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venerdì 20 ottobre 2017

Antropologia culturale #07

18 10 2017. Il tema della lezione di oggi è sempre la natura semiotica della cultura e la necessità di avvicinarsi alla sua comprensione con un approccio ermeneutico. L’etnografia è un’interpretazione della cultura studiata. Ma dato che la cultura è l’esperienza di un sistema di segni che per essere vissuto deve essere compreso e cioè interpretato, possiamo dire che l’etnografia è un’interpretazione di secondo livello, l’interpretazione “scientifica” di quella interpretazione “spontanea” che è la cultura.
Quelli che ci appaiono come dati etnografici, le note di campo dell’antropologo al lavoro, le prime annotazioni immediate e irriflesse, su cui poi si costruirà la riflessione teorica, sono in realtà già interpretazioni, e alquanto complesse, dense. Per dimostrare questo aspetto (ricordo che il saggio che siamo leggendo sta cercando di perorare la causa che la cultura è un sistema di segni e che il nostro approccio deve essere interpretativo/ermeneutico, non empirico/osservativo) Geertz ci offre un paio di pagine del suo diario di campo dal Marocco, stese nel 1968 annotando una conversazione con un anziano mercante ebreo, Cohen.
Lette così, d'emblée, senza alcuna introduzione, queste note lasciano perplessi. Si capisce che un mercante ebreo ha avuto una qualche rogna con dei predoni berberi e con l’emergente amministrazione coloniale francese, ma il senso generale della storia rimane francamente opaco. Le facce annoiate dei miei studenti dopo aver letto tre o quattro paragrafi sono il sintomo più evidente di questa carenza di senso. Non riusciamo a capire che è successo, la storia ci scivola via dalle mani.
Tutta la lezione è stata gestita rispettando il dettato geertziano/weberiano che la cultura è una rete di significati e che il nostro sforzo di comprensione deve essere ermeneutico. Ci siamo messi di buzzo buono e ho cercato di fornire uno sfondo di informazioni e commenti che consentissero di comprendere quel breve racconto per la farsa culturale che si rivela essere. Spiegando com’era la gestione militare francese, il collasso istituzionale dell’Impero Ottomano, la diaspora ebraica, il patto commerciale mezrag, il concetto di ’ar, le forme di resistenza ironica al colonialismo, il malinteso intenzionale e molte altre “cose” culturali, siamo arrivati in fondo alla lezione emozionandoci, sorridendo e condividendo con il povero Cohen la sua disavventura personale che tanto ci dice della situazione sociale e culturale dell’epoca in cui è accaduta (oltre a dirci un sacco di cose del rapporto tra etnografo e informatore, tema su cui torneremo tra un paio di lezioni). Abbiamo realizzato un esercizio di IMMAGINAZIONE ETNOGRAFICA. Non siamo mai stati in Marocco (o se ci siamo stati non abbiamo certo visto né un vecchio ebreo che raccontava le sue vicende a un antropologo americano, né un giovane ebreo che cercava, con poco successo, di sfangarla in mezzo al caos dell’incipiente colonialismo francese) ma in qualche modo ora ne sappiamo di più: abbiamo una qualche idea di cosa vuol dire commerciare in un sistema tradizionale di rapporti clientelari; abbiamo una qualche immagine di cosa vuol dire conquistarsi il proprio onore come necessità lavorativa, mica pallino moralista; sappiamo un po’ meglio di prima che a volte gli uomini fanno finta di capire fischi per fiaschi perché gli fa comodo, e altre volte non hanno bisogno di dirsi granché a parole per comunicare una loro protesta. Sappiamo insomma qualcosa in più di cosa voglia dire comportarsi da esseri umani in un sistema culturale diverso da quello che ci è più familiare, abbiamo un pochino allargato l’orizzonte di quel che significa essere umani. Secondo me è un motivo mica banale per studiare all’università. Lo ammetto, non sarà un granché “professionalizzante”, questa competenza, ma forse se ci si educa ad essere uomini e donne un po’ più densi, un po’ più spessi, non è impossibile che questo aiuti, qualunque professione si voglia fare in seguito.

Q1. Tra Cohen e i francesi si realizza un duello simbolico in diversi mani di gioco. Che armi usano i rispettivi contendenti? Provate e ricordare un episodio di vostra conoscenza (o invenzione) in cui parimenti le armi comunicative in campo non erano equivalenti (tenete presente che la situazione “esame universitario” è un esempio perfetto di questo tipo asimmetrico di sfida comunicativa, così intanto riflettete un poco anche sul POTERE nei contesti comunicativi).

240 commenti:

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lucy ha detto...

Pensando a una sfida comunicativa di tipo asimmetrico, mi viene subito in mente un dialogo, o per meglio dire, una lite domestica fra genitori e figli. Chi di noi studenti, ragazzi, non si è mai trovato di fronte ai propri genitori, arrabbiato per qualsiasi stupidaggine, ad accusarli di non riuscire a comprendere le sue esigenze, di non stare al passo coi tempi, di essere antiquati? E quale genitore non si è mai trovato nella difficile situazione di dover decidere se assecondare i figli o se tenergli testa? Chi “vince” di solito? Dunque, questo mi sembra un esempio eclatante di sfida comunicativa asimmetrica: come il professore ha armi più potenti difronte allo studente, così anche i genitori si trovano ad avere maggior “potere” di fronte ai figli. Ma questo è solo un banale esempio delle dinamiche che caratterizzano tutta la nostra società. Tutte le relazioni interpersonali che intraprendiamo sono basate su un ordine gerarchico stabilito dal potere, dalla figura che abbiamo di fronte e dal ruolo che riveste nei nostri confronti. Da Aristotele che descriveva i rapporti gerarchici già nella famiglia: il potere del marito sulla moglie, del padre sul figlio e del padrone sullo schiavo; fino a Weber che definisce il potere come la volontà che i propri ordini siano eseguiti anche se la persona che deve eseguirli non li condivide.

Elena Carnevale

Chiara Dell'Erba ha detto...

Il duello simbolico fra Cohen, commerciante ebraico sefardita, e i francesi, colonizzatori che si sono impossessati del Marocco gestendo per il momento solo alcune postazioni militari, si gioca in più momenti nei quali ci appare chiaro, dalla thick/thin description fatta da Geerz, di quanto la cultura sia un sistema di segni di cui non ci accorgiamo se non nel momento in cui non ci comprendiamo con l'altro. Da alcuni passaggi di questa storia possiamo capire di cosa stiamo parlando: Cohen va dai francesi per denunciare che i predoni gli hanno sottratto il suo 'ar, e per avere da loro l'"autorizzazione" per andare a riprenderselo. I francesi non hanno la benchè minima idea di che cosa Cohen stia parlando, cosa sia questo 'ar, e non sono neanche interessati a capirlo, tipico disinteresse del colonizzatore. Allo stesso modo Cohen non è interessato a cosa i francesi possano rispondere alla sua richiesta, infatti nonostante non abbia ricevuto nessuna autorizzazione, si sente legittimato a riprendere il suo 'ar, questa è una forma di resistenza molto spesso messa in atto dalle popolazioni colonizzate. La vicenda tuttavia prende una svolta drammatica quando Cohen, di ritorno dalla spedizione con il suo 'ar (un gregge di pecore) non viene creduto dai francesi che ritenendolo una spia dei Berberi, lo sbattono in prigione e sottratto delle pecore. Le armi comunicative erano ovviamente squilibrate, decisamente a favore dei francesi che avevano il potere militare in mano, ed entrambe le parti hanno "preteso" di comunicare con l'altro continuando ad utilizzare il proprio sistema culturale di segni, così che non si potesse verificare una effettiva comprensione. Un esempio simile in cui le armi comunicative non sono equivalenti, in cui si ha una chiara percezione di chi abbia il potere nelle proprie mani, è quello tra un dirigente e un suo dipendente: il rapporto è ovviamente sbilanciato a favore del dirigente il quale conscio di questa posizione di superiorità la sfrutterà nel modo che riterrà più opportuno.
Chiara Dell' Erba

Francesco Gazzini ha detto...
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Lorenzo Natella ha detto...



Le armi sembrerebbero essere i sistemi simbolici dei rispettivi contesti culturali, i francesi in una posizione di dominio, Cohen in una posizione di resistenza personale.
Mi viene in mente la situazione che si crea nelle Commissioni territoriali incaricate di esaminare le singole storie personali dei migranti per decidere se accettare o no la richiesta di protezione umanitaria, asilo politico ecc. Un caso che ha fatto giurisprudenza è quello del vecchio somalo che arriva da una zona di guerra, ma nel raccontare la sua storia alla Commissione non cita mai la guerra, anzi, dice di essere scappato dal suo paese a causa di un furto di capre. Incalzato dalla Commissione, il vecchio allevatore insiste, non è la guerra che lo spaventa, ma il furto di bestiame. La Commissione irritata respinge la sua domanda di asilo. In realtà, in sede di ricorso, l'avvocato del vecchio con l'aiuto di esperti avrebbe poi spiegato che il furto di capre in quella zona della Somalia si inserisce in un contesto simbolico riguardante i rapporti sociali tra fazioni tribali che in qualche modo coinvolgono anche i signori della guerra locali, e dunque era un segnale che il contadino rischiava la vita e ne era consapevole. Ma appunto, quella del vecchio è una thin description, mentre il ricorso del suo avvocato difensore sarà una thick description, utile a far comprendere alla Commissione la storia del suo cliente, proprio in virtù della differenza di universi simbolici. Le armi culturali della Commissione, il cui compito è vigilare che l'asilo non sia dato a sproposito a tutela dello Stato, risultano essere fortemente incentrate sui valori che l'Occidente attribuisce al concetto di asilo e di accoglienza: io ti accolgo se tu ne hai bisogno secondo i MIEI parametri semiotici (devo poter riconoscere la guerra nei tuoi racconti secondo la simbologia di guerra che io mi aspetto). Al contrario il vecchio somalo ha un sistema di valori secondo cui l'aspetto più evidente della guerra si estrinseca attraverso altri avvenimenti, per lui più importanti da comunicare perché più "chiari", ma che la Commissione non può riconoscere. La differenza simbolica è enorme, ma la Commissione usa le sue strutture culturali in una posizione dominante, perché rappresenta lo Stato e ha un potere effettivo sulla vita del migrante somalo, il quale a sua volta usa i suoi sistemi comunicativi per convincere la Commissione di quanto sia rischioso per lui tornare in Somalia, ma lo fa con quelle che lui crede essere le motivazioni più efficaci allo scopo. Si è resa necessaria una mediazione giuridica e culturale, senza la quale il vecchio somalo finirebbe come Cohen.

Lorenzo Natella

Francesco Gazzini ha detto...

Q1: Il "duello" tra Cohen e i francesi è ad armi impari: il primo è solo un mercante, per di più ebreo, immerso in un ambiente culturale e in un sistema di valori che i francesi ignorano completamente; questi invece sono i conquistatori, portatori di altri valori che ritengono superiori a quelli locali e che possono permettersi di ignorare o di considerare inferiori.
Un altro esempio di questa dinamica si può trovare in un colloquio di lavoro o, curiosamente, quando dobbiamo fare i conti con la burocrazia: possiamo far valere le nostre ragioni quanto vogliamo ma se ci capita l'impiegato inflessibile o annoiato dovremo necessariamente piegarci al regolamento perché la persona dietro lo sportello non può (o non vuole, a volte) capire i nostri problemi.

Mario Sancamillo ha detto...

RISPOSTA DOMANDA 1
Geertz, in questo passo (Cohen e i francesi), ci dimostra che nella vita assistiamo sempre a duelli simbolici, o a sfide comunicative (simmetriche o asimmetriche). In questo caso Cohen ha la peggio, perché il "potere" dei francesi sovrasta quello del pover'uomo.
La comunicazione asimmetrica si riferisce ad un tipo di comunicazione basata sull'assunzione di ruoli diversi, in cui le armi comunicative non sono equivalenti.
Un allenatore di calcio, per esempio, ha sicuramente più potere nei confronti dei suoi giocatori che viceversa. Poniamo che uno dei suoi giocatori sbagli qualcosa (un semplice passaggio ad esempio) e l'allenatori si arrabbi con lui. Il mister, per fargli capire dove ha sbagliato, si mette a spiegare, magari alzando un po' la voce, al ché il giocatore non la prende benissimo e se ne negli spogliatoi anzitempo. In questo caso, abbiamo un vincitore (allenatore) e un vinto (giocatore). Quest'ultimo, però, serberà rancore nei confronti del suo allenatore (sicuramente alla prossima partita non giocherà). Il giocatore poi si accorgerà di aver sbagliato e chiederà scusa all'allenatore. Tutto, perciò, si risolve. Cosa è successo per far si che i due abbiano "fatto pace"? Entrambi hanno vinto, ovvero la comunicazione asimmetrica è diventata "vincente", vale a dire che il vinto (giocatore) ha capito gli errori che ha commesso e si è dimostrato più intelligente del vincitore (allenatore).
In queste sfide asimmetriche c'è sempre quello più potente e quello più debole, ma si può arrivare ad una soluzione che alla fine soddisferà entrambi : cercare di capirsi a vicenda, di immedesimarsi nei panni dell'altro, di intendere la sua cultura.

Lucilla Damico ha detto...


"Verso una teoria interpretativa della cultura” di Geertz è un saggio che cerca di farci comprendere cos'è l’etnografia come thick description, quindi come ricostruzione di un’azione sociale con il significato dal punto di vista emico (cioè dell’attore sociale).
Leggendo il saggio ci si rende conto del rapporto gerarchico che si è instaurato tra un semplice mercante ebreo, Cohen, e alcuni colonizzatori franscesi. E' evidente come l'atteggiamento dei colonizzatori non tenga conto del contesto e della tradizione culturale in cui si trovano, non comprenda l'importanza che il concetto di 'ar possa avere per un umile mercante. Allo stesso tempo, però, analizzando il saggio si intende come neanche Choen sia interessato alla risposta dei comandanti francesi perchè fortemente determinato a riavere ciò che gli spetta. Risulta comunque palese la superiorità che i colonizzatori francesi mostrano essendo in possesso di un potere che Choen non possiede affatto, e che quindi finisce per subire.
Un esempio analogo che mi viene in mente è sul posto di lavoro, quando, difronte ad un superiore , il dipendente non può fare altro che eseguire ciò che gli viene chiesto anche nel caso in cui risulti ingiusto. Esiste,appunto, una gerarchia di potere con associati privilegi.

mariagiulia mattozzi ha detto...

Il rapporto che si instaura FIB da subito tra il mercante Cohen e i colonizzatori francesi è un rapporto estremamente gerarchizzato in cui i francesi sovrastano nettamente il misero mercante. L'evidenza di ciò la riscontriamo appunto quando il comandante francese "se ne lava le mani" per le cose che gli chiede Cohen. Le armi che secondo me sono appunto la comunicazione sono a svantaggio del povero cohen e infatti nessuno "se lo fila". Rapporti non equivalenti in cui le armi comunicative non sono alla pari esisto tutt'ora e sono moltissimi. Un esempio che potrei fare è quello che è successo a mio zio che voleva chiedere delle concessioni edilizie al sindaco. Il sindaco talmente impegnato non aveva mai tempo e voglia di parlare con mio zio. E quando lo riceveva su appuntamento cercava di chiudere subito la conversazione per non prendersi responsabilità. Questo è un piccolo esempio di armi comunicative non equivalenti, il sindaco sulla scala gerarchica è più "importante" di un comune cittadino.

Davide Di Buono ha detto...

I duellanti utilizzano le armi che loro concepiscono come naturali. Utilizzano i loro strumenti culturali insieme allo scopo e al compito che avevano in quell'esperienza di vita.
Cohen utilizza tutto il sistema culturale condiviso nella regione, i francesi utilizzano il loro potere da colonizzatori e da portatori di civilizzazione, un'altro fortissimo simbolo culturale della società francese dell'epoca.
Un esempio di comunicazione con armi in campo non equivalenti la possiamo trovare in una classe di asilo. In una classe del genere ci sono spesso sia bambini di 3 anni sia bambini che ne hanno 5. Il bambino di 5 anni avrà una competenza comunicativa maggiore e di conseguenza anche un potere maggiore nella comunicazione.

Dell'Orco Alessandra ha detto...

Dell'Orco Alessandra

In un saggio sulla teoria interpretativa, Geerzt presenta una storia accaduta in Marocco. I protagonisti di questa storia sono un mercante ebreo di nome Cohen e i colonizzatori francesi.
Un gruppo di Berberi deruba Cohen e uccide due suoi compagni sottraendogli così il suo 'ar. Cohen allora chiese ai francesi l'autorizzazione per poter raccogliere il suo 'ar, che in base alle regole tradizionali degli accordi di scambio gli spettava. I funzionari gli risposero che quella vicenda non rientrava sotto le loro leggi ma che poteva procedere nel raccogliere il suo 'ar ad una condizione: "se ti fai ammazzare questo è affar tuo". Questa risponde Cohen la interpretò come l'autorizzazione a procedere, mentre per i francesi era solo un "lavarsi le mani".
Secondo Geertz insomma, l'episodio nel complesso presenta una serie di fraintendimenti. I francesi non hanno neanche capito cosa significasse recuperare l'ar per Cohen, e Cohen non era realmente interessato a comprendere la risposta dei francesi perché era comunque determinato a raccogliere il proprio 'ar.
Entrambi usano come armi il proprio sistema culturale di segni, e proprio per questo non può esserci effettivamente una comprensione reciproca.
Un altro esempio in cui le armi comunicative non sono equivalenti è l’esempio professore/studente. Lo studente cerca di porre resistenza, ma si trova in una situazione di svantaggio poiché chi detiene davvero il potere in quella situazione è il professore. E per quanto lo studente possa aver ragione in una specifica circostanza, non riuscirà mai ad avere un potere superiore a quello del professore.

Anonimo ha detto...

1- Lo squilibrio comunicativo tra Cohen e i francesi deriva soprattutto dal potere militare detenuto da questi ultimi, colonizzatori e controllori spregiudicati di quei territori; Cohen, umile mercante ebreo, non è in una posizione tale da poter comunicare con i francesi ad armi pari, per una questione di potere e di differenze socio-linguistiche.
Un esempio può essere rintracciato in qualsiasi rapporto tra principale e dipendente: il primo detiene un forte controllo sul secondo, in quanto può prendere provvedimenti quali abbassargli lo stipendio o licenziarlo; il secondo, in una situazione comunicativa quindi ad armi impari, ha una limitata possibilità di “azione”, e deve sottostare in ogni caso alle decisioni del datore di lavoro.

Federico Favale

Federica De Matteo ha detto...

Cohen e i francesi utilizzano sistemi simbolici diversi nei quali non ce ne e` uno che prevarica l'altro.I colonizzatori però non erano di questa stessa idea.Essi credevano nella superiorità della loro cultura, e non comprendevano,né erano interessati a farlo,quella di Cohen. C'è un'incomunicabilita`di fondo tra i due modelli che non permette di capire la visione dell'altro.L'ar di Cohen non era qualcosa di facilmente comprensibile per chi lo ignorava,così come la perdita di questo per il Mezrag.Allo stesso tempo Cohen non riconosce l'autorità dei francesi.Lui riesce a farsi valere di fronte ai berberi,perché condividono gli stessi principi,ma non con i colonizzatori,che invece di capire utilizzano il potere politico, amministrativo,di quel momento,per lavarsene le mani o dare interpretazioni proprie imponendo le loro decisioni.
Questo squilibrio è presente ad esempio in alcune scuole di danza.L'insegnante crea coreografie che chi apprende deve imparare nel modo e nei tempi da lei decisi,non le importa se dei piedi sanguinanti o di un mal di testa.

Il GuruX ha detto...
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Francesco Pisani ha detto...

L'incontro tra il mercante Cohen alle prese con i colonizzatori francesi mi ha subito fatto venire in mente il romanzo di Kafka, il Processo, dove il protagonista K è alle prese con un sistema molto più grande di lui che alla fine lo distruggerà e dove l'incomunicabilità la fa da padrone. I francesi, essendo colonizzatori, come ogni grande Potenza occidentale che è andata nel corso dei secoli a marchiare il mondo intero, si sentono portavoce di una cultura superiore. Nel nostro mondo odierno iper burocratizzato situazioni analoghe a quelle del povero Cohen le viviamo ogni giorno sulla nostra pelle, basti pensare ad esempio a quando dobbiamo intrattenere un colloquio, anche amichevole, con un datore di lavoro. FRANCESCO PISANI

Il GuruX ha detto...

Analogamente alla testimonianza di Cohen e i francesi circa l'uso di diversi sistemi simbolici e di come le logiche di potere (chi detiene il potere) tende a far valere il proprio sistema simbolico piuttosto che è un altro, posso portare un esempio relativo alla mia vita, in particolar modo legato alla mia infanzia.
Sono affetto da un disturbo sensoriale/percettivo che mi causa deficit di attenzione con connessa irascibilità e ansietà. Tale disturbo non condiziona quelle che sono le mie effettive abilità di comprensione di un testo e di apprendimento, l'aspetto cognitivo è perfettamente analogo a quello di qualsiasi persona sana della mia età. Tuttavia tale disturbo mi crea svariati problemi nel momento in cui mi trovo in ambienti troppo rumorosi o illuminati da luci artificiali troppo forti e cose del genere. In sostanza fatico ad isolare gli stimoli e stimoli troppo violenti disturbano la mia concentrazione. Quando ero piccolo il mio modo di manifestare questo disagio, in particolar modo evidente in ambito scolastico, era fisico piuttosto che verbale (scatti d'ira e crisi di panico). Il mio sistema simbolico quasi esclusivamente fisico volto a significare disagio, rappresentava per me effettivamente una richiesta di aiuto e comprensione, non avendo all'epoca la capacità di formalizzare verbalmente il mio vissuto interiore come fosse visto da una prospettiva esterna. Quel che per me significava ''ho bisogno di aiuto'' cozzava nettamente col sistema simbolico delle insegnati delle elementari, che leggevano questo mio comportamento come una mancanza di disciplina e giudicandolo di conseguenza lo punivano spesso e volentieri mediante sanzioni disciplinari. Facile immaginare quale sistema simbolico prevalesse, le insegnanti detengono necessariamente più potere rispetto agli alunni a maggior ragione se essi sono infanti. A posteriori, ora però mi sembra ovvio che la dimensione di incomunicabilità era causata da entrambe le parti. sia io che le mie insegnanti proponevamo due modelli comunicativi fondati su significati differenti senza nessuna possibilità di compromesso. Nessuna delle due parti aveva effettivamente capito. Proprio come nella storia di Cohen che interpretò il distacco tipico del colonialista francese come un assenso per poter agire secondo quelle che erano le leggi e la prassi comune prima dell'avvento dei francesi le insegnanti interpretavano il mio comportamento in un modo ed io interpretavo il comportamento delle insegnati come ostile e prevaricatorio.

Michele Daini

Ciro del Covillo ha detto...
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Ciro del Covillo ha detto...

Innanzitutto la storia riportata tra Cohen ed i Francesi è esattamente come quella menzionata dal professore circa le formiche e l'elefante.
I Francesi sono l'elefante che prendono possesso di un territorio, consapevoli della loro "mole" ed incuranti delle tradizioni delle formiche, esserini, culturalmente, inferiori.
Le formiche, di contro, nonostante l'invasione dell'elefante continuano a vivere secondo le proprie regole, di spessore ben più profondo rispetto all'apparenza.
Tra di loro non c'è comunicazione, nemmeno comunicabilità, perchè non c'è empatia e quindi non c'è nemmeno comprensione o possibilità di comprensione.
Ad ogni modo, ciò che mi è venuto in mente, come esempio per descrivere appunto che le armi comunicative non erano equivalenti ed il relativo rapporto di potere, è stato il vincolo che c'è tra un generale ed un soldato semplice oppure un esercito, dove questi ultimi, sia per i chiari vincoli gerarchici che il sistema militare impone, sia per una superiorità conoscitiva e comunicativa, sono tenuti ad obbedire a ciò che viene loro ordinato senza possibilità di risposta a riguardo.

Addirittura (e spero di non peccare di devianza dall'argomento) mi è venuto in mente il processo e la conseguente condanna al rogo di Giordano Bruno.
Qui la parte "feroce" spetta ad un'istituzione, però, la Chiesa, con la veste inquisitoria.
Sebbene in un certo momento Bruno sembra ritrattare su certi argomenti da lui esposti che entravano in totale contrasto con la dottrina della Chiesa, egli comunque ribadì poi la molteplicità dei mondi, l'infinità dell'universo, la struttura animica della Terra etc etc.
Le alte sfere ecclesistiche, forti della loro indiscussa posizione gerarchica nei contronti comunque della popolazione tutta, mandano Bruno al rogo, senza ascoltar ragione se non la loro!

Giulia Bonsangue ha detto...

La sfida comunicativa tra lo scaltro mercante Cohen e i colonizzatori francesi è una sfida falsata in partenza, perché entrambi ignorano gli aspetti culturali e sociali dell’altro e soprattutto i francesi si sentono in posizione di superiorità sia culturale che militare rispetto al povero Cohen, che alla fine dovrà soccombergli. Un esempio in cui la comunicazione stata “travisata” è stato quando il capitano Dumari ha detto a Cohen che se si fosse fatto ammazzare dai berberi non sarebbe stato affar suo, e che Cohen ha interpretato come via libera ad andare col detentore del suo mezrag a raccogliere l’indennizzo che gli spettava di diritto per il furto subito. un altro esempio è quando i francesi hanno domandato a Cohen cosa stesse succedendo, dato che si era presentato con un gregge di 500 pecore, e lui gli ha risposto che era il suo ‘ar. I francesi non sapevano cosa fosse questo ‘ar ed essendo in guerra con i ribelli hanno subito pensato che Cohen stesse in combutta con loro, e oltre ad imprigionarlo gli hanno confiscato tutte e cinquecento le pecore. Questi due esempi servono per evidenziare che uno scontro culturale ha portato ad uno scontro comunicativo che, a sua volta, ha portato come conseguenza ad una serie di malintesi e interpretazioni errate.
Analogamente, una sfida comunicativa asimmetrica potrebbe essere quella che avviene tra insegnante e alunno, in cui il ruolo dell’insegnante è dominante ed è attivo nella gestione della conversazione, mentre quello dell’alunno è principalmente passivo e di compiacimento nei confronti del docente.

Alessandra Marcelli ha detto...

ALESSANDRA MARCELLI

L’antropologo Geertz ribalta il concetto del metodo etnografico: non è più sufficiente l’osservazione per garantire l’accesso ad un’altra cultura, ma è necessario anche il comprendere tutto quel sistema di significati che i membri di un gruppo culturale assegnano alla propria vita sociale. Ecco perché, tra Cohen ed i francesi, si realizza un duello simbolico: Cohen non ha compreso il sistema culturale di segni dei francesi, e quest’ultimi, a loro volta, non hanno compreso quello di Cohen. Il sistema culturale di segni diventa così l’arma che Cohen ed i francesi hanno rispettivamente usato, una sorta di “patrimonio” inteso come ricchezza attraverso il quale “difendersi” o, al contrario, aprirsi al “dialogo”. Un esempio di armi comunicative non equivalenti si ha, ad esempio, oltre che nella scuola anche nello sport: l’istruttore di nuoto ha come scopo primario quello di imporre la disciplina al suo allievo, di “educarlo” all’attività suddetta. Per quanto comprensivo e disponibile possa essere, in questo caso il rapporto gerarchico tra istruttore e allievo c’è, esiste: al potere del primo risponde il dovere del secondo, ecco quindi che le armi comunicative dell’uno e dell’altro non sono equivalenti. Per quanto, durante una discussione ad esempio, possa aver ragione l’allievo, l’istruttore possiede necessariamente un potere che lo pone un gradino sopra il suo allievo, il quale dovrà sottostare ed eseguire l'esercizio assegnatogli anche se non condivide la scelta. In questo caso, quando non c'è la comprensione reciproca, si ha una comunicazione asimmetrica: le armi comunicative dell'istruttore e dell'allievo sono così diverse da non riuscire a farsi comprendere l'un l'altre. É in questo caso che entra in gioco la cultura intesa come lavoro di INTERPRETAZIONE che, nella sua cultura convenzionale, emerge ed è più visibile appunto nei malintesi.

Francesca B ha detto...
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Alex DeLarge ha detto...

Un altro esempio sulla base della storia raccontataci da Geertz nel suo saggio, in cui narra le vicende del mercante ebreo Cohen e della lotta ad armi impari che ha avuto durante il dialogo con il comandante francese per la restituzione del suo 'ar', potrebbe essere la situazione tra editore ed autore.
Posso fondare questo mio esempio su un articolo scritto dell'autrice Diana Kimpton.
La scrittrice si è dovuta scontrare con i grandi gruppi editoriali in quanto come afferma lei stessa “sono imprenditori senza il minimo interesse verso l’autore”.
La lotta comunicativa tra autore ed editore è impari, come si dice, l’editore ha il coltello dalla parte del manico.
La Kimpton afferma anche che è vero che i grandi gruppi editoriali devono avere a che fare con quantità ingenti di libri ed è difficile rispettare le volontà di tutti gli scrittori, ma è anche vero che certe situazioni avvengono anche con case editoriali più piccole che, in teoria, avrebbero tutto da guadagnare rispettando la volontà dell’autore.
Per quanto riguarda i profitti, la scelta di marketing, la copertina, il prezzo e tanto altro, quando si ha a che fare con un colloquio con un editore non vengono nemmeno prese in considerazione le volontà dell’autore per il libro da mettere in vendita (parole della Kimpton).
Perciò la scrittrice, come fece Cohen dopo il dialogo con i francesi la prima volta, fece di testa sua, se si può dire così.
Dopo aver trovato la soluzione afferma in questa maniera: “Io appartengo a un numero crescente di autori che hanno abbandonato la sottomissione in favore della libertà di produrre i propri libri. E più lo facciamo, meglio capiamo come lavora l’editoria…”
Qui sta il fulcro di tutto: come Cohen che vuole riavere il suo ‘ar’, anche la scrittrice vuole riavere la sua libertà di scrivere e di poter vendere anche se sa che il potere delle case editoriali rimarrà quello.
Come fa? Si mette in proprio e diventa un autore/editore.
In questo esempio ho voluto sottolineare come, nella maggior parte delle volte, in un contesto comunicativo le armi in campo, come nella storia di Geertz oppure nella storia della Kimpton o tanti altri esempi che vengono dalla vita di tutti i giorni, non sono per niente equivalenti e, in questo caso, l’editore, nei confronti dell’autore, avrà sempre una marcia in più e la “sfrutterà” perché sa di averla.

Trincia Leonardo

Francesca Bertuccioli ha detto...

La vicenda narrata di Geertz è la rappresentazione chiara delle reti di segni che caratterizzano la cultura, e di come la cultura stessa non può essere ''analizzata'' attraverso l'osservazione, ma solo attraverso l'interpretazione, cioè utilizzando un metodo interpretativo in cui è possibile acquisire il senso, ossia la thick description dei comportamenti/atteggiamenti culturali umani. Una rete culturale unica, infatti, ma caratterizzata da sistemi specifici per ogni cultura.
La storia di Cohen, così come Ochobo, e moltissimi altri esempi chiamate ''usanze'' o ''credenze'' culturali, sono comprensibili solo attraverso l'interpretazione della cultura.

i fatti legati a questo mercante ebreo e alla sua cultura, e l'atteggiamento di completo disinteresse dei francesi, legati alla loro di cultura, per cui le richieste avanzate da Cohen(la restituzione del suo 'ar compromessa dall'atteggiamento dei predoni), erano inverosimili, se non assurde, andando a creare una sfida culturale estremamente squilibrata tanto che risulta evidente come da una parte il potere sia effettivamente nelle mani dei francesi, che occupavano una posizione di potere rispetto a Cohen, ma anche come, proprio i colonizzatori '' portatori di civiltà'' non si siano benché meno preoccupati di comprendere, interpretare, né tanto meno accettare il sistema culturale di Cohen(che non avendo il potere per rispondere ad armi pari) dando luogo ad una sfida culturale impari e di conseguenza, asimmetrica.

Un esempio di sfida culturale asimmetrica che personalmente rivedo nel caso Cesare Battisti, terrorista italiano, che è fuggito dall'Italia, e quindi dalle sue condanne, per recarsi in Brasile. Di fatto lo scontro, in questo frangente, non riguarda Cesare Battisti in sé e per sé, bensì riguarda proprio i sistemi giuridici(che ritengo essere una buona parte del sistema culturale di un paese, se non la sua sistematica rappresentazione scritta) italiano e brasiliano: da una parte l'Italia che per i crimini commessi lo ha condannato all'ergastolo e ne richiede l'estradizione, e dall'altra il Brasile che, passato il 2013, vede le sue condanne( e anche questo è oggetto di discussione a causa delle posizioni prese dai due paesi), cadute in prescrizione e che per questo lo ha scarcerato.
In questo caso l'Italia, nonostante il dibattito ancora in corso, è attualmente costretta a sottostare alle decisioni prese dal governo brasiliano ed attendere la decisione del Tribunale supremo federale, oltre che del presidente brasiliano, in quanto in quel paese è un ''rifugiato''

Francesca Bertuccioli

Francesca Paradisi ha detto...

La battaglia tra i due si svolge su un piano culturale; il malinteso nasce infatti dalla non condivisione di un determinato significato da parte degli attori coinvolti nella vicenda. Cohen rivendica il suo diritto sulle pecore come risarcimento per il furto subito; utilizza infatti un procedimento che è abituato ad usare e a vedere utilizzato da altri componenti della sua comunità. I francesi, invece, eredi di una tradizione culturale estremamente differente esportano il proprio modello e si aspettano che venga accolto e utilizzato anche da coloro che non lo condividono. Vediamo qui rappresentato il tipico atteggiamento del colonizzatore nei confronti del colonizzato, in un certo senso i francesi sfruttano l’ideologia predominante secondo la quale ci fosse una cultura superiore ad un’altra che dovesse prevalere ed essere esportata.
Possiamo trovare degli esempi analoghi in svariate circostanze. Per citarne uno possiamo analizzare il controverso rapporto tra una donna musulmana che indossa il burqa e un qualsiasi addetto alla sicurezza in un aereoporto. Il vigilante dovrà controllare le fattezze di colei che si appresta a prendere l’aere e per farlo dovrà indicarle di scoprirsi quantomeno il viso; il suo scopo è quello di garantire la sicurezza dei passeggeri e dell’equipaggio. Dal suo punto di vista, la donna si vedrà violata nel proprio senso del pudore poiché costretta a scoprirsi al di fuori delle mura domestiche. Alla fine sarà il punto di vista dell’agente di sicurezza a prevalere poiché si trova a ricoprire un ruolo istituzionale. Abbiamo assistito ad una piccola disputa dibattuta su piano culturale.

FRANCESCA PARADISI


Simone Longobardi ha detto...
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Simone Longobardi ha detto...

Leggendo il saggio di Geertz ci rendiamo subito conto di come la sfida giocata tra le due parti (Cohen e i francesi) sia fin da subito impari, per diversi aspetti. Le armi che essi usano sono diverse, come diverse sono le culture da cui provengono. Cohen è un mercante ebreo, che dopo essere stato "derubato del suo Ar" (aver perso il proprio onore) chiede un riscatto ai francesi. Quest'ultimi nel racconto hanno il ruolo di colonizzatori, sono cioè un popolo che arriva in un territorio estraneo e cerca di imporre agli abitanti di quel territorio (in questo caso il Marocco) le proprie leggi, mettendo in una posizione di dipendenza i nativi di quel posto dai coloni. E' proprio questo concetto di sottomissione se vogliamo, che lega il rapporto tra le due parti. Quando Cohen chiede al Capitano francese che gli venga restituito il suo Ar, c'è una netta divisione gerarchica tra i due. Il capitano non si sente in nessun modo costretto ad accontentare la richiesta del mercante ebreo dato che il fatto avvenuto non lo riguardava direttamente e lavandosene le mani, costringe Cohen a usare la sua "arma": il patto commerciale mezrag. Alla fine quando Cohen rientra con la sua ricompensa (le pecore cedute dalla tribù), i francesi insospettiti dal fatto che il mercante ebreo potesse essere un complice di quella tribù, lo rinchiudono in carcere, fanno si che si sottometta cioè a un potere che non proviene direttamente dal suo territorio d'origine. Ora dopo questo duello simbolico è chiaro come le due culture, quella francese e quella ebrea presentino un piano comunicativo asimmetrico, mettendo le proprie "armi" in campo in maniera non equivalente. Un esempio moderno, può essere il piano comunicativo tra le forze dell'ordine e i cittadini. E' impari in quanto hanno il compito di far rispettare le leggi e devono garantire la sicurezza dei cittadini. Ci pone quindi in un piano non asimmetrico in quanto se per esempio la Polizia decide di fermare un automobilista alla guida durante un posto di blocco, il cittadino in questione è obbligato a fermarsi ed a rispondere alle richieste del caso presentategli. Non può rifiutarsi e se lo fa, corre incontro a pesanti sanzioni.

Ciro Impinto ha detto...
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Ciro Impinto ha detto...

Q.1) Il duello simbolico tra il mercante ebreo Cohen e i francesi, nel racconto che ci è pervenuto da Geertz, è combattuto sulla base di una serie di fallimenti comunicativi da entrambe le parti: i contendenti sono ignari del background culturale-sociale dell’uno e dell’altro. Inoltre, i francesi sono in una posizione superiore rispetto a un mercante del calibro di Cohen, perché portatori di civiltà e di postazioni militari. Alla fine Cohen viene privato del suo ‘AR’ (= l’onore) mancando di rispetto al codice comportamentale del buon mercante, ossia l’essere ospitale con un cliente. Questo significato condiviso di ‘AR’ è ignoto ai francesi, quindi non si fanno scrupoli a imprigionare Cohen quando si presenta col gregge di pecore datogli dai berberi del deserto, perché si limitano a pensare che Cohen fosse in realtà un alleato di quest'ultimi.

Un esempio analogo può essere quello del rapporto tra uno scrittore e un lettore. Lo scrittore che prenderò in esempio è una scrittrice americana di nome Edith Wharton. In uno dei suoi testi, quello ritenuto fortemente legato alla sua vita, ossia Ethan Frome, la scrittrice usa, alla fine del primo capitolo, dei puntini di sospensione lunghi due-tre righe. A prima vista, il lettore pensa che in realtà si tratti di un errore di stampa o un errore da parte dell’editor. Quello che quei puntini di sospensione vogliono simbolizzare è l’insistenza sul ritmo lento del luogo in cui avverrà la vicenda, ossia la città innevata di Starkfield (Stark = sterile). La lentezza che suscitano quei puntini ci fanno immaginare la staticità della neve che blocca le strade e il senso di malattia che pervade il testo: difatti, i personaggi in Ethan Frome sono TUTTI malati.

Quindi, il lettore che non riesce a cogliere queste sfumature e queste intenzioni, in realtà, dà per scontato che sia un errore di battitura, quando invece era proprio l’intenzione della scrittrice scrivere quei puntini di sospensione, per dimostrare quanto il testo risenta della malattia che sentiva dentro di sé l’autrice. Di conseguenza, la cultura che trasmette Edith Wharton a un lettore normale (ignaro della vita della scrittrice) non verrà mai accolta e capita, perché il lettore si limita a quello che sa già di suo, quindi c'è asimmetria tra mittente e destinatario.

Matteo Colafrancesco ha detto...

Risposta numero 1: Allora prof, parto innanzitutto col dire che l esempio dell antropologo Geertz è un aspetto ormai della nostra quotidianita: cio che accade al povero Cohen lo viviamo indirettamente quasi ogni giorno. Geertz vuole farci intendere, che non è piu sufficiente l osservazione per garantire l' accesso ad un altra cultura, ma è fondamentale comprendere quella rete di significati(segni) che un gruppo culturale assegna alla propria vita sociale. Ecco perche in questo senso tra cohen e i francesi si realizza un duello simbolico: Cohen non ha compreso la rete di significati dei francesi, e questi ultimi a loro volta non hanno compreso quella di Cohen. Purtroppo i francesi si sentono in posizione di superiorità sia militarmente che culturalmente del povero Cohen, che alla fine questi deve soccombergli. Un esempio di armi comunicative non equivalenti lo si ha nello sport, dove lo scopo primario di un allenatore è quello di imporre la propria disciplina al suo allievo. La differenza tra i due è evidente, il potere dell uno si confronta con l altro, per quanto possa magari aver ragione l allievo durante una discussione, l allenatore avrà necessariamente un potere che lo pone al di sopra del suo allievo. Anche se non condivide la scelta del coach, il ragazzo dovrà eseguire l esercizio che le è stato assegnato. Ma questo è soltanto un esempio di tutte le dinamiche che caratterizzano la nostra societa. Tutte le relazioni che intrapendiamo, sono basate su un ordine gerarchico stabilito dal potere, dalla figura che ci sta di fronte e dal ruolo che ha essa nei nostri confronti. In queste realtà di vita quotidiana, vi sarà sempre uno piu potente e uno piu debole, l unico modo per far stare bene entrambe le parti, è di capire la cultura dell altro, di mettersi nei suoi panni. Matteo Colafrancesco

Sara Cantalupo ha detto...

Il rapporto tra Cohen e i francesi è sicuramente asimmetrico, proprio perché il primo è un mercante ebreo immerso nella proprio ambiente culturale, ritenuto inferiore ai francesi i quali essendo dei conquistatori/colonizzatori hanno potere superiore rispetto a Cohen. In questo saggio intitolato “Verso una teoria interpretativa della cultura” l’autore ci ha illustrato il rapporto gerarchico di queste due personalità. Le armi utilizzate dai francesi è sicuramente il potere, mentre Cohen utilizza la comunicazione la quale, però, non viene presa in considerazione da parte dei francesi.
Un esempio di rapporto gerarchico/asimmetrico può essere: l’ATTORE e il REGISTA. L’attore deve mettere in scena ciò che il regista ha proiettato su di sé e di conseguenza quest’ultimo ha un potere superiore rispetto all’attore. Un altro rapporto asimmetrico è quello tra: STATO e i CITTADINI. Lo Stato impone le leggi, esercitando un potere coercitivo sulle persone e quest’ultime essendo di grado inferiore devono rispettare le regole alle quali lo Stato sottopone.
Sara Cantalupo

Francesca Acostachioae ha detto...

Q1.
Tra Cohen e i francesi c’è un duello simbolico, un’incomprensione culturale.
Geertz, antropologo americano, in Marocco incontra Cohen, un commerciante ebreo sefardita, gli racconta una storia accaduta nel 1912, notiamo bene però che NON gli racconta la vicenda in sé ma la SUA interpretazione di ciò che ha vissuto. Il duello simbolico che ci fu tra Cohen e i francesi fu dovuto da una confusione di linguaggi in quanto entrambe le parti, sia Cohen che i francesi continuavano ad utilizzare il proprio sistema culturale di segni senza arrivare ad una corretta comprensione.
Cohen si recò dal capitano Durnari a denunciare il furto che aveva subito e a chiedergli l’autorizzazione per poter andare con lo sceicco tribale di Marmusha a riprendere ciò che gli spettava, ovvero il suo ‘ar. Nonostante il capitano non gli desse l’autorizzazione ufficiale, Cohen andò comunque a riprendere il suo ‘ar.
I francesi non avevano la minima idea di che cosa stesse parlando e di che cosa fosse questo ‘ar, ma in realtà non avevano neanche l’interesse di saperlo e di aiutarlo. Allo stesso tempo però anche Cohen è disinteressato da ciò che il capitano gli disse, in quanto nonostante non gli avesse dato realmente il permesso si recò comunque nella zona dei ribelli.
I predoni riconoscono questo patto culturale, questa esistenza del segno ‘ar e decidono di rispettarlo e di non far finta di niente. Non potevano negare che alcuni dei loro uomini lo avevano derubato e ucciso due suoi ospiti. Decidono di parlarne e di trattare, arrivando ad una conclusione, ovvero decidono di liquidare i danni con 500 pecore. Il fatto di voler parlarne mostra che si è instaurato un consenso culturale, un accordo.
Cohen dopo aver ripreso finalmente il suo ‘ar, viene visto dai francesi e non capiscono cosa stia succedendo, non riescono a credere che Cohen avesse fatto tutto questo per delle pecore, e così non credettero nell’accordo e lo considerarono una spia di Berberi ribelli e per tal motivo gli vennero sottratte le pecore e venne arrestato.
Notiamo quindi come alla base di tutto ciò c’è una incomprensione culturale, le armi comunicative in campo non sono equivalenti, sono impari. Ovviamente ad avere la meglio sono i francesi in quanto rivestono il ruolo di colonizzatori ed hanno il potere nelle loro mani. Entrambe le parti non hanno compreso il sistema culturale dell’altro e per questo si è arrivati ad una sfida culturale.
Come esempio in cui le armi comunicative in campo non sono equivalenti, potremmo considerare il rapporto tra il datore di lavoro e i suoi impiegati; il titolare ha il potere nelle proprie mani e il controllo sui suoi impiegati. Nella vita di tutti i giorni, senza rendercene conto, intraprendiamo rapporti interpersonali in cui vige un ordine gerarchico dei ruoli stabilito dal potere.

Francesca Anna-Maria Acostachioae

federica faggiani ha detto...

Tra i francesi e Cohen non c’è comprensione. Cohen utilizza come arma il proprio sistema culturale e chiede ai francesi di poter riprendere il suo “ar”, i quali però non riescono a capire quanto il concetto di “ar” possa essere importante. I francesi invece utilizzano come arma la propria superiorità militare, essi infatti vogliono amministrare in maniera cieca, imponendo il proprio sistema di valori ritenuto superiore, senza curarsi dei rapporti interpersonali.
Pensando ad un episodio analogo in cui le armi non sono equivalenti mi viene in mente il rapporto tra SCRITTORE E TRADUTTORE. Il traduttore, sebbene possa adattare gli elementi culturali dalla lingua di partenza del libro alla lingua d’arrivo in cui sta traducendo, deve comunque attenersi alle volontà dello scrittore e a quello che esso vuole trasmettere attraverso la sua opera. A tal proposito vorrei ricordare il caso dello scrittore Jonathan Littel che con un atteggiamento molto scrupoloso ha inviato una lettera con delle raccomandazioni molto precise ai suoi traduttori, o l’ancor più eclatante caso di Milan Kundera che non soddisfatto del lavoro fatto dai suoi traduttori, ha ripreso in mano lui stesso la traduzione dei suoi romanzi.

Alice Carfora ha detto...

Il duello simbolico tra Cohen e i francesi si svolge ad armi non pari. Il problema si trova nel fatto che ognuno non è a conoscenza della cultura dell’altro e quindi quando Cohen viene privato del suo Ar cioè il suo onore, i francesi non si preoccupano minimamente di capire cosa significhi per lui. Inoltre i francesi possiedono “potere” in quanto sono i colonizzatori portatori di civiltà.
Così quando Cohen torna al villaggio con le pecore e dice ai francesi che i berberi gliele hanno date perché dovevano restituirgli il suo Ar, i francesi lo imprigionano privandolo delle pecore perché credevano che lui fosse una spia alleata con i berberi del deserto.
Un esempio in cui le armi comunicative non sono equivalenti è quello del carabiniere e l’automobilista. L’automobilista deve per forza eseguire quello che il carabiniere dice di fare, anche se secondo lui è ingiusto (fermarsi perché ha effettuato qualche infrazione in strada, oppure una multa che secondo l’automobilista non era necessaria ).

Francesca Menelao ha detto...

Dopo aver proceduto con una lettura ermeneutica nel racconto di Cohen a Geertz, è risultato chiaro che tra il venditore ebreo e i militari francesi che presidiavano il territorio marocchino di Marmusha fosse nato un conflitto ad armi non equivalenti e sicuramente simbolico, perché dato dal confronto-scontro di due reti di segni diverse, a cui ognuna delle parti faceva riferimento separatamente per agire e reagire. Avevamo dunque, schierata su "un fronte", l'importanza (per nulla moralistica) in cui Cohen teneva il valore dell'ospitalità, confluito nella "cultura dell'onore" e in quella della vergogna e della necessità di riscatto, dopo aver perso il suo "Ar". Dall'altra invece, c'era l'indifferenza e poi la richiesta "di aiuto" e cioè"di senso" degli ufficiali francesi che agendo principalmente per controllare il territorio e mantenerne l'ordine pubblico, non si assumevano la responsabilità di sforzarsi a capire o di immaginare la prospettiva del venditore ebreo, sicuri del loro ruolo ordinatore e "civilizzatore"(proprio dei colonizzatori). Un esempio di duello simbolico di questo tipo, vicino alla nostra esperienza quotidiana, potrebbe essere dato dal rapporto fra attore e regista teatrali e dell'eventuale subordinazione e spersonalizzazione del primo, riassunta nel titolo dell'articolo di Edward Gordon Creig, "The actor and the Über-Marionette"(The Mask). Infatti, nonostante in una rappresentazione si possa prescindere dalla sua figura, ad esempio nel collettivi, nel teatro di regia il regista assomma su di sé la maggior parte delle funzioni decisionali, imbrigliando non di rado il lavoro interpretativo del singolo soggetto in rigide linee guida, riducendolo ad una "super-marionetta". Da parte sua, l'attore, se è vero che debba mostrare una grande versatilità, è altrettanto vero che dopo aver messo a disposizione il suo corpo, la sua voce e il suo lavoro su se stesso, senta il bisogno non solo di vagliare criticamente testo (costruendo dei propri sottotesti stanislavskijani) ma, eventualmente, di valorizzare anche la propria soggettività mettendo in discussione alcune direttive di regia (che già ha stabilito "cosa sia opportuno fare").
Ne deriva, anche qui, una continua tensione psicologica: sia fra due sistemi differenti, sia nello stesso sistema attoriale, fra la spinta (tipicamente artistica) verso una più larga autonomia interpretativa e il dovere di aderire ad una rigida disciplina registica, che, forte della sua rispettabilità e autorevolezza, può intimidire, infastidire o frustrare l'attore stesso, generando incomprensioni.

Camilla Antonini ha detto...

Nel racconto di Geertz, tra Choen e i francesi si erige un muro, il divario culturale, che rende lo scontro comunicativo particolarmente complicato: le armi che usano i contendenti sono i propri rispettivi ruoli nel contesto della vicenda, cioè quello di colonizzatori per i francesi e quello di resistente all’occupazione francese - e alle conseguenze della colonizzazione sulle leggi interne del Marmusha - per Cohen. I francesi si pongono, nei confronti dell’ebreo che cerca appoggio e difesa nel loro ruolo autoritario, in una posizione di superiorità e sufficienza, che implica il loro mancato sforzo interpretativo e di comprensione, coerente con lo scopo della loro presenza in quel territorio.
Un episiodio in cui le armi comunicative non sono state equivalenti, ma che si è risolto diversamente da quello di Cohen, è avvenuto in un ufficio qualsiasi di un dipartimento di un grande comune. Una dipendente è stata convocata dal direttore del dipartimento per svolgere, secondo quanto le ha detto, un lavoro particolarmente delicato e di grande importanza per lui: voleva che gli rivelasse lo stipendio di un suo collega, per valutare se richiedere, eventualmente, la sua stessa posizione. La dipendente, senza alcun timore, rivela al direttore il valore della posizione lavorativa del suo collega, consapevole del fatto che fossero informazione di dominio pubblico facilmente rintracciabili sul web. Il direttore, credendo di esser stato furbo, intima la dipendente di non rivelare a nessuno la loro conversazione, minacciandola di denuncia per aver rivelato informazioni riservate. La dipendente si difende informando il direttore di avergli fornito solo il valore della posizione del suo collega, mostrandogli le stesse cifre registrate su un documento pubblico. In questo caso, il tentativo coercitivo del direttore è fallito perché ha sottovalutato le potenzialità comunicative della sua sottoposta. La dipendente ha, in effetti, dimostrato di poter usare le proprie armi comunicative per aggirare quelle persuasive e costrittive del direttore, che dietro lo scudo del proprio potere, non aveva, in realtà, sufficienti mezzi per sovrastare la donna.

Simone Agati ha detto...

Le armi utilizzate da Cohen e i colonizzatori francesi non possono porsi sullo stesso piano. Cohen tende a far valere un principio della "sua" cultura,pretende la restituzione del suo "ar"perché i predoni hanno leso il suo onore. I Francesi, lontani da quel modo di pensare, non analizzano questa differenza culturale presente in Cohen e la ignorano, imponendo con la forza le loro regole. Un esempio in cui le armi comunicative sono impari è nel talent televisivo masterchef. Dilettanti con la passione per la cucina sono sottoposti ad una valutazione continua da parte dei quattro dei ristoratori più importanti d'Italia e devono imparare le tecniche per aver la meglio sugli altri. In questo caso l'estro del concorrente è contenuto dalle regole dettate dai giudici. L'impiattamento, la cottura e la salatura dovranno convincere, -nella vista e nel gusto- non il concorrente stesso,bensì i giudici (in un tribunale il confronto imputato-giudice). Il concorrente non ha scelta: o si uniforma ai parametri a lui imposti o sarà eliminato. Non sarà importante avvicinarsi a quei parametri ma andranno soddisfatti in pieno per poter riuscire a vincere lo show. In sostanza a vincere, non sarà chi cucina il piatto più gustoso ma chi avrà mostrato maggiori capacità nell'adattarsi alle regole fissate dai loro insegnanti, direttori della sfida.

Simone Agati

Tiziana Vincenzo ha detto...

Attraverso il racconto di queste tre diverse culture (ebrea, berbera e francese) possiamo capire come spesso, anche oggi, si ha un’incomprensione reciproca nell’interpretazione di culture diverse dalle nostre. Le armi che utilizzano Cohen e i francesi sono il loro sistema culturale dei segni. Ma Cohen si trova in una posizione inferiore rispetto ai francesi: lui vuole far valere i suoi diritti dopo aver perso il suo ar (onore), invece i francesi hanno un’arma molto più potente, ossia il potere. Perciò tra Cohen e i francesi si ha una relazione di tipo gerarchico, asimmetrico.
Un esempio di relazione, dove le armi comunicative non sono equivalenti, è tra il DIRIGENTE SCOLASTICO e DOCENTE. Il dirigente scolastico può ‘’richiamare’’ l’operato e il comportamento del docente nel momento in cui è inopportuno o sbagliato e può prendere decisioni su un potenziale licenziamento. Il docente invece ha ruoli inferiori rispetto al dirigente.

Alice Dionisi ha detto...

Geertz riporta una storia raccontatagli da un mercante ebreo sefardita, Cohen, che vede coinvolti nella vicenda l'uomo stesso e i francesi coloni nel Marocco del 1912.
Abbiamo analizzato i vari aspetti della storia, passando da una descrizione thin ad una thick, ricordando il contesto storico e l'indole dei coloni, approfondendo anche il concetto del diritto all'ospitalità, il concetto di 'ar, dell'onore e della vergogna, la collocazione morale dei personaggi della storia e i loro diversi contesti culturali. Sono proprio le due differenti ed opposte visioni dettate dalla rispettiva cultura le armi utilizzate dai due contendenti: i francesi, coloni, volevano introdurre in Marocco la civilizzazione e la propria cultura, ritenuta superiore, ed è per questo che agiscono con indifferenza e distacco nei confronti di qualcosa ritenuto inferiore e che non appartiene alla loro cultura (il concetto di 'ar) e nella loro posizione di coloni e civilizzatori sfruttano la propria superiorità rispetto a quella del semplice mercante Cohen. La lotta risulta così essere ad armi impari, dal canto suo Cohen agisce secondo la propria cultura e la propria posizione di resistenza nei confronti dei francesi (possiamo dedurlo sia dalle azioni del giovane Cohen che agisce nella storia che per esempio volutamente interpreta secondo le sue necessità il disinteresse dei francesi, sia dal vecchio Cohen che racconta la vicenda a Geertz dal suo personale punto di vista ed interpretazione).
Posso prendere ad esempio un'ingiustizia familiare che coinvolge me e mio fratello minore in un contesto di non equivalenza delle armi comunicative in campo: quando era piccolo, mio fratello tendeva ad incolparmi per qualunque cosa e nessuno gli credeva, perchè era molto piccolo ed io essendo più grande ero ritenuta essere più responsabile e quindi non in grando di fare quello di cui mi accusava, senza contare che più volte mia madre aveva potuto constatare che quello che lui affermava non era il vero. Così ho iniziato ad approfittare della situazione e del potere che mia madre mi aveva attribuito, chiedendo ogni volta la mia versione della storia, ed essendo più credibile, finivano sempre per dare ragione a me e così la situazione si capovolse completamente: ho iniziato io stessa ad accusare mio fratello per cose che avevo commesso io, consapevole del fatto che nessuno avrebbe creduto alle sue parole. Così il piccolo Jacopo si è trovato a dover subire un'ingiustizia, avendo io più potere tra i due in quanto sorella maggiore.

Alessio Bernabucci ha detto...

Le armi culturali che costituiscono il principale impedimento alla comunicazione tra Cohen e i francesi è dovuto alla mancanza di volontà di comprendere la cultura altra. Infatti, visto il ruolo di potenza di colonizzatori che detengono, i francesi non avvertono la necessità di sforzarsi affinchè l comunicazione culturale avvenga efficacemente. L’asimmetricità delle forze in gioco consente ai francesi di non porsi domande sul significato dell’Ar, estraneo alla loro rete di significati, ma di dominare la scena politico-amministrativa basandosi soltanto sulla propria cultura colonizzatrice.
Un esempio di situazione che mostra l’asimmetricità delle armi culturali, riprendendo una celebre intervista d Pasolini, è un qualsiasi programma televisivo. La televisione impone una rigida distinzione tra interlocutore e ascoltatore, senza offrire possibilità di replica da parte dello spettatore-ascoltatore, che dunque si trova in uno stato di sottomesso. La rigida gerarchia che impone un programma televisivo fa sì che il dibattito avvenga soltanto all’interno della televisione in sé, rendendola dunque un medium “anti-democratico”. Banalizzando la questione, in un qualsiasi talk show, il messaggio culturale e comunicativo di cui si vuole convincere è fatto apparire come il più “naturale” possibile (spesso appellandosi alla esperienza comune che, essendo condivisa dai più, deve necessariamente essere quella indiscutibilmente vera). Il bombardamento culturale a cui lo spettatore viene sottoposto è asimmetrico poiché esposto unicamente dalla conduttrice e dalle sue affiliate senza lasciare spazio di replica effettiva né agli spettatori, né agli ospiti presenti che riportano una diversa visione dei fatti, i quali vengono immediatamente culturalmente linciati facendo in modo che essi appaiano come i veicolatori di una pericolosa propaganda sovversiva nei confronti dell’indottrinamento che il programma si propone di attuare.

Lisa Pavone ha detto...

Intorno alla fine dell'800 si diffuse, tra le genti, il concetto di NAZIONALISMO per cui una popolazione, per affermarsi, doveva conquistarne un'altra e si pensava che questa idea fosse legittimata poiché avrebbe portato la civiltà laddove si presupponeva ci fossero barbarie, schiavitù e cannibalismo. Per questo prese il nome di COLONIALISMO CIVILIZZATORE alla cui base potevano esserci due tipi di razzismo: uno Culturale, teorizzato dallo stesso Kipling secondo il quale, dopo aver portato civiltà e cultura europea, quella popolazione colonizzata poteva arrivare al medesimo livello; l'altro, Biologico, per cui la razza superiore era quella bianca ed i paesi colonizzati, inferiori nel DNA, non potevano far altro che sottomettersi al volere ed al potere degli alti ranghi. L'ultimo, a mio avviso, è proprio il caso che riguarda l'esempio che pone Geertz per manifestare la disparità e la diversità di armi in un contesto in cui è d'obbligo il prevalere dell'uno sull'altro: Cohen, il mercante ebreo derubato del suo gregge, usa come arma la perseveranza di non arrendersi davanti all'ostacolo di essere il piccolo davanti al gigante o di affrontare il problema senza il sostegno di alcuna alta carica. I francesi hanno l'arma del potere, del coltello dalla parte del manico per cui sostengono un totale disinteresse per capire anche minimamente il problema dell'uomo e non sono interessati alla ragione. E poi ci sono i berberi, giustificati ai miei occhi, dall'arma dell'ignoranza e dello stato animalesco in cui avevano appreso la loro cultura.
Riferendomi a questo passo, prendo in esame il rapporto tra un ragazzo ed una ragazza. Questi non sono fidanzati. Si conoscono da quando erano piccoli e lei ha sempre provato per lui un sentimento travolgente. Lui, sotto sotto lo ha sempre saputo, ma fa finta di niente e si approfitta della sua debolezza perché sa che lei, un no, di qualsiasi genere, non glielo avrebbe mai detto... E non si tratta di una imparità di armi solo a fatti, ma anche a parole per cui non può venir fuori il rancore o la rabbia o la tristezza, per paura di perderlo... Mia Martini in 'Minuetto' ha reso questa idea in modo formidabile ed inequivocabile :"Le mani tue strumenti su di me/ che dirigi da maestro esperto quale sei. Qui prevale il senso di superiorità e di marionettismo che può essere esteso alle più svariate situazioni ed ad i più vari livelli comunicativi.

Mirko D ha detto...
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Mirko D ha detto...

L'arma comunicativa dei francesi è l'indifferenza, di fronte a quella che per Cohen può essere considerata una tragedia. Questo disinteresse nasce dall'oggettiva posizione di superiorità dei francesi in quel contesto e dal fatto che i colonizzatori credono fortemente nella loro superiorità, soprattutto culturale. L'arma di Cohen è la sua cultura, la rete di segni a cui lui si appella. Di fatto però la sua arma non ha efficacia perché la cultura va compresa, interpretata. Ovviamente comprendere non è la prerogativa di un colonizzatore che invece vuole imporre la propria cultura.
Una vicenda simile a quella di Cohen e i francesi può essere la storia di un direttore di giornale e un giornalista. Poniamo il caso che a questo giornalista sia affidata la redazione di un articolo relativo a un programma televisivo definito da tutti come trash. Il giornalista, che detesta quel genere di programmi, decide di scriverne uno sul problema dei rifiuti a Roma. Una volta finito l'articolo lo presenta al direttore che, dopo aver letto il pezzo, lo caccia via bruscamente e decide di non pubblicare quell'articolo.
Al direttore non interessano i gusti del giornalista; è lui il direttore ed è lui che impone la sua linea editoriale. Al direttore non interessa comprendere il modo di vedere del suo collaboratore. E anche se il giornalista cerca di far valere le proprie ragioni, magari argomentando dettagliatamente il perché della sua scelta, al direttore non interessa niente di tutto questo.

Mirko Donati

Simone Perrone ha detto...

1) La relazione tra le due parti non è paritetica: infatti, i colonizzatori dispongono di rimarchevoli risorse militare (i fortini) e si pongono, rispetto a Cohen ed i suoi simili, come istitutori della civiltà; Cohen, invece, è un semplice mercante ebreo facente parte di una cultura in cui l’onore gioca un fattore fondamentale per la prosecuzione delle attività commerciali: senonché, i francesi non compresero tale valore, così si verificò un’incomprensione tra essi e Cohen.
Un episodio di cui sono a conoscenza relativamente alla disparità delle armi comunicative risale alle discussioni che vedono impegnati Socrate ed i sofisti: infatti, in tali confronti è evidente l’insorgenza di notevoli problemi comunicativi derivanti da una diversa concezione del confronto e della filosofia stessa: i sofisti miravano alla vittoria dialettica e solevano servirsi di lunghi discorsi (macrologia), nei quali solitamente il nocciolo della questione viene diluito per farlo perdere di vista, il che permetteva loro di spostare l’attenzione degli interlocutori su altri oggetti, Socrate invece si avvaleva di un approccio dialogico procedente per brevi domande e risposte (brachilogia); diversa era anche la concezione della filosofia: tensione erotica verso la conoscenza per Socrate, strumento di educazione culturale volta alla formazione di cittadini per i sofisti. A rimarcare la disparità della armi comunicative tra le due parti in questione, si aggiunga pure la degenerazione eristica assunta dai sofisti della seconda generazione, i quali, estremizzate le posizioni teoretiche di Gorgia e Protagora e liberatisi di ogni ritegno morale, arrivarono a sostenere tesi assai ardite sul piano etico, facendo leva su qualsiasi espediente valido a puntellarle, per logicamente infondato che fosse. Quanto all’asimmetria comunicativa connessa al maggior potere di uno degli interlocutori, posso rimandare, anche in questo caso, a Platone, in particolare al dialogo Gorgia, ove sono proprio il potere e l’autorevolezza dell’omonimo sofista a generare la contraddizione che porterà alla decisiva confutazione socratica.



Cordialmente,
Simone Perrone

Eva Sara Donnini ha detto...
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Carola Genovese ha detto...

Cohen è un mercante sefardita che assiste nel secondo decennio del XX Secolo alle vicende del colonialismo francese in Marocco. L'incomprensione tra i due mondi è inevitabile. Per comunicare Cohen si serve della simbologia relativa al proprio sistema culturale: crede che il suo bagaglio esperienziale, le sue convinzioni e le sue convenzioni culturali bastino come armi del duello simbolico che si viene a creare tra lui e i francesi. Ma i francesi hanno dalla loro parte il fatto di essere in una posizione di rilievo dal punto di vista politico, per cui la comunicazione tra le due culture è inevitabilmente destinata ad incomprensioni e risulta totalmente asimmetrica, come è asimmetrico il ruolo che le due parti rivestono dal punto di vista sociale.
Un tipico esempio di comunicazione asimmetrica è quella che avviene in occasione di un processo civile tra il giudice e gli altri due protagonisti: attore e convenuto (chi avvia il processo e chi viene accusato di avergli arrecato un torto). In questo caso l'asimmetria riguarda sia i contenuti che i ruoli: il giudice gestisce la regia della comunicazione e ha delle competenze di linguaggio giuridico altamente superiori a quelle degli altri due (che anzi spesso non ne sanno assolutamente nulla di diritto), cosicché il giudice, rivolgendosi a loro ed ascoltandoli, dovrà tentare di adattarsi almeno minimamente al loro stile comunicativo. Ad ogni modo il giudice prende le iniziative, e ha un ruolo attivo all'interno della situazione comunicativa, mentre gli altri due sono obbligati a rispondere e dunque rivestono un ruolo passivo. Inoltre sarà il giudice a decidere delle loro sorti e ad emettere la sentenza dopo aver sentito le ragioni dell'attore e le obiezioni del convenuto.

Carola Genovese

Giulia Sellati ha detto...

Il duello tra Cohen e i Francesi si configura come uno scontro tra due culture, o reti di significato, profondamente diverse tra loro: l'arma dei Francesi è la credenza di essere i veri portatori di civiltà, di essere superiori alla cultura di Cohen; l'arma di Cohen è invece la potente disperazione che egli prova avendo perso il suo 'ar. Lo scontro non può essere però ad armi pari: se Cohen capisce il concetto di potere ed autorità al quale si appellano i Francesi, i Francesi non riescono a comprendere la cultura di Cohen e dunque il concetto di ospitalità o di risarcimento per l'onore compromesso. Voglio riportare, simile alla storia di Cohen, alcuni episodi della vita di Gandhi in cui le armi comunicative non sono alla pari in quanto si ripropone l'opposizione tra un uomo saldo nei propri principi culturali e una autorità. Intorno agli inizi del 1900 Gandhi, avvocato, si trasferisce in Sudafrica; un giorno in un tribunale di una città sudafricana, il magistrato gli domanda di togliere il turbante. Al suo rifiuto Gandhi viene espulso dal tribunale. Sempre in questo periodo si fa espellere da un treno in quanto si era rifiutato di spostarsi nel vagone della terza classe avendo acquistato il biglietto per la prima classe. Verrà picchiato per essersi rifiutato di scendere da una corriera sulla quale viaggiavano alcuni europei.

ilaria ha detto...

ILARIA PESOLI
La storia di Cohen è un esempio di comunicazione asimmetrica fallita. L'asimmetria riguarda più piani, non solo Cohen è un semplice mercante ebreo che si confronta con un marine e con un colonnello, entrambi quindi di classe sociale superiore, ma coloro che coprono un ruolo sociale superiore appartengono anche ad una cultura colonizzatrice che si propone, a quella colonizzata, come dominatrice più civile, avanzata, avente diritto e dovere ad educare la cultura sottostante. Durante la comunicazione entrambi (Cohen e i francesi) sfruttano due comportamenti tipici (che determinano il rapporto colonizzato-colonizzatore) e sono da parte del secondo l'indifferenza e da parte del primo fingere di seguire gli ordini e raggirare il colonizzatore. Entrambi guidati da una mancanza di interesse e immaginazione a capire l'esigenze dell'altro e la sua cultura.
Un esempio che segue le orme della storia di Cohen può essere quello tra genitori e figli. Anche in questo contesto informale c'è asimmetria. I genitori hanno un potere sui figli a livello emotivo, economico, decisionale. Anche i figli possono far finta di capire fischi per fiaschi e fare nonostante un "no" quello che vogliono. Il potere sta nel fatto che già in partenza la decisione si sa che sta in mano del genitore e il figlio dovrà comunicare al fine di influire sulla decisione.

Noemi Grant ha detto...

Nel racconto di Cohen abbiamo notato come si sia attivato un duello simbolico tra due culture diverse : da un lato abbiamo Cohen, un mercante ebreo che agisce secondo la sua cultura utilizzando la sua arma ovvero un concetto di 'ar (di onore) basato sul rispetto dell'ospitalità, dall'altro lato vi stanno i francesi la cui arma è la loro convinzione culturale nel presentarsi come portatori di civiltà, ordine e disciplina. Una scontro asimmetrico analogo può essere quello che si viene a creare tra il Ministro della pubblica istruzione e i docenti nelle scuole: il Ministro agirà nel suo ambito cercando la migliore soluzione per migliorare (sulla carta) il sistema scolastico, i docenti che invece agiscono sul campo avranno un loro modo di valutare quale cambiamento reale sia più adatto allo stesso fine. Nonostante ciò il Ministro (con tutti i suoi buoni propositi) sarà quello che eserciterà il “potere” seppur distante dalla realtà analizzata, i docenti nolenti o volenti dovranno sottostare alle regole imposte.

Noemi Grant (magistrale LeFiLing)

Michela Fiorini ha detto...

Risulta palese il fatto che tra Cohen e i francesi ci sia un “duello” ad armi impari.
Cohen è un povero commerciante indifeso che ha perso il suo AR; i francesi sono i colonizzatori che ormai hanno iniziato a dominare in una regione del Marocco.
Nonostante Cohen abbia ripetutamente (prima al comandante Dumarì e poi al colonnello francese) chiesto aiuto ai coloni,quest’ultimi in entrambi i casi hanno completamente ignorato la sua richiesta,lasciandolo a se stesso.
Questo è quello che molto spesso accade alle gente comune,popolana,che non riceve protezione o aiuto solo perchè non appartiene a quella classe di persone di rilevante importanza a cui invece riservano i migliori servizi,in quanto visti come quelli potenti.
Ce ne sarebbero molti di esempi di persone che chiedono aiuto ma vengono ignorate:basti pensare alla nostra situazione politica.
Quante sono le persone che ogni giorno chiedono riforme sul fisco,sul lavoro,sulla sanità,sulle pensioni, sull’educazione?
Innumerevoli.
Eppure non abbiamo mai dei riscontri positivi immediati.
Sembra che le nostra richieste vengano accolte ma messe nel dimenticatoio di molti politici, e non mi riferisco solo al livello nazionale, ma anche a quello locale.
Prima i loro d’interessi e poi i nostri.
Gli scontri imparziali li viviamo all’ordine del giorno:
con i nostri genitori che vogliono che facessimo le cose che dicono loro;
con il fratello maggiore che vuole sempre prevalere;
o magari con il professore che mai si farebbe mettere in testa da un ragazzo che ha meno della metà dei suoi anni.

Cristiana Chiarelli ha detto...

Le armi messe in campo dai francesi sono sicuramente quelle dell’indifferenza e del senso di superiorità. La prima dovuta anche all’ignoranza (molto probabilmente volontaria) del sistema di segni che Cohen e i berberi invece condividono. Ciò dipende anche dall’arma del senso di superiorità di una cultura, quella francese o, in misura più ampia, del colonizzatore europeo del primo ‘900, il quale si fa portatore di modernità, democrazia, ‘civiltà’, valori che non hanno niente a che vedere con le strane richieste di onore e riscatto personale di un ‘povero’ mercante ebreo del Marmoucha. Dal canto suo, Cohen non possiede altre armi culturali se non proprio quelle che i colonizzatori francesi ignorano: il suo ‘ar, l’onore, il rispetto di un patto che gli stessi francesi sembrano aver abolito, ma che nei fatti risulta essere ancora esistente. Un’incomunicabilità che porta inevitabilmente a malintesi e fraintendimenti per niente banali, soprattutto per il povero Cohen.
Un caso di asimmetria comunicativa potrebbe essere quello che si verifica nel rapporto medico-paziente. Il medico mette in campo le sue conoscenze per comunicare il suo proposito di aiutare il paziente; questi tuttavia non possedendo le stesse armi, adopera quelle della necessità e del bisogno, per comunicare il proprio affidamento alle competenze del medico. In questo tuttavia io trovo anche una sorta di subordinazione, in quanto la professionalità dello specialista causa nel paziente una sorta di senso di inferiorità del proprio ‘bagaglio di segni’, per cui riconosce un’autorità al medico e una superiorità delle sue armi rispetto alle proprie.

Stefania Regoli ha detto...

In un contesto lavorativo un responsabile continua ad oberare di lavoro un suo dipendente anche se questi fa parte di un gruppo di lavoro. Il dipendente prova a spiegare le sue ragioni e a provare a far distribuire il lavoro in maniera più omogenea nel team, spiegando anche che ha già molte responsabilità e che non riuscirebbe a gestirne ulteriori, ma il responsabile replica a tutte queste obiezioni con un secco: “si fa così perché lo dico io”, al quale il dipendente deve ovviamente sottostare. L’asimmetria della comunicazione tra le due parti è chiaramente dovuta allo stato di subordinazione del dipendente e a quello di supremazia gerarchica del capo e quindi non si svolge sullo stesso piano.
Questo può essere anche un buon esempio di come la comunicazione sia fallita, poiché proprio per la sua supremazia gerarchica il responsabile non ha provato a capire il punto di vista del suo sottoposto, non ha usato l’immaginazione come la intende Geertz, ossia non ha operato nessuno sforzo di capire l’altro.

Marta Grant ha detto...

Nel racconto analizzato Cohen e i francesi posseggono delle armi comunicative differenti. Cohen è un commerciante ebreo che vive in Marocco, appartenente al gruppo dei marmouchani. Il sistema di valori a cui si rifà Cohen è fortemente incentrato sull’onore e di fronte alla perdita del suo “Ar” si sente disperato. I francesi, nel periodo del racconto, avevano da poco iniziato un processo di colonizzazione in quel territorio e si pongono come istitutori dell’ordine e della giustizia. I francesi si sentono superiori nei confronti della popolazione che stanno colonizzando e nei confronti di Cohen. Sentendosi redentori di civiltà e modernità non fanno lo sforzo di capire la disperazione di Cohen in seguito alla perdita del suo Ar. Il sistema di valori dei francesi non è impostato su un senso di onore così forte come quello di Cohen, mancando perciò la voglia di comprendere l’altro, ci troviamo di fronte un’incomprensione che porta Cohen ad essere imprigionato dai francesi. Si nota un forte dislivello nella relazione in cui i francesi, auto-investitosi del potere, si trovano in una posizione one-up; Cohen, al contrario, si trova in posizione one-down.
Nelle relazioni asimmetriche la possibilità di incomprensione è molto alta e inoltre vi è un controllo costante del potere.
Un esempio di asimmetria comunicativa può essere quella tra il cliente e il responsabile di un negozio di elettronica. Il rapporto sarà sbilanciato a favore del responsabile del negozio, in posizione one-up, in quanto le sue conoscenze in materia sono più ampie e il linguaggio da lui utilizzato sarà specifico e tecnico. Un cliente non esperto di elettronica al contrario si troverà in una posizione one-down, avrà quindi un potere inferiore in quel preciso contesto rispetto all’esperto di informatica.

Marta Grant
Matricola: 0230643
Scienze dell’educazione e della formazione

Matilde Tramacere ha detto...

Il duello che si realizza tra Cohen e le autorità francesi è sicuramente un duello ad armi impari. Cohen usa quello che conosce, la sua cultura. Parla di “ar”, onore, si basa su regole e concetti cari alla sua popolazione, si rifà alla legge del mercato “merzag”, nonstante sia stata abolita dai colonizzatori francesi. La sua arma è la sua cultura. Anche il capitano francese Dumari usa le sue tradizioni come arma, ma ha in più un potere, quello del colonizzatore, del soggettatore. Non importa se nei fatti, nel suo territorio, è ancora in vigore il merzag abolito, perché il punto di vista del povero ebreo non ha valore. Nella cultura francese non vi è il concetto di “’ar” e non vi è alcuno sforzo nel tentar di capirlo. Il popolo francese ha una rilevanza maggiore sul piano politico e sociale e può quindi imporre il proprio potere e di conseguenza la proprio cultura al povero Cohen che si ritroverà in prigione, tratto in inganno da una rete di malintesi e incomprensioni.
Un esempio di duello ad armi impari viene riportato in tutto il romanzo di Franz Kafka “Il processo”. Un uomo, Joseph K, viene arrestato, ma né lui né il lettore conoscono il motivo di questo arresto. Il romanzo segue Joseph nei suoi tentativi di dimostrare la sua innocenza, tentativi vani, poiché l’autorità, la cosiddetta giustizia, userà sempre il suo potere, le sue logiche a noi oscure per farsi valere. A nulla varrà la lucidità e determinazione del nostro protagonista. Posto in una situazione impari, con un avversario più forte di lui, le sue armi risultano inutili.

Matilde Tramacere

Sara Spada ha detto...

Le armi utilizzate dai due contendenti, Cohen e i francesi nel loro duello simbolico, sono molto differenti tra di loro.
I francesi colonizzatori, forti e consapevoli del loro potere, utilizzano contro Cohen l'arma dell'indifferenza e della superiorità.
Cohen invece, semplice mercante, utilizza l'unica che ha a sua disposizione ovvero l'onore e vedremo che farà di tutto per riconquistare il suo "Ar".
Esempio:
Lo psichiatra Franco Basaglia, esponente del movimento dell'anti-psichiatria italiana, nello studio delle realtà manicomiali (vigenti fino al 1967), aveva chiaramente denunciato il fatto che in queste realtà si innescassero gravi giochi di potere.
Un esempio che ricordo dalla lettura del suo libro "L'istituzione negata" riguardava la gestione dei tempi in cui i degenti dovevano andare in bagno.
Poniamo che le 15:00 fosse l'orario prestabilito per tutti i pazienti (in genere erano dai 100 ai 200).
La prassi prevedeva che tutti i pazienti fossero, dapprima condotti all'interno di una stanza, per poi andare uno alla volta ai servizi.
In questa situazione assurda, a coloro i quali non riuscivano a trattenersi, veniva diagnosticato un livello di "follia" superiore rispetto agli altri.
Sappiamo bene che in queste realtà, un atteggiamento considerato ""sbagliato" dalle autorità (il medico) si traduceva in violenze fisiche e psicologiche alle quali il paziente non poteva opporsi.
Questo è un chiaro esempio di come, in tutte le istituzioni sociali, le armi comunicative non sono equivalenti.

Gianluca Evangelista ha detto...

Nel duello simbolico tra Cohen e i francesi i secondi si trovano in una posizione di potere politico, che è inevitabilmente l’arma utilizzata per avere la meglio nella loro sfida comunicativa con Cohen. Dall’altra parte Cohen utilizza come armi sia la propria cultura, incomprensibile per i francesi, sia la furbizia (o finta ingenuità): nel rapporto con i francesi Cohen prova a far valere il proprio sistema di segni, al quale i francesi non attribuiscono i suoi stessi significati, ma rendendosi conto di aver fallito in questo tentativo prova ad uscirne comunque vincitore sfruttando l’incompatibilità culturale a proprio vantaggio e intendendo la risposta dei francesi a modo proprio.
Come esempio di contesto comunicativo asimmetrico posso citare una situazione che ho vissuto spesso quando lavoravo nella libreria dei Musei Capitolini. Molti dei turisti con i quali mi trovavo ad interagire non parlavano né l’italiano né l’inglese o lo spagnolo, le altre due lingue con cui ho una certa familiarità. Inizialmente in queste situazioni (molto frequenti con i francesi e i giapponesi) ciascuno provava ad imporre la propria lingua, ritenendo di essere in una posizione di maggiore “potere”, ma il fallimento della comunicazione metteva in luce un ribaltamento della prospettiva di partenza: il turista, senza farsi capire, non avrebbe ottenuto ciò che cercava o di cui aveva bisogno; io, invece, senza comprendere la sua richiesta non avrei raggiunto la mia finalità, cioè la vendita. Emersa questa nuova asimmetria, in cui per ciascuno dei due era l’altro a trovarsi in una posizione di potere, diventava inevitabile mettere da parte la propria “arma” comunicativa e cercare un compromesso: spesso il turista si rassegnava a parlare in inglese, che effettivamente conosceva e per svariati motivi non voleva utilizzare, altre volte l’unico modo per comunicare era l’uso della gestualità.

Gianluca Evangelista

Giada Giorgi ha detto...

La storia di Cohen e dei Francesi riportata da Cohen, vissuta a lezione, non è altro che l’interpretazione data dal professor Vereni, all’ interpretazione di Geertz, dell’interpretazione del vecchio Cohen riguardo all’interpretazione che aveva dato a suo tempo ai fatti vissuti da giovane. Avrei potuto riassumerla, ma credo che spiegarla così dia meglio l’idea di quanti passaggi interpretativi di SIGNIFICATO di questo episodio siano stati fatti fino ad arrivare al mio tentativo di comprensione. Lo ammetto, avevo letto per conto mio questo saggio prima di parlarne a lezione, quando il professor lo aveva accennato e mi aveva lasciato solo una gran confusione in testa. Solo grazie alle cose apprese in classe ho potuto comprendere degli elementi chiave per la storia; per citarne alcuni: il rapporto colonizzato/colonizzatore, le leggi che regolano il mercanteggiare di molti paesi del mediterraneo (il cliente è anche Ospite del mercante, quindi va trattato con tutti gli onori), la definizione di ‘Ar, la posizione dei Francesi nei confronti del Marocco a quei tempi. Ne deriva che la nostra comprensione di ciò che è “lontano” da noi, implica uno sforzo comunicativo e di interpretazione immane, legato alle reti di significato della cultura di cui cerchiamo di apprendere le caratteristiche. A mio avviso, la chiave di volta per comprendere l’imparità comunicativa tra Cohen e i Francesi è il rapporto colonizzatore/colonizzato : il colonizzatore (in questo caso i francesi), detentore del potere, non si cura dei colonizzati, li tratta come fossero una cultura inferiore, non ne comprende gli usi e gli basta che “stiano buoni”. Il colonizzato, d’altro canto, spesso finge di sottostare alle leggi del colonizzatore, continuando a muoversi in quelle che sono le proprie reti di significato e i propri valori. Se, quindi, da una parte, Cohen aveva le proprie armi comunicative, come l’’Ar e il Mezrag, armi comunicative che vengono accettate anche dalla tribù di ladroni quando Cohen tenta la rivalsa “rubando le pecore” (“va bene, parliamo”), dall’altra i Francesi detenevano il potere di colonizzatori: così, quando Cohen riesce a farsi giustizia all’interno delle proprie reti di significato, ecco che viene male interpretato dai Francesi, accusato di essere una spia dei ribelli, privato delle pecore ed arrestato.

- SEGUE NEL COMMENTO SUCCESSIVO -

Giada Giorgi ha detto...

- SEGUE DAL COMMENTO PRECEDENTE -

Come esempio di asimmetria comunicativa, posso riportare ciò che sta accadendo nel locale in cui lavoro proprio in questi giorni: i due barman “storici” se ne stanno andando e stiamo cercando due figure che li sostituiscano. Il locale in cui lavoro è in realtà un’associazione culturale, gestita da tre soci amici fin dai tempi del liceo, nata come un gioco e divenuta poi cocktail bar di livello, proprio con l’assunzione di questi due professionisti provenienti dal mondo della miscelazione moderna. I due professionisti sono cresciuti, e l’atmosfera distesa e familiare non gli basta più: vogliono un contratto in regola per poter comprare casa. L’associazione culturale, questa opportunità non può offrirla. L’altra sera ho sentito distintamente parlare Mancio (il mio capo), con Carlo (il mio oramai ex capobarman), circa l’assunzione di una nuova figura professionale. Mentre Carlo diceva a Mancio che un professionista non sarebbe mai andato a lavorare per l’Associazione, perché non sarebbe stato trattato come tale a livello di garanzie economiche, Mancio ribatteva “ma qui siamo tutti amici”. Carlo, che ha lavorato per molti cocktail bar in oltre venti anni di carriera, difendeva la professionalità del proprio mestiere, la necessità di avere dei contributi, degli orari fissi, tredicesima e quattordicesima, le difficoltà tecniche del creare un cocktail bar di rispetto a San Lorenzo. Mancio, una persona intelligente, che tuttavia non è mai stata un professionista in qualcosa, tendenzialmente eclettico musicista ed artista, rispondeva con le sue armi “qui siamo amici”; insomma, uno diceva A e l’altro rispondeva Z, erano su due piani comunicativi in quel momento completamente distinti, ed io sono realmente sicura che la risposta di Mancio non sia stato un glissare sull’argomento o una furbata, ma credeva realmente in quel che diceva.
Chiaramente, Mancio non aveva abbastanza POTERE contrattuale all'interno del settore del professionismo del Cocktail Bar, così ha assunto due semi-professionisti.

Melissa Marchini ha detto...

Dalle prime righe del racconto, fornitoci dall’elaborazione di appunti presi dall’antropologo Geertz, durante un colloquio con un vecchio ebreo di nome Cohen, si evidenzia, con un approccio interpretativo, innanzitutto una disparità sociale. Siamo infatti nel periodo del colonialismo e i francesi stavano avviando la loro “missione civilizzatrice” sulle popolazioni locali. L’atteggiamento, infatti, del colonialismo è la convinzione di essere dei portatori di civiltà, portatori di una cultura superiore in quelle popolazioni considerate inferiori. Emerge, attraverso un metodo ermeneutico/interpretativo, un atteggiamento di superiorità assunto dal popolo francese, che ignora completamente, con un atteggiamento distaccato, disinteressato, e indifferente, le richieste d’aiuto di un mercante, peraltro ebreo, con un semplice “se ti fai ammazzare sono affari tuoi”. Nel dialogo tra il Comandante francese ed il semplice mercante ebreo, Cohen, si percepisce anche il rapporto che si instaura tra colonizzatori e colonizzati: da una parte troviamo il chiaro disinteresse del colonizzatore sulle azioni e sulla vita stessa del colonizzato(considerato come “nessuno”) e che si sente superiore; dall’altro troviamo una resistenza alla colonizzazione attraverso la trasformazione del messaggio disinteressato da parte del colonizzatore in un’autorizzazione verbale (inesistente), raggirando così il suo volere.
Una comunicazione asimmetrica è un tipo di comunicazione in cui i due attori non sono sullo stesso piano e le armi comunicative non sono equivalenti, ma verranno assunte delle posizioni diverse: ci sarà un attore cosiddetto “attivo” che prevarrà sull'attore “passivo”. Un tipo di relazione e comunicazione di questo genere potrebbe essere quella che avviene tra un genitore ed un figlio: i genitori hanno il controllo, il comando, la responsabilità sui figli. Mentre il figlio, assumerà un atteggiamento passivo, cercando di seguire i consigli dei genitori, di “sottomettersi” al loro volere.

Federico Dinella ha detto...

DOMANDA 1: In questo duello simbolico che contrappone Cohen ed i francesi, entrambi utilizzano e soprattutto vogliono far rispettare le loro "armi". Cohen, essendo un mercante ebreo utilizza la cultura come sua arma principale, ovvero ciò che conosce, infatti alla base dei suoi ideali propone il concetto di onore, quello di "ar" e l'idea che deriva dalla sua popolazione, come ad esempio la legge del mercato "merzag". Dall'altra parte invece abbiamo il capitano francese Dumari, anch'esso utilizza la sua cultura (francese) come armi, ma ci sono delle differenze rispetto al mercante, infatti propone degli ideali con maggiore potere come quello del colonizzatore e del giustiziere. Inoltre la visione differente rispetto a quella di Cohen è dovuta all'idea e ai concetti di modernità ai quali lui è a capo, cioè la colonizzazione o il fatto di non comprendere il concetto di "ar" senza neanche provarci. All'infuori di questo scontro ovviamente è Cohen quello più penalizzato perchè i suoi ideali umani e morali non hanno alcun effetto e alcuna importanza rispetto ai poteri politici e sociali del capitano francese, per questo Cohen si ritroverà ad essere sopraffatto dalla cultura di Dumari. L'esempio che mi viene in mente riguardo al contesto comunicativo asimmetrico è il contesto militare, in particolare tra un generale ed un soldato, in questo caso il grado di comunicazione è differente in quanto un soldato dovrà sempre assecondare le decisioni del generale a prescindere dai suoi valori ideali e culturali proprio perchè il generale esercita un potere maggiore (avendo un grado maggiore) rispetto a quello di un semplice soldato. Emerge in questo caso un complesso di inferiorità come riporta il testo raccontato da Geertz.

FEDERICO DINELLA

Elettra De Giuli ha detto...

La penna di Geertz dimostra, attraverso il duello simbolico tra Cohen e i francesi che, in un contesto comunicativo, la cultura - e la sua interpretazione – sono cruciali. Se, per il mercante ebreo, è essenziale riconquistare il proprio ‘ar - l’onore – che, nel suo sistema di valori, definisce la bontà della reputazione personale e professionale; per i francesi, al contrario, il concetto di ‘ar non è contemplato, né contemplabile: è plausibile, quindi, che la rivendicazione dell’onore venga concepita – e compresa – laddove sostenuta da un consenso culturale; viceversa, risulti inconcepibile – e incomprensibile – quando, tale assenso manca.
A mio giudizio, un esempio efficace di comunicazione asimmetrica è quello in cui, a relazionarsi, sono un insegnante sordo e un’alunna udente. Nella cultura sorda, ciascun segnante possiede un “segno nome”, ovvero, un segno funzionale a identificarlo, rapidamente, all’interno della comunità. In genere, il segno nome è attribuito in base ad una caratteristica fisica: quindi, se l’alunna è sovrappeso – e soffre per il suo aspetto estetico – e l’insegnate sordo le attribuisce un segno nome riferito alla sua corporatura, che esito avrà la comunicazione? L’alunna che, di fatto, ignora la cultura sorda, percepirà il segno nome come un’offesa; l’insegnante, invece, rispondendo al suo paradigma culturale, avrà – semplicemente - selezionato un segno nome partendo da una notazione fisica. La comunicazione – oltre ad essere asimmetrica – è anche fallimentare: è evidente, in questo frangente, non solo il divario culturale tra sordi e udenti, ma anche – e soprattutto – l’assenza, da ambo le parti, di una predisposizione a interpretare altre reti di significati, diverse da quella in cui, a detta di Weber, ogni individuo è impigliato.

Elettra De Giuli

Lisa Del Nero ha detto...

Ho dovuto ascoltare la lezione due volte e sono in fase di rilettura del racconto. Parlare non è semplice, raccontare ed esporre non è così immediato. Mi sembra evidente come esistano diversi livelli comunicativi. Questo accade sempre quando comunichiamo (o tentiamo di farlo ) con gli altri. Due laureati in lettere provenienti dallo stesso contesto sociale, magari dello stesso sesso, nati nello stesso anno, avranno probabilmente una comunicazione che si svolge sullo stesso livello. Due laureati in lettere con un forte divario generazionale, avranno sicuramente una comunicazione meno lineare. In molti casi la comunicazione non solo, non sarà lineare, ma assolutamente non paritaria. Se dovessi parlare ad esempio con un tecnico informatico, la comunicazione fra noi due sarebbe assolutamente non paritaria. Lui si esprimerebbe molto probabilmete in termini tecnici, che io non sono capace di comprendere. La comunicazione potrebbe avere numerosi fraintendimenti e risultare infine fallimentare.

Celeste Picchi ha detto...

Tra Cohen e i francesi emerge fortemente la differenza delle culture di cui partecipano, mentre i berberi, che condividono gli stessi elementi culturali dei marmushani, riconoscono di aver infranto un codice condiviso e decidono di andare incontro alle richieste del commerciante. I francesi, alla pretesa di Cohen di riavere il suo 'ar reagiscono con indifferenza, non capiscono cosa, nel concreto, gli stia venendo chiesto e neanche sono intenzionati a farlo. Il capitano Dumari liquida la richiesta con un "se ti fai ammazzare, è affar tuo", ma Cohen interpreta la frase come un consenso indiretto alle sue intenzioni.L'uomo, dunque, usa il fraintendimento (chissà in quale misura volontario) della frase come arma per portare a termine la sua riconquista dell'onore.
Il "detto", inteso nel senso che descrive Ricoeur, dei francesi è quindi di spogliarsi di ogni eventuale responsabilità derivante dalle azioni dell'uomo, ma il "detto" che ci viene presentato da Geertz è quello di Cohen, la sua interpretazione, ovvero il tacito assenso all'azione.
Una comunicazione asimmetrica si può osservare in generale nelle funzioni religiose monoteiste, in cui il singolo officiante detiene interamente il potere comunicativo, mentre i fedeli sono in una posizione inferiore (anche in senso letterale, si pensi all'uso del pulpito o semplicemente alla posizione sopraelevata dell'altare). L'interazione viene gestita interamente dalla parte dominante e alla controparte spetta di rispondere unicamente con formule fisse. Lo squilibrio è anche morale: le figure religiose assumono il loro status perchè riconosciute come tramite col divino, veicolano il perdono della divinità per i peccati commessi dai fedeli, che sono qualificati come peccatori nella loro intima essenza e dunque le loro armi comunicative hanno necessariamente forza minore (si pensi alle confessioni, il cui presupposto è proprio l'errore morale dell'individuo).
Tutto il potere delle figure religiose si basa su un sistema di significati condivisi in modo intersoggettivo, e sono quindi coloro che partecipano di questi significati a conferire loro questo potere comunicativo spropositato.

Federico Vespoli ha detto...

Q1.

Il duello tra Cohen e i francesi si articola in più tentativi di dominazione e di ribellione. Quando i francesi militarizzano la zona di Marmusha, Cohen si procura un fucile per difendersi da solo; quando provano ad abolire il mezrag, Cohen lo ritiene ancora valido; quando Dumari mostra spiccato disinteresse per la vicenda del marcante, Cohen sottintende che può agire come crede. Quando infine Cohen viene accusato di essere una spia dei Berberi e incarcerato, assistiamo al tragico epilogo di un braccio di ferro che Cohen non avrebbe mai potuto vincere (l’uso della forza da parte dei militari francesi rende la sfida assolutamente impari). Se i francesi stavano comunicando “Ora siamo noi l’autorità in questa zona, cominciate a farci l’abitudine”, dall’altra parte Cohen stava rispondendo “Se siete l’autorità allora comportatevi di conseguenza dove serve, se non ne siete in grado lasciatemi fare a modo mio”.
Un esempio simile di sfida comunicativa non bilanciata è stato il corteggiamente di una ragazza durante i miei primi anni di università. In quel caso ho nettamente percepito di essere in svantaggio praticamente in ogni situazione: la voglia di comunicarle perché lei mi piacesse si scontrava costantemente con la consapevolezza che probabilmente l’interesse non era reciproco. Mi dovevo ingegnare a trovare scuse, misurare le parole e i gesti, come se fossi sempre sotto esame. In quella situazione dovevo fare i conti con una realtà di fatto (ovvero che lei mi piacesse) che le forniva più armi di quante ne avessi io (così come Cohen fece i conti con la scomoda realtà dell’invasione francese).

Federico Vespoli

Valentina Deidda ha detto...

Nell'episodio raccontato da Geertz che riporta il “detto”, vale a dire il significato del racconto di Cohen, quest'ultimo e i colonizzatori francesi utilizzano diverse armi simboliche. In primo luogo, Cohen, dopo aver perduto l'ar, essendo stati uccisi i suoi due clienti che rappresentavano il suo onore a livello pubblico, si rivolge al capitano locale Dumari, chiedendo l'autorizzazione per riprendersi il suo ar insieme con il detentore del suo mezrag. Questi, totalmente inconsapevole del patto commerciale sul mezrag e del significato culturale dell'ar, utilizza l'arma dell'indifferenza e della superiorità in quanto colonizzatore con l'intento di imporre l'ordine, ignorando quasi del tutto Cohen, non curandosi di lui e dei suoi problemi. Ma Cohen dal suo punto di vista, interpreta la risposta come una autorizzazione verbale e procede con quello che sembra essere un “furto di pecore” ai danni dei predoni che l'avevano precedentemente danneggiato rovinandogli l'onore ma che, per lui, è semplicemente la restituzione del suo ar perduto. Per questo il vecchio Cohen racconta a Geertz di quanto 50 anni prima fosse contento e soddisfatto di aver, in un certo senso, vinto contro i francesi, di aver fatto valere le proprie ragioni e di essersi ripreso ciò che gli spettava di diritto, in poche parole di aver utilizzato l'arma dell'onore e della tradizione (il suo entusiasmo è rievocato dall'espressione “ba-ba-ba”). A questo punto, però, abbiamo una nuova risposta dei francesi che utilizzano l'arma dei colonizzatori, portatori di ordine e di civiltà e abolitori del patto di mezrag (chiaramente clientelare). Questi, non comprendendo il senso culturale della richiesta di risarcimento di Cohen, procedono con il suo arresto e con il sequestro delle pecore. Per finire, dopo essere stato rilasciato, Cohen si rivolge addirittura al colonnello che comandava tutta la regione ma ricevette in cambio, ancora una volta, un atteggiamento di indifferenza e noncuranza, senza dubbio di chiusura culturale e immaginativa.
Esempi di armi comunicative impari si hanno ogniqualvolta ci si trova di fronte a due persone che hanno due ordini gerarchici differenti, quando uno dei due è superiore all'altro, in ambito lavorativo, scolastico o anche quando un bambino si trova di fronte ad un adulto perché spesso la persona più grande può approfittarsene dell'ingenuità del bambino. Riporto un episodio che ho vissuto personalmente quando frequentavo il liceo. La mia professoressa era solita umiliare i propri studenti al punto che il suo atteggiamento poteva essere definito “abuso di potere”. Ovviamente, noi studenti, per rispetto di una persona più grande, non osavamo risponderle in maniera sgarbata (come può succedere, invece, nei confronti dei propri genitori o familiari) ed eravamo costretti a subire senza poter dire nulla, pena la minaccia di note sul registro per mancanza di rispetto che avrebbero leso la nostra condotta scolastica. Per questo motivo, decidemmo di rivolgerci al preside della scuola per far valere le nostre ragioni di studenti. La risposta del preside, in un certo senso, fu la stessa del colonnello francese cui si rivolse Cohen: “Non posso far niente per questa faccenda; non è affare mio”. Per non assumersi la responsabilità di trasferire in un altro istituto o quantomeno “richiamare” tale professoressa di cui si lamentava tutta la scuola, il preside non si curò affatto della nostra situazione e non provò minimamente a capire il nostro punto di vista. In questo episodio le nostre armi comunicative non erano equivalenti né a quelle della professoressa né a quelle del preside.

Valentina Deidda

SOFIA RONCHINI ha detto...

Il duello simbolico che si realizza tra Cohen e i francesi nella storia riportata da Geertz viene combattuto ad armi decisamente impari. Si svolge durante una fase storica in cui nell’Impero Ottomano è iniziato il processo di colonizzazione da parte dei francesi, però, alcune persone, continuano ancora a vivere seguendo le vecchie regole del Mezrag, il patto del commercio con il quale i commercianti, non avendo garanzie istituzionali, stipulavano un accordo con uno sceicco o con una personalità influente della zona il quale, dietro pagamento di una somma di denaro periodica, gli offriva protezione. Nonostante tutto, i francesi godono di una certa supremazia militare, per cui Cohen è impotente di fronte ad alcune loro decisioni, come quella della sua incarcerazione dovuta alla scelta di questi soldati di non credere che le pecore con cui stava rientrando in città in piena notte non fossero rubate. Chiaramente entrambi stanno agendo nel modo che ritengono più naturale per loro, ma è evidente che questo sia nettamente differente, provocando quindi un fallimento comunicativo. Il loro duello può essere definito simbolico dal momento che non si realizza mediante l’utilizzo concreto di armi, ma con l’utilizzo della loro cultura e del loro sapere. Credo che più o meno ad ognuno di noi sia capitato di assistere, di essere messo a conoscenza o di trovarsi coinvolto in episodi in cui le armi comunicative in campo non erano equivalenti. Questo può essere successo in ambito familiare, lavorativo o anche scolastico. Un episodio che mi è rimasto particolarmente impresso, mi è stato raccontato diversi anni fa da una mia amica che aveva nella sua stessa classe un ragazzo sordomuto e con problemi motori. Questo, veniva giornalmente insultato e derubato da alcuni elementi che frequentavano quella scuola senza avere la possibilità di rispondergli, di denunciare il fatto o di difendersi in qualche modo finché i suoi compagni, dopo settimane dall’inizio di questi episodi, se ne sono accorti e hanno denunciato per lui il fatto. Quello del bullismo, secondo il mio punto di vista, è un atto che prevede armi comunicative non equivalenti. Generalmente c’è sempre tra le due parti in questione quella più debole che non riesce a difendersi. In qualche modo questo può essere paragonato all’episodio di Cohen nella parte in cui quest’ultimo viene messo in prigione ingiustamente. Lui non riesce a ribellarsi perché comunque il potere lo detengono i francesi. Molto spesso nel caso del bullismo avviene lo stesso, il potere è nelle mani dei bulli e ribellarsi non è semplice.

Fabrizio Vona ha detto...

Lezione 7
Buongiorno Professore
Ecco la mia risposta
Fabrizio Vona
RISPONDO IN DUE POST PERCHE' SUPERO I 4000 E PASSA CARATTERI CONSENTITI

Q1. Tra Cohen e i francesi si realizza un duello simbolico in diversi mani di gioco. Che armi usano i rispettivi contendenti? Provate e ricordare un episodio di vostra conoscenza (o invenzione) in cui parimenti le armi comunicative in campo non erano equivalenti (tenete presente che la situazione “esame universitario” è un esempio perfetto di questo tipo asimmetrico di sfida comunicativa, così intanto riflettete un poco anche sul POTERE nei contesti comunicativi).
PRIMA PARTE
Leggendo con attenzione il racconto scritto da Geertz nel saggio che stiamo studiano, capiamo che le armi che usano Cohen e i francesi si evincono con chiarezza DOPO che il racconto assume per noi un “significato”, significato che arriva a seguito della fase “interpretativa”. Una volta acquisito, quindi, il senso generale, si chiarisce il tutto e si colgono chiaramente le armi usate dai contendenti.
Dopo che Choen ha scaricato in aria il suo fucile, a seguito del primo tentativo di furto da parte dei predoni, arrivano i francesi e i predoni fuggono. Già da queste poche righe percepiamo almeno due armi in possesso dei francesci: Il POTERE, gestito attraverso LA PAURA. Probabilmente i francesi, una volta arrivati hanno dimostrato la loro forza con atti violenti e repressivi.
Successivamente Choen si reca al forte per farsi medicare e li si lamenta con il capitano Dumarì, chiedendo il suo ‘ar.
Quindi Choen usa l’arma della LAMENTELA, dando per scontato che la sua “cultura”, il suo sistema di segni, possa essere compreso dai francesi, e fa leva indirettamente, con un misto di ingenuità e furbizia, sul fatto che la tribù dei predoni non era sottomessa all’autorità francese, a differenza sua, cercando di sottolineare, quindi, che i predoni sono il “NEMICO”. Ma la TATTICA non produce alcun effetto particolare.
Alla sua richiesta di poter andare con lo sceicco a raccogliere l’indennizzo che gli spettava, il capitano francese risponde praticamente con L’INDIFFERENZA.
Verso la fine del racconto vediamo che quando Choen torna con le sue pecore, ottenute a titolo di risarcimento, i francesi, totalmente indifferenti e sprezzanti verso gli accordi raggiunti in base alle consuetudini del mezrag, arrestano Cohen e gli prendono e pecore. Anche qui possiamo percepire l’uso del POTERE e DELL’AUTORITA’ fondata sull’uso della forza.
L’ultima parte del racconto ci fa vedere il vecchio Cohen uscito dal carcere che va ancora una volta a LAMENTARSI, ma questa volta con il Colonnello e ancora una volta riceve da parte di quest’ultimo la totale INDIFFERENZA.
IL RAPPORTO DI POTERE DEI FRANCESI DIMOSTRA COME IL COLONIALISMO, (CONTRARIAMENTE ALLA CONSIDERAZIONE FATTA DAL PROFESSORE SUL SAPERSI COMPORTARE DA ESSERI UMANI IN UN SISTEMA CULTURALE DIVERSO DAL PROPRIO, E RISPETTO AL RIUSCIRE AD ALLARGARE L’ORIZZONTE DEL SIGNIFICATO STESSO DI ESSERE – ESSERI UMANI), NON CAPENDO E NON VOLENDO CAPIRE “LA CULTURA” DELLE POPOLAZIONI OPPRESSE SA RISPONDERE SOLTANTO CON L’INDIFFERENZA E IL POTERE BASATO SULLA PAURA E LA VIOLENZA.

Fabrizio Vona ha detto...

Lezione 7
Buongiorno Professore
Ecco la mia risposta
Fabrizio Vona
SECONDA PARTE
Per quanto riguarda l’esempio mi viene in mente questo ricordo:
durante i miei disastrosi ed inutili 10 mesi di militare, sono stato coinvolto per sbaglio in un incidente avvenuto nel mio reparto. Io ero arrivato solo da qualche settimana e stavo di guardia notturna all’ingresso del reparto con un altro militare anch’egli novizio. C’era l’abitudine da parte dei cosiddetti “nonni” secondo la quale durante le ultime notti che dovevano passare in caserma potevano far baldoria, ubriacarsi ecc. I superiori, Maggiori, Segenti, Caporalmaggiori, che dormivano in caserma sapevano tutto ma facevano finta di nulla e dormivano beatamente nelle loro camere. Questa era una prassi consolidata. E di certo le guardie, che sulla carta dovevano controllare e far mantenere l’ordine, non avevano alcuna speranza di far rispettare il silenzio soprattutto se, come nel mio caso specifico di quella notte, erano “scheggie”, cioè nuove reclute. Era notte ed alcuni commilitoni si ubriacarono, fumarono canne ecc. Uno di loro correndo si fece male alla testa e dopo un grande spavento da parte di tutti fu portato in ospedale.
Ovviamente il giorno dopo tutti dal Capitano.
Io e l’altra guardia non solo ci siamo guardati bene dal raccontare i fatti per filo e per segno, per non essere poi perseguitati e chiamati "infami" dal resto della truppa, ma ogni volta che aprivamo bocca venivamo zittiti ora dal Capitano ora dal Sergente. Insomma impossibile provare a far comprendere che si viveva in un clima fondato sull’ipocrisia, e impossibile tentare un pur minima autodifesa. L’asimmetria comunicativa era troppo grande ed evidente. Finì che i “nonni” presero 5 giorni di consegna mentre io e l’altro militare ne prendemmo ben 20, visto che la responsabilità di quanto accaduto era (a detta del Capitano) quasi tutta la nostra. E questo con buona paca di tutti.

Arianna Tuni ha detto...

Arianna Tuni

Q1)Abbiamo visto nel racconto di Cohen che i due contendenti utilizzano armi che sono sue due diversi livelli: infatti Cohen non riesce a far capire l’importanza del suo ‘ar ai Francesi i quali, non solo non sono minimamente interessati a capire cosa fosse questo ‘ar ma non si interessano in alcun modo alla questione dell’ebreo. A causa di queste armi comunicative diverse Cohen ricava una sua interpretazione delle parole del capitano francese e alla fine si ritroverà senza il suo ‘ar. I Francesi infatti, imponendo la proprio autorità, priveranno Cohen di quello che più importante aveva.
Un esempio di armi comunicative diverse possiamo vederlo in un concorso musicale per giovani talenti.
Il concorso è composto da una giuria di quattro persone competenti nel campo. È il momento di una ragazza molto giovane, 16 anni, che porta un brano molto complesso tecnicamente. Tutti i membri della giuria si trovano d’accordo sul fatto che la ragazza abbia eseguito il brano, dal punto di vista tecnico, in modo impeccabile; tuttavia non hanno percepito un brivido, non hanno sentito quel qualcosa da far venire la pelle d’oca. La ragazza allora prova a replicare, dice di essersi emozionata mentre cantava quel brano, dice che ha studiato molto per fare in modo di non sbagliare nulla, che ha passato ore in sala prove con la propria insegnante.
Tuttavia la giuria rimane impassibile, per loro l’emozione che deve trasmettere un cantante è fondamentale e forse il problema della ragazza è proprio la sua giovanissima età. La ragazza allora, interpretando nel modo sbagliato queste parole, accusa la giuria di avere pregiudizi solo perché ancora troppo giovane. La giuria, ascoltate le repliche della ragazza, le dice che comunque per loro non è ancora pronta, che non ha superato il provino e non andrà avanti con le selezioni.

Gianni Schioppa ha detto...

Dall’episodio del mercante Cohen, estratto del diario di campo di Clifford Geertz, emerge la sostanziale assenza di oggettività nel confronto che avviene tra lo stesso Cohen ed i Francesi: la comunicazione avviene attraverso l’uso, da ambo le parti, di argomentazioni e ragioni appartenenti a due “campi” culturali nettamente differenti, ed inconciliabili senza l’utilizzo dell’applicazione di un processo ermeneutico, di interpretazione e di immaginazione delle ragioni dell’altro. In aggiunta, il “duello” è fortemente asimmetrico e sbilanciato: se da un lato Cohen può contare sulla validità (nel suo sistema culturale) del valore di ‘ar e, più largamente, del concetto di giustizia, dall’altro i Francesi detengono il potere militare, bastante di per sé a vanificare le richieste di Cohen, di cui ignorano la rete culturale, e decretare quindi l’esito della vicenda. La necessità di Cohen di ottenere il risarcimento per le pecore sottrattegli dai Berberi si fonda su un concetto di “onore”, ‘ar, che i Francesi ignorano e verso il quale mostrano nutrito disinteresse: alla domanda di Cohen al comandante locale, il capitano francese Dumari, di poter intervenire autonomamente e riprendersi il maltolto, il capitano lo liquida difatti con una scialba e del tutto disinteressata forma di consenso, “se ti fai ammazzare è affar tuo”. La priorità dei Francesi è infatti quella di mantenere il controllo nella città di Marmusha e garantirne l’ordine, tralasciando del tutto il processo di acculturazione nei riguardi della cultura locale. Inevitabile è l’esito della vicenda: Cohen, con al seguito il gregge di pecore belanti che gli spetta come risarcimento, viene avvistato dai Francesi, accusato di essere una spia dei Berberi e, condotto in prigione, privato del gregge. Si ipotizzi invece il caso di un chitarrista autodidatta dotato di straordinaria perizia tecnica, ma privo di qualsivoglia nozione di teoria musicale, che si presenti ad una audizione per entrare a far parte di un complesso jazz; si consideri che il complesso sia formato da musicisti diplomati al Conservatorio, ai quali spetta il compito di deliberare sull’eventuale ingresso del chitarrista nel gruppo. Nel momento dell’audizione, in una prova d’ensemble il chitarrista se la cava egregiamente e si allinea armonicamente con il resto del gruppo; alla richiesta, da parte dei musicisti, di eseguire un complesso assolo, leggendolo da uno spartito, il chitarrista si vede costretto ad interrompere la prova, non superandola. Si è in presenza quindi di uno scambio comunicativo asimmetrico, in cui il potere decisionale è detenuto dai musicisti “giudici”; inoltre, sebbene il “terreno di scontro” sia il medesimo per entrambe le parti, ovvero la produzione di musica, le armi utilizzate sono differenti (seppur entrambe valide e necessarie per un’eccellente produzione musicale): straordinario talento tecnico da un lato, conoscenza della teoria musicale dall’altro.

Annamaria ha detto...

Nella confusione di linguaggi che si viene a creare tra Cohen e i Francesi, possiamo evidenziare come l'interpretazione dei due attori assuma per ognuno una propria visione soggettiva.
Cohen farà appello all'onore, e inizialmente si affida alla protezione dei francesi, ma nel momento in cui riscontra indifferenza, decide di agire a modo suo, interpretando la loro indifferenza come un input al "fai da te". Nella vicenda si contrappone l'orgoglio, la rabbia, la sfida di Cohen con lo snobismo, il ridicolo e l'ironia che i francesi provano nei suoi confronti.
L'insieme delle due interpretazioni ha generato un susseguirsi di eventi che non poteva essere predetto.
Come paragone mi viene in mente la situazione insegnante-alunno-genitore, durante la quale il bambino viene rimproverato ingiustamente dalla maestra per una cosa commessa da un altro compagno. Da una parte avremo un insegnante che autorevolmente decide che il bambino è colpevole e quindi lo ammonisce, e da un'altra parte troviamo l'alunno cosciente di essere innocente, ma essendo in posizione di inferiorità rispetto alla maestra, deve ascoltare il rimprovero, e inoltre, per non "fare la spia", nasconde il nome del vero colpevole. A ciò possiamo aggiungere l'interpretazione del genitore, il quale deve cercare di comprendere come siano andate realmente le cose. Quindi reagire con disapprovazione nei confronti del figlio... o nei confronti dell'insegnante.... oppure decidere di credere alla versione del figlio o della maestra.
Nelle tre interpretazioni prenderanno corpo una serie di sentimenti-reazioni che a seconda del singolo punto di vista rappresenteranno le armi di difesa, e vedremo prevalere l'autorevolezza, il rispetto, il senso di giustizia o di responsabilità, la lealtà, l'onestà ....eccc.

ANNAMARIA RAVIOLI

Enda Meti ha detto...

In questo caso Cohen usa come arma l'onore, mette in ballo il concetto di ar e dunque si può affermare che la sua cultura fa da tramite; i francesi però, dal loro canto, non hanno colto il significato della vicenda, non hanno saputo interpretare il tutto e se ne sono lavate le mani. Potremmo affermare anche che i francesi si trovassero in un'altra posizione politica rispetto a Cohen, perciò il potere, l'ignoranza e anche un po di negligenza sono state le loro armi.
Un esempio in cui le armi comunicative non sono equivalenti è all'ordine del giorno e in tutti i tipi di ambiente, a partire da quello scolastico, lavorativo oppure sanitario. Siamo quasi sempre in una condizione di top-down, in cui 'noi' siamo 'down' e il nostro insegnante(nel caso di uno studente), il nostro direttore(nel caso del lavoratore) è 'top'. Vi sono poche volte delle armi comunicative equivalenti, non vi è quasi mai orizzontalità, ma sempre delle 'gerarchie'.

Davide Carapellotti ha detto...

Nel brano che abbiamo ascoltato viene fuori come l'orgoglio di Cohen vada oltre il limite imposto dai conquistatori Francesi. Vi erano delle regole da seguire per avere di conseguenza una certa protezione, ma Cohen fa di testa propria, si impossessa di un fucile per difendersi dagli invasori, inventa un discorso immaginario dove riceve il permesso di andare a riprendersi il suo "ar". Ci si trova dinanzi ad uno scambio comunicativo asimmetrico dove le due parti non sono in sintonia e si va incontro al rischio di fraintendere e passare dalla buona alla cattiva fede.
Lo stesso fattore può essere visto all'interno della nostra società in molti ambiti, siano essi culturali economici o politici. Un esempio banale ma che faccia capire bene l'esempio lo si può vedere nel calcio. Un calciatore compie un ipotetico fallo, l'arbitro fischia. Lui dall'alto della sua visione/convinzione crede di non aver compiutp fallo e si mette a protestare. Da qui in poi entra in gioco l'arbitro, che ha potere decisionale supremo, che sa benissimo quello che ha visto ed ha il potere finale di prendere la decisione. in questo caso la comunicazione asimmetrica è molto evidente così come lo è il potere di una delle parti. Una persona può avere tutte le ragioni del mondo per protestare o chiedere spiegazioni, ma quando ci si trova dinanzi ad un caso di comunicazione dove una delle due parti ha un grosso potere diventa tutto inutile e si rischia di cadere nel banale e venire puniti di più di quello che realmente ci si merita (come potrebbe essere l'ammonizione nel caso di una partita, o l'imprigionamento di cohen di ritorno dalla sua vendetta)

alessia capotondi ha detto...

Alessia Capotondi

Quesito uno: Tra Cohen e i francesi si realizza un duello simbolico in diversi mani di gioco. Che armi usano i rispettivi contendenti? Provate e ricordare un episodio di vostra conoscenza (o invenzione) in cui parimenti le armi comunicative in campo non erano equivalenti.

La cultura, come più volte ripetuto a lezione, è un sistema di segni e il nostro approccio nei suoi confronti, non deve essere di tipo osservativo bensì di tipo interpretativo. Da queste breve premessa, tra Coen e i francesi si crea un vero e proprio duello simbolico, ovvero nessuno dei due cerca di interpretare, di addentrarsi nella cultura dell'altro. Di conseguenza, sorgono una serie di fraintendimenti. Coen, dopo aver perso l'onore (l'Ar) si dirige al fronte francese affinchè gli fosse concessa l'autorizzazione ad impugnare le armi. Il capitano francese, non ha idea di cosa significasse l'Ar, e senza alcun tipo di interesse abbandona Coen al suo destino. Egli, allo stesso modo, non è interessato alla risposta del capitano: vuole credere che gli sia stata concessa l'autorizzazione anche se era assolutamente palese dedurre il contrario (il capitano pronuncia la seguente frase: Se ti vuoi ammazzare è affar tuo).
La seconda situazione si verifica quando Coen, finalmente, ha ricevuto dalla tribù dei predoni, il risarcimento per il danno ricevuto (500 pecore). I francesi, ancora una volta, non comprendono il concetto di 'Ar e lo imprigionano, perlopiù sottraendogli le pecore.
Alla fine del racconto, Coen, libero dalla prigionia, si dirige dal colonnello francese, comandante dell'intera regione, per riprendersi il suo 'Ar, ma quest'ultimo si disinteressa.
Da tutto ciò, possiamo desumere che le armi comunicative in campo sono del tutto impari: i francesi sono una una posizione di superiorità militare sul suolo marocchino.
Un esempio in cui le armi comunicative sono impari potrebbe essere rappresentato dal rapporto tra cantautore e casa discografica. Il cantautore presenta una canzone alla casa discografica, ma, quest'ultima impone delle modifiche, dettate da esigenze di mercato, che non rispettano il messaggio che originariamente il cantautore intendeva trasmettere. Molto spesso, è proprio questa la motivazione che spinge i cantautori/cantanti a creare una propria etichetta discografica, che gli consente appunto di avere un controllo globale sulla propria produzione e una maggiore libertà espressiva.

Flavia Vitti ha detto...

Il mezrag, era un patto commerciale con il quale un commerciante si accordava con un sceicco in un rapporto di clientelismo al fine di potersi tutelare in caso di bisogno. Era una sorta di assicurazione per il commerciante che l'ordinamento francese aveva abolito in quanto nuovo garante di ordine e disciplina. Per avere giustizia bisogna quindi rivolgersi alle autorità francesi. Cohen racconta di aver richiesto l'autorizzazione all'autorità francese per riprendersi il suo Ar con l'ausilio dello sceicco. Qui si verifica uno scontro tra le due culture in quanto il comandante delle forze armate locali non ha la consapevolezza di cosa sia l'Ar e non capisce cosa Cohen gli stia chiedendo. Cohen interpreta la risposta che riporta all'antropologo "Se ti fai ammazzare è affar tuo" come un'autorizzazione quando era invece un modo per uscire dalla questione. Cohen distorce un messaggio di disinteresse e lo trasforma in un'autorizzazione implicita. Quando Cohen torna indietro per chiedere le pecore gli viene risposto che l'autorità francese, la stessa che ha preso le sue pecore grazie al suo potere esecutivo, non può fare nulla per questa faccenda. L'arma dei francesi è quella di essere un popolo colonizzatore che detiene l'autorità e il potere militare.
Un attore A sta lavorando con un regista R ad un progetto di teatro all'interno del carcere. Il regista oltre ad essere la figura autorevole all'interno della compagnia teatrale composta da esterni e carcerati è anche la figura di riferimento all'interno del penitenziario; Fornisce agli attori esterni i pass per entrare, ha rapporti con la direttrice del carcere, stabilisce gli orari, comunica con i secondini. Ovviamente all'interno del carcere ci sono altri tipi di gerarchie, ed anche R è sottoposto ad altre figure, quella dei secondini e della direttrice che avrebbero il potere di fermare il corso teatrale. Un giorno durante le prove R ha un contrasto con uno degli attori detenuti, gli animi si scaldano e i secondini si affacciano per capire la situazione. Quando è il momento dei saluti A viene fermato dall'attore-detenuto che ha alimentato il diverbio, cercando di confidarsi con A circa le ragioni del proprio malessere. ll secondino intima al regista di liberare la stanza dove si effettuano le prove. Ovviamente data l'autorità del secondino sul regista questi è portato a sgombrare la stanza il prima possibile e l'attardarsi di A che è bloccato nel colloquio intimo con il detenuto fa scatenare la sua collera. R inveisce su A, scatenando di nuovo la disapprovazione e l'irritazione del detenuto, che si era già verificata durante le prove. R minaccia A di non permettergli più di partecipare al progetto nel caso si fosse manifestata di nuovo una simile circostanza di disobbedienza. A non riesce a far capire al regista le sue ragioni, nè le motivazioni del detenuto che si stava aprendo con lui.

Martina Coppola ha detto...

Cohen prima dell'arrivo dei francesi era abituato ad avere un rapporto di protezione dal suo sceicco e vorrebbe lo stesso dal capitano Dumari, quest'ultimo invece non ha il minimo interesse nell' aiutare un semplice mercante ebreo. I francesci sono colonizzatori, detengono loro ora il potere, non sono assolutamente interessati a piccole questioni interne. L'indifferenza che mostrano al mercante ebreo è qualcosa a cui lui non è abituato nel suo sistema di valori; accade lo stesso ai francesi che non riescono a capire come possa aver preso quelle 500 pecore senza essere in combutta con quei predoni. In sintesi Cohen basa tutte le sue armi sulle sue tradizioni, mentre i francesi sul potere militare.

Una situazione di armi comunicative non equivalenti mi è capitata qualche giorno fa, ero stata chiamata per una supplenza in una scuola materna, per essere precisi la mia primissima supplenza. Appena arrivata le altre maestre di ruolo sono state cosi gentili da ricordarmi che ero solo una semplice supplente, ergo l'ultima ruota del carro nella scala gerarchica . Andando cosi a creare un rapporto ovviamente assimetrico.

Martina Coppola

ilaria falcone ha detto...

Nel racconto riportato da Geertz possiamo notare come Cohen e i Francesi parlino ‘lingue differenti’, proprio perché provengono da culture diverse e sono stati messi a confronto da un fattore storico chiamato colonialismo. Per comprendere bene la posizione lesa del povero Cohen bisogna fare un lavoro di ricerca che ci permette di capire gli usi e costumi della sua vita e tutta quella rete di significati che scaturiscono. Come ad esempio il significato potente del mezrag (il patto sul commercio) ; l’ar che tanto Cohen vuole riprendersi e l’onore che deriva proprio dall’istituire un mezrag. Tutti questi significati sono stati guida per Geertz nella comprensione della storia, ma erano del tutto assenti nelle coscienze dei francesi che erano a marmoucha soltanto per imporre la loro cultura su quella dei popoli cosiddetti barbari. Vi è stato appunto un duello simbolico fra Cohen e i francesi, proprio per la mancanza di conoscenza di significati da entrambe le parti e dell’etnocentrismo dei francesi. Un esempio di duello simbolico lo possiamo ricondurre ad un fenomeno di bullismo nelle scuole, dove il bullo si prende gioco del ragazzo per affermare la sua fama e popolarità nell’ambiente scolastico. Mentre il ragazzo oggetto di bullismo, vuole restare nell’anonimato per evitare il ripetersi delle azioni subite e vivere l’esperienza scolastica nel modo più naturale possibile.

Federico Pomponi ha detto...

Come possiamo constatare da quanto ci riporta Geertz, tra Cohen e i francesi avviene un confronto comunicativo del tutto asimmetrico e infecondo. A scontrarsi sono due sistemi culturali, due reti di significati ben delineate e distinte tra loro: quella di un mercante ebreo sefardita con i suoi concetti di "Mezrag" e "ar", e quella dei colonizzatori francesi con la loro convinzione di superiorità e con l'obbligo morale di dover portare a termine una missione civilizzatrice e ridisciplinatrice nel posto. Il "duello simbolico" si svolge su modello etnocentrico, senza lo sforzo ermeneutico di almeno una delle due parti di provare a comprendere le ragioni dell'altro e cosa effettivamente questi voglia comunicare. Il dislivello di potere poi,protagonista, complica il tutto: l'unica voce a contare è quella dei francesi, a cui non interessa minimamente intraprendere un dibattito con un banale mercante come Cohen.
Situazioni analoghe avvengono ogni qual volta a confrontarsi verbalmente siano due individui con differenti ruoli sociali, ove uno dei due è subordinato all'altro: studente-professore, dipendente-datore di lavoro, concorrenti-giuria ecc.

giada stracqualursi ha detto...

1) Si possono analizzare, attraverso il racconto di Geertz, lo scontro e l'incomunicabilità che si presentano con il contatto tra culture differenti.
In questo caso, al tempo della colonizzazione francese in Marocco, un mercante di nome Choen subisce un furto nel suo negozio, che in realtà era anche la sua casa. Essendoci nella comunità del mercante il valore tradizionale dell'ospitalità, nel momento in cui i ladri uccidono due ospiti durante la rapina, perde il suo onore, chiamato 'ar nel linguaggio locale. L'ar è un simbolo molto importante per la popolazione colonizzata, un valore protetto dallo sceicco.
I francesi cercano di modificare la cultura dei nativi attraverso nuove leggi, che tendono a sradicare i valori condivisi e naturalizzati dalla popolazione indigena. Per questo motivo viene abolito il patto di commercio locale, il "mezrag", patto strettamente connesso con l'ar. Si genera il malinteso tra Choen e il comandante locale proprio a causa di questo patto. Nel momento in cui Choen chiede al comandante di poter ritirare il suo indennizzo per il torto subito e riavere il suo onore, si sente rispondere «se ti fai ammazzare è affar tuo», e coglie l'affermazione come se fosse un'autorizzazione informale. Le parole del comandante invece dimostravano forse disinteresse. Ho pensato anche potessero essere un avvertimento, magari ad uccidere Choen sarebbero stati i francesi, scoprendo la violazione del divieto al patto di mezrag, una punizione e un esempio politico per tutta la popolazione. Choen usa quindi l'arma della disobbedienza. Il disappunto dei francesi è palese quando Choen, di ritorno dalla tribù dei ribelli che lo avevano precedentemente attaccato, si presenta con 500 pecore, risarcimento per il danno subito. I ribelli essendo parte della popolazione indigena avevano riconosciuto il valore dell'ar di Choen. I francesi non a conoscenza dell'ar scambiarono Choen per una spia dei ribelli. Dopo essere stato ingiustamente imprigionato venne rilasciato, senza pecore e quindi senza 'ar. Lamentandosi con il colonnello francese della faccenda questi rispose «Non è affar mio», non sapendo che le pecore erano per quel mercante il risarcimento per l'onore perduto e non solo fonte di guadagno. Non c'è da parte dei colonizzatori nessuno sforzo di comprensione ma si limitano a fare una Thin description dei fatti, questo sforzo non c'è anche perchè fa comodo non capire, perchè è necessario che gli indigeni rinuncino alla loro cultura per adeguarsi a quella imposta.


2) Lavorando nel campo della vendita diretta, ho assistito molte volte a questo tipo di comunicazione ad armi impari. Ho lavorato un solo giorno per l'azienda in questione, e i nuovi arrivati nella squadra venivano affiancati da consulenti di vendita con più esperienza. Il loro lavoro consiste nel formare il nuovo venditore. Come prima cosa cercano di far fissare degli appuntamenti a casa dei conoscenti del nuovo arrivato, per presentare i prodotti. Cercano di farsi invitare per un caffè, in quel momento ovviamente anche il nuovo lavoratore ingenuo è convinto che sia giusto per il tempo di un caffè, la presentazione del prodotto in questione può durare ore. Si sfianca il cliente con mille giri di parole, per cui esausto acquista. Il nuovo lavoratore deve stare alle regole del gioco, anche se amico della persona da cui è stato invitato. La comunicazione è impari perchè il venditore è formato per smontare le obiezioni del cliente ed assumere di conseguenza una forma di potere verbale. Chi acquista non conosce il senso preciso delle parole del venditore, che sono progettate apposta per non essere riconosciute come tali.

Giada Stracqualursi

Carolina Cristino ha detto...

Il duello tra Cohen ed i Francesi è un duello simbolico, in cui i due contendenti combattono senza senza comprendersi. Questo brano, che, confesso, quando ho letto per la prima volta, mi è sembrata una storiella senza alcun senso, ci dice in realtà molto sul colonialismo. Una volta giunti in Marocco, i Francesi avevano cercato di imporre la propria forza attraverso l'utilizzo di presidii di polizia. Essi erano portatori di una cultura, quella francese, che aveva un ruolo di primo piano nella tradizione europea. Erano giunti in Marocco, non per conoscere, capire il diverso, ma imporre il proprio dominio su quest'ultimo. Poco importava che lingua parlasse, cosa mangiasse, come vivesse questo "diverso". Era semplicemente un indigeno e come tale doveva essere trattato. Quando Cohen, disperato per aver perso il suo ar, si reca dal capitano Dumarì, a quest'ultimo poco importa che cosa sia l'ar e perchè Cohen ci tenga a riaverlo. Lo tratta semplicemente con indifferenza. Cohen, che da' per scontanto che il capitano abbia capito la sua situazione di difficoltà, vede in questa indifferenze un cenno di assenso ed agisce. Come possiamo notare, nel "duello" tra Cohen e i Francesi, si è verificato un fallimento di comunicazione. Pur essendo tale fallimento, causato dalla mancata volontà di comprendere la rete di significato da entrambe le parti, l'unico a subirne le conseguenze è Cohen, il più debole all'interno del duello. I predoni berberi, infatti, condividendo la stessa rete di segni del mercante, capiscono il loro errore e risarciscono il furto. I francesi, che ignorano questa condivisione di reti di significato, non possono far altro che pensare che Cohen sia in realtà una spia berbera e per questo lo arrestano.

A proposito di duello comunicativo ad armi impari, mi viene in mente un episodio di una serie tv che vidi molto tempo fa. Un giorno in una classe di 20 femmine e cinque maschi giunse una nuova bambina. La classe era divisa in 3 "club": in uno c'erano quelle bambine che amavano la danza, in un altro quelle che amavano la lettura e nell'ultimo le bambine che amavano i trucchi. L'arrivo della nuova bambina turbò l'equilibrio tra i gruppi e quindi fu organizzata "un'audizione" per vedere quale club fosse più adatto a lei. Se nessuno l'avesse accettata, sarebbe rimasta da sola per tutto l'anno. Durante questi provini nessuna delle bambine si preoccupò di conoscere la nuova, non importava lei chi fosse, ciò che importava era in che canoni potesse rientrare. La nuova bambina aveva una storia particolare: era cresciuta nel bosco ed era stata da poco trovata da un pastore. Non sapeva cosa fossero la danza, i libri, i trucchi. Non sarebbe mai entrata in nessuno dei club. Cosi come i francesi e Cohen, anche le bambine ignorano vicendevolmente le proprie culture. Anche qui il duello comunicativo fallisce e quella che ne subisce le conseguenze è la nuova arrivata, che viene esclusa dai gruppi.

Eva Sara Donnini ha detto...
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Eva Sara Donnini ha detto...

Nell'episodio descritto da Geertz nel suo saggio è possibile rintracciare gli effetti dell'espansione coloniale europea nel NordAfrica. Da una parte ci sono i francesi con la loro superiorità militare e la loro presunta superiorità culturale che si traduce in indifferenza nei confronti dei problemi del mercante, dall'altra c'è il mercante ebreo fortemente guidato dal suo senso dell’onore e convinto che i francesi avrebbero posto rimedio al furto subito e all’uccisione dei suoi compagni. Quando i francesi gli dimostrano la loro indifferenza e anzi lo sbattono in prigione credendolo una spia berbera, si viene a creare una specie di farsa sociale dovuta alla confusione dei linguaggi. La sistematica incomprensione tra le tre culture coinvolte, quella ebrea, quella berbera e quella francese, è il classico esempio di come una pessima comunicazione possa creare disastri. Un esempio di comunicazione asimmetrica che mi viene in mente è quella del rapporto che si viene creare in ambienti militari tra comandanti e subordinati. E' evidente che in un tale ambiente fortemente gerarchico la comunicazione tra due soggetti è naturalmente condizionata dal grado rivestito e pone in condizione di inferiorità uno dei due soggetti, il quale si trova nella situazione di non poter sostenere adeguatamente le proprie opinioni.

Eva Sara Donnini

Francesco Minni ha detto...

In questo saggio di Geertz abbiamo notato la manifestazione di un duello simbolico tra due attanti di diverse culture: il colonizzatore francese e il mercante marocchino di religione ebraica (Cohen). Quest'ultimo ha usato come armi il proprio sistema culturale (Ar e Mezrag) e l'astuzia (ha approfittato di un chiaro segno di indifferenza dell'ufficiale francese, trasformandolo in un'autorizzazione). Il capitano francese ha invece usato come arma il suo potere militare, caratteristico del colonizzatore, arrestando Cohen. La sfida comunicativa tra loro ha evidenziato un carattere asimmetrico delle potenze in gioco: i colonizzatori non hanno neanche provato a comprendere e a calarsi nella realtà del luogo che vogliono civilizzare,quindi hanno utilizzato i propri principi occidentali, esercitando il potere militare; mentre il mercante ha dovuto subire la decisione, inerme e senza diritto di replica.
Una situazione simile può avverarsi nei variegati rapporti tra titolare e dipendente, per andare più nello specifico farei l'esempio dell'etichetta discografica e del cantante. Molti artisti cercano di esprimersi attraverso la musica, cercando di farsi conoscere dal pubblico per le proprie qualità, secondo i propri gusti e senza vincoli. Per cercare di fare carriera però è indispensabile essere accompagnati e pubblicizzati dalle etichette discografiche. Questo comporta una minore libertà del cantante dal punto di vista artistico; infatti tutti le sue melodie e tutti i suoi testi saranno ora influenzati, talvolta modificati, a seconda delle esigenze e credenze del "titolare" (in questo caso l'etichetta).Si deve quindi trovare un compromesso per raggiungere successo e popolarità: seguire alla lettera le indicazioni della Major. Come nel saggio di Geertz, anche qui notiamo questa asimmetria nella sfida comunicativa: l'artista deve abbandonare la sua libertà artistica per compiacere chi ha effettivamente il potere nel rapporto.
FRANCESCO MINNI

Anonimo ha detto...

Maria Spinella
L’episodio descritto da Geertz mostra il tipico atteggiamento del paese colonizzatore che vuole imporre il suo potere, non considerando i bisogni del paese colonizzato. Il comandante francese, in questo caso, dà assolutamente per scontato le parole di Cohen, relative alla perdita dell’Ar, e decide di risolvere la situazione non considerandolo in un primo momento, e in un secondo momento, arrestandolo. Egli, quindi, impone la sua giurisdizione. Coehn, dall’altro lato, rappresenta l’uomo colonizzato che, facendo finta di rispettare le regole del “suo superiore”, continua a mantenere l’atteggiamento che egli ritiene più appropriato: va a riprendersi l’ar con l’aiuto del suo sceicco.
Un esempio in cui le armi comunicative sono impari è rappresentato nel caso di un rapporto tra scrittore e casa editrice. Potrebbe avvenire il caso in cui, lo scrittore X decide di voler pubblicare il suo romanzo e si reca alla casa editrice Y. La casa editrice Y, è consapevole del fatto che lo scrittore X, in realtà, piace discretamente al pubblico e gli impone, di conseguenza, di modificare il romanzo secondo i temi che piacciono maggiormente al pubblico. In questo caso, lo scrittore X, pur di veder pubblicato il suo romanzo, è costretto a modificare parte del suo lavoro.

Giulia Testani ha detto...
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jessica ciuffa ha detto...
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Giulia Testani ha detto...

Tra Cohen ed i francesi vi è uno squilibrio comunicativo derivante, in particolare modo, dal potere militare degli spregiudicati colonizzatori e guardiani di quei territori. Cohen non può comunicare ad armi pari per una questione di potere e di differenze socio- linguistiche.
Per quanto riguarda una sfida comunicativa di tipo asimmetrico porto un esempio familiare.
Mio zio, comandante di una compagnia aerea Italiana dovendo adempiere all'incarico che ricopre si trova quotidianamente con il compito di impartire ordini nei confronti dell'intero equipaggio ( Hostess, Stuart, pilota, copilota...) e nei confronti dei passeggeri laddove si presentino situazioni poco piacevoli.
Mi ricordo che un giorno, di ritorno da un lungo raggio, mi raccontò un aneddoto.
Un passeggero impaziente nel vedere il suo tavolino pieghevole sgombro dal vassoio che conteneva le pietanze lo gettò in malo modo sul corridoio, sostenendo che gli assistenti di volo erano poco efficienti dato che il loro compito era quello di servire come camerieri.
A quel punto vedendo la caparbietà, arroganza, scontrosità del passeggero l'equipaggio si è visto costretto a chiamare il comandante che, accorso sul posto, ha fatto presente che sul "suo" volo non ci si può comportare così, di raccogliere il vassoio gettato. Vedendo un diniego gli comunicò che, non appena atterrati lo avrebbero atteso le autorità locali.
All'udire quelle parole il passeggero, tra mille sbuffi, si era parzialmente placato ma nonostante ciò le autorità locali presero dei provvedimenti per la condotta dell'uomo.
Come possiamo notare si sono presentate diverse tipologie di gerarchie.
Comandante- equipaggio/ Passeggero- assistenti di volo/ Autorità locali- passeggero.
La voce del comandante è più potente di quella degli altri membri, è lui che prende le decisioni ed interviene.
Il passeggero aveva creato una gerarchia tra lui e gli assistenti di volo ponendosi in una condizione di superiorità e comando reputandoli "Inferiori" e che avrebbero dovuto immediatamente adempiere ad una sua pignola ed insensata richiesta dato che, come sosteneva, aveva pagato un biglietto aereo.
Infine le autorità locali che avevano il compito di ristabilire l'ordine e prendere dei provvedimenti nei confronti dell'uomo.

GIULIA TESTANI

jessica ciuffa ha detto...

Q1
In questa vicenda,Cohen usa come arma la sua tradizione culturale (l'ar e il mezrag), per cui è lecito per lui richiedere un risarcimento se lo hanno derubato del suo onore. I francesi,invece, utilizzano il loro potere militare, per cui essendo ora a capo del territorio,avevano il diritto di imporre le loro regole "civili" alla popolazione "barbara" conquistata (in una parola il colonialismo). Si potrebbe dire che Cohen abbia dato per scontato che la sua cultura sia condivisa anche dai francesi e che a questi non interessi capire il punto di vista del mercante ebreo e il significato del suo gesto (non hanno voluto acquisire un prospettiva "emica" della situazione, per dirla con termini antropologici). Insomma,la vicenda è stata causata da un'enorme incomprensione tra le diverse linee interpretative.

Come episodio analogo, citerò la vicenda di Rosa Parks,avvenuta negli anni '50 del Novecento: dopo un'estenuante giornata di lavoro,la donna sale sull'autobus per tornare a casa; riesce a trovare un posto per sedersi,l'unico rimasto.Poco dopo,l'autista le chiede di lasciare il posto a un passeggero bianco salito dopo di lei, avvalendosi della legge di segregazione vigente a quell'epoca. Poichè la donna si rifiuta, il conducente la fa arrestare da due agenti di polizia.L'episodio diede origine al boicottaggio degli autobus di Montgomery.
Chiaramente,anche in questo caso vi sono armi comunicative impari:i giusti diritti civili di Rosa che si scontrano con il maggior potere delle leggi razziali.

Marianna Persia ha detto...

La vicenda di Cohen e dei francesi è un evidente esempio di squilibrio comunicativo. Il problema non è solo linguistico. Si tratta di un atto simbolico volto ad affermare un ottuso potere. Infatti, i francesi assumono una posizione di superiorità rifiutandosi di provare a capire le motivazioni di Cohen. Il rifiuto è un atteggiamento tipico dei colonizzatori che pretendono di governare paesi che però non conoscono (e non vogliono nemmeno farlo). Dunque le armi usate dai francesi sono il potere militare e politico. Per quel che riguarda Cohen, la sua arma è sicuramente la determinazione nel
nel voler preservare il suo onore e il coraggio ad essersi opposto
ai francesi fingendo un fraintendimento. Se penso alla mia esperienza personale, mi viene in mente un episodio accaduto a mio fratello di quindici anni. Si trovava con alcuni suoi amici al bar davanti casa, punto di ritrovo del
quartiere. Aveva parcheggiato come sempre il sul motorino lì vicino, in un posto assolutamente regolare. Poco dopo arrivano due carabinieri, vanno verso mio fratello ed i suoi amici con fare minaccioso. Per
motivi oscuri, lo obbligano a spostare il motorino e chiedono di farsi accompagnare a casa per parlare con i genitori. Durante il tragitto, fioccano imprecazioni contro la nullafacenza dei giovani d'oggi.In realtà, una volta arrivati a casa, i carabinieri non vogliono più parlare con nessuno e si limitano a dubbie minacce. Ricordo ancora l'espressione mortificata di mio fratello una volta a casa. Tutta la rabbia e le lacrime per un comportamento senza senso da parte di chi, fino a poco tempo prima, credeva garante dell'imparzialità. Questo esempio si ricollega a quello di Cohen per l'utilizzo del potere in ambito comunicativo. I carabinieri, forti del loro ruolo, hanno imposto la loro forza su dei ragazzini di quindici anni, incapaci di difendersi verbalmente ma soprattutto emotivamente e quindi in una posizione di netta inferiorità e confusione per essere stati trattati con arroganza senza motivo. Purtroppo questo è un esempio molto comune e che porta, a volte, ad esiti drammatici.

Noemi Flore ha detto...

La ricerca antropologica deve essere intesa non solo come attività di osservazione, ma soprattutto di interpretazione di ciò che si osserva. Nel saggio di Geertz, troviamo una sua interpretazione della storia che gli racconta l’ebreo Cohen, incontrato in Marocco. Il duello simbolico che s’instaura tra: Cohen, mercante ebreo sefardita e i francesi, che avevano iniziato il loro piano coloniale, vede da una parte il mondo di Cohen cui sono estranei i francesi e di cui ignorano i principi; quello di mezrag (patto di commerci) e di ‘ar (onore personale). Il protagonista deve recuperare l’ar sottrattogli e per farlo si appella ai francesi stessi che detengono il potere in quel momento e in quel luogo, dapprima al capitano Dumarì, tramite una frase equivoca e poi al colonnello della città, con la risposta “non è affar mio” ignoreranno la richiesta di aiuto. A far cadere in inganno Cohen è stato com’è spiegato nel saggio, una confusione di linguaggi, infatti, l’arma del sefardita è stata il distorcere il messaggio di disinteresse di Dumarì, volgendolo a suo favore come un’autorizzazione implicita. I francesi, invece, hanno usato come arma l’indifferenza, erano i colonizzatori e l’ebreo il colonizzato, erano disinteressati al retroterra culturale presente in Marocco, poco gli importava del mezrag e dell’ar. Le armi, come si evince, erano impari, proprio per questa spaccatura tra colonizzatore e colonizzato, ognuno guardava i propri interessi, senza cercare di capire le esigenze dell’altro, fino al punto di equivocare i messaggi e arrivare alla situazione paradossale finale, per cui Cohen sarà arrestato dai francesi dopo aver recuperato il suo ‘ar, perché considerato un nemico legato ai berberi ribelli. A luglio mi è capitato purtroppo di dover portare mio zio all’ospedale, con codice giallo, arrivati verso le 13:54 circa, siamo usciti alle 3:12 . Lungaggini a parte degli infermieri, ancor prima di quando arrivassi io, c’era nella sala d’attesa un ragazzo di colore, sulla trentina circa, che da quanto mi dirà verso mezzanotte, aspettava dalle 8:00 di essere visitato. Era un codice verde. Va bene che i codici verdi sono relegati come gli ultimi perché di scarsa gravità, ma, quello che mi ha sorpreso, e che ha scatenato il risentimento del ragazzo, è stato il continuo vedere che, persone arrivate con me o dopo, messe in codice verde, erano state chiamate prima di lui. Vuoi per diversità di problema, di medici disponibili, vuoi per “razzismo”, il ragazzo di colore, prima ha iniziato a parlare nella sua lingua tra se e se, e poi, quando verso le 23:50, presentatosi l’ennesimo codice verde, un bambino che caduto dalla bicicletta si era rotto un dente e scorticato il labbro inferiore e il mento, lo oltrepassa di nuovo. Appena vide uscire due infermiere, gli si avvicinò, era scalzo e stremato, e gli chiese come mai tutti gli altri, con codice verde come il suo, arrivati dopo di lui, siano passati prima. Le infermiere, sorseggiando il caffè appena preso alla macchinetta risposero dicendogli che doveva aspettare il suo turno e basta, il suo codice non era grave, lui lo sapeva, ma cercava di fargli capire che altri col suo stesso codice, arrivati dopo, lo avevano scavalcato. Le accusò di razzismo. Una delle due alzando la voce disse “ma quali razziste, voi solo perché siete stranieri volete fare come vi pare, ti ho detto di aspettare il tuo turno, sennò vattene via”. Il ragazzo si sedé vicino a me, mi disse che era lì dalle 8:00. Essendoci le stesse armi comunicative, queste, non erano equivalenti. Le infermiere hanno usato il loro ruolo di “superiori” per zittire il povero ragazzo e questo, pur facendosi valere, chiedendo spiegazioni, rivendicando come Cohen i suoi diritti, il suo “‘ar ”, è stato costretto a tacere e a sedersi, anzi invitato addirittura ad andarsene. Io sono andata via con mio zio alle 3:12 circa e lui era ancora, gli ho detto “Ciao, buona fortuna” e lui “Grazie, ne avrò ancora per molto”. Pur essendo nel suo giusto, non poté far nulla contro un potere superiore.
Noemi Flore.

Orlandi Sara ha detto...

Come abbiamo potuto constatare, tra Cohen il mercante ebreo che viveva in Marocco e i francesi colonizzatori si realizza un duello simbolico, nel quale entrambi usano i propri sistemi culturali per fraintendere( malinteso voluto) ciò che dice l'altro. Alla fine hanno la meglio i francesi perché si trovano in un situazione di dominio mentre il mercante si trova nella situazione di ostilità.
Ci sono diversi esempi di sfida comunicativa di tipo asimmetrico come: docente - studente, dirigente - operaio, genitori - figli. Ma qui riporto un esempio che ho vissuto in prima persona tra me e mio nipote: un giorno, mia cognata mi affida mio nipote di sei anni. Come arriva facciamo merenda poi giunge il momento dei compiti ed inizia a nascondersi e a piangere perché non gli va di farli, così ho preso in mano la situazione e con voce ferma e decisa gli dico: "se fai tutti i compiti senza piangere, dopo giochiamo insieme!" si asciuga le lacrime, prende il quaderno e l'astuccio e inizia subito a fare i compiti. Questo è avvenuto perché io, in quella situazione mi trovavo in una posizione di dominio rispetto a lui.

Anastasia Di Giuseppe ha detto...
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Silvia Della Bella ha detto...

Tra Cohen e i francesi si realizza un duello simbolico nel quale i contendenti fanno uso di armi diverse. Da un lato, i francesi detengono il potere amministrativo,garantiscono l'ordine, controllano la comunità tramite dei fortini che installano su delle alture e non si preoccupano minimamente delle richieste di Cohen, contrariamente a quanto lui stesso dice di aver inteso.
Dall'altra parte, Cohen vuole rivendicare l'ar che gli è stato rubato e si reca con sfrontatezza dal capitano Dumari con lo scopo di ottenere l'autorizzazione ad andare, assieme al proprio sceicco, a prendere il suo indennizzo (secondo ciò che prevedeva il patto di Mezrag, il quale vigeva prima che arrivassero i francesi). Quello che emerge da questa situazione è l'impossibilità di comunicare, tra i due si crea un ostacolo perché non c'è comprensione da parte dei francesi che, in questo modo, non si mostrano disponibili a stipulare con Cohen quel patto che caratterizza la comunicazione (sia quando Cohen va a parlare con il capitano circa la sua intenzione di andare a recuperare l'ar perduto, sia quando torna con le pecore).
Contrariamente, tra Cohen e i berberi l'atto comunicativo può avere luogo dal momento che, seppur non condividendo gli stessi principi, i berberi, con la frase "Va bene, parliamo!", dimostrano una comprensione dell'altro, della sua rete di significati, ammettono di aver violato l'ar di Cohen, accolgono il suo urlo.
Posso trarre un esempio di contesto comunicativo asimmetrico, nel quale cioè le armi comunicative non risultano equivalenti, dalla mia esperienza personale. Fino a qualche tempo fa, mi trovavo quotidianamente a dover discutere con mio fratello per il possesso dell'automobile che avremmo dovuto condividere. Lui si sentiva in diritto di averla a sua disposizione in qualsiasi momento, solo perché più grande di me e, a suo dire, le sue esigenze erano molto più importanti delle mie. Io, al contrario, cercavo di giungere a un compromesso, stabilire dei "turni" per poter trovare un certo equilibrio. Vista in quest'ottica, mio fratello incarna la figura dei francesi che, sentendosi di gran lunga superiori ad un semplice mercante ebreo, non si curano minimamente delle sue richieste, mentre io potrei identificarmi con la figura di Cohen e con il suo sforzo di rivendicare ciò che di diritto gli spetta.

Miriam D'Ascenzi ha detto...

Tra Cohen, un anziano ebreo del Marocco e i colonizzatori francesi, c’è stata un’incomprensione dovuta al fatto che i colonizzatori, non conoscevano ma nemmeno cercarono di capire i motivi che spinsero Cohen ad agire in quel modo. Cohen infatti, prese le 500 pecore per riavere il suo ‘ar, ma mentre tornava in città, fu beccato dai colonizzatori. L’uomo provò a spiegare che quello era il suo ‘ar, ma i colonizzatori, non capendo e pensando che fosse una spia dei Berberi, lo arrestarono. I francesi, non fecero alcuno sforzo per provare a capire Cohen e imposero la loro autorità, essendo loro i colonizzatori ed avendo loro in mano il potere. Quindi, le armi che entrambi i contendenti utilizzarono, sono i loro ruoli.
Mi viene in mente un esempio che potrebbe essere analogo a questa vicenda. Mia zia, essendo musulmana, non mangia carne di maiale. Qualche anno fa, andò ad una cerimonia e nel menù del pranzo, era prevista carne di maiale. Così mia zia, chiese gentilmente al cameriere di avere qualcosa in sostituzione a quel tipo di carne. Il cameriere, dopo essere andato in cucina, disse a mia zia che non era possibile accontentare la sua richiesta. Lei così, volle parlare con lo chef. Quest’ultimo le disse che quella era una ricetta tipica italiana, che ci troviamo in Italia e che lei si sarebbe dovuta adeguare. Lui le disse proprio: “In Italia, la carne di maiale si mangia, quindi, "voi" stranieri dovete adattarvi”. Ecco, in questo caso, le armi usate dai due interlocutori, sono armi diseguali. Lo chef, credendo di poter far valere la propria autorità solo perché lui è italiano e si trovano in Italia, non tiene conto delle necessità della donna e soprattutto non comprende minimamente i motivi (quindi il sistema culturale), che non permettono a mia zia di mangiare la carne di maiale.

Letizia Del Gizzi ha detto...

Tra Cohen e i francesi si realizza un duello simbolico nel quale viene utilizzato il linguaggio facendo trasparire la diversità culturale. Tra i 2 contendenti ci sono scambi di parole che ci fanno notare come sono distanti: Cohen, ferito moralmente per esser stato derubato del suo ‘ar (onore) cerca di riscattarsi prendendo le pecore dei predoni ma i francesi pensano a questo fatto i come un furto delle pecore o come se Cohen fosse una spia dei predoni. Due culture distanti e con credenze diverse che si scontrano.
Un esempio nel quale le armi comunicative non sono equivalenti lo trovo nella mia esperienza da giocatrice di pallavolo: il mister/allenatore ha un potere maggiore rispetto alle giocatrici ma anche tra giocatrici c’è questa asimmetria poiché giocando in una squadra amatoriale ci sono sia giocatrici giovani a livello di esperienza ma anche giocatrici con tanta esperienza che alcune volte vanno a sostituire il mister e a giudicare sulle giovani.
In allenamento questa asimmetria si sente meno tra le giocatrici ma è molto presente tra mister e giocatrici poiché è lui ad avere un ruolo maggiore su tutte e qualsiasi cosa si dica, è sempre lui ad aver l’ultima parola. Per quanto riguarda in partita, invece, si sente di più la pressione tra giocatrici perché al momento di uno sbaglio di una, c’è quella con più esperienza che prende il ruolo maggiore scavalcando il mister e a volte andando a creare disagi all’interno della squadra perché si è andati subito a giudicare l’errore invece di capire la condizione della giocatrice in quel momento. È facile dire “dovevi fare così” ma probabilmente anche chi lo dice non è detto che lo avrebbe fatto, magari avrebbe sbagliato anche lei.
Ci sono molti esempi di questo tipo come il rapporto tra dottore e infermiere o anche tra infermiere e paziente o tra registi e attori. Viviamo costantemente in rapporti di asimmetria anche se a volte non ce ne rendiamo conto.

Martina Pochiero ha detto...

Prima parte.
Il duello simbolico che si instaura tra Cohen e i francesi è un duello condotto ad armi impari, sia tramite azioni sia tramite parole. Le armi comunicative non sono equivalenti perché i francesi agiscono da colonizzatori, benché non siano ancora entrati a pieno titolo nell’amministrazione del territorio marocchino, si sentono portatori di civiltà, e utilizzano il loro potere militare per incutere timore e rispetto. Choen utilizza (almeno per quanto vuol far credere) una buona dose di astuzia ma soprattutto si affida ad un sistema di valori preesistente che per lui è giusto. Non si adegua al nuovo sistema simbolico instaurato dai francesi ma continua ad utilizzare quello che si rifà alla tradizione della cultura berbera. Si affida al suo sistema di segni per chiedere aiuto ai coloni francesi. Per Choen aver subito una violazione del suo ‘ar, essere stato colpito nell’onore, è un’onta inimmaginabile ma i francesi non hanno gli strumenti, tantomeno la volontà, per comprenderlo. Il dislivello di potere è profondo. Per i coloni francesi gli interessi del mercante ebreo non contano nulla. Choen tenta di resistere a suo modo al nuovo sistema instaurato dalla colonizzazione, distorcendo il disinteresse dei francesi e interpretandolo come una sottintesa autorizzazione, decide di agire autonomamente per recuperare il suo ‘ar. Ma facendo questo viola il nuovo sistema instaurato dai coloni francesi e viene per questo arrestato senza che gli venga fornita alcuna possibilità di difendersi o di replicare.

Martina Pochiero ha detto...

Seconda parte.
Mi vengono in mente quei casi giudiziari in cui è venuto meno il principio de “la legge è uguale per tutti”, in cui i diritti civili sono stati calpestati senza remore. Quei processi in cui è stata applicata sommariamente la giustizia e si sono verificati abusi di potere. In particolare due storici casi su tutti sono quelli rimasti più impressi nella mia memoria, il caso Sacco-Vanzetti e il caso Carter-Artis.
Senza addentrarmi troppo nel descrivere le due vicende ritengo che possano essere qui accomunate e fungere da esempio. I protagonisti furono accusati ingiustamente di crimini che non avevano commesso, considerati pericolosi per il semplice fatto di essere “outsiders", immigrati italiani anarchici i primi, afroamericani pregiudicati i secondi. Vissuti in epoche diverse negli Stati Uniti della discriminazione, della paura ossessiva per il “diverso” e delle leggi per la segregazione razziale, furono perseguitati per “dare l’esempio”. I processi furono pilotati fin da subito, le prove inquinate, le sentenze pregiudizialmente determinate e soprattutto agli accusati fu praticamente impedito di difendersi in maniera giusta. Tra l’altro un potentissimo bombardamento mediatico di parte si preoccupò di assicurarsi che l’opinione pubblica fosse convinta della loro colpevolezza. Sta tutta qui l’asimmetria nella sfida comunicativa. Un detentore di un forte potere colpisce un individuo più debole e lo sopraffà poiché questo non possiede gli strumenti adatti a sfidarsi sullo stesso piano.
Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti erano da tempo avversi alla giustizia per i loro interessi politici, troppo idealisti e ribelli per gli Stati Uniti della “paura rossa” degli anni 20. Due immigrati italiani che sfidavano i vertici del potere corrotti. Venne trovato un pretesto per arrestarli e gli vennero mosse accuse del tutto false. Nonostante i moltissimi intellettuali dalla loro parte che ne invocarono a lungo la liberazione e lo stesso Mussolini che, malgrado le profonde differenze ideologiche, si adoperò affinché fosse concessa loro la grazia, uscirono dal processo completamente sconfitti. Distrutti pubblicamente e condannati a morte, la loro memoria fu riabilitata solamente cinquant’anni dopo, quando venne finalmente riconosciuta la loro innocenza.
Rubin Carter, pugile professionista, diventato celebre come l’Hurricane della meravigliosa canzone di Bob Dylan, e l’amico John Artis, negli Stati Uniti razzisti degli anni 60, vennero anche loro accusati di un crimine che non avevano commesso essenzialmente per il semplice fatto di esser afroamericani con precedenti penali. Carter lottò per gran parte della sua vita per ribaltare la sentenza che condannava lui e Artis a due ergastoli. Studiò sui testi giuridici per imparare il linguaggio che usavano quelli che gli avevano distrutto la vita. Ne uscì infine vittorioso e, anche quando finalmente caddero tutte le accuse, dopo quasi un ventennio in carcere, non smise mai di battersi per tutti coloro che come lui venivano incarcerati ingiustamente.

Flaminia Donnini ha detto...

Il conflitto venutosi a creare tra il mercante ebreo Cohen e le truppe francesi in Marocco e descritto da Clifford Geertz fu probabilmente da imputare ad una serie di fraintendimenti che si instaurarono tra le culture presenti nella regione, quella ebrea, quella berbera e quella francese. Gli occupanti militari francesi dimostrarono una certa indifferenza verso la risoluzione della problematica sollevata dal mercante derubato a causa dell’incomprensione del linguaggio dei nativi. Essi utilizzarono per imporsi l’arma della loro supremazia militare. D’altra parte il mercante era convinto delle proprie ragioni poiché i francesi dovevano tutelare i suoi diritti. La storia raccontata da Geertz si dimostra esemplificativa per quanto riguarda il fallimento della comunicazione nel caso di un fraintendimento culturale. Come esempio di comunicazione asimmetrica potrei citare quello che, in giurisprudenza, si definisce contratto tra “contraente forte e contraente debole”. Tipicamente, quando si stipula un contratto con una compagnia telefonica, quest’ultima si pone nella condizione di “contraente forte” poiché, per qualsiasi controversia che possa sorgere tra le due parti, essa si troverà in posizione di superiorità comunicativa, avendo a disposizione uno reparto legale apposito. Viceversa, il consumatore, in posizione di “contraente debole”, per difendersi a livello comunicativo e quindi legale, dovrà provvedere a proprie spese. Si realizza in tal modo una sorta di asimmetria comunicativa che favorirà la compagnia telefonica.

Flaminia Donnini

Antonio Mendicino ha detto...

I francesi vogliono imporre la propria visione culturale basata su un potere di tipo centralizzato e burocratizzato, e favorendo il libero scambio. Cohen invece si rifà alla vecchia visione simbolica basata sull'onore e sui rapporti clientelari. Ovviamente i francesi, con un esercito ben armato, hanno la meglio su un povero mercante ebreo.
Un altro esempio di rapporto comunicativo asimmetrico è quello venditore-cliente, in cui il venditore se vuole concludere l'accordo deve sottostare alle richieste e alla visione culturale del cliente

Giulia Tommaselli ha detto...

Q1.

In realtà non c'è molta comunicazione tra i due attori (Cohen e Francesi): Cohen chiede il permesso allo sceicco per recarsi nel territorio dei Berberi quindi non affronta minimamente i Francesi, consapevole che il suo comportamento sia illegale.Nonostante ciò, nessuno dei due attori si preoccupa di capire le ragioni dell'altro e l'incomprensione genera effetti negativi per il più debole tra le parti.
Lo stesso accade, per esempio, in una famiglia: un padre comunica al figlio l'orario del coprifuoco prima che egli esca. Inevitabilmente il figlio sfora il coprifuoco e al suo rientro il padre lo rimprovera e gli vieta di uscire per un mese, senza ascoltare ragioni.
Il figlio in realtà sarebbe rientrato in tempo se non avesse dimenticato il cellulare a casa degli amici e non fosse perciò stato costretto a tornare indietro per recuperarlo.

Ilenia Scaccia ha detto...

1: Il duello simbolico tra Cohen e i francesi non è altro che una diversità di culture, cioè il non capire cosa l’uno vuole comunicare all’altro, dato appunto da un linguaggio culturale differente. Le armi utilizzate sono evidentemente su livelli diversi: mentre Cohen utilizza la cultura e suoi principi, i francesi utilizzano la forza delle armi e la potenza che esercitano sui paese colonizzati. Qui risalta il dislivello tra i due. Pensando ad un esempio che potrebbe raffigurare l’episodio raccontato di Cohen mi verrebbe in mente la “cultura karateka”, dove chi pratica questo sport non può utilizzare i metodi appresi a lezioni per difendersi e/o colpire al di fuori dell’addestramento. Il nostro soggetto di esempio, che chiameremo Marco, sarà un giovane uomo di 20 anni e il suo sport preferito è il Karate ed ha il livello di “1°Dan”. Una sera Marco esce con un gruppo di amici e nel corso della serata si scontra con altri ragazzi che cercano di inveire contro di loro per poter creare una rissa. Inizialmente Marco pensa di rispondere a quelle provocazioni, ma non interviene conoscendo il regolamento del suo sport, altrimenti verrebbe espulso. Un altro gruppo di ragazzi interviene per far cessare la rissa. Il giorno seguente gli amici accusarono Marco di non essere intervenuto a difenderli. senza sapere il vero motivo per cui Marco difronte ad una rissa non è intervenuto per aiutare i suoi amici. In questo breve racconto risalta la THIN DESCRIPTION, quindi il gesto privo di significato appreso dagli amici e la THICK DESCRIPTION cioè il significato di senso che Marco ha dato al suo non agire.

Marta Tramontana ha detto...

Le parole di Cohen, riportateci da Geerzt, i suoi gesti, i pensieri che trapelano dal racconto, ci dicono molto sul rapporto che si crea tra colonizzatori e colonizzati. Accettare una cultura diversa abbiamo visto essere molto complicato, se questa cultura poi, con le sue leggi, formali o simboliche che siano, ci viene imposta, la nostra prima reazione sarà quella di rifiutarla, o totalmente, o in parte. Saremo portati a cercare delle vie alternative per rispettare i nostri principi, la nostra cultura, imbrogliando, cercando di aggirare la nuova. Questo è l’atteggiamento di Cohen che sì, si rivolge alle nuove autorità francesi, ma pretendendo di seguire il patto di mezrag, appartenente alla sua cultura. La battaglia tra Cohen e i francesi è palesemente sbilanciata. I colonizzatori infatti stanno espandendo il loro dominio, e si sentono portatori di civiltà in quelle zone dell’Africa, viste da loro così arretrate. Il duello che si viene a creare va molto al di là della vicenda particolare. Cohen non accetta il dominio francese, cerca giustizia seguendo la sua cultura ma ormai il potere è in mano ai francesi che vincono contro di lui. Nonostante Cohen cerchi di mostrarsi grande, furbo e forte agli occhi di Geertz, notiamo come la sua visione sia parziale, soprattutto verso la fine del raconto, quando le parole si fanno ancora più confuse e Cohen cerca di nascondere la sua debolezza, la sua sconfitta. Ognuna delle due parti usa come arma la rispettiva cultura, per questo la comunicazione e la comprensione non trovano spazio.

Nella vita di tutti i giorni ci troviamo spesso all’interno di duelli con armi comunicative non equivalenti. Il dislivello può essere dato dalla differenza d’età, come accade tra genitori e figli, dal ruolo che si sta impiegando, come datore di lavoro e dipendente. Volendo portare un esempio pratico in cui la comunicazione, il desiderio di comprendere l’altro, viene meno, possiamo pensare ad un ufficio postale e ai suoi clienti. Trascorsi venti minuti di attesa per essere serviti i clienti iniziano a sbuffare, a lamentarsi, a coalizzarsi contro gli impiegati fino a quando qualcuno non prende coraggio e, rivolgendosi direttamente ad uno degli impiegati, rende manifesta la sua insofferenza. Magari l’impiegato risponde a tono e si crea così una lite combattuta con armi comunicative non equivalenti: il cliente non vuole capire il motivo per cui sta aspettando così tanto, non gliene importa nulla se ci sono dei problemi, vuole solo essere servito. Mentre l’impiegato, irritato dalla situazione, non cerca di creare una connessione con il cliente.

Flavio S. ha detto...

Il duello simbolico tra Cohen e i francesi rappresenta il rapporto gerarchico tra lui, mercante ebreo, e i colonizzatori francesi.
Quando i francesi sentono Cohen tornare con le pecore, cercano di capire cosa stia succedendo. Cohen si giustifica dicendo loro: "questo è il mio 'ar!". I francesi non comprendono le sue parole e lo imprigionano accusandolo di essere una spia al servizio dei ribelli. Tutto ció accade a causa dell'incomprensione, perchè i francesi non condividono il significato dell'ar, che rappresenta un elemento della cultura condivisa tra berberi ed ebrei.
Un esempio simile possiamo riscontrarlo nei dibattiti televisivi tra il conduttore di una trasmissione televisiva e gli ospiti in studio come i nostri politici e sindaci. Il conduttore cerca sempre, a seconda dei casi, con domande specifiche, di contrastare l'ospite e l'attenzione su determinati problemi.

Flavio Sabbatini

Luca Vona ha detto...

Q1) il duello simbolico è dato dalla diversa interpretazione che danno i due personaggi in questione: Cohen, anche essendo un umile mercante, cerca di darsi potere e giustificazioni alle parole dei francesi; di contro i francesi, che in questo racconto detengono il potere assoluto, inizialmente non si danno carico di un problema per loro infinitamente piccolo, se non quando si sentono presi in giro dalla finta "supremazia" che aveva ottenuto cohen sui banditi.

Ascoltando ed interpretando il testo in aula, non ho potuto fare a meno di pensare alle situazioni politiche italiane, che aggirano i cittadini con i loro mezzi comunicativi quali promesse ed inganni, e noi costretti ad ascoltare ed ad ubbidire a direttive che molto spesso per noi sono scomode, ma a qui dobbiamo sottostare in quanto non abbiamo capacità e mezzi espressivi adatti per contrastarle, o anche semplicemente che facciamo finta di non vedere per non doverci scomodare a fare qualcosa.

Davide Catapano ha detto...

Il duello simbolico  a cui assistiamo vede il protagonista Cohen essere completamente sovrastato dallo strapotere francese.
Se il primo, da un lato, fa parte di un sistema culturale totalmente estraneo ai conquistatori, i francesi, dall'altro,  se ne fregano della sua posizione considerando il loro sistema di principi di un calibro differente.
Ad ogni modo Cohen, intento a riprendersi il proprio "ar", non esita a trascurare le regole imposte dal comandante pur di riconquistare ciò che gli spetta.
Un esempio di sfida comunicativa asimmetrica che mi viene in mente riguarda me e lo sport che faccio, la pallavolo.
Spesso mi trovo in disaccordo con il mister se, durante una partita, mi sostituisce nonostante io creda di dare il meglio e di giocare bene.
Posso lamentarmi quanto voglio, ma il coltello dalla parte del manico ce l'avrà sempre lui.

Luca Pizziconi ha detto...

Nel racconto Geertz si percepisce che tra Cohen e i francesi si crea un incomprensione reciproca causata dalla diversa interpretazione della stessa situazione.
Questa incomprensione viene definita “duello simbolico”, detto così proprio perché non si arriva mai alle armi ma ci si ferma ad un dialogo.
La principale causa della incomprensione è dovuta al fatto che Cohen ed i francesi si trovano su due piani culturali totalmente diversi.
Da una parte Cohen abitante del posto con le sue tradizioni crede la cosa più importante in quel momento sia riprendere il suo “ar” che gli è stato rubato, dall'altra parte i francesi, popolo colonizzatore, ha un unico scopo ovvero colonizzare senza il minimo rispetto della cultura del posto.
Da tutto ciò ne scaturiscono dei dialoghi asimmetrici che vanno interpretati sia per i francesi sia per Cohen.
Le situazioni simili più comuni avvengono in famiglia principalmente tra genitori e figli, in cui il dialogo asimmetrico è dato principalmente dalla differenza di esperienza e non dalla differenza culturale come nel caso di Cohen con i francesi.

Linda Di Loreto ha detto...

Il divario che si viene a creare tra Choen e i colonizzatori francesi nasce dal momento che vengono utilizzate armi comunicative diverse; i francesi però hanno la meglio dal momento che detengono il potere tra le mani per cui possono permettersi di far finta di non capire ciò che Choen vuole dire loro. Dunque l'arma dei francesi è il potere militare che hanno sul territorio, mentre quella di Choen è l'autodeterminazione.
Un esempio di armi comunicative differenti potrebbe essere un'azienda che produce elettronica decide di lanciare un computer del tutto innovativo con telecamera ad alta risoluzione, con incorporato un sistema operativo che permette di leggere sia android che Ios e cosi via per incrementare promuovere il marchio, ovviamente il costo sarà notevolmente più alto rispetto ad un computer normale. Lo propone in sede di riunione con il rivenditore ma nascono una serie di problematiche incentrate sul prezzo, il rivenditore sostiene che con la crisi che c'è nessuno comprerebbe quel computer pur essendo molto buono quindi se la fabbrica vuole far uscire quel computer deve rigorosamente abbassare il prezzo togliendo se necessario qualche prestazione del dispositivo. In questo esempio da me inventato emergono due armi comunicative diverse,da una parte il rivenditore che vuole imporre il suo interesse economico, dall'altra parte vediamo la fabbrica che vuole lanciare un'ondata di novità sul mercato per promuovere la sua azienda.

Giorgia Giovannini ha detto...

Q1) Lo scontro simbolico fra il mercante ebreo sefardita Cohen e i colonizzatori francesi è dovuto da un’incomprensione inevitabile fra questi due mondi così diversi fra loro. Per comunicare coi francesi, Cohen si serve della simbologia legata alla propria cultura (esperienze, convenzioni, ecc utilizzate come armi). D’altro canto, però, i francesi si trovano in una posizione di rilievo politico e sociale rispetto a Cohen e ciò non può che portare ad uno scontro. Entrambe le parti, colonizzatori e mercante, ognuna col proprio sistema di segni, sono assolutamente ignare del background politico – sociale che porta sulle spalle l’altro: i francesi non esitano un momento ad imprigionare Cohen con l’accusa di essere alleato coi berberi per il semplice fatto di essere totalmente all’oscuro del concetto di AR che invece è più che noto a Cohen e alla sua gente.
Un esempio di sfida comunicativa asimmetrica sempre su questa linea potrebbe essere l’accusa di colpevolezza da parte di un giudice nei confronti di un uomo che ha ucciso con un colpo di pistola un ladro che si era introdotto dentro casa propria. Da un lato il giudice, in questo caso considerato l’autorità in carica, farà appello alle sue conoscenze giuridiche per arrivare ad una sentenza, in questo caso di colpevolezza. L’uomo accusato, d’altro canto, cercherà in tutti i modi di far capire al giudice che quanto fatto è derivante da un atto di difesa e protezione della propria famiglia e della propria abitazione. L’uomo accusato, così come Cohen, verrà imprigionato per un’azione spinta da un principio che lui sente come naturale e dovrà adattarsi passivamente alla decisione presa, mentre il giudice, e quindi l’autorità in carica come nel caso dei francesi, possiede un background diverso e non considera giustificabili i valori a cui l’uomo fa appello.

Giorgia Giovannini

Martina Gerace ha detto...

Un primo momento di duello simbolico fra Cohen e i francesi si realizza nel momento in cui Cohen, dopo l’irruzione della banda di predoni nella notte a casa sua (fatto che provoca la morte dei suoi clienti), si reca dal capitano Dumari perché gli venga restituito il suo ‘ar e perché possa avere indietro quello che gli è stato sottratto con un valore di circa 4/5 volte il valore originario, come previsto dal patto di mezrag; dunque chiede l’autorizzazione dell’autorità francese perché possa ricorrere all’aiuto dello sceicco per ottenere il suo ‘ar. In questo caso Cohen ricorre all’arma del mezrag, al patto commerciale previsto dal suo sistema culturale, ovvero a un segno condiviso nell’allora impero ottomano che ormai stava collassando, per ottenere quello che gli spetta. I francesi in questa prima mano di gioco rispondono col proprio sistema culturale, col proprio sistema di potere che avevano stabilito in Marocco, che prevedeva l’abolizione del mezrag; pertanto il capitano Dumari non gli dà il permesso di rivolgersi allo sceicco ma se ne lava le mani con un “Se ti fai ammazzare è affar tuo”. Cohen utilizza questa frase come prova di autorizzazione verbale, traduce questi segni verbali, attribuendogli un significato diverso da quello che gli aveva dato il colonizzatore francese. Si realizza uno scontro tra il disinteresse del colonizzatore e l’ironia di chi resiste alla colonizzazione in questo dialogo.
Successivamente vi è un secondo duello simbolico, nel momento in cui i francesi vedono arrivare Cohen col gregge di pecore e gli chiedono cosa diavolo stia succedendo e lui risponde di essersi ripreso il suo ‘ar. I francesi, non riconoscono l’esistenza del segno ‘ar, non riescono a capire il significato di questa frase; quindi rispondono a questa riconquista di Cohen del’ ar (il quale si era avvalso come arma della legge vigente nel suo sistema culturale) con una presa di potere, avvalendosi della loro posizione di potere rispetto a Cohen in quanto erano i colonizzatori, imprigionandolo con l’accusa di essere una spia di berberi ribelli.
Dopo che Cohen viene rilasciato dalla prigione vi è un ennesimo duello simbolico nel momento in cui va a lamentarsi dal colonnello francese della regione, sempre avvalendosi della legge del suo sistema culturale, e il colonnello risponde che non è affar suo, quindi è una sorta di epifania della burocrazia, risponde con l’arma del disinteresse, amministrando sul territorio in maniera cieca e neutra, disinteressandosi dei rapporti interpersonali e cercando di burocratizzare le relazioni interpersonali.

Un esempio che mi viene in mente in cui le armi comunicative in campo non sono equivalenti è con gli omosessuali che ci sono in Italia. Per quanto gli omosessuali presenti in Italia possano fare proteste perché la Legge italiana riconosca loro il diritto di poter adottare un bambino, per quanto ci siano scienziati e psicologi che affermino che il bambino cresca serenamente e senza alcun disturbo seppure con due genitori dello stesso sesso, di fatto la normativa italiana non prevede l’adozione di bambini da parte di coppie dello stesso sesso. Finché lo Stato italiano non riconoscerà loro questo diritto, è inutile ogni petizione da parte degli omosessuali, l’appellarsi al fatto che in tanti altri Stati questo diritto sia riconosciuto. Di fatto una legge deve prima essere approvata in Parlamento, che è detentore del potere, mentre i cittadini, in questo caso cittadini omosessuali, si trovano in una posizione subordinata in questo rapporto asimmetrico Stato-cittadini, e il loro volere non conterà nulla finché la normativa vigente non cambierà.

Martina Gerace

Claudia Presutti ha detto...

PRIMA PARTE Geertz appunta nelle pagine del suo diario la storia di un vecchio ebreo di nome Cohen,suo informatore ( immagine che rievoca quella dell’antropologo Piero Vereni e del suo informatore Leonidas nel libro ‘Vite di confine’) . Funzione insita nel racconto è quella di proporre un esempio di come si proceda nella elaborazione di una etnografia,ricercando l’adeguatezza della rappresentazione che l’attore sociale cerca di raccontare e non riportando la realtà effettiva della totalità del popolo.
E’ bene evidenziare che il racconto è ambientato nel periodo della cosiddetta ‘corsa alle colonie’ da parte delle potenze europee, che corrispose ad una diffusione sempre maggiore di una particolare forma di razzismo,definito ideologico,secondo il quale il ruolo principale del colonizzatore era quello di trasmettere la cultura europea nelle colonie in modo da ‘civilizzare’ popolazioni considerate tribali e primitive,sopprimendo e ingnorando l’universo culturale che ne caratterizzava l’identità . Questa concezione ritorna anche a livello del racconto ,che vede protagonista un giovane commerciante ebreo disposto in tutti i modi ad affermare i suoi valori a costo di sfidare con astuta ironia la negligenza francese,disinteressata alla cultura di quel popolo cui lo stesso Cohen apparteneva e volta unicamente a occuparne il territorio per affermarne l’ordine sociale.
Nel racconto emergono due realtà che ,per quanto asimmetriche , si trovarono di punto in bianco a dover convivere durante il periodo delle colonizzazioni europee, cercando continuamente l’una di affermarsi sull’altra : quella di Cohen , rotante attorno ad un universo di valori che, per inerzia o per puro menefreghismo, veniva ignorata da quella francese, che tendeva in qualsiasi modo ad affermare sul territorio la sua superiorità e le sue pratiche(sia amministrative che militari). Coehn,dopo aver subito un furto che ha gravemente minato l’integrità del suo ‘AR’,( cioè del suo ‘onore’,fondamentalmente importante per essere un buon mercante in gran parte del Mediterraneo) tenta di appellarsi all’autorità militare francese affinché riceva da essa il consenso per poterlo recuperare . Quest’ultima,noncurante di quanto quell’oggetto culturale fosse importante per il giovane ebreo - e per il suo popolo- con completo disinteresse liquida Cohen e la sua apparente ‘inutile causa’. Di qui emerge quindi il disinteresse del colonizzatore per l’insignificante ‘ar’ perduto da Cohen ma anche l’ironia del colonizzato che fa finta di obbedirgli ma in realtà lo raggira:Cohen infatti reinterpreta a suo modo le parole del capitano francese ,trasformando il suo atto di menefreghismo in un implicito e celato consenso verbale. Dopo una trattativa con i berberi del deserto,che riconoscono il valore semiotico dell’ar,Cohen riesce a recuperare il suo onore, tornado a Marmusha con 500 pecore dategli dai berberi e scelte da lui tra le più belle. Avvistato quest’uomo già noto per le sue strambe richieste,i francesi lo accusarono di essere una spia berbera e lo imprigionarono ,rifiutandosi completamente di interpretare il suo gesto e la complessità del mondo di valori che si cela dietro di esso. Nel racconto si consuma quindi un duello tra due realtà diametralmente opposte: quella dei francesi, che si rifiutano di riconoscere il ‘diverso’ e quella rete di segni fatta di ‘mezrag’ ,di ‘ar’ e di sceicchi (ignorandone l’esistenza e anzi facendo leva su di essi per affermare la loro superiorità) e il forsennato tentativo del giovane mercante ebreo di affermare a tutti i costi le proprie nozioni culturali e di mantenerle vive.

Claudia Presutti ha detto...

SECONDA PARTE Torniamo anche noi così come Geertz indietro nella storia,nel periodo di totalitarismi,in particolare di quello fascista in Italia. In questo periodo si assiste ad un'opera di riformazione delle coscienze nazionali,volte alle creazioni di uomini nuovi fedeli ai dettami del neonascente regime fascista. In questo contesto,le opposizioni tendevano ad essere allontanate o soppresse in qualsiasi modo e attraverso qualsiasi mezzo. Coloro i quali non aderivano alla ideologia fascista(i cosiddetti ANTIFASCISTI),furono costretti a lasciare l’Italia - recandosi principalmente in Francia – o furono innocenti vittime di violenze e aggressioni brutali da parte di squadre d’azione, che avvenivano con la connivenza del Governo e senza possibilità di ribellione. Il loro universo di valori,basato magari su idee familiari al comunismo o al socialismo, non riuscì a resistere e ad affermarsi dinanzi all’impetuosa volontà di Mussolini di eliminare le opposizioni e qualunque rete di segni che non fosse conforme a quel processo di omologazione culturale da lui avviato. Vi è quindi un’affermazione della superiorità del dittatore che, avendo in mano il potere ,riuscì a costruire un modello di ‘uomo nuovo’ che si allineasse alla ideologia fascista,(attraverso un accurato processo di ‘foggiatura’ della popolazione,che mirava soprattutto all'indottrinamento dei giovani)e a sbarazzarsi di quella fazione di popolazione che,così come Cohen, pur cercando di affermare il proprio sistema di valori ,non riuscì sfondare la fortezza culturale fascista.

Veronica Orsini ha detto...

Nella storia di Cohen vi sono tre occasioni in cui è ben visibile lo scontro simbolico fra il protagonista e i colonizzatori francesi. In tutti i casi lo scontro è attuato con armi impari ed il rapporto è asimmetrico. Il primo è quando Cohen, essendo stato derubato del suo 'ar, il suo onore, si reca dal comandante locale francese Dumari per lamentare il fatto che i predoni berberi gli avevano rubato questo suo 'ar e che lo rivoleva indietro come da patto usuale, vigente da prima che arrivassero i francesi, che prevedeva un risarcimento di 4 o 5 volte maggiore. Il comandante Dumari, dall'alto della sua superbia coloniale, gli risponde che se Cohen si fa ammazzare dai ribelli berberi è solo "affar suo". Da tale affermazione, il giovane e furbo Cohen, tira fuori un'illegittima autorizzazione da usare a suo piacimento. Da una parte, quindi, Cohen usa due armi comunicative sicuramente a suo favore: prima l'appello al diritto del risarcimento del suo 'ar, concetto sconosciuto ai colonizzatori stranieri, menzionando anche il patto del mezrag, e poi l'ironia e la furbizia di chi non vuole piegarsi alla prepotenza francese. Dall'altra, però, il comandante francese è in una posizione da subito avvantaggiata, cioè quella del colonizzatore, del potente. Dumari infatti gli dice che può anche andare a farsi ammazzare, a lui comunque non importa nulla.
Il secondo episodio vede un vittorioso Cohen rientrare a Marmusha con il suo risarcimento di 500 pecore dei Berberi ribelli per poi scontrarsi con i francesi che non comprendendo il suo diritto all' 'ar e per questo sequestrano il gregge e lo chiudono in prigione.
La terza occasione di duello simbolico è quando Cohen tenta tenacemente di farsi valere e chiede stavolta ad un grado militare più alto di riavere ciò che gli spetta di diritto. Ancora una volta, la risposta del francese è di totale indifferenza e può essere tale perché il colonnello ha il potere dalla sua parte. In tutti e tre gli episodi vediamo come sebbene le armi di Cohen siano la legittimità di un diritto e la furbizia, nonché la tenacia, i colonizzatori francesi vincono sempre. Essi dimostrano la propria superbia non sforzandosi nemmeno di riconoscere il valore del significato di 'ar, quando invece i ribelli berberi condividono la cultura di Cohen e quindi si comportano in maniera più "civile" dei francesi scendendo a patti con il mercante ebreo.
Personalmente, assisto spesso ad un duello comunicativo asimmetrico tra una mia cara amica e sua madre. Purtroppo, la maggior parte delle volte la mia amica ha ragione nel lamentare il fatto che la madre non le permette di fare molte cose da sola nonostante lei abbia 25 anni, ma la madre mette in campo armi assolutamente superiori a quelle della figlia, vale a dire il potere genitoriale che lei usa in maniera quasi dittatoriale, chiamando in causa tutti gli sforzi che fa per la famiglia, per lei e via dicendo. Lo scontro è impari e alla mia amica a volte non resta che soprassedere.
Veronica Orsini

Giulia Eleuteri ha detto...

Cohen è un ebreo sefardita nel Marocco del 1912, momento nel quale l’influenza ottomana sta cedendo il passo alla dominazione francese. Gli attori sociali di questo confronto del tutto impari sono appunto il commerciante e i neo-colonizzatori. È un duello che investe due reti di segni, due diverse culture. Da un lato abbiamo i francesi portatori del tipico “atteggiamento coloniale”: chiusi nel loro etnocentrismo, si considerano unici detentori della civiltà e non hanno interesse alcuno a indagare le reti di segni di un popolo che considerano inferiore. Le loro armi sono l’indifferenza, il tentativo di burocratizzare le relazioni interpersonali e una volontà di amministrare in maniera distaccata e ceca. Dall’altro abbiamo Coehn che azzarda a resistere a questo dislivello di potere trasformando il disinteresse francese in una sorta di autorizzazione implicita a procedere nella rivendicazione del suo ‘ar (onore). Nonostante la caparbietà di questo personaggio il divario di potere non può che andare a suo sfavore: proprio come un esercito di coraggiose formiche che, attaccando un elefante, non possono che essere sconfitte con bieca noncuranza dal pachiderma. Infatti, sebbene l’ebreo pensi di essere riuscito in un primo momento a raggirare le istituzioni, egli perderà le cinquecento pecore che rappresentano il suo onore redento. Infine, nonostante vada a lamentarsi con il colonnello della regione per la restituzione di quel bestiame, che secondo la propria rete di segni considera suo di diritto, ancora una volta verrà liquidato miseramente e accantonato come una faccenda di nessuna importanza.

Come esempio di situazione che si rivela impari nella sua gerarchia penso alle dinamiche del bullismo. Il bullizzato tenta, proprio come Cohen, una strategia di resistenza ma spesso è costretto a piegare la testa. Si innesta un meccanismo per cui egli ad esempio è costretto a fare i compiti del bullo o a cedere oggetti di sua proprietà. È una vessazione verbale prima che fisica, come dimostrano sempre di più i numerosi casi di cyberbullismo sui social. Le armi del bullo sono la brutalità e spesso l’omertà delle persone che assistono alla violenza: nessuno interviene per paura di diventare a sua volta una vittima. Egli inoltre si ritiene detentore di una rete di segni moralmente superiore e tenta di schiavizzare chi non vi si attiene: stabilisce cosa è “figo” e cosa no; chi è dentro il “giro che conta” e chi ne è irrimediabilmente tagliato fuori. Proprio per questo, come il commerciante del racconto di Geertz, il bullizzato cercherà l’alleanza dei suoi “simili” (altri ragazzi come lui messi al margine). Assieme ad essi egli cercherà in tutti i modi di riconquistare uno status sociale all’interno del gruppo classe, quasi sempre senza riuscirci (che la “popolarità” sia la nostra variante di ‘ar?). Questo mi fa pensare come spesso non sia necessario uscire dalla propria cultura per incontrare indifferenza, incomunicabilità e sopraffazione: tante volte basta rimanere al proprio posto su un banco di scuola.

Giulia Eleuteri

lettere

0230674

giulia morè ha detto...

Le relazioni interpersonali che si instaurano nelle società umane sono caratterizzate, spesso, da un rapporto asimmetrico, dove si riscontra un'organizzazione gerarchica del potere.
Il duello simbolico tra Cohen e i francesi si svolge in una situazione di disparità. Cohen si reca dari francesi con la speranza che essi possano fornirgli l'autorizzazione per poter recuperare l'onore che gli era stato rubato da un gruppo di predoni. I francesi, però, non compresero ciò che Cohen gli stava chiedendo e non fecero alcuno sforzo per cercare di comprenderlo. In egual misura, Cohen non era interessato ad ascoltare la risposta dei francesi. Infatti, pur non essendo stato autorizzato, si sente giustificato ad andare a recuperare l'onore rubato.
La storia di Cohen incarna un esempio chiaro del rapporto che si instaura tra colonizzatori e colonizzati.
Questo tipo di relazione può essere riscontrata in diverse situazioni della vita quotidiana. Un esempio viene incarnato dal rapporto che si instaura tra genitori e figli soprattutto durante l'età adolescenziale, durante la quale i figli tendono a volere maggiore indipendenza e vedono i genitori come degli ostacoli alla loro libertà, a causa delle numerose restrizioni a cui li sottopongono.

Giuseppe Grieco ha detto...

Geertz con questo episodio avente come protagonista il pastore Cohen ci mostra lo scontro tra due culture diverse non comunicanti: quella dei francesi colonizzatori, incuranti delle norme vigenti precedentemente al loro arrivo, e quella di Cohen, che invece queste regole le ha ben scolpite dentro, e che cerca disperatamente di riacquistare il suo ar perduto e fondamentale nel suo mondo culturale, venendo ignorato dai nuovi governanti. Per questo esso cerca una soluzione nel patto di mezrag, andando oltre le nuove regole, ma nonostante ciò la sua posizione risulterà sbilanciata rispetto a quella dei francesi, che alla fine lo incarcereranno, rendendo vani i suoi sforzi e dimostrando la superiorità della loro forza.
Come esempio di duello con armi comunicative non equivalenti mi viene in mente l'inizio della storia del film Il grande Lebowski, quando i due farabutti fanno irruzione in casa del povero Drugo, cercando da lui i soldi di un debito non suo. In questo caso abbiamo da una parte i due malviventi che, sordi alle giuste proteste del protagonista, continuano a maltrattarlo e a metterli a soqquadro casa, dall'altra Drugo che cerca appunto di dimostrare la sua innocenza rispetto alla situazione, soccombendo però alla violenza dei due.

Michelina Iula ha detto...

Il duello simbolico che si realizza tra Cohen e i francesi nasce da un fallimento della comunicazione, risultato di incomprensione culturale, dato che coesistono culture diverse: ebrea, berbera e francese. Da un lato troviamo Cohen, mercante ebreo legato ai suoi principi, alla sua cultura e pronto a riconquistare il suo “ar”; dall'altro i francesi popolo di colonizzatori, con il loro potere e la loro forza, che non comprendono cosa sia questo “ar” rifiutando così a Cohen di concedergli un aiuto ufficiale, congedandolo con la frase (“è un problema tuo”), che Cohen interpreta come un invito a risolvere da sé il suo problema.
Una comunicazione asimmetrica è quella che si crea ad esempio tra due alpinisti che si arrampicano su una parete rocciosa. Il capo cordata che conosce meglio del secondo alpinista la montagna, stabilisce il percorso, individua gli appigli, impone gli spostamenti che il secondo alpinista deve seguire, senza prendere iniziative autonome ed evitare di compromettere la scalata.

Claudia Spinozzi ha detto...

Q1
Il duello simbolico tra Cohen e i francesi rappresenta proprio uno scontro tra due culture, o reti di significato, molto diverse tra loro. Entrambi usano svariate armi: i francesi affermano la loro superiorità in quanto attraverso la loro opera di colonizzazione, detengono oramai il potere sia amministrativo che militare, si ritengono i veri portatori di civiltà e ciò (secondo la loro visione) giustifica la loro indifferenza nei confronti delle lamentele di Cohen. Egli infatti utilizza come propria arma la sua grande paura e disperazione per l'onore perduto (ar), il rispetto delle antiche leggi del mezrag e altre piccole tradizioni dei commercianti. Lo sfida comunicativa tra i due è pero asimmetrica: Cohen comprende la posizione di autorità ormai conquistata dai francesi e li rispetta chiedendo proprio a loro e non allo sceicco (come era solito fare) il permesso di riprendere l'onore perduto; i francesi invece non si sforzano neanche di capire le richieste di Cohen, sono indifferenti e fraintendono le sue azioni. Come esempio in cui le armi comunicative non sono equivalenti possiamo pensare alle figure di Chef, cuoco e cameriere: in un ristorante qualsiasi la comunicazione tra le tre figure citate è fondamentale per la buon riuscita del servizio, quindi tutte sono necessarie e dipendono l'una dall'altra; nonostante ciò lo chef ha sicuramente più potere e autorità delle altre, egli infatti può dare ordini o sgridare per uno sbaglio.

Alessia Concetti ha detto...

Il duello che intercorre tra Cohen e i francesi non è ad armi pari, perchè come è chiaro dalla storia, i francesi sono i colonizzatori del Marocco e quindi fanno valere i propri diritti e pretendono che i colonizzati li rispettino, nonostante questo vada contro la loro cultura o il loro modo di essere.
Questo episodio ricorda quello che succede quando ci si trova anche in un tipo di lavoro subordinato: il mio capo mi dice cosa fare e io sono pagato per mettere in atto i suoi ordini anche se non rispecchiano la mia personalità ed il mio modo di agire. Vorrei prendere ad esempio un episodio che è successo quest’estate, quando lavoravo in un bar della spiaggia di un albergo. una mattina, all’ora di aprire era nuvoloso e il proprietario mi ha ordinato di rimanere nel bar interno dell’hotel, dato che i clienti non sarebbero scesi in spiaggia. Dopo 10 minuti gli ho fatto notare che il tempo si era rasserenato e che sarebbe stato più opportuno che io mi spostassi in spiaggia, ma la mia proposta non è stata ascoltata, nonostante avessi ragione. In questo caso il proprietario ha fatto valere il suo potere di decidere su cosa fare della sua attività nonostante una sua dipendente le abbia fatto notare cosa sarebbe stato più giusto fare.

Eleonora Cericola ha detto...

L'esempio di Cohen e i francesi preso da Geertz riporta un chiaro esempio di come la cultura non abbia lavorato. I francesi non riescono a comprendere i comportamenti di Cohen e viceversa lui non dà modo di farsi capire,ed entrambi restano chiusi nelle loro visioni del mondo, e non c'e' immersione della cultura dell'altro.
 In questo caso poi vediamo come il rapporto tra Cohen e i francesi comandavano nel territorio, non sia un rapporto alla pari. Il potere e' nelle mani dei francesi, coloro che hanno controllo sulla terra e decidono, mentre invece Cohen e' assoggettato al loro potere. Al potere del superiore. E' proprio per questo Potere che spesso la comunicazione non riesce come vorremmo. Abbiamo paura di comunicare all'altro, vediamo in lui il Superiore e ci poniamo molti freni nel comunicare cose importanti o disagi. L'esempio banale di capo d'azienda e un lavoratore di essa. Il lavoratore non può osare molto.
Un altro esempio e' quello tra un genitori e un figlio. Un figlio che il sabato sera vorrebbe uscire a divertirsi ma il genitore lo vieta. Certo il figlio può ribellarsi, ma sa a cosa andrà incontro e spesso accetta le decisioni del genitore, anche se quell'uscita era importante,  avrebbe rivisto un amico lontano o una ragazza, non potrà fare molto se vuole mantenere un equilibrio ed un rapporto stabile e tranquillo con il padre, che potrebbe vietarlo su altre future uscite.
Il rapporto tra schiavo e Padrone. Non e' asimmetrico, certo Hegel ci ha insegnato che senza lo schiavo il Padrone non e' Padrone. Ma quando lo schiavo e' sincero e si prosta nelle mani del suo Padrone, il potere oscilla molto dalla parte di quest'ultimo,e' lui a decidere e spesso a non capire eventuali problemi o necessità dello schiavo.
Alcune volte si dovrebbe andare oltre il proprio ruolo e quello dell'altro per immergersi in nuove prospettive e capire chi si ha di fronte...

Eleonora Cericola

Chiara Grossi ha detto...
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Ilaria Piacenti ha detto...

ILARIA PIACENTI
Il duello simbolico tra Cohen e i francesi si realizza attraverso armi non equivalenti. Da una parte ci sono i francesi colonizzatori che dimostrano un completo disinteresse verso i rapporti interpersonali con la popolazione locale, dall’altra Cohen che cerca di contrastare questa indifferenza e che a tutti i costi vuole far valere i suoi principi (totalmente sconosciuti ai francesi).
Per far capire cosa si intende con l’espressione “sfida comunicativa asimmetrica”, ho deciso di analizzare un caso estremo che ha scosso l’opinione pubblica nei primi anni 2000: il caso Welby. Welby, in considerazione del suo stato di malattia, in fase irreversibilmente terminale, chiedeva al medico dal quale era assistito, di non essere ulteriormente sottoposto alle terapie di sostentamento. Tuttavia, il medico opponeva un rifiuto alla richiesta di Welby, dichiarando di non poter dar seguito alla volontà espressa dal paziente, in considerazione degli obblighi ai quali si riteneva astretto. Nel frattempo Welby, più che certo dell’esistenza del suo diritto all’autodeterminazione, e data l’impossibilità di staccare il respiratore con l’assenso del giudice, decideva di proseguire nel suo intento, avendo trovato un medico anestesista disponibile a venir incontro alle sue esigenze. In questo caso, le armi comunicative non erano equivalenti. Da una parte lo Stato cercava di far valere la sua legge, dall’altro Welby cercava di far valere quello che riteneva essere il suo personale diritto, culturalmente condiviso da una parte dell’opinione pubblica.


FEDERICO COCCO ha detto...

Le "armi" di cui una determinata persona o meglio, un determinato popolo, possono usufruire si differenziano,spesso e volentieri, dalla posizione sociale e militare che ricoprono quest'ultimi. Il duello culturale protagonista della settima lezione del corso, é totalmente in una posizione di asimmetria, con il popolo colonizzatore (Francesi) che si trova in una posizione di vantaggio, come sempre avvenuto durante la storia dei popoli, rispetto al popolo colonizzato (Marocco) che deve combattere la sua personale battaglia contro l'oppressione della loro cultura, dei loro diritti e di tutto ciò che rappresentano. I protagonisti della vicenda, che ci fanno riflettere sulla disparità delle proprie armi utilizzabili e della loro differenza di potere, sono: un mercante Marocchino ebraico (Cohen), che cercherá di rivendicare il suo onore attraverso i valori della propria cultura (Ar e Mezrag) che erano stati, secondo lui violati, e un capitano Francese che, forte della sua posizione dominante, si potrá permettere di "snobbare" le richieste di risarcimento del mercante, poiché in una posizione di svantaggio facendo parte del popolo più "debole". Il capitano Francese poté far valere il suo potere militare maggiore arrestando Cohen dopo che, quest'ultimo, ottenne un gregge di pecore come risarcimento dalla tribù di Berberi. I due si sono affrontati in una sfida comunicativa usufruendo di armi non alla pari, questi tipi di "scontri impari" fanno parte della nostra vita, un esempio può essere in ambito militare lo scontro fra diversi livelli gerarchici, come fra generale e soldato dove il primo avrá un peso comunicativo più importante rispetto al secondo grazie al valore maggiore del suo grado, oppure semplicemente fra persone con una preparazione culturale differente, dove il più preparato riuscirá a far valere maggiormente le sue tesi durante uno scontro verbale, rispetto al meno colto che potrá fare maggiore fatica nel far prevalere la propria opinione.

FEDERICO COCCO

Federica Palazzi ha detto...

Il saggio di Clifford Geertz analizzato in classe tratta di una storia raccontata negli anni Sessanta da un mercante ebreo, ma le sue parole ed i suoi pensieri ci vengono riportate da Geertz; la storia si riferisce al 1912 ed ha come punto fondamentale quello del duello simbolico tra Cohen ed i francesi colonizzatori; è un duello legato al rapporto che si instaura tra i colonizzatori ed i colonizzati, all’interno del quale la comunicazione tra diversi linguaggi culturali non è capita, proprio perché, come abbiamo appreso nel corso delle lezioni, accettare una cultura differente dalla nostra non è mai un processo facile. Bisogna infatti riflettere sul sistema comunicativo con cui viene affrontato questo contrasto, creando così il dislivello tra le due parti: Cohen ha come arma la cultura e suoi principi, i francesi utilizzano la potenza e la forza delle armi; vi è, inoltre, un’altra differenza da sottolineare, ovvero che Cohen capisce di appartenere ad una cultura estranea ai conquistatori, mentre i francesi si disinteressano della condizione e situazione del mercante dando importanza solo al proprio sistema. Il mercante è determinato e pretende di seguire il patto di mezrag e non accetta l’espansione francese, vuole riappropriarsi del proprio “ar” e non segue le condizioni di un potere che però lo soprassalirà pian piano, ed infatti, verso la fine del racconto, la sua certezza e la sua forza interna diventerà sempre più sottile nascondendo con confusione la debolezza dinanzi alla colonizzazione dei francesi.

Come opinione personale, penso che la nostra intera vita ci metta alla prova per comunicare con ciò che ci circonda; siamo costantemente in comunicazione e, nella maggior parte delle volte, questa comunicazione si rivela asimmetrica: succede a lavoro con il direttore, a scuola con i professori, a casa con i genitori, persino dentro noi stessi. Siamo noi stessi a combattere le nostre guerre con un livello comunicativo differente da quello che presentiamo inizialmente, talvolta vinciamo, talvolta no, dalle situazioni più facili a quelle più difficili.
Con uno psicologo per esempio questo accade, il quale, per quanto possa aiutare a capire te stesso ed i tuoi problemi, utilizzerà sempre delle armi comunicative che si trovano ad un livello completamente diverso dal tuo.

valentina ciuchini ha detto...

Nella vicenda tra Cohen e i Francesi si vede il primo cercare di giocare d’astuzia, mentre i secondi sfruttare la loro situazione di superiorità per ottenere il massimo vantaggio con il minimo sforzo.
Cohen approfitta della situazione di confusione politica per procurarsi un fucile anche se gli era vietato, cerca di sfruttare la vicinanza dei Francesi per proteggersi una prima volta dai predoni, poi dopo il secondo attacco corre da loro per ottenere quella che dal suo punto di vista è giustizia; infine aggira il divieto e ottiene il risarcimento alla “vecchia maniera”, nel modo che è proprio della sua cultura.
Sembrerebbe esserne uscito vincitore, se non che i Francesi, con sua grande sorpresa gli sequestrano le pecore. A nulla gli serve andare a protestare con il colonnello, ormai le cose restano come sono.
Cohen in questa situazione è il giocatore sfavorito, ha tutto da perdere, per cui si sforza di interagire con la cultura dei colonizzatori, si muove avanti indietro tra i due piani legislativi (quello tradizionale del mezrag e quello della nuova legge coloniale) cercando di trarne vantaggio e giustizia; ciononostante alla fine rimane danneggiato perché i Francesi non ricambiano lo sforzo ci comprensione e interazione.
I Francesi, forti della situazione di superiorità, hanno imposto la loro legge, considerandola probabilmente più moderna e civile; in compenso non si sentono in dovere di farla rispettare (se non quando questo si rivela vantaggioso per loro, come ad esempio sequestrare le pecore di Cohen) e soprattutto non sentono il bisogno di comprendere le azioni e il contesto di coloro sui quali governano. Perché? Perché non gli serve, potendo usare la forza per ottenere ciò che vogliono si risparmiano la fatica di una vera comprensione e oppongono all’occorrenza uno muro di indifferenza o di burocrazia.

Ricalcando l’esempio di Cohen, ho spesso pensato che nei casi in cui i normali cittadini si trovano ad avere a che fare con dei rappresentanti “dell’ordine” ( che siano vigili urbani, controllori dei treni o carabinieri ) si instaura un duello comunicativo, nel quale i primi si sentono spesso i perdenti. Ad esempio qualche anno fa dei ladri sono entrati in casa mentre io e i miei genitori eravamo fuori e hanno rubato dei gioielli per poi scappare.
I miei genitori hanno chiamato i Carabinieri e questi appena arrivati hanno chiesto se ci fossero armi in casa, e dal momento che mio padre aveva un fucile da caccia gli hanno fatto una severa predica: la normativa prevede che il fucile sia tenuto smontato in una cassaforte, e visto che lui non lo aveva fatto (perché non lo sapeva ed era stagione di caccia) lo hanno minacciato di multe e ripercussioni legali. Infine se ne sono andati prestando poca attenzione al furto che tanto aveva sconvolto i miei.
Chiaramente i Carabinieri avevano ragione: “la legge non ammette ignoranza”, ma sicuramente ai miei genitori è rimasto l’amaro in bocca: visto lo shock non sono riusciti comprendere bene le preoccupazioni dei Carabinieri, mentre quest’ultimi non hanno mostrato il dovuto interesse per la paura il disagio dei miei.
Valentina Ciuchini

Eleonora Segaluscio ha detto...

Le armi utilizzate dai rispettivi contendenti nel suello simbolico sono le reti di segni appartenenti alle differenti culture prese in considerazione (francese-ebraica)

-Un esempio di "non equivalenza" di armi comunicative può essere la propaganda, utilizzata ovviamente a fini politici.
I politici in questione, che dovrebbero comunicare con il popolo, hanno, a differenza di questi ultimi,armi comunicative molto potenti( propaganda televisiva,radiofonica,pubblicitaria)comunque molto presente nella quotidianità delle persone.Ovviamente questa differenza è dettata anche dalla posizione che essi ricoprono.
Dall'altro lato, il popolo,cerca di comunicare qualcosa con armi differenti (manifestazioni,astenersi dal voto ecc), che però essendo ritenute inferiori, fanno in realtà poco "rumore" e non vengono prese in considerazione.
Ci troviamo quindi davanti ad una quasi assenza di comunicazione in quanto, alla fine,il popolo non ha quasi mai voce in capitolo nelle decisioni, che al contrario, vengono presep da chi ha in realtà più potere e riesce quindi a comunicare appunto i propri voleri.

Scarlett2392 ha detto...

Q1. Un duello simbolico asimmetrico a cui non ho mai partecipato ma che ho semplicemente visto in TV è quello che si svolge in un’aula di un tribunale (solitamente in stile americano): ci sono due parti in causa, l'una accusa l’altra, giudice e giuria. Verrà quindi esposto il caso in questione, si ascolteranno dei testimoni dare la loro interpretazione di ciò che hanno visto o sentito, la giuria darà una propria interpretazione ai fatti presentati e il giudice infine leggerà la sentenza finale. Il momento in cui l’avvocato della parte in causa A interroga un testimone per trovare capi d’accusa contro la parte B avrà sicuramente un linguaggio molto studiato e preciso con l’intento di poter "girare" a proprio favore qualsiasi cosa venga detta dalla persona chiamata a testimoniare, la quale è obbligata da un giuramento a dire solo ed esclusivamente la verità, che in realtà non è altro che la “sua” verità. Per quanto il testimone possa essere preciso e fedele ai suoi ricordi, le sue armi non saranno mai pari a quelle dell’avvocato che con la sua esperienza e conoscenza delle leggi, potrebbe tranquillamente riuscire a capovolgere la situazione che inizialmente sembrava essere propizia alla parte B.

Rossella Maria Coppolaro - LLEA

Bianca Bisciaio ha detto...

1) Nel racconto che abbiamo letto a lezione quello tra Cohen e i francesi può essere definito davvero un “duello”. Paradossalmente il povero Cohen trova più comprensione da coloro che lo hanno derubato che dall'autorità statale che dovrebbe tutelarlo. Cohen utilizza l'arma della furbizia e tenta di aggirare le nuove leggi senza dare nell'occhio (lo vediamo ad esempio quando dice di essersi procurato un fucile nonostante gli fosse proibito), riconosce la nuova autorità francese quando gli fa comodo (il primo tentativo di furto è sventato anche grazie all'arrivo dei francesi) e la scavalca quando lo ostacola (si rivolge al suo sceicco per avere un risarcimento per il suo ar nonostante sappia benissimo che il patto di mezrag è stato abolito dalle nuove leggi). Cohen si auto-convince di aver ricevuto l'autorizzazione dai Francesi ma in realtà non è così: ha distorto il messaggio che gli arriva dall'alto per volgerlo a suo favore attuando una sorta di resistenza alla colonizzazione. I Francesi dal canto loro non mostrano alcuna intenzione di capire cosa Cohen gli stia dicendo, non intendono aiutarlo e anzi, quasi infastiditi, se ne lavano le mani (“Se ti fai ammazzare è affar tuo!”). Ovviamente non vogliono perdere tempo in un affare che gli è poco chiaro, che richiederebbe sforzo da parte loro per essere compreso e non gli porterebbe alcun vantaggio. Quando però Cohen torna con un gregge di pecore allora sì che gli conviene prendersi carico della questione. E la risolvono nel modo più favorevole per loro: applicano la loro legge, sequestrano il gregge di Cohen e lo mettono anche in galera accusandolo di essere complice dei berberi. I Francesi usano quindi le armi dell'indifferenza, della superiorità, del potere.
Un episodio di sfida comunicativa ad armi impari che posso citare risale ai tempi del mio liceo. La premessa è questa: i miei genitori mi hanno cresciuta nella più totale libertà di culto, mio padre ateo mia madre cattolica moderata, niente battesimo alla nascita, niente messe domenicali imposte (a qualcuna sono andata per mia volontà e curiosità). Durante i miei anni di liceo ho conosciuto diverse insegnanti di religione (anche se io ero esonerata dalla materia) con cui trovavo stimolante confrontarmi su alcuni temi. Ne ricordo una che odiava, non è un termine esagerato, gli omosessuali. Così durante una sua lezione ho deciso di iniziare un “duello” sulla questione. Io cercavo di farla mettere nei panni di una persona che si scopre omosessuale, che non lo sceglie ma lo è, che si innamora come tutti, che prova gli stessi sentimenti dei classici romanzi d'amore. E lei rispondeva, senza neanche ascoltarmi, ripetendo meccanicamente le stesse cose (del genere “non sono normali, sono malati, vanno curati e aiutati”). Ovviamente è finita che lei, sfruttando la sua autorità di insegnante, mi ha cacciato dall'aula con una nota perché le avevo mancato di rispetto.

Bianca Bisciaio, matricola 0229645

Martina Luciano ha detto...

L'arma usata nel duello simbolico tra Cohen e i francesi è la rispettiva differenza culturale. Cohen fa riferimento alla propria cultura basata sul valore dell'onore, per lui il suo Ar è tutto e averlo perso significa cadere in disgrazia, poiché oltre a perdere la faccia perde il suo onore. Il patto di Mezrag è quindi l'unico modo che gli permette di essere risarcito.
I francesi però non capiscono di cosa lui stia parlando poiché per loro, nella loro cultura, il reato d'onore non esiste. I francesi si considerano come "portano di civiltà” e di conseguenza non accettano questi sistemi di giustizia privata, piuttosto per qualsiasi problema ci sono postazioni militari a cui rivolgersi.
Tra l'altro, tra le due parti, non abbiamo un duello equivalente, ma asimmetrico poiché da un lato c'è un'autorità straniera che ha il potere, mentre dall'altro c'è Cohen, un semplice mercante ebraico. Alla fine del racconto infatti, ad avere la meglio saranno proprio i francesi che arrestano Cohen e sequestrano l'Ar che era riuscito a riconquistare (un gregge di 500 pecore).
La difficoltà di comprendersi era quindi dovuta a sistemi di riferimento culturale diversi, gli unici a capire di cosa Cohen stesse parlando sono propri i nemici, i predoni, i quali gli dicono "va bene parliamone", ciò significa che sanno cosa sia l’AR, sanno cosa sia un patto di Mezrag e sanno di aver violato il suo onore. In questo “va bene parliamone” c’è tutto lo spessore della cultura, loro stanno riconoscendo il valore semiotico della cultura.

Per quanta riguarda un episodio in cui le armi comunicative non sono equivalenti, possiamo ricordare uno dei tanti riportati dal telegiornale che riguardano moltissime ragazze musulmane che vivono in Italia. Sono storie di ragazze che vogliono vestire alla occidentale e che vengono punite, se non persino uccise, dai loro padri o fratelli perché in contrasto con i valori della propria cultura. Le armi comunicative sono diverse perché queste ragazze fanno riferimento alla cultura occidentale che permette di indossare abiti aderenti o scollati, mentre i loro padri/fratelli vedono questa cosa come una vergogna per la loro famiglia e per il loro sistema di regole. Inoltre anche qui, come nella storia di Cohen, il rapporto è asimmetrico poiché abbiamo da un lato il potere autoritario maschile, dall'altro la donna che deve rispettare le regole e quel potere.

MARTINA LUCIANO

Chiara Grossi ha detto...

Chiara Grossi: il dialogo tra Cohen e i Francesi è di natura asimmetrica, in quanto il primo è un mercante, suddito di un impero, quello ottomano, in fase di sgretolamento, di collasso, mentre i Francesi, colonizzatori, rappresentano i nuovi dominatori, qualcosa di completamente nuovo in quei territori, anche dal punto di vista della gestione del potere. Infatti, nel primo dialogo che Cohen ha col il capitano Dumari, i due non si intendono, o meglio ciascuno dei due attua una vera e propria strategia dialogica. Dumari vuole liberarsi in quattro e quattr'otto del "povero" Cohen, il quale si lamenta di aver perso il suo "Ar" (Dumari non ha la più pallida idea di cosa sia questo Ar!!!!), ma conosce il patto di mezrag e sa benissimo che non può autorizzarlo. Così liquida Cohen, nella convinzione che forse la cosa si chiuderà così. Cohen, dal canto suo, applica le proprie reti simboliche e forza il laissaz faire di Dumari, traducendolo in un'implicito consenso alla restituzione dell'Ar. Sostanzialmente i due non si capiscono e Cohen calca un po'la mano per riprendersi ciò che all'interno del suo universo culturale legittimamente gli spetta.
Le cose cambiano quando il mercante ebreo torna indietro con le pecore. "Cosa sono queste?"- chiedono a Cohen i Francesi- ed egli risponde che il gregge datogli dai Berberi è il suo Ar. Logicamente i colonizzatori non hanno le categorie che permettano di tradurre questo messaggio, tanto meno dal punto di vista di Cohen. Per loro, egli è o un ladro o un ribelle egli stesso. Così lo arrestano, visto che appunto la relazione è asimmetrica e l'ultima parola spetta a loro.
L'asimmetria caratterizza moltissime relazioni umane: il rapporto padre-figlio, le relazioni all'interno dei corpi militari, i rapporti di lavoro, etc.etc.etc.
Così spesso si rischia di creare un doppio livello di incomprensione: non solo non condividiamo lo stesso contesto culturale, ma siamo anche in una posizione di potere diversa, per esempio siamo una maggioranza rispetto ad una minoranza. E' facile che l'incomprensione sia poi il primo passo verso l'intolleranza. Penso alla grande difficoltà che incontrano le minoranze linguistiche ( difficilmente minoranza ed accettazione sociale viaggiano a bracciatto,l'antropologia ci sta aiutando a riflettere proprio su questo, sul potere straniante della differenza) nel mio caso mi riferisco alla Lis, lingua dei segni italiana. Moltissimi membri della comunità udente (la mia comunità!!!!) ignorano completamente cosa sia, il suo statuto di lingua naturale, l'utilità insostituibile che essa può avere nella formazione identitaria e culturale del bambino sordo. Non solo, molti campi di ricerca si sono aperti sulla possibilità di far sì che la lingua dei segni possa essere utilizzata anche con i bambini udenti, per esempio per potenziarne l'attenzione o rafforzarne la sicurezza di sè, in quanto comunicazione che implica un mettersi in gioco, che è completamente diverso dalle lingua vocali. Dietro a questa disinformazione o meglio assenza di informazione, è evidente, sta il Potere, con i suoi interessi economici.
E' un discorso lungo e complesso, ma mostra chiaramente come non dobbiamo mai fermarci ad una lettura superciale ( potrei dire thin) della realtà che ci circonda.

Sarah Dari ha detto...

Lo "scontro" culturale tra Cohen e i colonizzatori francesi è un esempio esplicativo di ciò che accade, e delle incomprensioni che si possono creare, quando si innesta una nuova cultura in un territorio in cui ne vige un'altra. Cohen, molto furbamente, si rivolge al capitano della polizia francesce per reclamare il suo ar, perso a causa di alcuni componenti di una tribù di berberi. Il capitano francese, non essendo in grado di capire il senso di un segno culturale come la perdita dell'ar, si libera di ogni responsabilità rispetto alla vicenda. Il commerciante Cohen interpreta a suo favore il malinteso intercorso fra lui e il comandante, e decide di farsi giustizia "alla vecchia maniera", ovvero avvalendosi del mezrag, patto commerciale abolito dai colonizzatori, e chiedendo aiuto al proprio sceicco protettore. A causa dello stesso malinteso culturale, Cohen finirà in prigione accusato di essere una spia della tribù berbera ribelle, perdendo così le 500 pecore che stavano a simboleggiare il suo ar riconquistato.

Come esempio di scontro culturale e comunicativo ad armi impari mi viene in mente una mia vicenda personale.
Qualche anno fa mi trovavo a fare visita a un mio cugino. Abita in un piccolo paesino in provincia di Rieti in cui le fonti di sostentamento principali sono l'agricoltura, l'allevamento e la caccia. Eravamo nei pressi della sua stalla, quando un gattino finisce accidentalmente sotto la ruota di un trattore in movimento. Mio cugino decide, a sangue freddo, di finire l'animale ormai morente a bastonate. Ho provato a oppormi in tutti i modi, suggerendo di sopprimere il gatto con il medoto farmaceutico, ma non c'è stato verso e ho dovuto assistere a una scena per me macabra.
Ripensando oggi a questo accaduto, alla luce delle nozioni di antropologia e etnografia che ho assimilato fin ora, ho capito che quello era un duello fra due culture diverse: mentre io, venendo da un contesto cittadino, vedo il gatto come animale domestico e da compagnia, mio cugino, essendo cresciuto invece in un contesto rurale e dunque possedendo una rete di segni diversa, considera gli animali alla stregua di strumenti o oggetti, verso i quali spesso è quasi impossibile provare pietà.
E' stato uno scontro ad armi impari poichè mio cugino "giocava in casa" e ha quindi risolto le cose a modo suo.

Loredana Opris ha detto...

Dopo aver conosciuto la storia di Cohen narrata da Geertz, vediamo come alcuni aspetti non condivisi della cultura possono portare a delle conseguenze inaspettate. Le parole dei predoni rivolte a Cohen ''va bene, parliamo''- celano un significato che entrambi gli attori sociali comprendono. Il rapporto tra i francesi e Cohen non è altrettanto trasparente. Il problema risiede nello squilibrio comunicativo e nel diverso significato che ognuno attribuisce ad un determinato segno. I francesi non capiscono la thick description dell'ar e del patto di mezrag. A tutto ciò si aggiunge un rapporto di gerarchia che si è appena istaurato in quella terra: i francesi, i nuovi arrivati si trovano in una posizione di superiorità rispetto agli altri abitanti. Sono loro che governano, hanno il potere per farlo, mentre Cohen nonostante non abbia rubato le pecore viene imprigionato.
Un esempio analogo che mi viene in mente è quello della storia di Sacco e Vanzetti, anche loro vittime a pari di Cohen di un sistema in cui le parti coinvolte non possiedono armi comunicative equivalenti e dove vince il più forte. Sacco e Vanzetti erano 2 emigranti italiani negli Stati Uniti. Nel 1920 essi furono accusati di 2 reati: omicidio e furto in una fabbrica di calzature. Nonostante il processo non sia mai riuscito a dimostrare la loro colpevolezza, all'epoca, l'opinione pubblica tanto reticente e piena di pregiudizi nei confronti degli stranieri, spingeva le autorità a trovare un capro espiatorio. Chi accusare se non i 2 emigranti che palesemente si trovavano in condizioni di inferiorità rispetto agli accusatori. La loro sfortuna è dovuta al fatto che erano entrambi stranieri e non parlavano molto bene l'inglese quindi non erano in grado di difendersi. Visto le condizioni risultava più facile accusare e chiudere il caso. Questo può rappresentare un tipico caso in cui le parti coinvolte non possiedono armi equivalenti, e quindi vince il più forte.

Vanessa Sabellico ha detto...
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Vanessa Sabellico ha detto...

Sabellico Vanessa
Q1
Armi di Cohen : la parola,il suo sistema di segni e i valori associati,la sua cultura,il suo coraggio,l’ ironia di chi resiste al colonizzatore distorcendo un messaggio di disinteresse e trasformandolo in una specie di autorizzazione implicita( fa finta di obbedire raggirando il colonizzatore).Parla, in termini culturali, di “ar” come valore condiviso dai predoni,che riconoscono l’esistenza del segno “ar”, i quali attribuiscono un significato a questo segno perché condividono la stessa cultura e sanno che va rispettato.L’arma che usa con loro è l’ar,o meglio il rispetto di questo principio, per il quale riesce ad ottenere un risarcimento da loro che glielo avevano sottratto .Armi dei francesi: disinteresse del colonizzatore, mantenimento dell’ordine civile, la forza del loro potere,la sicurezza della loro posizione.
Abbiamo il seguente caso.Giovanni denuncia la sua ex fidanzata per averle danneggiato l’auto, ha le prove del fatto che sia stata lei perché è stata ripresa da alcune telecamere posizionate presso il supermercato adiacente al parcheggio della sua auto.In tribunale la donna appella le seguenti motivazioni al suo folle gesto: Giovanni l’ha tradita con la sua migliore amica,si è comportato male con lei, l’ha maltrattata verbalmente, e l’ha umiliata, cercando di smuovere gli animi sensibili della giuria e del giudice.Moralmente la ragione pare della donna tradita,che rivendica il danno sentimentale subìto.Il giudice e la giuria che hanno in mano delle prove (il filmato che riprende l’atto vandalico della donna) hanno il potere e il dovere di condannare la donna che si era appellata al valore della sua persona. In tal caso voglio sottolineare come il potere decisionale e legale del giudice e della giuria abbiano validità decisionale rispetto alle ragioni e alla parola della donna che non hanno alcun valore difronte alla legge. Appare evidente lo squilibrio,il dislivello tra il potere delle armi comunicative di un civile e quelle di un magistrato.

Aurora Celima ha detto...
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ILARIA ha detto...

A lezione abbiamo parlato di un racconto di Clifford Geertz in cui emerge, attraverso un analisi antropologica, che la cultura nella sua natura convenzionale attraversa dei malintesi comunicativi.

Una comunicazione asimmetrica si può riscontrare in una relazione educativa di questo tipo: un educatore vuole trasmettere il proprio sistema di valori ad un bambino che si trova in un carcere minorile. L'educando, nell'esperienza educativa,
non conosce e, forse, non condivide le finalità dell'educatore che deve progettare un modello esclusivo affinché l'educando abbia consapevolezza di apprendimento. L'azione comunicativa può risultare fallimentare se il bambino ha appreso valori di riferimento ovvi solo per lui. Se il bambino ha avuto sempre una condotta deviante, l'educatore lo vedrà come un adulto che vuole entrare in conflitto con lui e non capirà le intenzioni educative che vorrà trasmettergli.

Ilaria Stirpe

Filippo Bonomi ha detto...

Pensando a una sfida comunicativa di tipo asimmetrico, mi viene in mente ciò che è accaduto ad un gruppo di ragazzi che hanno perso un loro amico in un incidente stradale. Il legame tra gli amici era talmente forte da volerlo immortalare su di un murales in un quartiere dove fatiscenza e incuria regnano sovrani. La sfida comunicativa di tipo asimmetrico si verifica nel tentativo di questi giovani di ottenere i permessi dal comune che, in un primo momento ha cercato di sviare la questione ritenendo la cosa non realizzabile e poco importante ma che ha poi dovuto cedere all'insistenza e alla perseveranza di un gruppo di amici desiderosi di rendere omaggio al ricordo di uno di loro. La vera difficoltà dei ragazzi nella realizzazione del loro progetto, è stata quella di far capire quanto fosse importante, in un contesto culturale come quello di un quartiere popolare e periferico, "consacrare" un loro "fratello" andato via troppo presto.

FILIPPO BONOMI

Francesco Paoletti ha detto...

Nel brano letto a lezione la relazione tra le due parti in gioco non è equivalente e, naturalmente, queste due non "combattono" ad armi pari: infatti, i francesi-colonizzatori sono più avanzati dal punto di vita tecnico, materiale, logistico e organizzativo; questi si pongono nei confronti di Cohen e della sua comunità come coloro che dovranno istituire, diffondere, affermare e far rispettare una nuova e moderna civiltà. Cohen è, invece, un semplice mercante ebreo la cui cultura si basa su concetti e norme che sono considerate dai colonizzatori inadeguate.
L'episodio nel suo complesso comprende una serie di fraintendimenti che possono essere portati alla luce, nel modo più efficace, lungo i vettori culturali che separano ebrei, berberi e francesi. Il fallimento della comunicazione risulta dall'incomprensione culturale tra due sistemi culturali completamente differenti.
Nella società odierna le situazioni in cui le armi comunicative in campo non sono equivalenti sono molteplici: potremmo senza dubbio pensare al rapporto tra studente e professore, in cui quest'ultimo, in una eventuale "battaglia", possiederebbe armi ben migliori rispetto a quelle che può utilizzare uno studente, tanto dal punto di vista (si presume) della conoscenza della disciplina quanto nella facoltà di giudicare con le proprie valutazioni.
Altri esempi potrebbero essere il rapporto tra il soldato semplice e il proprio comandante, il paziente ed il medico oppure, data la mia esperienza, quello tra cameriere/cuoco e cliente: se durante il servizio un cliente (che si dice, ahimé, abbia SEMPRE ragione) non gradisce un piatto e anzi, lo definisce una schifezza immonda, il personale di un ristorante può chiedere quale sia il problema, prenderne atto, riportarlo in cucina ad un già nervosissimo chef che, assaggiandolo, ritiene sia invece perfetto sotto ogni punto di vista e rimanda il povero cameriere dall'insoddisfatto cliente a sostenere il concetto gastronomico dello chef e ad esaltarne passione e cura nella ricerca delle materie prime, al fine di persuadere il cliente che non è vero che il piatto non sia buono, ma che è il consumatore che non lo sta capendo. Il cameriere si sforza di essere il più educato, convincente e serio possibile, ma alla fine di questo "sproloquio" il cliente taglia corto rispondendo:"A me questo piatto fa schifo!". Colpito e affondato.

Francesco Santini ha detto...

L'arma comunicativa dei francesi è l'indifferenza, di fronte ad un avvenimento che per Cohen è una tragedia ossia la perdita del suo Ar (onore). Questa indifferenza nasce dall'oggettiva posizione di superiorità dei francesi in questo contesto e dal fatto che i colonizzatori ritengono la loro cultura superiore. L'arma di Cohen è la sua cultura, che però non ha efficacia perché la cultura deve essere compresa ed interpretata,ma ciò non è avvenuto poiché non è la priorità di un colonizzatore, che invece vuole solo imporre la propria cultura.

Un esempio perfetto di armi comunicative impari è una storia che è avvenuta nella mia classe alle elementari: in classe eravamo venti bambini italiani e un ragazzo pakistano, tutti noi bambini da subito abbiamo iniziato a giocarci insieme e ad introdurlo nella classe e lui molto felice ricambiava. Spesso ci insegnava dei giochi che faceva nel suo paese e ci raccontava di alcuni posti che aveva visitato. Appena si diffuse la notizia dell’arrivo di questo ragazzo pakistano nella nostra classe , alcuni genitori poco evoluti culturalmente fecero subito spostare i loro figli dalla classe o addirittura dalla scuola rovinando così una grande possibilità ai loro figli di aprirsi socialmente e togliendogli la possibilità di avere un amico in più. Quindi i ragazzi che furono spostati non potendo imporsi nella decisione dei genitori furono costretti a lasciare la classe a cui tenevano e con cui avevano stretto amicizia da tempo.

Francesco Santini

Francesca Rita Apicella ha detto...

Per il modo in cui è strutturata la nostra società ognuno di noi è all’interno di vari sistemi gerarchici allo stesso tempo. È inevitabile, o almeno sembra, che si instaurino dei rapporti di squilibrio. Insomma, la disuguaglianza di rapporti è, per come mi è sembrato di vedere, intrinseca ad un tipo di società gerarchica, per quanto questa gerarchia sia flessibile e capace di grande mobilità sociale. Spesso introiettiamo l’ordine delle cose, impedendo a noi stessi di poter prendere un punto di vista oggettivo, o comunque altro dal nostro, e in questo irrigidimento di vedute si finisce per escludere tutto ciò che casca fuori dalla nostra comfort zone.
Un esempio di sfida comunicativa asimmetrica è l’accesissimo dibattito che a volte nasce intorno alla condizione femminile in Italia, anche in merito alle situazioni più comuni e quotidiane, come potrebbero essere le mestruazioni. Il ciclo mestruale è, come spero tutti sappiamo, un evento fisiologico, che come molti altri si è caricato di significati culturali che non c’entrano molto con la cosa in sé. Parlo proprio di mestruazioni perché i prodotti necessari per provvedervi vengono in Italia tassati come beni di lusso (e perché essendo un tabù che mi ha sempre impensierita vorrei gettarvi fuori dalla vostra personale comfort zone). Qualche tempo fa alcuni esponenti politici avevano cercato di far propria una battaglia che a dire il vero era nata oltreoceano, ovvero quella sul riconoscimento degli assorbenti e altri prodotti del tipo come beni di prima necessità (che di fatto sono), ma la discussione si è spenta prima ancora di divampare in maniera significativa: la risposta dell’opinione pubblica è stata principalmente di scherno, perché quando miracolosamente argomenti del genere entrano nel dibattito pubblico vengono rilegati nella solita zone che hanno anche nelle discussioni al bar tra amici – lo scherzo, lo scherno, cose così. Ad oggi un assorbente viene tassato quanto un tablet. Non sarebbe corretto parlare di una contrapposizione tra uomini e donne (molte donne hanno preso in giro allo stesso modo delle loro controparti maschili quel deputato uomo che aveva proposto la legge), ma piuttosto tra una mentalità introiettata nell’orizzonte comune e maggioritaria in questo paese, e che quindi prevale, e una mentalità che invece cerca di distanziarsene e di soddisfare bisogni più immediati, proveniente da paesi in cui il dialogo è stato molto più sentito e ha avuto i suoi effetti.
Chi, in generale, cerca di prendere le distanze dall'opinione comune e di diffondere al resto della comunità un problema che coinvolge un gruppo limitato di persone, magari già sfavorito per una visione culturale più complessa e ampia (le donne, gli stranieri, i disabili, ecc.), trova vita difficile.

Anastasia Di Giuseppe ha detto...

Le armi usate nel confronto verbale sono ovviamente le parole; il linguaggio va inteso però in senso lato ovvero come il frutto di una rete culturale più ampia; una cultura che in questo caso smette di essere sapere condiviso per diventare l’elementum divisionis per eccellenza tra Cohen e i francesi che hanno alle spalle due sistemi culturali non solo diversi ma quasi “gerarchici”, improntati su una scala politica che viene sovvertita da Cohen per far prevalere la propria idea (non si capisce se volontariamente o meno) davanti alla frase “Se ti fai ammazzare è affar tuo”; un esempio che mi viene in mente a proposito riguarda il rapporto asimmetrico che si crea tra un medico e un contadino che spronato dalla moglie, a tratti davvero troppo pesante, si reca in ambulatorio per farsi visitare. In realtà, aveva già fatto un esame prima, ma sapere da lui che genere di accertamento avesse fatto era davvero difficile, allora si reca da lui portando in una mano la bustina giallognola del referto medico e nell’altra una fiaschetta di vino, quello buono della sua vigna, d’altronde suo padre così gli aveva insegnato. Si siede, e subito la diagnosi: “Signore, provi a stare tranquillo lei ha la sindrome di ehlers danlos”

“Ma io mangio, Professo’ “

“Sì, si vede benissimo ma...”

“Apposto, arrivederci “

Lascia la fiaschetta di vino sulla scrivania, esce senza chiudere la porta e allegro,perché si vedeva che mangiava.

Il dottore lo rincorre sottolineando la gravità della sua malattia, al che il signore si inginocchia e lo prega di aiutarlo.

È un caso di conversazione asimmetrica perchè il contadino non ha le capacità di comprendere quello che il dottore gli sta dicendo. Si limita ad andarci perché la moglie glielo ha chiesto e ci va ma non capisce la gravità della sua malattia ma si crea un rapporto di profonda dipendenza dal medico. Lui, uomo che se l’era sempre sbrigata da solo, ora non poteva fare nulla.

Alessia Stirpe ha detto...

Spesso le armi comunicative tra diversi attori della comunicazione non risultano equivalenti a tal punto che si crea una tipologia asimmetrica di sfida comunicativa, una specie di duello simbolico tra diversi comunicatori. In effetti, quasi sempre si realizza uno scarto tra la cosa che viene espressa -messaggio comunicativo- e l'interpretazione che se ne da. È opportuno l'impegno ricostruttivo del significato nascosto della comunicazione stessa che è di tipo culturale. È capitato per esempio che una ultra-ottantenne di profonda fede cattolica abbia partecipato alla cerimonia religiosa in cui la pronipote si sposava secondo un rito non cattolico, all'interno di una cappella che era stata edificata per un avvenuto miracolo, che non era stata ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa ufficiale e che anzi era stata scomunicata dal papa in persona. Il celebrante che si presentava come un anti-papa investito direttamente da Cristo di rappresentarlo sulla terra, all'inizio della celebrazione ha citato dei brani del Vangelo in cui esaltava la ritualità del matrimonio che dava origine a una nuova coppia coniugale mirante alla procreazione. La nonna ultra-ottantenne a queste parole, convinta che il rito fosse di tipo cattolico, a viva voce ha espresso il proprio entusiasmo con parole di elogio ed applausi dicendo che quel sacerdote era uno dei migliori che lei conosceva all'interno di quelli della Chiesa ufficiale con i quali lei era entrata in contatto. A questo punto, il celebrante ha fatto notare all'anziana che lui non era affatto un sacerdote cattolico della Chiesa ufficiale; al che l'anziana ha cominciato ad inveire contro di lui, contro la figlia e la nipote che l'avevano condotta all'interno di quella che non era una Chiesa ufficiale. Ragion per cui, imprecando, è andata via in malo modo. Il celebrante per reazione ha tenuto a precisare che la sua religiosità era molto più attendibile e molto più lineare e di tipo biblico, rispetto a quella della religione della Chiesa cattolica. Anche tra gli altri parenti c'era qualcuno convinto della cattolicità ufficiale di quell'ambiente per cui è scoppiato una specie di diverbio collettivo e uno dei parenti della sposa, avendo visto che la forma in costruzione era dell'aspetto di un'area ha urlato al celebrante che gli uffici anti che stavano dentro erano gli animali salvati nell'arca dal diluvio.
Alessia Stirpe

Alessia Mauri ha detto...

Tra Cohen, il colonizzato, e i francesi, i colonizzatori, si realizza un duello simbolico in cui le armi utilizzate non sono equivalenti. Tra loro la comunicazione non funziona a causa del disinteresse dei colonizzatori, che non conoscono il significato condiviso di 'ar o di mezrag e non vogliono conoscerlo, e a causa della testardaggine di Cohen che travisando (volutamente) le parole del capitano Dumarì, finge un furto per reclamare il suo 'ar, continuando a praticare il mezrag benché fosse stato abolito. Il duello simbolico è vinto dai francesi, detentori del potere, che sottraggono a Cohen il suo indennizzo e lo imprigionano. Il potere, infatti, assume un ruolo fondamentale nella comunicazione: quando le armi comunicative non sono equivalenti prevale chi detiene il potere.
Un episodio simile, in cui la sfida comunicativa è asimmetrica, è avvenuto in Italia, dove circolare con un coltello è reato, e vede protagonisti un indiano sikh e la Polizia italiana. L'indiano, che aveva con sé un coltello sacro, chiamato Kirpan, della lunghezza complessiva di 18,5 cm, è stato fermato dalla Polizia e successivamente condannato. L'indiano ha fatto ricorso, sostenendo che l'oggetto in questione fosse un simbolo religioso e che la sua condotta si conformasse ai precetti della sua religione, ma la Cassazione ha rigettato il ricorso.

Alessia Mauri

Ilaria Campaniello ha detto...

La vicenda tra Cohen e i francesi racconta il dramma di un uomo disonorato, spogliato della sua dignità. Il perno della storia fa leva su un malinteso comunicativo. Un malinteso, tuttavia, di fondamentale apporto alla messa in luce di due sistemi culturali profondamente diversi fra loro, che vanno prendendo forma nel disinteresse del colonizzatore, a cui si contrappone, l'ironia di chi resiste, il colonizzato, per l'appunto. Un duello ad armi impari. Tuttavia, la cultura stessa è, forse, proprio attraverso i malintesi che si dispiega in superficie.
Un altro esempio di sfida comunicativa asimmetrica è riconducibile al chiasmico duello verbale che si verifica tra Antigone e Creonte, all'interno dell'opera sofoclea "Antigone".
La figura di Antigone è, per certi versi, accostabile a quella di Cohen. Entrambi hanno in comune una cosa : la rivendicazione dell'ar. A differenza del mercante, il quale rivendica per sé l'onore del quale è stato privato, l'eroina sofoclea, se ne riappropria in nome del defunto fratello Polinice, restituendogli degna sepoltura. Antigone, sfida il potere e sacrifica la sua stessa vita pur di assicurare al corpo del fratello Polinice la sepoltura che il re di Tebe, Creonte, non vuole concedergli per motivi politici. Ciò che emerge da questa tragedia è il confronto/scontro impari fra chi si appella al suo potere , in nome delle leggi della città, e chi si rivolge, senza alcun mezzo, se non il proprio coraggio, alle leggi del cuore.

Giuliamaria Casella ha detto...

Il duello simbolico tra i francesi e Cohen è dovuto sicuramente alla rete di segni estremamente differente dei due contendenti. L'arma di Cohen è il forte legame con la sua tradizione, una tradizione che l'ha plasmato in tal modo da voler raggiungere il suo obiettivo, ovvero riprendersi l'ar, ad ogni costo. Infatti, nonostante il soldato non gli avesse dato una vera e propria autorizzazione, lui capisce ciò che più gli fa comodo e va dallo sceicco a iniziare la campagna per riprendersi l'onore. L'arma dei francesi, invece, è la loro superiorità, ovvero il potere che esercitano sul territorio, nonostante non ne comprendano le tradizioni (e neanche ci provino).
Se penso ad un episodio in cui uno dei due contendenti possiede maggior potere e rilevanza, me ne viene in mente uno molto recente. Nella regione è presente un ente che promuove il diritto allo studio. Quindi, se sei uno studente con difficoltà economica, puoi richiedere a questo ente una borsa di studio che ti possa aiutare nel percorso universitario. Con i requisiti giusti, che vanno dai CFU conseguiti alla situazione economica, si può vincere anche un posto in uno dei vari alloggi universitari sparsi per la capitale. Quest'anno, tuttavia, lo stesso ente non ha rispettato una parte del suo stesso regolamento mettendo studenti alti in classifica, e quindi con più merito, in posizioni più disagevoli rispetto a studenti più bassi in classifica. Dopo diverse lamentele da parte degli studenti più meritevoli, che si aspettavano un risultato diverso, e nonostante l'ingiustizia del fatto, l'ente ha deciso di lasciare le cose come già stanno.

Flavia Romagnoli ha detto...

In questo duello simbolico tra Cohen e Dumari, il capitano dei Francesi, ci troviamo in un contesto comunicativo asimmetrico in cui le parole di uno, in questo caso del capitano, non hanno lo stesso peso di quelle dell'altro. Un caso esemplare che mi viene in mente per descrivere tale contesto, è il "rapporto" tra un generale e un soldato semplice, in ambito militare: in tal caso il soldato sarà sempre in dovere e costretto di non controbattere e soprattutto di assecondare le parole del generale, anche se non dovessero rispettare valori etici, ideali o culturali, poiché il generale avendo un grado maggiore eserciterà un potere sempre maggiore rispetto al soldato semplice.

FLAVIA ROMAGNOLI

Matteo ha detto...

Il duello simbolico tra Cohen e i francesi si basa su due esigenze diverse. Cohen, ha in mente quello che è denominato nel saggio, l'AR (l'onore), che ha un ruolo fondamentale per lui e gli abitanti del luogo colonizzato. Per i francesi, invece, il duello si instaura su delle pretese economiche,territoriali e burocratiche. Da notare che Cohen si deve necessariamente rivestire del ruolo di "combattente", perchè perdendo l'ar, perde tutto. Come esempio di duello con armi comunicative non equivalenti, mi viene da pensare quello che è il rapporto tra la "concezione culturale" che hanno molti popoli stranieri e quella del luogo in cui abitano. Mi riferisco al fatto di non poter vivere liberamente i propri "mores", semplicemente perchè non riconosciuti. Mi viene in mente,il caso del burqa nelle spiagge francesi in cui, ne era stato vietato l'uso per ragioni di sicurezza sociale.

Manuele Margani ha detto...

Manuele Margani.
Salve professore,con la quale spero di rispondere in maniera esaustiva al Quesito n7.
Ammetto di aver avuto a che fare con un "testo" abbastanza ostico e di scoperchiare le carte in tavola come primo vero e proprio lavoro ermeneutico del significato. Detto ciò vedo cohen un Po protagonista dei giorni nostri,una povera vittima dell'uso improprio di potere o semplicemente come il contrario di ciò che rappresenta fare etnografia. In questo caso Le autorità francesi hanno fatto prevalere solo la loro arma,ovvero l'autorità mentre quella di Cohen era solo la voglia di riprendersi ad ogni costo il suo onore più di ogni altra cosa.. purtroppo come detto prima non c'è comprensione dove non c'e un lavoro etnografico,Ma non è universalmente vero quanto detto.. "Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire"!
Quanti episodi mi vengono in mente..
Un recente episodio in ambito della ristorazione si è verificato tra me e un mio superiore in quanto nel preparare un banchetto di una bellissima ricorrenza (nozze D'oro)è stato erroneamente invertito il cartellino che ne contrassegnava il menu con un altro banchetto. Il risultato è stato quello che essendo due menu diversi sono state sbagliate le portate. Morale della favola? Un ragazzo che cerca di guadagnarsi quanto basta per spesarsi ed un capo che in via totalmente di aggirare l'errore a rivolto a me le sue belle parole di disprezzo!Se fosse stato fatto un lavoro ermeneutico di quanto accaduto si sarebbe detto tutte quelle belle parole di fronte ad uno specchio!!

Francesca Calisi ha detto...

Nel racconto riportato da Geertz possiamo notare come Cohen e i Francesi parlino ‘lingue differenti’, a causa delle differenze culturali. Il "dialogo" che si viene a creare tra le due parti si basa su armi comunicative asimmetriche, poiché i francesi possiedono un potere militare a differenza di Cohen. Un esempio può essere una donna musulmana con il burka. Riporto qui, un episodio accaduto nel Canton Ticino nel 2013 con una legge che vieta la copertura integrale dei connotati (il velo è ammesso): la decisione è stata presa dopo un referendum ,con il quale il 65% della popolazione ha chiesto di proibire il burqa. La sanzione, per chi trasgredisce, oscilla tra i 100 e i 10mila franchi. Un uomo di nome Rachid Nekkaz ed è un imprenditore franco-algerino ha deciso di pagare Alcuni giorni fa sulla piazza principale di Locarno si è presentato a fianco di una musulmana con il volto coperto. Dopo poco i poliziotti si sono avvicinati alla donna, cercando di identificarla e poi sanzionarla. A quel punto Nekkaz si è offerto di pagare la sanzione. Gli agenti hanno multato la donna e denunciato l'algerino per istigazione a infrangere le leggi. L'obiettivo di quest'ultimo è alzare un polverone mediatico, difendendo il "diritto al burqa". Notiamo dunque differenze culturali che hanno difficoltà a comprendersi ed a identificarsi nell'altro.

Francesca Calisi

Matteo Cimaroli ha detto...

Il duello simbolico tra Cohen e i francesi si basa su due esigenze diverse. Cohen, ha in mente quello che è denominato nel saggio, l'AR (l'onore), che ha un ruolo fondamentale per lui e gli abitanti del luogo colonizzato. Per i francesi, invece, il duello si instaura su delle pretese economiche,territoriali e burocratiche. Da notare che Cohen si deve necessariamente rivestire del ruolo di "combattente", perchè perdendo l'ar, perde tutto. Come esempio di duello con armi comunicative non equivalenti, mi viene da pensare quello che è il rapporto tra la "concezione culturale" che hanno molti popoli stranieri e quella del luogo in cui abitano. Mi riferisco al fatto di non poter vivere liberamente i propri "mores", semplicemente perchè non riconosciuti. Mi viene in mente,il caso del burqa nelle spiagge francesi in cui, ne era stato vietato l'uso per ragioni di sicurezza sociale.

Gabriela Baican ha detto...

Le armi utilizzate da Cohen sono di gran lunga inferiori rispetto a quelle utilizzate dai francesi. Infatti egli ha dalla sua parte un linguaggio costruito da una rete di significati comprensibili solo all’interno del suo contesto culturale, dunque non condivisi dai francesi, che utilizza come arma, insieme alla sua presunta furbizia nell’aver saputo utilizzare le parole del capitano Dumari, a proprio vantaggio (almeno questo è quello capiamo da ciò che ci racconta a Geertz). Le armi utilizzate dai francesi nei confronti del mercante Cohen sono notevolmente superiori. Essi infatti amministrano (anche se in maniera abbastanza cieca e neutra) le colonie acquisite nell’impero ottomano e legalmente hanno in mano tutto il potere decisionale. Infatti, quando Cohen va a raccontare al capitano Dumari ciò che gli era accaduto e che vorrebbe l’autorizzazione per andare a riprendersi il proprio ’ar , il francese non comprende minimamente cosa sia poiché si tratta di una parola “thick” che non appartiene alla sua rete di significati. Una volta che Cohen riesce nel suo intento e ritorna a Marmusha con il suo ‘ar , i francesi quindi non possono fare a meno di pensare che egli abbia rubato il gregge di pecore o che addirittura faccia parte della tribù ribelle da cui egli stesso era stato attaccato. Per questo motivo viene incarcerato senza poter dire o fare nulla in sua difesa, da una parte a causa del non riconoscimento della sua cultura da parte dei francesi, dall’altra poiché, appunto, non possiede armi che possano competere con la superiorità dei coloni.
Vorrei proporre un esempio analogo di scontro comunicativo e culturale ad armi impari basandomi su una vicenda che mi è stata raccontata da mia madre e che la vede coinvolta in prima persona.
Mentre aspettava l’autobus sente borbottare un’anziana signora, girandosi vede dei ragazzini seduti su una panchina. Ascoltando meglio si rende conto che la signora si sta lamentando del fatto che i ragazzini sono degli immigrati e che sta utilizzando delle parole molto forti nei loro riguardi, dando così segno di essere fortemente razzista. Mia madre, straniera, conoscendo la signora in questione, cerca di parlarle spiegandole che ciò che pensava era sbagliato.
Purtroppo le convinzioni dell’anziana signora erano talmente radicate nel profondo (tanto che credo neanche si rendesse conto di ciò che stava parlando) che mia madre ha dovuto arrendersi nella sua spiegazione. L’anziana, infatti, aveva iniziato a non vederla più “di buon occhio” e aveva visto l’azione di mia madre come una mancanza di rispetto nei suoi confronti.
Ovviamente la differnza di età gioca un ruolo fondamentale in questo contesto, poiché esistono delle regole comportamentali secondo le quali gli anziani devono essere trattati in un determinato modo. Mia madre essendo più giovane della signora e tra l’altro anche straniera, dunque “un’intrusa” secondo l’anziana donna, non ha potuto dire completamente la sua, dandola “vinta” alla sua contendente che in questo caso aveva in mano un potere superiore al suo.

Giulitti Giulia ha detto...

Q1. Tra Cohen e i francesi si realizza un duello simbolico in diversi mani di gioco. Che armi usano i rispettivi contendenti? Provate e ricordare un episodio di vostra conoscenza (o invenzione) in cui parimenti le armi comunicative in campo non erano equivalenti (tenete presente che la situazione “esame universitario” è un esempio perfetto di questo tipo asimmetrico di sfida comunicativa, così intanto riflettete un poco anche sul POTERE nei contesti comunicativi)

Le armi utilizzate nel duello simbolico tra Cohen e i francesi sono differenti e impari. Il tutto si basa su delle diversità culturali enormi e un modello di comunicazione fondamentalmente fallimentare, ovvero: Cohen, un mercante ebreo, ha a cuore il proprio ‘ar e perdere il proprio ‘ar significherebbe perdere il proprio onore e quindi mandare all’aria la propria intera carriera mercantile, si capisce quindi che è un elemento importantissimo nella vita di Cohen; per i francesi la questione di Cohen non significa assolutamente nulla, poiché non è un elemento presente ed importante nella loro cultura e ne ignorano il significato.
Dopo l'omicidio dei suoi clienti, Cohen chiede giustamente giustizia al capitano francese, il quale ignora Cohen.
Per i francesi la questione dell’ar è come invisibile ai loro occhi e ignorano quindi il significato e l’importanza che ha nella cultura di Cohen.
Qui si può vedere la disparità di potere tra i due, tra colonizzatori e colonizzati: i francesi detengono “il potere” per un certo senso, mentre Cohen deve sottostare al loro “volere”. Possiamo però vedere come Cohen, e quindi il colonizzato, cerca di raggirare il colonizzatore, e finisce per chiedere aiuto al proprio sceicco e dimostra che il meizrag continua nonostante la venuta dei francesi.
Un esempio di questo tipo asimmetrico di sfida comunicativa, prendendo esempio dalla mia vita, potrebbe essere un consiglio di gruppo di un’associazione scoutistica: in questa “riunione” c’è una gerarchia non scritta da rispettare, soprattutto riguardo il commissario di sezione.
Ognuno in questo consiglio di esprimere la propria opinione ma deve comunque “sottostare” al volere del commissario.
Ricordo ancora quando quest’ultimo assegnò la gestione di un'intera branca ad un mio compagno, ignorando le parole del mio collega.
In questo caso il commissario di sezione ha un “potere” superiore rispetto ad un capo branca e può quindi ignorare il significato di ciò che vuole dire un suo “sottoposto”.
Questa disparità comunicativa ( e questo ignorare reciproco di significati intrinsechi della parola) porta, ovviamente, a numerosi scontri ed ad un fallimento della comunicazione ( porta, quindi, ad incomprensioni) non solo nell’ambito del mio esempio ma anche nella vita quotidiana.

Alessandra Cicinelli ha detto...

Q1:

I francesi stavano colonizzando il Marocco. Ancora non ne erano amministrativamente i controllori, ma i loro fortini militari facevano intuire il contrario. Nel momento in cui videro Cohen, un mercante ebreo, al quale (a suo dire) era stato sottratto il suo "ar", ovvero il suo onore, camminare gioioso con 500 pecore gridando "papapapa", gli chiesero cosa fosse successo, ma non credettero alla sua versione della storia, lo accusarono di essere una spia, gli "rubarono" le pecore e lo arrestarono.
L'arma simbolica dei francesi è, dunque, il potere militare che detengono, mentre quella di Cohen è la convinzione di essere dalla parte del giusto e di avere come diritto quello di riprendersi il suo "ar", provando a convincere di questo anche gli stessi francesi.
Purtroppo nel mondo di oggi sono presenti più frequentemente situazioni di sfida comunicativa di tipo asimmettrico che situazioni in cui due persone, che espongono il loro diverso pensiero, vengano considerate "alla pari".
La mia prima esperienza lavorativa, potrebbe essere l’esemplificazione di questo concetto. Un anno fa iniziai a lavorare come cameriera in un pub ristorante di gestione familiare nel quale la moglie del titolare serviva ai tavoli insieme a me. Dopo un paio di sere, questa donna iniziò a sminuire il mio lavoro, giustificando il mio guadagno decisamente basso con dei presunti errori da me commessi a danno di clienti che si erano giustamente lamentati, seppure io non li avessi mai serviti. Controbattei di non aver lavorato con quelle persone, che però, essendo già uscite dal locale, non potevano testimoniare a mio favore.
Questo ci porta a riflettere e capire il ruolo del potere nei contesti comunicativi, in quanto la parola di questa donna, seppur falsa, contò più della mia.

Alessandra Cicinelli

Federica Sorrentino ha detto...

L’arma principale utilizzata da Cohen e i francesi nel duello comunicativo è la parola, il linguaggio. Tuttavia entrambi i contendenti ricorrono inevitabilmente, nel corso della conversazione, alla cultura e alla rete di segni di cui essa si compone; i malintesi nella comunicazione tra Cohen e i francesi nascono proprio dall’errata interpretazione di tali segni, da una violazione del significato. Come esempio di sfida comunicativa di tipo asimmetrico vorrei riportare la situazione di un colloquio di assunzione nel campo dell’aviazione civile; in tal caso prendiamo in considerazione la compagnia di linea British Airways. In italiano, i termini tecnici aeronautici “angolo di incidenza” e “angolo d’attacco” indicano rispettivamente l’angolo compreso tra la corda e la direzione del vento relativo, e l’angolo compreso tra la corda e l’asse longitudinale dell’aeromobile. In inglese il significato di tali termini è invertito: si parla di “angle of attack” nel primo caso e di “angle of incidence” nel secondo. Prendiamo ora in considerazione il colloquio di un aspirante pilota di linea nella compagnia sopra citata, durante il quale l’esaminatore testa le competenze teoriche del futuro neoassunto. La domanda che viene posta, ovviamente in lingua inglese, riguarda la spiegazione del “angle of incidence”; la risposta dell’esaminando, che fornisce la definizione secondo la traduzione italiana del termine, descrive quello che per l’istruttore inglese sarebbe “angle of attack”. A causa della risposta errata dal punto di vista dell’esaminatore, il povero aspirante pilota non viene assunto nella compagnia. Questo è un esempio di sfida comunicativa di tipo asimmetrico in cui le parti in gioco, non solo sono “vittime” di un fraintendimento, ma evidente è anche l’influenza del potere nei contesti comunicativi che, in questo caso, ha portato svantaggio all’esaminato.

Leonardo Ungherini ha detto...

All’interno del saggio di Cliffort Geertz , letto ed analizzato a lezione, è raccontata una storia di un mercante ebreo di nome Cohen, ambientata all’inizio degli anni novanta. Questo, si troverà a dover affrontare un duello simbolico: “colpevole” di far parte di una cultura diversa, il mercante affronterà questo duello ad armi impari contro i colonizzatori francesi. Cohen cercherà di far valere la propria cultura, da identificare nell’Ar e Mezrag (gli onori del mercante) e la sua furbizia, ma uscirà sconfitto – viene arrestato - data la maggiore potenza militare dei francesi. È un duello asimmetrico perché vede due culture diverse affrontarsi, ma nessuna è in grado e vuole capire l’altra, portando dunque vantaggi a quella che ha maggiore potere.

Un esempio di duello asimmetrico è possibile scorgerlo tramite una mia esperienza vissuta. Ho fatto parte, in prova per una settimana, dunque per pochissimo tempo, di una redazione giornalistica. Il sogno di gran parte dei ragazzi giovani appassionati di sport, è quello di emergere nel giornalismo sportivo, cosa che io ho tentato di fare, intraprendendo un corso extra-universitario. Non solo ho scoperto e appreso tante cose, dovendo affrontare anche alcune mie insicurezze, ma molto spesso, da novellino, “rookie”, quale ero – e sono – ho spesso dovuto confrontarmi con il caporedattore, colui che dirige la redazione. Pur scrivendo tanti articoli, molto spesso, conversando e confronta domi con lui, ho dovuto tagliare, modificare, riscrivere alcuni pezzi, non considerati canonici per poter essere pubblicati in rete (o sulla carta stampata). Può esserci un proprio modo di scrivere ed interpretare le cose, ma alla fine il duello con il caporedattore è sempre e comunque asimmetrico: se sotto “caporedattore” e quindi all’interno di una redazione di qualunque ramo del giornalismo, si può solo imparare da chi ha più esperienza e “potere”.


LEONARDO UNGHERINI (0244337)

martina fiorentini ha detto...

Martina Fiorentini
Tra Cohen e i francesi assistiamo a un duello simbolico nel quale vengono utilizzate armi diverse: da un lato abbiamo i francesi appunto che gestiscono l'ordine tramite dei fortini costruiti in varie zone, utilizzano perciò un potere militare, imponendosi si quel territorio come coloro che dovranno insegnare a questi "indigeni", e che non rispettano, anzi non tengono proprio in considerazione, l'importanza della perdita dell'Ar del mercante ebreo Cohen. Dall'altro lato abbiamo questo mercante ebreo sefardita che agisce invece con la sua cultura interamente fondata sull'Ar, ospitalità e onore. Se per Cohen è essenziale riconquistare il suo 'Ar, concetto di onore e rispetto, per i francesi in concetto di 'Ar non è riconosciuto.
Un caso di asimmetria comunicativa, cioè dove le armi comunicative non sono equivalenti, può essere considerato quello tra un datore di lavoro e un suo dipendente. Riporto per spiegare questo caso un fatto che mi è capitato circa un anno fa all'interno di una scuola, dove sono stata chiamata per un periodo a svolgere l'attività di tutor ad un bambino per svolgere i suoi compiti scolastici. Per quanto avessi notato le reali necessità del bambino, che andavano oltre l'aiuto scolastico, e per quanto le avessi fatte presenti al dirigente scolastico, queste non sono state mai prese in considerazione né da lui né tanto meno dai genitori dell'alunno. Ho cercato di affrontare diverse volte il problema con il mio superiore che costantemente mi invitata a continuare a svolgere il mio incarico senza dare "opinioni non pertinenti". In questo caso pur cercando di spiegare e di interagire con il dirigente in maniera adeguata lo scontro non ha esito positivo: è una sfida asimmetrica dove non c'è stata possibilità di incontro e di dialogo ad armi pari.

Lorenzo Giannetti ha detto...

Nel caso della storia raccontata da Cohen possiamo leggere questo duello comunicativo sotto due luci differenti: se è infatti vero che i francesi dall'alto del loro potere amministrativo/politico possono permettersi di non curarsi della vicende del mercante ebreo e dunque non entrare nel vivo della cultura di coloro che stanno dominando restandone digiuni, è parimenti vero che anche Cohen utilizza delle armi linguistiche come la finta incomprensione per giustificare la correttezza della propria azione (scova cioè nel discorso del capitano francese un'autorizzazione là dove c'era in realtà un'estraneità alla sua cultura).
Questi duelli comunicativi avvengono certamente in situazioni di dislivello sociale, politico o economico fra i duellanti, come il caso di Cohen o quello da Lei citato di uno studente e il professore durante un esame. Ma è possibile che se ne verifichino alcuni anche fra persone che noi porremmo sostanzialmente sullo stesso piano: per esempio in un rapporto fra fidanzati può succedere che l'uno sia più infatuato dell'altra e che si crei dunque un tipo diverso di potere all'interno del duello per il quale uno soccombe all'altro. In questo caso non importa la validità delle tesi di uno dei due perchè tenderà sempre a soccombere al "potere" che l'altro esercita (o comunque farà molta più fatica ad affermarsi all'interno della coppia). Oppure si può prendere il caso di due persone delle quali una è più affinata nell'arte della dialettica dell'altra: In un duello linguistico questa potrà escogitare degli escamotage dialettici per prevalere sull'altra.

Michela Valente ha detto...

Ci troviamo in una situazione comunicativa estremamente sbilanciata, uno sbilanciamento dovuto sia alle differenze culturali tra i partecipanti, che a un dislivello di potere: da un lato abbiamo il mercante ebreo e il suo sentirsi in diritto di riacquistare il suo 'ar perduto, non importa a quale costo perché è qualcosa che sente come estremamente importante a causa della sua tradizione; dall'altro abbiamo i francesi che hanno dallo loro parte il potere decisionale e che non riescono a comprendere minimamente la portata del dramma di quest'uomo perché i loro rispettivi mondi sono tessuti da reti di segni profondamente diversi, parlano linguaggi lontani tra loro che li portano a non comprendersi affatto.

A mio parere un esempio molto efficace di duello comunicativo sbilanciato è offerto dalle trasmissioni televisive, in particolar modo quelle che danno la possibilità di portare avanti dibattiti in studio su temi particolari: apparentemente sembra una situazione estremamente democratica e bilanciata, nella quale si dà la possibilità proprio a tutti i partecipanti di esprimere il proprio pensiero, sia a chi cerca di rafforzare la propria tesi sul tema proposto, sia al contraddittorio in studio. Inoltre si crea una situazione in cui l'opinione pubblica possa farsi una propria idea riguardo al tema proposto. In realtà bisogna considerare alcuni fattori, a cominciare dalla posizione dei presentatori rispetto al tema affrontato: di fatto, nonostante i presentatori dovrebbero essere super-partes, ho l'impressione che siano loro a influenzare in qualche modo quale debba essere il messaggio da veicolare ogni volta che decidono a chi dar spazio nella discussione e per quanto (solitamente c'è chi riesce a parlare di più rispetto a qualcun altro)e a guidare l'andamento della discussione, oppure nel momento in cui decidono di dare un giudizio su un qualcosa che è stato detto dai partecipanti, rafforzando il concetto o denigrandolo, o facendo alcune domande rispetto ad altre. Possiamo dire che i presentatori (o se vogliamo anche la trasmissione stessa, qualora rappresenti un determinato colore politico?) sono in una posizione dominante, e che non sono soltanto i partecipanti al dibattito ad essere in una posizione subordinata, ma anche i telespettatori, perché in parte la loro opinione sull'argomento sarà influenzata dall'andamento del dibattito che, come dicevo, è guidato e non totalmente spontaneo. Inoltre c'è un fraintendimento di base: non necessariamente quello che l'invitato x intendeva sull'argomento y è quello che arriva al pubblico, perché le tempistiche nella trasmissione solo falsate e la comunicazione controllata dai conduttori.

Giorgia Papasidero ha detto...

GIORGIA PAPASIDERO - BENI CULTURALI

Le armi sono la rete dei segni di due culture diverse, quella dell’ebreo e quella dei francesi che vogliono imporre a Cohen la loro rete di segni ed i loro “valori” in quanto potenza dominante. I francesi quindi si trovano in una posizione di dominio, Cohen in una posizione di resistenza personale.

Una situazione analoga può essere in un contesto lavorativo. Il capo non ne vuole sentire di iniziative, di idee, di innovazioni, impone la propria rete di segni ed I propri valori in quanto capo e in quanto abbia il potere su semplici dipendenti. I dipendenti possono pensare in base la loro rete di segni ma non possono controbattere.
Per esempio un capo di una società di gas e luce fa lavorare dei centralinisti per far chiudere contratti. Uno di questi centralinisti, comincia a lamentarsi del modo insistente che deve usare per far sì che le persone dall’altra parte del telefono non riattacchino, bensì facciano un contratto. Inutile dirlo al capo! Lui avrà il potere di decidere come fare e come non fare, dato che è la sua società, che si svolgerà a seconda del suo pensiero, dei suoi valori, ecc.

Filippo Scafoletti ha detto...

Scafoletti Filippo Maria

Le armi metaforiche utilizzate tra i Francesi colonizzatori e l'ebreo sefardita Cohen sono i rispettivi retroscena culturali. Ci accorgiamo così di quanto il pensiero di Max Weber secondo cui "L'uomo è un animale perso nelle reti di significato che egli stesso ha creato" trovi un riscontro effettivo nella realtà. I significati ai quali si appella il commerciante sono quelli propri della sua cultura, difficilissimi se non impossibili da interpretare per i francesi che non riescono ad immedesimarsi in Cohen. Ecco dunque che il recupero legittimo (per l'ebreo) del proprio 'ar (onore di mercante) viene interpretato dai predoni con la stessa visione di Cohen stesso, mentre viene visto dai francesi come un gesto dubbio, tanto da far finire il mercante in prigione. Un esempio simile, in cui dunque i piani interpretativi (le armi dei contendenti) sono differenti, può essere quello che si verifica tra paziente e medico. Quest'ultimo ha i mezzi per capire ancor prima del paziente quali siano i sui disturbi, sulla base di una semplice descrizione da parte sua. D'altro canto il paziente non dispone dei mezzi interpretativi adatti per giustificare i suoi sintomi. Bisogna notare come però non è neppure certo che il medico traduca in maniera sempre corretta i sintomi del paziente e che dunque anche la sua lettura dei fatti non sia chiara come dovrebbe. I significati che vengono dati a diversi fattori, nella vita comune, variano dunque non solo tra quelle che oggi definiamo "culture", ma anche tra individui "simili", i quali interpretano i messaggi secondo le loro possibilità e individualità

Francesco Pieri ha detto...

Il duello tra i due contendenti è sicuramente impari e tende verso la parte dei Francesi. Cohen, una volta perso il suo onore, utilizza l’astuzia per riconquistarlo: interpreta a suo vantaggio una frase detta dal capitano francese cui aveva chiesto aiuto. Differentemente, quando Cohen si reca dai berberi per riavere il suo ‘ar si trova in una situazione pari, in cui si condivide la posizione sociale (sicuramente inferiore rispetto ai francesi) e il contesto, e per questo non c’è scontro tra i due contendenti, soprattutto perché manca l’effettiva volontà di scontrarsi. Nel caso della situazione Cohen – Francesi, invece, non c’è condivisione né di posizione sociale, dato che uno è il colonizzato e l’altro è il colonizzatore, né di contesto perché entrambi sono abituati a comportamenti diversi. Per questo, i Francesi non capiscono le motivazioni di Cohen quando tenta di spiegare perché ha 500 pecore e fanno valere la propria superiorità. L’arma dei Francesi, quindi, non può essere altro che l’imposizione del proprio credo culturale attraverso l’uso ( legittimo?) della forza.
Un esempio di sfida asimmetrica può essere lo scontro tra Galileo Galilei e la Chiesa. Dopo la pubblicazione dell'opera "Il dialogo sopra i due massimi sistemi del Mondo", in cui Galilei sosteneva la teoria eliocentrica di Copernico, lo scienziato italiano venne convocato a Roma, venne processato e poi giudicato colpevole. L’influenza della Chiesa ed il suo dominio sui territori e soprattutto sulle idee fu tale da costringere Galilei ad abiurare. In questo modo, si dimostra come le armi comunicative tra i due contendenti non erano equivalenti e come la Chiesa, autorità riconosciuta da molti, abbia fatto prevale la propria potenza su chi, come Galilei, sosteneva una teoria riconosciuta marginalmente dall’ambito scientifico e che metteva in discussione l’assetto ideologico fino a quel momento vigente.

Francesco Pieri

Silvia Gamucci ha detto...

Q1
Quando lo strumento della "persuasione" viene imposto d'autorità non esiste arma di difesa sostenibile. Così come è capitato al mercante ebreo Cohen che ha cercato invano di dissuadere i colonizzatori francesi, che si imponevano con il potere militare,a restituirgli il suo "Ar" utilizzando l'arma della linguistica legata alla sua cultura, all'onore ed al rispetto.
L'esempio degli strumenti comunicativi non equivalenti sono parte del nostro quotidiano a causa del dislivello gerarchico degli individui.
La ragione va sempre a colui che riesce, d'autorità, ad imporsi. Ma spesso la persona che è sottomessa ad una volontà può, a sua volta diventare lei stessa autoritaria in altri contesti. Come per esempio il militare che, nel suo sistema gerarchico deve sottostare all'autorità dei superiori, può essere alla pari con i suoi commilitoni ma può essere a sua volta autoritario con i civili in virtù della divisa che indossa.

Silvia Gamucci ha detto...

continua...Concludo che, secondo me, il concetto di autorità è insito in tutti gli uomini. Si è sempre più o meno autoritari, a volte prepotenti, per imporsi e per imporre. Lo si può essere per grado di istruzione (il più colto nei confronti del meno istruito), per età anagrafica (il più grande nei confronti del più piccolo)o per età lavorativa (il più anziano nei confronti del neo assunto), per estrazione sociale (il più ricco con il meno abbiente). E' solo questione di tempo, luogo e ruolo che si occupa.

Aurora Celima ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Aurora Celima ha detto...

Il "duello" tra Cohen e i francesi deriva da una confusione tra i due linguaggi, i quali possono essere considerati come le armi adottate da entrambe le parti.
Cohen, infatti, è un mercante originario dell'Impero ottomano, il quale si trova ormai in una fase di decadenza, e i francesi sono i colonizzatori.
Il fraintendimento nasce nel momento in cui Cohen si giustifica per essere in possesso di un gregge di pecore, spiegando che si trattava del suo 'ar, restituitogli dai Berberi.
Un gesto simile appariva agli occhi dei francesi unicamente come un furto, per questo lo arrestarono.
Il primo fraintendimento, però, si ha tra Cohen e il capitano Dumari, poichè il mercante chiede il permesso di restituzione dell'ar e interpreta positiva la risposta del Dumari, il quale non sa neppure cosa sia l'ar.
Una confusione di tale genere può nascere in qualsiasi contesto della vita di tutti i giorni poichè le nostre considerazioni non si basano mai su dati oggettivi e universalmente validi, ma su interpretazioni di interpretazioni di fatti, di idee, di ciò che pensano gli altri, e così via.
Se dovessi pensare a un "duello" simile a quello di Cohen e i francesi, ciò che mi verrebbe in mente è la "sfida" che l'ISIS ha lanciato contro l'Occidente.
In realtà è difficile fare un'analisi esaustiva sulle motivazioni che spinge quest'organizzazione a compiere gesti così estremi, ma si può dire quasi con certezza che ciò che porta un ragazzo kamikaze a farsi esplodere è battersi in nome del proprio dio.
Anche il mondo occidentale sembra avere le sue colpe, in quanto da entrambi i lati c'è la volontà di imporre la propria cultura, anche se le armi utilizzate sono ben diverse: la violenza e i gesti estremi da un lato, la diplomazia dall'altro.
Mi vengono in mente le numerose vittime degli attentati terroristici che sono avvenuti negli ultimi anni, le quali non avevano nessun potere comunicativo nei confronti dei terroristi. L'ideologia di questa organizzazione, infatti, è talmente radicata che neppure i governi dei Paesi occidentali hanno il potere di fermare tutto ciò.
A mio avviso, in questo caso si può parlare di lotta ad armi impari.

Alessio Rischia ha detto...

Sia Cohen che i francesi utilizzano il proprio sistema culturale di segni, nessuna delle due parti è interessato in uno sforzo interpretativo del sistema culturale dell'altro che avrebbe potuto quantomeno facilitare la comunicazione e rendere più comprensibile il messaggio. Così quando il mercante Cohen va per la prima volta dal capitano francese chiedendo aiuto per la perdita del suo 'ar (onore) - il capitano non solo non capisce cosa sia questo 'ar, ma neppure si sforza di comprenderlo, e con l'atteggiamento tipico del colonizzatore, mostra tutto il suo disinteresse nei confronti dell'altro (e della sua rete di segni). D'altra parte anche Cohen sembra non rendersi conto che i francesi non possono comprenderlo (perché non condividono lo stesso sistema di segni - al contrario i predoni lo riconoscono subito quando decidono di trattare per il risarcimento del suo 'ar) preferisce far finta di avere un'autorizzazione verbale per andare a riprendere il suo 'ar. In questa situazione i francesi hanno un potere comunicativo politico (in quanto nuovi amministratori locali) ma Cohen ha un potere comunicativo culturale (locale) - non è un caso se riesce da solo - senza l'aiuto dei francesi - a farsi restituire il suo 'ar.
Un caso in cui si verifica una sfida comunicativa asimmetrica è quello che avviene quotidianamente in una coppia d'innamorati. Secondo un proverbio siriano infatti:"di due cuori uno è sempre caldo, l'altro sempre freddo. Quello caldo non ha valore e viene gettato via, quello freddo è prezioso come un diamante". Questo vuol dire che in ogni coppia c'è quello più innamorato e quello meno innamorato. Chi detiene le redini del gioco è il meno innamorato che soprattutto in ambito comunicativo avrà maggior potere sull'altro.

Elettra Pellegrino ha detto...

I diversi momenti in cui Cohen e i francesi interagiscono sono caratterizzati principalmente da un totale fallimento di comunicazione. Non solo nessuna delle due parti comprende il comportamento dell'altra, guidato com'è da segni e reti di significato completamente diverse, ma né Cohen né i francesi compiono il benché minimo sforzo affinché il reciproco capirsi avvenga.
Il commerciante ebreo, da parte sua, sfrutta la presenza dei 'nuovi governanti' come meglio crede, ad esempio chiamandoli per mettere in fuga i predoni berberi o presentandosi al forte per farsi medicare le ferite, ma senza effettivamente chiedersi (e chieder loro) quale siano i loro compiti e i loro ambiti di giurisdizione. L'ironia con cui Cohen chiede il permesso di recarsi a recuperare il suo 'ar fa intuire che egli non volesse comprensione o ausilio dai francesi, coi quali non apre praticamente un confronto, ma solo un permesso implicito da poter poi utilizzare come giustificazione dopo il fatto. Li prende in giro, insomma, considerandoli totalmente al di fuori delle vicende poiché sono all'oscuro del segno 'ar e dunque non in grado di comprendere le vicende relative ad esso.
Nel frattempo, il capitano Dumari e i suoi mostrano i tratti tipici dei colonizzatori: un completo disinteresse verso i colonizzati e un'impermeabilità decisa nei confronti della cultura dei conquistati, dato che considerano se stessi come veri portatori di civiltà.
I francesi e Cohen, pur parlandosi, hanno tuttavia due conversazioni separate e assolutamente diverse. Cohen li vede solo come un ostacolo da aggirare, mentre i francesi, senza tentare di comprendere lo schema entro cui l'ebreo, lo sceicco e i predoni berberi operano, finiscono per esercitare la propria autorità e fare di Cohen un esempio per i berberi in quanto presunta spia.
Una situazione analoga, in cui le due parti sembrano conversare ma in realtà si muovono su binari diversi, potrebbe essere il rapporto tra un imputato e un giudice. Anche in questo contesto, infatti, si ha un deciso squilibrio di potere che ispira la parte 'subordinata' (l'imputato, o Cohen) a vedere il giudice o i francesi come un problema da risolvere usando qualsiasi mezzo disponibile piuttosto che come persone con cui comunicare. Allo stesso tempo, chi detiene il potere sarà probabilmente poco incline a vedere il caso singolo come particolarmente importante, e non invece come uno dei tanti con cui deve confrontarsi continuamente. In questo modo il 'superiore' pone un freno altrettanto forte alla comunicazione effettiva, agendo guidato da necessità più universali, per così dire, che badando all'individuo e ai suoi schemi particolari. Il giudice, ad esempio, potrebbe basare le sue decisioni su elementi che con l'imputato non hanno nulla a che fare, come considerazioni sulla propria carriera, sull'esempio che trasparirebbe da questo o quel verdetto, etc.

Sara Mercuri ha detto...

In questo saggio Geertz, cerca di farci cogliere il concetto di etnografia.
Tra Cohen e i francesi si creano dei duelli simbolici perchè di due culture diverse,a parer mio.
I colonizzatori francesi, non tengono conto dell'importanza culturale che ha l'"ar" per Cohen e si percepisce il disinteresse che hanno nell'aiutare un mercante popolano che è stato derubato.
A sua volta però notiamo il menefreghismo che ha Cohen nel rispettare "le regole" e l'atteggiamento deciso nell'ottenere i suoi averi in dietro, lo si nota quando distorce la risposta del capitano Dumari quando afferma << Se ti fai ammazzare è affar tuo>> e la trasforma in un' autorizzazione implicita.
Alcuni episodi che mi vengono in mente riguardano il potere che hanno le forze dell'ordine.
Sia per l'abuso di potere, come è successo recentemente nel caso della Catalogna o come i molti casi in America,in cui poliziotti uccidono persone afroamericane, non sempre con un reale e accurato motivo;
Ma anche più semplicemente per il rispetto che noi (giustamente) siamo tenuti a tenere nei loro confronti nonostante potrebbe non essere ricambiato.

Sara Mercuri

sara pitolli ha detto...

Il duello verbale tra Cohen, mercante ebreo originario del Marocco, e i francesi, popolo colonizzatore dell'Africa settentrionale nei primi decenni del XX secolo, è palesemente ad armi impari. I due interlocutori si trovano su due diversi piani sotto vari punti di vista: culturale, istituzionale e morale. Ciò che, infatti, impedisce la comunicazione effettiva tra il mercante e i francesi è proprio il rispetto di diversi valori: da una parte si trova l'importanza e la sacralità dell'AR, dall'altra una precisa e determinata volontà civilizzatrice.
Calando tutto ciò nel concreto, un caso in cui le armi comunicative non erano certo a pari livello è costituito, ad esempio, dall'epoca in cui, fino a qualche decennio fa, la Messa era celebrata in latino. Il sacerdote e il fedele, in quel caso, appartenevano a due livelli culturali diversi, che impediva loro, almeno nel frangente della celebrazione, di comprendersi fino in fondo.

Francesca D'Amico ha detto...

Tra Cohen e i francesi si crea un duello simbolico vista una comunicazione non chiara e squilibrata. Cohen, dopo aver perso l’ar (l’onore) in seguito ad una rapina, lo rivuole indietro e si dirige dal capitano francese per essere autorizzato a prendere 4-5 volte il valore di ciò che gli avevano derubato. Il capitano con una frase (“se ti fai ammazzare affar tuo”) se ne lava le mani, si tira fuori dalla situazione. Questo dialogo evidenzia il motivo della colonizzazione: il colonizzato, Cohen, rimane fermo sui suoi valori, sulla sua cultura, sul patto di Mezrag e pretende che tutto questo sia accettato dai francesi i quali invece, essendo i colonizzatori che portano lì la loro civiltà, attraverso il rispetto dell’ordine pubblico si sentono padroni di quel luogo. L’errore di comunicazione avviene anche quando successivamente Cohen rivela allo sceicco, con il quale aveva stretto il patto, di essere stato autorizzato verbalmente. Il fulcro di tale errore risiede nelle diverse culture che sono le armi di tale duello: ognuno dei due pensa e parla seguendo il proprio regime culturale, seguendo i propri valori. Se i francesi, sfruttando la loro “superiorità” vogliono imporre il loro dominio e di conseguenza il loro modo di essere e fare, Cohen invece vuole farsi giustizia continuando a seguire il patto di Mezrag del quale tuttavia ne rimarrà vittima (poiché accusato di essere una spia) una volta tornato dai francesi che non capivano il significato dell’ar.

Cito un episodio di duello simbolico che mi è accaduto (e che ahimè persiste!). Sono cresciuta in una famiglia cattolica e, in particolare, mia madre ha da sempre cercato di trasmettermi questa concezione della vita religiosa. Fin da bambina mi portava a messa, a volte anche controvoglia ed io, ancora poco cosciente di ciò che pronunciavo in quel rituale, mi sentivo in dovere di andarci. All’età di 11 anni ho fatto una decisione di vita molto importante che mi ha portata a trasferirmi a Roma dove risiedevo dalle suore. Lì la stessa minestra! Crescendo e studiando ho capito che quello che mia madre diceva di volere per me in realtà era solo una sua idea non la mia e così ho deciso di affrontarla. In quel dialogo ho esplicitato tante cose che con il tempo ho elaborato, ho detto la mia idea sulla religione cattolica, sulla chiesa, ecc.. Il dibattito è stato molto acceso in quanto mia madre non accettava con piacere le mie parole e la sua frase alla fine è stata “devi parlare con il prete” cercando di risolvere la situazione ed io, avendo perso ormai le speranze, ho smesso di discuterne. Il succo del discorso risiede proprio nelle diverse concezioni che abbiamo ora che sono diventata adulta anch’io poiché da bambina le armi comunicative non erano assolutamente alla pari.

Caterina Zarlenga ha detto...

Geertz ci offre, come punto di riflessione, un “duello simbolico” annotato in seguito ad una conversazione, avvenuta in Marocco nel 1968, con un anziano mercante ebreo, Cohen. Lo scontro descritto avviene tra Cohen e i francesi colonizzatori all’epoca, ed è dato da un’incomprensione legata al fatto che, le due parti, appoggiano due diverse prospettive della realtà. Le armi utilizzate sono ovviamente asimmetriche: infatti da una parte Cohen è un semplice mercante ebreo che dalla sua parte l’insieme dei segni e valori tipici della sua cultura, l’ingenuità (o la furbizia, a seconda di come si voglia interpretarlo) che lo porta a trasformare il messaggio di disinteresse del colonizzatore francese in suo favore; dall’altra parte i francesi, si trovano in una posizione di vantaggio essendo colonizzatori e avendo il potere dalla loro parte.

Un esempio di armi comunicative asimmetriche possono quelle utilizzate nella relazione alunno-insegnante. I rapporti sono asimmetrici perché l'insegnante, esercitando una funzione di guida e di orientamento e occupa, nella comunicazione, una posizione di dominanza sull' alunno. L’alunno, da parte sua, sente, molto spesso, che i suoi sforzi non vengono apprezzati o presi in considerazione; queste può comportare incomprensioni dovute a punti di vista e maturità diverse.

Sara De Rosa ha detto...

Nel duello i rispettivi contendenti utilizzano la differenza di cultura per attaccarsi a vicenda, finchè Cohen, riesce far vedere ai predoni il proprio punto di vista e, a far capire cosa gli hanno portato via con il loro attacco. I predoni riescono a capire Cohen perché iniziano a comprendere la sua cultura e il significato delle sue parole. Tra i francesi e Cohen la relazione continua ad essere asimmetrica perché da entrambe le parti non vi è la comprensione dei punti di vista dell’altro .Un episodio dove le armi comunicativi , non sono equivalenti , è quando abbiamo difronte a noi un individuo che vede solo il proprio punto di vista , senza curarsi minimamente del punto di vista di chi ha difronte. Questo succede sempre negli ambiti lavorativi, dove il Capo detiene il potere di far lavorare o di licenziare chi ha difronte. Capita molto spesso , che le donne nonostante abbiano un ottimo curriculum lavorativo, non vengono prese a ricoprire il ruolo per cui si sono candidate, perché sono in “dolce attesa” o perché lo saranno. Purtroppo nonostante la società cambi , si continua ad avere una mentalità chiusa e patriarcale, perché si rimane ancorati ai vecchi schemi e alla vecchia cultura, dove l’uomo deteneva il potere e la donna non poteva far nulla.

Eleonora De Bellis ha detto...

Nel suo saggio, Geertz, ci mostra un duello simbolico tra due culture differenti, impersonificate d Cohen e i francesi. Le due parti utilizzano armi asimmetriche: Cohen, cerca di far comprendere la sua posizione attraverso segni e simboli della sua cultura; questo lo porta ad avere una posizione di svantaggio rispetto ai francesi, in quanto, essendo potenti colonizzatori, non si curano della cultura da loro ritenuta inferiore. Un esempio di relazione asimmetrica è dato dalla diversità generazionale: una nonna e una nipote avranno sicuramente due punti di vista differenti riguardo la concezione del matrimonio. Da una parte la nonna rimarrà attaccata ai valori tradizionali del matrimonio, dove la donna doveva ricoprire principalmente il ruolo di moglie e madre devota, molto spesso senza avere una sua indipendenza economica; dall’altra la nipote, con l ‘evoluzione della società cerca di far comprendere alla nonna i nuovi valori attributi alla donna e al matrimonio.

Margherita Belli ha detto...

La vicenda di Cohen, divenuto ostaggio "a casa sua" di una cultura colonialista che si impone con la forza di armi politiche decisamente più forti della strategia da lui messa in atto per riconquistare il suo "ar", mette in luce l'asimmetria che si crea nelle sfide comunicative tra attori sociali. Sfide in cui il più debole soccombe ad un potere comunicativo più forte, che finisce per imporre la propria cultura, la propria politica, le proprie regole.
Questa lezione di Antropologia Culturale mi ha fatto indossare lenti diverse per la lettura del caso Weinstein che infiamma la cronaca in questi giorni: il super-produttore, fondatore della Miramax, è stato accusato di aver stuprato moltissime attrici durante il corso della sua carriera. A distanza di anni, finalmente, un urlo di denuncia sta dissolvendo la coltre di omerta' che circondava il bel mondo del cinema fino ad oggi.
Riflettendo sulla domanda che lei ci ha posto, penso si tratti di una vicenda che potrebbe dirla lunga sul ruolo e i modi del potere in un contesto culturale come quello di Hollywood.
Qualcosa di molto culturale si cela, infatti, dietro la faccia del super-produttore di film pluripremiati, ben amato da tutti (nonché osannato benefattore del Partito Democratico statunitense!) che si rivela un super-predatore sessuale nei confronti di chi la fama ha contribuito a procurargliela e a procurarsela.
Ma qual è, in termini antropologici, il prezzo di questa fama?
A mio avviso, la crudeltà di un atroce rito culturale di passaggio per entrare, volenti o no, a far parte della "cerchia" di chi ha più possibilità per veder coronato il proprio sogno di successo.
Un rito legato ad una tradizione che vede in atto uno squilibrio tra chi impone il rito e chi cade nello stesso. Protagoniste sono le armi comunicative tra Weinstein, affermato e ricco produttore e le giovani attrici indifese non sono sicuramente equivalenti (Weinstein è qualcuno in quel recinto culturale che può essere una certa Hollywood, le attrici ancora no, ma hanno, a diversi livelli, un certo desiderio di diventarlo) ed è a queste condizioni di disparita' che può attivarsi  l'ignobile meccanismo di sottomissione sessuale, attraverso cui la faccia del potere impone di essere "riconosciuta" per "riconoscere".
Così, ai miei occhi di appredista antropologa, questo scorcio che la cronaca ha aperto su Hollywood appare come un tipo di contesto comunicativo in cui lo stupro come pratica di potere (e come politica) viene perpetrata in forza dell'asimmetria che c'è tra chi bussa sull'uscio della Fama e chi si fa vicario per le  porte del Successo.

Belli Margherita

Mik Dedo ha detto...

Cohen e i francesi agiscono secondo concetti propri della loro rispettiva cultura, il primo rivendicando il proprio 'ar praticando il '' furto di pecore '' ignorando così l'autorità che lo aveva vietato, i secondi esercitando il loro predominio insensibili alle ragioni di Cohen e al sistema tradizionale del luogo colonizzato. Entrambe le parti non hanno agito secondo una prospettiva emica e di conseguenza ci sono state incomprensioni.

In un contesto comunicativo è importante cercare di capire il punto di vista altrui:
Mio fratello ha problemi con la matematica ed io, conoscendo molto bene gli argomenti e le esercitazioni elementari che deve affrontare lo aiuto con pazienza. Mi capita a volte però di cascare nell'errore della sopravvalutazione del suo livello di conoscenza della materia e la mia thick description possiede dei significati a lui sconosciuti.

Mik Dedo ha detto...

Michele De Dominicis

Margherita Belli ha detto...

La vicenda di Cohen, divenuto ostaggio "a casa sua" di una cultura colonialista che si impone con la forza di armi politiche decisamente più forti della strategia da lui messa in atto per riconquistare il suo "ar", mette in luce l'asimmetria che si crea nelle sfide comunicative tra attori sociali. Sfide in cui il più debole soccombe ad un potere comunicativo più forte, che finisce per imporre la propria cultura, la propria politica, le proprie regole.
Questa lezione di Antropologia Culturale mi ha fatto indossare lenti diverse per la lettura del caso Weinstein che infiamma la cronaca in questi giorni: il super-produttore, fondatore della Miramax, è stato accusato di aver stuprato moltissime attrici durante il corso della sua carriera. A distanza di anni, finalmente, un urlo di denuncia sta dissolvendo la coltre di omerta' che circondava il bel mondo del cinema fino ad oggi.
Riflettendo sulla domanda che lei ci ha posto, penso si tratti di una vicenda che potrebbe dirla lunga sul ruolo e i modi del potere in un contesto culturale come quello di Hollywood.
Qualcosa di molto culturale si cela, infatti, dietro la faccia del super-produttore di film pluripremiati, ben amato da tutti (nonché osannato benefattore del Partito Democratico statunitense!) che si rivela un super-predatore sessuale nei confronti di chi la fama ha contribuito a procurargliela e a procurarsela.
Ma qual è, in termini antropologici, il prezzo di questa fama?
A mio avviso, la crudeltà di un atroce rito culturale di passaggio per entrare, volenti o no, a far parte della "cerchia" di chi ha più possibilità per veder coronato il proprio sogno di successo.
Un rito legato ad una tradizione che vede in atto uno squilibrio tra chi impone il rito e chi cade nello stesso. Protagoniste sono le armi comunicative tra Weinstein, affermato e ricco produttore e le giovani attrici indifese non sono sicuramente equivalenti (Weinstein è qualcuno in quel recinto culturale che può essere una certa Hollywood, le attrici ancora no, ma hanno, a diversi livelli, un certo desiderio di diventarlo) ed è a queste condizioni di disparita' che può attivarsi  l'ignobile meccanismo di sottomissione sessuale, attraverso cui la faccia del potere impone di essere "riconosciuta" per "riconoscere".
Così, ai miei occhi di appredista antropologa, questo scorcio che la cronaca ha aperto su Hollywood appare come un tipo di contesto comunicativo in cui lo stupro come pratica di potere (e come politica) viene perpetrata in forza dell'asimmetria che c'è tra chi bussa sull'uscio della Fama e chi si fa vicario per le  porte del Successo.

Belli Margherita

Simone Longobardi ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Monsieur Luca Parodi ha detto...

LEZIONE 7

Nella scena descritta il dislivello di potere può essere letto tra le righe in maniera piuttosto chiara: il mercante Coehn, armato di null’altro se non di una ingenua forza di volontà e di un marcato legame con le tradizioni, si mosse per ottenere ciò che voleva nei confronti del nuovo potere stabilitosi nella sua area. Forse inconsapevole dei potenziali effetti delle sue azioni, cercò di ottenere la desiderata rivalsa su chi gli creò il danno rivolgendosi a queste autorità aliene, che, forti della loro posizione di supremazia, diedero lui un’involontario assenso attraverso distacco e indifferenza. Lo scontro tra due visioni culturali così agli antipodi - una forza coloniale ed un mercante legato alla tradizione - portò alla scontata prevalenza di chi in quel momento deteneva il potere di acconsentire, testimoniando quanto importante possa essere il ruolo della burocrazia in un mondo che si ritrova impigliato nella rete di un nuovo sistema di potere.

Un microcosmo di mia conoscenza in cui le condizioni comunicative, ora che ho i mezzi per osservarle con più consapevolezza, segnalavano chiaramente delle disparità di potere è quello dei PR delle discoteche romane. Mi avvicinai a tale mondo un po’ in ritardo, rispetto alla media, e devo - forse ingenuamente - ammettere che il livello di complessità delle strutture di potere che vi trovai credo di non averlo praticamente mai più trovato in altri contesti. La dimensione delle discrepanze gerarchiche tra un PR ed un altro si rivelava a partire da microsegnali molto difficili da spiegare in maniera analitica e che quasi masi si basavano sui classici criteri demarcatori dell’età, dello status sociale di provenienza o dell’area cittadina abitata. Rispetto a quest’ultimo punto, infatti, sarebbe facile pensare che in un locale marcatamente “pariolino” la maggior probabilità di fare carriera all’interno dell’organizzazione delle serate sia propria di un figlio di papà vestito Ralph Lauren, ma così non è, testimone la mia esperienza. Nel concreto, mi capitò ad esempio di conoscere un ragazzo, mio coetaneo, che quando avevamo entrambi 16 anni era già parte integrante della punta più alta della catena di montaggio di un locale ai tempi particolarmente in voga; di molto più giovane del resto dello staff, di famiglia proletaria e abitante nella più estrema delle periferie, era in grado di comunicare il suo potere attraverso l’utilizzo di una complessa sovrastruttura simbolica. Nel vederlo rapportarsi a gente molto più grande di lui che si trovava costretta ad essere a lui sottoposta, notavo come fosse il suo utilizzo dell’indifferenza e della sua ampia rete di conoscenze (sia maschili, sia femminili) a renderlo in grado di fronteggiare anche persone con decenni d’esperienza senza alcun problema. La sottile arte con cui riusciva a diffondere parole o espressioni di tendenza e gli atteggiamenti sempre al confine tra l’aggressività e la diplomazia, inoltre, gli permettevano di essere sempre al centro dell’attenzione senza mai cadere nel narcisismo, garantendogli così un’ampia possibilità di difesa da chi nel resto del “giro” avesse avuto l’ardire di andargli contro. Tale asimmetria, costruita nel giro di molti anni di una pratica del mestiere iniziata a 12 anni, si mantenne stabile per molto tempo, fino a che non iniziò a stancare il pubblico, causando così il fallimento dell’attività di questo carismatico ragazzo.

Luca Parodi

Ilaria Iannuccilli ha detto...

La vicenda che riguarda Cohen e i Francesi è un chiaro esempio del caso in cui le armi comunicative risultano squilibrate. I Francesi, sebbene amministrassero il territorio solamente a livello militare, avevano come arma il potere, che era ben più forte degli strumenti su cui poteva contare Cohen, rappresentati dalla sua cultura che non era compresa dai Francesi.
Il caso appena mostrato presenta delle analogie con lo scontro cui si assiste in questi giorni fra Stato spagnolo e Governo catalano. Quest’ultimo, affermando di agire in nome del diritto alla libertà e all’autodeterminazione ha invitato i cittadini catalani a pronunciarsi in un referendum per indipendenza che Madrid ha giudicato illegale. Da una parte, dunque, la volontà di affermare, secondo principi di giustizia ritenuti superiori agli ordinamenti giuridici, la propria cultura e la propria identità, dall’altra la convinzione che al di fuori della legalità e dei principi stabiliti dalla costituzione non possa esserci dialogo a livello politico. Il fallimento comunicativo, evolutosi nel muro contro muro fra lo Stato e il Governo regionale si è risolto con un gesto d’autorità da parte del primo che, dotato di maggior potere perché rappresentante della maggioranza del popolo spagnolo, ha destituito il governo catalano privando la regione del suo tradizionale statuto d’autonomia.

Ilaria Iannuccilli

Adriano Simei ha detto...

Le diversità culturali tra i colonizzatori francesi in Marocco ed il vecchio ebreo Cohen sono le protagoniste di questo duello simbolico combattuto con le armi disponibili dalle due parti, dalle due reti di segni, quindi avremo un’imponenza di dominio francese che vuole sopraffare la massiccia rete dei segni del povero pastore che con le armi del rispetto e dell’autostima personale cerca di imporsi nella battaglia simbolica, ma il dislivello di potere sembra essere schiacciante in questa situazione, un uno contro tutti, una cultura contro un’altra, ma in una situazione dove lui è l’unico paladino della sua, contro un numero maggiore di portavoce della cultura avversa.

Un esempio ben noto a tutti quanti è la polemica sollevata un paio di estati fa sempre dal governo francese nei confronti del donne di cultura afgana o pakistana che indossavano il burqa per andare al mare con i loro figli e la loro famiglia. Il governo francese ha emanato leggi e smosso dipartimenti di vigilanza per effettuare un controllo a tappeto di tutte le spiagge per vietare l’ingresso nelle medesime alle donne con il burqa. Sono entrati di forza, con l’espediente dell’attentato terroristico, in una cultura non loro, nelle usanze di migliaia di donne residenti e cittadine del territorio francese vincolandole in caso di negligenza con salatissime multe da pagare, scaturendo una protesta e sollevando un problema generale che ha toccato anche altri stati Europei come l’Italia. Il nostro Cohen potrebbe essere una qualsiasi donna che in una giornata di sole in spiaggia si vede costretta ad allontanarsi o privarsi del proprio vestito, quindi del proprio Ar, contro la sua volontà, un chiaro esempio di dislivello culturale che ha messo le donne alle strette sulle coste marittime francesi.
Simei Adriano

Vivian De Dominicis ha detto...

Tra Cohen e i francesi si instaura un duello simbolico dettato dall’inconprensione, dall’incapacità di capire l’altro, si tratta appunto di un duello giocato ad armi impari; riguarda due diverse reti di segni e due rispettivi attori sociali che non si preoccupano di capire le modalità dell’altra cultura. Da una parte ci sono i francesi, rappresentati dalla figura del capitano Dumarì, che si comportano da colonizzatori, che nel loro etnocentrismo non si preoccupano di osservare la prospettiva emica di Cohen; Dumarì infatti quando Cohen va da lui, rivendicando il suo ‘ar, non solo non si preoccupa di quello che significhi, ma lo liquida molto velocemente con un tono quasi di superiorità.
Cohen dall’atra parte non si preoccupa di farsi capire e anzi con un po’ di furbizia travisa l’indicazione del capitano a suo favore, trasformandola in un’autorizzazione. L’episodio andrà a sfavore del povero mercante ebreo che non rispettando la legge andrà in galera perendo tutte le pecore prese come restituzione del suo onore.
Un esempio di tipo assimetrico di sfida comunicativa può essere quello tra un commerciante e il suo cliente. Il commerciante deve sottostare e esaudire le richieste del suo cliente nonostante spesso gli si rivolga maleducatamente. Non importa se siano d’accordo sui gusti o sulle modalità, il cliente avrà sempre ‘il coltello dalla parte del manico’.

Gaia Bottaro ha detto...

Nel testo che abbiamo letto si nota un evidente dislivello di potere tra il mercante Cohen e i francesi che hanno ormai sotto controllo la sua città. Cohen deve contare solamente su se stesso e sulle proprie abilità per fronteggiare i problemi che gli si pongono davanti, ma proprio quando sembrava aver risolto le sue disgrazie entrano in gioco i francesi. Questi ultimi hanno ormai occupato la sua terra e la presiedono. Sicuramente l'autorità francese ha un potere maggiore di lui, dato dalle risorse più tecnologiche, dalla forza e anche dalla quantità, considerando che Cohen è solo.
Un esempio che mi viene in mente è un fatto che successe in ambito scolastico due anni fa. Io avevo sempre mantenuto dei voti medio-alti ed il mio comportamento era sempre stato tranquillo e mai stato oggetto di critica o discussione. Quell'anno era venuta una nuova professoressa di latino e greco il cui atteggiamento e insegnamento non erano dei migliori. Nonostante ciò ero faticosamente riuscita a mantenere una buona media, ma dato che non andavo a genio a questa professoressa, forse perchè mi tenevo un po' sulle mie, l'ultima settimana di lezione prima dell'estate mi interrogò per più giorni su entrambe le materie. La prima volta presi 9 a entrambe le interrogazioni e, convinta di potermi rilassare, non studiai gli ultimi argomenti che aveva spiegato. Due giorni prima della fine della scuola mi interrogò di nuovo su quei pochi argomenti spiegati i giorni prima , ma io non li sapevo. Questo fu il pretesto per mettermi come voto finale sia a latino che a greco la sufficienza, come a molti altri miei compagni che però di media avevano 4, mentre io matematicamente avrei dovuto avere almeno 7. Io non sono una persona che si fissa o si preoccupa solo dei voti, ma non sopporto le ingiustizie di questo tipo. Purtroppo io non avevo alcun potere per contrastare la decisione della professoressa, come succede molto spesso, l'unica cosa che potevo fare era cambiare scuola, e cosi' ho fatto l'anno dopo.
Fatti del genere accadono in continuazione, e io penso sia per colpa del sistema scolastico e, piu' in generale, della nostra società, che rende difficile e svaluta il lavoro dei professori, provocando un sentimento di frustrazione e stanchezza, che si riversa sugli studenti.
Gaia Bottaro

Sara Ciancarelli ha detto...

Come abbiamo già ribadito più e più volte, ogni cultura assume in sé una serie di usanze, di costumi e di significati intersoggettivi, alle volte condivisi su larga scala (che quindi si possono ritrovare in più culture contemporaneamente) e altre volte molto dissimili tra loro, incomprensibili se non attraverso una minuziosa thin description.
L'ambiguità dei significati culturali spesso genera fraintendimenti, incomprensioni, relativismi e tende a pesare uno stesso significato su bilance diverse, a seconda della distanza culturale che c'è non solo tra popoli fisicamente distanti, ma anche fra popoli diversi che condividono una stessa terra (come vedremo nel racconto di Geertz), o fra persone di uno stesso popolo (o di una stessa cerchia, o di una famiglia, e potremmo procedere all'infinito scendendo sempre più nel particolare).
Geertz ci dimostra che alla base del fraintendimento non vi è tanto l'oggetto del fraintendimento, quanto la volontà -o meno- di comprendere l'oggetto in questione, attraverso un briciolo di immaginazione ed empatia.
Quando al vecchio mercante ebreo Cohen viene "sottratto" il proprio 'ar, i francesi (e in particolare Dumari) non si impegnano a comprendere la disperazione dell'uomo, ugualmente fa Cohen che, accecato dalla voglia di riappropriarsi del proprio 'ar, non si rende conto che le parole del capitano francese altro non sono che una liquidazione disattenta del mercante, e un modo come un altro di sollevarsi dalla responsabilità di una scelta.
La comunicazione e il linguaggio, che potevano essere degli strumenti per una mutua comprensione, si tasformano invece in armi, in alibi per giustificare le proprie azioni fondate su un cieco etnocentrismo, e permettono a entrambe la parti di disfarsi di situazioni scomode e portare avanti il proprio obiettivo, senza "capi d'accusa".
Ma al ritorno di Cohen a Marmusha, il fraintendimento che fin qui sembra distribuire equamente i propri vantaggi, diviene debilitante per il mercante che viene prima imprigionato e poi privato, di nuovo, del prorio 'ar. Il potere dei francesi obbliga l'uomo a piegarsi di fronte a quella che per lui era un'azione dignitosa, lecita e nobilitante e che per i francesi era semplicemente spionaggio.
Quindi, il fraintendimento è frutto di una volontà mancata di andare a fondo e immedesimarsi, e può generare quella che qualcuno potrebbe chiamare ingiustizia, quando le armi comunicative tra due o più soggetti sono asimmetriche, come nel caso di Cohen e dei francesi. L'incomprensione crea conseguenze diverse per uno e l'altro attore, dall'impatto inversamente proporzionale alla potenza del soggetto: minore è il potere, maggiore è l'impatto, e viceversa.
Emblema di tutto questo può ritrovarsi nell'opera maestra di Camus, "L'étranger", romanzo nel quale il protagonista viene punito da una giuria (molto più potente di lui in quanto istituzione riconosciuta come la depositaria della giustizia,e in secondo luogo perchè numericamente maggiore) per non aver reagito alla morte della madre "come avrebbe dovuto". Il potere della giuria schiaccia un uomo che semplicemente non ha compreso, o meglio, non ha voluto comprendere, lo demonizza senza neanche provare a capire, in questo caso, che il dolore ha espressioni diverse e che ognuno affronta un lutto a modo suo. Proprio questa volontà mancata di capire, come quella tra Cohen e i francesi, come quella tra me e mio padre e quella che può esserci tra chiunque e chiunque altro, crea una distanza, crea quella che non è un'icolmabile incomprensibilità dell'altro, bensì una volontaria incomprensione dell'altro.

Sara Ciancarelli

Emanuele Ietto ha detto...

DOMANDA 1

Il duello simbolico, raccontato da Geertz, tra Cohen e i francesi si svolge ad armi decisamente impari, in quanto gli interlocutori di tale duello appartengono ad ambiti culturali e sociali diversi, quasi agli antipodi. Ciò rende quasi inevitabile il fallimento del tentativo di comunicazione tra loro.
Pensando ad una situazione simile a quella che si è creata tra Cohen e i francesi, posso raccontare un episodio al quale ho assistito tempo fa: mentre aspettavo l'autobus, una signora anziana, in fermata da diversi minuti, iniziò a lamentarsi del ritardo del mezzo, e un ragazzo, presumibilmente mio coetaneo, cercò di tranquillizzare la signora dicendole che il mezzo sarebbe arrivato in fermata nel giro di pochi minuti. Il mezzo arrivò esattamente nell'orario indicato dal ragazzo e la signora, visibilmente stupita, una volta salita sul bus chiese al ragazzo come fosse riuscito a prevedere l'arrivo del mezzo con tale precisione; il ragazzo provò allora a spiegarle il funzionamento dell'applicazione (presente sul proprio telefono cellulare) utilizzata per controllare i tempi di attesa dal bus, ma non riuscì a "fare breccia" nella mentalità della signora, evidentemente poco avvezza all'utilizzo di apparecchiature moderne (aveva con se un telefono cellulare molto vecchio). Di conseguenza, il tentativo di comunicazione tra il ragazzo e la signora fallì miseramente, anche a causa di una profonda differenza generazionale tra i due.

Anonimo ha detto...

Le armi di comunicazione che usano Cohen ed i francesi nel loro duello simbolico sono rispettivamente la conoscenza nella cultura del posto, che è stata tramandata attraverso le generazioni, e il potere burocratico che proviene dalla situazione di superiorità istituzionale dei colonizzatori sui colonizzati e il senso di superiorità dovuto alla loro cultura francese che li esonera secondo loro da cercare di comprendere la cultura cui fa riferimento Cohen.

Un esempio di sfida comunicativa di tipo asimmetrico che mi viene in mente è quella che avviene spesso nei sevizi degli show televisivi come “Le Iene” in cui ci sono gli inviati che con domande incalzanti e tendenziose opprimono l’intervistato facendolo apparire sotto una luce sgradevole allo spettatore. Infatti loro con le domande non vogliono chiarire la questione o capire il punto di vista della persona, ma soltanto avvalorare le loro accuse.

Valerio Veloccia

Anonimo ha detto...

GIOVANNI BRUNI
L'impari sfida simbolica tra Cohen, appartenente ad una minoranza ebraica in terra dell'ormai ex impero ottomano, e i Francesi, grandi colonizzatori, superiori militarmente e, dal loro punto di vista, anche moralmente, si svolge simbolicamente attraverso: da una parte l'attaccamento ad un principio legato all'onore ( l'ar) che fa sentire Cohen in DIRITTO di farsi giustizia; dall'altra i tecnologici e militarmente progrediti francesi, che hanno abolito il patto di commercio, e non danno peso a ciò che non riguarda il loro fine coloniale, tanto da non degnare, rimarcando la loro superiorità, della minima attenzione Cohen e il suo problema, e successivamente incarcerarlo per il sospetto di essere una spia ribelle.

Mi viene in mente il rapporto tra i due protagonisti de "La ballata dell'amore cieco" di Fabrizio De André: in questo caso, la devozione dell'uomo lo tiene sempre in una situazione svantaggiata rispetto alla donna, la quale, priva d'amore e con forse il potere più grande dell'umanità in mano, non esita a chiedergli di tagliarsi i polsi per DIMOSTRARGLI il suo amore ( Gli disse lei ridendo forte, l'ultima tua prova sarà la morte).

Fuck ha detto...

Q1: Siamo ancora una volta di fronte al "problema" delle differenze culturali, a volte profonde, a volte minime tra popoli. Quelle prese in esame durante la storia raccontata a lezione sono tra la cultura ebrea e quella francese. Parliamo di "significati" inveterati nella cultura di un popolo a tal punto che il popolo stesso non è in grado di pensarsi (in alcuni casi anche a quella altrui) senza di essi. Si pensi, ad esempio, al saluto con l'inchino per i giapponesi: è impensabile che lo si faccia in un modo diverso. E' una questione di rispetto, ma probabilmente se un professore italiano o francese o tedesco chiedesse un giorno ai suoi studenti di iniziare a farlo a partire dal giorno seguente, i ragazzi lo guarderebbero sbigottiti e probabilmente in sua assenza lo deriderebbero. Ecco il mio esempio, l"l'ar" del nostro protagonista, il motivo per il quale egli chiede al capitano Dumarì l'autorizzazione per andare a rivolersi al suo sceicco per recuperarlo. La reazione del capitano è eloquente. Quello che Cohen ha chiesto, ha per il capitano dell' assurdo, è troppo lontano dalla sua comprensione, non fa parte della rete di "significati" della sua cultura.

Martina Schettino

Giampaolo Giudici ha detto...

Tra Cohen e i francesi si crea un duello simbolico e culturale: ognuno dei due protagonisti della storia sfrutta il proprio "potere" per tentare di avere la meglio.
Da una parte il mercante si rivolge prima al nuovo potere militare (i francesi) e, in seguito al rifiuto, chiede aiuto al proprio sceicco sentendosi legittimato dalla voglia di recuperare il suo 'ar. Cohen riesce a trovare un accordo coi predoni e si impadronisce di alcune centinaia di pecore che conduce con sè al villaggio. A questo punto i francesi, ben consapevoli del loro rifiuto iniziale e interpretando il tutto come un furto, arrestano l'uomo e sequestrano gli ovini.

Una qualsiasi situazione in cui le armi comunicative non sono equivalenti, può presentare uno squilibrio di potere tra i due soggetti. Si pensi ad un qualsiasi colloquio di ammissione, ad esempio di un master post laurea, in cui il candidato sarà in netta inferiorità rispetto al soggetto esaminante. Questo è ben conscio del profilo che vuole selezionare, al contrario del primo che farà di tutto per individuare queste caratteristiche e dunque dimostrare di averle.

Mery Mastandrea ha detto...

1) Nel racconto proposto da Clifford Geertz, ciò che emerge come scontro tra i francesi e Cohen riguarda essenzialmente la differenza dei valori (i francesi non comprendono infatti l'importanza dell' ar di Cohen, il quale richiede giustizia e il risarcimento per aver subito dei gravi danni: la morte dei suoi clienti e il furto delle sue merci, che gli costa la perdita dell'onore).
C'è uno sfondo di incomprensione, dato dalla diversa cultura tra i francesi e Cohen, che è determinate nel racconto dal punto di vista della thick description, questi personaggi non riescono quindi a comprendersi veramente, c'è infatti uno scarto evidente tra ciò che viene detto da una delle parti e ciò che invece l'altra parte interpreta.
Un esempio riguardante l'incompatibilità delle armi comunicative, potrebbe essere quello di uno scontro (come avviene spesso al giorno d'oggi) tra donne di diversa religione come quelle di cultura musulmana e cattolica, esiste infatti tra le due una notevole differenza culturale che non permetterà facilmente alla donna cattolica di comprendere l'importanza ad esempio del velo riscontrata nella donna musulmana, mentre quella musulmana non comprenderà le "libertà" di vestire, o di parlare che invece caratterizzano una donna cattolica.

Micol Megliola ha detto...
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ILENIA FALSONE ha detto...

Tra Cohen e i Francesi si instaura un rapporto asimmetrico, ovvero, condotto ad armi impari. Ciò che si evince, è il fatto che le due parti parlano lingue differenti. Questa diversità è dovuta, alla differente cultura che porta all’incomprensione comunicativa. I francesi, a differenza di Cohen, possiedono un efficace potere militare. Di contro, Cohen ha semplicemente fatto affidamento su un sistema di difesa già preesistente , un sistema basato sull’onore e sui rapporti clientelari. Ma ad avere la meglio, furono proprio i francesi.
Un esempio che mi affiora in mente, in cui le armi comunicative sono impari e quindi viene a determinarsi un rapporto asimmetrico, potrebbe essere rappresentato dall’arrivo di un giovane italiano disoccupato, in una città inglese. Il giovane, mastica appena la lingua inglese e durante i primi giorni dovrà far fronte alla risoluzione di alcuni “problemi” burocratici, al fine di riuscire ad immettersi nel mondo del lavoro. Il giovane si reca presso gli uffici amministrativi e cerca di comunicare all’impiegato i suoi bisogni e le sue perplessità, nella speranza di riuscire ad ottenere informazioni chiare e utili. L’impiegato, si mostra un po’ scocciato e impaziente nel dare informazioni al ragazzo, assumendo un atteggiamento di superiorità. Il ragazzo, cerca di fare affidamento sulle sue poche conoscenze riguardanti la lingua e il sistema burocratico, ma non ottiene informazioni esaustive. Si trova, comunque, dinanzi ad una persona che ricopre un ruolo “pubblico” e che sicuramente conosce benissimo il sistema amministrativo ed ha maggiori armi in mano, per poter risolvere qualsiasi problema. Tra i due, sorgono delle incomprensioni comunicative. Il ragazzo inizia a sentirsi incompreso e “abbandonato a se stesso”, in quanto si aspettava più comprensione e disponibilità. Invece, non riesce a concludere nulla. Ottiene, semplicemente, poca attenzione e molta indifferenza. L’impiegato non è stato disposto a calarsi nei panni del giovane italiano ed ha mantenuto una posizione di superiorità. Oltre ad essere un dipendente pubblico, conosceva bene la lingua e non si è sforzato di comprendere il ragazzo che, la parlava in modo mediocre.

Marta Piccioni ha detto...

Nel caso di Cohen e dei francesi si è realizzato uno scontro polarizzato essenzialmente su due aspetti: innanzitutto linguistico in quanto non usano la stessa lingua, inoltre ciò che rende inefficace la comunicazione è anche la non condivisione del contesto culturale.
Un esempio che mi è venuto subito alla mente è riferito alla prima volta che entrai in contatto con il dialetto materano; non avendo mai avuto modo di ascoltarlo, e men che meno di parlarlo, ho avuto moltissime difficoltà sulle prime, considerando anche il fatto che si trattava di un gruppo di amici già ben consolidato da molti anni, quindi entrò in gioco una sorta di "imbarazzo" che si deve alla situazione di entrarvi come "l'elemento nuovo/estraneo". Per i lunghissimi minuti iniziali mi sono sentita davvero spaesata e tagliata fuori dal contesto comunicativo e "del branco", fino a quando ho dovuto far affidamento sull'unica "arma" che avevo a mia disposizione, ahimè..."la faccia tosta" di dover chiedere la "traduzione simultanea" - e non chiedere di parlare in italiano, trovando ingiusto il fatto di vincolare loro ed in secondo luogo per la curiosità che i dialetti suscitano in me. Ora, trascurando il fatto che ora riesco a comprendere il loro dialetto, all'inizio si è trattata di una sfida comunicativa impari - poiché non condividevamo la lingua (anche se in questo caso si tratta di un dialetto) e neppure il contesto culturale, in cui sono entrate in gioco le "armi" a disposizione delle due parti per rendere efficace una comunicazione.

Anonimo ha detto...

A mio parere credo che le armi usate siano proprio la condizione in cui i protagonisti si trovano. I francesi in quanto colonizzatori ed esterni alla cultura non intervengono per un fatto di onore che loro non ritengono tale; questo perché la parola 'ar non accende nulla nel loro sistema di valori, ma probabilmente non accende nulla neanche nel loro reticolato di significati, è un significante che rimane sospeso nell'aere. Cohen invece si aggrappa alla sua cultura, i francesi non possono non aver dato lui il permesso per un fatto così importante, lui è totalmente legittimato ad agire, deve essere così. I francesi però in quanto colonizzatori hanno il potere di decidere per altri e anche di fronte a un loro errore persistono nella pantomima di coloro che non intervengono per simili fatti.

Vorrei analizzare come alcune parole apparentemente innocue, agli occhi di un marziano o semplicemente di un parlante non avente un'approfondita conoscenza dell'italiano, possano essere dei veri e propri insulti e dei chiari tentativi di umiliare e di conseguenza sovrastare, tentare di imporre il potere da parte di una figura culturalmente e storicamente "superiore".
Il marziano sentendo tali parole percepirà dei nomi di cosa o di animale riferiti a una donna e ne potrà fare un resoconto che possiamo definire THIN description.
Ma qual è l'interpretazione di ciò? Ritengo che parole semplici come "cozza", "balena", "busta" abbiamo un senso preciso, sono espressione di ciò che la nostra cultura ha ancora in seno riguardo al potere tra uomo e donna, alla loro disuguaglianza.
Tali nomi hanno significato solo in senso femminile, non funzionano in una frase, linguisticamente parlando, riferita a un uomo e quando ciò si verifica esse vanno bene per entrambi (a meno che non si tratti di parole riferite all'omosessualità).
Trovo che siano espressione di un sistema radicato di valori e di visione della donna come di mero oggetto di appagamento estetico. La donna non necessita di intelligenza, ma di bellezza; quella "è figa", allora la tengo in considerazione, quella " è na cozza", non ci interessa.
Non si tratta solo di un fattore estetico, tale fenomeno si estende anche sul piano sessuale, altro ambito in cui la donna è stata, e contua a essere, oggetto. Alcune espressioni o semplici nomi di cose o animali hanno in sé un senso di sottomissione e derisione. Capita che appellandosi a un senso THIN si voglia provocare o insultare una donna dicendo una parola apparentemente priva di malizia, quando in realtà se dovessimo vederla nel suo reticolato di segni, iniziando a interpretarli, essa emerge in tutta la sua violenza. Il potere qui sta tutto nella rete di segni che ci sono dietro a quell'atto. Nella descrizione THICK, sta tutta quella storia che tentiamo di aggiustare tenendo in considerazione i diritti del genere. Dietro una descrizione THIN colui risulterebbe inguistamente accusato di infamie da parte di una persona che potrebbe essere definita pazza isterica, ma di fronte alla descrizione THICK risulterebbe una persona da comportamenti poco graditi. La sfida comunicativa sbilanciata sta nel momento in cui l'uno è supportato da un linguaggio plasmatosi su millenni di superiorità sociale.
E.A.B.

Simona Antuoni ha detto...

I contendenti utilizzano armi dettate dalla cultura da cui questi provengono, ognuno dalla propria cultura. I francesi possiedono, inevitabilmente, una cultura totalmente diversa da quella di cui dispone Cohen. I francesi in qualità di colonizzatori hanno la meglio, hanno il potere politico. Quando Cohen afferma che quelle 500 pecore sono il suo ‘ar, i francesi non solo non capiscono di cosa stia parlando (o meglio, non si interessano e a capire, non si sforzano di capire il diverso) ma soprattutto rimangono sbigottiti,esterrefatti e giungono a conclusioni “affrettate” (anche se non è proprio appropriata come parola, perché sono sicura che, anche se fossero stati lì a parlarne per giorni e giorni, la conclusione per i francesi sarebbe stata comunque la stessa!). Per i francesi “è affar tuo” equivale al “non è affar mio” , proprio come non ne volevano sapere prima che accadesse “il furto” di pecore, non ne volevano sapere dopo. Un episodio in cui le armi comunicative in campo non sono equivalenti e che vorrei tanto fosse di mia invenzione (ma temo che non lo sia) è il seguente: siamo in una stradina residenziale di Roma in tarda mattinata, Mafuz ha appena staccato dopo una notte di lavoro e arriva sotto casa, cerca parcheggio per la sua auto e non lo trova. Gira e gira ma nulla. Esausto nel cercare vede una Mercedes uscire da un parcheggio a spina di pesce. Inchioda per farla uscire ma viene un tantinello tamponato. Poca roba, infatti la macchina di Mafuz non riporta nessun danno, però la panda del romano (che lo ha tamponato) ha il paraurti rotto. Il romano scende e dice “Meno male che non ci siamo fatti nulla! Come ti chiami?” e Mafuz, in buona fede, gli dice nome e cognome. Nel frattempo la Mercedes va via e il romano scatta due o tre foto alla macchina di Mafuz senza farsi vedere e chiede se può prestargli il telefonino per fare una chiamata al meccanico (il romano non aveva credito) così si toglie il pensiero. Telefona ma il meccanico non risponde, “Va bene dai, poi ci penserò! Andiamocene va… Buona giornata e scusami, dovevo mantenere la distanza di sicurezza” dice il romano. Mafuz parcheggia, sale a casa e spegne il telefonino per riposarsi dopo la notte in bianco a lavoro. La sera quando riaccende il cellulare trova molte, troppe chiamate da uno stesso numero che gli scrive anche il seguente messaggio “Gentilissimo sig. Mafuz Mohamed, sono Mario Rossi il signore della panda che stamattina Lei ha tamponato facendo retromarcia per parcheggiare, sono stato dal mio meccanico di fiducia e il danno stimato sul paraurti è di circa 300 Euro, mi dica Lei se posso farlo sistemare qui o se Lei ha un suo meccanico e preferisce far eseguire i lavori lì (ovviamente sempre a Sue spese). Mi spiace scriverLe ma ho provato, vanamente, più volte a contattarLa telefonicamente”. Insomma, per farla breve, alla fine davanti ad un giudice ha avuto la meglio Mario. Il perchè? Perché non possiamo dire che le armi comunicative di Mafuz e di Mario sono le stesse. Non possiamo dire che Mafuz ha lo stesso potere che in realtà possiede Mario, almeno non in questo contesto!

Giulia Pazzini ha detto...
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Giulia Pazzini ha detto...

I rispettivi contendenti del duello simbolico - cioè i colonizzatori francesi e il mercante ebreo Cohen - non combattono necessariamente ad armi impari: questo perché, nonostante sembri che il capitano Dumari sovrasti gerarchicamente Cohen, perché colonizzatore in quanto tale, in realtà Cohen non fa altro che fingere di obbedire e “recita soltanto la parte del colonizzato” (almeno all’inizio, quando parla col capitano Dumari che lo lascia fare nel momento in cui Cohen gli chiede il diritto di riconquistare il suo ‘ar, l’onore). Ciò non significa – ovviamente – che le armi comunicative utilizzate dai personaggi di questo racconto siano equivalenti, ma semplicemente asimettriche nel senso lato del termine: infatti da una parte il capitano quasi lo ignora (quindi lui è convinto di esercitare un potere tale da poter permettersi di ignorare un cittadino che reclama un suo diritto, anche se ormai abolito), cioè se ne lava le mani, e dall’altra Cohen ne approfitta e va a farsi giustizia da solo (quindi anche lui è convinto di avere la possibilità, cioè il potere di esercitare il suo diritto di mezrag, anche se ormai era stato abolito dai francesi).
Le armi diventano impari nel momento in cui (il povero) Cohen cerca di tornare a casa con il suo “bel bottino” di 500 pecore e non riesce a dimostrare ai francesi che lui cercava solo di esercitare il suo diritto e che non era un vero e proprio ladro; è in quel momento che si viene a creare una gerarchia comunicativa tra i due interlocutori, anche perché i francesi credono all’evidenza mostrata loro da Cohen: questo perché c’è una diversità culturale tale tra i francesi e Cohen, che un “misunderstanding” alla fine si trasforma in tragedia per Cohen, che viene imprigionato e poi dato per morto dalla sua famiglia.
Questa diversità ad esempio non c’è tra Cohen e i membri della tribù, perché nel momento in cui leggiamo le parole “Va bene, parliamo” si intuisce chiaramente che questi ultimi hanno ben compreso il loro “errore” (se vogliamo chiamarlo così) proprio perché loro riescono a comprendere Cohen dal punto di vista culturale.
Per fare un esempio più pratico (ho giusto messo in pausa un documentario sulla storia della principessa Diana prima di iniziare a rispondere, quindi alzando lo sguardo credo di aver trovato un esempio adeguato e spero di non osare troppo), possiamo pensare alla storia della (anche lei “poveretta”, come Cohen) principessa Diana: da una parte abbiamo Diana, dall’altra la famiglia reale (e tutto ciò che comporta farne parte).
Come ben potremmo sapere, Diana era una donna dal grande carisma, dalla grande ambizione, ma soprattutto era uno spirito libero, anche perché cresciuta in un ambiente fuorché simile da quello reale (e già questo, senza contare la sua vita privata e tutti i vari eventi cruciali prima di diventare membro di una famiglia reale, dovrebbe darci un’idea di quali armi culturali possedeva).
Dall’altra parte, la famiglia reale (come tutte le famiglie reali del resto) ha il suo sistema di valori e ciò richiede grandi responsabilità – e tutti i doveri che ne comportano – derivate anche da un grande potere governativo.
Sostanzialmente, Diana è Cohen e la famiglia reale è i francesi: entrambi hanno un loro potere comunicativo che potrebbe contrastare l’altro, quindi c’è un’asimmetria comunicativa. Ma d’altro canto, il contesto comunicativo più potente è uno solo e quindi si viene a creare una gerarchia comunicativa, dettata soprattutto – ma non solo – dalla lontananza delle culture degli attori sociali di un certo evento.

P.S. Ho dovuto riscrivere il commento per via di un errore di battitura. Spero non le abbia creato alcun disagio; in quel caso, Le chiedo scusa.
Buona serata,

Giulia Pazzini.

simone magi ha detto...

Ritengo che estremizzando si possa affermare che ogni comunicazione si fonda su rapporti gerarchici, dove quindi ognuno mette in campo le proprie armi comunicative, anche laddove il perenne confronto rimane latente, come fra colleghi pari livello o persino amici: è la personalità che spicca e si pone più in alto (o, al limite, la mera forza abbassando il livello intellettuale). Il più dotato (in senso ampio) emerge, e le asimmetrie si notano bene già fra le categorie vecchio e giovane, uomo donna, padre figlio fino ad esprimersi soprattutto in ambito sociale nei confronti delle istituzioni, perchè esse determinano, esigono e infine giudicano, e se è chiaro immagianare lo svantaggio di partenza nei confronti di un giudice severo, un poliziotto pedante, un insegnante esigente, ecc. , va detto che le "armi cominicative" non sono equivalenti pure se ci si confronta con un qualsiasi impiegatuccio in determinate circostanze, quando il sapere-potere è in mani altrui. Sono dunque innumerevoli gli esempi in cui si affrontano persone – e circostenze – con armi comunicative ben diverse. Ad esempio ci si può rivolgere a un medico, magari con sicurezza chiedendo di controllare un disturbo che si vuole vedere minimo, ma se poi inopinatamente emergono complicazioni allora il dottore orienta la cura, e non solo perchè l'altrui ignoranza o fragilità fa abbassare la guardia, ma perché solo lui conosce l'arte medica, piò decidere non solo come spiegarne i dettagli (in maniera semplice o tecnicisticamente inaccessibile) ma addirittura può finire col decidere il trattamento, fino ad assumere una condotta paternalista dove è l'unico protagonista e il paziente un passivo ricevente. Il dottore puà spaventare o minimizzare, essere il salvatore o un consolatore.


Cohen pretende di far valere una "consuetudine contrattuale di rivalsa" ormai illecita, visto che non ha protezione alcuna dai colomizzatori, insistendo sul suo onore intaccato. I francesi, da padroni e in prospettiva etnocentrista non hanno interesse a tutelarlo, né vogliono favorire rivalse illecite dal loro punto di vista. Il protagonista gioca sugli equivoci, evidentemente il "diritto positivo" incipiente non lo vuole rispettare, e non si cura di onestà intellettuale: l'unica onestà a cui tende è quella dell' Ar, il senso di onore che però è più riverente agli affari coi clienti che non con questi ultimi. Preferisce non voler capire il capitano, il valore del rispetto della autorità gli manca, anzi si sente nel diritto di rivalsa, e dunque considera lecito agire. Dall'altra parte ai Francesi rimane indifferente il valore dell'onore secondo i canoni locali, per loro amministratori contano le regole dei colonizzatore e non dell'indigeno. Forse l'onore del militare francese si vedrebbe altrove, di sicuro non lo sanno comprendere nella modalità rivendicate da Cohen, così come non possono comprendere che le pecore rappresentino un indennizzo prettamente o principalmente morale, ma esclusivamente un valore economico, quindi riconducibile a un traffico illecito. Anche il colonnello conferma infine il disinteresse nei confronti del richiedente, il potere lo detiene e lo usa nei confronti di Cohen solo per prenderlo in giro.

Simone Magi

simone magi ha detto...
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Anonimo ha detto...

Secondo me un esempio di comunicazione di tipo asimmetrico è la Domenica di sangue del 1905.
Dopo la sconfitta dell’impero zarista contro l’impero giapponese nella guerra per il controllo della Manciuria e della Corea, il popolo russo entrò in una profonda crisi economica. Questa crisi colpì in particolare le industrie che non si occupavano della produzione di armi e la produzione agricola, portando così alla disoccupazione di molti cittadini e alla mancanza di beni di consumo. Iniziarono grandi scioperi, in particolare quello del 26 dicembre 1904 dei pozzi petroliferi di Baku, che si concluse l’11 gennaio del 1905, e quello del 16 gennaio delle officine Putilov. In seguito lo sciopero si diramò in tutte le fabbriche di Pietroburgo, dove gli operai chiedevano di ristabilire un salario minimo, una giornata lavorativa di otto ore e il divieto del lavoro straordinario senza il consenso del lavoratore. Degli intellettuali liberali scrissero una petizione per richiedere la libertà di parola e di stampa, la divisione tra stato e chiesa, la distribuzione della terra ai contadini, il diritto allo sciopero e la giornata lavorativa di otto ore. La mattina del 22 gennaio, i manifestanti marciarono verso il Palazzo d’Inverno per consegnare la petizione allo zar Nicola II, ma furono fermati dai soldati, che intimarono loro di sciogliere la manifestazione e aprirono infine il fuoco verso i manifestanti indifesi. In questo tragico evento, passato alla storia come la “Domenica di sangue”, la comunicazione fu nettamente di tipo asimmetrico. Le armi comunicative utilizzate durante la manifestazione non furono equivalenti: da una parte c’erano gli operai, che manifestavano pacificamente e senza armi per consegnare la petizione allo zar, dall’altra i soldati, che aprirono il fuoco verso i manifestanti disarmati comunicando con estrema violenza l’indifferenza verso il malcontento popolare. Ma l’incomprensione riguardò, più in generale, lo zar, i suoi consiglieri e il popolo. Se lo zar avesse compreso i cambiamenti di cui il popolo sentiva il bisogno senza reprimere la parola dei manifestanti, e se avesse ascoltato i diritti che gli operai chiedevano senza usare violenza nei loro confronti, molto probabilmente non si sarebbe arrivati alla rivoluzione del 1917.


Elisabetta Pittalis

Francesca Bonomo ha detto...

L'episodio analizzato durante la lezione incarna perfettamente la realtà del mondo moderno: la presenza di diverse culture tra loro (purtroppo) inconciliabili, incompatibili e la conseguente "vittoria" del più forte, del più potente. I francesi avevano il potere e l'hanno usato nel momento in cui hanno sentito la propria supremazia messa in pericolo. Cohen non aveva nulla se non la propria cultura e la propria intelligenza, la propria furbizia. Ma furbizia e astuzia non hanno alcuna possibilità di vincere contro il potere militare.
Dobbiamo però sottolineare che tutto questo non accade solo quando a incontrarsi sono due diverse culture ma in generale quando ci si trova difronte ad una qualsiasi relazione gerarchica:
Colonizzatore-Colonizzato
Genitore-Figlio
Professore-Studente
Stato-Popolo
Regista-Attore/Coreografo-Ballerino
Datore di lavoro-Dipendente
Ecc.
Questi sono solo alcuni dei casi in cui le armi a disposizione dei due contendenti sono sempre impari, non equivalenti in quanto LE NECESSITA', le volontà DEL SECONDO SARANNO SEMPRE OSTACOLATE DAL POTERE DEL PRIMO, quest'ultimo infatti non metterà mai in discussione la propria autorità per qualcuno che, ai suoi occhi, non è nemmeno lontanamente alla sua altezza.
Pensiamo al secondo caso da me elencato, al rapporto quindi tra genitore e figlio e mettiamoci nei panni dell'uno e dell'altro. Vediamo come alla fine di tutto, Cohen sta al figlio così come il genitore sta ai francesi!
F. (così chiameremo il nostro giovane ragazzo) è uno studente di 15 anni e un grande appassionato di calcio: gioca a pallone da circa 8/9 anni!
M.D. (così chiameremo la nostra mamma) è la mamma di F. che vede nella passione del figlio una semplice passione infantile-adolescenziale a cui dedicare quelle poche ore settimanali, il figlio deve dedicare il suo tempo allo studio! Da grande deve seguire le orme del padre e diventare un grande avvocato!
Un giorno F. dice alla mamma di non poter studiare quel pomeriggio (nonostante il compito di storia del giorno dopo) perché convocato per un provino con una delle più grandi squadre di calcio giovanili. La mamma, pur non comprendendo la passione del figlio e pur non condividendone l'entusiasmo, decide di lasciarlo andare con la promessa di prendere almeno 7.
Grato alla mamma per averlo lasciato andare nonostante il compito del giorno dopo, F. non solo supera il provino alla grande ma decide anche di dedicare tutta la serata allo studio così da poter recuperare il tempo "perso" e dare una soddisfazione alla mamma!

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Francesca Bonomo ha detto...
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Francesca Bonomo ha detto...

Arriva il giorno del compito... F.=8!!! Bisogna sottolineare come per F. prendere un 7 era cosa rara, pensate un 8!!!
Felice per sé e per la gioia che avrebbe potuto dare alla mamma torna a casa entusiasta e comunica alla mamma la bellissima notizia:
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M.D. conoscendo la condotta scolastica del figlio e sapendo del poco tempo che F. aveva potuto dedicare allo studio il giorno prima NON CREDE NELLE SUE CAPACITA' e giunge alla conclusione che il figlio, impreparato, ha copiato dal compagno di banco! Ecco che allora, non potendo sopportare un simile comportamento (dovuto a quella che per lei è una stupida passione), M.D. decide di far saltare al figlio gli allenamenti di calcio per una settimana!
E così come Cohen era stato accusato ingiustamente e punito ingiustamente dai francesi, allo stesso modo F. viene punito da M.D.: la mamma non riesce a capire quanto per F. sia importante quel provino, è vero che lo lascia andare, ma lo fa solo perché non vuole noie. Come Cohen, nonostante le difficoltà iniziali era stato in grado di recuperare il proprio AR, così F. era riuscito a prendere quell'otto che la mamma tanto desiderava MA... Entrambi (Cohen e F.) vengono additati come "disonesti" ed entrambi vengono "giustiziati" per qualcosa che non avevano fatto. Così come avevano fatto i francesi, M.D. ha manifestato nei confronti del figlio tutto il proprio potere di genitore: è lei la mamma ed è lei che può decidere per lui! Lei può togliergli la sua libertà! Lei può imporgli la propria volontà!

Francesca Bonomo

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