è un vero e proprio rapporto di simbiosi fra due realtà così profondamente distanti tra loro, eppure, ormai, così inesorabilmente complementari.

Luca Vona ha detto...

1) ascoltando la storia dei Lese e degli Efe, non ho fatto a meno di pensare al rapporto tra i conquistadores e gli indios nell'America del 1500. In questo rapporto possiamo vedere appunto la volontà degli invasori spagnoli di eleggersi come padroni di una terra che secondo loro era abitata da persone non civilizzate, riducendo cosi gli abitanti in propri schiavi, sfruttandoli per la loro crescita economica. Essi giustificarono le loro crudeli azioni con un testo che fornisse una base giuridica a ciò, il "requierimiento". Anche se considerati inferiori culturalmente, gli indios furono elogiati dagli stessi conquistadores per la loro capacità di creare grandi città molto più belle di quelle europee, e perciò furono sacrificati per costruire nuovi templi come il tempio di Città del Mexico, in cui furono usati 80.900 indios come sacrificio. Ciò sta a sottolineare la differente identificazione da parte dei colonizzatori spagnoli che pur sentendosi superiori, senza di loro non si sarebbero potuti arricchire.

Alessandra Cicinelli ha detto...

Q1.

Molti oggi hanno "l'esigenza" di non condurre più una vita umile, e di aspirare sempre ad avere un lavoro "onorevole", stare davanti ad un computer su una scrivania e non sporcarsi le mani. Nulla in contrario a questo, anzi rispettabilissimo se comparato alla propria intelligenza e capacità. Il problema, però, sorge nel momento in cui si tende a giudicare in senso negativo altri tipi di lavoro notevolmente utili in realtà, ma che alcuni non si "abbasserebbero" mai a fare.
Qualche settimana fa mi sono recata in una cornetteria di ottima qualità che frequento spesso, insieme ad un mio amico, il quale si è fermato a scambiare due chiacchiere con un dipendente africano della pasticceria.
Quest'uomo ci ha raccontato che lavora 12 ore al giorno ed ha un solo giorno libero ogni tre settimane, guadagna 800 euro al mese e ne spedisce la metà alla sua famiglia di origine.
Sentendo questo, mi viene subito in mente Mihaela, mamma rumena di un mio ex compagno di classe, che, pur laureata in biologia, porta a casa solo 400 euro al mese per un lavoro part time piuttosto umile, non riuscendo a trovare un impiego adatto alle sue competenze. (Colpa della nazionalità?)
E questi sono solo due dei tanti esempi, se per questo anche "leggeri", che ci sono in Italia oggi.
Esattamente come i Lese e gli Efe, in questo paese gli italiani (non tutti ovviamente, parliamo sempre della maggioranza) criticano tanto i lavori eseguiti dagli stranieri, quando in realtà lo svolgimento di queste attività è indispensabile per la sopravvivenza degli stessi italiani.
Quanti si "accontenterebbero" di zappare la terra o di andare a spaccarsi le ossa sui cantieri? Pochi. Per cui "lasciamo fare questo lavoro agli immigrati" è la mentalità con cui si chiudono le porte affrontando questo argomento, e non usando quindi l'immaginazione di cui ci parla Geertz.

Alessandra Cicinelli

Grigoras Adriana ha detto...

Un esempio di costruzione culturale di due gruppi etnici,come quella di Lese ed Efe,riporto la Transilvania.Qui esistono due nazioni con due lingue e due culture diverse,come due umanità diverse ma che fanno parte da un unico sistema.La situazione non è drammatica ma se deve tener conto di due opinioni diverse nel modellare la realtà.Proprio perchè viviamo in un 'unico sistema siamo obbligati a confrontarci con la realtà e con l'identità dell'altro, che è diverso.Ci vuole un po di buon senso da parte di tutte e due gruppi etnici,ungheresi e rumeni.Per studiare ed analizzare le loro differenze ci vuole un confine etnico che mette in evidenza questa diversità.Questo confine etnico non è visibile sulla mappa ma è percepito all'interno di una società.Come differenze parliamo della lingua,religione,cultura;quindi parliamo di "NOI" rumeni e " VOI"ungheresi,causa della diversità.Se analizziamo in profondità la situazione osserviamo che il confine etnico non è immutabile perchè un "voi" potrebbe diventare un nostro amico,compagno,collega di lavoro.Quindi viene superato questo conflitto etnico.

Francesco Pieri ha detto...

L’antropopoiesi è l’operazione attraverso cui le culture costruiscono i propri specifici tipi umani. Nonostante gli Efe e i Lese siano due gruppi distinti, costituiscono un’unica comunità poiché l’uno non potrebbe sopravvivere senza l’altro. Per i Lese gli Efe sono selvaggi e inferiori, eppure sono strutturalmente necessari alla vita dei Lese. Cosa simile avviene nella dialettica servo – signore in Hegel in cui, colui che si crede essere il padrone, alla fine rimane dipendente dal lavoro del suo servo.
Così avviene nella Roma moderna dove convivono minoranze che, nonostante siano considerate inferiori, sono necessarie per una copertura lavorativa totale. Spesso il lavoro di badanti spetta a donne provenienti dall’Est e lavori come il muratore, l’imbianchino spettano invece a uomini provenienti da paesi africani.
Nel corso della storia, nella Germania del ‘900, convivevano tedeschi ed ebrei e ognuno era funzionale all’altro: nonostante vivessero in zone separate rispetto agli ebrei ( proprio come accede con gli Efe e i Lese ), il popolo ospitante aveva bisogno degli ebrei, abili nel commercio e nelle finanze.

Maria Lorenzetti ha detto...

(Q1)
Per rispondere su questo tema, ho scelto ancora una volta un esempio tratto dal mondo antico, che secondo me offre sempre validi spunti di riflessione, anche per questioni attuali. Un esempio di due costruzioni culturali a confronto, può essere quello dei “Penesti”, una classe di braccianti abitanti della Tessaglia, rispetto ai cittadini tessali veri e propri; essi coltivavano la terra e non godevano della libertà. La loro condizione di schiavitù non permetteva che potessero essere venduti dai padroni, ma il loro destino era legato alla terra che coltivavano. Tradizionalmente i Penesti vengono considerati i discendenti degli Achei, (l’antica popolazione che abitava la penisola ellenica, di cui si parla anche nell’Iliade di Omero), e venivano impiegati principalmente nella coltivazione della terra che la Tessaglia possedeva in abbondanza. Essi potevano inoltre prenderne alcune porzioni in eccesso e dunque era loro consentito possedere dei beni. Abbiamo notizia che alcuni di loro fossero impiegati anche per i lavori domestici, e che ricevessero una paga per le loro mansioni.
A causa delle condizioni in cui vivevano, spesso i Penesti, al pari degli Iloti di Sparta, con i quali condividevano lo status sociale, si sollevavano contro i loro padroni che li maltrattavano quando essi si rifiutavano di ubbidire; proprio il grande oratore Demostene racconta di come questi braccianti talvolta accompagnassero in battaglia i loro padroni, combattendo anch’essi a cavallo. Uno dei maggiori punti di forza della Tessaglia era proprio la cavalleria, rinomata in tutta la Grecia, e sembra che anche i Penesti, come i loro padroni, fossero abili a dare battaglia a cavallo.
Ciò che emerge da questa analisi dunque, è la netta distinzione tra i cittadini Tessali che godevano dei pieni diritti, e i Penesti, privi della libertà e legati alla terra che coltivavano. Pur essendo entrambi greci, i trattamenti di cui godevano erano totalmente diversi. Agli schiavi era preclusa l’attività per eccellenza degna di un cittadino, e cioè la politica, mentre tutte le altre mansioni potevano essere svolte da coloro che non godevano del diritto di cittadinanza (e dunque anche dagli schiavi stessi). Le dinamiche che hanno portato alla condizione servile risalgono alla società Micenea che distingueva tra “schiavi” e “schiavi del dio”; questi ultimi godevano di una condizione quasi pari a quella degli uomini liberi. Sembra poi che nell’oscuro periodo denominato “Medioevo ellenico” e in seguito alla conquista dei Dori, ci sia stato un cambiamento riguardo alla condizione degli schiavi. In epoca arcaica sarebbe anche iniziato il loro commercio, una delle fonti principali da cui si traeva manodopera. Come è facile pensare dunque, gli schiavi vivevano in una condizione di netta inferiorità ma, per quanto disprezzati, erano necessari, poiché svolgevano le attività di agricoltura e i lavori domestici, che i cittadini disdegnavano. Per concludere, si possono tracciare dei parallelismi con la realtà attuale, popolata da etnie e culture quotidianamente a confronto, e con la storia dei Lese e degli Efe vista a lezione; il popolo di agricoltori che vive “contro” la foresta, pur disprezzando i cacciatori Efe, non può fare a meno di loro che abitano “nella” foresta, nonostante li giudichino “rozzi e scesi dagli alberi da poco”. Parallelamente, i cittadini Tessali non avrebbero potuto vivere senza i braccianti Penesti, anche se essi venivano considerati “foggiati” in modo diverso rispetto ai loro padroni.
Maria Lorenzetti.

Maria Lorenzetti ha detto...

(Q1)
Per rispondere su questo tema, ho scelto ancora una volta un esempio tratto dal mondo antico, che secondo me offre sempre validi spunti di riflessione, anche per questioni attuali. Un esempio di due costruzioni culturali a confronto, può essere quello dei “Penesti”, una classe di braccianti abitanti della Tessaglia, rispetto ai cittadini tessali veri e propri; essi coltivavano la terra e non godevano della libertà. La loro condizione di schiavitù non permetteva che potessero essere venduti dai padroni, ma il loro destino era legato alla terra che coltivavano. Tradizionalmente i Penesti vengono considerati i discendenti degli Achei, (l’antica popolazione che abitava la penisola ellenica, di cui si parla anche nell’Iliade di Omero), e venivano impiegati principalmente nella coltivazione della terra che la Tessaglia possedeva in abbondanza. Essi potevano inoltre prenderne alcune porzioni in eccesso e dunque era loro consentito possedere dei beni. Abbiamo notizia che alcuni di loro fossero impiegati anche per i lavori domestici, e che ricevessero una paga per le loro mansioni.
A causa delle condizioni in cui vivevano, spesso i Penesti, al pari degli Iloti di Sparta, con i quali condividevano lo status sociale, si sollevavano contro i loro padroni che li maltrattavano quando essi si rifiutavano di ubbidire; proprio il grande oratore Demostene racconta di come questi braccianti talvolta accompagnassero in battaglia i loro padroni, combattendo anch’essi a cavallo. Uno dei maggiori punti di forza della Tessaglia era proprio la cavalleria, rinomata in tutta la Grecia, e sembra che anche i Penesti, come i loro padroni, fossero abili a dare battaglia a cavallo.
Ciò che emerge da questa analisi dunque, è la netta distinzione tra i cittadini Tessali che godevano dei pieni diritti, e i Penesti, privi della libertà e legati alla terra che coltivavano. Pur essendo entrambi greci, i trattamenti di cui godevano erano totalmente diversi. Agli schiavi era preclusa l’attività per eccellenza degna di un cittadino, e cioè la politica, mentre tutte le altre mansioni potevano essere svolte da coloro che non godevano del diritto di cittadinanza (e dunque anche dagli schiavi stessi). Le dinamiche che hanno portato alla condizione servile risalgono alla società Micenea che distingueva tra “schiavi” e “schiavi del dio”; questi ultimi godevano di una condizione quasi pari a quella degli uomini liberi. Sembra poi che nell’oscuro periodo denominato “Medioevo ellenico” e in seguito alla conquista dei Dori, ci sia stato un cambiamento riguardo alla condizione degli schiavi. In epoca arcaica sarebbe anche iniziato il loro commercio, una delle fonti principali da cui si traeva manodopera. Come è facile pensare dunque, gli schiavi vivevano in una condizione di netta inferiorità ma, per quanto disprezzati, erano necessari, poiché svolgevano le attività di agricoltura e i lavori domestici, che i cittadini disdegnavano. Per concludere, si possono tracciare dei parallelismi con la realtà attuale, popolata da etnie e culture quotidianamente a confronto, e con la storia dei Lese e degli Efe vista a lezione; il popolo di agricoltori che vive “contro” la foresta, pur disprezzando i cacciatori Efe, non può fare a meno di loro che abitano “nella” foresta, nonostante li giudichino “rozzi e scesi dagli alberi da poco”. Parallelamente, i cittadini Tessali non avrebbero potuto vivere senza i braccianti Penesti, anche se essi venivano considerati “foggiati” in modo diverso rispetto ai loro padroni.
Maria Lorenzetti.

Claudia Spinozzi ha detto...

Q1
Attraverso il processo di antropopoiesi ogni cultura costruisce al suo interno diversi e specifici tipi umani. Nel racconto sui due gruppi etnici, gli Efe e i Lese, appartenenti ad un unica società, vediamo come i Lese si sentano culturalmente superiori agli Efe e marchino un senso di separazione da quest'ultimi, ma che allo stesso tempo riconoscano di dipendere dal loro lavoro, nonostante gli Efe siano considerati degli scarti della società. Alcuni esempi simili di rapporto tra due costruzioni culturali possono essere le figure dialettiche di signoria e servitù nella filosofia di Hegel. Esse sono il lotta tra loro per affermare la propria indipendenza e tale conflitto si conclude con il subordinarsi di una figura all'altra: il signore è ovviamente colui che ottiene la sua indipendenza, è superiore ed esercita un potere sul servo, il quale invece perde la sua libertà ed è costretto a sottostare agli ordini del signore. Queste due realtà apparentemente così lontane e ben distinte sono però in relazione tra loro in quanto il signore è dipendente dal lavoro del servo, senza del quale non potrebbe sostentarsi. Altre figure simili sono quelle del capitalista e dell'operaio nella filosofia economica di Marx, in cui il secondo nonostante sia considerato alienato rispetto al prodotto della sua attività, espropriato e sfruttato dal capitalista, quest'ultimo senza il lavoro svolto dall'operaio non potrebbe accumulare capitale e "realizzarsi" nella società. Volgendo lo sguardo su questioni più attuali e quotidiane, possiamo osservare come tra gli italiani e gli stranieri vi sia il medesimo rapporto tra Lese-Efe, in quanto gli italiani pur marcando le differenze culturali con gli stranieri, considerandoli inferiori od inutili vivono in uno stretto contatto con essi e spesso, pur non accorgendosene dipendono dal loro lavoro (basti pensare ai negozi cinesi, lavori come operai, donne di pulizia).

Giorgia Giovannini ha detto...

Q1) Un caso sulla linea di quello dei Lese e degli Efe potrebbe essere osservabile direttamente nella città di Roma. Roma è una città che vede una realtà multietnica di non poco conto grazie a flussi migratori di diversa natura. Il tipico romano medio è solito additare le persone che hanno una certa origine (“i cinesi”, “i bangla”, ecc.) come “quelli che tolgono il lavoro” o che sono “parassiti della società” e purtroppo è un pensiero che è più comune di quanto si pensa. L’idea di Lese ed Efe, due gruppi etnici che formano un’unica società, in cui i primi considerano gli altri come selvaggi (semplicemente perché hanno una vita diversa dalla loro!), si ritrova nell’idea che hanno alcuni italiani di cinesi e “bangla”. Spesso e volentieri vengono accusati di rubare il lavoro agli italiani e di proporre merce di dubbia qualità. Rimane il fatto, però, che come i Lese non possono fare a meno degli Efe, così vale anche per noi che, almeno una volta nella vita, siamo andati in uno dei loro negozietti o per il prezzo dei prodotti nettamente più basso o per il fatto di trovarli aperti a tutte le ore e anche nei giorni di festa (Natale, Ferragosto, ecc.).
Giorgia Giovannini

Noemi Grant ha detto...

Q.1:
Avendo compreso il concetto di Antropopoiesi mi è venuto subito in mente una conversazione a cui ho assistito poco tempo fa e che porto come esempio di due costruzioni culturali distinte ma in rapporto. Un mio amico lavora nella marina mercantile per una società genovese e solitamente i viaggi che fa son sempre nell'America latina. Mi raccontava che in quelle navi vi sono circa venti persone che navigano insieme per almeno 3-4 mesi. Il 70% dei dipendenti sono filippini, di solito questi superano i 3-4 mesi minimi di imbarco e si prolungano per 6-10 mesi. Mi è stato fatto notare come per quei mesi dove filippini e italiani costituiscono una società, o meglio ancora una vera e propria popolazione navigante in un territorio neutro, le differenze culturali sono molto evidenti tant'è che proprio su queste si viene anche a creare “spontaneamente” una costruzione sociale-gerarchica. Ma andiamo al dunque... gli italiani son ambiziosi, son quelli che studiano e cercano di fare una scalata lavorativa quanto prima, non a caso i ruoli più altri all'interno della nave sono occupati da italiani: capitano, primo-secondo-terzo ufficiale. I filippini invece non hanno bisogno di far carriera perché il semplice stipendio da mozzo-marinaio-allievo è sufficiente per essere ritenuti “ricchi” nel loro paese. L'italiano si sente superiore perché non accetterebbe mai un lavoro che lo costringe a star via da casa per così tanto tempo per una paga che non è ritenuta soddisfacente, ma ancora peggio è il sentimento di indifferenza e repulsione che hanno nei confronti della figura del mozzo-marinaio-allievo e di conseguenza per quella del filippino, accusato non solo quindi di svolgere le mansioni più basse ma per di più di non avere ambizioni e di essere ignoranti (sia perché per fare il mozzo non serve essere acculturati, sia perché non conoscono l'italiano a sufficienza).
Quindi, come per i Lese, l'italiano rafforza il sentimento della propria identità ritenuta superiore, ma sta di fatto che nella situazione in cui ci troviamo si dovrebbe sottolineare l'importanza del singolo nella e per la funzionalità della società-nave, senza alcuno sguardo antropopoietico.

Noemi Grant (magistrale LeFiLing)

federica faggiani ha detto...

Il caso dei Lese e degli Efe, due gruppi culturali distinti ma descritti da Remotti in relazione simbiotica tra loro, mi ha fatto venire in mente la storia degli emigrati italiani in America. Gli Italiani d’America sono stati a lungo vittime di pregiudizi da parte degli Americani che gli rivolgevano degli appellativi terribili come WOP (without passport) o Guinea, essi venivano dunque visti come degli “ENEMY ALIENS” totalmente al di fuori del tessuto sociale. Eppure gli emigrati italiani svolgevano i lavori più impegnativi e rifiutati da tutti gli altri, come i lavori stradali e ferroviari, o i pericolosissimi lavori in miniera. Vediamo dunque come gli Italiani, disprezzati dagli Americani che si ritenevano superiori, svolgevano però dei lavori indispensabili per la società, lavori che nessuno avrebbe voluto svolgere.
Siamo qui davanti a due gruppi culturali distinti, gli Americani proprio come i Lese con gli Efe, non facevano altro che mettere in rilievo la propria superiorità sugli Italiani, eppure si trovavano a formare con essi un’unica società.

Antonio Mendicino ha detto...

Il rapporto tra padri pellegrini e indiani d'America credo che sia un buon esempio di due gruppi culturali distinti, ognuno con la propria costruzione antropopoietica, ma in stretta relazione tra loro. I pellegrini erano cittadini inglesi di religione cristiana puritana, quindi avevano un preciso modello di uomo moralmente giusto, sul quale formare i giovani. La cultura indigena era invece totalmente diversa, basata su credenze legate alla natura e a religioni animistiche. Nonostante ciò, dopo qualche scontro, i due gruppi stabilirono un trattato di pace e mutua protezione. Gli indiani gli insegnarono anche come coltivare il mais. Insomma i puritani, pur considerando gli indiani come dei selvaggi senza Dio, avevano bisogno del loro aiuto per sopravvivere in una terra ostile e quindi ritenevano un bene questi rapporti

Giulia Pazzini ha detto...

Ripensando ai Lese e agli Efe, mi viene subito in mente la situazione che c'è oggi in tutta Italia tra gli italiani e gli stranieri: che siano cinesi, bangladesi, rumeni, macedoni o albanesi, ovviamente sono culturalmente distanti da noi; ma in ogni caso cerchiamo (grossolanamente, visto che c'è ancora molto razzismo oggi) di convivere con loro in uno stesso territorio.
Dato il tasso elevato di immigrazione, ovunque ci sono stranieri: alcuni di noi pensano di loro che non debbano stare in Italia e che dovrebbero "tornare al paese loro" (cit.) e altri invece sono molto più tolleranti. A prescindere però da quello che pensiamo tutti, c'è da dire che oramai gli stranieri sono parte integrante di questo territorio e nonostante la diversità culturale abbiamo bisogno di loro. Questo perché, ad esempio, la maggior parte degli stranieri (a parte alcune eccezioni, che evidentemente ci sono) fanno lavori che a noi sembrano "scomodi", che ormai nessuno di noi ha più voglia di fare: fare il badante, il muratore o il cameriere ormai "spetta" a loro (anche se poi ci lamentiamo che "ci rubano il lavoro" e ci lamentiamo nonostante quel lavoro lo facciamo fare a loro anche perché "costa meno").
Il punto è che, volendo o non volendo, (se ci soffermiamo a riflettere) stiamo cercando di convivere con loro (anche se per una vera e propria pacifica convivenza ci vorrà altro tempo), nonostante la diversità culturale (basti pensare alla diversità religiosa), anche perché al giorno d'oggi ci sono moltissimi studenti stranieri che, come noi studenti italiani, si aspettano di avere un mestiere degno di nome in futuro; quindi in futuro non dovremmo avere più questa differenza culturale che di rispecchia nel mondo lavorativo (o almeno spero).

Alessio Rischia ha detto...

Storicamente sono state molte le società/civiltà che hanno avuto un rapporto simbiontico Lese-Efe. Mi viene subito alla mente la società egizia all'epoca della dinastia tolemaica. Dopo la conquista di Alessandro Magno l'Egitto cominciò ad orbitare sempre più intorno alla cultura ellenica. Durante il regno dei tolemaici (l'ultima fu Cleopatra VII) in Egitto l'alta società parlava e scriveva in greco. La cultura greca era la cultura d'élite delle classi più alte. Le antiche religioni venivano rimpiazzate da culti più orientali. La cultura greca aveva una notevole supremazia, alla quale, quella egizia si è andata ad adattare e amalgamare. Già dopo un secolo di dominio tolemaico la cultura egizia e quella greca si erano mischiate. Ovviamente chi parlava e scriveva in greco aveva potere e privilegi. I greci si sentivano superiori. A Roma avvenne lo stesso, Roma conquistò la Grecia ma la Grecia conquistò Roma. I romani instaurarono questo rapporto simbiotico con la cultura greca, nonostante si sentissero superiori. Ci sono varie testimonianze di autori romani che si lamentano degli immigrati greci che venivano a Roma per "ubriacarsi, rubare il lavoro e stuprare le donne romane" parole di uno storico romano (di cui non ricordo il nome) ma che sembrano pronunciate da Salvini l'altro ieri (per quanto sono attuali). Un'altro rapporto Lese-Efe che mi viene in mente fu quello tra gli stati confederati del sud e i neri che coltivavano le piantagioni di cotone. In questo caso il rapporto simbiontico era di tipo economico e non culturale (come i primi due esempi). In realtà questo tipo di rapporto economico lo abbiamo ancora oggi, il sistema capitalistico si fonda sullo sfruttamento di materie prime prese a basso costo da popolazioni più povere (come i paesi africani ad esempio). Per cui il benessere dell'occidente si basa sullo sfruttamento di altri paesi.

Vivian De Dominicis ha detto...

L'antropologia ci dice come l'uomo sia biologicamente incompleto quindi deve essere foggiato, plasmato culturalmente attraverso l'antropopoiesi ovvero attraverso, un processo, un'operazione con cui una cultura costruisce i propri specifici umani e scarta quelli che non possono essere inquadrati, che non rispecchiano le specificità dei tipi umani. L'individuo viene plasmato sia in modo formale che informale, sia consapevole che inconsapevole. Ogni cultura percepisce il suo livello di incompletezza (le società vengono classificate in base alla loro consapevolezza di non essere complete) per cui tende a rimanere aperta verso le altre.
Nei rapporti tra Lese e Efe i primi si percepiscono come, i primi si percepiscono come culturalmente superiori e tendono a marcare molto la differenza con gli Efe, considerati come selvaggi, delle scimmie scese da poco dagli alberi. Questi rappresentano due gruppi etnici distinti ma intrattengono rapporti così stretti e intensi da creare un'unica società, una forte simbiosi sociale.
Un esempio di due gruppi etnici che vivono in simbiosi tra loro è quello dei nativi americani e degli americani di oggi.
Molti dei nativi vivono oggi nelle riserve ma non sono confinati in esse, anzi spesso lavorano nelle città vicine.
Le riserve spesso sono sede di giacimenti petroliferi e idrici che vengono sfruttati dall'America. Molto famosi negli ultimi anni sono i casinò indiani, dove gli americani vanno a tentare la fortuna aiutando economicamente le riserve, e le band di musica indiana che riscuotono molto successo. Gli stati uniti inoltre devono ai nativi una porzione del turismo nazionale.
I nativi marcano molto la differenza culturale con gli americani ma si rendono conto di come dipendano da loro e di come in un certo modo sono anche loro a contribuire alla conformazione degli Stati uniti.

Giorgia Papasidero ha detto...

GIORGIA PAPASIDERO - BENI CULTURALI

Q1)In un Paese in piena globalizzazione non è difficile pensare a costruzioni culturali distinte che coesistono.
In Italia per esempio perchè fa comodo avere altre etnie? Perchè in questo modo vi è un aumento demografico.
Volendo o non, stiamo cercando tutti di trovare un equilibrio per riuscire a vivere coesistendo (certo non è cosa facile se pensiamo che è quasi assurdo riuscire a vivere pacificamente persino con la propria famiglia :)).
Nei rapporti tra Lese e Efe i primi si percepiscono come culturalmente superiori e tendono a marcare molto la differenza con gli Efe, considerati come selvaggi, delle scimmie scese da poco dagli alberi. Questi rappresentano due gruppi etnici distinti ma intrattengono rapporti così stretti e intensi da creare un'unica società, una forte simbiosi sociale.
Anche noi in Italia abbiamo molti Lese sebbene però il rapporto con "le altre etnie" sia molto stretto e talvolta in simbiosi grazie a rapporti personali/Sociali.

Sarah Tamimi ha detto...

Un esempio simile al rapporto tra gli Efe e i Lese potrebbe essere quello riguardante gli Stati Uniti e la comunità afroamericana negli anni sessanta.
Gli americani in quegli anni attuarono una vera e propria segregazione razziale delle comunità "nere" anche se moltissimi afroamericani erano socialmente impegnati in lavori umili al servizio delle famiglie benestanti americane.
Uno di questi era il mestiere della tata, moltissime donne afroamericane crescevano i bambini di queste donne razziste e che reputavano i "neri" una razza inferiore.
I bambini crescevano, giocavano e studiavano sempre accompagnati da questa donna di servizio di colore.
Ora nonostante l'America degli anni 60 fosse profondamente razzista e mancassero i diritti civili e umani per le comunità afro, quasi tutte le famiglie che potessero permetterselo avevano in casa "la servitù" di colore. Nonostante considerassero inferiore la popolazione di colore non mancavano di affidargli la cura della casa e dei loro figli, che a loro volta, diventati adulti, per riuscire ad essere accettati nella società e non essere considerati "rivoluzionari" dovevano esternare un'identità razzista.
Questa situazione spiega al meglio il rapporto di dipendenza tra due realtà profondamente differenti ma profondamente legate tra loro.

Tamimi Sarah

Anonimo ha detto...

1- Un esempio di due costruzioni culturali distinte ma in rapporto tra loro può essere rintracciato in ipotetici casi di migrazione o colonizzazione, o comunque in casi che portano un gruppo di persone a stanziarsi in un determinato luogo, abitato da persone molto distanti a livello linguistico e socioculturale. A volte la distanza tra i due gruppi può essere talmente grande da far nascere l’esigenza di instaurare una lingua comune, “di contatto”, detta lingua pidgin; si tratta di una sorta di mix tra la lingua degli autoctoni e la lingua dei neoarrivati, e presenta una struttura fortemente semplificata che permette la comunicazione linguistica tra i due gruppi. Il rapporto tra i due gruppi può essere di tipo commerciale; basta prendere come esempio le colonizzazioni europee nei Caraibi, all’inizio dell’età moderna: dal contatto tra europei e popolazioni indigene nacquero numerose lingue pidgin, che in seguito si sarebbero stabilizzate in lingue creole, che tuttora sono parlate in quei luoghi.

Federico Favale

Simone Battistoni ha detto...

Tra i prodotti della costruzione dell' individuo sociale , descritto sinteticamente dal termine antropopoiesi , rientrano anche i numerosissimi casi di subculture . Le due che ho scelto per l'esempio sono quelle degli animalisti e dei cacciatori , contestualizzabili in Italia ma che sono presenti anche in molti altri paesi . Come è chiaro già in antitesi non sará possibile descrivere un qualche tipo di legame che rende positivamente indispensabili gli uni agli altri , come per i Lese e gli Efe , semplicemente perché non c'è . L'unica forma di rapporto è , per i primi , di sopravvivenza , non esisterebbero altrimenti ( ci sono ovviamente altri filoni di protesta da parte degli animalisti , come per gli esperimenti su animali o altre forme di trattamento reputato ingiusto , ma qui ipotizzerò che gli animalisti siano soltanto contrari alla caccia ) , per i secondi una fonte ininterrotta di scontro , con la quale non possono fare a meno di confrontarsi .
Per i cacciatori , questo movimento di protesta é costituito da estremisti della societá che rappresentano solo una forma di controproducente disturbo per la loro attivitá , per i secondi la caccia e i "caccianti" sono tracce di un passato ormai da superare , che non può più essere tollerato in un contesto moderno . Questa dimensione appartiene ad un contesto relativamente recente , poiché in passato non erano presenti così ufficiali organizzazioni a favore degli animali ; è certamente , come detto all'inizio , uno degli innumerevoli esempi di prodotto antropopoietico .

Monsieur Luca Parodi ha detto...

LEZIONE 9

La vita odierna è profondamente segnata dalle relazioni tra culture separate ma, ad uno sguardo più attento, profondamente dipendenti l’una dall’altra. Come potrebbe, infatti, sopravvivere una grande azienda come Google se i creativi della Silicon Valley, con le loro smart drugs e le amache in ufficio, non dovessero poi veder fabricati i propri prodotti grazie ad una folta schiera di operai cinesi figli di una cultura che mette il duro lavoro al primo posto nella scala dei valori? E come potrebbe, di nuovo, continuare ad innovare la Apple se, oltre ad un reparto finanziario fatto di cervelloni di Harvard, non vi fosse la signora emancipata della periferia di Napoli che vuole sfoggiare il suo ultimo acquisto? Forse questi esempi non sono proprio calzanti, in quanto le relazioni tra questi diversi blocchi culturali sono la maggior parte delle volte inconsapevoli e difficilmente definibili a partire dalla valutazione dei rapporti diretti (spesso assenti), ma la natura multiforme del commercio testimonia in maniera pregevole, a mio avviso, come gruppi sociali molti distanti da loro si ritrovino poi a vivere in realtà in un rapporto fortemente simbiontico, come nel caso dei Lese e degli Efe.

Luca Parodi

Sara Ciancarelli ha detto...

Remotti spiega l'antropopoiesi come un processo in continuo essere che plasma (o foggia) l’individuo all'interno di una data società. L’uomo infatti, mai perfettamente formato per natura, ha la necessità di “costruirsi”, il che significa di far propri (per via diretta o non) una serie di paradigmi culturali e di comportamenti “socialmente condivisi” che lo rendano parte di un determinato gruppo sociale.
L’esempio che Remotti propone per spiegare questo processo ha come protagonisti due popolazioni africane, i Lese e gli Efe, popoli che appartengono ad uno stesso orizzonte sociale, ma dal costrutto culturale diametralmente opposto che, seppure così diversi e culturalmente in conflitto tra loro, si determinano a vicenda e sono uno necessario all'affermazione dell'altro. Parliamo dunque di gruppi culturalmente agli antipodi che proprio per questo si completano l’un l’altro in un rapporto “simbiotico”.

Una relazione simile si può ritrovare nella società capitalistica descritta da Marx. Anche qui troviamo due gruppi figli di una stessa epoca e di una stessa società, che hanno ricevuto educazioni e costrutti culturali diversi e che nonostante questo (anzi, proprio per questo) si determinano a vicenda.
Da una parte troviamo la classe operaia, sfruttata, sottopagata e sopraffatta dalle forme economiche dell'epoca, dall'altra il capitalista, che si arricchisce e alimenta i propri guadagni proprio sulle spalle del proletariato.
Come i Lese, il capitalista denigra il lavoro dell'operaio e svaluta il suo valore di uomo, lo reputa sinceramente inferiore a se stesso perché ignorante, povero, sporco, in un certo senso il capitalista crede fermamente che il suo lavoratore sia meno umano di lui, l’operaio, da parte sua, si piega al volere del capitalista, gli offre dei servizi e continua ad essere parte di quell'economia che lo disumanizza e lo aliena.
Queste due classi culturalmente così distanti e anzi, l’una contro l’altra per certi versi, si necessitano a vicenda, sono legate indissolubilmente da un rapporto di reciproco riconoscimento. Il capitalista ha bisogno dell'operaio e del suo lavoro, perché lì risiede la sua ricchezza, e allo stesso modo l’operaio, seppure reso oggetto e sfruttato dal capitalista, ha bisogno di lavorare per guadagnare, nutrirsi ed essere parte integrante della società in cui vive.

Sara Ciancarelli

Mik Dedo ha detto...

L'accettazione degli Efe da parte dei Lese avviene in quanto i primi sono ritenuti inferiori dai secondi. Questo tipo di integrazione mi fa pensare alla situazione presente in buona parte dell'Italia e non solo, dove l'immigrazione di persone contenenti culture diverse crea determinati rapporti.
Mi viene in mente una qualsiasi impresa edile o comunque un privato nel mondo dell'edilizia: in questo campo l'impiego di manodopera rumena è elevata in quanto i salari sono bassi e le loro motivazioni e abitudini lavorative molto produttive. Dunque una cultura, quella rumena, fortemente disprezzata e denigrata rappresenta un'importante partner commerciale, per gli imprenditori ma anche per il piccolo privato che preferisce manodopera a basso costo.
Un discorso analogo può essere fatto per un altra cultura fortemente presente in Italia come quella cinese. Molte persone per risparmiare sull'acquisto di un prodotto comprano '' dai cinesi '' lo stesso prodotto di minor qualità.
Per fare invece un esempio che non sia di tipo economico prenderei in considerazione la presenza di cartomanti delle più disparate culture che sono spesso in rapporti con persone di cultura occidentale. In questo caso avviene una consultazione simile a quella che i Lese hanno con gli Efe.

Michele De Dominicis

Giuseppe Grieco ha detto...

Nel film Freaks, capolavoro di Tod Browning, troviamo due gruppi di personaggi che, mettendo da parte la trama dell'opera, possono essere accomunati da noi con gli Efe e i Lese.
I Lese sono i gestori del circo e gli artisti sani, gli Efe invece i cosiddetti "fenomeni da baraccone". I primi si sentono superiori in tutto rispetto ai poveri personaggi affetti da deformità, che sono visti come dei mostri, e con cui non vengono mai a contatto, se non per necessità. D'altro canto la loro presenza è fondamentale, poiché senza di loro il circo avrebbe un drastico calo di spettatori e di entrate.

GIULIA VINCIGUERRA ha detto...

Sarà un po' azzardato, ma questo esempio mi è saltato in mente appena ho riflettuto sull'aspetto più profondo di necessità reciproca degli Efe dei Lese.
Quello tra Stato e organizzazioni criminali può rappresentare l'esempio italiano e non solo dei due popoli citati a lezione. Nonostante sia un argomento complesso e ambiguo per molti versi, possiamo effettivamente dire che i Lese sono rappresentati dallo Stato, che istituzionalmente e ufficialmente condanna le condotte criminali e cerca di combatterle, di tenerle fuori dalle istituzioni; gli Efe sono invece ricollegabili alle organizzazioni criminali, che pur considerate nocive dallo Stato-Lese, sono effettivamente insediate in esso (basti notare quanti comuni vengono sciolti periodicamente per mafia, o quanti indagati per associazioni mafiose saltano fuori ogni giorno). Si crea così un rapporto di necessità tra Stato e Mafie analogo a quello dei Lese e degli Efe. Ognuno dei due trae vantaggio dalla presenza dell'altro, per soldi, appalti, incarichi importanti o per questioni politiche, nonostante sia un rapporto paradossale nel quale pubblicamente lo Stato-Lese denigra le Mafie-Efe. Chiaramente questo esempio è una mia personale riflessione per approfondire il concetto di "chi disprezza compra" che la storia dei due popoli ha come messaggio.

Giulia Vinciguerra
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Leonardo De Stefano ha detto...

Q1: Due costruzioni culturali differenti che pero vivono un rapporto tra loro può essere ,per esempio, la cultura dell'Antico Egitto nel dettaglio il rapporto tra faraone e schiavi. Il faraone era il sovrano del regno egizio ed era la figura più importante dal punto di vista sociale,addirittura,a lui veniva riconosciuta una figura divina poiché si credeva che il faraone fosse la reincarnazione del dio del sole(Amon Ra). Invece lo schiavo era l'ultimo gradino della scala sociale; lui ,solitamente, era un prigioniero di guerra oppure merce di scambio. Ma qual'era il rapporto tra queste due classi sociali? Ovviamente gli schiavi del faraone rendevano la sua vita la più tranquilla possibile adoperandosi in ogni modo a suo servizio e poi fondamentale è stato il loro apporto nella costruzione delle piramidi questi giganteschi monumenti che sono le tombe dei faraoni (cosi grandi perché dovevano avvicinare lo spirito del faraone agli dei del cielo ). Quindi cosi come i Lese e gli Efe , i faraoni e gli schiavi hanno questo rapporto ,senza gli schiavi i faraoni non avrebbero mai potuto costruire le piramidi.

Leonardo De Stefano

Cristiana Chiarelli ha detto...

Essendo venuta a contatto con la realtà multiculturale di Roma solo un anno fa, prendo come esempio una situazione simile a quella vista in Remotti, tra Lese ed Efe, che però i riferisce all'ambiente che conosco più da vicino, ossia quello del paese lucano in cui sono cresciuta.

Come in molte altre zone d’Italia, anche qui esiste una stretta e ormai ‘normalizzata’ convivenza tra due culture molto diverse (almeno in parte consapevolmente costruite): quella italiana ‘autoctona’ e quella ‘zingara’, così chiamata dalla gente del paese a causa delle origini nomadi delle prime famiglie arrivate, verso la fine degli anni ’70. Il processo di trasformazione dei primi nuclei familiari giunti in zona da popoli nomadi a sedentari fu quasi istantaneo: le famiglie si allargarono sempre di più, favorendo le unioni tra membri della stessa cultura (per cui si creò una folta comunità di persone i cui individui erano, e sono tuttora, imparentati tra loro), stabilendo le proprie abitazioni tutte in un punto (creandosi autonomamente una sorta di ghetto). Perciò da una parte essi, tenendo alle proprie origini, non rinunciano a sottolineare la propria ‘diversità’, pur considerandosi a tutti gli effetti parte integrante del contesto socio-culturale italiano; dall’altra però tutto ciò non faceva che rendere agli italiani del posto ancora più facile il lavoro di demarcazione ancora più netta, fino a tacciare in maniera negativa e denigratoria chiunque appartenesse alla cultura zingara e a ripugnare anche solo l’idea di ‘mischiare’ il proprio sangue con quella che era considerata di fatto una forma di umanità inferiore. Ciò che però le persone, probabilmente per etnocentrismo, in parte rifiutavano e rifiutano ancora, in gran parte, di ammettere è che ormai queste persone sono una parte pressoché essenziale del sistema socio-economico in cui si sono inseriti. Da sempre infatti ci si rivolge proprio ad essi per i lavori manuali più differenti, a partire dalla lavorazione del metallo (attività che li caratterizzò fortemente nei primi anni in cui arrivarono), fino ad un inserimento a pieno titolo nel settore dell’edilizia e della vendita di prodotti alimentari. Di fatto c’è chi in paese ha il proprio tuttofare (muratore, pittore, e manovale in genere) o fruttivendolo di fiducia, pur restando l’obbligo quasi morale di dover specificare alla sua cultura di appartenenza. Ancora più significativa è invece la realtà delle nuove generazioni, le quali essendo del tutto inserite nel contesto italiano, di cui fanno parte a pieno diritto, pur rientrando nella categoria di cui i propri genitori e parenti più anziani riconoscono di far parte, non hanno ormai quasi più nulla che li possa fa rientrare in questa etichetta: sono bambini e cittadini italiani, che frequentano le nostre scuole e che nella maggioranza dei casi sono anche battezzati (segno ancora maggiore di integrazione in una piccola comunità a maggioranza cattolica com’è quella di un paese del sud Italia).

In conclusione, accanto alla consapevolezza che esistano gruppi culturali distinti (ognuno dei quali, etnocentristicamente, dà in superficie l’impressione di non voler avere nulla a che fare con l’altro), si crea in concreto una situazione di sostanziale equilibrio, per cui nessuno dei due avrebbe le caratteristiche che gli sono proprie senza l’altro.

Ilaria Iannuccilli ha detto...

Un caso di due costruzioni culturali distinte in un rapporto tra loro simile a quello che intercorre tra i Lese e gli Efe, è costituito dalla relazione che legava i coloni americani agli schiavi d’origine africana che fornivano loro la manodopera. Pur non godendo, almeno fino alla guerra di secessione americana, di alcun diritto dal punto di vista politico, ed essendo totalmente assoggettati alla classe dominante di cui erano considerati un patrimonio materiale, gli schiavi erano comunque un elemento da cui la classe dei dominatori, pur considerandosi culturalmente superiore, non poteva prescindere per il corretto andamento dei propri affari e quindi dei rapporti sociali in genere.

Ilaria Iannuccilli

Flaminia Donnini ha detto...

Come esempio del rapporto tra popolazioni Lese ed Efe vorrei citare quello tra le popolazioni del Canada e del Québec e la popolazione Inuit (i cosiddetti "eschimesi"). Quest'ultimo è un popolo con molte particolarità, la più importante è forse quella che non possiedono il concetto di "proprietà privata", sia riferito a cose che a persone. Inoltre non hanno "capi" e quindi una struttura politica che regoli la loro vita è inconcepibile. Allo stato attuale, la cultura inuit e la sopravvivenza di queste popolazioni sono fortemente in crisi a causa dei mutamenti economico-sociali e climatici che minacciano le loro condizioni di vita. Inoltre, la grande influenza assunta della cultura e dagli stili di vita americani o comunque occidentali, che puntano allo sfruttamento delle risorse naturali e delle materie prime di cui la Groenlandia è ricca, stanno fortemente condizionando gli stili di vita propri degli "inuit". Essi stanno quindi lentamente abbandonando i loro modelli culturali, perdendo il contatto con le proprie radici. A riprova di un grande disorientamento e snaturamento delle loro abitudini sta il fatto di una forte crescita del tasso dei suicidi. Spesso mi domando se sia giusto pagare un prezzo così alto per il cosiddetto "progresso".

Flaminia Donnini

Aurora Celima ha detto...

Se dovessi riflettere su due costruzioni culturali distinte ma in rapporto, mi verrebbe in mente la condizione dell'Italia rispetto a quella di altri Stati europei: ad esempio la Germania.
Come nel rapporto fra i Lese e gli Efe, si instaura un gerarchia di "importanza" che può essere riscontrata soprattutto sotto il profilo economico.
Come già si sa, infatti, l'Italia negli ultimi anni ha vissuto una profonda crisi economica, di cui le conseguenze più gravi sono state la disoccupazione (soprattutto giovanile), l'aumento al Sud di famiglie che vivono in povertà assoluta e lo spopolamento.
Il quadro economico in Germania, invece, è completamente diverso: la situazione del mercato del lavoro è tutt'altro che negativa, la disoccupazione è molto bassa.
L'attività economica, in Germania, ha del resto seguito un percorso molto particolare dopo la crisi: la Grande recessione è stata dolorosa ma breve, il Paese è stato appena scalfito dalla seconda crisi che ha colpito il resto dell'Europa tra il 2012 e il 2013.
Questa breve e superficiale descrizione dell'economia dei due Paesi serve a far capire in che senso la Germania possa sentirsi "superiore" in una scala gerarchica rispetto all'Italia.
All'estero, infatti, quando si parla dell'Italia, si tende a "storcere il naso" perchè è considerata il paese della mafia, della corruzione politica, dell'illegalità, delle chiusure, delle arretratezze, dell'assenza di giustizia.
Ma in realtà, come i Lese non possono vivere senza gli Efe, anche la Germania e gli altri Stati europei non possono rinunciare alla cucina italiana, al patrimonio letterario e artistico, alla moda e a tanto altro.
E per concludere, proprio come i Lese considerano le donne Efe più forti, più fertili e più attraenti sessualmente, anche i tedeschi sono più affascinati dalla bellezza e dalla passionalità della donna italiana.

Gabriela Baican ha detto...

L’antropopoiesi ci costringe ad indagare fino ad arrivare alla parte più profonda di ogni cosa da noi considerata “normale”, in quanto le varie culture costruiscono i propri individui. Essa ci svela come il “tutto” sia una nostra costruzione, facendoci così riflettere su cosa sia davvero importante e cosa viene definito importante semplicemente perché noi abbiamo deciso di considerarlo tale.
Il caso dei Lese e degli Efe che abbiamo analizzato a lezione mi ha fatto pensare ad un episodio che ho vissuto mentre mi trovavo in visita dai miei nonni, in un piccolo paese di campagna della Romania.
Affianco al paesino in cui loro abitano c’è una comunità rom, che ormai si è stabilizzata in modo permanente.
Girando per le stradine del paese, sentivo moltissimi contadini parlare del raccolto che erano in procinto di fare entro qualche giorno. La maggior parte affermava di voler chiamare proprio alcune persone provenienti dalla comunità rom, in quanto da sempre erano solite dare una mano durante i periodi del raccolto, o quando, in generale, si dovevano svolgere lavori che richiedevano un particolare impegno fisico.
Ho assistito anche a diverse conversazioni tra i miei nonni e altri abitati del villaggio in cui si parlava di credenze come quella dei malocchi e di quanto le donne rom fossero in grado di “toglierli” (proprio come gli Efe, i quali erano considerati dai Lese gli unici capaci di gestire il kunda).
Nonostante ciò, nel paesino, quasi tutte le persone continuavano a considerare i rom delle persone “sporche” e cattive, ma ovviamente non potevano fare a meno di loro in determinate situazioni dove c’era bisogno di determinate conoscenze o di un particolare aiuto.

Silvia Gamucci ha detto...

Q1
L'ANTROPOPOIESI è un processo naturale attraverso il quale l'uomo, che nasce incompleto e senza predisposizione genetica, costruisce la sua identità attraverso gli stimoli culturali e rituali provenienti dall'esterno.

Come per i Lese e gli Efe secondo la ricostruzione dell'antropologo F. Remotti, la giusta dimensione umana si completa soltanto con l'acquisizione di una componente culturale e di equilibrio derivante da gruppi culturali diversi. E proprio tale capacità di ricezione diventa un punto di forza perchè permette all'uomo di adattarsi all'ambiente che lo circonda.
Viviamo quotidianamente esempi del genere.
Quando andiamo al ristorante e gustiamo un piatto elaborato dello chef di rango assistiamo ad una forma di antropopoiesi fra culture apparentemente lontane; lo stimato chef con il suo indiscusso talento culinario che non può prescindere dal cameriere emigrato dal sud o addirittura dal lavapiatti extracomunitario.
Tali culture convivono e si integrano in un rapporto di reciproco interesse.

Gaia Bottaro ha detto...

Prendendo come luogo la città di Roma, le due costruzioni culturali in cui rivedo un rapporto particolarmente simile a quello tra la tribù dei Lese (tribù dominante) e degli Efe (tribù considerata inferiore), è quello tra il medio o grande imprenditore o negoziante italiano e gli uomini del bangladesh, notoriamente sfruttati per i lavori più faticosi e poco retribuiti.
Mi viene in mente questo esempio perchè l'anno scorso, conoscendo una persona che ci lavorava insieme, ho potuto constatare direttamente quanto siano usati e trattati come macchine i bangladesi che lavorano nell'ambito della ristorazione, ad esempio come tutto fare o lavapiatti. Dai racconti di questo conoscente che ha lavorato in due ristoranti di Roma, ho saputo quanto i bangladesi vengano considerati dai proprietari dei ristoranti e dagli chef, privi di intelligenza e individualità. Perciò loro sono un gruppo cultrale che la nostra società considera come uno scarto, uno scarto però essenziale per evitare agli italiani i lavori più rognosi.
Gaia Bottaro

Margherita Belli ha detto...

La vita in comune praticata dai Lese e dagli Efe, riportata da Remotti in "Prima lezione di Antropologia", mi riporta con la memoria alla Storia Greca. Nella società spartana, a mio parere, si può riscontrare tale peculiare costruzione culturale "a due", dove un gruppo pare ricevere la propria placida "edificazione" dall'assoggettamento della presunta inferiorità di un altro gruppo. A Sparta, i cittadini "ufficiali" nonché detentori della potere politico sono gli Spartiati; per contro, i Perieci non sono riconosciuti come cittadini alla pari, ma vanno a completare l'assetto societario della cultura lacedemone che altrimenti vacillerebbe e non faticherebbe a crollare. Dal greco "peri-oikos"  (lett. "attorno all'abitazione") i Perieci, come gli Efe, non vivono con gli Spartiati ma in un loro territorio "attorno alla città" di Sparta, nelle "perioikis" alcune poleis indipendenti ma soggette alla politica estera spartana, dato che fungono da "citta-cuscinetto" per proteggere Sparta dagli Iloti e da altre minacce esterne. Quindi, come i Lese e gli Efe, gli Spartiati e i Perieci "rappresentano due distinti gruppi etnici, ma nel contempo formano un'unica societa", dato che i Perieci, in tempo di pace (cioè quando raramente Sparta non è in guerra!), fanno gli agricoltori o intraprendono rapporti commerciali con le altre citta, mantenendo vivi il benessere e l'economia della società, mansioni che gli Spartiati non praticano dato che, fin dalla nascita, si allenano al combattimento e per tutta la vita son dediti soltanto a preparare e fare la guerra! E quando arriva il tempo del conflitto col nemico, i Perieci corrono a riempire anche le linee della falange politica, costituendo la massa numerosa dell'esercito spartano, dato che gli Spartiati, vivendo solo tra "loro", sono talmente pochi (tra i tanti motivi Sparta soccomberà anche per crisi demografica!) da non poter competere, in realtà, con nessun altro esercito greco senza il loro appoggio. Ma, nonostante costituiscano il vero "motore" propulsore della società spartana, subiscono l'etnocentrismo degli Spartiati: sono Spartani, ma non sono considerati "veri Spartani", quindi non partecipano alla vita politica, sono soggetti a esclusione sociale e a maggiore tassazione, non possono intrattenere relazione alcuna con donne e uomini Spartiati e possono anche essere messi a morte senza un processo. Come scrive Grinker riguardo alla denigrazione che i Lese utilizzano come modalità per monitorare ciò che per loro è l'esterno, anche gli Spartiati utilizzano una politica di separazione per "camuffare il senso di dipendenza nei confronti dell'alterita", dipendenza data soprattutto dal compito di protezione dall'esterno che svolgono i Perieci e permette loro di vivere in modo più sicuro. Come i Lese, anche gli Spartiati ritengono i Perieci "sotto i loro piedi" perché da sempre "sotto i piedi dei nostri antenati". Questi antenati sono i Dori, vari gruppi che avevano invaso la Laconia (regione su cui si ergeva Sparta), tra questi gli Spartani ebbero la meglio sugli altri, tra cui i Perieci. Così, quella spartana è una superiorità fondata su una menzogna storica, dato che i Perieci erano anche essi Dori e non inferiori e "rozzi" abitanti della Laconia inglobati nella loro primigenia cultura. Gli Spartiati costruiscono la loro umanità "rimuovendo" una doppia verità, una storica che li vede "parenti" dei Perieci e una più contingente, che li vede praticamente sopravvivere grazie all'assistenza, la presenza e l'operato dei Perieci.

Belli Margherita

Gianni Schioppa ha detto...

Un esempio di costruzioni culturali definite ma in rapporto, analogo a quello rintracciato da Grinker e successivamente riportato da Francesco Remotti, riguardante le popolazioni Efe e Lese, abitanti dell’ex Zaire, è a mio avviso rintracciabile nel complesso ed intricato rapporto tra imprenditori malesi e cinesi nello Stato federale della Malesia. Una delle ondate di immigrazione in Malesia più significativa è da rintracciarsi nella seconda metà del secolo decimonono, con lo scoppio della seconda Guerra dell’Oppio e la relativa fuga della popolazione cinese. Nonostante le aberranti condizioni di servitù debitoria con le quali gli immigrati vennero “accolti” dai colonizzatori inglesi, la relativa aspettativa di vita atrocemente bassa e le restrizioni del governo sulla immigrazione applicate negli anni ’30 del Novecento, la percentuale di popolazione cinese in Malesia venne stimata pari al 38% nel 1947; un dato ben differente da quello fornito dal primo censimento inglese del 1835, attestante la presenza cinese quantificata pari all’8% della popolazione. Secondo un rapporto della CIA, attualmente i cinesi ne costituiscono ben il 22,6 %. Questi ultimi, da lavoratori trattati alla stregua di schiavi cominciarono gradualmente a divenire piccoli proprietari di terre e di beni commerciali, fino a divenire veri e propri imprenditori: la Malesia si configura tuttora come uno dei terreni sui quali l’imprenditoria cinese è maggiormente fiorita, al punto da competere con quella locale. I cittadini malesi, nonostante rappresentino la maggioranza della popolazione e siano maggiormente impiegati nei posti di lavoro pubblici, si trovano tuttavia in un rapporto di minoranza d’impiego nelle imprese, al punto che il governo dello Stato federale di Malesia, per tutelare gli interessi dell’imprenditoria locale, si è visto costretto ad emanare una legge prevedente l’imposizione agli imprenditori cinesi di inserire necessariamente un cittadino malese come socio della propria attività. E’ quindi del tutto particolare il rapporto instaurato tra le due costruzioni culturali: se l’etnia malese rappresenta, di fatto, la maggioranza della popolazione in Malesia, la relativa “classe” di imprenditori diviene pari ad una “minoranza” da tutelare e proteggere in ambito economico-lavorativo. Tuttavia la considerevole presenza dell’imprenditoria cinese (che pure appartiene ad una minoranza etnica) nell’economia della Malesia è tanto necessaria al fine della crescita economica del Paese (tuttora in forte sviluppo), quanto le condizioni vantaggiose per l’industria, quali l’abbondanza di materie prime, lo sono per l’imprenditoria cinese. Si istituisce così un rapporto di interdipendenza tra culture, il quale, pur nelle sue contraddizioni, mantiene fertile il settore e contribuisce allo sviluppo dell’economia malese.

Elettra De Giuli ha detto...

L’antropopoiesi, la costruzione culturale dell’umanità, è un concetto elaborato da Francesco Remotti ed è, a mio giudizio, applicabile alla biografia di Albert Camus. Questi, definito da Roberto Mordacci “bigamo mediterraneo”, poiché metà di sponda algerina e metà di sponda francese, ha vissuto quella correlazione e contrapposizione tra algerini e francesi che Grinker ha studiato tra Lese ed Efe. A dimostrarlo, è il legame tra l’Algeria che, per Albert, ha rappresentato la patria naturale e la Francia che, invece, è diventata la patria culturale: il diretto e prolungato contatto con il mondo arabo – emblema, nell’esperienza camusiana, dell’edonismo e della spensieratezza (mare, sole e belle ragazze) – ha alimentato, in lui, la fiamma della scrittura; viceversa, l’interazione con la Francia – e, più in generale, con l’Europa – si è rivelata proficua sul piano piano professionale, emancipando lo scrittore, ma dolorosa su quello personale, costringendolo ad acquisire consapevolezza rispetto alla sua doppia identità. A tal proposito, Oliver Todd commenta la condizione di Camus scrivendo: «credo si sentisse molto algerino in Francia e un po’ francese in Algeria» e, sebbene Camus non si definisse né algerino né francese, questa riconoscimento e respingimento è costante in tutta la sua produzione.

Elettra De Giuli

Francesca Rita Apicella ha detto...

La vicenda della foresta dell'Ituri mi ha colpita per il modo in cui le costruzioni sociali dipendano dalla diversità per la propria affermazione, e per il timore che genera la possibilità di perdere il proprio status agli occhi della società. Mi ha ricordato le dinamiche anche della costruzione di eterosessualità e omosessualità nel nostro sistema culturale, dove per questi termini non si intendono le mere preferenze sessuali ma una costruzione culturale ben precisa. Fino a qualche decennio fa, all'interno del sistema culturale italiano la costruzione del concetto di virilità era necessariamente collegato a quello dell'eterosessualità. In tanti danno per scontato che eterosessuale comprenda nella sua rete di significati "normale" e "sano". Fondamentale per questa costruzione sarà il suo opposto, l'omosessuale, "scarto" della fabbrica sociale. Nella fragilità tipica della virilità (messa in luce da Remotti stesso), l'omosessualità è una minaccia, un pericolo come potrebbe essere la kunda, qualcosa di interno alla categoria "uomo" e la cui distanza deve essere continuamente dimostrata. Il più delle volte si cerca di esorcizzare il timore di perdere il proprio status denigrando e schernendo l'omosessuale, spesso e volentieri attribuendogli caratteri tipici delle altre due grandi diversità con cui entra maggiormente in contatto, la femminilità e lo straniero. L'omosessuale dovrà quindi essere effemminato e preso da istinti selvaggi e malsani, come l'irrefrenabile attività sessuale (mancato autocontrollo), e verrà rilegato in una dimensione immaginaria diversa rispetto a quello dell'uomo, una dimensione più vicina alla femminilità (come accade per gli uomini dell’immondezzaio tra i Mehinaku). È nel contrasto che si delinea l'idea del modello standard. L'omosessualità, come costruzione culturale, è quindi fondamentale per il mantenimento di un meccanismo di cui di fatto è vittima.

Anonimo ha detto...

Secondo me un esempio di culture distinte ma in rapporto tra loro sono gli italiani e gli immigrati. Proprio oggi i giornali hanno riportato la notizia di un pestaggio da parte di cinque romani contro un lavoratore bengalese. La motivazione data da uno degli arrestati è stata quella che gli immigrati rubano il lavoro agli italiani. Dalle parole di Boeri, presidente dell’INPS, si capisce però che senza il lavoro fatto dagli immigrati l’INPS crollerebbe. Gli immigrati danno con il loro lavoro un contributo molto importante, sempre secondo Boeri, al nostro sistema di protezione sociale e questo è destinato a crescere anche nei prossimi decenni in quanto, i cali demografici nel nostro paese ha raggiunto livelli altissimi. Nonostante una parte degli italiani non accettino la presenza degli immigrati, come i lese con gli efe, alla fine senza di loro non riuscirebbero ad andare avanti

Elisabetta Pittalis

Anonimo ha detto...

GIOVANNI BRUNI

Propongo come esempio di rapporto analogo a quello tra Efe e Lese lo scorcio sul colonialismo datoci da Terrence Malick nel suo " The New Wolrd", ad una scena in particolare: quando i colonizzatori inglesi, foggiati come timorati di Dio e uomini superiori per natura, si ritrovano a dover gestire la neonata Jamestown senza risorse, e sull'orlo della fame e del freddo, ricevono aiuto dai selvaggi,che foggiati in simbiosi con la natura e descritti come "Privi di Malvagità", che li rifocillano. Le armi e il grande Dio occidentale non avrebbero potuto salvarli, solo i Selvaggi, esperti della loro Madre, la terra, avrebbero potuto.

Francesca Calisi ha detto...

Sono due diversi gruppi etnici che danno vita a forme di umanità differenti e contrapposte. La distanza spaziale tra i due gruppi è minima, ma la distanza antropologica è massima. In questa prospettiva, l'antropologo americano Francesco Remotti, giunge a sottolineare l'"incompletezza" di fondo che caratterizzerebbe tanto i gruppi Lese quanto gli Efe, gli uni senza gli altri. Un esempio che riconduce, é possibile osservarlo direttamente nella caotica città di Roma. Quest'ultima è una città che vede una realtà multietnica, a causa dei flussi migratori di diversa natura. Gli "stranieri" così vengono considerati dalla popolazione romana, coloro che vivono sulle "spalle del popolo italiano" ovvero i cosiddetti "parassiti della società". Un esempio, possono essere "i cinesi", che con loro merce, la quale viene considerata di bassa qualit. Quest'ultimi possono essere ricondotti ai due gruppi etnici  descritti dall'antropologo americano. Ovvero, ciò che accomuna i Lese con gli Efe, due gruppi etnici che formano un’unica società, in cui i primi considerano gli altri come selvaggi, poiché hanno una vita diversa dalla loro; in questo concetto si ritrova l’idea che hanno alcuni italiani della popolazione cinese. Ma così come i Lese non possono fare a meno degli Efe, così vale anche per noi che, almeno una volta nella vita, siamo andati in uno dei loro negozietti o per il prezzo dei prodotti nettamente più basso o per il fatto di trovarli aperti a tutte le ore e anche nei giorni di festa (Natale, Ferragosto, ecc.). In conclusione vediamo come due costruzioni culturali distinte possono in un modo o nell'altro essere in rapporto tra loro.

Francesca Calisi

Eleonora De Bellis ha detto...

Abbiamo visto che i Lese e gli Efe rappresentano due gruppi etnici distinti, che allo stesso tempo formano un’unica società: essi, pur essendo molto diversi tra loro per cultura o stile di vita, formano un unico insieme caratterizzato da una sorta di simbiosi sociale. Recentemente ho effettuato l’esame di Fondamenti di Ecologia e tra gli argomenti affrontati era presente quello riguardante le interazioni tra le specie. Una delle interazioni sulle quali ci siamo soffermati era il mutualismo, un tipo di interazione interspecifica che avvantaggia entrambe le specie. L’interazione tra le formiche tagliafoglie e i funghi è un esempio di mutualismo: le formiche nutrono e coltivano i funghi che, a loro volta, servono da cibo per le formiche. Così come nel mutualismo due specie traggono vantaggio l’uno dall’altra, allo stesso modo i Lese e gli Efe sono incompleti gli uni senza gli altri.

Caterina Zarlenga ha detto...

L’antropopoiesi viene descritta, nel saggio, come un processo, continuamente attivo, che “foggia” l’individuo e, di cui la cultura fa ampio utilizzo per costruire, oltre che il proprio individuo sociale, anche il proprio patrimonio culturale. Nel saggio, viene inoltre analizzato il caso dei Lese e degli Efe, dove gruppi culturali distinti sono legati da una relazione di interdipendenza, l’uno non potrebbe vivere senza l’altro.
Un esempio simile possiamo ritrovarlo oggi nelle grandi metropoli, nel rapporto che intercorre tra centro e periferie. Mentre al centro viene accreditato un valore positivo in quanto centralità, importanza e potere, le aree periferiche sono generalmente svantaggiate rispetto a questo, sia dal punto di vista urbanistico e funzionale, che dal punto di vista socio-economico. Questo fa sì che il centro eserciti sulla periferia, anche se implicitamente, un ruolo di supremazia.

Sara De Rosa ha detto...

il concetto di antropopoiesi è che le culture costituiscono i propri tratti umani.
Grinker descrive la popolazione degli Efe e dei Lese molto diverse tra loro, nonostante ciò essi formano una società. Nessuna delle due tribù può fare a meno dell’altra nonostante i Lese considerano gli Efe inferiori è, proprio grazie a questa disparità che gli Efe riescono ad essere incorporati nella società Lese. Un esempio che mi viene in mente di due culture distinte ma in rapporto sono gli Scozzesi e gli Inglesi. Nel passato gli scozzesi ispirati dai successi commerciali d’oltremare degli inglesi, decisero di fondare una colonia all’estero, provocando il malcontento degli inglesi, preoccupati dalla concorrenza, favorendo cosi diverse battaglie fra le due nazioni. Finché non vinsero gli inglesi unendo cosi le due nazione sotto il nome di Gran Bretagna .Per questo la bandiera della Gran Bretagna è data da : la croce rossa di San Giorgio (St. George) su campo bianco dell’Inghilterra, dalla croce bianca in diagonale di Sant’Andrea (St. Andrew) su campo blu per la Scozia e dalla croce rossa in diagonale di San Patrizio (St. Patrick) su campo bianco per l’Irlanda. Altro esempio della cultura in rapporto è dato dal simbolo Scozzese: il Tartan o kilt, scelto dai reggimenti delle Highland che servivano nell'esercito britannico. Gli inglesi diederò il kilt agli scozzesi anche per favorire il lavoro sui campi. Successivamente esso divenne un simbolo di distinzione dei vari clan scozzesi. Queste due culture nonostante le differenze sono in rapporto tra loro.

Giada Giorgi ha detto...


Due costruzioni culturali distinte, ma in rapporto, le ho costantemente sotto agli occhi a lavoro. Faccio la barback in un famoso locale di San Lorenzo e, non solo i clienti, ma anche noi dello staff, abbiamo costantemente rapporti con persone del Bangladesh. I bangladesi a San Lorenzo girano per i locali, di notte, vendendo bigiotteria, chincaglieria varia ed occorrente per i tabagisti. Sebbene spesso vengano considerati “inferiori” e trattati in malo modo, essi svolgono un importante servizio per i clienti del mio locale ed anche per noi, che gli compriamo costantemente articoli per tabagisti. Un bangladese in particolare, di nome Zinnah (inizialmente chiamato Pfroblema, poiché tutte le volte ci abbordava dicendo “profblema amico, pfroblema”), ci è rimasto “nel cuore” e svolge per noi un importante compito: a fine serata ci porta da venti a quaranta euro in soldi spicci e noi gli e li restituiamo in soldi cartacei. Con il tempo, siamo entrati in una confidenza tale da consentirgli di depositare gli spicci da noi, che gli apriamo un conto ed a fine mese gli ridiamo i soldi sani, cosìcchè possa mandargli alla sua famiglia in Bangladesh, offrendogli quasi un servizio di “banca”.
Un altro ragazzo del Bangladesh, di nome Masud, che si è addentrato molto di più nella nostra società, attacca a lavorare da noi alle tre di notte e pulisce il locale aiutandoci a chiudere, consentendo ai barman professionisti di staccare alle quattro, alla chiusura del dj-set, e di recarsi a casa.
Per un periodo ho preso in considerazione l’idea di abbandonare il mio lavoro di barback e di svolgere il lavoro di Masud, al posto suo. Sono stata presa per pazza, mi è stato risposto che “quello è un lavoro riservato a Masud, perché nessun Italiano si prenderebbe la briga di attaccare alle tre di notte e lavorare solo due ore nel fine settimana, anche se quelle due ore sono ben pagate”.
Queste sono diverse modalità con le quali la cultura bangladese è entrata strettamente in contatto con quella italiana, coesistendo e cooperando, svolgendo servizi che difficilmente vedremmo svolgere ad un italiano. I bangladesi, sono in questo caso i nostri "Efe"

Francesca Bonomo ha detto...

Appena ho letto la domanda mi sono subito venuti in mente due film: Benvenuti al NORD e Benvenuti al SUD. Ed è proprio da questa contrapposizione che vorrei partire: NORD da una parte e SUD dall’altra. Ma non si tratta solo di “distanza geografica” quanto di “distanza culturale”. Se dovessimo immaginare la realtà del nord, penseremmo subito alle industrie, alle macchine, alla velocità. Se, al contrario, dovessimo pensare a quella del sud, allora ci verrebbero subito in mente i campi, i lavori manuali e allo stesso tempo i valori, la tradizione. L’industria e quindi il mondo moderno da una parte e i campi e quindi il mondo agricolo dall’altra, ma allo stesso modo, freddezza da una parte e calore dall’altra. Se vado al nord mi aspetto di trovare un mondo quasi perfetto, più avanzato… Se vado al sud quello che mi aspetto di trovare è il calore umano, i veri valori, le nostre radici…
Due estremi di uno stesso paese eppure… Due mondi così diversi… Dobbiamo sottolineare come più volte si sia messa in evidenza la volontà da parte del nord di “staccarsi” dal sud, considerato come un impedimento al proprio sviluppo. Ma proviamo immaginare una simile realtà: potrebbe mai esistere l’uno senza l’altro? Un paese fatto solo di industria e di macchine… Che mondo sarebbe? E allo stesso tempo, un mondo pieno di valori ma arretrato e ancora troppo poco sviluppato, potrebbe mai riuscire a stare al passo con i tempi in una realtà come quella del XXI secolo?
La verità è che per quanto ci si lamenti l’uno dell’altro, per quanto si critichi la realtà altrui… Il Nord ha bisogno di scontrarsi con la realtà del sud ogni tanto e viceversa.
Non a caso, tornando ai due film inizialmente citati alla fine di entrambi ci si rende conto di come Nord e Sud si completino l’uno con l’altro e di come a ogni milanese fa piacere sentirsi un po’ salernitano ogni tanto e viceversa.

Francesca Bonomo

Simone Longobardi ha detto...

Un possibile esempio di rapporto sociale come quello tra Efe e Lese può essere tratto dalla storia, in particolare durante la conquista degli Spagnoli e dei Portoghesi ai danni degli Indios d'America.
I primi erano popoli di "conquistadores", abituati ormai all'incontro con altre culture ed a rapportarsi con esse. I secondi invece, presentano strutture mentali differenti da quelle europee. A differenza dei popoli "conquistadores" non sono mai stati abituati ad alcun tipo di contatto con popolazioni e culture straniere e non ne sospettavano neanche una possibile esistenza. Questa interpretazione però, sfocierà in un modello gerarchico superiore-inferiore che porterà all'annientamento della cultura dell'altro. All'arrivo degli Spagnoli si crea tra gli Indios una situazione di crisi e di paralisi generale. Per un uomo civilizzato, in questo caso gli Spagnoli, scoprire l'esistenza di un popolo che viveva come selvaggi nelle foreste, costituì un vero e proprio trauma culturale. Agli europei sembrava impossibile che esistesse una società così arretrata, che non aveva ancora conosciuto la scrittura o un sistema monetario. Questa incomprensione dell'altro e la presa di coscienza dell'essere superiore in tutti i campi porterà a uno sfruttamento indiscriminato ed a un vero e proprio strerminio. Gli europei continueranno a schiavizzare gli Indios, pensando che siano inferiori a loro sia sul piano culturale che organizzativo. Con il passare del tempo si accorgeranno però, che i popoli nativi in quel territorio saranno fondamentali ai coloni spagnoli, in quanto grazie a loro, poterono portare in Europa gioielli e metalli preziosi. Inoltre trassero dei vantaggi sulle loro conoscenze agricole, integrandole a quelle scoperte in America e sperimementando nuove tecniche di allevamento e di agricoltura.

Davide Carapellotti ha detto...

Secondo Eliade, nell’epoca moderna l’uomo avrebbe operato un processo di desacralizzazione che avrebbe reso possibile la “scoperta” dell’esistenza puramente biologica dell’uomo. Nell'epoca moderna l’uomo accetta di nascere una sola volta e fa fuori i riti antropo-genetici e antropo-poietici, che sono modelli sempre impregnati di sacro. Nella modernità verrebbe meno, secondo Eliade, il principio del “fare l’umanità” come opera divina, sostituito dall’idea di un essere umano sostanzialmente biologico. L'uomo cerca di trovare sempre qualcosa che non vada bene nello straniero per etichettarlo appunto straniero...non esiste differenza vera ma sono congetture che l'uomo fa per crearsi una sorta di alone positivo che lo difende e lo rende "insuperabile" nel corso della storia abbiamo visto cultura greca scontrarsi con quella romana o egiziana dove ognuno credeva di essere superiore all'altro ma la realtà è che ognuno era equivalnte all'altra con la sola differenza di trovarsi in luoghi terre diverse cosi che da far semrare il proprio lavoro come l'unico esistente

Marco Petruccelli ha detto...

Un esempio equiparabile alla societá dei Lese e degli Efe , credo si possa trovare facilmente nel mondo occidentale dove ormai la societá é strutturalmente composta dalla convinvenza di piu costruzioni culturali distinte,ma in rapporto tra loro.Ad esempio nel mondo del lavoro, in questo caso in Italia, é molto semplice dimostrare questo mix culturale ,dove quindi molti ambiti occupazionali che non interessano piu gli italiani sono stati naturalmente occupati da stranieri : i pizzaioli ad esempio sono egiziani , i raccoglitori di mele senegalesi, mungitori indiani , mentre invece per i lavori domestici le filippine sono in cima alle classifiche delle colf piu ricercate e le badanti quasi senpre di oriine ucraina o moldava. Purtroppo l'opinione pubblica tende per lo più a credere che tutto ció sia un danno per i cittadini italiani, dove quindi l,occupazione di questi posti di lavoro da part di stranieri equivarrebbe ad un estromissione da tali occupazione per gli italiani.Ma la vera realtá é che gli stranieri ricoprono tali occupazioni semplicimente perché tali occupazioni non interessano piu l'italiano medio che predilige lavori meno faticosi e forse piu retrubuiti a costo peró di restare disoccupato.Dobbiamo quindi accettare il fatto che per il nostro paese ormai é indispensabile la convinvenza di piu costruzioni culturali per poter sopravvivere, proprio come i Lese che non sarebbero tali senza l'esistenza degli Efe.

FEDERICO COCCO ha detto...

Abbiamo visto come le due popolazioni dei Lese e degli Efe, anche se posti su due piani culturali e organizzativi ben diversi, siano riusciti a creare un rapporto di interdipendenza gli uni con gli altri. Un esempio storico che possa avvicinarsi alla stessa dinamica, l'ho riscontrato nell'Italia del dopoguerra, più precisamente nel periodo di tempo che va dagli anni 50 agli anni 60. Nel paese era presente un fortissimo divario fra le due "parti" della penisola, il nord ed il sud. Il meridione Italiano era afflitto da un enorme crisi di occupazione e quindi un alto livello di povertá. Per riuscire a contrastare la situazione drammatica che li affliggeva, molti abitanti del sud furono costretti ad emigrare verso le grandi cittá del nord, come ad esempio Milano, Torino e Genova, dove in quegli anni si stavano formando le grandi fabbriche capaci di dare lavoro a moltissime persone, che quindi emigrarono per poter ritrovare la speranza in un futuro migliore. Con l'inizio dei primi arrivi la situazione sociale ebbe delle ripercussioni, da un lato la difficoltá per le persone del meridione che si ritrovarono in un contesto molto diverso, a partire dal clima differente, dalla lingua con dialetti differenti oppure dalle abitudini di vita stravolte, che un cambio di contesto dalla campagna alla cittá, poteva portare. Dall'altro lato le ripercussioni si ebbero anche nella popolazione del nord, che non fu molto contenta degli scenari che si stavano venendo a creare, vide arrivare dei flussi molto cospicui di persone dall'Italia del sud,e che quest'ultimi iniziarono ad occupare dei posti lavorativi nelle fabbriche del nord. La situazione all'inizio fu molto critica, ma lentamente con il passare del tempo, è andata sempre di più a migliorare, con la popolazione meridionale che si riuscì ad integrare nella comunità, e che riuscirono, con la loro forza lavoro a contribuire allo sviluppo economico del nostro paese.

FEDERICO COCCO

Claudia Presutti ha detto...

Complesso fu il rapporto tra Chiesa cattolica e Fascismo italiano.
Ai suoi inizi, nella fase San sepolcrista, il movimento di Mussolini si presentava apertamente anticlericale e ostile alla Chiesa, di cui il confuso programma del movimento del 1919 minacciava i beni materiali. Ma a differenza del Nazismo, il Fascismo fu un totalitarismo imperfetto, vale a dire che Mussolini rivestiva unicamente la carica di leader del partito fascista e di capo del governo, è continuava quindi ad avere a che fare con due figure di fondamentale importanza sul terrorio italiano, tra le quali spiccava la Chiesa. Nonostante il carattere anticlericale del Fascismo, infatti, Mussolini si rese conto di quanto fosse essenziale per consolidare il proprio potere e completare la fascistizzazione del paese, l'appoggio dei cattolici. Ed anche la Chiesa, nonostante avesse definito il Fascismo simile al socialismo per quanto riguarda lo spirito di violenza, vedeva in Mussolini l'unico in grado di poter porre fine alla questione romana e alla storica tensione tra Stato e Chiesa. È per questo motivo che nel 1929,tra Stato e Santa Sede furono siglati i cosiddetti Patti Lateranensi. Da questi patti entrambi traggono vantaggio, anche se il loro rapporto continuerà ad essere incentrato sul binomio conciliazione-conflittualità. Così come i Lefe e i Lese, anche Chiesa Cattolica e Stato fascista si trovano in un rapporto di interdipendenza: ognuno ha il desiderio di imporre la propria sovranità, ma capisce il bisogno dell'altro per poter continuare esercitare il proprio potere nella propria sfera di competenza senza alcun tipo di problematica.

Michelina Iula ha detto...

Un esempio storico equiparabile a quello dei Lese e degli Efe potrebbe essere quello riguardante le prime colonie inglesi in Nord America.
Il primo insediamento inglese in America settentrionale ebbe luogo intorno al 1600, quando un gruppo di coloni si stabilì in un territorio che, in onore della casta e vergine regina Elisabetta, fu chiamato Virginia. Lo scopo di questo coraggioso esperimento era stato principalmente di tipo economico.
Subito dopo il loro sbarco sulla costa americana, i coloni inglesi entrarono in contatto con la popolazione indigena; l’incontro tra questi due gruppi umani – gli immigrati europei, da un lato, gli indiani residenti in America, dall’altro – e tra queste due culture diametralmente opposte come quella cattolica ed individualista dei coloni europei e quella collettiva e spirituale dei nativi americani portò a grandi incomprensioni ed a forti scontri. Nonostante ciò, gli inglesi inizialmente avevano bisogno di queste popolazioni indigene; infatti gli indiani delle regioni costiere del Nord America praticavano su larga scala l’agricoltura, producendo soprattutto mais; questo fatto si rivelò decisivo ai fini della sopravvivenza di vari insediamenti nel corso dei primi anni di permanenza in America, quando i contatti con l’Inghilterra erano saltuari e non si poteva ancora contare su regolari raccolti prodotti dalle terre lavorate dai coloni.

Claudia Giorgi ha detto...

Remotti per spiegare il concetto di antropopoiesi (operazione attraverso cui le culture foggiano i propri specifici tipi umani) ricorre alle analisi antropologiche che Grinker condusse su due gruppi etnici della foresta equatoriale dell’Ituri: i Lese e gli Efe. Questi due gruppi etnici risultano due costruzioni sociali ben distinte tra loro, ma al contempo profondamente legate tanto da costituire una vera e propria “simbiosi sociale”. I Lese infatti, da una parte, per definire e costruire la propria umanità rimarcano e sottolineano la differenza tra il “noi” (il gruppo di parentela che vive all’interno di un villaggio) e gli “altri” (tutti coloro che sono esterni al villaggio, in particolare gli Efe che vengono allontanati e denigrati); dall’altra, però, per difendere la propria forma di umanità da kunda (l’antiumanità che minaccia la loro antropopoiesi) ricorrono necessariamente agli Efe, tanto da considerare una vita senza gli Efe un “male”.
Pensando ad altre due costruzioni culturali che, nonostante una forte distanza e separazione risultano però in fondo legate, mi vengono in mente la classe aristocratica e quella contadina in Europa tra il Sei e il Settecento. La classe aristocratica infatti, come i Lese, portava avanti un grandissimo lavoro antropopoietico che traeva forza anche dalla separazione e denigrazione della classe contadina sottostante (basti pensare al principio estetico della pelle bianca e candida sviluppatosi proprio in contrapposizione alla pelle scottata dal sole di chi lavorava i campi). Ma al contempo l’alta aristocrazia senza il lavoro dei contadini che procuravano il cibo e senza i soldi che provenivano dalle loro tasse non avrebbe mai potuto mantenere il fastoso tenore di vita che tanto ostentava.

Eleonora Cericola ha detto...

Abbiamo introdotto il concetto di Antropopoiesi attraverso il saggio di Remotti. L'esempio dei Lese e degli Efe ci comprendere, come due distinti modelli culturali in lotta aperta tra loro, si trovino poi a doversi rapportare evidenziando la loro Relazione Simbiotica. I Lese sono il gruppo che tendono a marcare la differenza con gli Efe, e a credersi superiori, eppure sono proprio loro che non possono fare a meno degli Efe, indispensabili per la loro vita. Consapevolezza di mantenere l'Antropopoietica come foggiatura, ovvero costruzione.
Esempio di cittadini italiani residenti in campagna e in città. E' noto il rapporto degli abitanti e anche alcuni stereotipi che evidenziano differenze di carattere. Gli abitanti della città, prendiamo i Romani di Roma,si sentono superiori rispetto a coloro che abitano nelle periferie, ovvero nelle campagne. Mostrano distacco e freddezza verso loro. Eppure quando sono al supermercato a comprare i loro prodotti biologici,sanno perfettamente che stanno comperando prodotti coltivati e venduti dagli abitanti della campagna che tanto disprezzano. Così come questi ultimi, si sentono sottomessi al "primo gruppo", e tendono a prendere le distanze, eppure quando hanno bisogno ad esempio di cure mediche, devo recarsi in città e affidarsi alle loro cure.
Questo esempio mostra come due costruzioni culturali diverse siano in rapporto,ed e' un esempio dentro casa nostra.

Eleonora Cericola ha detto...
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Celeste Picchi ha detto...

Ho cercato diverse possibilità di esempio riguardo alla forte connessione tra due costruzioni culturali, che potessero essere forti e completi come quello di Lese ed Efe, ma tutto quello a cui pensavo mi risultava poco originale. Ho pensato ai rapporti tra colonizzatori e colonizzati, al rapporto fortemente esemplificativo della dialettica servo-padrone tra schiavi di colore e proprietari terrieri e alla crisi che si viene a creare nel momento in cui alla costruzione gerarchicamente superiore viene a mancare l'appoggio di quella inferiore; si può pensare anche alla situazione Sudafricana tra le diverse comunità Afrikaner, quelle di coloni inglesi, neri e meticci, che portò alle dure politiche di apartheid.
Mentre ascoltavo la lezione sul testo di Sardan ho pensato che il rapporto tra etnografo e il gruppo che questi studia, può essere un esempio di due costruzioni culturali ben distinte, messe in rapporto dalle numerose modalità di studio e ricerca.
Il lavoro sul campo, particolarmente nella tipologia dell'osservazione partecipante e dei colloqui con gli informatori, permette in modo privilegiato l'incontro tra le due costruzioni. Il rapporto può sembrare apparentemente asimmetrico tra le due parti in causa, per cui l'antropologo sembra essere l'unico a ottenere qualcosa, ovvero informazioni utili e interessanti per i suoi scopi di studio. In realtà si tratta di una transazione reciproca, e dunque i singoli informatori sentono il senso di prestigio per se stessi e il loro gruppo, si fregiano dell'importanza che da loro la presenza e l'interesse dell'antropologo nei loro confronti. Questi sentono così di avere la possibilità di ottenere una voce che possa parlare su larga scala dei loro elementi culturali e delle loro problematiche, guadagnandone in credito e riconoscimento pubblico per la propria cultura.

Celeste Picchi

Leonardo Ungherini ha detto...

I Lese e gli Efe sono due gruppi culturali che, come detto dall’antropologo Francesco Remotti, hanno una distanza spaziale minima, ma una distanza antropologica massima. Ma, dopo un lungo ragionamento, è possibile stabilire come non potrebbero vivere gli uni senza gli altri, non portando così all’incompletezza.
Un esempio concreto in cui è possibile riscontrare questo concetto è quello degli italiani negli Stati Uniti d’America. L'emigrazione di massa italiana negli Stati Uniti iniziò intorno al 1880. Moltissimi italiani, la maggior parte proveniente dal sud della Penisola, per cercare di ottenere una nuova vita, nuove opportunità e soprattutto fuggire dalla miseria che il dopoguerra aveva causato, decisero di imbarcarsi verso il paese a stelle e strisce. Inizialmente erano visti con diffidenza e paura, venendo utilizzati per sostenere lavori di manovalanza piuttosto pesante, essendo dunque oggetto non solo di sfruttamento, ma anche di scherno: numerosi, infatti, furono gli episodi, anche gravi, di razzismo. Successivamente, però, gli italiani divennero fondamentali per il Nuovo Mondo: artisti italoamericani hanno contribuito a creare gli imponenti monumenti di Washington. Alcuni lavoratori italiani sono stati fondamentali nella costruzione della Union Station di Washington, considerata una delle più belle stazioni ferroviarie del paese. Un altro campo nel quale gli italiani ebbero un grosso predominio culturale in America fu quella della musica classica e lirica, che stava prendendo ormai sempre più piede negli Stati Uniti.


LEONARDO UNGHERINI (0244337)

Emanuele Ietto ha detto...

DOMANDA 1

Ispirandomi al rapporto tra i Lese e gli Efe, un rapporto di collaborazione nel quale i primi chiedono spesso supporto ai secondi pur ritenendoli "inferiori", le propongo un esempio: nella periferia di Roma, un mio amico e sua madre erano costretti a compiere un lungo tragitto con i mezzi pubblici per acquistare articoli per la casa, fino a quando un negozio di casalinghi gestito da cinesi non ha aperto a pochi passi dalla loro abitazione. Di conseguenza, pur ritenendosi superiori a questi cinesi, il mio amico e sua madre chiedono supporto a loro nel momento del bisogno.

Federica Sorrentino ha detto...
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Federica Sorrentino ha detto...

Il termine antropopoiesi designa la foggiatura/costruzione dell’identità degli individui da parte della società, attraverso modelli di costruzione elaborati. L’esempio che vorrei riportare riguarda la netta distinzione tra uomo e donna e le rispettive funzioni ad essi assegnate fino a meno di un secolo fa e, in molti paesi, ancora oggi. L’uomo è sempre stato considerato come il “sesso forte” che, in virtù di una forza fisica maggiore, era adatto al lavoro; inoltre, proprio per una superiorità riconosciutagli a livello sociale, era l’unico ammesso al voto. A livello privato e famigliare poi, l’uomo, incarnato nella figura del padre, era il capo della famiglia a cui tutti dovevano sottostare e rendere conto. La donna, al contrario, era definita come “sesso debole” e doveva occuparsi esclusivamente della casa e della crescita dei figli, senza avere la possibilità di godere della stessa educazione e considerazione sociale dell’uomo. Se consideriamo l’uomo e la donna come due gruppi distinti è facile comprendere che, similmente al caso dei Lese e degli Efe, questi si trovino in uno stretto rapporto non solo di convivenza, ma di corrispettività in quanto gli uni non possono fare a meno delle altre per esistere, e viceversa.

ILENIA FALSONE ha detto...

Abbiamo visto che i Lese e gli Efe rappresentano due gruppi etnici distinti che, allo stesso tempo formano un’unica società: essi, pur essendo molto diversi tra loro per cultura o stile di vita, formano un unico insieme caratterizzato da una sorta di simbiosi sociale. Un esempio che potrebbe essere preso in considerazione, nella caotica città di Roma è quello riguardante il rapporto tra gli italiani e gli immigrati. Questi ultimi, si sono ormai insediati e stabilizzati sul territorio italiano e hanno ormai avviato molte attività commerciali. Dalla grande maggioranza di italiani, vengono classificati come "parassiti della società", come coloro che stanno rubando lavoro al popolo italiano di origine e, vivono sulle nostre spalle.
Se riflettiamo bene, sono loro ad accettare qualsiasi lavoro, anche scarsamente retribuito. Sono loro che, stanno riuscendo ad avviare immensi magazzini, dentro i quali riusciamo a trovare tutto ed a basso costo. Senza neanche accorgercene, preferiamo acquistare la loro merce, sia per la convenienza economica che per la loro disponibilità, infatti solitamente lavorano tutti i giorni della settimana ed a qualsiasi ora.
Così come i Lese non possono fare a meno degli Efe, noi anche se non vogliamo ammetterlo, spesso non possiamo fare a meno di loro. Da ciò deduciamo che, due costruzioni culturali distinte possono in un modo o nell'altro essere in rapporto tra loro.

Salvatore Di Simone ha detto...
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Salvatore Di Simone ha detto...

Per rispondere a questo quesito farò riferimento alla mia esperienza personale. Mio padre, che era ufficiale di marina mercantile, in seguito a due incidenti, che gli hanno causato la fratturazione di un piede e l'accartocciamento di uno dei polmoni, decise di partecipare al concorso ministeriale del personale A.T.A., per impossibilità a continuare il suo lavoro sulle navi mercantili. Dato che il lavoro al Sud scarseggiava, come tutt'ora, decise di presentare la sua domanda di partecipazione nella provincia di Bergamo, insieme a tanti altri suoi conoscenti. Fortunatamente egli riuscì a prendere lavoro subito e si trasferì con tutta la sua famiglia lì (io ero appena un bambino di 4 anni). Nella provincia di Bergamo, mio padre conobbe un folto gruppo di meridionali, tutti trasferitisi lì per lavoro, i quali tutti vivevano, chi più chi meno, un'esperienza denigratoria da parte dei bergamaschi. Quotidianamente, noi meridionali dovevamo sorbirci azioni denigratorie da parte degli abitanti del luogo, che ci epitetavano con titoli dispregiativi, quali "terroni" e "ladri". Soprattutto quest'ultimo epiteto ci veniva rivolto perché essi (bergamaschi) ritenevano che i meridionali fossero fannulloni e rubassero in generale, tra cui, nel caso prettamente specifico, anche i loro posti di lavoro, soprattutto nelle scuole. Tutto ciò, però, non era vero in quanto i meridionali non rubavano niente a nessuno perché, in primis, partecipavano come tutti al concorso ministeriale per entrare nelle graduatorie scolastiche; e, in seconda ragione, gli stessi meridionali adempivano a quei lavori che i bergamaschi non immaginavano nemmeno di fare, dato che prediligevano il lavoro industriale e vedevano il lavoro da applicati o collaboratori scolastici come infamante.
In sintesi, i bergamaschi avevano necessità di noi meridionali per occupare quei posti vuoti nelle scuole, anche se avevano pregiudizi nei nostri confronti.

Francesco Paoletti ha detto...

Q1: Per rispondere a questa domanda voglio seguire il "consiglio" del prof. e cercare di attingere esempi dalla complessa realtà della città di Roma.
Roma è una metropoli multietnica e multiculturale che presenta nel suo spazio innumerevoli varietà umane con le loro differenze.
Almeno 3 milioni di persone vivono nei suoi confini, a questo numero si aggiungono i residenti nei comuni limitrofi, che NON sono considerati romani benché risiedano a pochi km da un "confine".
Ma anche tra coloro che vivono dentro i cosiddetti limiti cittadini, tra persone che quindi sostanzialmente condividono lo stesso spazio, emergono delle differenze: il trasteverino da 5 generazioni non considera "romano" colui che vive nella periferia e, anzi, lo giudica alla stregua dei cosiddetti "burini", ossia coloro che letteralmente fanno il "buro", termine esteso a tutti coloro che vivono fuori dalle mura della città. In questo caso coloro che abitano le zone fuori dalle mura sono considerati come rappresentanti della cultura contadina. Io sono frascatano e in triennale ho frequentato i corsi presso La Sapienza, effettivamente confrontandomi con tanti romani son venuto a conoscenza di una vastissima serie di "stereotipi" che i cittadini del'Urbe hanno verso coloro che non vi risiedono: ad esempio pensavano che da Frascati per arrivare con i mezzi a Roma ci volesse quasi mezza giornata (in verità sono 30 min), oppure che TUTTI abbiamo RIGOROSAMENTE la nostra terra che coltiviamo, ciò è vero in minima parte, oppure che ci "accoppiamo" solo tra di noi. Questo è secondo me un esempio interessante di due costruzioni culturali distinte, ma in rapporto; senza dover citare necessariamente le masse immigrate, extracomunitarie o semplicemente straniere presenti a Roma. Sembra assurdo pensare che le due costruzioni culturali che ho elencato siano diverse, ma se pensiamo che recentemente, soprattutto sui social network, si sta facendo molto spazio l'idea di una netta separazione culturale tra Roma nord e Roma sud, mi sento di riuscire a giustificare pienamente l'esempio che ho posto.

Francesco Paoletti

Lorenzo Angelici ha detto...

Con “antropopoiesi” si intende la formazione (foggiatura) dell'individuo e della sua identità attraverso la società con dei modelli di formazione complessi.
Un esempio rispetto a quello dei Lese e gli Efe lo affronto quasi tutti giorni nel mio quartiere: io e quasi tutti i miei amici siamo dei fumatori e la maggior parte, me compreso, preferiamo fumare il tabacco da “rollare” con cartine e filtri. Abitando tutti nella zona di Torre Gaia, andiamo tutti al tabacchi vicino casa gestito da un anziano italiano per comprare l'occorrente per fumare (cartine, filtri e tabacco), tranne un mio amico che preferisce andare a piedi fino ad un cinese a Tor Bella Monaca perché paga meno della metà ciò che gli serve per girarsi le sigarette, affermando che “Tanto 'sti cinesi vengono qua in Italia e te regalano tutto”.
Il mio amico si sente superiore rispetto al cinese cui prende i filtri e le cartine per le sigarette, ma senza di lui dovrebbe pagare il prezzo pieno al tabacchi dove andiamo noi altri, dal momento che l'anziano italiano non sarà mai disposto a diminuire il prezzo della sua merce come fa il cinese.

Laurenti Alessandro ha detto...

Per rispondere alla domanda vorrei parlare del rapporto che si è instaurato tra il gruppo di abitanti della mia cittadina natale e un gruppo di Giapponesi che, nel giro di pochi anni, si è stabilito in una parte della città. Le due culture rappresentano, ad oggi, esempio pratico di due culture distinte ma in continuo rapporto. Il gruppo “originario” della città si pone con un rapporto di superiorità nei confronti dei “nuovi arrivati”. I giapponesi, in poco tempo, hanno aperto lunghe catene di negozi. Entrambi i gruppi continuano a vivere seguendo le loro tendenze culturali ma, entrambi hanno bisogno l’uno dell’altro: da un lato i giapponesi hanno trovato una cittadina dove potersi stabilire, dall’altro lato i cittadini della città sono consapevoli del fatto che i cinesi risultano utili per qmantenere in piedi un commercio che, fino a pochi anni fa, era sull’orlo di una crisi. I due entrano in contatto grazie al commercio.

Anonimo ha detto...

Leggendo la storia degli Efe e dei Lese mi viene subito in mente la drastica immigrazione che ci fu da parte degli albanesi intorno agli anni '90 nel mio paese natale in Sardegna. Le case del centro storico ormai quasi abbandonate e lasciate a se stesse, improvvisamente si riempirono, erano poverissimi ed inizialmente solo uomini. Vivevano anche in dieci nella stessa casa per ammortizzare le spese e si offrivano come servi pastori e manovali o per qualsiasi lavoro anche rischioso gli venisse proposto pur di guadagnare qualcosa. Io ero una bambina ma ricordo che l'accoglienza c'era, ma venivano comunque considerati esseri inferiori, stranieri.
Negli anni successivi questi ragazzi/uomini iniziarono a portare dall'Albania anche le loro famiglie. Altri rientravano a casa per sposarsi e poi tornavano in Sardegna con la propria moglie e mettevano su famiglia.
Oggi molti di loro sono rimasti stabilmente nel mio paese ma le due culture sono rimaste ben distinte. I ragazzi albanesi subiscono sin da bambini la discriminazione dei ragazzi sardi, creando dei piccoli gruppetti isolati; dopo tanti anni non si è ancora mai stato un matrimonio misto italo-albanese. A distanza di quasi 30 anni le due culture non si sono mai mischiate, però si è sempre ammesso che gli albanesi rispetto agli autoctoni si sacrificano molto di più in lavori rischiosi e pesanti quindi tornano sempre e comunque utili. Le donne fanno le donne delle pulizie o le badanti perchè lì non troverebbero nessun altro lavoro più gratificante.
Nel 2017 non sembra che le cose abbiano avuto risvolti molto differenti, nonostante l'Albania stessa sia cambiata in primis a livello politico: dopo anni e anni di comunismo, col nuovo presidente sarà molto probabilmente il nuovo paese entrante nell'UE. Tantissime aziende italiane si sono ormai trasferite lì per ammortizzare i costi dei dipendenti, vengono trasmessi molti canali Rai.
Oggi nel mio paese le due culture continuano a coesistere, a collaborare e interagire senza mai mescolarsi a livello etnico-culturale. Continua a prevalere la legge del "io sono io, tu sei tu".

Marianna Addis

Manuel Magazzeni ha detto...

caso equiparabile a quello dei Lese e degli Efe:
La Laconia del V secolo, dove c'erano tre diverse costruzioni culturali che collaboravano in modo simbiotico, equiparabile con quello dell'esempio dei Lese e degli Efe: quella degli Spartiati, una piccola popolazione di un migliaio di persone, che derivava la sua origine dai Dori, antichi conquistatori della regione; questi erano un gruppo militare di elite, l'unica che nella regione possedeva pieni diritti politici e civili, in virtù dei quali governava e si interfacciava con le altre popolazione della Grecia classica, promuovendo la difesa militare della regione e l'espansione della società verso l'esterno; quella dei Perieci, che costituivano la componente commerciale e manifatturiera della società, che provenivano dalle antiche popolazioni limitrofe, considerate autoctone rispetto ai Dori; questi godevano dei soli diritti civili ed erano coloro i quali gestivano i rapporti commerciali con l'esterno, avevano il diritto di possedere e coltivare terre ed in caso di guerra erano tenuti a fornire contingenti militari di fanteria pesante agli Spartiati; gli Iloti, la popolazione di gran lunga più numerosa, provenienti dalla popolazione dei Messeni, anch'essa popolazione considerata autoctona rispetto ai Dori, che prima della loro venuta occupavano le terre poi divenute di proprietà degli Spartiati; questi Iloti erano privi di qualsiasi diritto ed operavano nella società come schiavi, il loro scopo era quello di sostenere gli Spartiati, coltivando la terra, facendo tutti i lavori manuali e fornendo contingenti militari di fanteria leggera durante le guerre. Rigidi sistemi di casta, impedivano qualsiasi passaggio da un gruppo ad un altro o la possibilità per membri di gruppi distinti di sposarsi fra loro, un elaborato sistema culturale reggeva questa suddivisione di ruoli, che rischiava però sempre di crollare per la sproporzione nel numero dei gruppi e quella dei ruoli nel rapporto simbiotico. Proprio per questo era in auge il massacro rituale degli Iloti, qualora il numero di questi fosse divenuto tale da suscitare la preoccupazione di una possibile ribellione.

Micol Megliola ha detto...

Un caso di due costruzioni culturali distinte ma simbiotiche, equiparabile a quello dei Lese e degli Efe, è il rapporto tra due paesi dell’Irpinia nella provincia di Avellino: Monteverde e Lacedonia. I monteverdesi, proprio come i Lese, sono consapevoli di essere il prodotto di uno sforzo antropopoietico notevole e convinti di rappresentare una foggiatura molto più raffinata rispetto a quella dei lacedoniesi (proverbialmente definiti come “cap’ vacant’” o “cozz’ agricl’”, ovvero zucche vuote/menti votate all’agricoltura). La manifestazione più evidente della supremazia monteverdese risiederebbe nell’abilità di valorizzare il proprio patrimonio culturale a beneficio del turismo locale, il paese infatti: è membro effettivo del club dei “Borghi più belli d’Italia”; ha adibito la diga come set di uno spettacolo acquatico sulla vita di S. Gerardo che attrae turisti da tutta Italia; ha restaurato e aperto al pubblico il castello longobardo al centro del paese e dato vita ad un’azienda produttrice di birra (Serro Croce) che esporta internazionalmente. I lacedoniesi, nell’ottica monteverdese, non sarebbero altro che gli Efe della situazione: rustici sempliciotti privi di una qualsivoglia vena imprenditoriale. Tuttavia Lacedonia e i suoi abitanti sono indispensabili alla sopravvivenza dei monteverdesi per almeno due fattori: la presenza di scuole superiori e luoghi ricreativi come il teatro e il campo da calcio che, fra le altre cose, ospita stabilmente gli allenamenti della primavera dell’Avellino; il grande ballo di fine liceo (denominato mak P) che costituisce un passaggio obbligato nella vita dell’adolescente locale.

Cristiano Formisano ha detto...

Q1. Un caso equiparabile a quello dei Lese e degli Efe potrebbe essere quello che sta accadendo in questi anni a Lavinio. Qui, infatti, negli ultimi anni si è stabilita una comunità di origine indiana sempre più numerosa, la quale è stata a lungo, e lo è tuttora, vista in maniera negativa e come un problema. La comunità autoctona, infatti, tende a considerarsi più "civilizzata", superiore, migliore; tuttavia, nel corso del tempo, gli abitanti di Lavinio si sono trovati in una condizione di dipendenza dalle attività commerciali gestite dalle persone di origine indiana. Infatti, il tipo di attività portata avanti da questi, ossia quella di minimarket o negozio di alimentari, è oggi sostenuta solo da loro, mentre chi, di origine italiana, fa lo stesso mestiere, si è trasferito a lavorare nel grande centro commerciale della zona, situato in una posizione periferica. Per questo motivo, anche chi è più scettico, in particolare gli anziani, riguardo la convivenza con la comunità indiana, si ritrova a dipendere da questa per avere a portata di mano la possibilità di acquisto dei generi di prima necessità.

Cristiano Formisano

Slawka G. Scarso ha detto...

Qualche tempo fa i giornali hanno pubblicato una mappa di dove sono dislocate le comunità straniere a Roma. In base all'origine, infatti, sembra esserci una tendenza ad abitare nella stessa zona - questo soprattutto per via del lavoro.
Ad esempio nel II Municipio, in base a questa ricerca, c'è una grande comunità di filippini. E qui si arriva al paragone con gli Efe e Lese. Anche in questo caso abbiamo una comunità da un lato, quella italiana che risiede ad esempio ai Parioli che in qualche modo definisce il proprio status in base al fatto di avere un domestico filippino. In questo caso c'è una convivenza all'interno delle mura domestiche - il che spiega la presenza di questa comunità in una zona più costosa di Roma - ma tenendo separate le posizioni in base alla subordinazione tra datore di lavoro (padrone?) e domestico straniero. Di fatto una famiglia del quartiere, come menzionato, definisce il suo status più elevato proprio grazie alla presenza di un domestico in casa. In sua assenza non potrebbe considerarsi a quel livello sociale, ma a un livello più basso.

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