2011/12: INFORMAZIONI PER CHI AVEVA 12 CFU E TUTTI GLI MP3 DELLE LEZIONI

venerdì 27 ottobre 2017

Antropolologia culturale #11

25 10 2017. Oggi lezione complicata dagli impegni, come ho spiegato in un post dello stesso giorno. Nelle due parti della lezione ho cercato di costruire un po' di riflessione sulla costruzione del genere sessuale (maschi e femmine sono entità biologiche che non significano nulla, che non sono cioè parte integrante di un sistema sociale fin quando la cultura non attribuisce loro un sistema di pratiche riconosciute come caratteristiche) e sulla funzione dei rituali nella produzione di questa costruzione dell'umanità. Abbiamo visto come i riti siano costituiti da tre fasi (separazione, liminarietà, reintegrazione) e come nella nostra cultura sia sempre più difficile trovare esplicite condizioni rituali, che devono in qualche modo occultarsi in pratiche un po' private (contraddizione palese, perché il rituale per essere efficace deve essere pubblico, essendo un gioco di segni condivisi) oppure in forme sempre più secolarizzate, ridotte cioè al rango di cerimonia. So di averne parlato poco e male, ma anche grazie alle cose che hanno scritto alcuni antropologi come Martine Segalen e Marco Aime, possiamo cercare di riflettere assieme sullo stato attuale del sistema rituale nella nostra cultura.

Q1. Identificate un rito (o quel che ne resta) e provate a descrivere le tre fasi (di separazione, liminare o di trasformazione, di riaggregazione) con un esempio tratto dalla vostra esperienza (e tenete conto che dell'argomento, qui solo accennato, se ne parlerà con assai maggior dettaglio nel modulo di Storia delle religioni che tengo nel secondo semestre).

216 commenti:

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Miriam D'Ascenzi ha detto...

Un esempio di rito all’interno della mia società potrebbe avere a che fare con la religione cattolica.
Un bambino, a 9 anni, per poter fare la Comunione, oltre che a seguire due o più anni di catechismo, nei giorni prima della Prima Comunione, viene in un qualche modo isolato dal resto della società. Non so se questo avviene sempre ma racconto la mia esperienza. Il venerdì prima della cerimonia, io e gli altri bambini del mio gruppo siamo stati portati in ritiro per due giorni. Due giorni in un paese di montagna in cui si svolgevano attività di gruppo, si giocava e si pregava. Siamo tornati a casa il sabato pomeriggio e la domenica mattina c’è stata la celebrazione, a seguito della quale, si è considerati ancora di più, parte della comunità cattolica.
In questo processo, si possono individuare le tre fasi che costituiscono un rito. C’è la separazione, indicata dal momento del ritiro, la trasformazione, cioè il momento in cui si riceve per la prima volta il corpo di Gesù e la reintegrazione, il momento in cui si è considerati di nuovo parte della propria comunità cattolica.

Francesco Gazzini ha detto...
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Francesco Gazzini ha detto...

Potrebbe sembrare una sciocchezza ma non lo è stata per me quando si è verificata: avevo più o meno 11 o 12 anni e per la prima volta mia madre mi chiese di andare a comprare da solo il pane dal fornaio; uscire per strada da solo per la prima volta non deve essere stato facile, specialmente perché nel tragitto dovevo attraversare un incrocio e avevo ricevuto mille raccomandazioni al riguardo. Al mio ritorno a casa ero talmente esaltato che ho chiesto il "privilegio" di andare da solo a fare la spesa dal fornaio ogni volta.
Ad un'analisi più attenta, questo episodio è una sorta di rituale costituito dei suoi tre elementi: la separazione (andare da solo per la prima volta) la trasformazione (riuscire ad andare da solo e tornare a casa) e la reintegrazione (constatazione degli altri che ero in grado di andare da solo e conseguente affidamento di compiti simili).

Lucilla Damico ha detto...

Il rituale è un modello di comportamento, una serie di azioni trasmesse nel tempo attraverso cui attribuiamo un cambiamento di status alle persone. Nella prima fase la persona che deve cambiare status viene segregata, separata dal gruppo ordinario; la seconda fase è quella liminare ovvero della trasformazione; la terza fase è della "riaggregazione" dopo l’acquisizione del nuovo status.
All'età di 13 anni circa, mi è stato dato l'importante compito di badare alla mia cuginetta di 5 anni per una serata intera. Fino a quel momento non avevo mai ricevuto una responsabilità del genere (1a fase), ma la serata è andata perfettamente, senza alcun intoppo (2a fase) tant'è che da quella volta, se c'era la necessità, mia cugina rimaneva con me senza che nessuno si preoccupasse (3a fase).

Francesca Acostachioae ha detto...

Q1.
Il rituale è un modello di comportamento, è una serie di azioni che vengono trasmesse nel tempo attraverso cui attribuiamo un cambiamento di status alle persone. I momenti rituali segnano un passaggio di status attraverso 3 fasi.
I riti di passaggio sono cerimonie che sottolineano il passaggio di una persona da un ruolo, fase della vita o posizione sociale a un altro. Gli esempi più classici sono il battesimo, la pubertà, il matrimonio etc.
Quando frequentavo la seconda media, all'età di 12 anni mi è stata concessa la possibilità di poter andare e tornare da scuola da sola. Questo mio episodio lo considero una sorta di rituale di passaggio in quanto è possibile individuare le tre fasi. La fase di separazione, momento in cui mi è stata data questa responsabilità, la fase di trasformazione, momento in cui sono riuscita a superare la mia "prova" e infine, la fase di aggregazione, momento in cui ho percepito, e mi è stato riconosciuto, l'accesso nel mondo degli adulti.

Francesca Anna-Maria Acostachioae

Flavio S. ha detto...

Il mio esempio a questo proposito è recente, e riguarda l'addio al celibato di mio cognato. Il seguente rito comprende le rispettive fasi della separazione, ossia l'allontanamento di mio cognato dalla sua abitazione per essere portato altrove, della trasformazione, il momento in cui viene coinvolto nella festa con tutti gli amici, e infine l'ultima fase, quella della reintegrazione, che riporta il futuro sposo alla realtà.

Flavio Sabbatini

Davide Di Buono ha detto...

Un esempio calzante di un rito di passaggio è l'entrata in una comunità per tossicodipendenti.
Fa parte della mia esperienza personale perché è stato una persona molto vicina a me che ha intrapreso questo cammino
La prima fase è l'inizio del distaccamento dalla società e si chiama "accoglienza" ed è anche la fase di preparazione alla fase liminare che è la "comunità terapeutica" vera e propria. In questa seconda fase c'è proprio la trasformazione che avviene in un totale distacco dalla società e dura all'incirca 6 mesi. (I tempi dipendono molto dal tipo di comunità e dal programma che viene seguito). Negli anni '80 in questa fase non era possibile nemmeno vedere le notizie in tv. L'ultima fase è quella del reinserimento in società ed inizia incontrando i famigliari che non si vedono da tempo. C'è quindi un momento esatto in cui inizia la fase della riaggregazione.

Mario Sancamillo ha detto...

All'età di 8 anni, quando frequentavo la terza elementare, la mia babysitter mi accompagnava tutti i giorni a scuola con la macchina. Ero piccolo ancora, e non ero in grado di andarci da solo (attraversare la strada a quell'età era pericoloso). Poi però, già a partire dall'anno successivo, i miei genitori mi hanno spinto a provarci da solo. Dopo avermi dato tante raccomandazioni ("fai attenzione ad attraversare, guarda sempre a destra e a sinistra, stai attento alle macchine che passano" ecc.) sono uscito di casa, da solo e mi sono diretto verso la scuola. All'inizio mi sembrava una montagna insormontabile e non nascondo di aver avuto paura (comunque era la prima volta che andavo a scuola da solo, senza nessuno al mio fianco che mi potesse accompagnare), ma poi arrivato a scuola la paura è svanita, e tutto sembrava così normale. Da lì in poi sono andato tutti i giorni a scuola da solo, salvo rare volte in cui magari facevo tardi e mi dovevano accompagnare con la macchina.
Questa esperienza personale può essere riconosciuta come un rituale, costituito dai suoi tre elementi : la separazione (per la prima volta ero uscito di casa da solo senza nessuno che mi accompagnasse) ; la liminarietà (ero riuscito a fare tutto da solo, ed era riuscito perfettamente, senza particolari problemi) ; la reintegrazione (da quel momento in poi sono andato a scuola tutti i giorni da solo, era diventata un'abitudine ormai).

Il GuruX ha detto...

Sono cresciuto in un piccolo quartiere a Roma e a Roma i quartieri sono come dei paesi e i bambini/ragazzi trascorrono molto tempo per strada a fare le proprie esperienze. C'era un gruppo quando avevo 13 anni che aveva delle regole ben precise. Per entrarci dovevi dimostrare di essere un uomo, di essere coraggioso attraverso un rito di iniziazione ben preciso e strutturato; chi voleva entrare nel gruppo doveva camminare su una sorta di cornicione posto a svariati mentri sopra l'autostrada, una cosa piuttosto rischiosa e pericolosa.
In questo rituale sono presenti tutte e tre le fasi (separazione, transformazione e aggregazione). Il soggetto superando questa prova dimostrava di essere diverso, di essersi trasformato ed effettivamente la sensazione era di essere diversi, più forti, più coraggiosi e degni, meritevoli del rispetto del branco. Ed ecco l'aggregazione, il ritorno nel gruppo, il legame consolidato, una sorta di ritornare al mondo dopo una radicale trasformazione. Forse questo esempio è una sciocchezza e sicuramente non può essere rappresentativo in quanto era una cosa "solo nostra" ma al tempo stesso penso si ricolleghi incredibilmente bene al discorso fatto a lezione.
Michele Daini.

Sara Spada ha detto...

Quando ero più piccola avevo il terrore di prendere l’autobus da sola. Mi sentivo profondamete a disagio e avevo come l’impressione che una volta salita sopra tutti avessero gli occhi puntati su di me. Ecco perché, per ogni mio minimo spostamento chiedevo ai miei genitori di accompagnarmi. Quando sono cresciuta però, le mie esigente sono cambiate e le mie richieste di accompagno erano diventate sempre più frequenti tanto che i miei genitori mi avevano chiaramente detto che se volevo andare da qualche parte dovevo prendere i mezzi da sola.(1 fase) Inizialmente se dovevo uscire con i miei amici che abitavano in paesi lontani dal mio preferivo restarmene a casa, poi però crescendo ho imparato a mettere da parte le mie paure e a prendere quotidianamente l’autobus (2 fase) dimostrando anche ai miei genitori di essere in grado di uscire da sola. (3 fase)

ilaria ha detto...

ILARIA PESOLI
Non è esattamente una mia esperienza, ma ricordo che qualche anno fa vidi un documentario (che sto cercando di rintracciare, senza successo) dove veniva spiegato il rito matrimoniale in una tribù forse africana. Il rito prevedeva due passaggi importanti: La donna prima delle nozze, se non erro per qualche giorno, alloggiava in una capanna poco distante dal villaggio e altre donne l'aiutavano a bere più latte possibile così da ingrassare per il futuro marito. Dopo le nozze la donna, ora sposata e più in carne, tornava a vivere nel villaggio.

Lisa Pavone ha detto...

Molto spesso penso a come sarà il giorno in cui mi troverò ad affrontare il mio primo e serio colloquio di lavoro. L'indecisione per scegliere un abbigliamento idoneo, le prove davanti ad uno specchio per apparire in modo diverso da quella che sei, nascondendo paura ed insicurezza, l'ansia che dovrò affrontare nel momento in cui gli occhi saranno puntati su di me, e l'esultanza o la delusione in base alla risposta che riceverò di assunzione o meno. Ogni tappa prima della mèta corrisponde ad una specifica fase: nel mio piccolo già ho vissuto questa situazione quando un laboratorio di analisi mi ha chiesto di occuparmi della segreteria, previa verifica delle mie abilità, per un lasso di tempo pari a qualche settimana, dopo il quale sarebbe tornata la titolare. Il primo passo è stato quello di SEPARARMI dal mondo studentesco, per entrare, anche se per poco, in uno nuovo, regolato da regole di gioco simili ma paradossalmente anche contrarie al fine di portare a casa qualche "spiccio" che mi potesse rendere orgogliosamente autonoma. Ma prima di quel test mi sentivo metà studentessa e metà lavoratrice. Il secondo è stato, dopo un breve colloquio, il LIMBO, il non sapere le mie sorti. L'ultimo, la definizione e la chiusura del cerchio per me si è articolata in due ulteriori momenti: la prima è stata l'INTEGRAZIONE nella nuova realtà del lavoro, e la seconda è stata, a conclusione delle due settimane, la REINTEGRAZIONE nel mondo di prima, quello che ancora ora considero appartenermi in tutto e per tutto.

Rosanna Vendemmia ha detto...

Un rito che mi vede protagonista è, senza dubbio, la mia iscrizione all'università da studentessa fuorisede. La prima fase, la separazione, inizia nel settembre del 2016,quando tra valigie e scatoloni, mi preparo a lasciare la mia città natale. Più volte ho affrontato dei viaggi che in breve tempo, si concludevano, ma questo avrebbe previsto la mia assenza per un lungo periodo dalla mia Sicilia. Non nego che le preoccupazioni erano molteplici :mi sarei ritrovata in una nuova città, a convivere con persone a me del tutto sconosciute, a confrontarmi con studenti con un bagaglio culturale diverso dal mio. Potrei individuare la seconda fase, trasformazione, nel momento in cui mi abituo a questa nuova vita:ho imparato a conoscere le diverse vie del quartiere nel quale vivo,a spostarmi tramite i mezzi senza perdermi (cosa che più destava preoccupazione, conoscendo il mio scarso senso d'orientamento) a gestire le "mie finanze", a vivere autonomamente cercando di non dipendere da nessuno (pagare le bollette, fare la spesa e cucinare che potrebbero sembrare cose banali, ma per chi vive lontano da casa è comunque un grande passo),accettare la solitudine, soprattutto nei primi tempi quando, ritornando nella nuova casa, non c'era un volto familiare che con un sorriso potesse tirarti su.
La terza fase, la riaggregazione/reintegrazione, è il ritorno nella città natia in vista delle festività, dove posso dimostrare la mia capacità di poter vivere e cavarmela da sola(senza "bruciare casa"o" morire di fame", battute che, scherzosamente, i miei amici mi facevano). È un momento che io ritengo estremamente importante perché non solo mi ricongiungo con la mia famiglia e i miei amici, ma anche perché posso loro raccontare la mia esperienza di vita in una città che sembra così lontana dal sud-est della Sicilia.

Federica De Matteo ha detto...

Quando una persona viene condannata al carcere subisce questo rito caratterizzato dalle fasi:

di separazione,liminare,riaggregazione.Una persona a me cara mi ha raccontato la sua esperienza e le fasi,da lei attraversate,coincidono con il percorso chiesto.

La prima fase è data dal momento in cui ci si separa dal proprio ambiente,dalla tua vita quotidiana,dagli affetti,per andare in quella struttura.

La seconda fase è determinate,poiché decido se trasformare,non solo il mio comportamento,ma anche la mia mente,a ciò che viene reputato giusto.In questo tipo di rito può anche non essere raggiunta la consapevolezza dell'atto che mi ha portato in quel luogo.Posso cambiare o rimanere nel mio stato di "correttezza".Nel caso scelga la prima opzione,arriverò con più benevolenza(da parte delle vittime)alla terza fase.

La riaggregazione:il momento nel quale vieni riabilitato,reinserito nel contesto di partenza,con la tua nuova filosofia dell'essere,dello stare nella società.

Questo rito dovrebbe avermi cambiato,conformato alle leggi del luogo in cui vivo,alle regole che ci sono sempre state ma che interpretavo,guardavo da un altro prospettiva fin quando non mi sono convertito ad esse.Fin quando non ho capito il loro senso.

Noemi Flore ha detto...

Riporto un esempio tratto dalla mia infanzia, quando andavo dai miei zii in Umbria per le vacanze di Natale, noi bambini, io e mia sorella di 11 e 12 anni, la nostra cugina della mia stessa età e nostro cugino di 7 eravamo soliti stare nella sala hobby di zio a giocare e c’era un posto in cui tutti avevamo paura di andare, la famigerata cantina buia e fredda. Quell’anno però avevamo deciso di fare una “scommessa”, che alla fine può essere considerata come un rito, chi fosse sceso in cantina e vi fosse rimasto a luce spenta per cinque minuti e fosse riuscito a non urlare dalla paura, sarebbe stato considerato “grande” e non più “bambino” perché, solo i bambini hanno paura del buio e dei mostri inesistenti nella cantina, dove in realtà c’erano solo bottiglie di vino. Così facemmo, stiamo alla prima fase, la segregazione o separazione del singolo dal gruppo, tirammo a sorte per chi dovesse andare per primo, mentre mia sorella entrava in cantina e scendeva le scale con la luce accesa noi altri tre restavamo sopra, spengevamo la luce, chiudevamo la porta e contavamo il tempo … da qui si apre la seconda fase, quella liminare, durante la quale c’è la trasformazione del singolo. La trasformazione è avvenuta, mia sorella resistette, mia cugina anche, io, con molta ansia e voglia di risalire su in casa il più presto possibile, resistetti, ma per il nostro povero cuginetto non ci fu scampo, dopo aver spento la luce, si mise a piangere e a strillare di riaccenderla perché aveva paura e risalì come un lampo, le scale della cantina. Siamo arrivati nella terza fase, quella della riaggregazione, noi tre ci sentivamo davvero trasformate, vincendo la paura del buio e dei mostri siamo diventate grandi, superando questa prova difficilissima. Devo dire che usammo questo nuovo “status” di bambine grandi per molto tempo e un po’ troppo severamente contro il nostro povero cuginetto, che dopo tre anni, riuscì anche lui a raggiungere, superando questa ardua prova.
Noemi Flore.

Stefania Regoli ha detto...

Nella nostra cultura occidentale non vi sono riti espliciti di passaggio da uno status sociale all’altro, come accade invece in altre culture, dove tali riti sono invece più tangibili, “fisici” e quindi pubblicamente dichiarati, per cui si può identificare il momento preciso di passaggio all’età adulta.
Mancando tale tappa socialmente riconoscibile, ognuno di noi affronta i propri riti di passaggio da una condizione all’altra in maniera personale (secondo le esperienze che gli capitano) e secondo una linea temporale del tutto individuale.
Per quanto riguarda la mia esperienza personale, il passaggio dalla mia condizione di adolescente a quella di adulta l’ho sperimentato quando sono andata a lavorare a Londra per un anno. In quel frangente ho sperimentato la separazione dalla mia vita “di prima”, dai miei genitori e dalla sicurezza della mia casa e di tutto ciò che mi era familiare per catapultarmi una realtà totalmente diversa, dove ho dovuto imparare a muovermi per poter sopravvivere e che mi ha portato però ad essere indipendente, a sentirmi adulta perché in grado di affrontare le difficoltà e di superarle (trasformazione). Al termine di questa esperienza sono tornata a casa (riaggregazione) con delle competenze che andavano ben oltre quelle linguistiche.

Simone De Socio ha detto...

Simone De Socio

Un diffuso tipo di riti di passaggio sono i riti di iniziazione all’età adulta. I riti di iniziazione celebrano l’ingresso nell’età riproduttiva. In molte società dell’Africa subsahariana, per esempio, i giovani venivano, e in alcuni casi vengono tuttora, iniziati mediante lunghe cerimonie che possono durare giorni, ma anche mesi e anni. I giovani ndembu dello Zambia compresi tra 8 e 15 anni venivano raggruppati in ‘classi’ e condotti nella foresta(questo è appunto il momento della separazione): qui erano sottoposti a una serie di prove e ricevevano insegnamenti relativi alle norme e ai valori della propria società. La trasformazione in uomini adulti era segnata sul corpo attraverso la circoncisione(La liminalità che caratterizza la fase di transizione di un rito di passaggio). Segni e operazioni sul corpo come le circoncisioni, i tatuaggi, le scarificazioni (cicatrici prodotte ed esibite sul corpo) accompagnano spesso le iniziazioni. Vivendo insieme la cerimonia, i giovani ndembu sviluppavano legami di amicizia e solidarietà. Al ritorno dalla foresta un rito di aggregazione celebrava la definitiva trasformazione in uomini adulti fase post-liminale).

Gianluca Evangelista ha detto...

Un rito (se può essere definito tale) che ho vissuto personalmente nel corso della mia esperienza è stato il coming out, cioè il momento in cui ho reso nota agli altri la mia omosessualità. Si è trattato di un momento di passaggio e di transizione ed è stato come nascere una seconda volta, poiché ho messo definitivamente da parte la persona che ero stato fino ad allora, cioè quello che gli altri si aspettavano da me, per diventare ciò che io sentivo di essere realmente (quello che Remotti nel saggio definisce distruzione o morte dell’individuo precedente). Nel mio coming out sono ben evidenti le tre fasi della ritualità, a partire da quella di separazione, sia da me stesso che dagli altri: nel corso degli anni precedenti al coming out mi sono progressivamente allontanato sempre di più dalla vita sociale e da ogni rapporto umano poiché non mi consideravo accettato e non vedevo possibilità di inclusione in quella società, e contemporaneamente mi allontanavo il più possibile anche da ciò che sapevo di essere e che facevo di tutto per eliminare. La seconda fase, quella liminare o di trasformazione, ha compreso tutto il lungo lavoro di riflessione fatto su me stesso che mi ha portato a vivere serenamente la mia omosessualità e alla scelta di essere me stesso indipendentemente dal giudizio degli altri. La fase di riaggregazione, infine, coincide con il coming out vero e proprio, cioè il momento in cui, rendendo manifesto il mio nuovo “status”, sono rientrato a far parte della società e ho iniziato nuovamente ad interagire con gli altri.

Gianluca Evangelista

Alessandra Marcelli ha detto...

ALESSANDRA MARCELLI


Un rito potrebbe essere quello di una partenza per l’Erasmus. Io, ventiduenne, ho sempre abitato in casa con i miei genitori, sono sempre stata abituata ad alzarmi la mattina con loro, ed andare a dormire augurandogli la buona notte. Poi, durante la mia carriera universitaria, decido di provare l’esperienza messa a disposizione dall’Università, ovvero quella dell’Erasmus. Compilo le pratiche, aspetto la graduatoria, vengo presa: destinazione Parigi. A quel punto preparo le valigie e parto, rimarrò fuori casa nove mesi. Esco per la prima volta dal guscio, da quel “nido” che Pascoli tanto decantava, e mi butto completamente in una nuova esperienza. Mi SEPARO per un tempo così lungo dai miei genitori, dalla mia casa, dai miei affetti, dalla mia quotidianità. Arrivo a Parigi, trovo una abitazione, sistemo le mie cose, mi reinvento e ricomincio da capo. Imparo una nuova lingua, conosco nuove persone, mi adatto ad un nuovo ambiente, una nuova cultura, nuovo cibo, ad un diverso stile di vita. Poi penso: “Ho fatto bene? Sono convinta di quel che ho fatto?”. Questa è la fase LIMINARE, quella in cui metto in discussione tutte le mie scelte, la mia vita fino a quel momento, la mia vita da quel momento. Rifletto, capisco che ne vale la pena e continuo a vivere in Francia. Passano nove mesi, giunge al termine un’esperienza senza dubbio formativa, durante la quale sono cresciuta e cambiata. Torno a casa, e quella che fino a nove mesi prima era stata il mio “nido” per ventidue anni, sembra improvvisamente non appartenermi più. É questa la difficile e lenta fase della RIAGGREGAZIONE, durante la quale riabituarmi allo stile di vita, alle abitudini e alla quotidianità di sempre.

lucy ha detto...


Nella società odierna non credo si possa ancora parlare di veri e propri riti di passaggio come quelli che si svolgevano nell’antica Grecia o quelli legati alle religioni nei loro primi secoli di vita. Tuttavia, ho deciso di prendere in analisi il mio trasferimento come fosse un vero e proprio rito, caratterizzato dai tre momenti suddetti. La fase di separazione fu quella più “dolorosa” sia per me, sia per coloro che vivevano con me, in particolare per i miei genitori. La prima fase fu anche preceduta da una vera e propria preparazione psicologica e “fisica” precedente alla tanto ambita separazione. Una volta avvenuto il trasferimento, non nego di aver avuto problemi sia di natura pratica che “nostalgica”, che oserei definire fase di trasformazione, la quale ha contribuito molto alla mia crescita e alla mia maturazione, specialmente a livello di consapevolezza. Infine, la fase che chiamerò qui riaggregazione, è stato il mio primo ritorno a casa per le vacanze, dopo qualche mese di “isolamento”. Il ritorno non fu affatto uguale ai vecchi tempi: nelle relazioni con i miei familiari e specialmente con le persone più grandi di me, notai qualche differenza, come se finalmente stessi iniziando ad essere trattata come “una di loro”, come se una volta per tutte, dopo il compimento dei miei 18 anni, fossi definitivamente diventata un’adulta.

Elena Carnevale

Federico Vespoli ha detto...

Q1.

Da matematico mi sento di riportare un rito che ho dovuto affrontare durante la laurea triennale: nella facoltà di matematica a Pisa erano molto comuni gli abbandoni (a Gennaio del primo anno gli studenti iscritti erano quasi dimezzati) e alcuni esami erano considerati gli scogli principali da superare per poter aspirare a finire il percorso triennale. L’esame di Geometria e Algebra Lineare, ad esempio, era considerato un vero e proprio rito di passaggio per diventare aspiranti matematici: molti tendevano a rinviarlo e per qualcuno diventava un vero e proprio incubo. Durante il mio primo anno non riuscii a fare nessun esame entro l’estate, per Settembre decisi di impegnarmi per superare Geometria e dimostrare (non a me stesso ma a tutti) che ero in grado di proseguire con gli studi in matematica. A Settembre superai l’esame. Ricordo distintamente come i rapporti con gli altri studenti cambiarono dopo quel rito: non ero più una matricola, uno che da un momento all’altro avrebbe mollato tutto e sarebbe sparito, quindi valeva la pena fare amicizia con me e iniziare a considerarmi un matematico.
Il rito si svolgeva in tre fasi: la separazione, cioè affrontare da soli la prova scritta e superarla;
la trasformazione, ovvero prepararsi per la prova orale cercando di capire davvero i meccanismi che governano quella materia; la riaggregazione, cioè superare l’esame orale e entrare a far parte ufficialmente del gruppo di aspiranti matematici.
Credo che in tutte le facoltà universitarie esistano riti di passaggio simili, esami-scoglio che separano chi ci sta provando da chi effettivamente può farcela.

Federico Vespoli

Anonimo ha detto...

Pensando al mio primo anno di liceo, mi tornano in mente mille esperienze, ma quella probabilmente più significativa è stato il primo spinello. Senza dubbio è un momento emblematico della mia vita, lo ricordo come il passaggio dall'età della fanciullezza all'adolescenza (separazione). Il fatto in se non è stato poi così particolare, prima di entrare, ci si riuniva sulle scale del parchetto della scuola, i ragazzi più grandi facevano sempre girare uno spinello. Quella mattina mi venne offerto, non avevo mai fumato nemmeno una sigaretta,mi sono chiesta in quei pochi istanti se fosse la cosa migliore. Ho pensato subito a cosa avrebbe detto mia madre (liminare). Ma mia madre non c'era in quel momento, c'erano solo i miei compagni di scuola, probabilmente sarei stata emargina o almeno quella era la mia paura e così ho provato. Una volta tornata a casa dopo la scuola, avevo come l'impressione che mia madre lo sapesse, in qualche modo misterioso le mamme capiscono tutto. Nei giorni successivi, ho continuato tutte le mattine a partecipare a questa sorta di rituale, fin quando ho deciso che non era per me. Certo ormai però ero cambiata, avevo acquisito una certa forza o se vogliamo essere onesti, una sfontatezza che mi ha accompagnato per molti anni. Fino all'età adulta, quando ho partorito, anche qui un altro rito (o momento) di passaggio , ma questa è un'altra storia.

DEL NERO LISA

Marianna Persia ha detto...

Ho deciso di portare come esempio una mia esperienza personale: la scelta di andare a vivere da sola. Nonostante la mia giovane età, ho 22 anni, sono sempre stata piuttosto precoce. Ho iniziato a lavorare full time a 19 anni, ho deciso di convivere con il mio ragazzo a 20 anni e in questo momento sto vivendo da Solla e lavorando lontano dalla mia città. L'esperienza di un trasferimento e quindi di un allontanamento da un nucleo sociale molto forte secondo me è un ha una ritualità. Non ho mai avuto problemi con la mia famiglia e anzi ho un rapporto viscerale e profondo con i miei genitori. La mia scelta di separazione è stata quindi consapevole e voluta. E la fase di transitorietà ha assunto
la connotazione di un vero e proprio trauma. È stato davvero difficile lasciare il mio nido e la mia comfort zone e nonostante fossi convinta della mia scelta mi sentivo perennemente insicura e la lontananza dalla mia famiglia pesava come un macigno. Era quasi impossibile per me trovare un equilibrio: è arrivato dopo qualche mese. Ho iniziato ad instaurare una relazione da "adulta" con la mia famiglia andando a trovarli ogni volta che ne avessi voglia e non ogni giorno. E così sono riuscita a mantenere un rapporto sano con il mio nucleo d'origine pur avendo cambiato la mia vita. Sto vivendo ora la stessa situazione, con la differenza che sono sola e quindi ho dovuto completamente lasciare la mia società di origine (famiglia, fidanzato, amici) e ho vissuto per mesi in una fase di transitorietà dovendomi integrare in un nuovo ambiente a me completamente estraneo (nuova città, nuovi colleghi) è solamente adesso, dopo un anno di lavoro su me stessa, sono riuscita a trovare una dimensione in questo nuovo gruppo sociale pur sentendo una grandissima mancanza di quello originario.

Marianna Persia ha detto...

Ho deciso di portare come esempio una mia esperienza personale: la scelta di andare a vivere da sola. Nonostante la mia giovane età, ho 22 anni, sono sempre stata piuttosto precoce. Ho iniziato a lavorare full time a 19 anni, ho deciso di convivere con il mio ragazzo a 20 anni e in questo momento sto vivendo da sola e lavorando lontano dalla mia città. L'esperienza di un trasferimento e quindi di un allontanamento da un nucleo sociale molto forte secondo me ha una ritualità. Non ho mai avuto problemi con la mia famiglia e anzi ho un rapporto viscerale e profondo con i miei genitori. La mia scelta di separazione è stata quindi consapevole e voluta. E la fase di transitorietà ha assunto
la connotazione di un vero e proprio trauma. È stato davvero difficile lasciare il mio nido e la mia comfort zone e nonostante fossi convinta della mia scelta mi sentivo perennemente insicura e la lontananza dalla mia famiglia pesava come un macigno. Era quasi impossibile per me trovare un equilibrio: è arrivato dopo qualche mese. Ho iniziato ad instaurare una relazione da "adulta" con la mia famiglia andando a trovarli ogni volta che ne avessi voglia e non ogni giorno. E così sono riuscita a mantenere un rapporto sano con il mio nucleo d'origine pur avendo cambiato la mia vita. Sto vivendo ora la stessa situazione, con la differenza che sono sola e quindi ho dovuto completamente lasciare la mia società di origine (famiglia, fidanzato, amici) e ho vissuto per mesi in una fase di transitorietà dovendomi integrare in un nuovo ambiente a me completamente estraneo (nuova città, nuovi colleghi) e solamente adesso, dopo un anno di lavoro su me stessa, sono riuscita a trovare una dimensione in questo nuovo gruppo sociale pur sentendo una grandissima mancanza di quello originario.

alessia tardioli ha detto...

I riti di passaggio sono la messa in scena pubblica della trasformazione dello status di una persona e comprendono tre fasi:
1. separazione (la persona che deve cambiare status viene separata dal gruppo ordinario);
2. fase liminare (la vera trasformazione);
3. reintegrazione della persona.
Quando avviene la morte di qualcuno,vediamo momenti come quello dell'estrema unzione o della veglia funebre prima di procedere al funerale vero e proprio. Questi segnalano il distacco dei defunti dal mondo dei vivi. La seconda fase è il periodo di lutto,mentre la terza è il momento del funerale: segna il definitivo ingresso del defunto nel mondo dei morti.

sara pitolli ha detto...

Nella società odierna,e in generale negli ultimi anni, un vero e proprio rito di passaggio è rappresentato dalla perdita della verginità sessuale. Questo momento,infatti, sia dal punto di vista maschile che femminile, rappresenta sempre più un varco di passaggio dall'infanzia all'adolescenza e, di conseguenza, il riconoscimento di questo nuovo status sociale da parte della comunità culturale. Questo evento, dunque, racchiude in sé le 3 fasi strutturali del rituale: la separazione, ovvero la decisione di affrontare la "prova", la trasformazione, cioè l'atto stesso, e la reintegrazione, ossia il riconoscimento culturale della propria azione.

Anonimo ha detto...

Maria Spinella.
Vorrei fare riferimento alla mia esperienza all’estero, dalla durata quattro mesi, all’età di 17 anni.
La prima fase, quella di separazione, è stata caratterizzata da una serie di cambiamenti quali la separazione dalla mia famiglia e dai miei amici, dalle vecchie abitudini quotidiane (orari scolastici, tempo libero ecc … ) e l’impatto con la nuova dimensione sociale con cui mi sarei dovuta confrontare. La fase di trasformazione è stata, sicuramente, quella più complessa: un lavoro continuo su me stessa per cercare di adattarmi e inserirmi nel nuovo contesto. Ogni elemento appariva come un ostacolo, esempio: la lingua, le relazioni sociali, ma soprattutto l’idea di esser lontana e dover provvedere da sola a qualsiasi bisogno. L’ultima fase, la riaggregazione, è avvenuta nel momento in cui, rientrando a casa, ho dimostrato agli altri e soprattutto a me stessa, di aver acquisito la capacità di viver lontana da casa e di saper affrontare le novità che mi si erano presentate.

Alessia Stirpe ha detto...

Qualsiasi modello di comportamento o serie di azioni che vengono trasmesse nel tempo e attraverso le quali si produce un cambiamento di status nelle persone; quindi qualsiasi rituale che determina un passaggio di status, avviene nell'arco di tre fasi: la segregazione o separazione del gruppo ordinario sociale; quindi la fase della vera e propria trasformazione in cui avviene un mutamento radicale di status e poi la fase terminale della riaggregazione nella veste della nuova condizione di stato sociale. Infatti un neonato nel solco della fede cattolica è considerato come segregato dalla comunità ordinaria cattolica perché si trova in una condizione di peccato originale. Con il ricevimento del battesimo avviene la vera e propria trasformazione in cui il neonato passa dallo status di peccatore in preda al peccato originale a quello invece di persona ormai purificata dal peccato e redenta alla nuova possibilità di vita eterna nell'aldilà. Quindi, il neonato tramite il battesimo viene riaggregato alla nuova condizione sociale di partecipante alla comunità cattolica.

Alessia Stirpe

Simone Agati ha detto...

Due esempi di riti tratti dalla mia esperienza sono stati il rimanere a casa da soli per la prima volta e badare a mio fratello più piccolo. In entrambe le occasioni mi era chiesta responsabilità. Nella prima dovevo dimostrare a me stesso e ai miei genitori di essere diventato "grande", non creando problemi e cominciando a gestire piccole cose da solo; nella seconda ho dimostrato di saper gestire me stesso (non andando in panico quando non riuscivo a capie cosa mi chiedeva) e mio fratello (riuscimendola a cavare, rispondendo alle sue esigenze). In queste 2 occcasioni si riscontra: una prima fase, quella di separazione, ovvero rimanere da solo/badare ad un'altra persona; una seconda fase, la riuscita effettiva di quello che dovevo fare non riscontrando problemi; una terza fase, in cui mi veniva riconosciuto ciò che aveva fatto, fui quindi lasciato da solo a casa altre volte nel primo caso e nel secondo mi fu riaffidata la sua gestione in caso di necessità.

Ilenia Scaccia ha detto...

1: Come è stato detto a lezione un rito per l’antropologia è un passaggio di azioni trasmesse nel tempo e, attraverso di esse troviamo uno status di cambiamento. Abbiamo anche detto che il rito è suddiviso in tre fasi: la segregazione, ovvero quando una persona viene separata dal gruppo per prepararsi al cambiamento, che rappresenta appunto la seconda fase cioè la liminarietà. La terza fase è semplicemente la reintegrazione, cioè come ci suggerisce la parola è la reintroduzione della persona nel proprio status. Detto ciò facciamo un esempio di rito parlando dell’inseminazione artificiale. Come sappiamo non avere bambini è uno dei problemi più frequenti e sentiti della cultura occidentale. Quindi inizialmente la donna viene allontanata dalla società perché non ha figli, quindi viene esclusa da feste di compleanno, cene tra amici sposati con figli, etc., per non farla sentire a disagio (segregazione). Successivamente la voglia di avere dei figli cresce e ricorre all'inseminazione e dopo molti procedimenti ed esami rimane incinta ed ha un bambino (liminarietà). Con l’arrivo del suo bambino gli amici e i parenti iniziano a invitarla alle feste dove prima non era invitata (reintegrazione).

Matilde Tramacere ha detto...

Uno degli episodi che più ha segnato il mio passaggio all’età adulta risale alla gita di secondo superiore che ho fatto con il mio liceo a Napoli. Con la mia classe abbiamo visitato la Napoli sotterranea e abbiamo attraversato cunicoli stretti. Un po’per vergogna, un po’ per non creare fastidio non ho detto a nessuno di essere claustrofobica. Ho deciso di affrontare la mia paura una volta per tutte. Il momento di separazione è coinciso, per me, con la separazione dalla mia “zona di comfort”, la separazione da uno spazio ampio che mi facesse sentire a mio agio. Passando per uno dei corridoio più stretti, ho sentito la sensazione di soffocamento e calore tipico della claustrofobia. Volevo piangere ed arrendermi, ma non l’ho fatto. È subentrata la trasformazione, ho deciso di non sottostare di nuovo alla mia paura. Superato il passaggio più angusto, c’è stata la riaggregazione con l’ambiente che mi è più congeniale, uno più aperto che non mi desse la sensazione di oppressione.
Un altro rito che ho subito è stato quello del mio primo saggio di pianoforte che ha segnato il mio passaggio da semplice studentessa dello strumento a performer davanti a un pubblico. La fase di separazione è stata quella di allontanamento dalla mia cameretta in cui provavo o nella stanza in cui mi esercitavo con la mia professoressa. La trasformazione è avvenuta lì sul palco, mentre mi esibivo davanti al pubblico del teatro. La riaggregazione è avvenuta quando sono tornata a provare nell’intimità di camera mia, pronta, però, ad esibirmi di nuovo.

Matilde Tramacere

Giorgia Papasidero ha detto...

GIORGIA PAPASIDERO - BENI CULTURALI

Q1)
Il rito è solitamente inteso come una sequenza di comportamenti standardizzati e ripetitivi costituiti di atti, parole, posture e rappresentazioni che in tempi e luoghi prestabiliti esprimono un significato simbolico comprensibile all'individuo o alla comunità che lo condivide. Molte sono le forme rituali che possono essere descritte secondo tre fasi:
-fase di separazione: quando ci si separa dal contesto in cui ci si trova precendemente.
-fase di trasformazione: momento di sospensione
-fase di riaggregazione: reintegrazione alla vita sociale con un nuovo status.

Un esempio di rituale nelle società cristiane è: il matrimonio;
Il matrimonio come i vari riti ha le tre frasi sopra citate.
fase di separazione quando non si è più single (quindi ci separiamo da quello status);
trasformazione quando avviene il riconoscimento di un legame;
riaggregazione quando si ritorna alla vita sociale con un nuovo status: marito o moglie.

Simona Antuoni ha detto...

Mi vengono in mente molti riti che descrivono bene queste tre fasi, sono i più ordinari. Sono i riti più classici (secondo la mia collettività ovviamente) come il battesimo, la comunione, la cresima, il matrimonio e il funerale. Mi soffermo ad analizzare il matrimonio (perchè è l’ultimo a cui ho partecipato e soprattutto perché, essendo mio fratello lo sposo, posso dire di provare vivamente la prima fase!). Nel matrimonio si parte innanzitutto con il “separarsi”, fase numero uno. Ci si separa dal gruppo “famiglia”. Arriva poi la fase numero due, ossia la fase liminare, in cui avviene l’atto del matrimonio, creando così un nuovo gruppo “famiglia” ed infine si arriva al riconoscimento culturale dell’atto compiuto,cioè la fase di riaggregazione.

Michela Fiorini ha detto...

Come soggetto preso in esamine questa volta prendo me stessa e il modo in cui mi sono approcciata in un primo momento al mondo universitario.
Quest’estate mi sono diplomata nell’ istituto tecnico commerciale della mia provincia.
Lì mi ero creata la mia cerchia di amici con cui condividevo quasi tutto,avevo le mie abitudini,il mio banco vicino al termosifone,il mio posto all’interno dell’istituto…ma settembre è arrivato e mi sono iscritta a questa università.
Inevitabilmente è stato il rito di passaggio per cercare di crearmi il mio futuro.
Tutti,più o meno, abbiamo seguito la nostra “aspirazione” e abbiamo scelto facoltà ,ma soprattutto atenei, diversi:in poche parole ci siamo separati(SEPARAZIONE).
Una volta arrivato ottobre quindi le lezioni sono iniziate e a primo impatto per me è stata una cosa ,non dico traumatica, ma quasi (FASE LIMINALE)
La prima settimana mi sono sentita come un pesce fuor d’acqua proprio perché ero entrata in un contesto nuovo,che non conoscevo e in più non avevo più quelle persone che fino al giorno prima vivevano quotidianamente con me la mia mezza giornata scolastica, e non solo.
Passato il primo periodo ovviamente le cose sono migliorate perchè ho iniziato,per sopravvivenza, a fare nuove conoscenze e a capire come funziona l’università (RIAGGREGAZIONE),ma comunque non è stato facilissimo.

Dell'Orco Alessandra ha detto...

DELL'ORCO ALESSANDRA


Un giorno, dopo aver compiuto da poco 18 anni, e dopo aver da poco preso la patente, mentre ero in macchina con mia madre (guidava lei) abbiamo avuto un incidente.
Quell’incidente fu così sconvolgente al punto tale di farmi decidere di non guidare mai una macchina da sola.
Per quasi due anni, oltre a salire difficilmente in macchina con mia madre, non ho mai guidato una macchina.
Finché un giorno, stanca di dover dipendere da qualcuno anche per i minimi spostamenti, facendomi coraggio solo salita da sola dentro la mia macchina.
Sono avvenute così le 3 fasi: la separazione (guidare da sola per la prima volta) la trasformazione (riuscire ad andare da sola e tornare a casa sana e salva) e la reintegrazione (constatazione degli altri, oltre che la mia, che ero in grado di guidare da sola).

Ciro del Covillo ha detto...

Ho un esempio che calza a pennello e che vorrei portare alla luce.
Esso riguarda un'esperienza vissuta durante la mia permanenza in Brasile, paese in cui ho vissuto per poco più di un anno.
Lì ho avuto modo di frequentare delle persone che mi hanno fatto conoscere la Capoeira e successivamente mi hanno introdotto al Candombè.
Ci tengo a precisare che il discorso sul Candomblè è molto più lungo e complesso, perchè la Magia Brasiliana è, almeno per loro, una cosa seria e molto concreta.
Io però riferirò soltanto della mia esperienza.
Se in un primo momento ho vissuto questo fenomeno da mero osservatore, successivamente è avvenuta una vera e propria iniziazione a questa pratica (ma loro la definiscono "Arte") di carattere spiritica.
Premetto che per essere considerato un partecipante attivo dei riti debbono trascorrere parecchi anni di lavoro spirituale e di duri sacrifici anche fisici, però il Babalorixà ( una sorta di nostro sacerdote ) approvò la mia iniziazione per l'impegno e la costanza che mettevo durante gli incontri.
Confesso che attualmente non sono nè un seguace, nè un praticante del Candombè, ma a quel tempo ero fortemente curioso di comprendere di cosa si trattasse, per cui è una cosa iniziata e finita lì.
Il vero rituale consta in sei/sette passaggi, ma gli stessi possono in questo caso essere sintetizzati in 3.
Ho quindi trascorso un periodo in cui è avvenuta la SEPARAZIONE dalla mia precedente condizione di Addormentato (una sorta di purificazione vissuta come isolamento, rasatura dei capelli e pittura del corpo), poi di SOSPENSIONE, in cui è avvenuto un periodo di "gestazione", dove si effettuano altre pratiche (praticamente, secondo questo culto, le forze naturali devono trovare una collocazione armonica nel mio corpo, in base ai miei talenti, alle mie inclinazioni, ai miei desideri ed entrare in sintonia con essi.).
Dopo questo breve periodo è avvenuta la RIAGGREGAZIONE, quindi la reintegrazione in un gruppo che non mi vedeva più come un esterno, ma come un partecipante attivo, un Filho De Santo, ma anche un Irmao (un fratello) ed una successiva cerimonia di presentazione del nuovo membro arrivato nel gruppo.

Flaminia Donnini ha detto...

(Q1)
Esempio di un rito di passaggio che ritengo fondamentale nella mia vita è quello del primo viaggio fatto con mia sorella, in cui risiedemmo in un college di Londra con l’intento di imparare la lingua inglese. Devo ammettere che questa prima fase di ‘’seperazione’’ dalla mia normale routine giornaliera fu particolarmente traumatica, forse a causa dell’età (avevo 13 anni). Con il passare del tempo ho iniziato ad ambientarmi e conoscere ragazzi che come me stavano vivendo quell’esperienza. Fu il momento della ‘’trasformazione’’ in cui per la prima volta sentii di poter esprimere liberamente me stessa, inoltre fu anche un processo di crescita e maturazione poiché capii di non aver bisogno dei miei genitori per orientarmi. Infine venne il tragico momento della ‘’reintegrazione’’, ero partita con mille paure e ansie ma poi l’esperienza divenne davvero entusiasmante ed il pensiero di dover tornare a casa ed abbandonare tutte le persone che avevo conosciuto e con cui avevo vissuto un mese fu davvero difficile da accettare. Una volta a casa mi resi conto di quanto quell’esperienza fu importante e fondamentale per la mia formazione.
Flaminia Donnini

Alex DeLarge ha detto...

Q.1
Un esempio di rito tratto dalla mia esperienza che ha determinato un chiaro passaggio nella mia vita è stato il mio primo lavoro.
Avevo già lavorato come volontario ma mai con una busta paga, orari fissi e una notevole quantità di responsabilità.
A marzo di quest’anno mi hanno assunto in una nota multinazionale che vende articoli sportivi e per me è stato determinante nella comprensione del passaggio al mondo del lavoro.
Posso descrivere chiaramente le tre fasi di questo “rito”: la separazione è avvenuta nel momento in cui ho fatto il mio primo colloquio, da solo, mi trovavo spaesato davanti a gente che nemmeno conoscevo e che mi guardava anche in modo strano.
La seconda fase è quella di trasformazione: ho imparato in pochi giorni a rapportarmi con i clienti, a parlare e negoziare con loro, ad integrarmi con i nuovi colleghi e i capi, a colmare alcune mie lacune sulle attrezzature da poter vendere, ad imparare ad usare la cassa e tutte le sue funzioni.
Infine la fase della di riaggregazione: alla fine del periodo di prova e con il rinnovo del contratto mi sentivo ormai un lavoratore adatto al mio ruolo e tutto ormai mi sembrava normale, non come all’inizio che sembrava come se fossi in un’altra dimensione rispetto a quella in cui ero cresciuto.


Trincia Leonardo

mariagiulia mattozzi ha detto...
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mariagiulia mattozzi ha detto...

Riporterò una mia esperienza personale. Io possengo un circolo ippico, ho sempre lavorato i cavalli in compagnia di mio padre e quando lui non c'era per motivi lavorativi da solo non salivo mai a cavallo. Quando ho compiuto 15 finalmente decide che posso cominciare a lavorare da sola (separazione). Arriva il giorno della "mia prima volta" come professionista, ero piena di ansia e paura di sbagliare ma con un po di coraggio riuscii a fare tutto ( trasformazione). Da quel giorno ho avuto una crescita professionale e ho sempre lavorato per conto mio ( riaggregazione).

alessia capotondi ha detto...

Alessia Capotondi

Il rituale determina un passaggio di status, attraverso una serie di azioni che vengono trasmesse lungo l’asse del tempo. Esso, si compone di tre fasi:
1) la separazione dove l’individuo o il gruppo di persone che devono cambiare status vengono separate dal proprio gruppo ordinario.
2) la fase liminare, in cui avviene la vera e propria metamorfosi.
3) infine, avvenuta la trasformazione, si entra nella fase di riaggregazione con il nuovo status sociale.
Un esempio di rituale che mi viene in mente potrebbe essere rappresentato dal passaggio dal sistema universitario al mondo lavorativo. Lo studente nella prima fase viene separato dal proprio gruppo ordinario: dai compagni di corso, dagli professori, da tutti coloro che lo hanno accompagnato fino al conseguimento della laurea. Nella seconda fase invece avviene la vera e propria trasformazione: da studente diventa un lavoratore; tutti i giorni si dirige a lavoro e sicuramente con difficoltà mette in pratica quanto studiato e intreccia rapporti con i colleghi. Infine, avvenuta la metamorfosi, entra nella fase di riaggregazione del nuovo status, quello di lavoratore: è più integrato e meno a disagio nel svolgere i propri compiti e nel relazionarsi con gli altri dipendenti.

Sarah Dari ha detto...

Come esempio di rituale di transizione mi viene in mente l'esperienza (non mia, ma vissuta come tale) di un mio caro amico.
Luca (utilizzo un nome fittizio, data la delicatezza della questione) aveva cominciato a frequentare delle persone poco raccomandabili, ragazzi di quartiere che conducevano una vita decisamente allo sbando. Presto si è fatto coinvolgere e ha cominciato a fare uso di droghe pesanti, in particolar modo di crack. C'è voluto un po' di tempo prima che i genitori se ne accorgessero, ma quando lo hanno fatto, hanno preso immediatamente dei provvedimenti. Lo hanno mandato in un istituto di riabilitazione fuori Roma, con il duplice intento di allontanarlo dal quel gruppo di amici e di fare in modo che combattesse la sua dipendenza (fase di separazione). Luca è rimasto un anno in quel centro, dove ha condotto una serie di sedute psicologiche, individuali e di gruppo, e ha partecipato a diverse attività formative (fase liminare, Luca è stato "modellato", o forse in questo caso è meglio dire "rimodellato"). Quando finalmente è tornato a casa (fase di riaggregazione), non sentiva più il bisogno di drogarsi, ha cambiato vita, si è trovato un lavoro e ha tagliato i rapporti con quelle persone che lo avevano portato su una cattiva strada. Luca ha cambiato il suo status sociale: non era più considerato un drogato e nullafacente, ma una persona riabilitata e con un impiego, in grado di condurre una vita sana.

Alice Carfora ha detto...

Ci sono due esempi di rito nella mia vita che voglio riportare.
Il primo è stata la mia partenza per la colonia inpdap all’età di 9 anni, ovvero la mia prima vacanza da sola senza genitori e soprattutto senza conoscere le persone con cui sarei partita. Per la prima volta sarei stata lontana da casa per due settimane, senza vedere i miei genitori tutti i giorni come sempre e andando a condividere 15 giorni con delle persone che non avevo mai visto.
Mi ricordo ancora l’ansia della separazione dai miei genitori e da casa mia, ma poi già da subito iniziai a fare amicizia con gli altri bambini e bambine, condividendo la camera con due “nuove amiche” e facendo tantissime esperienze che ancora oggi ricordo molto bene.
Quando arrivò il momento di tornare a casa nessuno voleva tornare alla normalità, ormai eravamo un gruppo unito che non voleva separarsi per nessuna ragione dopo che per 15 giorni avevamo condiviso ogni cosa.

Il secondo è stato qualche anno fa, quando per la prima volta la mia maestra di danza ha deciso di assegnarci degli assoli.
All’inizio appena ho sentito quella parola mi è venuta un’ansia infinita, perché per come sono io, ovvero molto timida, l’idea di ballare da sola davanti tantissime persone era una cosa “assurda”. Inoltre ero abituata a ballare sempre in coreografie di gruppo,quindi il distacco mi risultava complicato.
La maestra ci ha detto di montare da sole i nostri pezzi, e le prime volte che lo provavo in sala davanti le altre ragazze magari mi dimenticavo qualche passo, però andando avanti questa cosa di ballare da sola iniziava a piacermi sempre di più, finchè quando è arrivato il giorno dello spettacolo, nonostante l’ansia, ballare e stare al centro dell’attenzione con tutti gli occhi puntati solo su di me mi è piaciuto moltissimo.
Ora ballare in coreografia di gruppo continua a piacermi, perché lo spirito di gruppo che ho con la mia compagnia è molto forte, ma ballare da sola ha contribuito a smorzare molto la mia timidezza e farmi capire che fare un assolo non è una cosa così tragica e l’adrenalina che provo prima di entrare in scena mi da la giusta carica per portare a termine perfettamente il pezzo.

Giuliamaria Casella ha detto...

Nello scoutismo ci sono tre gruppi principali, caratterizzati dalle diverse fasce d'età e diversi tipi di attività. Ci sono i lupetti (8-12 anni), gli esploratori (12-16 anni) e i rover (16-19 anni). Il passaggio da un gruppo all'altro avviene proprio con un rito, che può cambiare da una sezione all'altra. Prendiamo come esempio il passaggio da esploratore a rover nella mia sezione; esso avviene ufficialmente durante un campo di due giorni, chiamato proprio "uscita dei passaggi". Gli esploratori di 16 anni che devono passare ai rover vengono divisi dal loro gruppo per un giorno (fase di separazione) e gli vengono date delle missioni che devono portare a termine. Il giorno dopo, avviene ufficialmente ciò che chiamiamo "passaggio", ovvero gli esploratori passanti non sono più esploratori (fase liminare o di trasformazione) e quindi vengono accompagnati nel nuovo gruppo, ovvero quello dei rover (fase di reintegrazione).

Marta Grant ha detto...

Un esplicita condizione rituale è quella della maturità. A fine del liceo ogni ragazzo/a dovrà affrontare gli esami di maturità che rappresentano, come il temine stesso indica, l’acquisizione di questa competenza. La maturità indica inoltre l’avere raggiunto un avanzato stadio di sviluppo in relazione alla legislazione e al comportamento sociale, al grado di conoscenze acquisite a scuola, e alla effettiva capacità di autogovernarsi.
Possiamo quindi individuare tre fasi:
1. Separazione: l’esame in sé e per sé dovrà essere affrontato in autonomia; il culmine di questa fase viene rappresentato dall’esame orale in cui il/la ragazzo/a verrà separato dai tuoi compagni.
2. Liminarietà: nel momento in cui vengono appesi i voti e si ha la conferma di aver passato l’esame di maturità.
3. Reintegrazione: il reintegro nel mondo lavorativo o universitario con il nuovo status.

Marta Grant
Matricola: 0230643
Scienze dell’educazione e della formazione

Ilaria Piacenti ha detto...


ILARIA PIACENTI

Abbiamo visto come il rituale sia una messa in scena pubblica (che segue regole culturalmente stabilite) della trasformazione dello status di un individuo. Qualche anno fa ho avuto modo di incontrare un noto pittore ebreo che mi ha parlato di quanto la cultura ebraica fosse caratterizzata da riti. Uno di questi è l’Abluzione, ossia il lavaggio delle mani prima di sedersi a tavola. Per chi è di religione ebraica, dare importanza al momento del pasto è un modo per sacralizzare ogni momento della vita. Il lavaggio (fase della segregazione) permette di purificarsi (fase della trasformazione) così da rendersi “idonei” per sedere a tavola (fase della riaggregazione).

Martina Gerace ha detto...

Secondo me l’elaborazione di un lutto è un esempio di rito di passaggio, soprattutto se tale lutto avviene nella tenera età di un individuo. Mi viene in mente il caso di una mia amica, Paola, che alla fine del primo anno di liceo quando aveva solo 14 anni, ha perso la mamma, a causa di un cancro, contro il quale combatteva da anni. Analizzando il modo in cui lei ha vissuto il suo lutto, mi rendo conto di come quest’evento (la morte della madre) sia stato per lei come un rito di passaggio che l’ha fatta passare da una fase di fanciullezza ad uno stadio adulto e mi rendo conto di come lei sia passata attraverso tutte e tre le fasi che caratterizzano ogni rito. Dapprima ha vissuto una prima fase di segregazione, allontanandosi da tutti, volendo stare sola con se stessa per affrontare questo lutto e prendere coscienza dell’assenza di quella che era la persona più importante della sua vita. In una seconda fase, quella liminare, della trasformazione vera e propria, lei ha preso consapevolezza di questa perdita e ha iniziato a far tutte quelle cose che prima faceva la madre per lei, dal pagare la bolletta, al fare le faccende domestiche; quindi è definitivamente passata nella fase adulta. In una terza fase, quella della riaggregazione, lei si è finalmente riunita al resto delle persone che facevano parte della sua vita, con questo suo nuovo status sociale di adulta, di ragazzina che era cresciuta prima del previsto e che ormai aveva elaborato il suo lutto, prendendo coscienza della perdita subita e ritornando alla vita quotidiana di tutti i giorni.

Martina Gerace

Silvia Della Bella ha detto...

Ogni cultura presenta i suoi rituali specifici, ossia una serie di azioni trasmesse nel tempo, attraverso le quali un individuo o un gruppo di individui subiscono un passaggio di status. Al di là dei rituali ufficiali all'interno di una cultura (nella nostra: il battesimo, il matrimonio, il raggiungimento della maggiore età ecc.), nella vita di ciascuno di noi ci sono quelle esperienze che in un certo senso cambiano il nostro status, la nostra persona.
In base alla mia esperienza personale, un evento che sicuramente ha alterato il mio status iniziale è stato il momento in cui i miei genitori hanno deciso di separarsi.
Per me è stato un cambiamento radicale che ho affrontato attraverso tre fasi:
-in un primo momento c'è stata la SEPARAZIONE dato che ho iniziato a vivere una situazione nuova, separandomi dal nucleo familiare al quale ero stata abituata e vivendo in casa con un solo genitore;
-in un secondo momento ho attraversato la fase della LIMINARITÀ, ovvero il periodo di tempo durante il quale ho subito la vera e propria trasformazione. È stata per me una fase particolare, come se stessi vivendo un momento di sospensione dalla mia vita normale, quotidiana e ho preso consapevolezza del cambiamento che stavo vivendo;
-in ultima istanza, c'è stata la fase di REINTEGRAZIONE, mi sono riaggregata con il mio nuovo status, mi sono abituata a un altro tipo di quotidianità che ben presto si è trasformata per me nella normalità.

Gianni Schioppa ha detto...

Una particolare forma di rito a mio avviso è rintracciabile, sebbene circoscritta in un ristretto ambito artistico, nel debutto di un attore (o aspirante tale, quale ero io) sul palcoscenico. Durante gli anni del Liceo ho avuto la fortuna di partecipare ad un corso di teatro. E’ stato un percorso gratificante che, pur nella sua dimensione “amatoriale”, mi ha regalato grandi soddisfazioni, offerto occasione di crescita personale e la possibilità di entrare in contatto con numerosi lati del mio carattere ancora da me poco sondati. Il contesto in cui avvenne il mio “rito” fu la messinscena di una riduzione de “Le Baccanti”, tragedia di Euripide. Dopo abbondanti prove ed altrettanto studio, ottenni il ruolo di Dioniso. Al di là delle difficoltà che una rappresentazione di un’opera classica, sebbene ridotta, reca inevitabilmente con sé, fu per me particolarmente ostico affrontare per la prima volta un monologo, peraltro nella scena iniziale del prologo. L’incipiente fase di separazione del rito è riconducibile a quel breve periodo dietro le quinte prima di entrare in scena ed affrontare, solo, decine di occhi che osservano, seguono, giudicano; al momento dell’entrata in scena, la separazione fu netta: i colleghi erano dietro le quinte ed io, solo, mi avvicinavo al proscenio. La separazione prettamente fisica coincise con la separazione dallo status precedente: l’atto di compiere l’azione, mai eseguita prima, di recitare di fronte ad un pubblico, mi qualificava come “attore” e mi allontanava dallo status di “studente del corso di teatro del Liceo”. La fase liminare, la vera transizione, avvenne tuttavia con lo svolgersi della scena, con il flusso del monologo, con la mia crescente consapevolezza di essere in possesso dell’attenzione del pubblico e con la responsabilità di mantenerla, veicolando un racconto, una storia. La riaggregazione è invece da rintracciarsi nella uscita di scena e nella immediata, improvvisa consapevolezza di quanto avvenuto; più largamente, ed in modo più netto e percepibile, con il termine della rappresentazione: la persuasione condivisa di aver preso parte ad un’esperienza di arricchimento indiscutibile e la relativa percezione dell’avvenuta trasformazione tra coloro che, come me, entravano in scena con successo per la prima volta, costituirono la effettiva e rinnovata appartenenza ad un gruppo.

Letizia Del Gizzi ha detto...

Nella nostra cultura non ci sono evidenti riti se non quelli religiosi. Per quanto riguarda la mia esperienza di rito è stata la prima condizione di indipendenza che ho vissuto: andare a scuola, 1° media, da sola. La scuola è nella via dietro casa mia e fino alla quinta elementare mi ha sempre accompagnato mia nonna e veniva a prendermi sempre lei, tornavo a casa e trovavo il pranzo pronto. Iniziando la prima media i miei genitori mi hanno dato il permesso di andare e tornare da scuola da sola (separazione), all'inizio mi sentivo un pò spaesata da questa nuova "condizione". Tornando a casa mi sono ritrovata a prepararmi il pranzo da sola e a prepararlo per i miei genitori e mio fratello, mi sono sentita più responsabile e più grande nell'affrontare queste cose da sola (liminarietà).Da quel momento in poi i miei genitori mi hanno visto responsabile di quello che facevo e andavo anche al bar o all'alimentari vicino casa da sola (riaggregazione). Ho iniziato a sentirmi più matura e responsabile. Anche oggi, parlando con i miei coetanei, mi rendo conto che sono una delle poche che, vivendo con i genitori, tiene conto delle bollette, delle tasse da pagare, mi occupo delle visite dei miei nonni e controllo quando c'è da fare la spesa. Mansioni che di solito fanno i genitori.

Francesca Menelao ha detto...
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Francesca Menelao ha detto...

Abbiamo riflettuto su come la distinzione fra "maschile" e "femminile" nella costruzione del genere sessuale passi attraverso l'accettazione di una serie di pratiche e segni riconosciuti come caratteristici. Essendo le culture composte di reti di segni diverse, tutto ciò che si rappresenta come maschile e come femminile, che sia una sovracostruzione al dato biologico, cambierà prospettiva, così come i "riti" perpetrati per marcare e riempire di significati (e di "taboo") il passaggio alla maturità sessuale.
Nonostante i riti espliciti siano assimilati alle "cerimonie", possiamo riflettere sul manifestarsi del menarca (fatto biologico di SEPARAZIONE tra una tappa ed un'altra della crescita fisiologica) e delineare attribuzioni di simbologie e significati diversi, tra ambito privato e pubblico occidentali, oppure rispetto a realtà culturali distinte come quella di molti paesi africani. Nonostante si tratti di una funzione biologica del tutto naturale, il ciclo mestruale è diventato nel tempo uno dei taboo più delicati e difficili da scardinare anche per le donne stesse. Questa percezione porterà ad una diversa "ritualizzazione" della sua prima comparsa, che in Occidente oggi è caricata positivamente in ambito privato, enfatizzata addirittura, tant'è che se ne dà un "timido" annuncio (quasi sempre richiesto e non spontaneo) a cui seguono varie risposte (ma, guarda caso, soprattutto dalle donne della famiglia):"È una cosa importante, ma da oggi devi stare più attenta al tuo corpo"; "Come ti senti? Devi esserne contenta!" "Sei diventata signorina!" ecc., ti dicono. C'è il riconoscimento della fase della "separazione". Completando la maturità sessuale, infatti, potrai riprodurti, un fatto che non sfugge al sottotesto di ogni esclamazione positiva (come invece in senso negativo si fa per le considerazioni sulla menopausa). Fatto sta che dopo il menarca il corpo cambierà e si inizierà ad esserne più consapevoli (TRASFORMAZIONE), sentendosi parte integrante del mondo delle "ragazze"/donne (dalle ragazzine che si era: RIAGGREGAZIONE). In ambito "pubblico", però, succede quasi sempre il contrario: si indebolisce la cifra positiva del rituale privato, che si intravede generalmente già nel rapporto con gli uomini della famiglia (a cui non "importa sapere quelle cose da donne")e nasce dell'imbarazzo per qualcosa che viene considerato "sgradevole". Tutto ciò trova un suo assorbimento nel linguaggio:"Ho le mie cose"; "L'ospite indesiderato"; "Il Mar Rosso"; "Sei radioattiva?"; espressioni, se ci pensiamo, ridicole e infelici, ma eloquenti: sottendono purtroppo un disagio riconosciuto da molte donne e uomini. Non è un caso che, nel XX secolo, i comportamenti giudicati inappropriati e definiti isterici, da "hystera" che in greco vuol dire "utero".
Il disagio, per esempio, è molto più evidente e drammatico nella ritualizzazione del menarca in Africa che prevede alcune mutilazioni genitali di vario tipo e con varie conseguenze (infibulazione ed eventuale reinfibulazione). I caratteri "liminare" e di "riaggregazione" qui si fanno più complessi, perché accompagnati da una vera modifica fisica e invasiva, che rispecchia la percezione di impurità del sangue (che pure è sottesa in Occidente) e la forzata negazione della sessualità da parte di ogni donna, in contraddizione però con l'importanza riproduttiva.
Dunque un rituale, che per antonomasia prevede il riconoscimento di attribuzioni comuni, può avere dei risvolti negativi.

Sara Mercuri ha detto...

Prima di iniziare l'università, ho lavorato per quasi due anni in un negozio di abbigliamento, questo secondo me è stato il mio passaggio di status.
Prima di lavorare, i miei unici pensieri erano uscire con gli amici, riflettere su quale percorso intraprendere dopo il liceo e quale viaggio fare per festeggiare la maturità, insomma le cose a cui normalmente pensa una ragazza appena diplomata.
Successivamente mi è stato offerto un lavoro, che ho accettato, quindi i miei pensieri e il mio tempo libero sono stati totalmente diversi( prima fase).
Durante il periodo lavorativo ho imparato ad organizzarmi meglio, essere più responsabile, a saper mantenere i miei impegni ed essere sempre puntuale ( seconda fase).
Quindi in poco tempo mi sono ritrovata a dover fare da sola cose che non avevo mai fatto, come aprire un conto corrente bancario, avere a che fare e frequentare persone più grandi e occuparmi di tutte cose burocratiche di cui non conoscevo neanche l'esistenza(terza fase).
Questa esprerienza è stata la prima in cui mi sono sentita adulta a tutti gli effetti poichè sono maturata tanto.

Sara Mercuri

Matteo Colafrancesco ha detto...

Salve prof, vorrei analizzare il concetto di rito partendo da una mia esperienza che ho vissuto all eta di 14 anni. Era un giorno come gli altri di giugno, quando mi arrivò una lettera che diceva che mi avevano preso per una vacanza studio che si teneva in Inghilterra. L emozione era forte, la prima volta che uscivo fuori dal mio "nido" dalla mia casa per andare in un altro posto fin ora molto lontano. Possiamo evidenziare tre passaggi importanti. La prima fase, quella di separazione, è stata caratterizzata da una serie di cambiamenti, quali la lontananza dalla mia famiglia, dalle mie abitudine e dalla solite routine a cui ero abituato. La seconda fase, quella di trasformazione è stata la piu difficile: adattarsi a una nuova lingua, a un nuovo stile di vita diverso da quello a cui ero abituato non era affatto facile, era una continua lotta con me stesso per superare tutti questi aspetti. L ultima fase quella della riaggregazione, è stata fondamentale nella mia crescita, perché mi ha fatto capire che ero in grado di superare queste cose, che potevo partire da solo, e imparare ad essere uomo. Matteo colafrancesco

Annamaria ha detto...

Il rito di cui vorrei parlare è quello del pellegrinaggio, che dalle mie parti si compie verso il Santuario di Vallepietra della SS Trinità.
Approfondendo nel dettaglio si evincono le tre fasi salienti: la preparazione e la partenza, il viaggio e l'arrivo alla meta, ed infine il ritorno a casa.
Le varie compagnie si radunano nella data prestabilita della ricorrenza presso la chiesa del proprio paese e dopo essere state benedette dal sacerdote affrontano il cammino sia a piedi, sia utilizzando altri mezzi (incluso l'uso dei cavalli).
Ogni gruppo ha un proprio portatore di "stendardo" che conduce la fila, e tutti i membri portano dei segni di riconoscimento come spille, fiori o dei piccoli mazzi di graminacee chiamate "pelucche".

Durante il viaggio cantano e pregano ininterrottamente fino all'arrivo presso il "Campo della Pietra", lì si dispongono ovunque per riprendersi dalla fatica e trascorrono la notte cantando e stando insieme vicino al fuoco.
Di mattina presto ripartono per assistere al "Pianto delle Zitelle" che rappresenta un lamento funebre, e arrivano al piazzale chiamato "Crocette", dove i fedeli lasciano oggetti in segno di devozione o per chiedere una grazia. Durante questa fase i fedeli si immergono nell'atmosfera spirituale che rappresenta poi lo scopo del viaggio intrapreso.

Al termine delle cerimonie i pellegrini ripartono per tornare a casa, e a dimostrazione del viaggio compiuto è usanza tornare con la verga di avellano, un bastone che spesso in cima ha tre ramificazioni, che depongono fuori la chiesa da dove sono partiti, per rendere noto ai propri "compaesani" il percorso fatto.

ANNAMARIA RAVIOLI


Giulia Tommaselli ha detto...

Q1. Identificate un rito (o quel che ne resta) e provate a descrivere le tre fasi (di separazione, liminare o di trasformazione, di riaggregazione) con un esempio tratto dalla vostra esperienza.

L'esame di maturità: segna un importante momento nella vita di un adolescente. Finalmente si ottiene un titolo di studi valido, si è maggiorenni e si può scegliere liberamente cosa fare del proprio futuro. Allo stesso tempo, per molti è un trauma. Non è il primo esame della vita, ma è di certo quello per cui ci viene indotta ansia dal primo giorno di scuola e viene caricato di montature per farlo temere inutilmente.
PRIMA FASE: Separazione dalla normale vita da studente-bradipo. Nelle settimane precedenti agli esami si studiano cose mai lette né sentite prima, c'è un panico generale e libri/appunti/schede/registrazioni sparsi ovunque.
SECONDA FASE: Trasformazione (stato di trance). Gli esami veri e propri. Si comincia a realizzare la situazione e si cerca di affrontare il problema senza dare di matto ogni 2 minuti. Lentamente lo strazio finisce.
TERZA FASE: Riaggregazione alla vita da bradipo di sempre con una consapevolezza in più: da qui in poi gli esami saranno sempre più difficili.

Lorenzo Natella ha detto...

La penna di Roberto Saviano (in qualità di sceneggiatore) descrive bene un esempio di rito di passaggio nelle sue tre fasi, nella serie tv "Gomorra", attraverso la narrazione di come la Camorra può interpretare il passaggio da bambino a uomo di un boss. Il personaggio in questione è un post-adolescente che non viene considerato ancora "uomo" nel senso che la sua comunità culturale attribuisce alla maturità maschile. Per questo viene fisicamente allontanato dalla comunità e mandato un periodo nelle foreste (elemento primordiale) del centroamerica, dove i clan locali producono la materia prima dello spaccio di droga (origine della ricchezza economica e quindi della stessa essenza umana che giustifica la Camorra come comunità a sé stante). Nella foresta il giovane affronta prove durissime ed estenuanti, che mettono a repentaglio l'integrità fisica e psichica del protagonista. Questo ne comporta la trasformazione in uomo, anche attraverso altri sotto-riti previsti dalla comunità criminale del luogo. Al suo ritorno a casa, il protagonista della vicenda viene ri-accolto nella comunità ma nel suo nuovo status di uomo adulto e pronto ad assumere il ruolo di guida che gli spetta in virtù della famiglia d'origine. Il personaggio è cambiato negli atteggiamenti, nel modo di porsi, perfino fisicamente, non tanto per la durezza del rito in sé quanto per la consapevolezza "culturale" di aver affrontato l'azione antropopoietica necessaria alla sua trasformazione.

Lorenzo Natella

Orlandi Sara ha detto...

Pensando al tema del rito e ad un esempio che descriva la mia esperienza personale mi viene in mente il mio "viaggio" cristiano formato da tre fasi: 1) dal battesimo (separazione), ovviamente di esso non ho un ricordo diretto ma indiretto grazie ad alcune foto scattate quel giorno. Indica l'inizio dell mio "viaggio" perché attraverso esso ho avuto la liberazione del peccato originale.
2) La cresima (liminare), sacramento che ho ricevuto a quindici anni, rappresenta il momento in cui, per la religione, ho iniziato a prendere consapevolezza delle mie responsabilità, data dal fatto che ho recitato in prima persona le promesse fatte dai miei genitori il giorno del battesimo. Inoltre può essere considerata la fase di preparazione e di crescita che mi ha condotto all'ultima fase il matrimonio.
3) Il matrimonio (reintegrazione) che mi da la possibilità di creare una famiglia cristiana.

Anastasia Di Giuseppe ha detto...

Un esempio di rito che mi è venuto in mente è quello che si svolgeva in Abruzzo, soprattutto a Teramo la sera del matrimonio. Finiti i festeggiamenti, era costume che la moglie andasse ad abitare nella casa familiare del marito (ora, le coppie riescono a comprare/ affittare una casa autonoma, lontano dalle rispettive famiglie); prima di entrare in casa la suocera della moglie, dunque la madre del marito, consegna al padre della sposa un fiore, possibilmente colto dal proprio giardino con questa intenzione: “Come tu consegni un fiore a me, io lo do a te”; quasi un contraccambio che doveva in qualche modo compensare la perdita della donna da parte della famiglia di lei. Per quanto riguarda questo rito di passaggio, le tre parti sono ben contraddistinte:
1. SEPARAZIONE dalla famiglia di origine per la donna che entra di fatto a far parte di un altro nucleo familiare;
2. TRASFORMAZIONE durante il matrimonio e l’unione tra le due persone;
3. RIAGGREGAZIONE Nella nuova famiglia del marito che di fatto diventerà anche la sua.

Simone Perrone ha detto...

Un tema antropologico che mi sta particolarmente a cuore è il passaggio dal matriarcato al patriarcato, sicché, per rispondere alla domanda posta, prenderò in esame il tema della verginità nella odierna società patriarcale. Prima di procedere, un breve excursus intorno al passaggio succitato: come numerosi antropologi hanno evidenziato, in particolare Bachofen, il matriarcato era la prima forma d’organizzazione dell’umanità e venne rimpiazzata dal patriarcato – certamente non ex abrupto, bensì gradualmente - allorché venne scoperta la funzione dello sperma, presumibilmente – almeno in Occidente - al tempo del faraone Akhenaton (alias Amenofi IV, 1400-1350 circa), come rimarca, fra gli altri, Sigmund Freud in “L’uomo Mosè e la religione monoteistica”. Per comprendere la portata rivoluzionaria della scoperta della funzione dello sperma, è necessario ricordare che in matriarcato era comunemente accettata l’idea per cui le donne procreassero per partenogenesi, sicché lo sperma dell’uomo era considerato ininfluente ai fini della fecondazione. Tuttavia, quando l’umanità s’avvide della funzione fecondativa del seme maschile, gli uomini iniziarono a rivendicare la paternità della prole, poiché anch’essi contribuivano alla loro genesi, sicché nacque la famiglia monogamica-patriarcale e il rigido controllo sulla conservazione della verginità.

Ora, per tornare alla domanda, credo sia fortemente manifesto, nella odierna società patriarcal-capitalistica, come le ragazze considerino un rito di passaggio la perdita della verginità, come risulta dai contenuti e dal linguaggio di alcune interviste che ho letto, ove ricorrono frequentemente termini che rimandano alla differenza di status intercorrente tra le femmine vergini e non-vergini, laddove le prime mostrano di avere chiara contezza della loro alterità rispetto alle seconde, e palesano la dimensione trasformativa della prima esperienza sessuale completa (fase liminale); da tali interviste, traspare, inoltre, la fase post-liminale, data dalla consapevolezza muliebre di essere altro - essere cioè pervenuti alla condizione adulta - da ciò che si era prima.

Ciononostante, tale rito non ha una valenza generalizzata a livello sociale, essendo oggetto di discussione e accettazione prevalentemente all’interno di un contesto i cui membri condividono una certa rete di significati. In altre parole, la ragazza di turno che avesse perso la verginità, non andrebbe a sbandierarlo a ponente e levante, ma racconterebbe della sua esperienza sessuale solo alle sue amiche e/o sorelle. In tutto ciò è ravvisabile un diverso aspetto della fase segregativa: infatti, mentre a lezione abbiamo osservato come essa sia imposta dall’esterno, nell’esempio in questione essa si profila non come una separazione proveniente da agenti esterni, bensì come una demarcazione di spazi – tanto simbolici, quanto fisici –, operata dal soggetto stesso, che taglia fuori gli adulti (genitori, nonni, parenti in genere): banalmente, la stanza di casa in cui si tiene l’amplesso e dalla quale è esclusa la presenza di terzi.

Conseguentemente, la fase reintegrativa risulta incompleta, in quanto il rito non gode di un riconoscimento a tutto tondo, ma solo all’interno del gruppo dei propri pari. Dunque, i riti di passaggio declinati in tal guisa, assumono una valenza simbolica perlopiù in riferimento al soggetto esperiente e al gruppo dei suoi pari.



Cordialmente,
Simone Perrone

Giulia Bonsangue ha detto...

Un esempio di rito di passaggio che determina un cambiamento di status, ovvero un mutamento nella condizione sociale di un individuo. Tra i passaggi importanti nel ciclo vitale di un uomo c'è la morte. Essa, nella stragrande maggioranza delle civiltà, veniva e tutt'ora viene celebrata con diverse modalità. Ad esempio, nella religione cattolica si ha nella fase di «separazione» il funerale con la presenza di una serie di rituali, come l’Estrema unzione e la vera e propria celebrazione delle esequie, che segnalano il distacco del defunto dalla vita terrena.
La fase successiva è quella «liminare», cioè di transizione. Al funerale segue il periodo di lutto, in cui i cari piangono il defunto e in sua memoria vestono di nero e portano i loro omaggi in cimitero, lasciando spesso dei fiori o altri oggetti sulla tomba di chi non c'è più. È un periodo di passaggio in cui si inizia a pensare ad una nuova condizione di vita e un adattamento ad essa.
Infine, c'è una terza fase che è quella di «aggregazione»: i cari iniziano una nuova vita che non contempla più la presenza del defunto che è entrato ormai nel mondo dei morti.

Davide Catapano ha detto...

Un valido esempio di questo processo di tre fasi può essere rappresentato dall'esperienza artistico/creativa poiché, dal punto di vista dell'artista, il momento della separazione consiste nel fatto di dover alienare se stesso, in senso fisico o metaforico, nell'esperienza che genera l'ispirazione. Constatato ciò, il processo della trasformazione è quello che comprende lo sviluppo creativo in sé e, al contempo, tutto ciò che, durante questa fase, arricchisce dal punto di vista emotivo e/o spirituale il suo stesso creatore. Ed è proprio questa la fase più importante perché è quella tramite cui l'artista arriva al momento della riaggregazione, attraverso cui l'opera compiuta si rivela al mondo, manifestandosi come esperienza e sintesi delle due precedenti fasi.

Arianna Tuni ha detto...

Arianna Tuni

Q1) Un momento della mia vita che ho riconosciuto come un rito di passaggio è stato il giorno in cui, per la prima volta, ho dovuto prendere l'autobus per andare al liceo. Vivendo in un paese il comune metteva a disposizione un pulmino per andare non solo all'asilo ed elementari, ma anche per le scuole medie. Tutto era dunque estremamente semplice: fermata sotto casa e fermata davanti i cancelli della scuola. Le cose cambiano nel momento in cui devo iniziare il liceo: per la prima volta devo prendere l'autobus da sola. Era evidente che da quel giorno la mia quotidianità sarebbe cambiata: ovviamente non avevo più la fermata sotto casa quindi sono dovuta andare in un altro posto, non avevo più la sicurezza dell'autista che mi avrebbe aspettata, i soliti volti dei miei amici erano scomparsi (separazione); quel giorno c'è stata una vera e propria trasformazione di quella che era stata la mia vita quotidiana fino a quel momento (trasformazione ). Fino a quando, arrivata davanti la nuova scuola insieme a molti altri ragazzi il primo pensiero è stato "in fondo non è stato poi così difficile" (riaggregazione).

Martina Schettino ha detto...

Q1: Vorrei riportare due esempi verificatisi in due momenti diversi della mia vita. Il primo è anche un rito condiviso e ufficialmente riconosciuto dalla comunità cattolica: la prima comunione. Essa viene solitamente preceduta da un itinerario di catechesi volto a portare la persona alla consapevolezza del sacramento che sta per vivere. Durante il catechismo quindi, (fase di separazione) io ed altri ragazzi siamo stati istruiti circa i principi della dottrina cristiana. Al termine di questo percorso è avvenuta la comunione vera e propria di fronte al sacerdote dal quale abbiamo ricevuto l'ostia (fase di trasformazione) a cui è seguito anche un festeggiamento assieme ad amici e parenti. A conclusione di questo, ognuno di noi ha proseguito il suo percorso di vita portando con sé gli insegnamenti religiosi appresi (riaggregazione).
Il secondo esempio che vorrei riportare riguarda la mia prima esperienza di permanenza all'estero, in Irlanda. Stavolta non parliamo di un rito ufficialmente riconosciuto, ma è stato un "passaggio" importante per la mia crescita. La fase di separazione si è verificata al momento della partenza. Ero agitata ed eccitata allo stesso momento per la nuova esperienza che mi attendeva. Giunta nel residence dove dovevo soggiornare, ho fatto la conoscenza di persone provenienti da nazionalità diverse e ho avuto modo di allargare i miei orizzonti culturali in questo modo. Inoltre ho dovuto cavarmela da sola, imparando a gestire tempo e finanze (fase di trasformazione). Terminato il periodo di permanenza a Dublino, sono tornata a casa e non ero più, chiaramente, la stessa persona (fase di riaggregazione).

Martina Schettino

Francesca Russo ha detto...

Q1. Durante il Phuket Vegetarian Festival, di cui ho già parlato nella risposta della sesta lezione, si può assistere a molti riti. Il cuore del festival è il rito della flagellazione. I protagonisti sono i Ma Song, giovani eletti nel ruolo di medium. Non si può decidere da sé di essere un Ma song, perché si viene scelti dagli dèi. Ad esempio, racconta il signor Peerapong, durante un pellegrinaggio, quando aveva 23 anni, iniziarono ad accadergli strane cose. Aveva mal di testa, gli tremavano le gambe, e altri sintomi che il dottore non riusciva a spiegare. Si rivolse allora ad un monaco cinese, che scoprì che il ragazzo era stato scelto dal dio Tee Kun, o Guan Yu, per essere un Ma Song.
Sin dall'alba, al tempio, questi giovani uomini intonano il Canto Maa entrando in uno stato di trance: Peerapong non ha controllo del suo corpo, non ha idea di ciò che accade intorno a lui durante il rito. Per questo non sente dolore durante la flagellazione; i Ma Song devono bucarsi la pelle con oggetti vari, anche i più strani, possono essere aghi, spade oppure ombrelli.
Milioni di persone da tutto il mondo vengono sull'isola di Phuket per assistere a questo rito, e fanno foto, video, articoli, che alcuni Paesi giudicano positivamente, altri meno, ma questo a Peerapong non importa, perché sa che ciò che fa è un bene. Infatti, tramite il dolore che si autoinfliggono, i Ma Song, trasferiscono il male degli altri, su se stessi, e se ne liberano.
Al termine del rito, spesso, le ferite addirittura scompaiono, e i giovani eletti tornano "persone normali" ma rimangono Ma Song per tutta la vita, e saranno chiamati a partecipare al prossimo Phuket Vegetarian Festival, e a quelli dopo ancora.

Giulitti Giulia ha detto...

Q1. Identificate un rito (o quel che ne resta) e provate a descrivere le tre fasi (di separazione, liminare o di trasformazione, di riaggregazione) con un esempio tratto dalla vostra esperienza (e tenete conto che dell'argomento, qui solo accennato, se ne parlerà con assai maggior dettaglio nel modulo di Storia delle religioni che tengo nel secondo semestre).
L’esempio di cui vorrei parlare è un rito vero e proprio che fa parte della vita di ogni scout: l’uscita dei passaggi.
La carriera scout è divisa in diverse fasi, divise in base all’età e alle proprie capacità; durante “l’uscita dei passaggi” si attua questa trasformazione ed ‘evoluzione’ verso lo step successivo.
All’interno della stessa uscita ci sono diversi rituali che variano a seconda della branca di appartenenza; il rituale che prendo in considerazione è la ‘trasformazione’ da “lupetto” ad “esploratore”.
La prima fase è una vera e propria separazione e segregazione dal gruppo originario (il branco): i futuri esploratori dovranno infatti passare la notte all’aperto (in tenda) per la prima volta, lontani dal resto dei bambini.
Il giorno dopo avviene la fase liminare, ovvero: i ragazzi dovranno superare una “prova” od “ ostacolo” ( che varia da reparto a reparto) e alla fine di ciò si possono finalmente considerare “esploratori” e quindi possono sentirsi “più grandi”.
Alla fine di ciò c’è la fase di reintegrazione: i nuovi esploratori entrano a far parte della loro nuova branca e si conclude il tutto con un pasto condiviso.
L’esperienza dei passaggi avviene anche per il passo successivo (da esploratore a rover) dove le modalità sono le stesse (segregazione, nuovo status, reintegrazione) ma si può considerare un vero e proprio rituale di passaggio verso la vita adulta; i rover sono infatti i neo maggiorenni che faranno parte in futuro della staff.

Federico Pomponi ha detto...

Abbiamo appurato che nella nostra cultura, a differenza di altre, sia difficile trovare delle concrete ed esplicite forme di rito di passaggio: quel fenomeno socio-culturale che segna pubblicamente il passaggio di un individuo da uno status ad un altro. Il più delle volte questo passaggio avviene a livello individuale, racchiuso nella personale esperienza di ciaascuno di noi, o, in ogni caso, in misura più ridotta e "intima". Discutendone in aula è venuto fuori un bell'ossimoro che esplica meglio il concetto: si parla di "riti impliciti".
Dovendo trarre un esempio dalla mia esperienza, non posso non citare il viaggio che intrapresi un anno fa, direzione Canada, per passare l'estate con alcuni zii residenti a Toronto. I miei genitori mi accompagnarono sino all'aereoporto di Ciampino, e da lì successivamente presi per la prima volta l'aereo da solo, tra dubbi, insicurezze ed un po' di senso di smarrimento.(Separazione) Nonostante ciò, con qualche impaccio, tutto andò bene, giunsi a destinazione, dove trascorsi tre piacevoli mesi. Tanto appresi da quest'esperienza: era certamente divenuto più sicuro di me, più autonomo ed indipendente, avendo dovuto muovermi in un luogo a me non familiare, senza contare la conoscenza della lingua, certamente migliorata. (Liminarietà) Tornai a casa e alla mia classica routine, ma con maggior consapevolezza. (Riaggregazione)



Federico Pomponi

Marta Tramontana ha detto...

Nella terza parte del saggio di Francesco Remotti, intitolata ‘Fare umanità’, l’autore riporta numerosi esempi di rituali, in diverse tribù, che sanciscono il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Questo momento di transizione è molto importante e viene celebrato anche nella nostra società, nonostante questa ci appaia così avulsa da rituali in senso stretto. Non si stratta infatti di un rito esplicito, si parla piuttosto di una serie di azioni, distribuite in un lasso di tempo anche molto ampio, che a mano a mano ci conducono verso l’età adulta, e in particolare verso l’indipendenza. Un momento molto importante, a mio avviso, è imparare a guidare la macchina. Aldilà del test e dell’esame della patente, il momento cruciale è quando ci si trova in macchina da soli per la prima volta (fase di isolamento) e si è tesi, a volte impauriti, insicuri. Questa fase può durare diverso tempo ma piano piano si superano piccole difficoltà alla volta (fase liminare) si diventa sempre più esperti e sicuri. È questo il momento in cui si inizia a condividere questa nuova abilità acquisita (fase di riaggregazione). Ho scelto come esempio la macchina proprio perché sancisce un passaggio della vita molto importante in una società in cui l’essere adulti si identifica con l’essere indipendenti e imparare a guidare è qualcosa che si fa pensando consapevolmente alle conseguenze a cui porterà, caratteristica ai comune ai riti riportati da Remotti.

Alice Dionisi ha detto...

Prenderò ad esempio un rito che non fa parte della mia esperienza in prima persona, ma che ho studiato per il corso di Storia Greca.
Nell'antica Grecia, ai tempi della grande distinzione tra le potenze di Sparta e Atene, per gli spartani era fondamentale generare guerrieri sani e forti, tanto da ideare un sistema educativo chiamato Agoghé rigidamente controllato dallo Stato ed obbligatorio, che educava i bambini alla guerra e alla collettività, essendo il modello spartano un divieto all'individualismo.
La prima fase del rito -separazione- prevedeva l'allontanamento dei giovani spartani, all'età di 7 anni, dalle proprie famiglie e un passaggio d'iniziazione chiamato "caccia agli iloti", appunto una caccia notturna che prevedeva l'uccisione degli iloti, che nel sistema sociale spartano erano soggetti a schiavitù, per dimostrare il proprio coraggio.
Anche le bambine all'età di 7 anni venivano allontanate dalle famiglie, ma con lo scopo di dare alla luce spartani sani e forti.
Nella seconda fase -liminare/trasformazione- gli spartani ricevevano l'addestramento vero e proprio, vivevano divisi secondo la loro età, lontani dalle famiglie e in condizioni spesso durissime, proprio per essere al meglio allenati alla guerra e alle difficoltà dei campi da battaglia. Se questa preparazione era principalmente militare per i maschi, per le femmine invece consisteva in attività sportive che permettessero loro di diventare "le più belle donne dell'intera Grecia" e di tenersi in forma.
La terza fase -riaggregazione- avveniva alla fine dell'addestramento, quando si diventava a tutti gli effetti cittadini e si era reintegrati nella vita della polis. (Per essere cittadini spartani infatti, oltre ad altri requisiti, era necessario aver seguito il ciclo educativo previsto.)

Elettra De Giuli ha detto...

La dieta, per me, ha costituito un rito “di passaggio”: il sedici giugno dello scorso anno, a ridosso del mio ventiduesimo compleanno, sono salita sulla bilancia: ho scoperto di pesare settantatré chili, troppi per il mio metro e cinquanta. Quel gesto – o, meglio, quella verità - ha innescato una trasformazione che è stata, solo marginalmente, estetica: prendere coscienza del mio peso – senza giustificarlo - ha portato a galla i cosiddetti “scheletri nell’armadio”. Nella prima fase, quella di “separazione” – in cui il mio malessere ha avuto origine, ho sviluppato – complice, in questo, l’ossessione della cultura occidentale che interpreta la magrezza come bellezza - l’idea che non essere abbastanza snella volesse dire non essere abbastanza bella. Questa convinzione, unita a giudizi altrui – spesso taglienti – ha determinato una sorta di isolamento: ho volontariamente trascurato, fino ad annullarla, la mia vita sociale e il progressivo allontanamento dall’altro – che, per me, rappresentava il “nemico” – ha provocato l’allontanamento da me stessa. Ho esasperato questa cesura fra me e l’altro, al punto di diventare mia nemica: volevo inclusione, eppure escludevo. È stato solo nella seconda fase, quella “liminare o di trasformazione” che ho, effettivamente, individuato le concause della mia condizione e ho imparato a lavorare, in parallelo, sulla mia esteriorità – seguendo, in maniera ferrea una dieta – e sulla mia interiorità – separando, faticosamente, il giudizio sull’apparenza dal giudizio sulla sostanza, sull’essenza della mia persona. In conclusione la terza fase, quella della “riaggregazione”, è avvenuta quando ho acquisito il mio nuovo “status” sia estrinseco – i miei attuali cinquantatré chili – sia intrinseco: sotto questo punto di vista, il rito si è compiuto perché - oltre a non avere più alcun senso di angoscia davanti all’armadio - non temo la relazione con l’altro, né il suo punto di vista, e non temo queste righe, anzi, riesco ad affrontare con serenità questo argomento perché, adesso, so che non era un vestito quello che stavo cercando, ma il mio benessere psico-fisico.

Elettra De Giuli

Chiara Dell'Erba ha detto...

Uno degli elementi tramite cui avviene la costruzione culturale e simbolica, è il rito di passaggio o rituale di iniziazione, cioè un'azione tramite la quale avviene il passaggio da uno status all'altro (esempio: da bambino a uomo). Questa attribuzione avviene in tre fasi:
1- segregazione o separazione dal gruppo di appartenenza
2- fase liminare in cui avviene la trasformazione
3- riaggregazione nella società con il nuovo status acquisito
La maggior parte dei riti di passaggio hanno a che fare con la religione, con il diventare adulti ecc.., alle volte però riguardano contesti anche più frivoli, come nel caso del ballo delle debuttanti, rito estremamente antico in cui le giovani donne e i cadetti entrano a far parte della società.
Questo rito si costituisce delle tre fasi viste sopra. Durante la segregazione viene insegnato ai ragazzi/e il tipico ballo della cerimonia cioè il valzer, ricevono lezioni di dizione e bon ton, galateo e non solo. In questo periodo avviene la trasformazione che verrà sancita il giorno della cerimonia, il giorno del ballo cioè, in cui ragazze e ragazzi faranno ufficialmente il loro ingresso in società con il nuovo status.

Fabrizio Vona ha detto...


LEZIONE 11
Salve Prof,
ecco la mia risposta,
Fabrizio Vona.

Q1. Identificate un rito (o quel che ne resta) e provate a descrivere le tre fasi (di separazione, liminare o di trasformazione, di riaggregazione) con un esempio tratto dalla vostra esperienza.
Vorrei rispondere con due esempi concernenti la mia professione di attore, uno strettamente personale ed uno di ordine più generale:
Il PRIMO è il seguente:
All’età di 24 anni e con una laurea in legge in tasca (mi mancavano 3 esami), decisi di assecondare i miei impulsi “artistici” o “artigianali” che a dir si voglia e decisi di trasferirmi a Roma per frequentare l’Accademia internazionale dell’Attore, corso professionale della durata di 3 anni con frequenza quotidiana obbligatoria. Questa decisione mi portò molta gioia ma anche molte difficoltà soprattutto economiche. Mi trasferìì a Roma senza appoggi economici e morali. Diciamo in perfetta solitudine (SEPARAZIONE). Allontanamento e litigi con la famiglia, allontanamento dagli amici di sempre, fine del rapporto con la mia ragazza dell’epoca, ecc. Il periodo accademico mi (TRASFORMO’) molto. Sentivo che stavo percorrendo la strada che da molto tempo volevo percorrere. Roma era una città che amavo e che mi provocava emozioni fortissime. Lo studio delle materie in accademia mi stava liberando da tutta una serie di “pesi” e timidezze inutili. Iniziai anche un percorso di psicoanalisi. Riuscìì comunque a laurearmi in Legge, ma la scelta di studiare recitazione si rivelò la scelta giusta visto che oggi vivo facendo l’attore di professione.
Alla fine dell’Accademia e dopo i primi tempi durissimi e faticosi, con l’arrivo dei primi contratti importanti, c’è stato il mio “ritorno”, la mia RIAGGREGAZIONE, nella “società” che avevo lasciato. Piano piano sono tornato a vivere a Frosinone dove oggi vivo con mia moglie e mio figlio, ho ricominciato a frequentare in maniera assidua i miei vecchi amici e ho istaurato un nuovo rapporto molto più sereno con la mia famiglia. Ho sentito una vera e propria (RIAGGREGAZIONE), dopo che la mia scelta mi aveva trasformato e avvicinato ad una parte più autentica e profonda di me stesso.
SECONDO ESEMPIO: molti mesi di ogni anno li ho passati e li passerò in tourneè. Quando si sta fuori, quando si è “ospiti” brevi di altre città, di fatto, l’unico pensiero o quasi, che hai presente a te stesso, il pensiero principale è quello di “fare” lo spettacolo la sera. Se c’è una cosa che in questi anni ho capito (la mia prima tourneè importante l’ho fatta nel 2007) della recitazione e del Teatro (ma in parte questo discorso è anche collegato alla recitazione in cinema), è che è e rimane veramente un mistero e sicuramente un “RITO”. Senza arrivare alla teoria e alla filosofia teatrale, in questa sede mi limito a riportare una sensazione che da sempre mi accompagna, tutte le sere, in tutte le repliche: se fai l’attore con grande studio e coinvolgimento come tento, più o meno bene dipende, di farlo io, percepisci veramente che prima di andare in scena inizia un RITO: c’è la separazione (che nel caso attoriale, senza voler essere troppo romantici) è proprio una sorta di SEPARAZIONE dalla tua vita, dai tuoi pensieri, dal Fabrizio che interpreti nella vita di tutti i giorni per “vuoi o non vuoi”, “più o meno bene”, entrare in un'altra “situazione”. Lo vedi anche nei tuoi colleghi. Lo spettacolo è sempre più forte di ogni resistenza, stanchezza, incapacità. Si entra in un’ altra situazione. E li c’è LA TRASFORMAZIONE. Piccola, forse impercettibile, ma qualcosa accade sempre. E poi a fine spettacolo ci si riaggrega con quello che avevi lasciato fuori. Ovviamente sono tutte emozioni a volte impercettibili, ma certe. Tante altre cose si potrebbero dire ma credo che quanto detto sia sufficiente per rimanere all’interno della richiesta fatta nella domanda. Almeno spero.

Valentina Deidda ha detto...

Ci sono culture in cui “diventare grandi” significa essere sottoposti ad un vero e proprio rito di passaggio dalla fase adolescenziale alla fase adulta. Nella nostra cultura, invece, diventare adulti può essere associato a diversi eventi: raggiungimento della maggiore età, prendere la patente, fare l'esame di maturità, andare a votare per la prima volta, sposarsi, viaggiare senza la propria famiglia. Diciamo che dal punto di vista fisico e biologico ci sono alcuni segnali di una trasformazione verso l'età adulta, ma questi non sempre corrispondono alla maturità psicologica. In altre culture, invece, come sottolinea F. Remotti nel suo saggio analizzato a lezione, sono molti e diversi i riti di passaggio alla fase adulta che non pongono più il problema di “sentirsi” o meno adulti, ma prevedono piuttosto una vera e propria trasformazione: l'individuo, volente o nolente è socialmente riconosciuto come adulto.
Volendo identificare un rito con un esempio tratto dalla mia esperienza, vorrei parlare della prima volta che sono andata a votare. Essendo nata a marzo ed essendo una tra le prime ad aver compiuto diciotto anni fra tutti i miei amici, già il fatto di poter andare a votare mentre loro ancora non avevano neppure ricevuto la tessera elettorale, mi faceva sentire grande. Avevo compiuto diciotto anni, stavo studiando per prendere la patente, a breve avrei concluso il mio quinto anno di liceo diplomandomi e già si prospettavano piani per un futuro all'università: direi che il processo di trasformazione verso l'età adulta si stava compiendo per bene.
Tornando alla mia prima votazione e volendo descrivere le tre fasi che compongono un rito, posso dire che la prima fase, quella di separazione, è consistita nel ragionare da sola su cosa avrei dovuto votare, “separandomi” in tal modo dagli altri e dai loro giudizi per farmene uno personale; la seconda fase liminare, di vera trasformazione, è il momento in cui mi sono recata da sola al seggio elettorale, ho consegnato la mia carta d'identità, ho ricevuto il foglio e la matita e sono andata nella cabina per votare; infine, nella terza fase di riaggregazione, mi sono riunita al gruppo sociale degli adulti, parlando sempre più spesso di politica e di questioni di cui prima non mi interessavo poi così tanto.

Valentina Deidda

Francesco Pieri ha detto...

Nella mia vita, di riti ce ne sono stati tanti: la comunione, la prima vacanza da solo, la fine degli studi al liceo, la prima volta che sono andato a lavorare, tutti atti formalizzati, espressivi, portatori di una dimensione simbolica. Un esempio di rito tratto dalla mia esperienza che però voglio qui riportare è stato l’acquisto del mio primo telefono a 11 anni. Forse, più della comunione, più dell’inizio delle medie, nella nostra società l’acquisto di un telefono segna il passaggio dall’età dell’innocenza a quella successiva. Questo passaggio è senza dubbio dovuto ai cambiamenti che avere un telefono tutto per sé inevitabilmente comporta: cambiamenti riguardanti la socialità; la tempistica dei rapporti che, con il telefono, si sviluppano nel corso di tutta la giornata; l’intensità del confronto con i propri compagni di scuola-catechismo-attività sportive etc… ; il peso delle parole che, negli sms, rimangono vive. La novità del telefono segna quindi la prima fase della separazione dai luoghi, persone e discorsi che erano presenti nel tempo precedente all’acquisto: si comincia a parlare con i propri coetanei via sms, ci si crea una vita che va al di là del mero contesto familiare. Separazione che porta ad un cambiamento dovuto alla maggiore indipendenza, quantomeno quella telematica: si comincia a frequentare il mondo fuori e a provare le prime esperienze in ambito affettivo, si è liberi di scegliere con chi parlare o mettersi d’accordo per uscire senza l’intrusione dei propri genitori. Forse è proprio con l’acquisto del telefono e con la creazione di una vita fuori le mura domestiche che i genitori diventano sempre di più i nemici da combattere, che limitano la voglia irrefrenabile (e in continua crescita) di autonomia e l’esigenza di scoprire sempre di più tutto quello che c’è oltre la scuola, la chiesa, la casa. O almeno, per me, è stato così.
Anche il telefono, così come la maggior parte delle esperienze che si reiterano nel tempo, da novità è diventato un’abitudine e possederlo non significava più essere diventati grandi ma esserlo. Cioè, non segnava più un passaggio ma una formalità: tutti ormai, alle superiori, avevano un telefono e, passati più di 3 anni dall’acquisto, l’intensità con cui lo utilizzavo e l’orgoglio con cui lo mostravo veniva sempre meno. Questo ha portato al terzo momento: prima la voglia di scoprire il mondo, attraverso la costruzione di nuovi legami e di nuove formule per costruire tali legami, poi la riscoperta di ciò che già avevo, il ritorno alla famiglia, il nuovo desiderio di conoscere il mondo senza la mediazione della tecnologia.

Francesco Pieri

Francesco Santini ha detto...

Un rito di cui io vorrei scrivere a cui tutti noi siamo stati sottoposti è l’ ingresso per la prima volta all’ interno della scuola materna.
La prima fase è quella della SEPARAZIONE dove il bambino si separa all’inizio sole per alcune ore ,poi per gran parte della giornata , dai genitori ,per entrare in un luogo a lui sconosciuto e pieno di persone nuove, la scuola.
La separazione è spesso dolorosa per alcuni ,meno per altri , perchè il bambino deve far fronte da solo alle nuove esperienze a cui deve partecipare, deve anche riuscire a comunicare da solo e senza l’ausilio dei genitori con gli altri bambini, questa è la fase della TRASFORMAZIONE. Quindi giorno dopo giorno il bambino diventa sempre più autonomo e sicuro di sé . Alla fine di tutto ciò il bambino quando avrà modo di ricongiungersi ( RIAGGREGAZIONE) con i genitori risulterà più “maturo” e autonomo di prima.


Francesco Santini

giulia morè ha detto...

Un rito è il risultato di una serie di comportamenti standardizzati, che assumono un significato simbolico, che viene adottato da una comunità di individui, determinando un cambio di status della persona che lo pratica. Esso è composto da 3 fasi: una di separazione( separazione rispetto all'ambiente in cui si stava in precedenza), una liminare (identificata con un momento di sospensione) e una di riaggregazione (quando avviene l'inserimento nella vita sociale con il nuovo status acquisito).
Un esempio di rito tratto dalla mia esperienza personale è, senza dubbio, rappresentato dalla mia prima vacanza studio all'estero quando avevo 14 anni. Dopo una prima fase di separazione dalla mia famiglia per soggiornare nella cittadina di York (in Inghilterra) ne è seguita un'altra (quella liminare), durante la quale ho seguito i corsi in lingua inglese, conosciuto nuove persone, ammirato nuovi luoghi ecc. Infine vi è stata la fase di riaggregazione, coincidente con il mio rientro a Roma, caratterizzata da una trasformazione, dal momento che sono tornata sicuramente con un bagaglio culturale più ricco ma anche con la consapevolezza di una maggiore responsabilità acquisita e capacità di affrontare e superare in parte la mia timidezza.
Giulia Moré

Filippo Scafoletti ha detto...

Scafoletti Filippo Maria

Un esempio perfetto di rito tratto dalla mia esperienza personale è stato il mio esame di primo dan di judo. Nel judo, come in molte altre arti marziali, nel passaggio di grado si compie un vero e proprio rito, con atti formali e rigorosi, che devono essere eseguiti alla lettera. Il giorno del mio esame dunque vede in se' tutte e tre le fasi che hanno permesso al mio status di cintura marrone di cambiare a quello di cintura nera. Nella fase della separazione sono stato dunque allontanato dal mio gruppo per entrare nella sala d'esame, in cui ho sostenuto la prova di fronte ai giudici che mi avrebbero valutato in base alle mi abilità. A fine esame (alla fine del rito) sono stato formalmente "trasformato" in cintura nera (fase liminare) e ho dunque modificato il mio status in maniera ufficiale, riconoscibile da tutti (in questo caso non solo dal documento ufficiale, ma anche dal simbolo della cintura di colore diverso). In fine, dopo il rito, mi sono potuto riunire al mo gruppo e continuare il ritiro.

Ilaria Campaniello ha detto...

Nella società spartana,con il raggiungimento dei dodici anni iniziava il periodo in cui i ragazzi erano sottoposti all'educazione pubblica: in un primo momento, venivano allontanati dalle famiglie,fase di separazione,e costretti a vivere insieme tra grandi privazioni al fine di abituarli alle durezze della vita militare; erano raggruppati in "agelai", educati da un "paidonomos" e controllati dai ragazzi più grandi, gli "eirenes", è questa la fase liminare.
Infine, forti degli insegnamenti appresi, venivano reintrodotti in società, riaffacciandosi, quindi, nella vita pubblica,fase di riaggregazione.
E' questo un chiaro esempio di rito, ovvero una serie di azioni trasmesse nel tempo, attraverso cui attribuiamo un cambiamento di status alle persone.
Il rituale assume una grande importanza, dal momento che permette di indiviuarci in certi spazi.

Federico Dinella ha detto...

DOMANDA 1: Un esempio di rito che mi viene in mente è la prima volta che ho dovuto affrontare un viaggio da solo in macchina, non ne ero molto entusiasta perchè avevo preso da poco la patente, avevo paura che potesse succedere qualcosa e quindi far stare in pensiero la mia famiglia. Ho dovuto affrontare questa cosa perchè non avevo altre soluzioni ed in base anche ad altre esigenze di organizzazione. La prima fase, ovvero quella della SEPARAZIONE, dovevo guidare al di fuori delle mie zone, in strade che non conoscevo con la paura magari di potermi perdere; nella seconda fase, la LIMINARIETA', ho affrontato questa "sfida" perchè ho messo da parte i pensieri negativi che mi ero creato nella mia testa ed infine la terza fase, la REINTEGRAZIONE, una volta tornato a casa dal viaggio ho dimostrato ai miei genitori che potevano stare tranquilli e si potevano fidare di me ogni volta che prendo la macchina.

FEDERICO DINELLA

Carolina Cristino ha detto...

sono una studentessa fuori sede. L'anno scorso sono stata costretta a lasciare casa ed a trasferirmi a Roma per intraprendere gli studi universitari.
Credo che questa esperienza possa essere paragonata ad un vero e proprio rito di passaggio che mi ha resa "più adulta". In quanto tale, possiamo individuare le tre fasi che sono solite caratterizzarlo:
- separazione: i miei genitori mi hanno accompagnata a Roma, abbiamo trascorso il week end insieme, abbiamo sistemato la mia camera, la domenica pomeriggio sono partiti. In quel momento mi sono resa conto di ciò che stava succedendo: non mi sarei più svegliata con l'odore del caffè preparato da mamma cinque minuti prima che mi svegliassi, non avrei più dovuto chiedere il permesso a nessuno per tornare un po' più tardi la sera... Ero andata a vivere da sola.
- liminare: i primi giorni sono stati per me molto difficili. Chiamavo spesso mia madre, partecipavo alle cene di famiglia tramite "skype", mi sentivo sola, ero preoccupata dal fatto che avrei dovuto gestire tutto io.
- aggregazione: dopo circa 10 giorni, ho cominciato a frequentare le lezioni, ho conosciuto nuove persone, ad uscire, addirittura ho scoperto una passione per la cucina. Pian piano questa nuova vita è cominciata a piacermi. Ero sola, ma potevo farcela.

Scarlett2392 ha detto...

Un tuffo nell'infanzia. Ricordo bene quando iniziai ad avere dubbi sull'esistenza di Babbo Natale e il profondo timore che cessando di credere nella sua esistenza avrei perso il “diritto” di chiedere e ricevere regali. C’era quindi da valutare bene se rivelarlo alla mia famiglia per sentirmi “grande” come loro o fingere di crederci ancora per ricevere i regali. Decisi alla fine di dirlo prima a mia sorella, molto più grande di me, e lo feci con tristezza ma anche soddisfazione, mi stavo dissociando dal resto dei miei amici che vivevano ancora con la convinzione e mi stavo aggregando a quelli che avevano già scoperto il trucco e si atteggiavano a conoscitori di chissà quale grande verità.

Rossella Maria Coppolaro - LLEA

Matteo Cimaroli ha detto...

Un esempio della mia esperienza personale riguardante il rito, la posso trovare nella cresima. Durante quel periodo ci siamo allontanati dalle nostre famiglie, siamo stati ospitati in un convento un'intera settimana e compievamo le varie ritualità (preghiera mattutina, messa, l'ave Maria la sera). Alla fine della settimana, siamo stati unti dal vescovo e fatti diventare i "soldati di Gesù".

Giulia Testani ha detto...

Un esempio di rito di passaggio che porto è la preparazione di un dolce Natalizio tipico del paese di mia nonna, il "Pan giallo".
Prepararlo può essere considerato un vero e proprio rito dato che non è Natale senza questo dolce in tavola oppure come regalo da portare alle persone più care.
La prima fase, ovvero quella della "Separazione". Mia nonna ( così come le generazioni passate) smette di preparare questo dolce lasciando a noi il testimone.
La seconda fase è quella della "Trasformazione". Sotto alcune direttive e consigli indispensabili della nonna le figlie e poi le nipoti acquisiscono il metodo di preparazione. Da semplici degustatrici diventano artefici della continuazione del rito.
A mio avviso è la fase più difficile dato che è proprio in questa seconda fase che bisogna acquisire per bene i vari passaggi di preparazione.
La terza ed ultima fase, ovvero quella di "Aggregazione". Grazie alle fasi precedenti il rito può riprendere.
Questo dolce Natalizio, come ogni festività, sarà sulla tavolata di famiglia.

GIULIA TESTANI

Manuele Margani ha detto...

Buongiorno professore.
MARGANI MANUELE.
Posso descriverle un rito che ha segnato in me un cambiamento di Status vivere il primo giorno in cui sono finalmente diventato indipendente nel movimento,sto parlando della patente di guida.
Questo ha segnato per me un bellissimo traguardo ed una soddisfazione che aspettavo da molto tempo,ma anche un modo per essere indipendente e autonomo.
Come ogni ragazzo/a adolescente ero anchio legato ai trasporti pubblici per ogni minimo spostamento e sappiamo bene la difficoltà psicologica e nevrotica nel reggere i ritmi sbagliati delle corse dei mezzi o di possibili scioperi che si riversano sui cittadini. Per farla breve la prima fase è identificata come lo studio per prendere la stessa e quindi nel caso in cui l'avessi conseguita mi sarei allontanato dallo stress dei mezzi pubblici,in una seconda fase abbiamo finalmente l'ottenimento della patente di guida quindi la trasformazione,inizialmente complessa poiché mi ritrovavo dasolo in mezzo ad un traffico che non avevo mai avuto il pensiero di affrontare prendendo i mezzi e infine l'aggregazione è stata che dopo le prime esperienze ho cominciato ad usare la macchina senza paura del traffico per spostarmi in totale autonomia.

Michelina Iula ha detto...

Un esempio di rito di passaggio tratto dalla mia esperienza è stato il raggiungimento del traguardo della laurea, in particolare mi ricordo la cerimonia di laurea. La discussione della tesi (inclusi gli sbadigli dei commissari non coinvolti nella procedura) seguita da un silenzio elettrico in attesa del voto di laurea e, appena proclamato l'esito, dal tripudio di parenti e amici. Raffica di selfies e tutti via di corsa verso un bar delle vicinanze dove brindare, coronata da un serto d'alloro fatto. Questo ha segnato il passaggio da una vecchia identità, quella di studente ad una nuova, il duro ingresso nel mondo del lavoro.

Alessia Mauri ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Alessia Mauri ha detto...

Fare i buchi alle orecchie, per una bambina, è un rito di passaggio, perché significa diventare una bambina 'grande' e questo nuovo status è socialmente riconosciuto: non è solo la bambina a sentirsi grande ma anche i genitori la vedono grande (altrimenti non le permetterebbero di fare i buchi alle orecchie). Questo rito attraversa tre fasi: quella di separazione, nella quale la bambina e l'orafo (o la persona che ha il compito di forarle le orecchie) sono da soli nella stanza; quella liminare, in cui avviene la trasformazione vera e propria, cioè la fase in cui alla bambina vengono fatti i buchi e applicati gli orecchini; infine quella di riaggregazione, in cui la bambina torna nella comunità lasciando il vecchio status di bambina 'piccola' per quello nuovo di bambina 'grande'.

Alessia Mauri

Camilla Antonini ha detto...

Chiunque approcci ad un testo di antropologia culturale è in grado di comprendere come, nel processo di foggiatura dell’umanità, il concetto di bellezza sia un elemento fondante in ogni tipo di società: Remotti, a tal proposito, spiega come l’uomo, a causa della sua incompletezza originaria, faccia del proprio corpo un mezzo per tendere allo scopo finale, al “telos” di umanità; «la bellezza è una ricerca di umanità», dice. Nella mia esperienza personale, indossare l’apparecchio ai denti è stato un processo rituale durato ben 7 anni: al di là dei problemi di salute che avrebbe comportato ignorare il problema, si trattava, perlopiù, di un fatto estetico, il difetto era particolarmente evidente. Sembrerà banale, ma non riuscire a sorridere davanti alle fotocamere o per una battuta di qualcuno, mi faceva sentire a disagio, quasi invidiosa dei bei sorrisi dei miei coetanei, così adatti ad apparire in una società come la nostra. Il disagio mi allontava da chiunque potesse pensare che non fossi abbastanza (fase di separazione), anche se, probabilmente, lo credevo solo io. Quando iniziai il lungo percorso, cominciai ad accettare il fatto che fosse una fase destinata a concludersi e trovai conforto: man mano che la trasformazione (fase liminare) andava avanti, riuscivo a vedere il mio volto, espressione della mia umanità in questa specifica società, modificarsi – osservavo il mio vecchio “status” morire lentamente, mentre quello nuovo nasceva. Avrei compiuto, a breve, il mio quindicesimo anno di età quando il cambiamento fu portato a termine: fu bellissimo sentirmi bella, o accettabile, solo perché potevo sorridere senza che chiunque avessi davanti mi fissasse la bocca. Questo, chiaramente, mi portò ad una riaggregazione sociale, mi fece sentire più adatta a stare in mezzo a chi avevo sempre invidiato, i cui volti corrispondevano a quei canoni di bellezza su cui abbiamo modellato il nostro essere umani.

Giulia Sellati ha detto...

Q1. Identificate un rito (o quel che ne resta) e provate a descrivere le tre fasi (di separazione, liminare o di trasformazione, di riaggregazione) con un esempio tratto dalla vostra esperienza (e tenete conto che dell'argomento, qui solo accennato, se ne parlerà con assai maggior dettaglio nel modulo di Storia delle religioni che tengo nel secondo semestre).

Nella mia famiglia, atea, a scandire la crescita mia e di mia sorella non ci sono state cerimonie come il battesimo, la comunione o la cresima; il Viaggio, con la "v" maiuscola, è il nostro rituale di crescita. A sedici anni prima io, poi mia sorella, abbiamo affrontato da sole un viaggio per il Canada, il paese di nostra mamma. Nella prima fase, di separazione, mamma e papà mi hanno lasciata in aeroporto; la seconda fase, quella liminare, è iniziata con il mio sbarco a Toronto ed è terminata con il mio sbarco a Roma: in questo periodo di autonomia è avvenuto il mio passaggio di status da bambina a donna; la terza fase, quella della riaggregazione, ha visto riconosciuto il mio nuovo status.

Vivian De Dominicis ha detto...

Un rito, un'azione tramite la quale avviene il passaggio da uno status all'altro segue un percorso di 3 fasi:
1- segregazione o separazione dal gruppo di appartenenza
2- fase liminare in cui avviene la trasformazione
3- riaggregazione nella società con il nuovo status acquisito
Un esempio che mi viene in mente è quello dell'esame di maturità in cui hai il passaggio dal mondo dei ragazzi ai quello degli adulti, da un mondo fatto di spensieratezza a uno fatto di responsabilità, dove non ci sono più delle figure che ti tutelano ma sei tu stesso l'artefice del tuo destino, che risponde delle sue decisioni (separazione). Prima di tutto si supera il così spaventoso esame e poi si iniziano ad affrontare le prime difficoltà che ti si presentano come la scelta di lasciare gli studi per entrare nel mondo del lavoro o di continuare un percorso accademico (trasformazione). Una volta scelta la strada da percorrere ci si stabilizza e si entra nell'ottica di questa nuova esperienza (riaggregazione).

GIULIA VINCIGUERRA ha detto...

Personalmente, un episodio della mia vita che rappresenta un passaggio è stata la mia prima vacanza-studio fuori dall'Italia. Ho studiato lingue e nell'estate tra primo e secondo superiore io ed una mia compagna di classe siamo partite per 20 giorni in Inghilterra, a Sidmouth. E' facilmente comprensibile l'euforia ma anche la paura che può provare una ragazzina di 15 anni che per la prima volta lascia il suo paese e la sua famiglia (fase di separazione): una volta arrivate abbiamo trovato una famiglia accogliente che ci ha messo subito a nostro agio, ma soprattutto un gruppo di culture eterogenee (cinesi, francesi, tedeschi, svizzeri e così via) provenienti da diverse parti del mondo, con i quali dovevamo obbligatoriamente relazionarci per i progetti scolastici nell'unica lingua comune: l'inglese. Una volta rotto il ghiaccio, è stato facile relazionarsi e fare amicizia (fase liminare). Abbiamo dunque creato un gruppo forte, una fitta rete di amicizie che ancora oggi dopo anni sono vive; grazie alla tecnologia ci siamo scambiati i contatti necessari per tenerci in contatto dopo questa favolosa esperienza, creando un gruppo facebook dove condividere foto e tenerci aggiornati gli uni sugli altri (fase di riaggregazione nel nuovo gruppo sociale). Da quel momento in poi mi è venuto sempre più semplice allontanarmi e vivere esperienze all'estero, creando ancora nuove amicizie brevi o lunghe che siano.

Giulia Vinciguerra
0243980

Sarah Tamimi ha detto...

Un evento che potrebbe fungere da rito di passaggio è la nascita di un figlio.
I genitori prima del parto rappresentano un'identità a sé, un nucleo familiare con i propri equilibri e il proprio status affermato.
Con la gravidanza che rappresenta il passaggio intermediario tra lo status di "marito e moglie" allo status di "genitori" la coppia comincia ad abituarsi ad affrontare una nuova realtà, con nuove responsabilità e nuove abitudini.
Infine dopo la nascita del bambino la coppia può reinserirsi nella società con le nuove vesti di "mamma" e "papà".

Tamimi Sarah

SOFIA RONCHINI ha detto...

La società odierna è costellata da una serie di riti, cioè da una serie di azioni che portano al cambiamento dello status sociale di una persona. Nel passato questi erano molto più evidenti ed espliciti, mentre oggi sono più impliciti, tanto che spesso non ci si rende conto della loro esistenza, soprattutto perché molte volte quando qualcosa lo si vive sulla propria pelle passa inosservato. Uno dei riti che ho vissuto in prima persona e che mi preme di più raccontare è stato prendere la patente. Essendo nata a novembre, sono stata una delle ultime della mia classe a prenderla. Tutti ormai l’avevano e venivano a scuola in maniera autonoma, si incontravano il pomeriggio, anche solo per il tempo di un caffè, perché tanto non dovevano scomodare nessuno per accompagnarli, né prendere mezzi. Io invece si, quindi molte volte rinunciavo a raggiungerli o comunque dovevo chiedere a qualcuno di passarmi a prendere, ma la cosa mi disturbava alquanto. Tutto questo può essere definito come la fase della separazione nella quale quindi mi sentivo diversa e in parte esclusa da quella che era diventata la quotidianità dei miei amici. Dal momento in cui ho cominciato a prendere lezioni di guida fino a quando ho passato l’esame pratico della patente è possibile identificare la fase liminare, che consiste nella trasformazione. Si può parlare invece di fase di riaggregazione nel momento in cui, dopo aver preso la patente, ho finalmente cominciato a guidare e ad avere la possibilità di fare quello che volevo con i miei compagni. È come se mi fosse stato conferito un nuovo status sociale perché avevo acquisito una nuova autonomia che mi faceva sentire finalmente parte del “mondo dei grandi”.

Anonimo ha detto...

Un rito che voglio analizzare e che credo sia comune a tutte le culture è il rituale funerario.
Questo tipo di rito raccoglie due modificazioni in se, la prima riguarda il defunto stesso, mentre la seconda chi resta, e ciò, varia a seconda delle culture, per esempio nella durata del periodo di lutto e che parte o chi della famiglia deve tenerlo questo lutto.
La prima fase di questo rito, comincia con una cerimonia in cui viene esposto il defunto e successivamente seppellito, si prosegue poi con la separazione della famiglia(questo come già detto varia da cultura a cultura) dalla comunità, il cosiddetto lutto, durante il quale i partecipi assimilano la perdita del parente e passata questa fase ne tornano trasformati e ricongiunti alla società posso nuovamente continuare la loro vita.
Nella nostra società si tende quasi ad occultare la morte, tanto è che un funerale da noi dura pochissimo 3-4 giorni e ci siamo già dimenticati di chi è dipartito, in alcune culture, il lutto può durare anni e può bloccare la vita sociale di chi lo tiene.
Questo è in poche parole un funerale, il discorso sarebbe molto ampio, ma mi premeva rispondere ed evidenziare le fasi di separazione(lutto), trasformazione(che è sia del morto che della famiglia), ricongiungimento(banchetti, giochi, ecc..).

Marco Giovannangelo

Eva Sara Donnini ha detto...

Il rito di passaggio che mi piace ricordare è relativo ad un "Camp" di volley di una settimana che effettuammo con la squadra nella quale militavo nelle scuole medie inferiori. Credo sia un avvenimento che resterà a lungo nella mia mente. Fu probabilmente la prima volta che mi "separavo" dai miei genitori e dalle mie consuete attività. Ricordo che inizialmente provai un certo disorientamento per essermi allontanata da coloro che fino ad allora mi avevano seguita costantemente. Tuttavia, in seguito, la vicinanza con gli altri ragazzi/e creò un vero e proprio stato d'animo nuovo, identificabile con il concetto di "trasformazione". Fu senz'altro l'inizio di un momento di crescita interiore, nel quale presi coscienza di dovermela "cavare da sola". Quando poi venne il giorno in cui saremmo ritornati a casa, il temuto momento della "reintegrazione" si rivelò più semplice del previsto, in quanto ero ormai consapevole che quell’esperienza mi aveva fortificato.

Eva Sara Donnini

Francesco Pisani ha detto...

Un evento che nelle nostre società svolge la funzione di rito è quando ci rechiamo ad ascoltare un concerto, specialmente di musica classica. Prima di lasciarci assorbire e catturare dalla bellezza della musica di Mozart siamo noi stessi, immersi nei nostri problemi quotidiani e nelle vicende della nostra vita. Quando in seguito entriamo in sala concerto e prendiamo parte a questo rito collettivo che è l'ascolto della musica improvvisamente dimentichiamo chi siamo e i nostri problemi si focalizzano unicamente nella contemplazione per poi infine lasciare la sala con uno stato d'animo diverso, con maggior consapevolezza e forse con una profondità in più. FRANCESCO PISANI

Giuseppe Grieco ha detto...

Il rito che sto per usare come risposta l'ho vissuto qui a Roma, appena pochi giorni dopo aver cominciato la mia vita da studente fuorisede. Mi viene da sorridere ma, sotto la superficie, contiene un potente valore simbolico.
Il rito in questione è stato avviare la lavatrice per la prima volta. La fase di separazione è stata trovarmi davanti a questo apparecchio che mi è sembrato all'improvviso l'equivalente del centro comandi di un aereo. La fase di liminare è coincisa con il chiamare mia madre e farmi spiegare passo passo le operazioni da fare, fino alla riuscita di questa operazione. La fase di riaggregazione è stata la consapevolezza di aver imparato una delle arti fondamentali per una vita indipendente e distante da qualcuno che fa tutto al posto tuo.

Antonio Mendicino ha detto...

Il rito che porto ad esempio è un'azione che fa parte di tutta quella serie di comportamenti, che portano al passaggio dalla fanciulezza alla maturità: l'essere andati per la prima volta a scuola da soli in prima media. Vi è il momento della separazione, cioè l'uscita dalla casa, dall'ambiente di tutela familiare. La trasformazione, perchè nel tragitto si acquisiscono nuove abilità, per esempio di orientamento e attenzione ai pericoli, e un maggior senso di responsabilità. Infine la riaggregazione, quando si ritorna a casa, ma cambiati, cioè dopo aver dimostrato di poter essere indipendenti; insomma di essere grandi e non più solo bambini.

Alessio Bernabucci ha detto...

Prendendo spunto dalla mia esperienza personale, credo che un evento che abbia rappresentato un rito di passaggio siano stati i primi giorni in cui, dopo essermi trasferito a Roma, ho cominciato ad abitare da solo. La prima fase è stata quella di separazione in cui, oltre che dalla mia casa e dalle mie cose, ho anche dovuto separarmi dalle mie abitudini quotidiane. Infatti la nuova vita universitaria richiedeva in sé delle innovazioni al mio stile di vita e la convivenza con coinquilini che precedentemente non conoscevo ha mostrato come necessari degli adattamenti affinché venisse a crearsi un ambiente confortevole per tutti in cui vivere. Proprio dal contatto con nuove persone e con nuovi ambienti è infatti avvenuta la fase liminare. Ho infatti subito trasformazioni che mi hanno reso differente sia nell’ambito dello studio, sia in quello della vita quotidiana, apprendendo semplici azioni da svolgere per sopravvivere che precedentemente quando mi trovavo a casa con i miei genitori non svolgevo se non sporadicamente. Ho anche assunto nuovi modi di vedere la socialità e la solitudine che, soltanto sperimentando praticamente e in maniera indipendente, ho potuto analizzare con visioni più ampie. Al mio momento del reinserimento della società precedente (la mia famiglia) ho potuto utilizzare le nuove abilità apprese rendendomi utile per il benessere del sistema. Il fatto che le nuove competenze fossero condiviso dagli altri membri ha fatto sì che il mio stato sociale di “maturo” fosse riconosciuto.

Simone Battistoni ha detto...

Il mio personale rito di iniziazione é ancora in corso di fattura . Si tratta dell'entrata nel mondo , non dei grandi , ma del mondo in generale . É iniziato da qualche mese ; ho deciso di fare un passo indietro rispetto a tutto , così da poter vedere finalmente le cose da un punto in cui la visuale é meno sfocata (separazione) . Adesso sto sperimentando, scoprendo e realizzando cose che neppure si avvicinavano a quello che ero all'inizio . Credo non sia forse solo un nuovo punto di vista , perché quello sarebbe un po' troppo astratto e riduttivo , probabilmente sono entrato in possesso di una nuova cassetta di "accessori" con i quali interagire con il mondo (liminare) . Non posso descrivere come si intuisce l'ultima fase , perché ancora non l'ho raggiunta , anche se suppongo sarà una riaggregazione molto particolare (che non é detto arrivi , ma questa é una visione troppo pessimista) .

Bianca Bisciaio ha detto...

Quello che per me è stato un rito importante di passaggio dall'età adolescenziale all'età adulta è stato il prendermi carico della gestione di parte dei documenti e degli affari della mia famiglia per aiutare mia madre. Di primo acchito ho vissuto il momento della separazione nel trovarmi davanti a rimborsi spese, assicurazioni, tasse, contratti d'affitto, bollette, fatture... tutte procedure di cui quasi non conoscevo l'esistenza e non capivo assolutamente nulla. Superato il primo momento di rigetto e smarrimento mi sono rimboccata le maniche e ho iniziato a 'studiare' piano piano le varie procedure, quindi momento liminare o di trasformazione, fino a che non ho iniziato ad impratichirmi. Ho vissuto quindi il momento di riaggregazione quando mi sono resa di conto di sapermela cavare e la mia famiglia ha riconosciuto il mio ruolo da adulta, con tutti i vantaggi e gli oneri che ne sono derivati.

Bianca Bisciaio, matricola 0229645

Silvia Gamucci ha detto...

Q1
E' il mio primo esame universitario.

- Separazione: sono sola, nella mia camera, cercando di capire se e in che modo potrò passare il test in maniera più indolore possibile. Nessuna aspirazione ad una bella performance, nessuna megalomania, solo il timore di aver sbagliato tutto: facoltà, approccio alla materia di studio, al testo, al professore. Il tutto accompagnato da tanta insicurezza.
- Trasformazione: arriva il giorno dell'esame, il mio primo esame. Mi presento composta e disciplinata, affronto a testa alta e con una certa disinvoltura la prova e la passo. Non importa il risultato, conta solo che è andata.
- Reinserimento: mi reintegro nel gruppo di studio e solo in quel momento ho la consapevolezza che ce l'ho fatta. Ho superato un piccolo scoglio, piccolo passo di cui posso andare fiera.

Mery Mastandrea ha detto...
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federica faggiani ha detto...

Un rito tratto dalla mia esperienza personale riguarda il momento in cui ho scritto la tesi di laurea triennale. Prima di iniziare a scrivere ero emozionata e allo stesso tempo spaventata in quanto mi accingevo a fare una cosa del tutto nuova e molto importante per me. Mi ritrovavo così sola, di fronte ad una pagina bianca, a riorganizzare le mie idee (fase di separazione). Passato un primo momento di blocco iniziale, prendevo sempre più confidenza con il lavoro che stavo svolgendo e superando una difficoltà dopo l’altra la mia tesi veniva ultimata (fase liminare). Alla fine della stesura della tesi, non solo mi trovavo di fronte ad un lavoro compiuto, ma sentivo di aver realizzato qualcosa che aveva lasciato un profondo segno dentro di me: per la prima volta avevo avuto un approccio allo studio più “personale” e consapevole (fase di riaggregazione).

Claudia Presutti ha detto...

Voglio prendere come esempio un evento che sicuramente è stato vissuto da ciascuno di noi,chi prima chi dopo,chi in maniera più forte e chi in modo più effimero : la fine di una storia d’amore.
Chi di noi non ha mai vissuto una di quelle storie d’amore che somigliano a quelle dei film? Che ha perso completamente la testa per l’altro e magari fantasticava su un probabile futuro insieme fatto di pane amore e felicità? Pensiamo alle signore di ormai 70 anni, che quando ricordano il loro primo amore cominciano a sorridere e a raccontare quella storia magica per ore e ore.
Ognuno di noi ha fatto i conti con questo sentimento e sicuramente la stragrande maggioranza ha anche avuto a che fare con la fine di una storia d’amore importante. Ed è su questo che voglio concentrarmi.
La fine di una storia d’amore può essere infatti considerata un rito che consta delle tre fasi tipiche ,vissute ed elaborate però da ciascuno di noi in maniera non standardizzata.
In primis vi è la fase della separazione, in cui si verifica il distacco dei due partner a causa di motivazioni o circostanze che producono la rottura del legame.
Questa prima fase traumatica è seguita da una seconda fase,quella della trasformazione: durante questa fase il distacco viene elaborato. Si tratta di una fase in cui poniamo fine alle false speranze, realizziamo che la nostra storia è finita e stabiliamo nella nostra memoria affettiva un prima e un dopo: un prima dove c’era l’altro, un dopo in cui si è soli. In questo periodo alcuni reagiscono allo stress e al trauma dell’amore finito risollevandosi e, seppur a fatica, cercando un nuovo equilibrio; in altri il distacco è percepito come disfatta insopportabile.
Chi prima e chi dopo però, durante questa fase, accetta il distacco come conseguenza di una relazione che non funzionava e che se fosse proseguita avrebbe generato più problemi. Vi è poi la terza e ultima fase, quella della riaggregazione, in cui ci si rende conto che certi amori finiti ci insegnano ad amare meglio e che la fine della precedente storia ci consente di realizzare con pienezza e coscienza ciò che avevamo cercato nel posto sbagliato. Si trae quindi dalla storia conclusa un insegnamento utile nel futuro sentimentale e si è pronti ad amare di nuovo e a credere in questo sentimento.

Adriano Simei ha detto...

Per ritenermi soddisfatto e sicuro di aver risposto alla domanda porto due esempi.
Uno quando avevo 13 anni e per uscire con una comitiva di amici che avevano tutti il motorino, dovevo ogni volta uscire di casa e prendere l’autobus andata e ritorno per uscire con loro perché all’età di 13 anni ancora non era consentito prendere il patentino, così uscendo con loro per un anno mi sentivo parte del gruppo ma non allo stesso livello degli altri (visto che non avevo il motorino), poi compiuta l’età giusta ho affrontato la seconda fase che prevedeva un esame scritto per ottenere la licenza di guida, così comprato il motorino e superato l’esame, mi sono riaggregato alla comitiva arrivando ed andandomene con il motorino.
L’altro esempio è stata la mia prima avventura all’estero, già lontana (e la meno esaltante anche). In famiglia a 20 anni ero visto come quello che tanto non deve cucinare, fare spesa, stirare ecc… tanto fa tutto mamma, così un po’ stanco di queste “accuse”, ho deciso di andare 3 mesi e mezzo in Inghilterra a studiare l’Inglese e crearmi un po di indipendenza dalla famiglia; così sono partito dall’Italia per Londra, separandomi dalle considerazioni sociali e famigliari, così dopo tre mesi circa di fase di trasformazione sono rientrato in Italia dopo il tempo previsto e mi sono riaggregato alla vita che facevo prima, solo che adesso ero visto in maniera differente dagli occhi dei miei, visto che avevo dimostrato molto.

Simei Adriano

jessica ciuffa ha detto...

Come personale esempio di rito di passaggio propongo il mio primo giorno d'asilo.
La prima fase avvenne quando mia madre mi accompagnò in classe e mi lasciò lì fino alla fine delle lezioni; mi separai,così,dal mio "gruppo di base", la famiglia, con il quale vivevo un rapporto quasi simbiotico. Durante la giornata,venni in contatto con altri bambini e con le maestre, per la prima volta da sola, e subii (anche se un po' inconsapevolmente) un "passaggio di status": da "bimba" ora ero anche "studentessa". Si verificò,dunque,la fase di trasformazione.
Il ritorno a casa, alla fine delle lezioni, fu il momento della mia "reintegrazione" al gruppo familiare di base, insieme al nuovo status acquisito da questa esperienza e alla consapevolezza di star crescendo (cosa che capirono anche i miei genitori).

Federica Sorrentino ha detto...

Un esempio di quello che possiamo considerare un rito nella società occidentale odierna, e che ho vissuto personalmente, è il passaggio dalla scuola superiore all’università o al mondo del lavoro. Le tre fasi tipiche sono così descrivibili: la fase di separazione si indentifica con il distacco, in seguito al conseguimento del diploma, dall’istituto scolastico e dalle persone che per cinque anni hanno accompagnato il proprio percorso; la fase liminare consiste nella maturazione della scelta della facoltà universitaria o nella ricerca di un impiego in cui si verifica una trasformazione, più che altro interiore, e un cambio di abitudini; la terza fase, di riaggregazione, può considerarsi l’inizio del percorso universitario che porta all’acquisizione di una nuova consapevolezza di sé e della scelta fatta, oltre che l’unione con nuove persone e la conoscenza di un nuovo ambiente.

Alessia Concetti ha detto...

Un rito di passaggio della mia vita potrebbe essere la prima volta che sono stata all’estero con delle ragazze che non conoscevo per un progetto di alternanza scuola-lavoro. La prima fase della separazione a cui siamo andate incontro è rappresentata dall’allontanamento dal nostro paese e dalla nostra famiglia. La seconda fase di trasformazione c’è stata quando rendendoci conto di essere tutte nella stessa situazione ci siamo sentite più unite. Infine l’ultima fase di riaggregazione è quando ormai ognuna è tornata a casa, ma nonostante le abitudini siano tornate le stesse prima del viaggio ci siamo sentite di far parte ancora del “noi” che si era formato all’estero.

Claudia Spinozzi ha detto...

Q1
Un rito che da ormai 8 anni sono solita a vivere è una gara di hip hop, uno stile di danza che in queste occasioni vede il competere da diversi gruppi di ballerini per ottenere il titolo nazionale.
Esso può definirsi un processo rituale in quanto è composto dalle tre fasi di separazione, liminarietà e reintegrazione:
La prima fase di separazione può identificarsi con il distacco di tutti gli individui del gruppo dalle famiglie e dagli amici per riunirsi con gli insegnanti, fare un po' di riscaldamento, provare la coreografia per l'ultima volta, sentire l'ansia che sale e urlare tutti insieme ed abbracciati "me**a, me**a, me**a!". La seconda fase di liminarietà coincide proprio con l'esibizione sul palco di fronte ai giudici e al pubblico sugli spalti, un momento in cui tutta l'agitazione viene trasformata in adrenalina, energia e grinta, in cui ci si percepisce gli uni con gli altri, perché uniti dalla voglia di vincere e ci si sente liberi di essere noi stessi. Infine l'ultimo momento è proprio quando, dopo aver ottenuto il titolo nazionale ed essere stati premiati, si ritorna dalle proprie famiglie, reintegrandosi nella vita quotidiana, ma più felici e soddisfatti che mai e avendo cambiato il proprio status da semplici ballerini a campioni nazionali.

simone magi ha detto...

Della mia personale esperienza vengono in mente i riti cristiani fino alla cresima, quello civile del matrimonio, e nomine in ambito lavorativo, ma non ritengo in nessuno sia appieno compresa la fase di “separazione”. Mi è venuto in mente un lontano ricordo, oltre trenta anni fa, quando avevo fra i cinque e i sette, otto anni. Un gioco, ma rispondente alle 3 fasi caratteristiche. Nel mio paese nativo era necessariamente eterogeneo il gruppo dei giovanissimi liberi di uscire le sere di estate, appunto dai cinque o sei anni fino agli adolescenti non ancora autonomi di filarsela. E la differenza di appartenenza (di età) era scandita dalla diversificazione dei passatempi/giochi. Ebbene una sera finalmente partecipai a un evento che i più grandicelli periodicamente riproponevano, con un misto di aria cupa e sorrisi beffardi, che sarebbe consistito in “qualcosa di spaventoso” a cui nessuno, si intende, era obbligato. È chiaro che chi aveva già partecipato non diceva niente ma semplicemente, indirettamente, poteva vantarsene. Capitai una volta fra i selezionati, curiosità ed orgoglio dovevano necessariamente vincere le titubanze, ed ecco che mi trovai con altri due o tre amichetti in una stanza di una ragazza (o meglio di suo padre falegname) che stava con un’altra amica e che faceva la maestra della cerimonia. In sostanza, e in breve, illuminati da una fioca lampadina, in un ambiente disordinatissimo e pieno di arnesi e materiali ignoti, quella tizia (che chissà quanto avrà poi riso!) ci aveva fatti sedere vicino a un tavolo e recitava (o più probabilmente leggeva) qualcosa (che allora immaginavo formule che solo ora potrei definire “esoteriche”) e qua e là c’erano ombre di pupazzi e bambole. Ricordo solo due cose, come se fosse ieri: la testa di gomma di un bambolotto, per l’occasione colorata di rosso, legata al soffitto con uno spago (che quella stronza-burlona ci lanciava addosso!) e poi che vidi, per la prima volta, le mie gambe tremare sotto quel maledetto tavolo dove dovevamo tenere le mani appoggiate “senza mai staccarle”. Altro non ricordo a parte il fatto che, una volta uscito e ripresomi, non ero più un semplice moccioso ma avevo la sensazione (condivisa) di essere diverso, e perché consapevole dei segreti di quella stanza (che effettivamente adesso che ci penso mai rivelai ai più piccoli e, del resto, come un tabù semplicemente non se ne parlava) e perché, conseguentemente, più “grande”, per quello che poteva significare a quella età. Dunque credo si possano rintracciare le fasi di separazione (dal gruppetto di appartenenza), la fase di trasformazione (nel buio locale del rito ma protratta stabilmente all’esterno), e la riaggregazione nel gruppo di appartenenza con un meritato status diverso, percepito come più onorevole.

Simone Magi

martina fiorentini ha detto...

Martina Fiorentini

Come esempio di rito di passaggio vorrei proporre il mio primo giorno di lavoro dentro la scuola. La prima fase (separazione) è stata quella del mio arrivo nella classe di bimbi di seconda elementare che aspettavano con curiosità la nuova maestra di spagnolo, e perciò la separazione dal mio gruppo ordinario, dalla mia famiglia, dal mio essere una semplice studentessa. Durante l'ora di lezione è avvenuta la seconda fase (liminare), dove ho preso coscienza del mio incarico, dove è avvenuto un cambiamento interiore, una vera fase di trasformazione da semplice studentessa a insegnante. Infine l'ultima fase quella di reintegrazione nel contesto di partenza rendendomi conto che non era poi andata così male, anzi, tornando con una nuova consapevolezza di una maggiore responsabilità da portare nel mio bagaglio culturale.

Mery Mastandrea ha detto...

1) Si è visto come un rito, nella società occidentale rappresenti un momento nel quale il soggetto, pur mantenendo la propria identità, cambia la propria posizione sociale e quindi il suo ruolo.
Uno degli esempi più chiari di rituali di passaggio, nella nostra società, può essere mostrato dall'evento della laurea, il passaggio da studente di... a dottore di...
La cerimonia di laurea è un evento importantissimo per ogni studente universitario, rappresenta infatti uno dei primi obiettivi della sua carriera.
Prima della cerimonia però, che viene largamente attesa, ci sono molteplici eventi fondamenti e tantissimi step da affrontare: si dovranno infatti sostenere degli esami (tutti quelli necessari al percorso formativo); finiti gli esami sarà necessario operare una scelta molto importante: materia di tesi e relatore e ovviamente argomentazione per lo sviluppo della tesi stessa; una volta fatto ciò lo studente può iniziare a ricercare testi, appunti, fonti, ecc.. tutto ciò che può essere utile allo sviluppo del suo scritto e successivamente stilare qualche pagina che, prontamente il suo relatore leggerà... è solo dopo aver scritto pagine e pagine, che la tesi può dirsi conclusa e finalmente si può pensare di discuterla.
Si attende allora l'approvazione del relatore che avrà corretto la tesi e si invia la domanda di laurea.
Dopo mesi di attesa finalmente sembra che il giorno sia vicino...ma non è finita qui!
In realtà infatti bisogna occuparsi ancora di portare a stampare il tutto, fare la rilegatura, e scegliere l'abito giusto per una cerimonia cosi importante, comprare la corona d'alloro e fare gli inviti a tutti i parenti e amici.
Il rito si svolge solitamente in una grande aula con più professori pronti ad ascoltare il laureando che discuterà l'argomentazione da lui scelta. Al termine la commissione di ritira per decidere il punteggio finale e lo comunica allo studente, il quale potrà dirsi finalmente laureato! Viene allora posta sulla testa dello studente una corona d'alloro, simbolo dell'acquisizione della saggezza. Seguiranno gli auguri più affettuosi di famiglia e amici, che finalmente possono festeggiare il loro "Dottore"!

Mik Dedo ha detto...

Gioco a calcio da quando avevo 7 anni e con il tempo ascoltare musica prima della partita della domenica è diventato un momento molto importante perchè mi permette di liberare la mente e scaricarmi.
Questo mio rituale si svolge prima isolandomi stando da solo sui sedili dietro della macchina senza l’intenzione di parlare con nessuno, allontanandomi mentalmente, poi ascoltando la mia musica preferita che suscita in me delle emozioni e cambia il mio stato d’animo rendendolo ideale per giocare. Infine staccando le cuffiette e raggiungendo i compagni.

Michele De Dominicis

Eleonora De Bellis ha detto...

Durante il precorso universitario, lo studente per poter arrivare alla laurea deve affrontare diversi esami. A tal proposito, il primo esame universitario può essere considerato come una sorta di rito che segna l’inizio di un nuovo percorso. Nella prima fase, lo studente dopo aver seguito le lezioni in aula assieme ad altri studenti, si prepara ad affrontare l’esame individualmente. Nella fase successiva, lo studente, al termine dell’esame verrà informato del voto che gli è stato assegnato, che ne confermerà anche la riuscita. Infine, lo studente riprenderà normalmente il percorso iniziato, che lo porterà alla futura laurea.

Eleonora Segaluscio ha detto...

Non so se può essere considerato un vero e proprio rituale, ma fa comunque parte della mia esperienza personale e di quello che io percepisco come un “passaggio” necessario per arrivare a raggiungere la mia indipendenza.
Prima fase-Separazione: Settembre 2016 ho sostenuto il mio secondo colloquio di lavoro in un'azienda presso Stazione Termini. Un colloquio lungo, di gruppo, che mi ha portata ad ottenere il mio primo lavoro. Svolgevo il ruolo di commessa nel punto vendita Yamamay situato presso Stazione Termini con un contratto da stagista.
Seconda fase-Trasformazione: Ho dovuto cambiare il ritmo di vita. Lavoravo tutti i giorni, sette ore al giorno e dovevo spostarmi con i mezzi per arrivare in stazione (che abitando a Grotte Celoni non è poi cosi vicina). Ho aperto il mio conto corrente e ovviamente dopo un mese ho iniziato a percepire uno stipendio che, anche se inferiore rispetto alle ore di lavoro, mi permetteva di mantenermi senza risultare un “peso” sulle spalle dei miei genitori.
Terza fase-Riaggregazione: Dopo tre mesi di lavoro “matto”, ho deciso di lasciare quel posto di lavoro e di provare a trovarne un altro. Ovviamente, in quel momento, sono tornata al mio status di partenza, ovvero: ragazza disoccupata. Decidendo di lasciare il lavoro ero consapevole di perdere anche quell'indipendenza di cui avevo bisogno che continuo a cercare.

Caterina Zarlenga ha detto...

Un esempio di rito tratto dalla mia esperienza personale è il conseguimento della patente di guida.
La fase di separazione, ovvero l’allontanamento dallo stato precedente, si può identificare con l’iscrizione alla scuola guida; la fase laminare, ovvero un momento di sospensione, viene invece identificata nel momento in cui si studia e, in seguito, si svolge l’esame di teoria e, una volta ottenuto il foglio rosa, si effettuano le guide pratiche per poter conseguire l’esame di pratica; infine la fase di riaggregazione, ovvero quando si acquisisce un nuovo status sociale, avviene nel momento in cui si riesce a superare l’esame pratico e ad ottenere quindi la patente di guida, che garantirà una maggiore autonomia alla persona.

Sara De Rosa ha detto...

La struttura dei rituali spesso sono concepiti della società è, un viaggio che conduce da una situazione di incompletezza ad una condizione di raggiunta “umanità Il viaggio attraverso i rituali porta l’uomo al cambiamento di se stesso; un processo di formazione dell’umanità. Per questo i riti si possono definire antropo-genetici, sono praticamente una seconda nascita. Permettono agli iniziati del rito di separarsi rispetto all’ambiente in cui si stava prima, identificandolo ad un momento di sospensione e, il rinserimento nella vita sociale con il nuovo “status”. Un esempio di rituale tratto dalla mia esperienza è stato il mio primo lavoro. A 19 ho iniziato a lavorare come babysitter , permettendomi non solo di crescere a livello psicologico ma anche sociale. Iniziai a capire cosa significa avere dei propri soldi e poterli spendere senza doverli chiedere alla mia famiglia, a dare davvero un valore al denaro; stavo passando da una fase di protezione e dipendenza ad una fase di autonomia e indipendenza, passando cosi dal mondo dell’adolescenza al mondo degli adulti.

Cristiana Chiarelli ha detto...
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Cristiana Chiarelli ha detto...

Come rito di passaggio che per me si è rivelato molto significativo è quello della prima esperienza di voto. Per un ragazzo/a di appena 18 anni, spesso il passaggio nel mondo adulto è rappresentato da tutta una serie di nuove prerogative e diritti (guidare un’auto, bere e fumare nel rispetto della legge, giocare d’azzardo, ecc..) che ci fanno pensare a noi stessi come donne/uomini veri e propri, liberi dal giogo delle regole imposte dalla famiglia o dalla legge, che indicano come vivere e quali scelte compiere. Ma nella mia esperienza, l’essere finalmente riconosciuta come cittadina consapevole e indipendente, la cui opinione è rilevante in una dimensione che non è solo quella delle scelte private, ha significato un passaggio molto più importante. Le tre fasi possono essere descritte in questo modo:
-fase della separazione: tu, in prima persona ti rechi al seggio con la tessera elettorale ed entri nella cabina di voto in assoluta autonomia; -fase liminare: per me il momento della trasformazione vera è propria è quello in cui metti il tuo segno sulla scheda, esprimendo il tuo voto, anche con la convinzione che il tuo contributo possa cambiare la realtà esterna; -fase di riaggregazione: una volta espresso il tuo voto, sei reintegrato nel tuo gruppo sociale con un nuovo status, che è quello di un soggetto politico (finalmente) attivo, con idee proprie e la facoltà di esprimerle.

Francesca Bonomo ha detto...

Vorrei parlarvi del momento in cui ho deciso di andare a vivere con il mio ragazzo e quindi di staccarmi dal mio nido familiare.
La prima fase (di separazione) è sicuramente identificabile con il momento in cui mi sono appunto allontanata dalla casa in cui sono cresciuta per andare in una nuova casa in cui avrei dovuto iniziare a cavarmela per molte cose da sola.
La seconda fase (liminare) è stata sicuramente quella più importante: la fase in cui, piano piano, passo dopo passo, mi sono trasformata in una (piccola) donna di casa indipendente: la “bambina” è diventata adulta.
La terza fase (di riaggregazione) ha coinciso con il momento anche gli altri hanno iniziato a vedere in me una donna in grado di gestire una casa e pensare a se stessa.

Francesca Bonomo

Giada Giorgi ha detto...

In molti paesi di cultura nord-europea, al compimento del diciottesimo anno di età si lascia il “nido” familiare e ci si reca a costruire un proprio “nido”.
Io sono sempre stata una sostenitrice di questo passaggio, a mio avviso obbligato, ma i miei, ed in particolare mia madre, proveniente da una cultura contadina del sud Italia, non hanno mai capito fino in fondo questo mio punto di vista e bisogno.
All’età di 18 anni, mi sono recata a vivere con il mio ragazzo di allora, e sono stata fuori due anni. Sebbene io abbia compiuto la fase di separazione, loro hanno negato la mia fase di trasformazione durante quel periodo, in quanto per due anni abbiamo completamente perso i rapporti (probabilmente è vero, poiché molte delle incombenze da “adulta” erano gestite dal mio partner di allora) e, una volta tornata a casa perchè la storia d’amore era naufragata, i miei non hanno terminato con la fase di riaggregazione, non hanno cioè riconosciuto in me un individuo adulto formato ed hanno cominciato nuovamente a trattarmi come una bambina.
Ciò ha generato in me una grande nevrosi e frustrazione.
Circa un anno dopo, sono di nuovo andata via di casa, ma stavolta da sola, con un diploma in mano ed un buon lavoro. Per motivi economici sono recentemente tornata a casa, ed ho avuto una straordinaria sorpresa: i miei genitori mi riconoscono come un’adulta. Ho, in questo caso, attuato tutte le fasi del rito: quella della separazione, quella liminare (non c’era nessuno a sorreggermi nel mentre disbrigavo tutte le formalità burocratiche e le incombenze giornaliere) e quella, finalmente, di aggregazione: ora le mie opinioni non vengono messe in discussione, mi viene offerto l’amaro dopo cena, vengo presentata ai loro amici come si farebbe con un parente “adulto”.

Francesca D'Amico ha detto...


Praticando danza da ormai ben 15 anni ho avuto diverse esperienze su questo campo: stage (in Italia e all’estero), trasferimento fuori sede per studiare in un’accademia, borse di studio e soprattutto spettacoli di fine anno. Lo spettacolo finale è il tanto atteso momento di far vedere chi sei e quanto vali a familiari, amici e anche “rivali”, insomma..io lo ritengo un vero e proprio rito soprattutto se penso all’ultimo dove ho ricevuto il ruolo da solista interpretando “Giulietta” e dove il ruolo di “Romeo” era stato affidato ad un ballerino e coreografo di grande fama.
È finalmente arrivato il grande giorno dopo mesi, giorni e ore di prove; erano le 20 e lo spettacolo iniziava alle 21. Avevo finito di truccarmi e vestirmi. In questo lasso di tempo sono “sparita”, chiudendomi in camerino e liberandomi di tutte le preoccupazioni, poi ho chiuso gli occhi e mi sono separata dal resto del mondo: eravamo solamente il mio corpo, la mia anima e la mia danza. Questa prima fase, la SEPARAZIONE, ha fatto si che mi rifugiassi al riparo di tutti, lontano dal caotico movimento che c’è dietro le quinte.
Dal momento in cui ho fatto il mio ingresso in scena è iniziata la TRASFORMAZIONE: non ero più Francesca ma Giulietta, non ero più la studentessa liceale ma una giovane ragazza che stava “combattendo”contro tutto e tutti per il suo grande amore. Non stavo semplicemente interpretando un altro ruolo, non stavo semplicemente mostrando le mie doti al pubblico ma stavo trasmettendo qualcosa, che è molto più profondo e vero. Tutto ciò mi ha fatto crescere come ballerina (e non solo).
Nella fase finale dell’inchino e dei ringraziamenti è avvenuta la RIAGGREGAZIONE: è un momento per alcuni versi malinconico perché vorresti non finisse mai ma per altri molto appagante. Tutti erano in piedi ad applaudirmi, la mia famiglia mi aveva portato un mazzo di rose, alcune persone erano in lacrime e si complimentavano per l’emozione che sono riuscita a trasmettere, i maestri ed il partner fieri ed orgogliosi di me e infine c’è stato il ritorno a casa con un bagaglio non solo pieno di vestiti, mollette e scarpette consunte ma pieno di gioia e grande soddisfazione. Un ritorno alla solita routine ma avendo cambiato non poco il mio status.

Vanessa Sabellico ha detto...
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Vanessa Sabellico ha detto...

Sabellico Vanessa
Il rito che sto per raccontare è la testimonianza della sorella di mia nonna, che è diventata una suora. Mia zia ci racconterà le fasi del rito per diventare suora, che in genere sono la prassi da seguire.Ogni fase è articolata da diversi momenti.Nella prima fase quella della separazione,prima si contatta un istituto religioso, poi si va in convento o in monastero per trascorrere alcuni giorni con le suore. Se la vita religiosa vi piace, potete tornare qualche altra volta per fare altre esperienze vocazionali. Quando vi sentirete pronte, potrete chiedere alle suore di essere ammesse nell'istituto, e così inizierete il periodo di aspirantato, poi c'è il postulantato, e poi il noviziato.Tale rito di iniziazione fa farte dell prima fase del rito di passaggio di status sociale ad un altro. Mia zia dice: "Quando fui ammessa all’Ordine, mi separarono dalla mia famiglia per vivere nel convento ed avere contatti/lavorare(nel convento) solo con le altre sorelle,ma non mi era permesso nessun altro tipo di relazione con il mondo esterno". Durante tutto questo periodo di tempo siete libere di tornarvene a casa vostra qualora non vi sentiate portate per la vita religiosa. La seconda fase,liminare,di trasformazione di status sociale, avviene successivamente all’ammissione all’Istituto quando da nubile si diventa novizia(primo momento della trasformazione),per poi passare a Sposa di Cristo.Se siete pronte per diventare spose di Gesù Cristo, potrete fare finalmente la professione religiosa coi voti temporanei di castità, povertà e obbedienza(secondo momento ). Al termine del periodo dei voti temporanei dovrete scegliere se tornare a casa vostra oppure emettere i voti perpetui(terzo momento,trasformazione finale in suora).La terza fase, della riaggregazione, è quando si riceve l'anello e tutti gli altri ornamenti,che fanno di una donna,suora ovvero sposa di Cristo. Ci sarà una magnifica cerimonia, molto elaborata e la suora potrà dichiarare al mondo la sua promessa.In questa fase la suora,pùo dichiarare un altro status sociale di appartenenza quello dell’Ordine religioso, e vivere nel convento per sempre.

Martina Coppola ha detto...
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Martina Coppola ha detto...

La prima volta che sono tornata a casa da scuola a piedi, sicuramente è stato un rito di passaggio di stato importante. La prima fase è "la separazione": i miei genitori si sono fisicamente distaccati da me, dandomi per la prima volta in assoluto la possibilità di tornare a casa da sola. La seconda fase "la liminarietà": questa nuova responsabilità mi ha dato una nuova consapevolezza e fiducia in me stessa. La terza fase "la reintegrazione": agli occhi dei miei genitori avevo acquisito un nuovo status sociale, non venivo più percepita come una bambina ma come una adolescente.


Martina Coppola

Davide Carapellotti ha detto...

un rito o un'iniziazione verso l'età adulta è stato per me il mondo del lavoro. Finito il liceo non sapevo cosa fare della mia vita e comincia a lavorare per sentirmi realizzato e concretizzare qualche mio desiderio , solo con l 'avanzare del tempo ho preso ragione delle mie competenze ed ho cosi deciso di iniziare la carriera universitaria. Le difficoltà nelle scelte, le difficoltà di chi vuole sentirsi adulto quando in realtà è ancora bambino ma la determinazione di chi comunque non si è arreso


-fase della separazione: smetti di sentirti bambino e vuoi fare qualcosa che dimostri il contrario
-fase liminare: il momento in cui realizzi che ancora sei vincolato per certe ragioni ad un qualcosa che ti lega al mondo dell'infanzia e no nti fa completare il passaggio da ragazzo a uomo
-fase di riaggregazione: ritorni nel tuo mondo m con la convinzione che grandi motivazioni spingono l'uomo a realizzare se stesso

Simone Longobardi ha detto...

Un esempio di rito o di iniziazione è quello della "Panciuta", ossia la pratica che vedeva protagonista chiunque avesse voluto far parte di un clan mafioso. Questa persona veniva portata dinnanzi a un gruppo di capi e di altre persone membri dell'organizzazione (FASE DELLA SEPARAZIONE). l rito consisteva nel pungere un braccio o una mano dell’uomo intenzionato ad entrare nella mafia. Il sangue che fuoriusciva dalla ferita doveva poi essere spalmato su un'immagine sacra, il tutto seguito dalla pronuncia di un giuramento. I riti di affiliazione mafiosa si chiudono con un gesto forte dal punto di vista simbolico: l’immagine sacra viene bruciata e le ceneri vengono disperse nell'aria (FASE DELLA TRASFORMAZIONE). Da questo momento, la persona che compie questo rito diventa un membro a tutti gli effetti dell'organizzazione mafiosa e gradualmente viene inserito tra i suoi esponenti (FASE DELLA RIAGGREGAZIONE).

Martina Luciano ha detto...

Un rituale consiste in un set di comportamenti esplicitamente dichiarati e praticati in cui pubblicamente si acquisisce un passaggio di status. nella nostra cultura però non abbiamo molti passaggi scanditi da rituali.
Un esempio di rito che posso trarre dalla mia esperienza è quello che vedeva ogni anno partire mio nonno per il Canada a lavorare nell’edilizia. Questo “rito” che si è ripetuto ogni anno per moltissimo tempo comprendeva una fase di separazione, in quanto era costretto a lasciare la famiglia per molti mesi, una fase di trasformazione che ha permesso alla famiglia di avere una vita più agiata, e una fase di riaggregazione poiché come ogni anno ritornava a casa. Questa esperienza può essere considerata un rito perché ha segnato un passaggio di status, in questo caso sociale/economico nella vita di mio nonno e nella sua famiglia.

Martina Pochiero ha detto...

Le pratiche rituali sono quelle azioni umane, individuali o collettive, eseguite secondo norme socialmente codificate. In particolare i riti di passaggio sono quei momenti nella vita degli uomini che determinano un cambiamento di status, un mutamento nella posizione che si occupa nella società. Ogni rito di passaggio si compone di tre fasi: la fase di separazione dalla condizione precedente, la fase liminare, nel corso della quale si realizza il cambiamento di stato, ed infine la fase di riaggregazione, che prevede il ritorno nella società occupando la nuova posizione acquisita.
La fine della vita è un evento inevitabile a cui qualsiasi essere vivente va incontro. La percezione di un avvenimento come la morte cambia sicuramente a seconda del contesto culturale di appartenenza. La morte di un individuo e le pratiche rituali che ne conseguono possono essere considerate come l’ultimo dei riti di passaggio. Un rito presente nella maggior parte delle società umane, anche se con usi e tradizioni diverse a seconda delle culture. Un rito che provoca un cambiamento di status di più individui, innanzi tutto del defunto, che cessa di far parte della società, ma anche dei suoi parenti, ad esempio il coniuge che diventa vedovo.
Nelle culture occidentali generalmente i rituali funebri si assomigliano e sono spesso strettamente legati all’universo religioso. In particolare le diverse fasi del rito nel contesto della religione cattolica possono essere così suddivise:
- Fase di separazione: Il momento del decesso. L’estrema unzione. L’anima del defunto lascia il corpo terreno.
- Fase liminare: La veglia funebre. Il lutto.
- Fase di riaggregazione: Il funerale. Si testimonia il cambiamento di stato dell’individuo. L’anima del defunto fa il suo ingresso nell’aldilà.
Dal punto di vista della mia personale esperienza ho sempre vissuto le dipartite delle persone a me vicine come momenti di grande crisi. Affrontare la morte dei miei cari è sempre una sorta di rito di passaggio personale, da cui esco ogni volta con maggiore consapevolezza e maturità. Essendo atea non attribuisco al funerale il significato che gli da la religione cattolica. Per me partecipare ad un funerale è l’occasione di porgere l’estremo saluto, il momento della definitiva presa di coscienza che non rivedrò mai più quella persona. Lo vedo come un rituale che ha sicuramente più influenza su di me di quanta può averne sul defunto. Mi sono sempre rifiutata di partecipare a qualsiasi veglia funebre. Non posso accettare di avere dei miei cari alcun ricordo che non sia legato a momenti di vita. Vivo la fase liminare, la fase dell’elaborazione del lutto, a modo mio e non riesco a seguire i rituali prestabiliti. Il mio atteggiamento spesso non viene compreso. Il mio rifiuto a presenziare alla veglia è spesso stato visto come una mancanza di rispetto. Il giudizio generale è che se non si è pronti ad affrontare un momento del genere allora non si è abbastanza maturi. Dal canto mio uno dei momenti in cui mi sono sentita “matura” e “adulta” è stato quando ho realizzato di non aver bisogno della religione, di giustificazioni, per affrontare i momenti difficili della vita.

Enda Meti ha detto...

Un esempio di rito che vorrei fare è quello del matrimonio albanese, di cui ho chiesto informazioni ai miei genitori.
E' ben diverso dal classico matrimonio italiano. Ai tempi, quando i miei si sono sposati, non si sono potuti vedere per circa 10 giorni(separazione), ma ciò varia di paese in paese.
La settimana che precede la cerimonia, che tra l'altro è doppia, si festeggia con i parenti a casa di lei.
Il giorno del matrimonio (trasformazione)è di sabato, pomeriggio di solito e si tratta del matrimonio della sposa, in cui i parenti dello sposo sono pochi rispetto ai parenti della sposa. La domenica si celebra lo sposo, in cui i parenti della sposa sono in minoranza rispetto allo sposo;è usanza, al contrario dei matrimoni italiani, ballare fino a notte fonda e regalare agli sposi dei soldi e non regali.
Il viaggio di nozze si fa di lì a un giorno. Quando ritornano, vanno nella loro casa ed entrano a far parte del mondo degli adulti(riaggregazione).

Mirko D ha detto...

Mirko Donati

Partecipare per la prima volta a uno spettacolo teatrale, sebbene amatoriale, è stato un rito che mi ha visto protagonista. Prima di questa esperienza ero una persona molto più introversa e timida di quanto lo sia oggi.
- Prima fase (separazione): la settimana prima dello spettacolo, preso da un'ansia terribile di sbagliare o dimenticare le battute, ho studiato senza tregua il copione. In cerca di concentrazione, mi sono isolato per studiare meglio.
- Seconda fase (liminarietà): è iniziato lo spettacolo e io sono entrato in scena. Questa è la fase della trasformazione, fase in cui sono stato sottoposto a una prova.
- Terza fase (reintegrazione): finito lo spettacolo, dopo mesi di prove e di studio, non sono certamente diventato un attore professionista ma ho dimostrato di possedere tutte quelle qualità necessarie (costanza nello studio, la capacità di interpretare un ruolo, ecc.) per affrontare uno spettacolo teatrale. Anche gli altri mi hanno riconosciuto queste doti e quindi il mio ritorno alla normalità si è arricchito di questi riconoscimenti, oltre che del cambiamento in sé.

Margherita Belli ha detto...

Dai racconti di mio padre (oggi sessantasettenne) e di mio nonno prima di lui, ho appreso come nella nostra Ciociaria pratica dell'attività venatoria, oltre ad essere  diffusissima, sia una pratica culturale centrale che viene tramandata di generazione in generazione dato il significato simbolico enorme che veicola. Fin da piccoli, io e mio fratello, abbiamo appreso come questa non sia affatto uno strano passatempo, ma molto di più. Almeno sino alla generazione di mio padre (ma in alcune famiglie più tradizionaliste ancora oggi) la caccia è sempre stata vissuta come qualcosa di davvero "sacro", qualcosa di cui l'umanità ciociara vive e su cui si costruisce. In particolare, il primo giorno di caccia è vissuto dal maschio ciociaro come un vero e proprio rito di passaggio, attraverso il quale il ragazzo acquista pubblicamente una precisa forma di virilità e la rispettabilita' all'interno del gruppo di appartenenza (infatti, è ancora rarissimo incontrare per i nostri boschi una donna con una carabina!).
Mio padre ricorda ancora il giorno della sua "investitura": aveva 15 anni quando sparò il primo colpo mortale ad una beccaccia e racconta come,  da quel giorno - forse un po' troppo grossolanamente - non sbaglio più un colpo, guadagnandosi la nomea di "cecchino". Mi avrà ripetuto  milioni di volte quanto avesse vissuto quell'evento con folle trepidazione, ma anche con l'ansia e il timore di "fallire il colpo", provocando così la delusione di suo padre e la derisione degli altri cacciatori. Dunque, il "primo giorno" è quello in cui ufficialmente il maschio ciociaro inizia a seguire il padre durante le battute di caccia, smettendo definitivamente di stare a casa con la madre (fase di seprazione), dal momento in cui nella prima battuta riesce a colpire e a uccidere il bersaglio vivente (che non è più l'oggetto con cui si esercitava a casa) avviene la trasformazione: mio padre ricevente così una bella pacca sulla spalla da mio nonno che gli disse " 'mo sie' n' om" (" ora sei un uomo") (fase liminare), successivamente, la consegna di un coltello e di una piuma della beccaccia uccisa posta sul copricapo, gli conferivano pubblicamente il suo nuovo "status" di maschio adulto riconosciuto (fase di riaggregazione). A malincuore, mio padre ha accettato il fatto che questa lunga tradizione si sia fermata con lui, infatti non è riuscito a far rivivere il rituale venatorio con mio fratello (oggi ventitrenne). Questa mia esperienza familiare credo possa essere letta come un segno inequivocabile di quanto i rituali espliciti stiano ormai scomparendo nella moderna società italiana, salvo in alcune "oasi private", dove una tradizione ancora robusta chiude le porte all'ingerenza pubblica della società di massa. Il mancato rivivere di questa cultura venatoria in mio fratello fotografa dunque nitidamente la "carenza della ritualita" nella nostra società, di cui parla l'antropologo Marco Aime, che lascia alle grandi aziende l'iniziazione dei figli e "al consumo il loro cursus honorum".

Belli Margherita

Andrea Martini ha detto...

Abbiamo appurato che le costruzioni, foggiature, di cui abbiamo parlato nelle lezioni precedenti, avvengono attraversi processi rituali, che consistono in una serie di azioni, trasmesse nel tempo, attraverso cui noi attribuiamo un cambiamento di status. Tendenzialmente ogni rito si compone di tre fasi: Nella prima fase l'individuo o un gruppo che deve cambiare status sociale viene separato dal gruppo ordinario della popolazione (segregazione); nella seconda fase avviene la vera e propria trasformazione, il mutamento di status vero e proprio (laminazione); nella terza e ultima fase l'individuo che ha cambiato status si riaggrega nella sua nuova condizione al resto della società di appartenenza (riaggregazione). Ascoltando la lezione e la successiva assemblea mi è subito venuta in mente la ritualità medievale con cui un individuo veniva investito cavaliere: la fase di segregazione corrisponde al momento in cui il giovane rampollo della famiglia nobile si separa appunto da questo nucleo per affrontare tutto il cursus (allenamento a cavallo, pratiche esclusive come la faida giovanile ecc) che lo porterà alla seconda fase, quella che ufficializza la trasformazione vera e propria, la pratica dell'addobbo, con le frasi e le gestualità di rito, con le quali il giovane ottiene l'investitura di cavaliere. Infine nell'ultima fase, il giovane rampollo che ora ha cambiato status in cavaliere "torna" in società mostrando a tutti il suo cambiamento, comportandosi come cavaliere, compiendo cavalcate, razzie, costruendo torri ecc. Nella mia esperienza di vita non possono non pensare al battesimo, che penso essere il primo rito sociale a cui tutti noi abbiamo partecipato, anche se inconsapevolmente. Per parlare delle tre fasi mi è più facile parlare della comunione: la prima fase corrisponde a quel periodo seccante in cui dopo la scuola dovevi recarti quasi obbligatoriamente al catechismo, frequentare la messa ogni domenica e a volte anche il sabato, recitare a memoria preghiere e così via; la seconda fase è ovviamente la celebrazione in chiesa della prima eucarestia, con la solita messa, indossando un vestiario particolare, e assumendo per la prima volta "il corpo di Cristo". Dopo questa fase sei ufficialmente entrato a far parte di quella comunità di Cristiani che possono accogliere dentro di loro il sangue e il corpo di Cristo e accedere a una fase successiva che consentirà di effettuare a sua volta un nuovo rito, quello della Cresima che, con modalità molto simili, ti consentirà poi di sposarti in Chiesa. Riti che dunque permettono di cambiare status, di far parte di una comunità che prima non poteva accoglierti, e di ottenere dei diritti esclusivi.

Andrea Martini

Noemi Grant ha detto...

Q.1:
Il mio personale rito di passaggio è stato quello avvenuto all'età di 16 anni. Facevo danza da quando avevo 4 anni e imparata la disciplina con la danza classica mi son spinta man mano verso uno stile più moderno. Avevo sempre ballato in sala con altre ragazzine e la maggior parte di queste non aveva fatto il mio stesso percorso, quindi la classe a cui appartenevo era mista, talvolta addirittura arrivavano a far parte del gruppo nuove ragazze che non avevano mai ballato prima. Un giorno la mia coreografa mi prese in disparte a fine lezione e mi comunicò che ero pronta per essere inserita in un nuovo gruppo, ed esattamente in un gruppo under 18 che avrebbe fatto le gare nazionali. Le mie mie tre fasi son state:
-Separazione: abbandono del mio vecchio gruppo e quindi della categoria intermedia.
-Liminarietà: un processo di trasformazione in primis delle mie potenzialità fisico-artistiche, e in secondo luogo una trasformazione mentale, ovvero non ero più una semplice ballerina.
-Reintegrazione: ingresso nel nuovo gruppo avanzato come ballerina professionista.

Noemi Grant (magistrale LeFiLing)

Francesca Calisi ha detto...

Il rito di passaggio che vado ad esemplificare,  riguarda la mia prima esperienza in un centro di qualificazione regionale di pallavolo, il cosiddetto CQP,  ovvero, il primo gradino per la carriera di un atleta. Fu uno degli avvenimenti più importanti e interessanti della mia vita. Fu la prima volta che mi "separavo" dai miei genitori e che venivo in contatto con ragazze di altre regioni, anche loro nella mia stessa "situazione". Fu un emozione del tutto nuova; infatti, inizialmente provai una sorta di disorientamento per essermi allontanata da coloro che fino ad allora mi avevano seguito costantemente.  Successivamente, la vicinanza con altre ragazze crebbe così quella fase di "trasformazione" che mi permise di adattarmi a quell'ambiente, proprio attraverso questa fase realizzai di dovermela "cavare da sola". Infine, quando venne il momento di tornare a casa, la temuta fase della "reintegrazione" si rivelò proficua, in quanto ero cosciente che quell'esperienza mi avesse fortificato e allo stesso tempo portai con me dei bellissimi ricordi.

Francesca Calisi

Giada Stracqualursi ha detto...

Un rito che comporta un cambio di status, può essere identificato nell'atto del rilascio della patente di guida. Nel momento il cui ho sostenuto l'esame, ho rotto con la situazione precedente e mi è stata attribuita la capacità di poter guidare un mezzo. La separazione avviene, in questo caso, rispetto a molte situazioni, non mi trovavo più nella stessa categoria sociale, iniziavo a integrarmi nell'età adulta, acquisivo una certa indipendenza, potevo offrire il mio aiuto agli altri e diventare un elemento più utile per la famiglia.
La fase liminare cioè la fase di trasformazione può essere individuata nell'atto simbolico del rilascio della patente, il momento esatto in cui l'ho avuta tra le mani.
La fase di riaggregazione si è verificata nel momento in cui sono tornata a casa con questo nuovo riconoscimento sociale.

Giada Stracqualursi

Celeste Picchi ha detto...

Un rito che ho identificato nella mia esperienza personale, e che ritengo di grande importanza, è stato il mio primo viaggio all'estero. A 12 anni ho speso una dozzina di giorni in Corsica per uno scambio culturale organizzato dalla mia scuola media e ho vissuto seguendo le routine quotidiane di una adolescente di Ajaccio, la mia compagna di scambio Léonie. La metafora del rituale come viaggio in questo caso è letterale, si è avuto l'allontanamento dal nucleo famigliare, ovvero la segregazione, per un discreto arco di tempo, durante il quale si è svolta la fase liminare. In questa fase sono stata ospite di una famiglia corsa, ho frequentato le lezioni di una scuola organizzata in un modo totalmente nuovo e diverso dalla mia, sono stata inserita nel gruppo sociale degli amici di Léonie e l'ho seguita nelle sue uscite, cercando di socializzare in una lingua diversa. Ho imparato a gestire autonomamente i miei tempi e attività quotidiani in un contesto altro rispetto a quello di partenza; inoltre ho seguito le abitudini alimentari locali e della famiglia in questione, che mi hanno cambiata anche un poco nel fisico.
Mi sono scontrata soprattutto con la difficoltà di essere una personalità timida e poco socievole in un gruppo di coetanei stranieri, incorrendo spesso in malintesi linguistici e sociali. Ho visto paesaggi inattesi e sorprendenti come i calanchi al tramonto e la spiaggia di Porto, interamente ricoperta di roccia granitica.
Una volta tornata, ho subito la fase di riaggregazione sia nella mia famiglia, dalla quale avevo per la prima volta sperimentato l'indipendenza materiale ed emotiva; sia nel gruppo di amici e compagni di classe con i quali sapevo meglio rapportarmi grazie alle nuove capacità sociali inevitabilmente acquisite durante il viaggio.

Celeste Picchi

Eleonora Cericola ha detto...

Il rito e' la trasformazione dello status. Permette agli uomini di avere altre strutture di pensiero disponibili, in ambito religioso, politico e sociale. Il passaggio di status,e' un momento che possiamo dividere in tre fasi. L'esempio del primo giorno di scuola materna,può essere traumatico per il bambino, in quando viene in un nuovo ambiente, dove non ci saranno i genitori o persone a lui conosciute,ma dovrà trovare i suoi riferimenti. Il bambino si sposta dalla casa materna, in un nuovo ambiente,dove avviene la separazione e  il distacco. Nella seconda fase c'e' la trasformazione, il bambino riesce ad integrarsi nel nuovo ambiente, a giocare con altri bambini e trovare come riferimento la maestra,un nuova figura per lui. Nella terza fase avviene la ricongiunzione con la famiglia in un nuovo status.

Leonardo De Stefano ha detto...

Q1: Un rito fondamentale per la mia crescita è stato sicuramente quando i miei genitori partirono per andare fuori città per qualche giorno, posso descrivere questo rito nei tre passi fondamentali:
-Separazione: quando i genitori se ne vanno via per dei giorni l'impatto è molto forte.Si è
completamente da soli in casa e bisogna badare a tutte le faccende domestiche
come cucinare e mantenere pulita l'abitazione e tutto ciò crea timore nella
persona.
-Trasformazione: dopo un momento di "adattamento" si comincia a comprendere come si vive
realmente quando non ci sono i genitori ovvero andare a fare la spesa,
cucinare anche un piatto di pasta e passare uno straccio per terra. Tutto
ciò rende la persona più matura poiché si confronta con una realtà
quotidiana.
-Reintegrazione: quando tornano i genitori a quel punto il ragazzo si riunisce alla
famiglia con un nuovo status ovvero quello di una persona che può badare a
se stessa anche da solo.

Leonardo De Stefano

Claudia Giorgi ha detto...

Poiché tendiamo sempre di più ad acquisire un nuovo status sociale non tanto attraverso riti specifici quanto piuttosto grazie ad una serie indefinita di esperienze formali e non che si accumulano nel corso del tempo, è difficile oggi rintracciare un rituale con le sue tre fasi di separazione, trasformazione e riaggregazione ben distinte.
Da quando sono piccola mio padre racconta spesso della sua esperienza del servizio militare come di un’esperienza trasformativa, che ha segnato un momento di svolta nella sua vita: ne parla come di mesi molto duri che hanno rappresentato per lui il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. In realtà il servizio militare rappresentava già di per sé un vero e proprio percorso di passaggio, poiché al suo termine si diventava ufficialmente in grado di servire l’esercito italiano in caso di necessità. Ma poiché era un obbligo riservato solo agli uomini, per molti rappresentava proprio la porta d’accesso per diventare adulti, veri uomini.
Il servizio militare effettivamente prevedeva proprio le tre fasi che caratterizzano un rituale: la separazione del ragazzo dal proprio gruppo ordinario di appartenenza (famiglia, amici, eventuale fidanzata…); la fase liminare costituita da tutta una serie di addestramenti, prove, esercizi, allenamenti, ecc…; infine il ritorno e l’inserimento nel gruppo del nuovo status sociale (per tutti rappresentato da chi avrebbe potuto servire l’esercito, per alcuni rappresentato anche dal mondo degli adulti).

Erica Blandino ha detto...

Il rituale è una serie di comportamenti praticati in maniera costante nel tempo in cui pubblicamente si acquisisce un passaggio di status.
Ne è un esempio significativo la cerimonia del mizuage, un rito fondamentale per una oiran che determina il passaggio da ragazza a donna a tutti gli effetti attraverso la perdita della verginità.
Il rito di cui vorrei parlare però riguarda la separazione dei miei zii.
Analizziamo le tre fasi:
Separazione: i numerosi litigi e le varie incongruenze da parte dei miei zii hanno segnato profondamente un netto distacco tra i due a tal punto da chiedere il divorzio.
Trasformazione: viene presentata la domanda del divorzio, decisa la destinazione della casa coniugale e di altri beni di proprietà e stabilito l'affido dei figli.
Riaggregazione: dopo la separazione, i miei zii hanno iniziato a frequentare altre persone.

ILENIA FALSONE ha detto...

Un importante rito di passaggio che, posso prendere in considerazione riguarda la mia personale esperienza. Un rito che ha avuto inizio, quando avevo appena compiuto 19 anni. Di certo, ci sono stati altri brevi riti di passaggio già dalla tenera età, ma questo che vado a descrivere, ha segnato e determinato, profondamente, la mia crescita.
Subito dopo il diploma, ho deciso di intraprendere la carriera universitaria. Sono partita da sola, dal un piccolo paese siciliano, per trasferirmi a Roma. L'impatto è stato abbastanza forte. Mi sono trovata catapultata in una realtà completamente diversa, piano piano ho iniziato a modificare la mia quotidianità. All'inizio, è venuta a determinarsi la prima fase, ovvero, quella della "separazione": sono uscita da quel guscio protettivo, rappresentato dalla mia famiglia e ho dovuto iniziare a fare tutto da sola. Il distacco, non è semplicissimo, inizi ad avvertire di avere tante responsabilità, dalle più banali alle più serie. Inizia una nuova vita, scandita da ritmi diversi e riempita da nuove conoscenze. La mancanza dei propri cari, è una costante ma viene "colmata" dalle soddisfazioni che si riescono ad ottenere e dagli obiettivi raggiunti. Viene così a determinarsi la seconda fase, quella della "trasformazione": si diventa consapevoli del fatto che si è, ormai, adulti. Tutte quelle abitudini che prima erano distanti dal nostro mondo, adesso caratterizzano la nostra quotidianità. Una volta che, si torna a casa (nel mio caso, solamente per le festività), ci si ritrova ad essere "reintegrati" nel nucleo familiare, ma non più come prima. Sia i miei genitori che me stessa, avvertiamo di essere ancora più legati rispetto a prima, ma è anche vero che io mi inserisco in famiglia con un nuovo status. Lo status di persona matura, indipendente e forte. Devo a questa scelta di vita, la scoperta di un'immensa forza e tenacia che credevo di non possedere staccandomi "fisicamente" dalla mia famiglia.

Marilisa Di Crosta ha detto...

Un rituale consiste in un insieme di azioni trasmesse nel tempo che portano ad un cambiamento di status di un individuo. Molte sono le culture che attribuiscono una particolare importanza ad azioni di questo tipo: basti pensare a popolazioni come i Satere Mawe, in cui il passaggio all’età adulta è determinato da una temeraria pratica che include delle pericolose formiche proiettile. Nell’esempio in questione degli individui di sesso maschile vengono prelevati dalla loro realtà adolescenziale (separazione) per essere sottoposti ad un rito durante il quale gli vengono fatti indossare dei guanti con all’interno le suddette formiche (fase liminare). Al termine della pratica possono considerarsi uomini, e dunque essere reintegrati con il nuovo status (riaggregazione), solo se hanno affrontato la prova con coraggio e senza mostrare dolore.
Quello dei Satere Mawe è un esempio di rituale decisamente lontano dalla nostra realtà sociale, dove invece potremmo provare ad identificare altri esempi di “rituali” più legati alla vita di tutti i giorni. A questo proposito mi viene da pensare alla mia condizione di studentessa fuori sede: allontanatami dal mio piccolo paesino della provincia di Benevento, mi sono ritrovata in una realtà diversa, decisamente più grande, alle prese con una vita totalmente nuova e soprattutto lontana dalla mia famiglia (fase della separazione). Tutta la mia condizione implica ovviamente una responsabilizzazione maggiore rispetto a prima, che sicuramente muterà il mio modo di essere portandomi ad un “livello successivo” (fase della trasformazione). Quando tutta questa esperienza sarà finita (e con essa probabilmente anche il mio processo di responsabilizzazione) mi reinserirò nel mio contesto sociale con molte più competenze e più saggezza (riaggregazione).

Emanuele Ietto ha detto...

DOMANDA 1

Un esempio di rito, parlando per esperienza personale, potrebbe essere il passaggio dalla scuola media alla scuola superiore. La prima fase fu quella della separazione: mi staccai con timore e rammarico dalla realtà della scuola media e dalla classe nella quale avevo tutti i miei amici con i quali (salvo poche eccezioni) i rapporti sono stati inevitabilmente troncati. L'impatto iniziale con la nuova realtà della scuola superiore fu particolarmente traumatico. La seconda fase fu quella della trasformazione: nonostante le iniziali difficoltà, con il tempo cominciai a prendere confidenza con la nuova realtà e con tutte le novità, come il dover prendere il treno autonomamente per recarmi a scuola o i nuovi criteri di valutazione. La terza fase, infine, fu quella della riaggregazione: dopo un breve periodo di adattamento, mi adattai perfettamente alla nuova realtà e cominciai a stringere importanti rapporti di amicizia.

Maria Lorenzetti ha detto...

(Q1)
Per rispondere a questa domanda, non posso non ricordare un rito che ho vissuto durante gli anni delle superiori. Ho frequentato il liceo classico a Villa Sora, e trattandosi di una scuola salesiana, ogni anno in primavera, si tenevano le “GIORNATE DI SPIRITUALITÀ”. Tutte le classi delle medie e del liceo vi partecipavano in giorni diversi e svolgevano attività che sostituivano solo per quella giornata le ore di lezione. In particolare vorrei parlare di quella del quarto ginnasio, la prima che ho vissuto e che ricordo con maggiore emozione. In questa lezione di antropologia culturale avevamo parlato proprio delle tre fasi di cui si compone un rito, che io ritrovo in questo esempio. La mattina, appena arrivati, iniziava la fase di SEPARAZIONE, che si articolava in due momenti; nel primo, io e i miei compagni andavamo insieme con gli insegnanti nel cortile interno della scuola e lì iniziava una sorta di “ritiro”. Venivamo dunque separati dalle altre classi. In seguito ognuno di noi si disponeva in un punto diverso del cortile, con in mano soltanto un foglio e una penna. Le attività iniziavano con un interessante esperimento; tutti noi avevamo il compito di comunicare qualcosa a noi stessi scrivendola sul foglio.
Ricordo che di solito questa fase durava a lungo; lo scopo era quello di guardare dentro di noi e passare del tempo a riflettere sulla nostra identità, ma la frenetica vita che fa parte della natura umana, rendeva davvero difficile questa introspezione.
La fase successiva era quella LIMINARE o di TRASFORMAZIONE: ognuno di noi si rendeva utile preparando qualcosa per il pranzo, apparecchiando la tavola o sistemando gli ambienti per le attività successive. Grazie a queste giornate, posso dire di essere maturata: ho imparato a riflettere su tematiche importanti, e mi sono sentita molto più responsabile nello svolgere le attività che mi venivano affidate. Ad esempio cucinare la pasta per tante persone o spazzare il cortile, sono state delle bellissime esperienze perché mi hanno fatto sentire davvero una “donna”, abituandomi a fare cose non troppo familiari per una ragazza di quattordici anni.
Poi vi era l’ultima fase, la RIAGGREGAZIONE: anch’essa avveniva in due momenti. Nel primo, noi come gruppo classe ci riunivamo per pranzare tutti insieme; questo mi ha dato modo anche di approfondire la conoscenza di alcuni compagni con i quali a lezione non parlavo spesso, perché in questo caso eravamo seduti allo stesso tavolo e svolgevamo delle attività insieme. Il secondo momento di questa terza fase era la riaggregazione vera e propria con le altre classi della scuola, dalle quali ci eravamo separati all’inizio di questa esperienza. Alla fine della giornata quindi, raggiungevamo la consapevolezza di avere acquisito una maggiore maturità interiore. Per concludere, dunque, venivamo riaggregati nella socialità ma con il nuovo status di persone più responsabilizzate.
Maria Lorenzetti.

Alessandra Cicinelli ha detto...

Q1.

Devo confessare che non c'è stato un momento specifico nel quale io abbia subito un vero e proprio rito di passaggio, in realtà sono stati vari fattori a caratterizzarlo nel tempo.
Se ne dovessi prendere uno nello specifico, parlerei del più significativo, l'inizio della mia esperienza lavorativa ed il conseguente primo stipendio. Da un pieno mantenimento e una costante richiesta di denaro sono passata ad una mia indipendenza. Questo non ha scaturito in me una bella sensazione derivata solo da un guadagno economico, ma anche, e soprattutto, da uno morale.
La stanchezza dovuta all'impegno lavorativo mi rendeva decisamente soddisfatta di ciò che stavo realizzando e inoltre mi faceva capire finalmente la stanchezza provata dai miei genitori a fine giornata. Avvertendo affaticamento come loro, iniziavo a percepire in me una maturità come la loro.
Dunque la fase di separazione si è verificata nel momento in cui mi sono presa tale responsabilità e ho accettato la proposta lavorativa, dando a questa una priorità rispetto al resto.
Da qui ho intrapreso un cambiamento caratteriale, affine a ciò che da quel momento in poi reputavo importante, a cui prima non davo considerazione (fase liminare).
Infine la fase di riaggregazione è avvenuta quando ho fatto del mio lavoro una parte di quotidianità, facendo coincidere questo con le altre attività che già svolgevo.

Alessandra Cicinelli

Giorgia Giovannini ha detto...

Q1) Mi vengono in mente due esempi, uno legato direttamente alla mia persona ed una ad un mio familiare. Nel mio caso è osservabile qualcosa di molto recente: a fine Agosto sono stata assunta come segretaria presso una palestra a San Lorenzo, ed è il mio primo vero lavoro. Ho percepito le tre fasi nel seguente modo: la separazione è avvenuta nel momento in cui sono andata a fare il colloquio da sola (senza essere accompagnata in questo mondo così nuovo) e con la mia assunzione stessa, che mi ha portata a dover rifiutare proposte di uscire la sera, fare pranzi e cene in compagnia o di fare dei semplici lavori di gruppo all’università per il semplice fatto che il lavoro richiedeva una grossa fetta della mia vita e non avevo tempo per dedicarmi come prima al resto. La fase liminare, quella della trasformazione, è avvenuta nel momento in cui ho imparato a rapportarmi coi clienti, saper convincerli a fare un abbonamento piuttosto che un altro, saper gestire la parte contabile, saper soddisfare le richieste dei miei superiori e cominciare a mantenermi da sola(anche se solo in parte essendo un part time). La fase di riaggregazione è avvenuta, secondo me, nel momento in cui ho imparato a giostrarmi bene in questo nuovo mondo e ciò mi ha permesso di potermi riavvicinare alle mie vecchie abitudini: uscire la sera, fare un pranzo o una cena in compagnia, coltivare i miei hobbies, ecc.
Il secondo caso, secondo me, è quello di mia nonna, contadina calabrese. La fase di separazione è avvenuta nel momento in cui, quando era piccola, i genitori l’hanno fatta ritirare da scuola perché c’era bisogno di un paio di braccia in più in campagna e ciò l’aveva completamente isolata dal mondo degli altri bambini. La fase liminare è avvenuta nel momento in cui mia nonna ha imparato a fare quei lavoretti in campagna che le venivano richiesti dai propri genitori. La riaggregazione è ciò che accadde nel momento in cui mia nonna, dopo aver imparato a portare a termine i suoi doveri al meglio, aveva potuto riavvicinarsi ai suoi vecchi compagni di scuola per giocare il pomeriggio. Non è mai tornata a scuola purtroppo ma aveva avuto la possibilità di riavvicinarsi al gruppo sociale in cui si riconosceva di più, ovvero quello dei suoi coetanei.

Giorgia Giovannini

Chiara Grossi ha detto...

Chiara Grossi: la società in cui viviamo ha perso dei punti di riferimento stabili tra ciò che significa essere adulti e ciò che significa essere giovani, non ancora pronti alla vita autonoma. Il confine (il limen appunto) tra adulto e ragazzo è molto elastico, tanto che esistono uomini e donne all'orlo dei quarant' anni che non hanno ancora idea di cosa voglia dire vivere da soli. Ho amici trentenni che, per vari motivi, tra cui l'oggettiva difficoltà a trovare un posto di lavoro che permetta un guadagno sufficiente ed adeguato, vivono ancora con i propri genitori.
Io, invece, ho dovuto ben presto scegliere una strada diversa, andando a vivere da sola: per me questo ha significato un vero e proprio rito di passaggio.
Ho lasciato non solo la mia casa ma anche il paese nel quale vivevo, ho attraversato una fase di precarietà sia economica che abitativa (ho cambiato più case in affitto e più città) e alla fine ho ritrovato una mia stabilità, la quale mi ha permesso di compiere alcune scelte con una maturità diversa, da adulta appunto, tra cui quella di dedicarmi allo studio, una mia grande passione.
Posso dire di aver provato "sulla mia pelle" quale sia la profonda trasformazione personale e sociale che comporta questo passaggio e quindi, rispetto alla mia esperienza, posso dire che nella nostra società un vero rito, nell'accezione che gli conferisce Van Gennep, sia proprio quello che segna il passaggio dalla vita in famiglia alla vita autonoma, sia che questo passo venga compiuto decidendo di andare a vivere da soli, come, almeno all'inizio, ho fatto io, sia che si decida di sposarsi o comunque di convivere.

Lorenzo Angelici ha detto...

Un esempio di queste 3 fasi si può affiancare alla mia esperienza all'università: finita la maturità io già sapevo che avrei continuato a studiare all'università, rispetto ad altri miei amici che o hanno iniziato a lavorare o che andavano ancora a scuola. Inizialmente vedevo tutti gli altri uscire la sera, magari in settimana senza fare tardi, ma che comunque si vedevano e che si organizzavano per feste e viaggi, mentre io rimanevo a casa tra libri, fotocopie e appunti cercando di capire quello che dovevo fare della mia vita e senza avere mai tempo per vedermi con i miei amici o comunque per svagarmi un po' (separazione). Dopo un po' di tempo iniziai a capire la vita universitaria, a gestirmi gli studi e a capire quando e come affrontare certi corsi ed esami e quali invece era meglio affrontare ad un eventuale esonero (trasformazione). Abituato ormai alla vita universitaria riuscii a trovare il tempo per svagarmi un po', per poter anche andare in palestra o fare una partita di calcetto o semplicemente uscire con i miei amici, senza ovviamente tralasciare gli studi (riaggregazione).

Monsieur Luca Parodi ha detto...

LEZIONE 11

Devo ammettere candidamente che, nel corso della mia vita, ho sempre provato una repulsione più o meno conscia nei confronti di tutto ciò che abbia a che fare con la ritualità e con la seguente pratica definitoria che ad essa segue [per diventare x, devi prima fare y]. Nonostante ciò credo di esser passato anch’io attraverso quella che si potrebbe definire come una fase rituale. Da adolescente ero piuttosto remissivo, ancorato - probabilmente - ad uno status psicologico legato più alle cure di mamma e papà che alla “vita reale”. Stanco di tale condizione, decisi molto presto che questo atteggiamento doveva finire e che era arrivato il momento di far parte di tale supposto *mondo vero*. Per fare ciò, sentii la necessità di identificarmi politicamente con la destra estrema e presi a frequentare assiduamente quell’ambiente alla ricerca di una violenza e di una protezione che riuscisse a sbloccare la mia debolezza. Questo cambiamento mi consentì di sentirmi parte di un gruppo che fosse in grado eventualemente di proteggermi e, in tal modo, di spingermi a proteggere gli altri se fosse stato necessario. Da remissivo, in sostanza, iniziai a sentirmi parte di un elité violenta separata dal resto dei membri “deboli” della società e da tutto ciò che rappresentava il mio passato di sfigatello della classe. Il vero e proprio momento di passaggio vi fù quando per la prime volte ebbi l’occasione di partecipare a delle risse, cosa che avvenne molte volte nel corso di circa un pajo d’anni; ciò mi consentì di percepirmi forte, potente e dalla parte dell’oppressore e non più dell’oppresso, sbloccando in me un lato che prima era pesantemente coperto da quella coltre di remissività. Passata tale fase, sono riuscito nel corso dei seguenti anni a conquistare una forte indipendenza, anche grazie al fortissimo allontanamento da tutto ciò che ha contraddistinto quel periodo, e piano piano sono riuscito a sentirmi di nuovo parte della società “normale”, sebbene ancora io non mi ritenga abbastanza psicologicamente integro da considerarmi al 100% parte di essa.

Luca Parodi

Alessio Rischia ha detto...
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Gabriela Baican ha detto...

Dovendo parlare in base ad un’esperienza personale, il primo rito di cui ho ricordo riguarda la mia prima confessione. Essendo la mia famiglia di religione ortodossa e di conseguenza anch’io (teoricamente, poiché al momento non ho alcuna particolare credenza), ho dovuto attraversare questa fase. Mi trovavo spesso ad andare in chiesa con mia nonna e ricordo di non vedere l’ora di fare ciò che i grandi erano soliti fare in quel luogo, sinceramente adesso non saprei neanche il motivo. Avevo tra i sei e i sette anni, l’età in cui i bambini ortodossi sono soliti fare la prima confessione, e finita la messa uscii fuori nel cortile della chiesa insieme a mia nonna. Guardando sulla destra vidi il prete, con il suo vestito nero, che accoglieva, inginocchiato, i fedeli prossimi alla confessione. Mia nonna mi invitò a partecipare e così, dopo averle lasciato la mano, mi incamminai da sola nella direzione del sacerdote (fase di separazione). Arrivata di fronte a quest’ultimo, chiesi di potermi confessare, a sua volta egli mi domandò quanti anni avessi e dopo aver ricevuto la mia risposta, disse che potevamo procedere. Iniziai così a rispondere alle varie domande che mi stava ponendo, proprio come vidi fare ad altre persone prima di me (fase di trasformazione). Finita la pratica religiosa, il sacerdote mi lasciò andare. Ormai facevo parte di una nuova “classe” di fedeli e nulla poteva più impedirmi di compiere questa azione (fase di riaggregazione).

Alessio Rischia ha detto...

Un nuovo rito della modernità che dovrebbe essere maggiormente implementato da tutte le università è l'esperienza Erasmus. In effetti in questa nuova esperienza si possono rintracciare le 3 fasi. Quasi tutti gli studenti che partono per una meta europea (anche se le esperienze possono essere diverse) vanno a vivere in un contesto culturale, sociale, scolastico, differente. Spesso condividendo un piccolo appartamento con altri ragazzi di nazionalità e culture diverse (io vivevo in un appartamento di 100 metri quadri con altri 4 ragazzi: un brasiliano, 3 messicani e un indiano - inoltre nel residence c'erano anche due tedeschi un bulgaro e 3 italiane). Ci si ritrova gettati in una nuova realtà in cui tutti i piccoli rituali, abitudini, tipici dei rispettivi paesi d'origine vengono ribaltati (es. si pranza ad orari diversi). Ricordo ancora l'impatto che ebbi la prima volta entrando in un supermercato in Francia, non riconoscevo neanche il cibo che era esposto! A questo si aggiunge la differente realtà universitaria francese, i corsi sono diversi, le modalità d'esame ecc... I primi giorni, le prime settimane, quasi tutti gli studenti erasmus passano la prima fase: il rifiuto delle nuove culture (la mia è la migliore) da qui inizia la separazione - lo studente si emargina dagli altri ragazzi e cerca di fare amicizia con quelli della propria nazionalità con cui condivide lingua e cultura. Col passare delle settimane lo studente erasmus (volente o nolente, dato che condivide l'appartamento con altri ragazzi) comincia a fare amicizia con ragazzi di culture diverse, che hanno differenti stili di vita, orari diversi, cibi diversi. Questa è la seconda fase: lo studente si apre e comincia a interagire con gli altri, inizia la fase della trasformazione. In questa fase scopre quanto fosse limitata la realtà in cui viveva prima, non solo scopre nuovi modi di osservare la realtà attraverso l'Altro, ma sempre attraverso gli occhi dell'Altro comincia a comprendere molto di più la propria di cultura. A questo punto si arriva alla terza fase: lo studente si sente parte non solo di una nuova comitiva di amici, ma di una vera e propria famiglia, quell'appartamento di 100 metri quadri condiviso con altre 4 persone, che tanti problemi aveva dato all'inizio (provateci voi a condividere un gabinetto francese - in uno sgabuzzino senza bidet con altre 4 persone) diventa un luogo da poter chiamare casa: è la riaggregazione. Infine, purtroppo, per ogni studente erasmus esiste una quarta fase: il ritorno. Bisognerebbe cambiare il celebre motto: "Ogni studente erasmus piange due volte, quando arriva e quando se ne va".

Ilaria Iannuccilli ha detto...

Per quanto riguarda la mia esperienza personale, un esempio di rito vissuto può corrispondere al periodo trascorso a Bristol nell’estate di qualche anno fa. Per me, che avevo da poco terminato il liceo, quell’esperienza fu davvero impegnativa, perché in un certo senso mi obbligò a vivere secondo dinamiche fino ad allora sconosciute.
In questa vicenda, le tre fasi di separazione, trasformazione e riaggregazione di cui si compone un rito, possono essere identificate nella partenza, ovvero nella separazione dalle persone e dai ritmi che fino ad allora avevano contrassegnato la mia esistenza, nella convivenza con persone che non conoscevo, in un contesto del tutto nuovo e nella piena indipendenza, e infine nel ritorno ai meccanismi della mia vita precedente, ma con una consapevolezza nuova, percepita da me stessa e dagli altri.

Ilaria Iannuccilli

Jamila Zenobio ha detto...
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Jamila Zenobio ha detto...

Come abbiamo avuto modo di osservare a lezione, una delle operazioni più rilevanti messe a punto dalla cultura è quella della costruzione (implicita o esplicita) di un modello all’interno del quale siamo inseriti. Questo processo, definito antropopoiesi, permette dunque di ancorarci ad un sistema di segni appartenenti ai più disparati modelli culturali presenti all’interno di un determinato sistema.
Si verifica molto spesso il fenomeno attraverso cui gli individui effettuano un passaggio di status attraverso il rituale ovvero una messa in scena pubblica che rispetta delle forme prestabilite.
Nella nostra società la codificazione dell’atto performativo correlato al rito è andato via via diminuendo. Esso si è conservato principalmente all’interno dei rituali e delle cerimonie che identificano delle tappe “biologiche” della vita dell’individuo, come nel caso della nascita o della morte.
Nonostante ciò rimangono comunque tracce di rituali all’interno delle società occidentali.
Per quanto concerne la mia esperienza personale, sono stata protagonista di una sorta di rito al mio quindicesimo compleanno. In occasione di questa ricorrenza infatti, mi è stata regalata una copia delle chiavi di casa.
Ricordo benissimo che questo gesto è stato percepito da me come un momento di passaggio nella fase adulta attraverso l’affidamento di un oggetto che per me non era nient’altro che la rappresentazione concreta delle nuove responsabilità acquisite.
In questo episodio è dunque possibile identificare le tre fasi che compongono il processo rituale:
1.separazione: il dono delle chiavi come rappresentazione del fatto di non essere più una bambina;
2.trasformazione: ho effettivamente utilizzato nel periodo successivo al mio compleanno il mazzo di chiavi donatomi senza mai perderlo;
3.reintegrazione: rappresentata dalla constatazione da parte dei miei genitori della mia capacità di prendermi carico di questa nuova responsabilità.

Jamila Zenobio

Slawka G. Scarso ha detto...

La secolarizzazione della nostra società ha determinato una perdita di tanti riti giacché il rito veniva associato, contrariamente a quanto poi dichiarò Van Gennep, alla dimensione religiosa. In realtà di riti ce ne sarebbero anche altri, nettamente secolari, come il servizio militare che aveva le classiche fasi identificate da Van Gennep - separazione (i ragazzi una volta compiuti 18 anni lasciavano casa per andare a fare il servizio militare), trasformazione (i ragazzi passavano un anno lontano da casa durante il quale sperimentavano la vita secondo regole diverse da quelle domestiche e familiari) e poi la reintegrazione con il passaggio allo status di adulto. Addirittura ne La fatica di diventare grandi Aime argomenta proprio come sia stata questa ulteriore perdita del rito di passaggio a creare una società di eterni bambini come quella attuale.
Esempi di riti di passaggio non così diffusi però come quello del servizio militare possono essere ad esempio le vacanze studio per i ragazzi che vanno a scuola.
Anche in questo caso abbiamo il momento della separazione del ragazzo che si separa dalla famiglia per frequentare un corso di lingua all'estero, passa poi due o tre settimane, magari con una famiglia straniera che lo ospita, e quando torna viene considerato più responsabile e più adulto dalla sua famiglia/comunità.
Probabilmente, e di nuovo è quanto argomentava Aime, oggi siamo arrivati a dei riti di passaggio più piccoli, meno pubblici ed estesi rispetto al passato.

valentina ciuchini ha detto...

Penso che nella nostra società i riti rigidamente codificati stiano sparendo, infatti quelli che secondo me rispettano di più le tre fasi di separazione, trasformazione e riaggregazione (almeno simbolicamente) sono quelli religiosi, che però sono sempre meno sentiti, soprattutto dalle nuove generazioni; mi sembra che ai miei coetanei riesca difficile pensare che qualcosa abbia un valore formativo “di per se”, al di la di quello che rappresenta per il singolo individuo (piccolo esempio: nessuno più crede che il rito del battesimo sia sufficiente e necessario per essere dei cristiani, e che le persone non battezzate vadano nel limbo indipendentemente dalla loro moralità ).
Al di la di questo, che è un mio parere, l’esperienza più vicina a quella di “rito di passaggio” che ho vissuto è stata quella dell’esame di maturità: c’è una fase di preparazione in cui lo studente deve raccogliere e organizzare tutte le sue conoscenze, poi la fase di separazione che consiste nello svolgere le prove stesse, che culminano nella prova orale: durante l’interrogazione lo studente è solo e deve farsi valere anche davanti ai professori che non conosce; è sottinteso ma molto importante che ad assistere alla prova ci siano solo i compagni, suoi pari, guai se si presentano i genitori! La famiglia deve rimanere fuori da questo contesto, la presenza dei genitori all’orale della maturità è inappropriata e viene vissuta come un non riconoscimento della maturità del ragazzo.
Infine se l’esito è positivo lo studente può riaggregarsi ai suoi compagni e vivere un’estate spensierata, solitamente andando a fare il tanto agognato viaggio “della maturità”, che è premio e il riconoscimento da parte della famiglia del suo essere effettivamente diventato un adulto responsabile.
Valentina Ciuchini

auroracelima123@gmail.com ha detto...
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Aurora Celima ha detto...

Nella cultura occidentale sono pochi i riti espliciti di passaggio da uno status sociale all’altro, al contrario di altre culture in cui questi ultimi sono maggiormente praticati poiché assumono notevole importanza per l’identificazione del momento preciso di passaggio da una condizione all’altra.
Nonostante non siano così espliciti o “fisici”, nella nostra società ci sono molti riti impliciti e personali che comprendono una serie di azioni che ci conducono verso uno status diverso, come nel caso del passaggio all’età adulta.
Per quanto riguarda la mia esperienza personale, il passaggio dalla mia condizione di adolescente a quella di adulta l’ho sperimentato quando ho presentato il mio fidanzato alla mia famiglia.
Sono la più piccola della famiglia e fino a poco tempo fa, nonostante fossi ormai maggiorenne, diplomata e patentata, ero ancora considerata come la piccola di casa.
Quel momento per me è stato un vero è proprio rito di passaggio.
Analizzando l’accaduto, infatti, ho individuato le tre fasi tipiche: la fase di separazione, durante la quale ho smesso di sentirmi una ragazzina e ho fatto qualcosa per dimostrarlo, la fase di trasformazione, durante la quale ho realizzato di essere ancora vincolata per certe ragioni ad un qualcosa che non mi permettesse di sentirmi completamente adulta, e infine la fase di riaggregazione, in cui mi è stata riconosciuta dalla mia famiglia la mia nuova condizione.
La struttura di questo rituale, come per tutti quelli praticati dalle varie culture esistenti, per me è stato un vero e proprio viaggio che mi ha condotta da una situazione di incompletezza a una di "raggiunta umanità".

Francesca Rita Apicella ha detto...

La costruzione dell’individuo procede per tappe riconosciute e strutturate dalla comunità. Il percorso scolastico, ad esempio, è visto come formazione della persona. Non è una mera acquisizione di titoli, ma dietro a ciascun diploma è nascosto un riconoscimento sociale. Da sempre si ha avuto un occhio di riguardo nella costruzione delle attività formative, e il discorso intorno alla formazione scolastica è particolarmente fertile. Si è arrivati ad un momento storico in cui alla scuola è riconosciuto un ruolo antropopoietico fondamentale per ciascun individuo, viene vista come momento necessario alla nascita della persona in quanto essere umano, e non soltanto come entità biologica. È il luogo in cui si assorbe cultura formalmente e informalmente, e il passaggio da un livello scolastico all’altro, come tra medie e superiori, è vissuto come la fine di un’epoca, di un tempo a cui non si può fare ritorno e che comporta un nuovo modulo di regole comportamentali. Da un ragazzo che è appena entrato in un liceo ci si aspetterà una maturità diversa da quella che presentava qualche mese prima, perché è entrato in quella che viene considerata una nuova fase della sua esistenza, una fase in cui si dovrebbe essere più maturi e consapevoli. Ci si aspetta con il progredire di titolo scolastico in titolo scolastico una crescita non soltanto dettata dal passare del tempo, ma anche dall’arricchimento culturale, un lungo e diversificato periodo di trasformazione. Il nome del diploma di istruzione superiore, “maturità”, è particolarmente indicativo: una volta che si stringe in mano il diploma si viene considerati agli occhi della nostra società come adulti, pienamente responsabili delle nostre azioni anche a livello giuridico, e la condiscendenza tipica nei confronti di chi è ancora uno studente liceale va via via scemando.

Giulia Eleuteri ha detto...

Come esempio di rito preso dalla nostra esperienza penso a un esempio tratto dalla mia infanzia.
Avevo undici anni e come tutte le estati mi trovavo ospite dai miei nonni: loro possedevano una casa in campagna e con i miei cugini Davide e Valeria trascorrevamo lì quasi tutto il mese di agosto. Era una casa piuttosto isolata dal resto ma ci divertivamo comunque moltissimo a giocare all’aperto nel grande giardino. Già allora ero un’ amante dei libri fantasy e spesso leggevo dei passi a caso ai miei cugini prima di dormire. Quell’anno avevo portato con me “La storia infinita” di Micheal Ende, un libro che ho ripreso anche da più grande e che mi ha dato sempre molti spunti su cui riflettere. Una sera in particolare abbiamo letto tutti insieme la storia di Atreiu, uno dei personaggi principali.
Atreiu era un ragazzo della tribù dei Pelleverde, un popolo di cacciatori delle Pianure Erbose. Egli e i suoi coetanei all’età di dieci anni venivano sottoposti a un rito di passaggio: separati dal resto della comunità dovevano recarsi nella foresta e uccidere un bufalo di Porpora (animale sacro). Ciò, una volta reinseriti nella loro comunità, avrebbe garantito loro lo status di “cacciatore”.
Questo racconto ci aveva molto colpiti: anche noi infatti in qualche modo eravamo sempre “a caccia” di nuove avventure per sfuggire alla monotonia delle lunghe giornate oziose.
In particolare mio cugino Davide (nove anni) non vedeva l’ora di mettersi alla prova, proprio come Atreiu.
Così anche noi abbiamo creato il nostro “rito”.
Per spiegarlo devo fare una premessa ulteriore.
La casa dei nostri nonni era divisa in due piani. Al primo la loro casa, dove stavamo anche noi nipoti. Al secondo piano invece si trovavano altri spazi che però non erano abitabili.
I miei nonni infatti venivano dalla Calabria e lì si usava riunire tutti i membri della famiglia sotto lo stesso tetto con il pater familias e la moglie al pian terreno e i loro figli con le rispettive famiglie ai piani superiori. Questa aspettativa dei miei nonni però non si è mai realizzata in quanto i loro tre figli (tra cui mia madre) hanno sempre preferito abitare a Roma (mentre questa casa di campagna è decisamente fuori mano per chi lavora). Il risultato era che non solo questo secondo piano è sempre stato disabitato ma non era stato nemmeno finito di costruire fatta eccezione per i muri portanti, il pavimento e una sommaria struttura edile: un posto abbastanza pericoloso per dei bambini.
La nostra idea fu più o meno la seguente: ognuno di noi a turno doveva passare una notte al secondo piano per provare il proprio coraggio agli altri. Le tre fasi del rito erano:
1) Fase di separazione: ognuno di noi si allontanava da tutti per una notte.
2) Fase liminare: questa notte, passata al fatiscente secondo piano della casa dei nonni, ci consentiva di passare dallo status di “bambini normali” a quello di “bambini coraggiosi” (fase della vera e propria trasformazione).
3) Fase di riaggregazione: al ritorno, superata la prova, il tuo nuovo status era riconosciuto dagli altri due cugini.

Giulia Eleuteri

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0230674

Francesco Baldini ha detto...

Questa domanda mi ha permesso di tornare indietro nel tempo, riscoprendo una parte della mia vita finita un po' nel dimenticatoio, per via dei tanti anni ormai trascorsi, ma senza dubbio decisiva nel mio lungo percorso di formazione e forgiatura della persona che sono adesso. Avevo sei anni, da poco compiuti, era settembre e, nel giugno appena trascorso, avevo terminato l'asilo, consapevole che di lì a poco avrei iniziato la scuola elementare. Ricordo che spesso, durante l'estate, fantasticai su quella che sarebbe stata la mia nuova esperienza e cominciai a comprendere (SEPARAZIONE) di non essere più un "lattante", perché il gioco stava per farsi più duro e avrei dovuto mostrare una sempre maggiore maturità; iniziavo a crescere mentalmente e pian piano ne diventavo più consapevole. Proprio a settembre mi presentai all'asilo, con i miei genitori, per salutare le maestre, rendendomi conto (TRASFORMAZIONE) che nonostante fossi pronto per il "grande passo", mi rimaneva quella voglia di spensieratezza da "cucciolo" ed ero certo che mi sarebbero mancati i miei vecchi amichetti, lo scivolo, le altalene...Però quella nostalgia e quel mio attaccamento al "paese dei balocchi", a cui ero abituato, passarono presto e divennero solo bei ricordi (RIAGGREGAZIONE) il giorno in cui indossai il mio grembiule blu, dotato di colletto bianco, e varcai la soglia della mia nuova classe, certo ben diversa rispetto alle aule che avevo frequentato fino a pochi mesi prima, ma grazie alla quale capii di essere cresciuto, di essere più autonomo e responsabile. Era una nuova vita.

Anonimo ha detto...

Un esempio di rito di passaggio che mi ha toccato particolarmente fu avere la piena consapevolezza di avere una sorella autistica. Quando si è piccoli non si capiscono bene i problemi che affliggono le persone che ti stanno vicino. La mia fase di separazione è quando ho avuto la piena consapevolezza del suo autismo, e la cosa che mi ha fatto più male è stato sapere che tutto questo è scaturito da un trauma per un ricovero ospedaliero all’età di due anni. La mia seconda fase, quella della trasformazione è stato comprendere che era ed è meraviglioso avere una sorella come lei e preferisco averla con questa disabilità che non averla proprio, e scoprire che non sarebbe stata diversa da un’altra sorella visto che ridiamo assieme, litighiamo e ogni tanto usciamo assieme. La mia fase della reintegrazione è sapere che ho una famiglia dove l’amore supera i pregiudizi di alcune persone e che io i miei genitori i miei fratelli compresi zii e cugine per lei ci saremo sempre.

Elisabetta Pittalis

Federica Palazzi ha detto...

Un rituale è un modello di comportamento trasmesso nel tempo attraverso il quale si attribuisce un cambiamento di status alla persona. Esso si articola in tre fasi, ovvero fase di separazione, trasformazione (detta anche liminare) e di aggregazione.
Un rituale riguarda proprio la cultura stessa, e ciò serve affinché l'uomo possa avere delle strutture di pensiero disponibili.
Un esempio personale di rituale può essere il momento in cui ho deciso di non dipendere più dai miei genitori per costruirmi il mio futuro: come FASE DI SEPARAZIONE vi è il momento in cui, economicamente parlando, non ho voluto chiedere soldi ai miei genitori, ho quindi iniziato a lavorare partendo con una piccola somma per soddisfare sfizi personali e mi sono separata completamente dalla linea di pensiero adottata fino a quel momento, come per esempio farmi comprare il gelato da mia madre. Attualmente sono nella seconda fase, quella della TRASFORMAZIONE, in cui, dopo un po' di anni di lavoro, mi posso permettere ora di comprare casa, per cui questa fase liminare sta nel mio cambiamento di status da ragazza semi-indipendente a ragazza totalmente indipendente. Il mio futuro sarà la terza fase, quella di RIAGGREGAZIONE, in cui avrò costruito una nuova famiglia in un ambiente differente, il mio nuovo status sarà riconosciuto dai miei genitori ed io mi prenderò carico di situazioni/persone a cui prima non pensavo.

Luca Pizziconi ha detto...

Prendendo in considerazione la società occidentale, per esempio l'Europa, possiamo vedere come la nostra vita non è più scandita da riti comuni che avvengono in modo esplicito (magari come una tribù orientale).
Nonostante ciò da sempre ci sono dei luoghi comuni nella gente (soprattutto qui in Italia) secondo cui dopo una determinata fase o età si diventa più grandi o maturi.
Per esempio si pensa che un uomo per essere considerato tale deve avere avuto dei figli, oppure un lavoro stabile e vivere fuori la casa dei suoi genitori.
Come possiamo vedere queste credenze sono dei riti ma non nel senso che lo si intende per una tribù orientale, ma riguarda più la posizione di una determinata persona nella società.
Di conseguenza nella mia vita non c'è mai stato un vero e proprio rito di passaggio, ma tanti piccoli avvenimenti che mi hanno portato ad essere quello che sono ora.
Un esempio qualsiasi potrebbe essere il giorno in cui ho preso la patente per la macchina, in quel momento possiamo distinguere le tre fasi ovvero separazione,nel momento in cui i miei genitori mi hanno permesso di usare la macchina, trasformazione, il momento in cui ti rendi conto che guidare la macchina è una responsabilità sia dei tuoi genitori che tua, riaggregazione, quando capisci di avere compreso la responsabilità di guidare per strada.

Cristiano Formisano ha detto...

Q1. Premetto che oggi mi sembra molto difficile rintracciare riti scanditi nettamente in fasi, vista la liquidità della, soprattutto nostra (occidentale), società. Tuttavia mi sembra di riscontrato nei miei coetanei una certa ritualità nella fase di passaggio dalla pre-adolescenza all'adolescenza. Infatti, quello che mi sembra di poter descrivere come un vero e proprio rito di passaggio, o almeno questo mi sembrava essere il significato che i miei compagni gli diedero, è stato quello del 'fumare sigarette'. C'è stato un periodo, che va dai miei (e dei miei coetanei) 12 ai 14 anni, in cui per far parte del 'gruppo dei grandi' occorreva essere 'abbastanza adulti' da fumare. Ovviamente non era solo quello, purtuttavia mi sembra di poterlo catalogare come rito. I tre stadi, descritti da Van Gennep, di questo rito si possono, con un po' di immaginazione, osservare così:
1) stadio di separazione: l'allontanamento dell'individuo dal contesto in cui si trovava avviene nel momento in cui esso viene avvicinato e gli viene offerto un tiro di sigaretta. Così facendo, il ragazzo si estranea dal contesto 'inferiore' in cui si trovava antecedentemente
2) stadio liminare: avviene nella trasformazione del ragazzo in fumatore, quindi con il suo primo tiro o la sua prima sigaretta. In questo stadio è possibile riconoscere una vera e propria prova fisica
3) stadio di riaggregazione: dopo aver fumato, il ragazzo può fare il suo 'ritorno in società', ma ciò che più conta è che si ritrova ora con un nuovo 'status sociale'.

Cristiano Formisano

Anonimo ha detto...

1- Tenendo conto della mia esperienza personale, una sorta di rito può essere rintracciato nell’inizio della stagione calcistica. Nel mese di agosto, infatti, dopo la pausa estiva, la squadra è tenuta ad affrontare il cosiddetto “ritiro” (o preparazione agonistica), volto a far acquisire ai membri della squadra un’ottima condizione fisica e un forte spirito di gruppo, in modo tale da gettare le basi di una buona stagione sia a livello fisico che mentale.
In questo rito sportivo le fasi di separazione, trasformazione e riaggregazione sono rappresentate rispettivamente da:
-l’allontanamento da casa (e quindi da amici e parenti) per dirigersi in un posto “isolato” e privo di distrazioni, che permette di lavorare in tranquillità;
-il lavoro (fisico, atletico, tecnico e tattico) volto al potenziamento dei giocatori, il quale in genere dura una decina di giorni;
-il rientro a casa, che consegna un giocatore “rigenerato” e pronto/motivato per affrontare al meglio la stagione sportiva.

Federico Favale

Francesco Paoletti ha detto...

Q1: ritengo che un valido esempio di rito, con le sue tappe, sia riccnducibile alla mia esperienza Erasmus. La mia esperienza è stata particolare perché veramente molto lontana da casa e con un rapporto sentimentale, all'epoca, di 4 anni!
Questa esperienza la vedo come un rito in quanto sono perettamente in grado di stabilire le tre tappe: 1) la separazione, una mattina ti svegli e sai che devi andare in aeroporto dove un aereo ti porterà a 7000 km di distanza (sono stato a Tomsk, in Siberia), saluti la tua fidanzata e i tuoi genitori sapendo che non li rivedrai prima di 6 mesi, sai benissimo che ti recherai in un posto che inizialmente sarà ostico, per la lingua, per le condizioni climatiche (quando sono sceso dall'aereo facevano -42°) e per tutti quei disagi con cui si convive quando si è soli. Ero euforico, ma anche piuttosto preoccupato.
2) La fase liminare, o quella della trasformazione, è iniziata nel momento in cui sono riuscito, anche piuttosto celermente, a organizzare la mia vita in quel luogo. Organizzare lo studio, la frequenza all'università, considerare i fusi orari per mantenere i rapporti con famiglia etc, lo svago, le faccende domestiche e il denaro.
3) la fase della reintegrazione si è manifestata quando ho concepito che la mia esistenza in quel luogo era ormai consolidata. Avevo accettato ed amavo la mia condizione di studente all'estero. Ormai uscire sotto mezzo metro di neve era per me la normalità, riuscivo a pianificare perfettamente le mie giornate non privandomi di niente, gli studi in loco sono stati completati con successo, mi sono sentito accettato da una società diversa dalla mia per usi, costumi e mentalità. Ero diventato completamente autonomo in una terra che non era la mia, ho gestito al meglio tempo e denaro. E alla fine sono tornato in Italia con lo stesso stato d'animo con il quale sono partito: malinconico.

Francesco Paoletti

Salvatore Di Simone ha detto...
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Salvatore Di Simone ha detto...

Nella mia esperienza personale un rituale di passaggio è stato quando quasi 4 anni fa decisi di lasciare la mia casa paterna per venire a studiare a Roma alla facoltà di filosofia della "Sapienza". Quando sono partito per questa nuova avventura della mia vita, inevitabilmente ho dovuto lasciare tutti i miei affetti, genitori e amici soprattutto, e i luoghi dei miei ricordi; vi era una certa gioia per questa nuova svolta nella mia vita, ma essa era frammista a qualche timore per tutto quello che avrei dovuto affrontare con questa svolta della mia vita e, soprattutto, con il cambiamento della mia routine quotidiana (fase di separazione). Fin da subito mi sono ritrovato catapultato in un nuovo mondo di cose, che inizialmente mi ha sconvolto - come era ovvio che fosse - la vita. Immediatamente mi sono ritrovato a fronteggiare le diverse situazioni che girano intorno alla gestione di una casa, quali dalle più elementari come il lavare il bucato, fare le pulizie, fare la spesa e preparare il rancio quotidiano, alle più complesse, per il mio modo di vedere in quei primi tempi, quali la programmazione del pagamento delle vari utenze domestiche. La vera svolta (fase della trasformazione) è stata quella di pianificare il tutto, farlo quadrare e far sì che diventasse ciò parte della mia nuova routine; il tutto ha portato a una mia responsabilizzazione nei confronti dei miei doveri e dei miei genitori: ho imparato a razionalizzare le spese e il contante, che i miei genitori mi versavano ogni due mesetti circa su una prepagata, cercando di non far pesare tantissimo questa nuova situazione. Tutto ciò mi ha portato al passaggio dallo stato di ragazzo ignaro delle diverse responsabilità familiari, a quello di uomo adulto, semi-indipendente e responsabile della gestione familiare. Questo cambiamento è stato riconosciuto sia dai miei genitori sia dai miei amici, i quali non mi trattano più da ragazzetto ma da adulto, facendo affidamento su di me in molte situazioni (fase di riaggregazione).

Flavia Romagnoli ha detto...

Quando una persona viene condannata al carcere subisce questo rito caratterizzato dalle fasi conseguenziali: la fase di separazione, la fase liminare e la fase di riaggregazione.
La prima fase è caratterizzata dal momento in cui ci si separa dal proprio ambiente e dalla propria quotidianità per andare in quella struttura.
La seconda fase è determinante, poiché si decide se trasformare a ciò che viene reputato giusto, non solo il proprio comportamento ma anche la propria mente. In questo tipo di rito può anche non essere raggiunta la consapevolezza dell'atto che ha portato ad essere in quel luogo. Si può quindi cambiare o rimanere nel proprio stato di "correttezza".
La terza fase di riaggregazione è il momento nel quale si viene riabilitato a vita normale, reinserito nel contesto di partenza, con la tua nuova filosofia dell'essere,dello stare nella società.
Questo rito dovrebbe aver cambiato l'individuo interessato, conformato alle leggi del luogo in cui vive, alle regole che ci sono sempre state ma che interpretava in maniera errata fin quando non ha capito il loro senso.

FLAVIA ROMAGNOLI

Francesco Minni ha detto...

Il rituale segna il cambiamento di status di un individuo. Più che una cerimonia ufficiale vorrei prendere come esempio il momento in cui mi sono sentito per la prima volta "adulto". Non voglio intendere l'essere adulto nel senso di aver raggiunto la maturità, che sia anagrafica, scolastica o morale.
Intendo quando ho acquisito la consapevolezza di potermi prendere delle responsabilità che ritenevo importanti. Questa consapevolezza l'ho raggiunta quando, in assenza dei miei genitori, ho dovuto controllare per la prima volta mio fratello di 8 anni più piccolo. Ero appena un dodicenne e i miei genitori dovevano andare ad una visita medica; quindi hanno approfittato della situazione e, volendomi mettere alla prova, hanno deciso che fosse arrivato il momento di lasciarmi da solo con lui (fase della separazione).
Non nego che questa situazione mi suscitò molte preoccupazioni ma comunque mi sentii pronto a ad accontentare la richiesta che mi era stata fatta. Così mi presi cura di mio fratello: giocai con lui, lo feci mangiare, lo aiutai e supportai in tutte le circostanze. Insomma, nulla che non avessi già fatto, ma comunque la situazione si presentava a me come una nuova sfida, con nuovi stimoli (fase della trasformazione).
Quando tornarono i miei genitori non nego che mi sentii sollevato. Comunque ero molto orgoglioso di ciò che avevo fatto, mio fratello era contento e i miei anche. Questo avvenimento, seppur banale, mi ha trasformato da un semplice bambino che gioca col fratello minore al fratello maggiore che se ne prende cura, assumendosi delle responsabilità importanti se rapportate all'età (fase della riaggregazione).

FRANCESCO MINNI

FEDERICO COCCO ha detto...

Ero piccolo, avevo circa l’età di 11 anni e praticavo come sport il calcio. All’inizio della stagione, per alcuni motivi di logistica, dovetti cambiare squadra ed andare a giocare in una nuova società. Ero molto dispiaciuto di abbandonare i miei vecchi compagni con cui avevo stretto un bellissimo rapporto. Come arrivai nella nuova società era tutto molto differente da quella passata, iniziai subito ad allenarmi. Incontrai dei ragazzi che già conoscevo che alla fine dell’allenamento mi presero da parte e mi dissero che nella squadra c’era una sorta di tradizione, di rituale che avevano imposto d’accordo con il mister, per diventare membro della squadra a tutti gli effetti. Per tutta la prima settimana, alla fine degli allenamenti, mentre tutti gli altri andavano negli spogliatoi, dovetti rimanere sul campo, sistemare i coni e tutto il materiale usato durante l’allenamento, ed effettuare due giri in più di corsa lungo l’esterno del campo di gioco. In questa pratica, anche un po’ in certi versi goliardica, posso riscontrare le 3 fasi, la prima è la separazione dal gruppo, che andavano negli spogliatoi mentre io ero costretto a rimanere ancora sul campo, la 2 e la 3 la possiamo descrivere come l’impegno nel svolgere quelle mansioni, e una sorta di senso di trasformazione che stava avvenendo, da ultimo arrivato, svolgendo quel rituale mi sentivo sempre di più dentro la squadra, sapendo che anche i miei compagni l’avevano fatto prima di me. Ed infine tornare negli spogliatoi, riaggregandoti con il resto del gruppo soddisfatto per quello che stavi facendo e per quello che potevano pensare i tuoi compagni, che ti sentivano sempre di più parte della squadra.

FEDERICO COCCO

Nicolò Fiorani ha detto...

Un rituale di passaggio o le tracce che ne rimangono mi sembra identificabile con il primo fidanzamento e in particolare con il primo bacio; in questo caso ne parlerò per quanto riguardo i ragazzi. Ritengo infatti che questo atto abbia una forte connotazione simbolica e che spesso,soprattutto tra gli adolescenti sia considerato come uno spartiacque, un evento che determina il passaggio da uno status ad un altro. Ricordo infatti che sin dalle scuole medie il semplice "aver baciato qualcuno" era un condizione discriminante per il proprio ego sociale. Questo costituiva infatti una chiave per il mondo adulto ed in qualche modo garantiva una condizione superiore a chi lo avesse fatto e motivo di vanto e orgoglio. In questo "rito" seppur non in modo così netto, potrei individuare la fase di isolamento nell'approccio con una persona del sesso opposto, che può coincidere con un allontanamento dalla propria vita quotidiana e gruppo di amici, per lanciarsi in una "prova" che spesso viene vissuta anche come una sfida. La fase liminare consisterebbe nel periodo di frequentazione con la ragazza in questione e sarebbe sancita in particolare con il primo bacio, grazie al quale si compierà definitivamente il rituale. La fase della riaggregazione consisterebbe invece nel ritorno alla vita quotidiana, avendo conquistato un nuovo "status sociale" agli occhi dei coetanei.

Nicolò Fiorani

Michela Valente ha detto...

Se guardo alla mia esperienza quello che probabilmente ha rappresentato un rito di passaggio è stato il salto dalle scuole elementari alle scuole medie: potremmo considerare come fase di SEPARAZIONE il passaggio da un ambiente più protetto e in un certo senso "ludico", ad uno più scolarizzato in cui è necessario cominciare a gestirsi da sé. Come parte della fase LIMINARE, di trasformazione, non solo comincio ad imparare a gestire i miei compiti senza un aiuto esterno, ma inizio anche ad andare a scuola da sola senza essere accompagnata; possiamo dire che avviene una certa responsabilizzazione, e questo ci porta allo stato di RIAGGREGAZIONE in cui i miei genitori riconoscono il cambiamento in atto, ovvero di una ragazzina che sta crescendo e si sta responsabilizzando, e lo consolidano lasciandomi le mie chiavi di casa, sigillando in un certo senso questo cambiamento. Citando invece un esempio al di fuori della mia esperienza diretta mi vengono in mente i riti di passaggio nelle confraternite, come quando le matricole devono superare delle "prove" per essere accettate definitivamente nel gruppo:nella fase di separazione si viene inseriti in un contesto totalmente nuovo e si richiede il superamento di una prova; nella fase liminare si supera la prova richiesta e si ha la trasformazione da persona "fuori dal gruppo" a persona "nel gruppo", e nella fase di riaggregazione la matricola si unisce ai suoi confratelli e diventa parte integrante del nuovo nucleo, condividendo tempi, spazi e attività.

Michela Valente

Loredana Opris ha detto...

Il rito più significativo della mia vita coincide con la decisione di trasferirmi in Italia per continuare gli studi.
Il momento più difficile di tutto questo cambiamento radicale corrisponde con la fase di separazione: lasciare parenti, amici, la mia città, mettere in secondo piano la lingua madre e "adottare" un'altra. È stato necessario un anno di lavoro costante per potermi abituare alla nuova vita. Trascorso quel periodo, ho cominciato a conoscere più persone, uscire, capire certe espressioni linguistiche, certe battute e persino il dialetto romano. In poche parole mi avicinavo alla fase di trasformazione. Oggi, anche se non ho superato del tutto la fase di trasformazione perché ho ancora tante cose da imparare mi sento comunque parte di questa società.(fase di reintegrazione)

Anonimo ha detto...

GIOVANNI BRUNI

Un esempio di rito di passaggio che ho sperimentato è stata la trasformazione da praticante di tennis a "Tennista". La pratica sportiva, infatti, non conferisce necessariamente il "titolo" di sportivo ( dilettante o professionista che sia, è irrilevante ai fini del ragionamento), a cui si giunge appunto attraverso uno specifico rito. nel mio caso il passaggio a "tennista" si è legittimato in virtù della partecipazione ad eventi sportivi competitivi, i tornei.
La fase della separazione si evidenzia dall'abbandono della sicurezza del proprio circolo, che rappresenta l'ambiente protetto in cui ci si allena con i propri compagni e i propri maestri. Il confronto competitivo con altri rappresenta la fase Liminare, in quanto viene riconosciuta la presa di coscienza di un mondo molto più ampio con cui confrontarsi e delle proprie competenze, come fosse un "esame". Con il ritorno al proprio ambiente protetto, vediamo la fase di ricongiungimento, nella quale l'allenamento nell'ambiente protetto è arricchito dall'esperienza dell'ambiente non protetto.

Veronica Orsini ha detto...

Un rito di passaggio per me è stato il viaggio studio all'estero che ho fatto a Dublino. Non ero mai andata all'estero senza un gruppo di amici o senza la scuola, invece stavolta siamo partite solo io e la mia migliore amica per studiare, sì, ma anche per fare un'esperienza nuova, per stare da sole in un posto totalmente nuovo. Vi si possono riconoscere le tre fasi che caratterizzano un rituale: la separazione, ossia il viaggio stesso, che in effetti inizia già in aeroporto; la fase liminare o di trasformazione: le lezioni al college, le uscite da sole, la conoscenza di persone nuove di tante nazionalità diverse; infine la fase di di riaggregazione, cioè quando siamo tornate a Roma con una maggiore sicurezza sia nel parlare inglese sia nel relazionarci con gli altri.
Questo viaggio studio all'estero non è stato proprio un cambiamento di status sociale come può essere il matrimonio, che cambia lo status civile e quindi sociale del soggetto, oppure il conseguimento della laurea, o ancora l'arrivo del menarca per una ragazza, ma sicuramente è stato una forma di rituale di passaggio.

Veronica Orsini.

Marco Petruccelli ha detto...

Q1. Identificate un rito (o quel che ne resta) e provate a descrivere le tre fasi (di separazione, liminare o di trasformazione, di riaggregazione) con un esempio tratto dalla vostra esperienza.

Il rito di cui proverò a descrivere le tre fasi necessarie, per cui sia definito tale è la Morte , dove la prima fase, quella di separazione è naturalmente il momento in cui avviene la cessazione di quelle funzioni biologiche che definiscono gli organismi viventi.La seconda fase , ovvero quella liminare consiste nella celebrazione dei funerali che naturalmente può variare a seconda di credo , religione ecc...
Mentre l'ultima fase , ovvero quella di riaggregazione in questo caso costituisce il riconoscimento e la constatazione che il soggetto in questione sia morto e che non faccia più parte di quella che consideriamo vita terrena.

Grigoras Adriana ha detto...

Come esempi di riti possiamo iniziare dalla nascita e continuando sull'intero percorso della nostra vita ,fino alla fine della nostra vita.Un esempio specifico in cui osserviamo dei cambiamenti nello sviluppo dell'individuo,è Emilio,dal libro con lo stesso nome di J.J.Rousseauo. Emilio rispecchia tutte le tre fase del rito.Con la prima fase,il ragazzo fu tolto dalla famiglia e portato in un nuovo luogo per farlo diventare l'uomo universale nei suoi tratti più generali e più durevoli.Parliamo di un passaggio verso un'istruzione programmata,con un Emilio lontano dalla civiltà,ma vicino alla natura.Dopo che completerà con agevolezza la sua preparazione,si passa alla seconda fase dove il ragazzo ,ormai diventato adolescente ,prende coscienza di se stesso ,fase caratterizzata dallo sviluppo della mente e del comportamento.Con la reintegrazione ,Emilio è pronto a ritornare nella società,poichè ha imparato ad imparare.I comportamenti stereotipati dei riti offrono modelli da seguire.L'uomo spesso affida i suoi momenti critici al rito,perchè lo aiuta a sopportare una "crisi della presenza".Non parliamo del rito se non ricordiamo la partecipazione emotiva del soggetto.

Lorenzo Giannetti ha detto...

Un rito di passaggio potrebbe essere rappresentato dall'iter di coloro che si trovano in terra straniera e, alla fine di numerose pratiche burocratiche, riescono ad ottenere quella specifica nazionalità. Porto il caso specifico di un mio amico. Nel suo caso l'iter non è stato solo quello puramente amministrativo ma è stato "arricchito" anche dai suoi sforzi per imparare la lingua, la cultura e le usanze del nostro paese (un seduta intensiva di cultura appresa insomma). Dopo questa fase liminare ha finalmente raggiunto il suo obiettivo ed è stato riconosciuto come membro della società italiana. Accanto a questo tipo di compimento del rituale, il nostro gruppo di amici ed io abbiamo aggiunto anche una diversa forma di "fase di riaggregazione": abbiamo cioè organizzato una piccola festicciola per celebrare l'avvenimento. Dunque credo che i rituali si possano compiere sia a livello politico (come tutto ciò che orbita nella sfera statale o della società), sia a livello privato (avvenimenti che cambiano uno status di una persona agli occhi della stessa o rituali riconosciuti come validi solo da un gruppo ristrettissimo di persone).

Ramona Santarelli ha detto...

Quando si superano i 30 anni, capita di frequente di assistere a dei riti nuziali.
A mio parere, si può riconoscere una fase di separazione nell’addio al nubilato, che a volte si svolge nell’arco di una serata, a volte in un viaggio di qualche giorno, insieme con un gruppo di amiche. La futura sposa si separa dalla comunità sociale per affidarsi al gruppo di sole donne che la bendano, la vestono, organizzano a sua insaputa una serata a tema e perché no, la deridono anche, perché sia chiaro che lo status sociale di nubilato, ovvero di non-legame civile, di libertà e in qualche modo di giovinezza, sarà a breve un vecchio ricordo.
Il rito nuziale costituisce la fase liminale, in cui lo stato civile muta da nubile a sposata.
La fase di riaggregazione consiste nella restituzione di questa donna alla normale vita sociale, ma con una sorta di “plus”, di un cambio pagina, di riconoscimento di una acquisita maturità che la comunità corrisponde a seguito di una scelta così importante.

Luca Vona ha detto...

come sorta di rito non voglio parlare di un fatto accaduto a me, ma voglio parlare di mio fratello. lui già da 2 anni e più che ha finito la scuola che è entrato a lavorare nella ditta di mio padre. ho potuto notare una sorta di crescita, di trasformazione in lui in questi due anni, del fatto che inconsapevolmente si inizi a preoccupare di più del valore dei soldi, del suo ruolo come futuro dirigente di una ditta, e sono quasi sicuro di poter dire che lui adesso è nella seconda fase del suo "rito": la prima è stata appunto la separazione dalla scuola e da i giorni di spensieratezza adolescenziale; ora si trovava nella fase di trasformazione, fase in cui sta crescendo come essere integrante di questa società lavorativa; la terza fase si concluderà, credo, nel momento in cui si prenderà a carico lui la ditta di famiglia, acquisendo cosi il pieno controllo di se stesso e del suo futuro.

Flavia Vitti ha detto...

).

Il rito che intendo descrivere attraverso le tre fasi è quello dell'acquisizione di un brevetto di nuoto.
Da bambina ho praticato questo sport per alcuni anni. Tale sport prevedeva un piccolo esame finale nel quale cambiavano praticamente tutte le modalità a cui eravamo abituati. In un contesto più formali eravamo chiamati a rispondere non più come aggregato o gruppo supportato dalla figura dell'istruttore, tantomeno ci si poteva appellare alla vicinanza di un parente.
Nella fase di SEGREGAZIONE dovevamo attraversare la vasca da soli perché eravamo sotto esame.
Nella fase successiva, quella LIMINARE, acquisivamo un attestato per aver superato la prova ed aver acquisito un nuovo brevetto.
Infine nella fase di RIAGGREGAZIONE ci era permesso di sciogliere la tensione ricongiungendoci con i compagni e con i nostri familiari.

Giulia Cursi ha detto...

Q1: Credo che la nostra società lasci sempre più al singolo individuo il problema del proprio sviluppo interiore, infatti guardando al passato, mi sembra ovvio riconoscere la leva militare obbligatoria come un rituale di passaggio per gli uomini all'età adulta. Questi infatti dovevano affrontare una prima fase di SEPARAZIONE in cui, compiuti i 18 anni, dovevano lasciare casa per trascorrere 12 mesi in una caserma d'Italia. Nella fase LIMINARE poi, ovvero di trasformazione, i ragazzi si trovavano a dover affrontare delle prove e ad essere sottoposti ad un addestramento fisico (possiamo vedere tutto questo anche in chiave virile in qualche modo, infatti non essere riconosciuti idonei alla leva, significava non essere un vero uomo), con tanto di veri e propri riti come quello del giuramento. Vi era infine la fase di RIAGGREGAZIONE, in cui i ragazzi tornavano a casa, pronti per entrare nel mondo del lavoro ed affacciarsi così alla vita adulta. Ovviamente esistono ancora i riti religiosi ( il matrimonio per esempio come rito di passaggio dall'età puberale e l'età riproduttiva) tuttavia ormai sono stati in qualche modo ridimensionati a semplici cerimonie, avendo la chiesa perso molta credibilità a causa della secolarizzazione.

Nella mia esperienza personale posso individuare come rito di passaggio il mio esame di cintura nera a karate. Sono alieva di un maestro giapponese, dunque rispettiamo in maniera molto ferrea i dettami di questo sport, visto come uno stile di vita. Dalla cintura bianca a marrone si intraprende infatti questo percorso insieme a tutti gli altri membri del dojo, ma non si è ancora considerati parte della famiglia, veri e propri discepoli del maestro più anziano (il sensei). Dopo molti anni di duro e costante allenamento, quando il maestro reputa l'allievo pronto, questo si spoglia della propria cintura marrone per indossare nuovamente quella bianca, come simbolo di un nuovo cammino, una rinascita, per almeno 6 mesi. Durante tutto questo periodo (fase della separazione) l'allievo si allena in disparte, preparando una serie di kata e migliorando le proprie qualità combattive. Il giorno dell'esame (momento liminare) l'allievo si trova a dover svolgere diverse prove ( tra cui 6 combattimenti con le cinture nere più alte di grado, 1 kata di ordine inferiore e 4 di ordine superiore) di fronte a tutto il suo dojo ed i suoi maestri. Alla fine di questo rito il sensei consegna all'allievo la cintura nera con su scritto il nome del dojo ed un attestato con le 5 regole, o vie del karate. Da quel momento si ricopre finalmente un ruolo attivo in questa disciplina, e si è riconosciuti tali da tutto il dojo (riaggregazione)
Giulia Cursi - LLEA

Giulia Pazzini ha detto...

Un rito tratto dalla mia esperienza riguarda il percorso che ho svolto, da quando sono piccola fino ad oggi, per imparare a cucinare. Mio padre, essendo cuoco, ha sempre cucinato bene e la maggior parte dei nostri pasti quotidiani in famiglia li ha cucinati lui. Io, nel frattempo, ho sempre osservato il suo modo di lavorare e quindi ho avuto l'occasione di imparare direttamente sul campo.
Poi un giorno, anche per esigenza personale, ho dovuto cominciare a cucinare anche io. Quindi, dal momento in cui ci ho provato, è cominciata la mia fase di separazione, perché comunque non era più mio padre a cucinare anche le cose più semplici, ma io.
Dopodiché, con il tempo, sono migliorata sempre più e ogni giorno cerco di migliorare assaggiando, osservando bene dove sbaglio e ascoltando le critiche altrui (fase liminare, di trasformazione).
Oggi invece, essendo migliorata parecchio (ma avendo ancora tanto da migliorare, ovviamente) anche io mi occupo di cucinare pasti completi per la mia famiglia (fase di riaggregazione).

Alessio Martorelli ha detto...

Q1. Una mia esperienza di un rito che mi ha “trasformato” è stata quella dei vari esami fatti finora nel corso di krav maga. È interessante perché, a differenza del karate tradizionale, dove le procedure di passaggio di cintura sono esse stesse portatrici di significato culturale, in questa disciplina l’adozione del sistema delle cinture è solo utile a diversificare i corsi di insegnamento. Dunque l’esame non è un rito, ma un qualcosa che si rifà ad esso (dunque quel che ne resta). Abbiamo la fase di separazione, nella quale gli esaminandi vengono separati dagli altri frequentanti. In questa fase viene chiesto loro di applicare determinate tecniche: difese da coltello, difesa da vari tipi di aggressione, sequenze di colpi, prese al corpo, sparring. Con la progressione delle cinture questi aspetti divengono sempre più variegati e complessi. Ad esempio per il passaggio alla cintura gialla non viene richiesto la simulazione di combattimento, per il conseguimento di quella marrone è richiesto uno scontro tre contro uno. Si procede con la fase liminare, nella quale il maestro si riunisce con le cinture più alte in grado e decide chi ha superato l’esame e chi no. Infine la fase di riaggregazione, nella quale chi ha superato l’esame viene chiamato dal maestro per ricevere l’attestato dell’avvenuto passaggio al livello successivo, tra gli applausi dei presenti.

Giampaolo Giudici ha detto...

Riflettendo sulla nostra vita possiamo riconoscere una serie di riti, più o meno ufficiali, ai quali siamo stati sottoposti e ai quali ci sottoponiamo continuamente. Anche il semplice assistere ad una lezione universitaria è una sorta di rito, questo presuppone una fase di separazione per cui alcuni si dirigono in determinate aule e alcuni in altre. Successivamente si ha una fase di trasformazione che prevede l'acquisizione di concetti da parte dell'insegnante. Infine si ha la fase di riaggregazione con gli altri, con cui magari condividere ciò che si è appreso.

A livello personale invece, per l'importanza che quest'aspetto ha assunto nella mia vita, mi piace paragonare la pratica di uno sport all'essenza stessa del rito. Infatti quando mi dirigo in palestra, non praticando quest'attività con nessuno dei miei amici, vado incontro ad una fase di separazione.
La fase liminare si identifica con la stessa attività sportiva, si va incontro ad una fatica mentale e fisica che assume un senso rituale. Durante questa fase si possono stringere legami, anche temporanei, che prevedono la collaborazione e l'aiuto reciproco con persone che magari non frequenteremmo mai all'esterno di quell'ambiente.
Infine la fase di riaggregazione si ha alla fine quando, dopo la doccia, si torna a casa e alla nostra solita rete sociale.

giulia lucia ha detto...

Guardando alla mia esperienza personale un rito di passaggio é avvenuto quando avevo 17 anni e tramite la scuola ho avuto la possibilità di trascorrere un anno all'estero. La prima fase che ho passato é stata la SEPARAZIONE, una separazione molto lunga dal mio nucleo familiare con cui ero unitissima e quindi per me fu difficilissimo uno stacco così grande, ma con il passare dei mesi maturai molto a livello caratteriale ma anche nelle faccende domestiche, e questo si identifica con la seconda fase (TRASFORMAZIONE). Infine dopo un anno finita quella stupenda esperienza tornai a Roma e appena vidi tutta la mia famiglia che mi aspettava in aeroporto iniziai a correre verso di loro con una voglia immersa di abbracciare tutti reintegrandomi con la mia famiglia (RIAGGREGAZIONE)

Gaia Bottaro ha detto...

Un'esperienza personale che vedo come rito risale all'anno scorso, quando ho fatto la difficile scelta di cambiare scuola all'ultimo anno. La situazione scolastica era diventata insostenibile per me perchè non vedevo valorizzati i miei sforzi. La fase di separazione consisteva nel lasciare i miei amici di sempre e l'ambiente consolidato della classe. Anche se le prime settimane nella nuova scuola sono state stressanti, passate quelle, mi sono trovata molto meglio di prima in tutti i campi. I professori erano ben preparati e disponibili, e la nuova classe si è dimostrata subito accogliente. Posso dire che tutto l'anno trascorso nella nuova scuola è stato un periodo di trasformazione. Infatti mi sono sentita più libera e rilassata, ma anche anche più forte e sicura di me sia nell'ambito dello studio che in quello personale. Il rito si conclude con la fase di reintegrazione, che per me si è verificata quando sono andata a vedere alcuni esami dei miei vecchi compagni di classe, e ho capito di aver fatto una scelta tanto azzardata quanto giusta.

Leonardo Ungherini ha detto...

Un rito, come visto a lezione, è composto da tre fasi: quella di separazione, quella di trasformazione e infine quella di riaggregazione.
Per esprimere al meglio questo concetto è possibile portare alla luce una mia esperienza personale.
1- FASE DELLA SEPARAZIONE
Ero molto piccolo, era il mio ultimo anno di scuola materna. Durante una lezione di teatro, la maestra ci diede dei disegni da colorare, che sarebbero stati fondamentali per lo spettacolo di fine anno. Nel mentre mi accingevo ad iniziare la colorazione, presi per errore il pastello del colore sbagliato e la maestra mi diede uno schiaffo sulla mano per farmi notare lo sbaglio. Essendo ancora molto piccolo, quello schiaffo, seppur piccolo, mi fece allontanare dalla scuola. Non ci volli più andare per diversi mesi, senza però parlare a nessuno del motivo scatenante, lasciando tutti i miei amici.
2- FASE DELLA TRASFORMAZIONE
Quando finalmente i miei genitori mi spinsero a parlare del motivo per cui non volessi neanche più avvicinarmi ad un istituto scolastico, sono riuscito, nel mio piccolo, a fargli capire la situazione. I miei per giorni mi hanno aiutato e mi hanno fatto capire che la maestra non mi voleva male, ma era semplicemente severa. La scuola, l’istruzione e lo studio sono fondamentali nello sviluppo di un individuo e non poteva un episodio del genere condizionarmi la vita. Capii che non era il caso di non frequentare la scuola elementare.
3- FASE DELLA RIAGGREGAZIONE
Il giorno della recita, dopo diversi mesi, tornai a scuola. Il giorno della recita, con quella maestra. Insieme a mia madre chiarimmo l’accaduto: assistetti alla recita (non potei partecipare dato che per parecchi mesi non andai e non potei studiare una parte) e mi riabbracciai tutti i compagni, increduli e contenti di rivedermi e di vedermi cambiato.

LEONARDO UNGHERINI (0244337)

Omar Shabaka ha detto...

Posso procede con un’analisi più dettagliata del mio periodo di studio all’estero, l’Erasmus.
Questa esperienza è stata una sorta di rituale di trasformazione, per me e per tutti gli studenti del mondo, anche se al ritorno ognuno ha un bagaglio d’esperienze diverso, ma con delle piccole sfumature simili che tutti condividiamo. Questa scoperta di noi stessi può essere vista anche attraverso queste 3 fasi: La Separazione, La trasformazione, la reintegrazione. Ora andiamo a vederle nel dettaglio.
1) La separazione: Abbandonare la propria casa ed amici, non è semplice per tutti (Io non ho avuto nessuna difficoltà) e trovarsi in una nuova casa, città con uno sfondo culturale e linguistico completamente diverso, può spaventare. Io nella mia prima casa avevo sei coinquilini, due francesi, un inglese, un irlandese, una slovena e una indonesiana. Ed è qui che i nostri rituali iniziavano a cambiare. Per esempio; ricordo ancora quando si faceva la spesa, il mercato e i supermercati erano piene di cose nuove, mai viste, e questo ci ha portato alla separazione, a cambiare la nostra alimentazione inserendo nuovi elementi che tutt’ora continuiamo a praticare. C’era anche una separazione di livello linguistico, per la prima volta tutti abbiamo passato delle intere giornate o settimane a non parlare la nostra lingua madre, ma a usare una nuova lingua e quelle poche conoscenze che ne abbiamo, tante che ho iniziato a pensare e a sognare in una lingua diversa dall’italiano.
2) Trasformazione: all’inizio ero tutto nuovo, una scoperta di un mondo nuovo e gente nuova, alcuni sentivano una forte nostalgia della propria casa, ma non era nel mio caso. In pochissimo tempo siamo diventati tutti amici, una famiglia, che anche nelle festività, tipo natale, siamo rimasti insieme condividendo cene, ragli e sorrisi. Questi mesi ci hanno trasformato, e chi non ci è riuscito è tornato al suo paese natale. Abbiamo ormai assorbito nuovi elementi e scoperto nuove cose di noi stessi e nuovi aspetti, che quando ci guardavamo allo specchio o al passato tutti dicevamo “Ma questo ero veramente io?” “Ma ora sono davvero divento così?”. Eravamo capaci di badare a noi stessi a svolgere delle funzioni che nessuno aveva mai fatto, anche a livello burocratico e lavorativo, già il fatto che abbiamo preso coscienza che possiamo prendere un aereo o un treno in qualsiasi momento e cambiare paese e iniziare una nuova vita, ci faceva sentire potenti e liberi. Quando siamo tornati a casa per le vacanze, era tutto strano diverso, la nostra vecchia casa, i nostri amici erano cambiati, o forse eravamo noi quelli cambiati ed era difficile rimanere e vivere in quel posto che una volta chiamavamo Casa.
3) Reintegrazione: La nuova vita era ormai diventata la nostra reale vita. Abbiamo dimostrato che con un tot di capitale al mese eravamo in grado di provvedere a noi, non avevamo più bisogno dei nostri genitori o delle nostre vecchie amicizie, abbiamo una nuova casa, nuovi abitudini, un nuovo modo di vivere il mondo e guardarlo. C’era una forte condivisione che non avevamo mai avuto prima, non solo materiale ma che mentale. La Reintegrazione è stata così forte e profonda che alla fine di questa esperienza, ci siamo portati dietro tutte queste abitudini, è incredibile come un anno di vita possa cancellarne altri 21 anni di noi, come se prima di quella esperienza non ci fosse stato niente e, che il futuro si baserà e inizierà da quello che abbiamo appreso in questa grandissima avventura.

Anonimo ha detto...

I riti si caratterizzano per la presenza di tre fasi distinte: separazione (nel quale il soggetto del rituale viene allontanato dal gruppo per spogliarsi simbolicamente del ruolo associato al precedente ciclo di vita), trasformazione (periodo nel quale l'individuo è in un limbo senza identità e ruolo e deve affrontare una prova necessaria alla fase successiva) e reintegrazione (dove l'individuo viene riammesso nel gruppo con la nuova identità sociale).
- Separazione: mi viene in mente il momento in cui ho preso l'aereo per lasciare il mio paese natio e andare a vivere in una grande città che è Roma. Ho lasciato parenti e amici per intraprendere una nuova vita, dando priorità alla cultura e ad una crescita personale e professionale.
- Trasformazione: per me il periodo di trasformazione è durato parecchi anni, nei quali ho avuto nuove amicizie, ho iniziato a lavorare e a cambiare, a trasformarmi. Un cambiamento che ho iniziato a percepire man mano che passava il tempo e notavo maggiormente quando tornavo a casa per trovare i miei genitori.
- Reintegrazione: Questa è la fase nella quale dopo una lunga transizione ho iniziato a sentirmi parte della nuova vita. L'essere indipendente e autonoma, avere nuovi amici e far parte di quelle dinamiche sociali che solo la grande metropoli può farti conoscere mi ha fatto sentire trasformata e dopo reintegrata.

Marianna Addis

Manuel Magazzeni ha detto...

Un esempio di rito da me vissuto è quello del matrimonio cattolico in chiesa.
La coppia che decide di sposarsi, si separa dal resto dei membri della società, senza entrare in contrasto con essa, ma nel suo stesso contesto, nel senso che due membri di sesso opposto decidono di instaurare un legame di condivisione umana tra di loro di tipo esclusivo e definitivo, tale da essere il più forte dei legami non ereditati o necessari, che uniscono due persone in una società.
La coppia che prende tale decisione per lo più su base emotiva e sentimentale ha bisogno di un periodo di tempo, più o meno lungo, chiamato fidanzamento, per effettuare un percorso sotto una guida religiosa. Questo percorso è strutturato in forma di corso, uno spazio entro il quale afferiscono altre coppie in procinto di sposarsi, dove riflettere insieme e prendere coscienza dell'impegno civile e religioso che si è in procinto di suggellare in modo definitivo. Proprio l'assolutezza e la dimensione definitiva dell'evento, rende necessaria una seria riflessione di stampo esistenziale e religioso, tale da rendere pienamente cosciente gli iniziati al rito degli effetti della loro scelta.
Il fidanzamento è anche un momento necessario per comunicare agli altri membri della società, quelli con i quali esistono i più forti legami ereditati, la loro decisione di essere sposati.
In questo periodo di separazione i futuri sposi si formano come sposi fino al momento in cui, durante la cerimonia del matrimonio, separati dal contesto sociale in modo spaziale e contestuale, dichiarano pubblicamente di accettare il legame con l'altro e il sacerdote suggella con parole rituali l'accordo, trasformandoli in marito e moglie.
Conclusa la cerimonia, trascorsi i festeggiamenti, i membri della coppia si reintegrano nella società con nuovi diritti e nuovi obblighi, quelli presi l'uno nei confronti dell'altra, che la chiesa e la società tutta dovrà favorire e tutelare.

Filippo Anzalone ha detto...
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Filippo Anzalone ha detto...

Un rituale di passaggio o le tracce che ne rimangono mi sembra identificabile con il primo fidanzamento e in particolare con il primo bacio; in questo caso ne parlerò per quanto riguarda i ragazzi. Ritengo infatti che questo atto abbia una forte connotazione simbolica e che spesso,soprattutto tra gli adolescenti, sia considerato come uno spartiacque, un evento che determina il passaggio da uno status ad un altro. Ricordo infatti che sin dalle scuole medie il semplice "aver baciato qualcuno" era un condizione discriminante per il proprio ego sociale. Questo costituiva infatti una chiave per il mondo adulto ed in qualche modo garantiva una condizione superiore a chi lo avesse fatto e motivo di vanto e orgoglio. In questo "rito" seppur non in modo così netto, potrei individuare la fase di isolamento nell'approccio con una persona del sesso opposto, che può coincidere con un allontanamento dalla propria vita quotidiana e gruppo di amici, per lanciarsi in una "prova" che spesso viene vissuta anche come una sfida. La fase liminare consisterebbe nel periodo di frequentazione con la ragazza in questione e sarebbe sancita in particolare con il primo bacio, grazie al quale si compierà definitivamente il rituale. La fase della riaggregazione consisterebbe invece nel ritorno alla vita quotidiana, avendo conquistato un nuovo "status sociale" agli occhi dei coetanei.

Leandro Pasquali ha detto...
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